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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/virostar-finanziamenti-2659619267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="porte-girevoli-tra-stati-e-imprese" data-post-id="2659619267" data-published-at="1679258589" data-use-pagination="False"> Porte girevoli tra Stati e imprese In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Lo Stato Islamico ha compreso da tempo che la possibilità di ricostruire una vera entità statuale tra Iraq e Siria appartiene ormai al passato. Il progetto del Califfato, così come concepito da Abu Bakr al-Baghdadi, si è definitivamente esaurito con la caduta di Baghouz, nel marzo 2019, sulle rive dell’Eufrate. Da quel momento, la leadership jihadista si è fatta opaca e intermittente: i successori di al-Baghdadi hanno gestito una struttura ridotta a rete clandestina, incapace di amministrare territori e costretta a limitarsi ad azioni di logoramento contro obiettivi civili e statali. Il baricentro strategico dell’organizzazione si è così progressivamente spostato altrove. Nel Sahel, lo Stato Islamico e i gruppi a esso affiliati operano in un ambiente radicalmente diverso, caratterizzato da spazi immensi, confini porosi, apparati statali fragili e una violenza ormai sistemica. Qui la guerra non è episodica, ma diffusa e ad alta intensità, alimentata dalla competizione tra le reti jihadiste legate allo Stato Islamico e quelle riconducibili ad al-Qaeda. Non si tratta solo di scontri armati, ma di una corsa alla conquista di territori, popolazioni, risorse e infrastrutture statali.
Il conflitto saheliano ha assunto dimensioni senza precedenti. L’epicentro resta il triangolo Mali-Burkina Faso-Niger, ma l’instabilità si è ormai estesa verso l’Africa occidentale. La Nigeria era già coinvolta in modo strutturale, mentre oggi anche Benin e Togo entrano stabilmente nella geografia della violenza jihadista. L’espansione segue una logica precisa: occupare gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, sfruttare le fratture sociali, inserirsi nelle economie illegali che attraversano la regione. Il Mali rappresenta un caso emblematico. Qui i gruppi armati sono riusciti a colpire direttamente i nervi vitali del Paese, imponendo blocchi economici e paralizzando le vie di rifornimento. L’assalto sistematico alle autocisterne, il sequestro degli autisti e il soffocamento delle attività economiche a Bamako hanno dimostrato quanto fragile sia il controllo governativo anche sulle principali arterie nazionali. La temporanea attenuazione della crisi, ottenuta solo grazie a convogli scortati da alleati esterni, ha rivelato l’esistenza di trattative informali e concessioni politiche che certificano una perdita di sovranità di fatto, tanto che intere aree sono controllate dai jihadisti.
Questo quadro si inserisce in una regione segnata da povertà strutturale, crescita demografica incontrollata e marginalizzazione cronica. Mali, Niger e Burkina Faso coprono una superficie paragonabile a gran parte dell’Unione europea, ma senza infrastrutture, servizi pubblici e amministrazioni capaci di esercitare un controllo effettivo. In questo vuoto si è sviluppata una governance jihadista alternativa: tribunali religiosi, imposizione fiscale, regolazione dei mercati locali, controllo sociale. Una statualità rudimentale, ma spesso percepita come più presente e coerente di quella ufficiale. All’interno di questa architettura, il traffico di migranti occupa un ruolo centrale. Il Sahel è il grande corridoio umano che convoglia centinaia di migliaia di persone verso il Nord Africa e il Mediterraneo. Su queste rotte, lo Stato Islamico e i gruppi affiliati hanno progressivamente assorbito o subordinato le reti criminali tradizionali, trasformando la migrazione in una fonte strutturale di reddito e di potere. I convogli vengono tassati, le piste nel deserto controllate, i passaggi autorizzati a pagamento. Chi non può pagare viene trattenuto, sfruttato, venduto o arruolato con la forza. I campi di transito e le prigioni informali gestite dai jihadisti generano profitti milionari e rafforzano una sovranità de facto. Il controllo dei flussi migratori diventa così anche uno strumento di pressione indiretta sull’Europa.
Il principale attore jihadista della regione resta Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, una coalizione legata ad al-Qaeda che può contare su almeno 10.000 uomini e che ha costruito una presenza capillare in vaste aree del Mali e del Burkina Faso, estendendo le proprie operazioni oltre confine. La sua crescita poggia su un mix di violenza militare, penetrazione economica e integrazione sociale. Accanto ad essa, lo Stato Islamico-Provincia del Sahel (circa 5.000 uomini), ha consolidato il controllo di zone transfrontaliere, replicando modelli di amministrazione armata già sperimentati in Medio Oriente, mentre altre branche jihadiste operano lungo il bacino del Lago Ciad e nel nord-ovest della Nigeria.
Il fattore che ha accelerato in modo decisivo questa dinamica è la sequenza di colpi di Stato che ha attraversato il Sahel tra il 2020 e il 2023. Mali, Burkina Faso e Niger sono finiti sotto giunte militari che hanno spezzato la cooperazione regionale, dissolto i meccanismi di sicurezza condivisa e isolato i Paesi dal resto dell’Africa occidentale. L’uscita dalle organizzazioni regionali, la fine delle missioni internazionali e il ritiro delle forze occidentali hanno creato un vuoto strategico che i gruppi jihadisti hanno occupato rapidamente in opposizione alle milizie russe utilizzate dalle giunte golpiste. La portata di questo deterioramento è emersa in modo plastico anche con l’attacco che ha coinvolto i militari italiani (rimasti illesi) in Niger lo scorso 29 gennaio. Un episodio che ha segnato uno spartiacque: non un’azione isolata, ma la dimostrazione che anche le missioni di addestramento e supporto, concepite come interventi a bassa esposizione, sono ormai bersagli legittimi nella strategia jihadista. In un Paese destabilizzato dal colpo di Stato e dall’uscita delle truppe occidentali, i gruppi legati allo Stato Islamico hanno mostrato di saper colpire contingenti stranieri sfruttando intelligence locale, complicità tribali e libertà di movimento. L’attacco ha certificato che il Sahel non è più una crisi lontana, ma un fronte che interseca direttamente la sicurezza europea. Il ritiro francese, la chiusura delle missioni Onu e l’uscita delle forze statunitensi hanno lasciato spazio a nuovi attori esterni, come Russia e Turchia. Tuttavia, il supporto fornito alle giunte – tra addestramento, droni e mercenari – non ha invertito la tendenza. Al contrario, operazioni condotte senza attenzione alla popolazione civile hanno spesso alimentato risentimento e facilitato il reclutamento jihadista. Il Sahel si sta così trasformando nel laboratorio di un «Califfato 2.0»: meno visibile, più fluido, ma potenzialmente più resiliente. Un progetto fondato sul controllo delle periferie, delle economie illegali, delle migrazioni e delle comunità marginalizzate. Non una replica dell’esperienza siro-irachena, ma una sua evoluzione adattata a un continente segnato da fragilità strutturali. Se questa deriva non sarà arrestata, il Sahel è destinato a trasformarsi nel nuovo epicentro del jihadismo internazionale, con ripercussioni immediate sull’Europa — esposta a flussi migratori in fuga dall’instabilità — e sull’intero equilibrio della sicurezza globale.
Il «forziere» Niger, tra uranio e oro. I soldati italiani sono i soli rimasti
Il Niger è oggi uno degli epicentri della complessa crisi del Sahel, dove si intrecciano instabilità politica, competizione internazionale, jihadismo armato e il controllo di risorse naturali strategiche. L’interesse dello Stato Islamico per questo Paese non nasce da un singolo fattore, ma da una convergenza di condizioni che rendono il territorio nigerino vulnerabile e allo stesso tempo estremamente conteso. Nel luglio 2023 una parte dell’esercito nigerino ha rovesciato il governo eletto, portando al potere una giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tchiani. Questo colpo di Stato ha segnato una rottura profonda con le tradizionali alleanze di Niamey: la giunta ha sospeso la Costituzione, sciolto gli organismi democratici e imposto un nuovo ordine che ha gradualmente ridisegnato le relazioni internazionali del Paese. Una delle conseguenze più evidenti è stata la cacciata delle truppe francesi e la fine della cooperazione militare con Parigi, storicamente al centro della lotta contro i gruppi armati nel Sahel. Anche gli Stati Uniti hanno ridotto la loro presenza militare, lasciando un vuoto che ha aperto spazi di influenza per altri attori esterni. In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con la giunta nigerina, offrendo supporto militare, addestramento e cooperazione di sicurezza, consolidando una presenza che segue l’espansione dell’influenza di Mosca in altri Paesi della regione.La giunta ha inoltre stretto legami con governi simili in Mali e Burkina Faso, formando un’alleanza regionale di Stati a guida militare, accomunati dall’allontanamento dalle istituzioni occidentali e dal desiderio di nuovi partner strategici. Questo riassetto ha trasformato il panorama geopolitico del Sahel, creando un terreno di confronto tra influenze occidentali, russe e di altri attori emergenti. In questo contesto, il jihadismo ha trovato terreno fertile. I gruppi armati, tra cui l’affiliata locale dello Stato Islamico, operano nelle vaste aree di frontiera dove lo Stato centrale fatica ad affermare la propria autorità.Nel dibattito italiano e internazionale, un elemento spesso sottolineato è la presenza delle forze militari italiane in Niger. L’Italia mantiene dal 2018 la cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare autonoma finalizzata principalmente all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori. Questa missione è considerata uno dei pochi canali di cooperazione diretta tra un Paese occidentale e Niamey dopo il ritiro di altre forze europee. Il contingente italiano prevede la presenza di alcune centinaia di militari, insieme a mezzi terrestri e aerei impiegati in attività di assistenza tecnica e di supporto alle operazioni locali. La base italiana di supporto a Niamey, situata presso l’aeroporto internazionale, è diventata un punto di riferimento per queste attività di training e cooperazione. Nonostante le tensioni e gli attentati jihadisti nella regione, la presenza italiana è rimasta costante, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla stabilità e alla capacità delle forze nigerine di affrontare minacce come lo Stato Islamico. In tal senso il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il 9 e 10 febbraio si è recato in visita al contingente italiano. La missione istituzionale è stata finalizzata a rafforzare il confronto con le autorità locali e a riaffermare il ruolo delle Forze Armate italiane nel sostegno alla stabilità e alla sicurezza del Niger e dell’intera area saheliana.Il Niger è anche un Paese ricco di risorse naturali che ne accentuano l’importanza strategica. Il Paese è tra i principali produttori di uranio, concentrato in aree come quelle attorno ad Arlit, risorsa fondamentale per l’energia nucleare in Europa. Ma oltre all’uranio il sottosuolo nigerino contiene oro, petrolio e altri minerali. In uno scenario di debolezza statale, queste risorse diventano oggetto di interesse sia per gruppi armati che per attori internazionali. Per i jihadisti, minacciare, controllare o semplicemente sfruttare l’oro e altre materie prime può rappresentare una leva economica e simbolica per destabilizzare ulteriormente la regione e sfidare gli interessi occidentali. La crisi nigerina si inserisce in un contesto più ampio, dove l’equilibrio tra influenze globali, fragilità istituzionale e presenza di milizie transnazionali sta riscrivendo gli equilibri del Sahel. Qui, la competizione per il controllo del territorio, delle risorse e delle alleanze politiche non è solo una questione regionale, ma una delle linee di faglia della nuova geopolitica africana. Per gruppi come lo Stato Islamico, è una gigantesca opportunità: fratture nella sicurezza statale, alleanze regionali instabili e campi di contesa su cui proiettare la propria presenza e aumentare la propria influenza. In un teatro come il Sahel, controllare il territorio significa controllare anche il futuro di un’intera regione.
S. Pia.
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(Ansa/Polizia di Stato/Vigili del Fuoco)
Intervento congiunto dei Vigili del Fuoco e della Polizia di Stato a Niscemi per il recupero della croce caduta a seguito della frana del 25 gennaio scorso. Le operazioni si sono svolte in un’area particolarmente impervia e a rischio, a valle del movimento franoso.
Per operare in sicurezza nella zona più pericolosa è stato impiegato un robot in dotazione alla polizia, che ha consentito di raggiungere e mettere in sicurezza la croce senza esporre il personale a ulteriori rischi.
Una volta recuperata, la croce è stata trasportata in una zona sicura dal personale intervenuto, nonostante le difficoltà dovute al terreno sconnesso e instabile. Al termine delle operazioni, la croce è stata riconsegnata direttamente al sindaco del comune di Niscemi.
Il presidente di Giflex Alberto Palaveri
Il settore dell’imballaggio è tornato ora alla ribalta perché si parla dello stop alle bustine monodose di maionese, ketchup, olio d’oliva che «popolano» le paninerie come le mense aziendali. L’Europa vuole ridurre la plastica libera e così ha detto stop a questi contenitori. Cadendo anche in qualche assurda contraddizione. Una decina di anni fa aveva detto: basta zuccheriere nei bar e solo bustine. Ora siamo al contrordine: bustine vietate. E viene da pensarci nel momento in cui i 27 riuniti per l’ennesimo vertice europeo individuano nell’eccesso di regolamentazione un freno alla produttività e promettono di togliere via un po’ norme e divieti. Allora cerchiamo di saperne di più dal presidente di Giflex - Gruppo imballaggio flessibile da novembre 2020 e vicepresidente Assografici da giugno 2023, con delega al packaging da maggio 2025 per la Confindustria. È Alberto Palaveri che oggi è il ceo del gruppo Sacchital uno dei più importanti produttori d’imballaggi, con un fatturato che nel 2024 ha sfiorato i 78 milioni di euro.
E del resto Sacchital per Palaveri è casa. Dopo la laurea in chimica a Milano è entrato in azienda nel 1996. Poi affina le competenze manageriali con l’Executive Mba alla Bocconi di Milano e attualmente è executive member nel board Sacchital group, amministratore delegato di Akerlund & Rausing (azienda del Gruppo Sacchital).
Pochi ci pensano, ma la produzione d’imballaggi italiani è un comparto forte. Siete in difficoltà con le normative europee?
«La produzione nazionale di imballaggi è un comparto strategico per l’economia nazionale e rappresenta il 3,3% del fatturato della manifattura e l’1,7% del Pil, nel 2024 ha raggiunto 17,26 milioni di tonnellate, in crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente e un fatturato complessivo che si attesta a 37,96 miliardi di euro. Oggi ci troviamo a dover rispondere sia alla sfida ambiziosa lanciata dall’Unione europea che, con il nuovo regolamento Packaging and packaging waste regulation (Ppwr), mira a ridurre entro il 2040 i rifiuti di imballaggio del 15%, sia di fronte alla costante crescita della domanda, da parte dei consumatori, di imballaggi sicuri, pratici e sostenibili. Continuare a crescere riducendo l’immesso al consumo è l’obiettivo da perseguire, ma per raggiungerlo è necessaria una soluzione di sistema che tenga insieme tutta la filiera in dialogo con le istituzioni».
Parlando sempre di Europa, c’è stato un vertice giovedì scorso sul rilancio dell’Ue. C’è stata l’ennesima promessa di sburocratizzare. Voi ci credete e che giudizio è preferibile: la regolamentazione europea o la legislazione nazionale armonizzata magari con quella degli altri Paesi?
«L’attuale contesto legislativo europeo necessita ancora di un reale processo di armonizzazione ma questa, a mio giudizio, è la strada. Come settore, sia in Italia che in Europa, ci battiamo per un approccio armonizzato che risponda pragmaticamente alla regolamentazione europea sugli imballaggi, costruttivo e non ideologico, orientato ai risultati e alla fattibilità industriale».
Siamo al paradosso che nel 2004 l’Ue vietò lo zucchero nelle zuccheriere imponendo le bustine a da quest’estate invece tornano le zuccheriere e vanno fuori legge le bustine. Come fate a fare impresa in questo contesto?
«Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare. Servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Noi chiediamo che il governo agevoli le prassi di mercato che generano riduzione di prodotti e merci immessi al consumo attraverso progetti di investimento mirati per permettere alle imprese di trasformare gli obiettivi regolatori in scelte industriali e in risultati misurabili. Inoltre, è necessario adeguare il sistema di raccolta e riciclo che cambia con il cambiare degli imballaggi, una sfida che l’Italia deve affrontare con spirito industriale senza precludersi soluzioni che possono essere abilitanti come, ad esempio, il riciclo chimico. Possiamo diventare un esempio virtuoso di efficienza e sostenibilità a condizione che nessun attore della filiera venga lasciato indietro».
Lei si occupa di imballaggi flessibili, ma complessivamente il settore imballaggi come sta in Italia? Ci fa un quadro dei maggiori indicatori economici?
«In Italia il settore degli imballaggi flessibili impiega circa 12.000 addetti con una produzione intorno alle 400.000 tonnellate e un fatturato di oltre 4,3 miliardi di euro. I dati che sto citando sono quelli Giflex - Mecs relativi al 2024. Siamo un settore solido, pur in un contesto di lieve rallentamento dovuto più all’aggiustamento dei prezzi che a un calo dei volumi. L’occupazione rimane stabile e la redditività migliora grazie alla crescita della produttività e al valore del capitale umano. Dopo il ciclo straordinario del biennio 2021-2022, il 2024 ha presentato una fase di normalizzazione e rafforzamento strutturale per un settore che conferma la propria competitività e solidità finanziaria (la patrimonializzazione del settore supera il 43% del capitale investito). Più in generale le previsioni indicano una crescita stabile della produzione nazionale di imballaggi, con un incremento atteso del +1% nel 2025 e un tasso medio annuo del +1,2% fino al 2028. Questi sono i dati consolidati e le proiezioni fatte dall’Istituto nazionale imballaggi».
Lei di recente ha insistito perché la meccanica vi metta a disposizione strumenti di confezionamento sempre più efficienti. Come va il distretto industriale dell’automazione per imballaggio? C’è una sinergia di filiera?
«L’Italia dell’imballaggio è una filiera solida, innovativa e competitiva del Made in Italy che vale 51,3 miliardi di euro tra produttori di imballaggio e costruttori di tecnologie per il confezionamento, la stampa e il converting. L’innovazione sostenibile passa anche da nuove progettualità sia tecnologiche che di sviluppo di nuovi materiali. È urgente ridefinire aiuti e incentivi per la filiera a supporto di efficaci politiche industriali che vadano di pari passo con quelle ambientali. Un primo obiettivo lo abbiamo raggiunto sul tema del revamping che ha trovato riconoscimento nella legge di bilancio. Ora la stessa logica deve accompagnare questa nuova fase: servono criteri di sostenibilità chiari e strumenti in grado di compensare i costi del passaggio verso imballaggi sempre più innovativi e sostenibili così da proteggere la competitività del sistema Italia del packaging».
Temete una concorrenza estera? I nostri «confini» economici rispetto al vostro settore sono ben presidiati?
«La nostra capacità di fare innovazione in stretta connessione con i nostri clienti è la vera barriera contro invasioni di mercato low cost».
Allargando lo sguardo al manifatturiero, quali sono per voi le priorità per uno sviluppo ulteriore dell’industria?
«Intendiamo promuovere nei prossimi mesi la costituzione di un tavolo di lavoro di filiera sulla riduzione dell’immesso al consumo, in dialogo con governo e Parlamento. L’industria dell’imballaggio flessibile non può affrontare da solo la complessità regolatoria. È necessario un approccio comune tra attori della filiera e la politica per strutturare soluzioni adeguate e condivise».
Se dovesse indicare una di queste quattro emergenze quale è quella che pesa di più: energia, mancanza di manodopera, credito, dazi?
«L’energia: allineare i costi energetici italiani alla media europea restituirebbe alle imprese condizioni di concorrenza e crescita sostenibile».
Quali sono gli orizzonti di sviluppo del vostro settore? E per le sue aziende?
«Noi siamo pronti a rispondere positivamente alle richieste del nuovo Regolamento europeo. L’imballaggio flessibile è smart e minimalista per natura: pesa poco, utilizza poche materie prime, ottimizza trasporto e logistica, produce poca CO2. Un esempio? Una busta refill per sapone liquido ha un rapporto peso contenuto/contenitore di circa il 2%. Un grande vantaggio rispetto all’utilizzo di contenitori rigidi che si traduce in bene per l’ambiente e vantaggio per le tasche del consumatore».
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Giovanni Tria (Ansa)
Esiste un gruppo di 20 Paesi che puntano a togliere poteri a Bruxelles e a trasformare l’Europa?
«Sì, gli Stati europei si muovono singolarmente e l’Unione non è più compatta. Non è chiaro cosa questi governi vogliano fare, sicuramente cercano accordi tra di loro, nelle maglie delle istituzioni europee e, più che a cambiare le regole, mirano ad aggirarle. Come dire, le nazioni pensano a sé stesse e non mi sembra credano ancora nell’Unione europea, come se da questo momento ci fosse l’intenzione di agire da soli. D’altronde la storia dei Volenterosi sull’Unione europea ha aperto una strada, io lo definirei quasi un punto di non ritorno. Perché è vero che c’è stato lo stanziamento collettivo dei 90 miliardi da parte dell’Ue, ma poi? In quel caso si è sfaldata la compattezza dell’Unione. Ora sembra che per ciascuno Stato sia quasi più facile muoversi senza Ue, scardinando l’istituzione».
Le istituzioni europee andrebbero cambiate?
«Sì e se non si riesce a cambiare in fretta l’apparato, si rischia di far saltare l’Unione europea. C’è un attivismo dei singoli Paesi ma non credo che questo sia il modo migliore per arrivare a una soluzione coesa, piuttosto questo atteggiamento porterà a una frammentazione e non a un cambiamento come andrebbe fatto. I Paesi si alleano in squadre, gruppi di governi che così non fanno bene l’uno all’altro. Noi abbiamo bisogno di una politica monetaria perché non abbiamo una vera politica di bilancio. Il Patto di stabilità pone regole che devono essere rispettate dai singoli Paesi. Ma questo viene visto non in un’ottica complessiva europea. Non esiste un fisco europeo e soprattutto si impone la riduzione del decifit a prescindere».
Riuscirà Giorgia Meloni con il documento scritto con il cancelliere Merz a ridisegnare le procedure dell’Unione?
«Fa parte del necessario nuovo attivismo delle nazioni: poiché è tutto paralizzato, ci sono i vari assi, tra cui anche questo. Ma da soli è impossibile ridisegnare le linee complessive. Non vedo un vero accordo sulle questioni essenziali».
Esiste un potenziale motore italo-tedesco quindi?
«Esiste ed è importante per cambiare le regole su concorrenza e aiuti di Stato, per permettere il rafforzamento delle imprese, soprattutto. La regolamentazione antitrust non è più adeguata alla visione mondiale: per esempio, perché vietare la nascita di grandi imprese che potrebbero far concorrenza a quelle di Cina e Usa? Sono regole vecchie, nate per evitare che ci fossero realtà prevaricanti dei singoli Stati nei confronti degli altri. Le regole contro gli aiuti di Stato sono obsolete perché bisogna concorrere con Usa e Cina che hanno grandi aiuti pubblici. Quando non c’era l’Europa le grandi aziende partecipate sono nate anche grazie al capitale pubblico».
La provoco: si stava meglio prima?
«No, dico che l’Unione è nata in un momento in cui non c’era il mercato globale: pensate a un condominio, il problema di Bruxelles è sempre stato quello di fare andare d’accordo gli inquilini. Ma c’è una città che va avanti e si ingrandisce, mentre noi litighiamo e perdiamo occasioni di crescita e miglioramento. Le regole fiscali europee sono fatte soltanto per impedire che le singole politiche fiscali creino problemi agli altri Stati e bloccano la possibilità di avere un mercato europeo forte e competitivo con gli altri continenti. Siamo privi di uno strumento di politica economica forte».
Ma c’è la possibilità che l’Italia in qualche modo possa sostituire la Francia nell’asse con i tedeschi?
«Ci vorrebbe un asse tra i grandi Paesi, servono tutti all’appello. La Germania fino a oggi ha impedito l’introduzione del debito europeo, per esempio. In pratica nessuno vede l’interesse complessivo: se la Germania inizia a correre più dell’Italia, è un vantaggio anche per noi perché si traina l’economia del nostro Paese. L’importante è la non paralisi, altrimenti meglio essere liberi e senza vincoli. L’Europa così non ha senso. Italia e Germania hanno in comune l’industria manifatturiera, in questo campo c’è grande interesse tra i due Paesi. In altri settori c’è più sintonia tra Germania e Francia, penso al settore automobilistico. Ma va bene così, è normale».
Perché gli eurobond sono uno scoglio? Si tratta di un elemento divisivo?
«Gli eurobond sono il punto centrale della questione europea: sono divisivi perché ci sono Paesi come la Germania che hanno paura della mutualizzazione, ovvero della condivisione dei debiti. Ma l’emissione di debito europeo non serve solo a finanziare i grandi programmi di sviluppo: si tratterebbe di titoli sicuri, safe asset globali su cui la finanza mondiale può investire, dando più importanza all’euro. Oggi, per esempio, c’è un problema di minore fiducia nel dollaro. Il bilancio americano è finanziato da tutto il mondo, perché la maggior parte dei risparmi globali vanno lì. Gli eurobond potrebbero attrarre risparmio in modo da diventare concorrenziali con gli Stati Uniti: il debito europeo, in modo massiccio, e non come per il Pnrr in modo frazionato, potrebbe restituire un ordine globale. Nascerebbe una terza gamba, vicina a quelle di Usa e Cina».
Mentre resta un tabù?
«Sì, perché c’è questa idea per cui ci si indebita per coprire spese nazionali: in realtà il debito comune sarebbe la scelta regina per rilanciare l’Europa. Ma purtroppo i Paesi del Nord non lo vedono di buon occhio, dando vita a una spaccatura mediterranea: pensiamo ancora al Pnrr, l’Italia aveva le risorse però non è stata in grado di sfruttarle. Questa è una triste verità per tutti».
Insomma, l’Unione europea così può andare avanti o a forza di cooperazioni rafforzate va a disgregarsi per tornare a formule pre Maastricht?
«Non si può andare avanti così, l’Europa ne esce frammentata e massacrata. Se restiamo con queste regole in ogni caso ci disgregheremmo. Le cooperazioni possono essere dei singoli esperimenti, ma le piccole unioni dentro l’Unione sarebbero limitanti. Finirebbe per esserci un timone di comando di pochi Paesi, perdendo il significato dell’Ue. Non credo che questo possa essere un assetto istituzionale sostenibile».
Ha ragione Trump a indicare in Pechino il problema sistemico? L’Italia che margini di movimento ha?
«Pechino non è un problema sistemico, Trump vuole agire in modo unilaterale nella sua sfera di interessi: ovvero, America First. A questo punto il presidente Usa non è neanche interessato ad andare allo scontro con Pechino perché la Cina è diventata una grande potenza economica. Il problema è la necessità di un nuovo accordo globale, con tutti, inclusi Europa e Cina. Lo sviluppo della Cina diventerebbe un problema in caso di conflitto, ma non lo è a prescindere: pensiamo all’importanza dell’importazione a basso costo. Si deve calcolare anche quanto i prodotti cinesi incidono sulla produzione italiana e rappresentino un valore. Non si può vedere soltanto il problema dal punto di vista del consumatore, c’è anche quello di chi produce. Il margine del movimento deve essere per forza europeo: ma finché c’è la guerra in Ucraina, l’Europa non può “disubbidire” agli Stati Uniti per via dell’ombrello di difesa americano. Solo la fine della guerra consentirà di ristabilire una possibile negoziazione tra Europa e Cina: diciamolo, la pressione americana tarpa lo sviluppo di qualsiasi nostro rapporto con la Cina».
Un anno di dazi: il bilancio è meno catastrofico del previsto? E perchè?
«Non abbiamo ancora avuto gli effetti veri e propri della guerra dei dazi, si tratta di una politica conservativa che danneggia tutti: i dazi sono stati imposti dagli Usa in modo diversificato e quindi è presto per fare un bilancio anche perché c’è una mutazione sulle stesse imposte. Il vero problema è proprio l’incertezza, e ricordiamoci che l’incertezza è la più grande nemica dell’economia. Restiamo a guardare, anche negli Usa l’effetto inflazionistico è limitato ma sicuramente si sono rotte le regole globali liberali, perciò diventa innegabile che un Paese come gli Usa, per motivi economici o punitivi, sta generando disordine. E il disordine non conviene a nessuno».
Rifarebbe il ministro in futuro? Ci fa un bilancio tra ricordi migliori o peggiori?
«Non mi pongo il problema perché non so chi mi chiamerebbe mai oggi, io sono stato a disposizione. Il mio è un bilancio positivo, vi ricordo che ottenni il deficit più basso degli ultimi 20 anni… Lo ritengo un risultato più che buono. Come adesso è positivo che il governo Meloni stia comprimendo il deficit e stabilizzando la finanza pubblica. A parte questo governo che è stabile e durerà, gli ultimi esecutivi sono stati brevi e traballanti. Se proprio devo proprio elencare un aspetto tra i peggiori del mio mandato… quello di aver ho dovuto agire in difesa e non avere avuto il tempo di imporre il mio pensiero. E perché no, il tempo anche di imparare, perché quando ho capito il mestiere di ministro al 100% sono dovuto andare via».
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