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2019-03-22
Vogliono farlo passare per matto ma il senegalese ha preparato tutto
Ansa
Ai ragazzini, che teneva in ostaggio sul bus, gridava di voler fare una strage per «vendicare i morti in mare». Una volta finito in gabbia, invece, ha tentato di cambiare versione. «Non volevo fare del male ai bambini», ha sostenuto, ma «volevo dare un segnale all'Africa, perché gli africani restino là». Così ieri, dal carcere di San Vittore di Milano dove si trova come sorvegliato speciale, ha tentato di giustificare il suo gesto Oussenyou Sy, il senegalese con cittadinanza italiana, residente a Crema. Autista di Autoguidovie da 15 anni, due giorni fa ha sequestrato un autobus carico di ragazzini, li ha legati e, dopo aver cosparso i sedili di benzina, con l'accendino in mano ha minacciato di bruciarli vivi. Ha raccontato ai pm di aver deviato il percorso del bus per «andare a Linate per prendere un aereo e tornare in Africa e usare i bambini come scudo», ha aggiunto di «sperare nella vittoria delle destre in Europa così non faranno venire gli africani». E ancora, nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità si è definito un seguace del movimento «panafricano» e mosso dal caso della nave Mare Jonio, che sarebbe stata «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». E ha aggiunto, attraverso l'avvocato: «La situazione mi è sfuggita di mano». I fatti, però, raccontano qualcosa di diverso e i particolari fanno pensare ad una attenta premeditazione. Per esempio il coltello, che è stato trovato tra le lamiere del bus bruciato, un pugnale a serramanico dalla lama di almeno 20 centimetri che l'uomo usava per terrorizzare i suoi ostaggi o il fatto che Sy avesse tolto tutti i martelletti frangivetro dal mezzo per evitare che qualcuno potesse fuggire, o quell'«accendi gas» come lo ha definito l'operatrice scolastica che accompagnava la scolaresca, che per tutto il viaggio ha tenuto in mano come un'arma. «Mi ha costretta a sequestrare i cellulari e a legare i bambini, con un coltello alla gola», ha raccontato la donna intervistata alle telecamere delle televisioni nazionali, «ho cercato di fare i nodi larghi alle fascette sperando che i ragazzi riuscissero a liberarsi» e «mentre mi facevo consegnare i telefoni cercavo di far capire ai ragazzi che stavano seduti in fondo, con lo sguardo, di tenerli» e per fortuna «uno dei ragazzini ha capito ed è riuscito ad avvisare la polizia».
Ieri le forze dell'ordine hanno anche recuperato un video del giorno precedente il sequestro ripreso dalle telecamere di sorveglianza di una stazione di servizio, in cui si vede l'uomo riempire una tanica di benzina. La stessa utilizzata per mettere in atto il suo piano: «Ogni tanto si fermava e faceva delle pause», ha raccontato ancora l'operatrice scolastica, «mi costringeva a spargere altra benzina e mi ordinava di oscurare i vetri usando delle bombolette spray e con l'accendigas in mano mi faceva capire “io sono pronto"». L'incubo è durato un'ora e un quarto nella quale l'uomo, secondo le testimonianze, «pareva lucido».
Sy doveva portare i 51 studenti della scuola media Vailati, e i tre accompagnatori, dalla palestra comunale Serio all'istituto che si trova nel centro di Crema, un percorso di pochi chilometri, ma all'improvviso ha deviato verso la provinciale 415 Paullese puntando su Linate.
Al momento a procedere è la procura di Milano che indaga per strage, sequestro di persona con l'aggravante del terrorismo, ma se dovesse cadere il reato di strage (perché l'autista avrebbe dato fuoco al mezzo dopo che gli studenti erano scesi) la competenza passerebbe alla Procura di Cremona, per la quale resterebbe comunque in piedi il sequestro di persona. Quello che è certo, è che Ousseynou Sy, aveva due precedenti penali alle spalle: una condanna risalente al 31 ottobre 2008 per guida in stato di ebbrezza per cui il senegalese aveva pagato un'ammenda da 680 euro e si era visto sospendere la patente per sei mesi e una condanna definitiva, in Cassazione, ad un anno, con pena sospesa, per molestie ad una diciassettenne risalente al 2017.
Nonostante questo il senegalese lavorava, indisturbato, come autista di mezzi pubblici, da 15 anni, trasportando ragazzini ogni giorno, senza che nessuno mai si fosse accorto di nulla. A permetterlo sono state le norme che obbligano alla comunicazione di precedenti penali ai datori di lavoro solo quando riguardano pubblici ufficiali. Per tutti gli altri il datore di lavoro può chiedere informazioni su eventuali trascorsi, passati in giudicato, nel caso in cui la mansione da assegnare sia di responsabilità, ma è tenuto a farlo esclusivamente al momento dell'assunzione. Per questo Autoguidovie, il colosso del trasporto pubblico che lo assunse nel lontano 2004, si sarebbe limitata a chiedere in quell'anno il certificato penale, senza poi più ripetere i controlli. Con uno stratagemma, inoltre, l'uomo riuscì a farla franca anche per la sospensione della patente. Si mise in malattia nel periodo in cui non poteva guidare e non comunicò l'accaduto all'azienda. E visto che nessun obbligo compete alla Motorizzazione civile relativamente a comunicazioni ai datori di lavoro su sospensioni del documento, purtroppo nemmeno nel caso si tratti di autisti di mezzi pubblici, tutto passò sotto silenzio. In queste ore gli inquirenti stanno cercando di sciogliere anche il mistero del video che Sy avrebbe girato per annunciare e motivare il suo gesto. A parlare del filmato-manifesto, girato prima di mettere in atto il piano e postato agli amici in Italia e in Senegal, ma per ora del video gli inquirenti non avrebbero trovato alcuna traccia.
Azione perfetta dell’Arma «normale»
La rivincita dell'Arma. Anzi dell'Arma «normale», quella delle stazioni e del nucleo radiomobile, con tutto il rispetto dei reparti speciali, dei Robocop e degli interventi all'americana e secondo i famosi «protocolli». Il giorno dopo la spettacolare impresa dei sei carabinieri di Paullo, con 51 ragazzini salvati senza sparare un solo colpo da un autista senegalese che voleva vendicare «i morti nel Mediterraneo», i carabinieri escono dall'incubo del caso Cucchi e il comandante generale, Giovanni Nistri, a una cerimonia interna, senza far polemica, scandisce: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera, facendo il nostro dovere in silenzio» .
Tutta Italia ha potuto vedere le immagini concitate del salvataggio dei bambini, le fiamme e il fumo che escono dallo scuolabus, la freddezza dei militari che sono intervenuti, agli ordini di un maresciallo di 49 anni, Roberto Manucci, romano, comandante di stazione vecchia maniera. Uno che con il berretto in testa sembra il ministro Giovanni Tria. I suoi uomini, e quelli delle gazzelle dei carabinieri, conoscevano al metro la strada sulla quale Ousseynou Sy ha dirottato l'autobus che gli era stato affidato e poi ha tentato di fare una strage. Sapevano esattamente dove e quando speronare, insomma.
Caso ha voluto che ieri mattina, a Roma, fosse in programma il cambio della guardia del vice comandante generale dell'Arma, con il generale di corpo d'armata Ilio Ciceri che ha preso il posto del pari età, Riccardo Amato. Il comandante Nistri, come si legge nel comunicato ufficiale, di fronte ai vertici dei carabinieri ha detto: «Quello che l'Arma è, lo ha dimostrato ieri. Ma vale ciò che ha detto uno dei protagonisti (un appuntato, ndr) : hanno fatto solo il loro dovere. L'essenza del gesto è nell'umiltà del carabiniere che ha parlato così. Il senso è voler bene alla comunità per la quale si lavora». In realtà, il comandante generale, secondo quanto racconta chi era presente, ha anche aggiunto: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera». A che cosa? Beh, è facile capire a che cosa: da giorni l'Arma è sotto schiaffo per il presunto depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, la Procura di Roma si prepara a mandare a processo ben otto militari ed è arrivata fino a un generale, ricostruendo una catena di insabbiamenti che dovrà superare il vaglio dei processi, ma che intanto appare vergognosa.
Ma ieri i carabinieri hanno festeggiato un'operazione tecnicamente perfetta. I nuclei speciali antiterrorismo, che sono schierati nelle città dove ci sono possibili obiettivi, probabilmente sarebbero intervenuti in modo diverso, forse avrebbero sparato e comunque si sarebbero coordinati più facilmente e con dotazioni migliori. Sulla Paullese, invece, è emersa l'incredibile professionalità di carabinieri della porta accanto, che hanno sfondato un finestrino con un semplice manganello e che hanno fermato un pullman con una berlina. Certo, hanno mezzo distrutto una macchina: ora speriamo che non gliela facciano pagare.
«Io picchiata perché indosso il velo»
«Oggi una ragazza ci ha strappato il velo dalla testa. Con esso ha tirato via tutti i valori su cui è fondata l'Europa. Ha distrutto e umiliato non solo noi, ma anche tutti quelli che credono nella libertà». Con queste parole, in un video che in pochi minuti è diventato virale, Fatima Zahra Lafram, giovane torinese, cittadina italiana di origine marocchina, ha raccontato l'aggressione di cui sarebbe stata vittima insieme a due amiche, mercoledì pomeriggio nel capoluogo piemontese. Ha raccontato così il fatto: «Tre amiche, ragazze che indossano l'hijab e che stavano tornando a casa dal centro di Torino, sono state aggredite a bordo del bus 59 barrato. Un'aggressione a sfondo razzista. Siamo state prese a calci e pugni e a una delle mie amiche una donna ha strappato il velo». E proprio mentre a Milano i carabinieri evitavano la strage di 51 bambini su un bus dato alle fiamme da un senegalese, la ragazza esponente dei Giovani musulmani d'Italia, scriveva: «Non è questa l'Italia in cui vorrei far crescere i miei figli però questo è il clima politico in cui viviamo, e quello che chiedo è il fatto di riconoscere che alcune parole possono avere un certo impatto. Il nostro silenzio ci rende complici».
Secondo il racconto, sul bus che collega il centro di Torino alle Vallette, subito dopo Fatima e le sue due amiche (una minorenne), sarebbero salite due ragazze intorno i 20 anni. Una delle due, una straniera comunitaria, aveva due cani di piccola taglia. Nuhaila, l'amica diciassettenne della Lafram, avendo paura dei cani si sarebbe allontanata e a quel punto la proprietaria degli animali avrebbe detto: «Avete paura del cane, ma non di fare attentati» e da lì l'aggressione fisica con calci e pugni e lo strappo del velo. L'autista ha bloccato l'autobus in attesa della polizia che ha ascoltato le testimonianze degli altri passeggeri a sostegno delle ragazze aggredite. Fatima poi è andata al pronto soccorso per sospetta lesione ad una mano, e col hijab nero in testa, ha pubblicizzato l'episodio: «Faccio questo video per denunciare che l'islamofobia e il razzismo sono cose reali. Non è la prima volta che mi succede ma è la prima volta che le prendo. È stato umiliante». Subito su Instagram il commento della sindaca Chiara Appendino: «Mi spiace, massima solidarietà. Ci sentiamo». A seguire l'assessore ai Diritti del Comune di Torino, Marco Giusta: «Ho sentito Fatima offrendo a lei e alle sue amiche vittime dell'aggressione la mia piena solidarietà».
Ha messo invece a disposizione delle tre ragazze il fondo regionale che sostiene le spese legali di chi è vittima di discriminazione, l'assessore regionale alle Pari opportunità, Monica Cerutti. Luca Deri, (Pd) presidente di circoscrizione e amico di famiglia della giovane musulmana, ha dichiarato: «Fatima è una ragazza italiana intelligente e brillante. La conosco da una dozzina di anni. Si è sempre spesa per favorire l'integrazione tra le culture diverse. Purtroppo le teste di legno in questo ultimo anno sono uscite allo scoperto».
Anche il Pd torinese ha preso posizione ribadendo quanto detto a Fatima da alcuni passeggeri del bus «L'Italia non è razzista, l'Italia siamo noi» e realizzando una locandina con una frase di Che Guevara: «Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare».
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I finestrini coperti, il coltello ritrovato, i bimbi come scudi: premeditato il dirottamento del bus. L'autista ai pm: «Servono governi di destra». La finta malattia per nascondere la patente sospesa. Il video ancora non si trova. Azione perfetta dell'Arma «normale». Il salvataggio della scolaresca ha visto i carabinieri della porta accanto comportarsi all'altezza dei corpi speciali. La risposta alla sofferenza provocata dal caso Cucchi. «Io picchiata perché indosso il velo». Attivista italomarocchina dei Giovani musulmani di Torino: «È colpa del clima politico che c'è in Italia». Ma ad aggredirle sarebbe stata una straniera. Solidarietà da Pd e M5s. Lo speciale comprende tre articoli. Ai ragazzini, che teneva in ostaggio sul bus, gridava di voler fare una strage per «vendicare i morti in mare». Una volta finito in gabbia, invece, ha tentato di cambiare versione. «Non volevo fare del male ai bambini», ha sostenuto, ma «volevo dare un segnale all'Africa, perché gli africani restino là». Così ieri, dal carcere di San Vittore di Milano dove si trova come sorvegliato speciale, ha tentato di giustificare il suo gesto Oussenyou Sy, il senegalese con cittadinanza italiana, residente a Crema. Autista di Autoguidovie da 15 anni, due giorni fa ha sequestrato un autobus carico di ragazzini, li ha legati e, dopo aver cosparso i sedili di benzina, con l'accendino in mano ha minacciato di bruciarli vivi. Ha raccontato ai pm di aver deviato il percorso del bus per «andare a Linate per prendere un aereo e tornare in Africa e usare i bambini come scudo», ha aggiunto di «sperare nella vittoria delle destre in Europa così non faranno venire gli africani». E ancora, nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità si è definito un seguace del movimento «panafricano» e mosso dal caso della nave Mare Jonio, che sarebbe stata «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». E ha aggiunto, attraverso l'avvocato: «La situazione mi è sfuggita di mano». I fatti, però, raccontano qualcosa di diverso e i particolari fanno pensare ad una attenta premeditazione. Per esempio il coltello, che è stato trovato tra le lamiere del bus bruciato, un pugnale a serramanico dalla lama di almeno 20 centimetri che l'uomo usava per terrorizzare i suoi ostaggi o il fatto che Sy avesse tolto tutti i martelletti frangivetro dal mezzo per evitare che qualcuno potesse fuggire, o quell'«accendi gas» come lo ha definito l'operatrice scolastica che accompagnava la scolaresca, che per tutto il viaggio ha tenuto in mano come un'arma. «Mi ha costretta a sequestrare i cellulari e a legare i bambini, con un coltello alla gola», ha raccontato la donna intervistata alle telecamere delle televisioni nazionali, «ho cercato di fare i nodi larghi alle fascette sperando che i ragazzi riuscissero a liberarsi» e «mentre mi facevo consegnare i telefoni cercavo di far capire ai ragazzi che stavano seduti in fondo, con lo sguardo, di tenerli» e per fortuna «uno dei ragazzini ha capito ed è riuscito ad avvisare la polizia». Ieri le forze dell'ordine hanno anche recuperato un video del giorno precedente il sequestro ripreso dalle telecamere di sorveglianza di una stazione di servizio, in cui si vede l'uomo riempire una tanica di benzina. La stessa utilizzata per mettere in atto il suo piano: «Ogni tanto si fermava e faceva delle pause», ha raccontato ancora l'operatrice scolastica, «mi costringeva a spargere altra benzina e mi ordinava di oscurare i vetri usando delle bombolette spray e con l'accendigas in mano mi faceva capire “io sono pronto"». L'incubo è durato un'ora e un quarto nella quale l'uomo, secondo le testimonianze, «pareva lucido». Sy doveva portare i 51 studenti della scuola media Vailati, e i tre accompagnatori, dalla palestra comunale Serio all'istituto che si trova nel centro di Crema, un percorso di pochi chilometri, ma all'improvviso ha deviato verso la provinciale 415 Paullese puntando su Linate. Al momento a procedere è la procura di Milano che indaga per strage, sequestro di persona con l'aggravante del terrorismo, ma se dovesse cadere il reato di strage (perché l'autista avrebbe dato fuoco al mezzo dopo che gli studenti erano scesi) la competenza passerebbe alla Procura di Cremona, per la quale resterebbe comunque in piedi il sequestro di persona. Quello che è certo, è che Ousseynou Sy, aveva due precedenti penali alle spalle: una condanna risalente al 31 ottobre 2008 per guida in stato di ebbrezza per cui il senegalese aveva pagato un'ammenda da 680 euro e si era visto sospendere la patente per sei mesi e una condanna definitiva, in Cassazione, ad un anno, con pena sospesa, per molestie ad una diciassettenne risalente al 2017. Nonostante questo il senegalese lavorava, indisturbato, come autista di mezzi pubblici, da 15 anni, trasportando ragazzini ogni giorno, senza che nessuno mai si fosse accorto di nulla. A permetterlo sono state le norme che obbligano alla comunicazione di precedenti penali ai datori di lavoro solo quando riguardano pubblici ufficiali. Per tutti gli altri il datore di lavoro può chiedere informazioni su eventuali trascorsi, passati in giudicato, nel caso in cui la mansione da assegnare sia di responsabilità, ma è tenuto a farlo esclusivamente al momento dell'assunzione. Per questo Autoguidovie, il colosso del trasporto pubblico che lo assunse nel lontano 2004, si sarebbe limitata a chiedere in quell'anno il certificato penale, senza poi più ripetere i controlli. Con uno stratagemma, inoltre, l'uomo riuscì a farla franca anche per la sospensione della patente. Si mise in malattia nel periodo in cui non poteva guidare e non comunicò l'accaduto all'azienda. E visto che nessun obbligo compete alla Motorizzazione civile relativamente a comunicazioni ai datori di lavoro su sospensioni del documento, purtroppo nemmeno nel caso si tratti di autisti di mezzi pubblici, tutto passò sotto silenzio. In queste ore gli inquirenti stanno cercando di sciogliere anche il mistero del video che Sy avrebbe girato per annunciare e motivare il suo gesto. 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Il giorno dopo la spettacolare impresa dei sei carabinieri di Paullo, con 51 ragazzini salvati senza sparare un solo colpo da un autista senegalese che voleva vendicare «i morti nel Mediterraneo», i carabinieri escono dall'incubo del caso Cucchi e il comandante generale, Giovanni Nistri, a una cerimonia interna, senza far polemica, scandisce: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera, facendo il nostro dovere in silenzio» . Tutta Italia ha potuto vedere le immagini concitate del salvataggio dei bambini, le fiamme e il fumo che escono dallo scuolabus, la freddezza dei militari che sono intervenuti, agli ordini di un maresciallo di 49 anni, Roberto Manucci, romano, comandante di stazione vecchia maniera. Uno che con il berretto in testa sembra il ministro Giovanni Tria. I suoi uomini, e quelli delle gazzelle dei carabinieri, conoscevano al metro la strada sulla quale Ousseynou Sy ha dirottato l'autobus che gli era stato affidato e poi ha tentato di fare una strage. Sapevano esattamente dove e quando speronare, insomma. Caso ha voluto che ieri mattina, a Roma, fosse in programma il cambio della guardia del vice comandante generale dell'Arma, con il generale di corpo d'armata Ilio Ciceri che ha preso il posto del pari età, Riccardo Amato. Il comandante Nistri, come si legge nel comunicato ufficiale, di fronte ai vertici dei carabinieri ha detto: «Quello che l'Arma è, lo ha dimostrato ieri. Ma vale ciò che ha detto uno dei protagonisti (un appuntato, ndr) : hanno fatto solo il loro dovere. L'essenza del gesto è nell'umiltà del carabiniere che ha parlato così. Il senso è voler bene alla comunità per la quale si lavora». In realtà, il comandante generale, secondo quanto racconta chi era presente, ha anche aggiunto: «Ieri abbiamo risposto alla nostra maniera». A che cosa? Beh, è facile capire a che cosa: da giorni l'Arma è sotto schiaffo per il presunto depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, la Procura di Roma si prepara a mandare a processo ben otto militari ed è arrivata fino a un generale, ricostruendo una catena di insabbiamenti che dovrà superare il vaglio dei processi, ma che intanto appare vergognosa. Ma ieri i carabinieri hanno festeggiato un'operazione tecnicamente perfetta. I nuclei speciali antiterrorismo, che sono schierati nelle città dove ci sono possibili obiettivi, probabilmente sarebbero intervenuti in modo diverso, forse avrebbero sparato e comunque si sarebbero coordinati più facilmente e con dotazioni migliori. Sulla Paullese, invece, è emersa l'incredibile professionalità di carabinieri della porta accanto, che hanno sfondato un finestrino con un semplice manganello e che hanno fermato un pullman con una berlina. 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Con queste parole, in un video che in pochi minuti è diventato virale, Fatima Zahra Lafram, giovane torinese, cittadina italiana di origine marocchina, ha raccontato l'aggressione di cui sarebbe stata vittima insieme a due amiche, mercoledì pomeriggio nel capoluogo piemontese. Ha raccontato così il fatto: «Tre amiche, ragazze che indossano l'hijab e che stavano tornando a casa dal centro di Torino, sono state aggredite a bordo del bus 59 barrato. Un'aggressione a sfondo razzista. Siamo state prese a calci e pugni e a una delle mie amiche una donna ha strappato il velo». E proprio mentre a Milano i carabinieri evitavano la strage di 51 bambini su un bus dato alle fiamme da un senegalese, la ragazza esponente dei Giovani musulmani d'Italia, scriveva: «Non è questa l'Italia in cui vorrei far crescere i miei figli però questo è il clima politico in cui viviamo, e quello che chiedo è il fatto di riconoscere che alcune parole possono avere un certo impatto. Il nostro silenzio ci rende complici». Secondo il racconto, sul bus che collega il centro di Torino alle Vallette, subito dopo Fatima e le sue due amiche (una minorenne), sarebbero salite due ragazze intorno i 20 anni. Una delle due, una straniera comunitaria, aveva due cani di piccola taglia. Nuhaila, l'amica diciassettenne della Lafram, avendo paura dei cani si sarebbe allontanata e a quel punto la proprietaria degli animali avrebbe detto: «Avete paura del cane, ma non di fare attentati» e da lì l'aggressione fisica con calci e pugni e lo strappo del velo. L'autista ha bloccato l'autobus in attesa della polizia che ha ascoltato le testimonianze degli altri passeggeri a sostegno delle ragazze aggredite. Fatima poi è andata al pronto soccorso per sospetta lesione ad una mano, e col hijab nero in testa, ha pubblicizzato l'episodio: «Faccio questo video per denunciare che l'islamofobia e il razzismo sono cose reali. Non è la prima volta che mi succede ma è la prima volta che le prendo. È stato umiliante». Subito su Instagram il commento della sindaca Chiara Appendino: «Mi spiace, massima solidarietà. Ci sentiamo». A seguire l'assessore ai Diritti del Comune di Torino, Marco Giusta: «Ho sentito Fatima offrendo a lei e alle sue amiche vittime dell'aggressione la mia piena solidarietà». Ha messo invece a disposizione delle tre ragazze il fondo regionale che sostiene le spese legali di chi è vittima di discriminazione, l'assessore regionale alle Pari opportunità, Monica Cerutti. Luca Deri, (Pd) presidente di circoscrizione e amico di famiglia della giovane musulmana, ha dichiarato: «Fatima è una ragazza italiana intelligente e brillante. La conosco da una dozzina di anni. Si è sempre spesa per favorire l'integrazione tra le culture diverse. Purtroppo le teste di legno in questo ultimo anno sono uscite allo scoperto». Anche il Pd torinese ha preso posizione ribadendo quanto detto a Fatima da alcuni passeggeri del bus «L'Italia non è razzista, l'Italia siamo noi» e realizzando una locandina con una frase di Che Guevara: «Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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