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2022-02-22
Vivian Maier. In mostra a Torino il volto inedito della fotografa «invisibile»
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Una teca che custodisce una Rolleiflex e un cappello e poi, alle pareti, immagini. Tante immagini. Ben 270. I suoi celebri autoritratti, ombre lunghissime riflesse nelle vetrine; primi piani di gente comune, lo zoom che punta discreto su particolari che sfuggono ai più; New York e Chicago, le «sue città»; la Francia e poi Genova e Torino, a ricordo di un viaggio in Italia (uno dei pochissimi viaggi, se non l’unico…) compiuto nella calda estate del 1959. Questa, in sintesi, la splendida mostra che Torino, non a caso, dedica a Vivian Maier, la fotografa «invisibile » che morì ad 83 anni anonima e sola , senza (forse) sapere quanto grande fosse il suo talento.
Una figura ancora non del tutto svelata quella della Maier. Solitaria e misteriosa, di lei si sanno poche, essenziali notizie. Nata a New York nel 1926, morta a Chicagho nel 2009, la giovinezza in Francia e il resto della sua esistenza trascorsa negli Stati Uniti. New York prima e Chicago poi. La casa (fino a quando ne ebbe una) in periferia e i quartieri della high society frequentati solo per lavoro, come tata di famiglie abbienti. E poi, tra la fine degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio, il crollo totale e la vendita dei suoi negativi all’asta. I suoi negativi. L’unico tesoro che possedeva ( seppur incosapevole del loro valore, presente e futuro) in quantità smisurata, così abnorme da non riuscire a svilupparli tutti.
Cumulatrice seriale di immagini (e non solo), la Maier non usciva mai di casa senza la macchina fotografica al collo e con la sua Rolleiflex scattava compulsivamente, sempre e ovunque. Mentre camminava, nel tragitto casa lavoro, si soffermava sui volti, visi di persone come lei, interessanti nel loro anonimato fatto di povertà, lavori umili e miseria. L’opposto del sogno americano, che la Maier pure ha immortalato negli scatti rubati alle signore dell’alta borghesia, le loro facce infastidite al palesarsi della fotografa, i tacchi a spillo e le collane di perle in bella mostra. E poi i bambini, il fulcro del suo universo lavorativo lungo quasi quarant’anni. Di loro la Maier conosce tutto e tutto documenta: espressioni, smorfie, sguardi, giochi, fantasie. Bambini che dormono, ridono, piangono, litigano. L’universo di questa artista americana (perché di artista si tratta…) è tutto qui, nei limitati spazi urbani dei quartieri popolari e nella gente. Il tutto fotografato sempre«in punta di piedi », senza disturbo, senza invadenza. Una fotografia essenziale, esattamente come la sua vita«low profile » e a tratti ancora sconosciuta.
Probabilmente, se John Maloof , giovane agente immobiliare e aspirante scrittore, nel 2007 non avesse acquistato per puro caso, ad un’asta, per soli 380 dollari, una scatola di pellicole contrassegnata come «scatti su Chicago», Vivian Maier sarebbe caduta per sempre nel dimenticatoio: ma fortunatamente non fu così. Maloof, affascinato da quanto andava via via sviluppando e scansionando, si mise alla ricerca dei lavori di quella misteriosa fotografa, dando vita ad un archivio di oltre 120.000 negativi. Quei 380 dollari non solo cambiarono per sempre la vita di Maloof, ma aggiunsero un tassello importante alla storia della fotografia.
Come ha infatti dichiarato Anne Morin, curatrice della mostra torinese, «Vivian Maier è una fotografa amatoriale che cercava nella fotografia uno spazio di libertà; benché il suo lavoro sia passato inosservato per tutto il corso della sua vita, si ritrova nella storia della fotografia a fianco dei più grandi maestri quali Robert Doisneau, Robert Frank o Helen Levitt» .
Un'esposizione davvero di grande valore, che da sola vale un viaggio nel capoluogo piemontese ( Vivian Maier. Inedita - Torino, Musei Reali | Sale Chiablese - 9 febbraio – 26 giugno 2022).
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«Tata» di professione, fotografa per passione, Vivian Maier occupa un ruolo di primissimo piano nel panorama della street photography internazionale. A lei e al suo mondo, Torino dedica fino al 26 giugno una grande retrospettiva nelle Sale Chiablese dei Musei Reali: 270 le immagini esposte, in bianco e nero e a colori, molte delle quali inedite, oltre a una serie di video Super 8 e oggetti personali della fotografa americana. Tra gli scatti mai esposti prima, quelli realizzati in Italia - a Torino e a Genova in particolare - nel 1959.Una teca che custodisce una Rolleiflex e un cappello e poi, alle pareti, immagini. Tante immagini. Ben 270. I suoi celebri autoritratti, ombre lunghissime riflesse nelle vetrine; primi piani di gente comune, lo zoom che punta discreto su particolari che sfuggono ai più; New York e Chicago, le «sue città»; la Francia e poi Genova e Torino, a ricordo di un viaggio in Italia (uno dei pochissimi viaggi, se non l’unico…) compiuto nella calda estate del 1959. Questa, in sintesi, la splendida mostra che Torino, non a caso, dedica a Vivian Maier, la fotografa «invisibile » che morì ad 83 anni anonima e sola , senza (forse) sapere quanto grande fosse il suo talento.Una figura ancora non del tutto svelata quella della Maier. Solitaria e misteriosa, di lei si sanno poche, essenziali notizie. Nata a New York nel 1926, morta a Chicagho nel 2009, la giovinezza in Francia e il resto della sua esistenza trascorsa negli Stati Uniti. New York prima e Chicago poi. La casa (fino a quando ne ebbe una) in periferia e i quartieri della high society frequentati solo per lavoro, come tata di famiglie abbienti. E poi, tra la fine degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio, il crollo totale e la vendita dei suoi negativi all’asta. I suoi negativi. L’unico tesoro che possedeva ( seppur incosapevole del loro valore, presente e futuro) in quantità smisurata, così abnorme da non riuscire a svilupparli tutti. Cumulatrice seriale di immagini (e non solo), la Maier non usciva mai di casa senza la macchina fotografica al collo e con la sua Rolleiflex scattava compulsivamente, sempre e ovunque. Mentre camminava, nel tragitto casa lavoro, si soffermava sui volti, visi di persone come lei, interessanti nel loro anonimato fatto di povertà, lavori umili e miseria. L’opposto del sogno americano, che la Maier pure ha immortalato negli scatti rubati alle signore dell’alta borghesia, le loro facce infastidite al palesarsi della fotografa, i tacchi a spillo e le collane di perle in bella mostra. E poi i bambini, il fulcro del suo universo lavorativo lungo quasi quarant’anni. Di loro la Maier conosce tutto e tutto documenta: espressioni, smorfie, sguardi, giochi, fantasie. Bambini che dormono, ridono, piangono, litigano. L’universo di questa artista americana (perché di artista si tratta…) è tutto qui, nei limitati spazi urbani dei quartieri popolari e nella gente. Il tutto fotografato sempre«in punta di piedi », senza disturbo, senza invadenza. Una fotografia essenziale, esattamente come la sua vita«low profile » e a tratti ancora sconosciuta. Probabilmente, se John Maloof , giovane agente immobiliare e aspirante scrittore, nel 2007 non avesse acquistato per puro caso, ad un’asta, per soli 380 dollari, una scatola di pellicole contrassegnata come «scatti su Chicago», Vivian Maier sarebbe caduta per sempre nel dimenticatoio: ma fortunatamente non fu così. Maloof, affascinato da quanto andava via via sviluppando e scansionando, si mise alla ricerca dei lavori di quella misteriosa fotografa, dando vita ad un archivio di oltre 120.000 negativi. Quei 380 dollari non solo cambiarono per sempre la vita di Maloof, ma aggiunsero un tassello importante alla storia della fotografia. Come ha infatti dichiarato Anne Morin, curatrice della mostra torinese, «Vivian Maier è una fotografa amatoriale che cercava nella fotografia uno spazio di libertà; benché il suo lavoro sia passato inosservato per tutto il corso della sua vita, si ritrova nella storia della fotografia a fianco dei più grandi maestri quali Robert Doisneau, Robert Frank o Helen Levitt» .Un'esposizione davvero di grande valore, che da sola vale un viaggio nel capoluogo piemontese ( Vivian Maier. Inedita - Torino, Musei Reali | Sale Chiablese - 9 febbraio – 26 giugno 2022).
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.