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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/virostar-finanziamenti-2659619267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="porte-girevoli-tra-stati-e-imprese" data-post-id="2659619267" data-published-at="1679258589" data-use-pagination="False"> Porte girevoli tra Stati e imprese In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Ansa
Al momento del blackout era attivo un grande numero di impianti fotovoltaici, non obbligati alla regolazione della tensione, oltre che molti piccoli impianti fotovoltaici di fatto invisibili al gestore della rete. La presenza di molta generazione cosiddetta inverter-based ha impedito di regolare la tensione in risposta all’instabilità generata da una oscillazione. Oscillazione, peraltro, originata in Spagna su un nodo della rete con presenza rilevante di impianti fotovoltaici. Scritto nero su bianco da EntsoE.
Il tema è politico, e riguarda come è stato progettato il sistema e per quali fini. La questione è solo in parte tecnica, nel senso che una tecnologia in sé non «causa» blackout, e neanche «non causa». Piuttosto, il problema risiede nel sistema, che mette in relazione produzione e consumo, e il sistema è frutto di scelte politiche. Qui il rapporto è chiarissimo sulle gravi carenze del sistema spagnolo, dunque sulle gravi responsabilità politiche del governo di Pedro Sánchez.
La causa del blackout è certo tecnica, nel senso che la regolazione della tensione nel sistema spagnolo era gravemente carente per la grande presenza di generazione inverter-based (cioè da fonte rinnovabile). Ma è prima di tutto politica: è stato voluto un certo sviluppo del sistema elettrico spagnolo, in relazione allo sviluppo della generazione. Si è puntato sulla connessione di migliaia di impianti mettendo in secondo piano le regole e gli investimenti necessari a mantenere la solidità della rete. Il blackout spagnolo è il risultato della scelta di minimizzare i costi (perché la stabilità della rete ha un costo) per mostrare prezzi dell’energia spot bassi, limitando gli investimenti e i processi necessari a garantire la stabilità in un contesto dominato da generazione inverter-based. Il rapporto analizza la dinamica e fornisce una serie di raccomandazioni per evitare il ripetersi dell’incidente.
La sequenza del blackout iberico inizia alle 12.03 con un’oscillazione anomala. Si tratta di una perturbazione sulla rete associata a impianti basati su elettronica di potenza (cioè principalmente a fonte rinnovabile). Il fenomeno è descritto da Entso-E come oscillazione forzata e localizzata in un nodo ben identificato. La presenza in quel nodo di generazione inverter-based (cioè fotovoltaica o eolica) viene indicata come elemento rilevante nell’origine della perturbazione e nella sua capacità di propagarsi nella rete elettrica. Gli operatori di rete, per smorzare l’oscillazione, intervengono con misure standard. Le oscillazioni vengono attenuate, ma si produce un aumento della tensione che rende fragile la rete. Alle 12.32 si osserva un rapido aumento della tensione su larga scala. Entso-E afferma che parte rilevante della generazione rinnovabile operava con fattore di potenza fisso (cioè senza risposta dinamica alle variazioni di tensione). Si aggrava anche lo squilibrio sull’energia reattiva.
La Spagna non prevedeva regole esplicite per i produttori sulla fornitura di potenza reattiva. Non erano inoltre previste conseguenze economiche in caso di mancato rispetto dei requisiti relativi al controllo della tensione. L’aumento della tensione delle 12.32 ha attivato le protezioni degli inverter distribuiti. A quel punto, nel giro di pochi secondi si verifica una perdita di capacità produttiva accompagnata da una sequenza di disconnessioni a cascata. Tutto si spegne. Il sistema elettrico spagnolo a quella data è coerente con le scelte politiche. Priorità politica in Spagna è l’ottimizzazione del prezzo spot e non la robustezza operativa. I costi della stabilità non sono pienamente incorporati nel sistema elettrico spagnolo e questo riduce la capacità di risposta in condizioni di stress. Intanto, ieri è stata annunciata la visita di Sánchez in Cina dal 13 al 15 aprile.
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Il campo profughi Rohingya a Cox's Bazar, in Bangladesh (Getty Images)
Negli ultimi anni, la rotta migratoria che collega il Bangladesh all’Europa attraverso la Libia ha assunto una rilevanza crescente, anche per l’Italia. Il recente rapporto del Mixed Migration Centre mette in luce un fenomeno strutturato, non episodico, fatto di reti organizzate, traffici illegali e vulnerabilità sistemiche, con costi che vanno dai 10.000 ai 20.000 euro per migrante clandestino.
Secondo il report, migliaia di cittadini bengalesi intraprendono ogni anno viaggi irregolari estremamente pericolosi, spesso passando attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa prima di arrivare sulle coste italiane. Si tratta di una migrazione spinta da fattori economici, ma gestita da circuiti criminali transnazionali che operano con logiche sempre più sofisticate. Quasi un terzo degli arrivi dalla Libia lo scorso anno era composto da cittadini bengalesi.
«Il Bangladesh è un Paese che si trova in una fase molto delicata. Con oltre 150 milioni di musulmani, il golpe contro Sheikh Hasina e la cosiddetta «rivoluzione studentesca» hanno riportato potere a movimenti islamici come Jamaat-e-Islami», afferma Vas Shenoy, autore del libro I semi dell’odio, che documenta la presenza di gruppi estremisti in Bangladesh. «Molti di questi migranti partono per motivi economici, ma altri vengono finanziati da reti estremiste, legate alla Fratellanza, che considerano la conquista dell’Occidente come un processo demografico e teologico», aggiunge.
Il punto critico, tuttavia, non è solo umanitario o economico. È anche di sicurezza.
Quando i flussi migratori diventano opachi e difficili da tracciare, si crea uno spazio grigio in cui non è più possibile distinguere con chiarezza tra chi cerca opportunità e chi può essere strumentalizzato da reti illegali o ideologiche. Non si tratta di criminalizzare la migrazione in sé, ma di riconoscere che l’assenza di controllo genera vulnerabilità.
Il rapporto evidenzia come molti migranti lungo questa rotta siano esposti a violenze, detenzione arbitraria e sfruttamento. Queste condizioni non producono integrazione, ma frustrazione. E la frustrazione, in contesti marginali e non governati, può diventare terreno fertile per forme di radicalizzazione.
È qui che il tema si intreccia con una riflessione più ampia, che Shenoy affronta nel suo libro I semi dell’odio. In uno dei passaggi più significativi, l’autore osserva che «l’estremismo non nasce nel vuoto, ma cresce dove lo Stato arretra e le identità si radicalizzano in assenza di alternative credibili». Inoltre, sottolinea che, sebbene il Bangladesh Nationalist Party (BNP) abbia vinto le elezioni di febbraio, in passato BNP e Jamaat erano alleati. Non è irrilevante, aggiunge, che Jamaat abbia ottenuto risultati significativi nei distretti lungo la frontiera indiana.
Questa osservazione aiuta a spostare il dibattito. Il problema non è solo l’origine geografica dei migranti, ma le condizioni sistemiche in cui vengono inseriti. Flussi non regolati, integrazione debole, assenza di controllo territoriale e sociale. È in questo contesto che possono emergere dinamiche pericolose.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. È uno dei principali punti di ingresso in Europa, ma spesso non dispone degli strumenti adeguati per gestire flussi complessi e in crescita, né della preparazione culturale e sociale necessaria per affrontare fenomeni di radicalizzazione. Il risultato è una gestione emergenziale, più che strutturale.
Nel frattempo, le reti che organizzano questi movimenti si rafforzano. Non sono più semplici trafficanti, ma attori transnazionali che operano sfruttando lacune normative e differenze nei sistemi di controllo.
Ignorare il possibile legame tra migrazione irregolare e rischio di infiltrazioni estremiste sarebbe un errore. Ma lo sarebbe altrettanto affrontare il tema in modo ideologico o semplificato.
Serve una terza via. Più controllo, più cooperazione internazionale, più capacità di integrazione reale.
Il rapporto del Mixed Migration Centre non lancia un allarme ideologico, ma operativo. Riguarda la capacità degli Stati europei, Italia in primis, di governare fenomeni complessi prima che diventino ingestibili.
Perché, come suggerisce Shenoy, i «semi dell’odio» non si piantano da soli. Crescono dove nessuno guarda.
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«Something very bad is going to happen» (Netflix)
Lo show, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, si discosta dalle atmosfere del fantasy. Si fa cupo. E il Sottosopra, negli otto episodi diretti dalla Haley Z. Boston di Baby Reindeer, diventa proiezione di timori umani, reali. Rachel Harkin avrebbe dovuto essere felice, di quella felicità tonta che prende ogni persona intenta a costruirsi una vita nuova. Ha scelto di sposarsi e lo ha fatto con l'entusiasmo cieco di chi, davanti a sé, non ha mai dubitato di poter vedere altro che un finale lieto. Eppure, quando ha valicato la soglia della villa che avrebbe dovuto essere teatro delle sue nozze da favola, qualcosa si è incrinato.
Rachel, il volto di Camila Morrone (nota per lo più come una fra le ex fidanzate di Leonardo DiCaprio), ha cominciato a dubitare. La famiglia del futuro sposo le è parsa strana. Inquietante, quasi. Ma i dubbi, come spesso accade, hanno generato confusione. Rachel si è scoperta insicura, incapace di distinguere il piano razionale da quello emotivo. Era impossibile a dirsi se fosse la realtà problematica o lei scossa all'idea di una scelta che dovrebbe essere per sempre.
Quel che fa, dunque, è lasciare passare i giorni, e con loro le sensazioni. Cercare di ignorare l'istinto in favore di una più logica analisi del momento. Nicky Cunningham, l'Adam DiMarco di The White Lotus, è il compagno che ha scelto. Non lo ha fatto sulla base del caso, travolta da emozioni che non è stata capace di metabolizzare. Lo ha cercato e scelto, dunque perché, ad un passo dall'altare, metterlo in discussione? Rachel non ha risposte che si possano verbalizzare. Le sue sensazioni sembrano parlare una lingua propria. E, mentre la settimana procede, mentre il giorno del matrimonio si avvicina, i toni si fanno aspri. Urlano, quelle sensazioni, urlano diffidenza e paura. Nicky non è la persona che Rachel ha creduto di vedere e conoscere. Non lo è la sua famiglia, meno che mai quella magione immensa. L'ansia di Rachel cresce con il procedere degli episodi, e così l'inquietudine di chi si trovi a guardarli.
Something very bad is going to happennon è costruito sullo splatter o sui colpi di scena, ma su una lenta escalation di angoscia. Un timore sottile, reso più vivido dalla paura di non essere sufficientemente a piombo per comprendersi. Quel che scuote la promessa sposa non è, infatti, l'ipotesi di aver scelto l'uomo sbagliato, ma la propria titubanza: l'impossibilità di decidere, con sicurezza, la decisione da prendere, persa com'è nel tentativo di capire dove finisca la realtà e dove inizino le ombre di un inconscio malato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo le prime spaccature nel centrosinistra dopo la vittoria del No.