True
2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Continua a leggereRiduci
Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/virostar-finanziamenti-2659619267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="porte-girevoli-tra-stati-e-imprese" data-post-id="2659619267" data-published-at="1679258589" data-use-pagination="False"> Porte girevoli tra Stati e imprese In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Marco Rubio e Ursula von der Leyen alla conferenza di Monaco (Ansa)
Ursula von der Leyen, allora, si è mostrata «molto rassicurata» dal discorso del Segretario di Stato Usa, il quale ha elogiato «l’unica civiltà occidentale» e ha garantito che «il nostro destino è intrecciato al vostro». A ben vedere, sono gli stessi concetti già espressi da JD Vance lo scorso anno, dallo stesso pulpito. E infatti, Rubio non ha rinnegato le reprimende della Casa Bianca al Vecchio continente: «Siamo legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi», si è limitato a osservare, perciò «a volte possiamo sembrare un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli». Sono cambiati i toni, la sostanza è rimasta identica: Donald Trump, ha ribadito il rappresentante di Washington, «esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa». Li chiama «amici», appunto, ma pretende che si rimettano in riga.
Loro hanno risposto con una standing ovation. Il presidente della conferenza bavarese, Wolfgang Ischinger, al pari di Kaja Kallas, si è goduto «il sospiro di sollievo in aula mentre ascoltavamo un messaggio di rassicurazione e partenariato». Eppure, le tirate d’orecchi di Rubio erano a tutti gli effetti tirate d’orecchi: tipo quella sulla deindustrializzazione, «una scelta voluta», che ha finito per avvantaggiare la Cina. Mal comune, mezzo gaudio: il segretario di Stato ha confessato almeno il concorso di colpa di Ue e Usa.
Il discorso di Monaco ha esposto altresì le linee di faglia che corrono all’interno del governo di coalizione tedesco: da un lato, il ministro degli Esteri cristiano-democratico, Johann Wadephul, nonostante l’arringa di Friedrich Merz sulla necessità di rendersi indipendenti dagli statunitensi, ci ha tenuto a rivendicare che Rubio è «un vero partner», con il quale «abbiamo un terreno comune»; dall’altro, il vicecancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ha ricordato che, al netto dell’atteggiamento «molto conciliante» e «molto diplomatico» del capo della diplomazia americana, «attualmente abbiamo molti problemi nelle relazioni transatlantiche».
Le direttive da Washington sono immutate. Rubio, benché sia il meno favorevole della sua amministrazione a concedere linee di credito alla Russia, ha disertato il vertice sull’Ucraina. Sfumature che non sono sfuggite al ministro della Difesa tedesco e compagno di partito di Klingbeil, Boris Pistorius. Mette Frederiksen, premier danese, ha segnalato che le mire di Trump sulla Groenlandia «purtroppo non sono cambiate». La Francia, in rotta totale con The Donald, è rimasta scettica: per il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Noël Barrot, la «strategia» che consiste nel costruire un’Europa forte e indipendente non cambierà.
La frattura nell’élite continentale, insomma, non solo non si è ricomposta ma è destinata ad approfondirsi: l’Italia, con Antonio Tajani e Giorgia Meloni, al contrario di Merz ed Emmanuel Macron, continua a rammentare ai partner che è impossibile prescindere dall’America. E Keir Starmer, pur essendo un campione della collaborazione con l’Europa, fino al punto di rinnegare la Brexit e di proporre una Nato a trazione continentale, si è visto costretto al bagno di realtà: «Stiamo lavorando con gli Stati Uniti», ha rivendicato, «su difesa, sicurezza e intelligence 24 ore su 24, sette giorni su sette».
L’Ue si è dovuta sorbire anche la ramanzina di Mark Rutte: il segretario generale Nato ha invitato i Paesi a fornire a Kiev solo armi ottenute nell’ambito del programma Purl, quello che prevede acquisti dagli Usa. Diversamente, «avete fotografie sui media, ma le cose che servono davvero all’Ucraina sono dentro quella lista». Persino gli iraniani si sono sentiti autorizzati a bistrattarci: «L’Ue sembra confusa», ha scritto su X il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. «Senza direzione ha perso tutto il suo peso geopolitico nella nostra regione».
Ecco il dilemma: accontentarsi di essere randellati dagli americani ma col manganello di gomma, come già accadeva ai tempi di Joe Biden, che ci ha messo in ginocchio con il suo «buy American» e la guerra nell’Est, però ci riempiva di pacche sulle spalle; oppure risolversi allo scontro con gli Usa, commettendo l’errore di appiattirli su Trump, rifiutando di ammetterne le ragioni e impelagandosi in una lotta fratricida per definire la futura configurazione dell’Europa.
La stampa nostrana, alla luce delle considerazioni di Merz sul tycoon, si è affrettata a liquidare l’asse Roma-Berlino che aveva messo ai margini i transalpini. Ma l’ex ministro della Difesa francese, Sylvie Goulard, al Corriere della Sera ha detto chiaro e tondo che «la logica delle intese variabili e non vincolanti tra governi rischia di svuotare di senso la costruzione europea». Il côté macronian-draghian-montiano, insomma, dimostra di aver colto perfettamente il nodo del contendere: più centralizzazione - anche attraverso gli eurobond - e più poteri alla Commissione, come sognano quelli convinti che ci si debba porre «al riparo dal processo elettorale», o più prerogative agli Stati sovrani, mettendo in comune poche materie cruciali, con poche regole e con un ruolo rafforzato del Consiglio.
Prendere in mano il nostro destino significa, in primo luogo, compiere questa scelta. Non è una decisione che possa prendere Rubio.
Continua a leggereRiduci
Marco Rubio (Ansa)
Il tramonto dell’Occidente non è inevitabile. È questa la convinzione espressa da Marco Rubio nel discorso da lui tenuto, ieri, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il segretario di Stato americano ha innanzitutto puntato il dito contro il concetto di «fine della storia». «In questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica di libero e sfrenato commercio, mentre alcune nazioni proteggevano le loro economie e sovvenzionavano le loro aziende», ha dichiarato, criticando gli effetti della globalizzazione: dall’immigrazione senza regole alle politiche green. «Abbiamo commesso questi errori insieme», ha proseguito, «e ora insieme abbiamo il dovere, nei confronti del nostro popolo, di affrontare questi fatti e di andare avanti per ricostruire. Sotto la presidenza Trump, gli Usa si assumeranno ancora una volta il compito del rinnovamento e della ricostruzione, spinti dalla visione di un futuro altrettanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto lo fu il passato della nostra civiltà».
«Non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo ormai in crisi, anziché fare i conti con ciò che è necessario per risolvere il problema», ha continuato. «Noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del tramonto controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana», ha aggiunto. «Non vogliamo che i nostri alleati siano deboli. Perché questo ci rende più deboli», ha anche detto, sottolineando inoltre che gli americani saranno «sempre figli dell’Europa». «L’America sta tracciando la strada per un nuovo secolo di prosperità. E, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, nostri cari alleati e nostri più vecchi amici. Vogliamo farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa del suo retaggio e della sua storia, con un’Europa che ha lo spirito di creazione e libertà che ha mandato navi in mari inesplorati e che ha dato vita alla nostra civiltà, con un’Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere», ha concluso.
Ben lungi dall’incarnare uno spirito isolazionista, Rubio, nel suo discorso, ha preso le distanze tanto dalle ingenuità velleitarie di Francis Fukuyama quanto dal fatalismo cupo di Oswald Spengler. L’Europa, questo è il succo del suo intervento, può riprendere in mano il suo destino sia abbandonando gli errori ideologici degli ultimi vent’anni sia trovando una nuova convergenza con gli Stati Uniti. I punti su cui collaborare, secondo Rubio, sono numerosi: dalla salvaguardia delle frontiere alla reindustrializzazione delle economie occidentali, passando per il ripristino del controllo delle catene di approvvigionamento. Tutto questo, senza ovviamente trascurare il retaggio culturale che è stato alla base dell’Occidente. Perché - ed è questo il senso più profondo dell’intervento di Rubio - la crisi occidentale, oggi, è in primo luogo culturale, filosofica e, in un certo senso, spirituale.
Parole, quelle del segretario di Stato, ben diverse da quelle di Emmanuel Macron che, l’altro ieri, aveva definito l’Europa addirittura un «esempio» che gli altri avrebbero dovuto seguire. Il problema è che, tra molte leadership del Vecchio continente, manca totalmente una riflessione sul tramonto dell’Occidente. Basti pensare al discorso, tenuto ieri a Monaco da Keir Starmer. «Non siamo più la Gran Bretagna degli anni della Brexit», ha detto, promuovendo un riavvicinamento tra Londra e l’Ue. «Vogliamo unire la nostra leadership nei settori della Difesa, della tecnologia e dell’Intelligenza artificiale a quella dell’Europa per moltiplicare i nostri punti di forza e costruire una base industriale condivisa in tutto il continente», ha dichiarato. Dal canto suo, sempre ieri, Ursula von der Leyen ha affermato che bisogna «costruire una spina dorsale europea di facilitatori strategici: nello Spazio, nell’intelligence e nelle capacità di attacco in profondità».
Insomma, anziché interrogarsi sulla crisi europea per cercare di invertirla, molte leadership del Vecchio continente continuano a non porsi minimamente il problema. E, a peggiorare la situazione stanno le spaccature intestine. Ieri, a Monaco, Pedro Sánchez ha definito «troppo pericoloso» il riarmo nucleare: una stoccata più o meno velata a Friedrich Merz che, venerdì, aveva reso noto di voler creare un deterrente atomico europeo insieme a Macron. Senza poi trascurare che lo stesso asse franco-tedesco è ormai sempre più scricchiolante. Al di là delle dichiarazioni di facciata, il cancelliere tedesco e il capo dell’Eliseo sono infatti assai distanti su numerose questioni (dai dazi americani al settore della Difesa).
Il punto vero è che, piaccia o meno, gli Usa sono passati attraverso una crisi profonda che, a partire dalla sindrome dell’Iraq, si è dipanata attraverso la Grande recessione. Da tale crisi, hanno iniziato a riflettere sugli errori passati, per poi cambiare rotta. In tal senso, al netto dei suoi limiti, l’amministrazione Trump rappresenta l’esito di questo lungo processo autocritico. Dalle parti del Vecchio continente, invece, molti continuano a negare l’evidenza, crogiolandosi nell’illusione di un mondo che ormai non esiste più. Certo, l’attuale presidente americano, su alcuni dossier, ha dato, in un certo senso, la sveglia agli europei: Merz ha dovuto ammettere il riemergere della politica di potenza, mentre la Commissione Ue ha fatto marcia indietro su alcune derive green.
Tuttavia sia a Bruxelles sia a Londra manca ancora un’autocritica complessiva, strutturale, filosofica. È da qui che passa la possibilità di una rinascita del Vecchio continente. O il suo definitivo tramonto. Le vecchie élites europee arroccate dovrebbero prestare attenzione alle parole di Rubio. Ma sappiamo già che non lo faranno.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Lo schema stanco che si ripete è sempre lo stesso. Le sigle rosse sfruttano il primo pretesto minimamente giustificabile per indire uno sciopero che metta in difficoltà il Paese e quindi il governo. La Commissione di garanzia individua delle violazioni delle norme e il responsabile dei Trasporti interviene. A quel punto, apriti cielo, la Cgil e i sindacati rossi hanno gioco (mediaticamente) facile a rivendicare una lesione dei diritti, la violazione della Costituzione e l’oppressione democratica.
Nell’ultima puntata però si è registrata una novità che ha messo a nudo l’ipocrisia di chi nasconde dietro alla retorica della lotta per i lavoratori la volontà di portare avanti una battaglia politica.
La trattativa tra i sindacati e la commissione guidata Paola Bellocchi va avanti da dicembre. E precisamente, da quando, nel rispetto dei tempi tecnici, le parti sociali avevano individuato nel 16 febbraio e nel 7 marzo (tra le altre) le date utili per la protesta delle compagnie aeree e delle società di handling/servizi aeroportuali prima, e dell’Enav (i controllori) poi.
Guarda caso nel pieno svolgimento delle Olimpiadi invernali (dal 6 febbraio al 22 febbraio) e dei Giochi Paralimpici (dal 6 marzo al 15 marzo).
In questo periodo, la Commissione prima e il governo poi, hanno cercato in tutti i modi un compromesso che portasse a una sorta di «tregua olimpica», tentativo che del resto era stato già fatto per il Giubileo. C’è un evento che porterà in Italia milioni di turisti, il Paese resterà per settimane al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo, insomma firmiamo un patto di non belligeranza, facciamo bella figura con il resto del Pianeta e poi se sarà proprio necessario torneremo a darcele di santa ragione.
Ragionevole? Niente affatto. I sindacati hanno respinto qualsiasi compromesso. La commissione ne ha preso atto e avendo ricevuto molteplici alert dai prefetti ha, come da legge, richiamato l’attenzione del ministro dei Trasporti evidenziando i rischi di «gravi pregiudizi per la libertà di circolazione e per le esigenze di sicurezza delle persone».
Ma ha fatto anche altro. Ha proposto delle date alternative, rendendole pubbliche. «Nell’ambito del procedimento di conciliazione di cui all’articolo 8 della legge 146 del 1990, e successive modificazioni», si legge nella delibera inviata al Mit, «si invita le parti a revocare gli scioperi proclamati per il 16 febbraio 2026 e per il 7 marzo 2026 ed, eventualmente, a concentrare le astensioni collettive in una data ricompresa tra il 24 febbraio 2026 ed il 4 marzo 2026, in quanto periodo non interessato dallo svolgimento delle manifestazioni sportive sopra richiamate».
Per la serie, proviamo a usare il buonsenso. Esercitiamo il sacrosanto diritto di sciopero qualche giorno dopo in modo da salvaguardare anche l’altrettanto sacrosanto diritto del Paese di mostrare la parte più bella di sé senza blocchi, disagi e manifestazioni varie.
Possibile? Neanche a parlarne. Dai sindacati, ancora una volta, non sono arrivate aperture. E arriviamo a venerdì mattina e alla recita del solito rituale stanco. Salvini che chiede a Cgil e compagni di fare un passo indietro, Landini & C. che respingono la richiesta al mittente, e il mittente che precetta. Il tutto condito da rivendicazioni, mezzi insulti e minacce.
Il risultato che si voleva raggiungere sin dall’inizio. Tant’è che dopo aver gridato alla restrizione dei diritti e all’allarme democratico, le parti sociali sono tornate sui loro passi e hanno modificato la data dello sciopero: non più il 16 febbraio adesso ci accontentiamo anche del 26.
Proprio come proposto qualche ora prima dalla commissione. E allora perché non farlo prima? La risposta è facilmente intuibile e mostra plasticamente come il vero fine delle proteste non sia quello di salvaguardare il diritto dei lavoratori tenendo a cuore anche le esigenze dei cittadini. Quanto politico: indurre il governo a pretendere la presenza sui luoghi di lavoro in modo da poter fare le vittime e gridare alla compressione dei diritti democratici. Salvo poi scioperare lo stesso. Chiamatela pure strategia della precettazione. Che funzionerà per Landini & C. ma non per il resto del Paese.
Continua a leggereRiduci