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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. 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Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Il Cpr di Gjadër in Albania (Ansa)
Ieri, Giorgia Meloni è tornata a polemizzare con le toghe, durante il suo discorso in Senato. Ha rivendicato i passi in avanti di Bruxelles sulla «revisione del concetto di Paese terzo sicuro», «l’adozione di una lista europea di Paesi di origine sicuri», «la revisione del regolamento sui rimpatri» e «la previsione esplicita degli hub in territorio extra Ue». E ha ribadito: «L’Europa ci dice chiaramente - e nero su bianco - che il governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se», ha aggiunto il premier, «temo che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania».
Nel pomeriggio, quasi in risposta alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, sono trapelati alcuni passaggi delle controverse ordinanze dei giorni scorsi. «La richiesta di convalida del trattenimento», osservavano i magistrati della Corte romana, competente sul Cpr balcanico, «non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea». In particolare, insistevano i giudici, «ancora oggi permangono i dubbi […] rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha diritto a rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda».
Proviamo a mettere ordine. La «direttiva» europea cui fa riferimento la Corte d’Appello di Roma è la n. 32 del 2013. Essa è stata il fondamento della disciplina comunitaria in materia di migrazione e lo rimarrà fino al primo luglio, quando entrerà in vigore il nuovo regolamento, adottato nel 2024. In effetti, l’articolo 9 evocato dalle toghe stabilisce che i richiedenti asilo possono «rimanere nello Stato membro […] fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione» sulla loro domanda, salvo che non abbiano presentato «una domanda reiterata». E pare non sia il caso del gruppetto di galantuomini che erano stati trasportati a Gjadër. Dunque: finché un’autorità non si pronuncia sulla richiesta di protezione internazionale, non si può rispedire a casa nemmeno un delinquente conclamato.
Per ovviare al problema, la legge con cui l’Italia ha recepito il patto con Edi Rama ha stabilito che il trattenimento nel Cpr è lecito anche se il migrante ha presentato domanda di asilo, «quando vi sono fondati motivi per ritenere» che ciò sia avvenuto «al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione del respingimento o dell’espulsione», oltre che nel caso in cui egli rappresenti «un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica». Ecco: pur senza starsi a lambiccare sull’opportunismo delle richieste di protezione internazionale, di sicuro i marocchini condannati per vari reati sono un enorme pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica. Quindi, i giudici della Corte d’Appello avrebbero dovuto autorizzare la loro detenzione in Albania? Non è così semplice.
Il guaio è che la battaglia legale sui Cpr realizzati al di là dell’Adriatico prosegue. Per due motivi: primo, perché la Corte di Roma considera incompatibile la normativa introdotta nel 2025, che consentirebbe il trattenimento nel Cpr di Gjadër anche di chi ha chiesto asilo, con la direttiva Ue del 2013, che sancisce il «diritto a rimanere», tanto da essersi rivolta alla Corte di giustizia Ue, che ha chiamato pure a stabilire se il nostro Paese avesse competenza a stipulare il Trattato con Tirana, o se non dovesse occuparsene l’Unione europea; secondo, per effetto di due interventi contraddittori della Corte di Cassazione, investita dai ricorsi della Questura della Capitale e del ministero dell’Interno contro la mancata convalida dei trattenimenti in Albania.
L’8 maggio 2025, gli ermellini avevano equiparato la struttura balcanica a quelle, analoghe, presenti sul territorio italiano. Di conseguenza, avevano confermato che era «legittimo il trattenimento del cittadino straniero» nel Cpr di Gjadër «anche dopo la presentazione della domanda». Una ventina di giorni dopo, però, la Suprema Corte aveva rimescolato le carte. E, con una seconda ordinanza, aveva deciso di sottoporre alla Corte Ue, «in via pregiudiziale», la questione della compatibilità tra il Protocollo Italia-Albania e il diritto europeo. Tra i quesiti rivolti al tribunale di Lussemburgo figura anche quello sulla legittimità della detenzione nel Cpr del migrante, la cui domanda di protezione abbia «carattere strumentale».
È qui che casca l’asino. Ed è per questo che, dinanzi ai pessimi soggetti di recente tradotti sull’altra sponda dell’Adriatico, la Corte d’Appello di Roma ha alzato le mani. Scrivendo che nessuna convalida dei trattenimenti è possibile, fintantoché la questione rimarrà pendente dinanzi ai giudici dell’Ue.
È un cavillo per sabotare quella che a Bruxelles chiamavano la «soluzione innovativa» della Meloni alla piaga dell’immigrazione incontrollata? Può darsi. È una beffa, considerando che si discute di una direttiva europea destinata a essere abrogata fra tre mesi? E che il prossimo regolamento ridimensiona il «diritto a rimanere», prevedendo esplicitamente, ad esempio, delle eccezioni, qualora la presenza dello straniero pregiudichi «l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale»? Senza dubbio.
Fatto sta che sono i magistrati ad applicare le leggi e che la Cassazione, in virtù della sua funzione nomofilattica, ne fissa i criteri dell’interpretazione uniforme. A meno che non dica e disdica nel giro di un mese…
Per di più, il verdetto lussemburghese non è atteso a breve: il 24 marzo è fissata un’udienza, ma non dovrebbe arrivare la sentenza definitiva.
A questo punto, il governo ha due strade: continuare a portare migranti a Gjadër, sapendo che i trattenimenti non saranno convalidati; oppure scortare i clandestini, specie quando si sono macchiati di reati gravi, nei Cpr della Penisola. Qui, i giudici non hanno gli stessi appigli formali che possono invocare sull’Albania. E il giro di vite impresso dall’Europa dovrebbe finalmente facilitare i rimpatri. Per il centrodestra sarebbe una sconfitta tattica, certo. Ma di breve durata. All’orizzonte, si profila una vittoria strategica. Per una volta, si potrebbe scardinare persino il catenaccio delle toghe rosse.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella del Pd è una risoluzione corposa, suddivisa in sette temi principali e 26 impegni chiesti al governo. I dem chiedono all’esecutivo di «scegliere senza esitazioni e ambiguità, di fronte alle minacce globali e alle sfide continue rappresentate dall’amministrazione americana, l’interesse europeo, all’interno del quale si promuove e realizza il nostro interesse nazionale, collocando l’Italia sulla frontiera più avanzata dell’integrazione contro le spinte disgregatrici, le interferenze esterne e i ripiegamenti nazionalisti». Sulla crisi iraniana, l’impegno chiesto è quello di «assumere, in ogni sede bilaterale e multilaterale, ogni iniziativa utile e urgente volta a fermare le azioni militari in corso».
Quattro le mozioni presentate dalle opposizioni: una del Pd, una del M5s, una di Avs e una di Azione-Iv-Aut (che alla Camera ha il sostegno anche di +Europa e del Pld). Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha spiegato che alcuni punti delle mozioni presentate dal Terzo polo (firmata anche dal dem Pier Ferdinando Casini) e dal Pd trovano accoglimento della risoluzione di maggioranza. Poi c’è chi va in ordine sparso come il deputato dem Marianna Madia che ha votato «la risoluzione del Pd» e ha firmato pure quella dei tre gruppi centristi, «visto che condivido tutto il testo e penso sia un buon impianto in vista del Consiglio europeo e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Il documento punta, tra le altre cose, a «condannare il ruolo destabilizzante dell’Iran in tutta la regione, esprimendo il suo pieno sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà». E a «ribadire l’importanza di salvaguardare l’integrità e la sicurezza delle frontiere terrestri, aeree e marittime dell’Unione europea, e ad assicurare che esse siano efficacemente protette».
Non manca il tempo per le scenette: il M5s ha regalato simbolicamente cappellini rossi in stile Maga, ma con la scritta «No alla guerra» al premier, con il fine di ironizzare sulla sintonia del capo dell’esecutivo con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È successo a Palazzo Madama al termine della dichiarazione di voto del capogruppo del M5s, Luca Pirondini e i senatori pentastellati hanno sventolato i berretti.
Ma dal lato delle opposizioni questa volta si siede anche Roberto Vannacci con i suoi. I tre deputati che hanno aderito al movimento fondato dal generale, Futuro nazionale, e iscritti al gruppo Misto, alla Camera hanno votato no sulla risoluzione del centrodestra. Lo ha annunciato Edoardo Ziello, che con Rossano Sasso ed Emanuele Pozzolo si trova critico su alcuni punti della risoluzione di maggioranza, tanto da aver chiesto una votazione per parti separate ma, viene spiegato, la richiesta non sarebbe stata accolta e, dunque, il voto dei tre vannacciani è stato contrario al testo predisposto dal centrodestra. Perché «prima di parlare di Iran e ancor più di Ucraina ci sono gli italiani». I tre deputati invitano così come già fatto dal vicepremier, Matteo Salvini, ad aprire alle offerte del presidente russo, Vladimir Putin, sul gas e il petrolio di Mosca.
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Donald Trump (Ansa)
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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