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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/virostar-finanziamenti-2659619267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="porte-girevoli-tra-stati-e-imprese" data-post-id="2659619267" data-published-at="1679258589" data-use-pagination="False"> Porte girevoli tra Stati e imprese In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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Mohammed Hannoun (Ansa)
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.