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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. 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Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Navi da guerra cinesi al largo di Città del Capo (Ansa)
Insomma, è sempre più chiaro come stiano aumentando le fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e i Brics. Non si tratta d’altronde di una novità. Già a gennaio dell’anno scorso, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò esplicitamente il blocco, qualora avesse proseguito nei suoi propositi di de-dollarizzazione. Del resto, proprio il contrasto alla de-dollarizzazione ha rappresentato uno dei principali crucci di Donald Trump negli ultimi dodici mesi.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, la settimana scorsa, il presidente americano abbia chiaramente affermato che gli Stati Uniti sono disposti a vendere il greggio venezuelano a Cina e Russia: greggio che, in questi anni, la Repubblica popolare ha acquistato pagando in yuan e aggirando le sanzioni di Washington. In tal senso, la pressione americana su Teheran ha un risvolto petrolifero. Anche il greggio iraniano è infatti comprato da Pechino in yuan e in violazione delle sanzioni degli Usa.
È quindi abbastanza evidente come Trump punti a preservare il predominio globale del dollaro, oltre che a rilanciare l’influenza geopolitica statunitense sull’Emisfero occidentale, in ossequio a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Non dimentichiamo che la Casa Bianca vuole il controllo della Groenlandia per frenare le ambizioni di Mosca e Pechino nell'Artico. Inoltre, Washington non ha mai visto di buon occhio gli storici legami del regime chavista con Cina, Russia e Iran. La competizione geopolitica degli Usa con i Brics, o con alcuni loro importanti membri, riguarda quindi vari fronti interconnessi: dalla finanza all’energia, passando per la sfera militare. E’ dunque anche in quest’ottica che vanno lette le esercitazioni navali avviate sabato nei pressi di Città del Capo.
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Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali.
L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.
Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.
In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.
Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare.
Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.
«Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul»
Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).
Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?
«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».
Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?
«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».
I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli?
«Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».
In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?
«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».
Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?
«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».
Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?
«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».
Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?
«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
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Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni detenuto in Venezuela da 423 giorni è stato liberato insieme all'imprenditore torinese Mario Burlò. Il premier Meloni ha ringraziato la presidente Rodriguez per la collaborazione.
A sinistra, proteste a Teheran. A destra, le vittime degli scontri (Ansa)
In questo quadro, Reuters ha riferito che, durante una telefonata avvenuta sabato, Netanyahu e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, avrebbero discusso di un eventuale intervento militare degli Stati Uniti in Iran. A tal proposito, alcuni funzionari di Washington hanno tuttavia riferito a Nbc News che Donald Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e che sarebbero attualmente sulla sua scrivania varie opzioni (militari e non). Secondo il Wall Street Journal, è possibile che il presidente statunitense faccia la sua scelta durante una riunione in programma per domani.
Nel frattempo, è indubitabile come, negli ultimi giorni, Trump abbia ulteriormente aumentato la pressione sul regime khomeinista. «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Usa sono pronti ad aiutare!», ha dichiarato l’altro ieri su Truth. Parole, quelle dell’inquilino della Casa Bianca, che hanno innescato la dura reazione di Teheran. «In caso di attacco all’Iran, sia il territorio occupato, sia tutti i centri militari americani, le basi e le navi nella regione saranno i nostri obiettivi legittimi», ha tuonato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, riferendosi a Israele come «territorio occupato».
Ma non è tutto. Ieri Trump ha ripreso a mettere sotto pressione Cuba: il che non è certo una buona notizia per gli ayatollah. «Cuba ha vissuto per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “Servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più!», ha affermato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Non ci sarà più petrolio o denaro a Cuba: zero! Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi».
Non dimentichiamo che, soprattutto a partire dal 2023, L’Avana e Teheran hanno significativamente rafforzato i loro rapporti. Mettendo sotto pressione il regime castrista, Trump punta a conseguire due obiettivi: proseguire nel rilancio della Dottrina Monroe e, al contempo, isolare ancora di più l’Iran dal punto di vista internazionale. Non è d’altronde un mistero che la recente cattura di Nicolás Maduro abbia inferto un duro colpo all’influenza del regime khomeinista in America Latina: i rapporti tra l’Iran e il governo chavista erano infatti particolarmente solidi.
E attenzione: per Washington il dossier iraniano si collega alla questione dei Brics. Sabato, Teheran ha avviato delle esercitazioni navali in Sudafrica assieme a Pechino e a Mosca. Ebbene, in caso di caduta di Ali Khamenei, è probabile che Trump miri a incamerare il petrolio di Teheran così come ha fatto con quello di Caracas. L’obiettivo, da questo punto di vista, è quello di preservare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere, colpendo così i propositi di de-dollarizzazione portati avanti dai Brics principalmente su input della Cina.
Certo, in caso di regime change a Teheran, non è ancora chiaro chi dovrebbe detenere il potere. Ieri, il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a dirsi disponibile a guidare una «transizione». A settembre, il ministro per la Scienza israeliano, Gila Gamliel, gli aveva garantito il sostegno di Gerusalemme. Tuttavia, giovedì scorso, Trump ha reso noto di non essere ancora pronto a incontrarlo. Segno questo del fatto che, forse, in caso di caduta di Khamenei, il presidente americano potrebbe puntare, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana», addomesticando, cioè, un pezzo del vecchio regime.
Continua intanto a tenere banco lo strabismo morale di quei presunti paladini dei diritti umani che, soprattutto in area progressista, sembrano ignorare le proteste in atto contro gli ayatollah: proteste nel cui ambito, secondo la Human rights activists news agency, si sarebbero finora registrati circa 10.000 arresti e 538 vittime. «Se affermate di sostenere i diritti umani ma non riuscite a mostrare solidarietà a chi lotta per la propria liberà in Iran, vi rivelate per quello che siete. Non vi importa nulla dell’oppressione delle persone, finché a farlo sono i nemici dei vostri nemici», ha detto, a tal proposito, la scrittrice britannica J.K. Rowling.
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