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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/virostar-finanziamenti-2659619267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="porte-girevoli-tra-stati-e-imprese" data-post-id="2659619267" data-published-at="1679258589" data-use-pagination="False"> Porte girevoli tra Stati e imprese In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
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La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
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Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
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