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2019-03-22
Vogliono farlo passare per matto ma il senegalese ha preparato tutto
Ansa
Ai ragazzini, che teneva in ostaggio sul bus, gridava di voler fare una strage per «vendicare i morti in mare». Una volta finito in gabbia, invece, ha tentato di cambiare versione. «Non volevo fare del male ai bambini», ha sostenuto, ma «volevo dare un segnale all'Africa, perché gli africani restino là». Così ieri, dal carcere di San Vittore di Milano dove si trova come sorvegliato speciale, ha tentato di giustificare il suo gesto Oussenyou Sy, il senegalese con cittadinanza italiana, residente a Crema. Autista di Autoguidovie da 15 anni, due giorni fa ha sequestrato un autobus carico di ragazzini, li ha legati e, dopo aver cosparso i sedili di benzina, con l'accendino in mano ha minacciato di bruciarli vivi. Ha raccontato ai pm di aver deviato il percorso del bus per «andare a Linate per prendere un aereo e tornare in Africa e usare i bambini come scudo», ha aggiunto di «sperare nella vittoria delle destre in Europa così non faranno venire gli africani». E ancora, nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità si è definito un seguace del movimento «panafricano» e mosso dal caso della nave Mare Jonio, che sarebbe stata «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». E ha aggiunto, attraverso l'avvocato: «La situazione mi è sfuggita di mano». I fatti, però, raccontano qualcosa di diverso e i particolari fanno pensare ad una attenta premeditazione. Per esempio il coltello, che è stato trovato tra le lamiere del bus bruciato, un pugnale a serramanico dalla lama di almeno 20 centimetri che l'uomo usava per terrorizzare i suoi ostaggi o il fatto che Sy avesse tolto tutti i martelletti frangivetro dal mezzo per evitare che qualcuno potesse fuggire, o quell'«accendi gas» come lo ha definito l'operatrice scolastica che accompagnava la scolaresca, che per tutto il viaggio ha tenuto in mano come un'arma. «Mi ha costretta a sequestrare i cellulari e a legare i bambini, con un coltello alla gola», ha raccontato la donna intervistata alle telecamere delle televisioni nazionali, «ho cercato di fare i nodi larghi alle fascette sperando che i ragazzi riuscissero a liberarsi» e «mentre mi facevo consegnare i telefoni cercavo di far capire ai ragazzi che stavano seduti in fondo, con lo sguardo, di tenerli» e per fortuna «uno dei ragazzini ha capito ed è riuscito ad avvisare la polizia».
Ieri le forze dell'ordine hanno anche recuperato un video del giorno precedente il sequestro ripreso dalle telecamere di sorveglianza di una stazione di servizio, in cui si vede l'uomo riempire una tanica di benzina. La stessa utilizzata per mettere in atto il suo piano: «Ogni tanto si fermava e faceva delle pause», ha raccontato ancora l'operatrice scolastica, «mi costringeva a spargere altra benzina e mi ordinava di oscurare i vetri usando delle bombolette spray e con l'accendigas in mano mi faceva capire “io sono pronto"». L'incubo è durato un'ora e un quarto nella quale l'uomo, secondo le testimonianze, «pareva lucido».
Sy doveva portare i 51 studenti della scuola media Vailati, e i tre accompagnatori, dalla palestra comunale Serio all'istituto che si trova nel centro di Crema, un percorso di pochi chilometri, ma all'improvviso ha deviato verso la provinciale 415 Paullese puntando su Linate.
Al momento a procedere è la procura di Milano che indaga per strage, sequestro di persona con l'aggravante del terrorismo, ma se dovesse cadere il reato di strage (perché l'autista avrebbe dato fuoco al mezzo dopo che gli studenti erano scesi) la competenza passerebbe alla Procura di Cremona, per la quale resterebbe comunque in piedi il sequestro di persona. Quello che è certo, è che Ousseynou Sy, aveva due precedenti penali alle spalle: una condanna risalente al 31 ottobre 2008 per guida in stato di ebbrezza per cui il senegalese aveva pagato un'ammenda da 680 euro e si era visto sospendere la patente per sei mesi e una condanna definitiva, in Cassazione, ad un anno, con pena sospesa, per molestie ad una diciassettenne risalente al 2017.
Nonostante questo il senegalese lavorava, indisturbato, come autista di mezzi pubblici, da 15 anni, trasportando ragazzini ogni giorno, senza che nessuno mai si fosse accorto di nulla. A permetterlo sono state le norme che obbligano alla comunicazione di precedenti penali ai datori di lavoro solo quando riguardano pubblici ufficiali. Per tutti gli altri il datore di lavoro può chiedere informazioni su eventuali trascorsi, passati in giudicato, nel caso in cui la mansione da assegnare sia di responsabilità, ma è tenuto a farlo esclusivamente al momento dell'assunzione. Per questo Autoguidovie, il colosso del trasporto pubblico che lo assunse nel lontano 2004, si sarebbe limitata a chiedere in quell'anno il certificato penale, senza poi più ripetere i controlli. Con uno stratagemma, inoltre, l'uomo riuscì a farla franca anche per la sospensione della patente. Si mise in malattia nel periodo in cui non poteva guidare e non comunicò l'accaduto all'azienda. E visto che nessun obbligo compete alla Motorizzazione civile relativamente a comunicazioni ai datori di lavoro su sospensioni del documento, purtroppo nemmeno nel caso si tratti di autisti di mezzi pubblici, tutto passò sotto silenzio. In queste ore gli inquirenti stanno cercando di sciogliere anche il mistero del video che Sy avrebbe girato per annunciare e motivare il suo gesto. A parlare del filmato-manifesto, girato prima di mettere in atto il piano e postato agli amici in Italia e in Senegal, ma per ora del video gli inquirenti non avrebbero trovato alcuna traccia.
Azione perfetta dell’Arma «normale»
La rivincita dell'Arma. Anzi dell'Arma «normale», quella delle stazioni e del nucleo radiomobile, con tutto il rispetto dei reparti speciali, dei Robocop e degli interventi all'americana e secondo i famosi «protocolli». Il giorno dopo la spettacolare impresa dei sei carabinieri di Paullo, con 51 ragazzini salvati senza sparare un solo colpo da un autista senegalese che voleva vendicare «i morti nel Mediterraneo», i carabinieri escono dall'incubo del caso Cucchi e il comandante generale, Giovanni Nistri, a una cerimonia interna, senza far polemica, scandisce: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera, facendo il nostro dovere in silenzio» .
Tutta Italia ha potuto vedere le immagini concitate del salvataggio dei bambini, le fiamme e il fumo che escono dallo scuolabus, la freddezza dei militari che sono intervenuti, agli ordini di un maresciallo di 49 anni, Roberto Manucci, romano, comandante di stazione vecchia maniera. Uno che con il berretto in testa sembra il ministro Giovanni Tria. I suoi uomini, e quelli delle gazzelle dei carabinieri, conoscevano al metro la strada sulla quale Ousseynou Sy ha dirottato l'autobus che gli era stato affidato e poi ha tentato di fare una strage. Sapevano esattamente dove e quando speronare, insomma.
Caso ha voluto che ieri mattina, a Roma, fosse in programma il cambio della guardia del vice comandante generale dell'Arma, con il generale di corpo d'armata Ilio Ciceri che ha preso il posto del pari età, Riccardo Amato. Il comandante Nistri, come si legge nel comunicato ufficiale, di fronte ai vertici dei carabinieri ha detto: «Quello che l'Arma è, lo ha dimostrato ieri. Ma vale ciò che ha detto uno dei protagonisti (un appuntato, ndr) : hanno fatto solo il loro dovere. L'essenza del gesto è nell'umiltà del carabiniere che ha parlato così. Il senso è voler bene alla comunità per la quale si lavora». In realtà, il comandante generale, secondo quanto racconta chi era presente, ha anche aggiunto: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera». A che cosa? Beh, è facile capire a che cosa: da giorni l'Arma è sotto schiaffo per il presunto depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, la Procura di Roma si prepara a mandare a processo ben otto militari ed è arrivata fino a un generale, ricostruendo una catena di insabbiamenti che dovrà superare il vaglio dei processi, ma che intanto appare vergognosa.
Ma ieri i carabinieri hanno festeggiato un'operazione tecnicamente perfetta. I nuclei speciali antiterrorismo, che sono schierati nelle città dove ci sono possibili obiettivi, probabilmente sarebbero intervenuti in modo diverso, forse avrebbero sparato e comunque si sarebbero coordinati più facilmente e con dotazioni migliori. Sulla Paullese, invece, è emersa l'incredibile professionalità di carabinieri della porta accanto, che hanno sfondato un finestrino con un semplice manganello e che hanno fermato un pullman con una berlina. Certo, hanno mezzo distrutto una macchina: ora speriamo che non gliela facciano pagare.
«Io picchiata perché indosso il velo»
«Oggi una ragazza ci ha strappato il velo dalla testa. Con esso ha tirato via tutti i valori su cui è fondata l'Europa. Ha distrutto e umiliato non solo noi, ma anche tutti quelli che credono nella libertà». Con queste parole, in un video che in pochi minuti è diventato virale, Fatima Zahra Lafram, giovane torinese, cittadina italiana di origine marocchina, ha raccontato l'aggressione di cui sarebbe stata vittima insieme a due amiche, mercoledì pomeriggio nel capoluogo piemontese. Ha raccontato così il fatto: «Tre amiche, ragazze che indossano l'hijab e che stavano tornando a casa dal centro di Torino, sono state aggredite a bordo del bus 59 barrato. Un'aggressione a sfondo razzista. Siamo state prese a calci e pugni e a una delle mie amiche una donna ha strappato il velo». E proprio mentre a Milano i carabinieri evitavano la strage di 51 bambini su un bus dato alle fiamme da un senegalese, la ragazza esponente dei Giovani musulmani d'Italia, scriveva: «Non è questa l'Italia in cui vorrei far crescere i miei figli però questo è il clima politico in cui viviamo, e quello che chiedo è il fatto di riconoscere che alcune parole possono avere un certo impatto. Il nostro silenzio ci rende complici».
Secondo il racconto, sul bus che collega il centro di Torino alle Vallette, subito dopo Fatima e le sue due amiche (una minorenne), sarebbero salite due ragazze intorno i 20 anni. Una delle due, una straniera comunitaria, aveva due cani di piccola taglia. Nuhaila, l'amica diciassettenne della Lafram, avendo paura dei cani si sarebbe allontanata e a quel punto la proprietaria degli animali avrebbe detto: «Avete paura del cane, ma non di fare attentati» e da lì l'aggressione fisica con calci e pugni e lo strappo del velo. L'autista ha bloccato l'autobus in attesa della polizia che ha ascoltato le testimonianze degli altri passeggeri a sostegno delle ragazze aggredite. Fatima poi è andata al pronto soccorso per sospetta lesione ad una mano, e col hijab nero in testa, ha pubblicizzato l'episodio: «Faccio questo video per denunciare che l'islamofobia e il razzismo sono cose reali. Non è la prima volta che mi succede ma è la prima volta che le prendo. È stato umiliante». Subito su Instagram il commento della sindaca Chiara Appendino: «Mi spiace, massima solidarietà. Ci sentiamo». A seguire l'assessore ai Diritti del Comune di Torino, Marco Giusta: «Ho sentito Fatima offrendo a lei e alle sue amiche vittime dell'aggressione la mia piena solidarietà».
Ha messo invece a disposizione delle tre ragazze il fondo regionale che sostiene le spese legali di chi è vittima di discriminazione, l'assessore regionale alle Pari opportunità, Monica Cerutti. Luca Deri, (Pd) presidente di circoscrizione e amico di famiglia della giovane musulmana, ha dichiarato: «Fatima è una ragazza italiana intelligente e brillante. La conosco da una dozzina di anni. Si è sempre spesa per favorire l'integrazione tra le culture diverse. Purtroppo le teste di legno in questo ultimo anno sono uscite allo scoperto».
Anche il Pd torinese ha preso posizione ribadendo quanto detto a Fatima da alcuni passeggeri del bus «L'Italia non è razzista, l'Italia siamo noi» e realizzando una locandina con una frase di Che Guevara: «Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare».
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I finestrini coperti, il coltello ritrovato, i bimbi come scudi: premeditato il dirottamento del bus. L'autista ai pm: «Servono governi di destra». La finta malattia per nascondere la patente sospesa. Il video ancora non si trova. Azione perfetta dell'Arma «normale». Il salvataggio della scolaresca ha visto i carabinieri della porta accanto comportarsi all'altezza dei corpi speciali. La risposta alla sofferenza provocata dal caso Cucchi. «Io picchiata perché indosso il velo». Attivista italomarocchina dei Giovani musulmani di Torino: «È colpa del clima politico che c'è in Italia». Ma ad aggredirle sarebbe stata una straniera. Solidarietà da Pd e M5s. Lo speciale comprende tre articoli. Ai ragazzini, che teneva in ostaggio sul bus, gridava di voler fare una strage per «vendicare i morti in mare». Una volta finito in gabbia, invece, ha tentato di cambiare versione. «Non volevo fare del male ai bambini», ha sostenuto, ma «volevo dare un segnale all'Africa, perché gli africani restino là». Così ieri, dal carcere di San Vittore di Milano dove si trova come sorvegliato speciale, ha tentato di giustificare il suo gesto Oussenyou Sy, il senegalese con cittadinanza italiana, residente a Crema. Autista di Autoguidovie da 15 anni, due giorni fa ha sequestrato un autobus carico di ragazzini, li ha legati e, dopo aver cosparso i sedili di benzina, con l'accendino in mano ha minacciato di bruciarli vivi. Ha raccontato ai pm di aver deviato il percorso del bus per «andare a Linate per prendere un aereo e tornare in Africa e usare i bambini come scudo», ha aggiunto di «sperare nella vittoria delle destre in Europa così non faranno venire gli africani». E ancora, nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità si è definito un seguace del movimento «panafricano» e mosso dal caso della nave Mare Jonio, che sarebbe stata «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». E ha aggiunto, attraverso l'avvocato: «La situazione mi è sfuggita di mano». I fatti, però, raccontano qualcosa di diverso e i particolari fanno pensare ad una attenta premeditazione. Per esempio il coltello, che è stato trovato tra le lamiere del bus bruciato, un pugnale a serramanico dalla lama di almeno 20 centimetri che l'uomo usava per terrorizzare i suoi ostaggi o il fatto che Sy avesse tolto tutti i martelletti frangivetro dal mezzo per evitare che qualcuno potesse fuggire, o quell'«accendi gas» come lo ha definito l'operatrice scolastica che accompagnava la scolaresca, che per tutto il viaggio ha tenuto in mano come un'arma. «Mi ha costretta a sequestrare i cellulari e a legare i bambini, con un coltello alla gola», ha raccontato la donna intervistata alle telecamere delle televisioni nazionali, «ho cercato di fare i nodi larghi alle fascette sperando che i ragazzi riuscissero a liberarsi» e «mentre mi facevo consegnare i telefoni cercavo di far capire ai ragazzi che stavano seduti in fondo, con lo sguardo, di tenerli» e per fortuna «uno dei ragazzini ha capito ed è riuscito ad avvisare la polizia». Ieri le forze dell'ordine hanno anche recuperato un video del giorno precedente il sequestro ripreso dalle telecamere di sorveglianza di una stazione di servizio, in cui si vede l'uomo riempire una tanica di benzina. La stessa utilizzata per mettere in atto il suo piano: «Ogni tanto si fermava e faceva delle pause», ha raccontato ancora l'operatrice scolastica, «mi costringeva a spargere altra benzina e mi ordinava di oscurare i vetri usando delle bombolette spray e con l'accendigas in mano mi faceva capire “io sono pronto"». L'incubo è durato un'ora e un quarto nella quale l'uomo, secondo le testimonianze, «pareva lucido». Sy doveva portare i 51 studenti della scuola media Vailati, e i tre accompagnatori, dalla palestra comunale Serio all'istituto che si trova nel centro di Crema, un percorso di pochi chilometri, ma all'improvviso ha deviato verso la provinciale 415 Paullese puntando su Linate. Al momento a procedere è la procura di Milano che indaga per strage, sequestro di persona con l'aggravante del terrorismo, ma se dovesse cadere il reato di strage (perché l'autista avrebbe dato fuoco al mezzo dopo che gli studenti erano scesi) la competenza passerebbe alla Procura di Cremona, per la quale resterebbe comunque in piedi il sequestro di persona. Quello che è certo, è che Ousseynou Sy, aveva due precedenti penali alle spalle: una condanna risalente al 31 ottobre 2008 per guida in stato di ebbrezza per cui il senegalese aveva pagato un'ammenda da 680 euro e si era visto sospendere la patente per sei mesi e una condanna definitiva, in Cassazione, ad un anno, con pena sospesa, per molestie ad una diciassettenne risalente al 2017. Nonostante questo il senegalese lavorava, indisturbato, come autista di mezzi pubblici, da 15 anni, trasportando ragazzini ogni giorno, senza che nessuno mai si fosse accorto di nulla. A permetterlo sono state le norme che obbligano alla comunicazione di precedenti penali ai datori di lavoro solo quando riguardano pubblici ufficiali. Per tutti gli altri il datore di lavoro può chiedere informazioni su eventuali trascorsi, passati in giudicato, nel caso in cui la mansione da assegnare sia di responsabilità, ma è tenuto a farlo esclusivamente al momento dell'assunzione. Per questo Autoguidovie, il colosso del trasporto pubblico che lo assunse nel lontano 2004, si sarebbe limitata a chiedere in quell'anno il certificato penale, senza poi più ripetere i controlli. Con uno stratagemma, inoltre, l'uomo riuscì a farla franca anche per la sospensione della patente. Si mise in malattia nel periodo in cui non poteva guidare e non comunicò l'accaduto all'azienda. E visto che nessun obbligo compete alla Motorizzazione civile relativamente a comunicazioni ai datori di lavoro su sospensioni del documento, purtroppo nemmeno nel caso si tratti di autisti di mezzi pubblici, tutto passò sotto silenzio. In queste ore gli inquirenti stanno cercando di sciogliere anche il mistero del video che Sy avrebbe girato per annunciare e motivare il suo gesto. 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Il giorno dopo la spettacolare impresa dei sei carabinieri di Paullo, con 51 ragazzini salvati senza sparare un solo colpo da un autista senegalese che voleva vendicare «i morti nel Mediterraneo», i carabinieri escono dall'incubo del caso Cucchi e il comandante generale, Giovanni Nistri, a una cerimonia interna, senza far polemica, scandisce: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera, facendo il nostro dovere in silenzio» . Tutta Italia ha potuto vedere le immagini concitate del salvataggio dei bambini, le fiamme e il fumo che escono dallo scuolabus, la freddezza dei militari che sono intervenuti, agli ordini di un maresciallo di 49 anni, Roberto Manucci, romano, comandante di stazione vecchia maniera. Uno che con il berretto in testa sembra il ministro Giovanni Tria. I suoi uomini, e quelli delle gazzelle dei carabinieri, conoscevano al metro la strada sulla quale Ousseynou Sy ha dirottato l'autobus che gli era stato affidato e poi ha tentato di fare una strage. Sapevano esattamente dove e quando speronare, insomma. Caso ha voluto che ieri mattina, a Roma, fosse in programma il cambio della guardia del vice comandante generale dell'Arma, con il generale di corpo d'armata Ilio Ciceri che ha preso il posto del pari età, Riccardo Amato. Il comandante Nistri, come si legge nel comunicato ufficiale, di fronte ai vertici dei carabinieri ha detto: «Quello che l'Arma è, lo ha dimostrato ieri. Ma vale ciò che ha detto uno dei protagonisti (un appuntato, ndr) : hanno fatto solo il loro dovere. L'essenza del gesto è nell'umiltà del carabiniere che ha parlato così. Il senso è voler bene alla comunità per la quale si lavora». In realtà, il comandante generale, secondo quanto racconta chi era presente, ha anche aggiunto: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera». A che cosa? Beh, è facile capire a che cosa: da giorni l'Arma è sotto schiaffo per il presunto depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, la Procura di Roma si prepara a mandare a processo ben otto militari ed è arrivata fino a un generale, ricostruendo una catena di insabbiamenti che dovrà superare il vaglio dei processi, ma che intanto appare vergognosa. Ma ieri i carabinieri hanno festeggiato un'operazione tecnicamente perfetta. I nuclei speciali antiterrorismo, che sono schierati nelle città dove ci sono possibili obiettivi, probabilmente sarebbero intervenuti in modo diverso, forse avrebbero sparato e comunque si sarebbero coordinati più facilmente e con dotazioni migliori. Sulla Paullese, invece, è emersa l'incredibile professionalità di carabinieri della porta accanto, che hanno sfondato un finestrino con un semplice manganello e che hanno fermato un pullman con una berlina. 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Con queste parole, in un video che in pochi minuti è diventato virale, Fatima Zahra Lafram, giovane torinese, cittadina italiana di origine marocchina, ha raccontato l'aggressione di cui sarebbe stata vittima insieme a due amiche, mercoledì pomeriggio nel capoluogo piemontese. Ha raccontato così il fatto: «Tre amiche, ragazze che indossano l'hijab e che stavano tornando a casa dal centro di Torino, sono state aggredite a bordo del bus 59 barrato. Un'aggressione a sfondo razzista. Siamo state prese a calci e pugni e a una delle mie amiche una donna ha strappato il velo». E proprio mentre a Milano i carabinieri evitavano la strage di 51 bambini su un bus dato alle fiamme da un senegalese, la ragazza esponente dei Giovani musulmani d'Italia, scriveva: «Non è questa l'Italia in cui vorrei far crescere i miei figli però questo è il clima politico in cui viviamo, e quello che chiedo è il fatto di riconoscere che alcune parole possono avere un certo impatto. Il nostro silenzio ci rende complici». Secondo il racconto, sul bus che collega il centro di Torino alle Vallette, subito dopo Fatima e le sue due amiche (una minorenne), sarebbero salite due ragazze intorno i 20 anni. Una delle due, una straniera comunitaria, aveva due cani di piccola taglia. Nuhaila, l'amica diciassettenne della Lafram, avendo paura dei cani si sarebbe allontanata e a quel punto la proprietaria degli animali avrebbe detto: «Avete paura del cane, ma non di fare attentati» e da lì l'aggressione fisica con calci e pugni e lo strappo del velo. L'autista ha bloccato l'autobus in attesa della polizia che ha ascoltato le testimonianze degli altri passeggeri a sostegno delle ragazze aggredite. Fatima poi è andata al pronto soccorso per sospetta lesione ad una mano, e col hijab nero in testa, ha pubblicizzato l'episodio: «Faccio questo video per denunciare che l'islamofobia e il razzismo sono cose reali. Non è la prima volta che mi succede ma è la prima volta che le prendo. È stato umiliante». Subito su Instagram il commento della sindaca Chiara Appendino: «Mi spiace, massima solidarietà. Ci sentiamo». A seguire l'assessore ai Diritti del Comune di Torino, Marco Giusta: «Ho sentito Fatima offrendo a lei e alle sue amiche vittime dell'aggressione la mia piena solidarietà». Ha messo invece a disposizione delle tre ragazze il fondo regionale che sostiene le spese legali di chi è vittima di discriminazione, l'assessore regionale alle Pari opportunità, Monica Cerutti. Luca Deri, (Pd) presidente di circoscrizione e amico di famiglia della giovane musulmana, ha dichiarato: «Fatima è una ragazza italiana intelligente e brillante. La conosco da una dozzina di anni. Si è sempre spesa per favorire l'integrazione tra le culture diverse. Purtroppo le teste di legno in questo ultimo anno sono uscite allo scoperto». Anche il Pd torinese ha preso posizione ribadendo quanto detto a Fatima da alcuni passeggeri del bus «L'Italia non è razzista, l'Italia siamo noi» e realizzando una locandina con una frase di Che Guevara: «Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare».
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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