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2023-03-20
Da Pfizer a Gates, quanti finanziamenti alle nostre virostar
Adfrea Crisanti, Matteo Bassetti e Franco Locatelli (Ansa)
La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.
La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.
Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.
Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. Ebbene, dal 2016 al 2022 l’industria farmaceutica ha versato ai medici oltre 1 miliardo di euro.
Porte girevoli tra Stati e imprese
In inglese si chiamano «revolving doors», porte girevoli, e indicano la facilità con cui si entra e si esce dalle istituzioni verso il privato. Non è solo malcostume: è diventato un sistema. E non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale settore accada maggiormente, quello dell’industria farmaceutica. Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer.
L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
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Matteo Bassetti colleziona consulenze, Andrea Crisanti sostenuto dall’agenzia militare Usa. I soldi di Big Pharma pure a Roberto Burioni e a Franco Locatelli.La tendenza a passare disinvoltamente dagli enti pubblici alle case farmaceutiche è dilagante. Con il rischio che fra controllori e controllati ci sia fin troppa intimità.Lo speciale contiene due articoli.La chiamano dottrina Gates e consiste nel permettere a soggetti privati, come l’omonimo «filantropo» americano, di sovvenzionare enti e agenzie sanitarie pubbliche e contemporaneamente aziende farmaceutiche, le quali a loro volta promuovono l’attività degli scienziati, in un sistema di vasi comunicanti e di commistione sistemica tra pubblico e privato. Aziende farmaceutiche e operatori sanitari lavorano sempre più a stretto contatto, a fronte di governi che investono sempre meno nella ricerca scientifica. Quando però la collaborazione non è regolamentata con trasparenza, il rischio del conflitto d’interesse è dietro l’angolo.La partnership tra pubblico e privato ha preso piede anche in Italia e a beneficiarne, attraverso le università e gli ospedali in cui lavorano, sono molti scienziati diventati noti durante la pandemia. Il professor Andrea Crisanti ad esempio, oggi senatore del Pd, ha gestito progetti con sovvenzioni della Commissione Ue (per circa 13 milioni di euro), dell’agenzia governativa britannica Bbsrc e del National Institute of Health (Nih) americano di Francis Collins e Anthony Fauci (con oltre 5 milioni di sterline). Crisanti è stato addirittura sostenuto dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia militare statunitense, che gli ha concesso tra il 2017 e il 2021 una dotazione di 2 milioni e 600.000 dollari per il progetto Safe gene drive technology. Sul lavoro di Crisanti hanno però investito i due maggiori fondi privati internazionali, la Bill & Melissa Gates Foundation (Bmgf) e il Wellcome Trust. La Bmgf ha sovvenzionato con 5 milioni di sterline il progetto dell’Imperial College Target Malaria di cui Crisanti è principal investigator. Lo zanzarologo ha inoltre dichiarato sul suo curriculum di avere gestito ben 50 milioni di dollari della Gates Foundation e del Nih per un progetto sulle zanzare. L’esperto si è anche dichiarato beneficiario del Wellcome Trust, fondazione britannica che finanzia la grande industria farmaceutica (Pfizer, Johnson & Johnson, Novartis, Roche, ecc). A proposito di zanzare, la Fondazione Gates il 1° ottobre 2019 ha versato 100.000 dollari perfino nelle casse dell’Istituto Superiore di Sanità, presieduto da Silvio Brusaferro, per un progetto sulla malaria.La lista dei finanziamenti che il professor Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova, dichiara di percepire per comitati scientifici, viaggi e onorari da relatore, è sconfinata: Angelini (Tachipirina), Astellas, AstraZeneca, Basilea, Bayer, BioMérieux, Cidara, Correvio, Cubist, Menarini, Molteni, Nabriva, Paratek, Roche, Shionogi, Tetraphase, Thermo Fisher, The Medicine Company e, ovviamente, Pfizer. Una menzione a parte merita l’azienda farmaceutica tedesca Msd, ossia la Merck, produttrice del farmaco anticovid Molnupiravir, costo 610 dollari a dose, ultimamente associato a gravi disturbi renali e nefrotossicità, al punto che la stessa azienda ha comunicato di «non aver raggiunto l’obiettivo». Eppure, l’Italia si era precipitata a ordinarne 51.840 cicli alla modica cifra di 32 milioni di euro. Bassetti, che ha impiegato il farmaco sui malati Covid, ha percepito dall’azienda 75.894 euro nel 2018, 55.044 euro nel 2019 e 17.562 nel 2021 (dati Msd-Efpia) per consulenze. Il professore genovese ha ricevuto anche piccoli compensi dalla multinazionale Usa Gilead Sciences, azienda produttrice del Remdesivir, l’antivirale dal costo di 2.070 euro a ciclo, usato al San Martino e altrove per combattere il Covid e poi rivelatosi, per involontaria ammissione dell’Oms, già nel 2020, «un fallimento». Nella dichiarazione dei presunti conflitti d’interesse di Bassetti del 2020 pubblicata dall’Icmje compaiono inoltre compagnie come Teva, Novartis e Ranbaxy. Il professore ha percepito qualche migliaia di euro nel 2021 anche da Eli Lilly (che produce monoclonali) e nel 2019 da Sanofi.Tra le altre virostar c’è Roberto Burioni, che dal 2016 al 2018 ha ricevuto da Gsk, Biogen, Pfizer e Merck circa 16.000 euro, poco più di Fabrizio Pregliasco, che si è dovuto accontentare di 13.000 euro concessi da Gsk e Sanofi. Anche Franco Locatelli, ex presidente della cabina di regia del Comitato Tecnico Scientifico, dal 2016 al 2020 ha raccolto sovvenzioni per circa 25.000 euro da diverse aziende tra cui Gilead, Sanofi, Novartis, Amgen e Pfizer. L’ex primario del Sacco di Milano, Massimo Galli, risulta sovvenzionato per circa 55.000 euro, elargiti per viaggi e consulenze da Gsk e AbbVie, azienda «esplosa» negli Usa per la produzione di bloccanti della pubertà per bambini e adolescenti, mentre alla Fondazione Gimbe risulta un versamento di Glaxo di 35.000 euro.Chi tiene il conto delle sovvenzioni è la European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia, la Farmindustria europea). Nei suoi report, ogni azienda associata deve indicare il nome dei medici e delle organizzazioni che hanno ricevuto bonifici per ricerche, consulenze, seminari, congressi e corsi. 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Il fenomeno è diffusissimo negli Usa: tempo fa, un articolo su Science aveva rilevato che 11 su 16 valutatori della Food and Drug Administration (Fda) che avevano lavorato su 28 approvazioni di farmaci, hanno lasciato l’Agenzia per diventare dirigenti delle aziende produttrici dei medicinali da loro approvati. Durante la pandemia il fenomeno si è dispiegato in tutto il suo inquietante fulgore. Basti pensare, ad esempio, a quello che è successo dentro Fda. A fine agosto 2021, la storica direttrice dell’ufficio Vaccini, Marion Gruber, sbatte la porta per le mille pressioni ricevute sull’approvazione di terze dosi e vaccinazione dei bambini. È stata sostituita da David Kaslow, direttore scientifico di Path, «Ong» attiva sulle vaccinazioni pediatriche e sostenuta con 75 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation. Kaslow è stato anche dirigente Merck. Con lui, è probabile che un altro J’accuse come quello di Gruber non si verifichi. Per un funzionario che va, ce n’è un altro che arriva. Ad esempio Scott Gottlieb, ex commissario Fda, passato nel giro di tre mesi dall’Agenzia federale al board di Pfizer; nella lettera d’addio, aveva scritto che «voleva passare più tempo con la sua famiglia». Ancora più clamoroso il caso dell’ex valutatore Fda Stephen Hahn: sei mesi dopo aver concesso l’autorizzazione all’uso dei vaccini Moderna, è passato al fondo di venture capital Flagship, maggiore azionista proprio di Moderna. A volte la porta girevole cambia verso, come nel caso di Alex Azar - ex presidente di Eli Lilly, nominato al Dipartimento per la Salute Usa - e di Patrizia Cavazzoni, dirigente Fda dopo 13 anni in Pfizer. L’Europa ha tentato di arginare la pratica anni fa, quando a capo dell’ufficio legale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) fu nominato Stefano Marino, ex Sigma-Tau. A difenderlo fu l’allora direttore Ema Guido Rasi, poi arruolato in pandemia dal generale Figliuolo. Ema chiuse un occhio, come l’ha chiuso con Emer Cooke, attuale direttrice dell’Agenzia, catapultata nell’istituzione Ue da Efpia, la Farmindustria europea che fa lobbying sui farmaci. Un’inchiesta di Politico e del quotidiano tedesco Die Welt ha rivelato che a fare il bello e il cattivo tempo sui vaccini, soffiando sul collo dei governi, sono state quattro organizzazioni private: la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF), Gavi, il Wellcome Trust e il Cepi, che hanno speso almeno 8,3 milioni di dollari in lobbying. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata cruciale per la loro ascesa al potere e il sistema delle porte girevoli ha funzionato alla grande: ex dipendenti Oms sono passati a Bmgf e Cepi. A loro volta, ex funzionari Wellcome, Cepi e Bmgf lavorano oggi nelle istituzioni. Dawn O’Connell, ex Cepi, è il leader di uno dei settori più importanti del dipartimento Salute Usa. Viceversa Nicole Lurie, attuale direttore Usa del Cepi, lavorava al Dipartimento Salute. Queste strette connessioni hanno rafforzato oltre misura l’influenza di Bill Gates sulle misure pandemiche. Durante l’amministrazione Biden, i funzionari hanno incontrato i membri delle quattro organizzazioni su base settimanale. Senza di loro, la frenetica orgia vaccinale messa in moto dal mondo occidentale non sarebbe stata possibile.
Nel riquadro, la vittima Mauro Sbetta (IStock)
Le bottiglie sul tavolo avevano inizialmente creato negli investigatori una suggestione: probabilmente sulla scena del crimine c’erano più persone. E lo facevano pensare anche le condizioni in cui è stato trovato qualche giorno fa Mauro Sbetta, 68 anni, pensionato, massacrato dopo una colluttazione durante la quale ha cercato di difendersi. Per tutti, quell’uomo d’antan che anche solo per una passeggiata in centro calzava le sue Oxford e ritmava i passi con un bastone dal manico d’avorio, più per vezzo che per necessità, era «Milord», «Sir bombetta (dal cappello in stile inglese che indossava quando usciva, ndr)» o «Cavalier bombetta». Nonostante sembrasse emergere da un’altra epoca, era particolarmente attivo sul Web, dove postava le sue ricerche su Templari, massoneria e cattedrali gotiche. E anche se lo conoscevano tutti e in molti (è emerso dall’ascolto dei testimoni) passavano dalla sua abitazione anche solo per salutarlo o per chiedergli un consiglio, aveva pochissimi contatti sul suo telefono cellulare.
È stato ucciso, nella notte tra sabato e domenica, dopo una violenta aggressione e colpito alla testa probabilmente con un pesante oggetto afferrato nel soggiorno da una persona che conosceva. E che ora, secondo gli inquirenti (l’indagine è coordinata dal pm Davide Ognibene), ha un nome: Khalid Mamdouh, 41 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno, fermato dai carabinieri perché sospettato di omicidio volontario (con molta probabilità commesso nella notte tra il 10 e l’11 gennaio). Viveva in un edificio popolare a Borgo Valsugana (località in cui Sbetta, spesso, si recava per far visita alla seconda moglie del padre, ospitata in una casa di riposo), nella periferia commerciale del Comune distante cinque chilometri da Strigno, con i genitori. Era in Trentino da una trentina d’anni. E qui ha frequentato una scuola professionale in cui ha conseguito un diploma da operatore termoidraulico, certificazione che gli ha anche permesso di lavorare come operaio nel settore dell’edilizia, seppur in modo saltuario. Ma otteneva ingaggi pure da giardiniere. E, nonostante qualche risalente precedente per furto e per spaccio, era considerato integrato. Aveva amici e frequentava i bar del paese che lo aveva accolto.
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo si sono presentati a casa dei genitori, hanno appreso che non rientrava da giorni. Non si era, comunque, allontanato. Ieri mattina i militari l’hanno rintracciato in un appartamento poco distante e ammanettato (ora è in carcere a Spini di Gardolo in attesa dell’interrogatorio). Incastrato, sostiene chi indaga, dall’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, delle celle telefoniche agganciate dal suo cellulare e dei rilievi del Ris, che giovedì scorso hanno passato a setaccio l’appartamento del cavalier Sbetta. A suo carico, stando all’accusa, graverebbero circostanziati e numerosi indizi.
Il cerchio si è stretto partendo dalla scena del delitto. Dai reperti. Dalle tracce (molte) lasciate dall’aggressore. Il mosaico si compone velocemente, proprio mentre dall’attività investigativa di tipo classico (l’ascolto dei testimoni) emergono i rapporti tra la vittima e il marocchino. Che non sarebbe stato occasionale. E che spiega perché l’attenzione degli inquirenti si sia concentrata su una cerchia ristretta di contatti. Tra i quali c’era Mamdouh. La dinamica, ancora in fase di costruzione, al momento è questa: Sbetta, che (è emerso dalle testimonianze) era una persona generosa e solita ad aiutare chi aveva qualche difficoltà, ha fatto accomodare in soggiorno il suo aggressore e si sarebbe trattenuto con lui per diverso tempo (quello necessario per consumare più di una birra, le cui bottiglie sono state trovate sul tavolo). Un tempo sufficiente perché l’atmosfera cambiasse. Durante la conversazione, ipotizzano gli investigatori, l’ospite gli avrebbe chiesto un aiuto, forse economico. E al probabile rifiuto (il movente è ancora in fase di accertamento e non è stato ufficializzato da chi indaga) sarebbe scattata l’aggressione. Che sarebbe continuata anche in altre stanze della casa, dove sono state trovate tracce di sangue e impronte insanguinate sui muri. Compreso il piano superiore: in camera da letto una porta-finestra è andata in frantumi. Sono volate delle suppellettili (alcune delle quali trovate sul pavimento). E con una di queste, al momento non ritrovata, l’assassino avrebbe colpito Sbetta ripetutamente alla testa, uccidendolo (il decesso, stando all’autopsia, sarebbe stato causato da una emorragia intracranica).
L’aggressore avrebbe, quindi, rovistato nei cassetti (il soggiorno era parzialmente a soqquadro) alla ricerca di qualcosa. Poi sarebbe uscito in fretta chiudendo la porta. A riaprirla, mercoledì notte, è stato un vicino di casa che aveva le chiavi, allertato da un cugino della vittima che non riusciva a sentirlo da domenica. Accompagnato dai carabinieri, ha varcato l’ingresso. Il colpo d’occhio ha subito restituito l’immagine di una scena del crimine. Sbetta era a terra, in una pozza di sangue. Intorno, i segni della violenza. Poco più di 48 ore dopo i carabinieri hanno imboccato una direzione precisa. Ora tocca alla giustizia.
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Giampaolo Pansa (Imagoeconomica)
I personaggi scomodi non sparivano solo nel buco nero delle prigioni del Kgb, ma pure dalle fotografie del regime. Da Lev Trotzky a Nikolaj Ivanovič Ezov, ministro dell’Interno di Baffone e organizzatore delle grandi purghe, la lista degli epurati è lunga.
Nella Repubblica Sovietica di via Cristoforo Colombo a Roma, invece, la lista è composta di un solo nome: quello di Giampaolo Pansa. Da inviato speciale a epurato speciale. Che nonostante i 14 anni trascorsi ai vertici del giornale, di cui fu a lungo vicedirettore, l’autore del Sangue dei vinti non godesse più dei favori di colleghi era noto. Alla sua morte, infatti, il giornale per cui aveva inventato alcune definizioni celebri, come «la Balena Bianca» o «le truppe mastellate», liquidò la sua scomparsa al pari di quella di un lontanissimo parente. Però questa volta la testata che rappresenta ciò che resta della sinistra italiana si è superata.
Celebrando il suo cinquantesimo anniversario, con pagine speciali all’interno dell’edizione quotidiana e con una mostra in cui sono riprodotti alcuni dei principali eventi che hanno accompagnato la sua storia, Repubblica ha semplicemente cancellato Pansa. Chi non sapesse nulla di lui, della sua presenza a Largo Fochetti (sede storica della testata), penserebbe che con Repubblica non abbia mai avuto nulla a che fare. Eppure, si imbarcò sul vascello corsaro capitanato da Scalfari nel 1977, quando oltre a non aver ancora preso il largo, la zattera rischiava di affondare per penuria di copie. Pansa veniva dal Corriere della Sera e insieme a Giorgio Bocca che arrivava dal Giorno era forse la firma più prestigiosa della ciurma ingaggiata da Barbapapà. Di certo era quella più autorevole per raccontare la politica, che scrutava ai congressi con il suo binocolo spiando anche le smorfie dei colonnelli, e per narrare il terrorismo, che aveva visto crescere sotto i propri occhi durante le assemblee studentesche e del movimento. Fu lui a coniare definizioni storiche, rimaste negli annali. Da «parolaio rosso» per Bertinotti a «coniglio mannaro» per Forlani. Con lui si confidavano tutti, da Berlinguer ad Andreotti, per finire a Romiti. Era il principe dei cronisti, famoso anche per il suo immenso archivio e per la minuzia con cui rievocava i fatti. Complessivamente, Pansa ha trascorso nel gruppo Espresso 31 anni della sua carriera, prima come vicedirettore di Repubblica, poi come condirettore del settimanale da cui era nato il quotidiano. In quell’azienda e in quelle testate ha in pratica trascorso gran parte della sua carriera e della sua vita.
Purtroppo per lui, nel 2003 volle raccontare la tragedia dei vinti, ovvero le stragi dopo la caduta del fascismo. Persone che avevano indossato la camicia nera o che non avevano avuto nulla da spartire con il regime. Ma la guerra civile non guardava in faccia a nessuno, nemmeno i minorenni, alcuni dei quali pagarono con la vita. La colpa di Giampaolo fu fare luce sul lato oscuro della Resistenza, intaccando un po’ la gloria delle bande partigiane. Avere osato narrare il sangue dei vinti gli costò un’infinità di insulti, ma soprattutto l’ostracismo dei colleghi. Pansa con il suo libro minacciava il dogma dell’antifascismo, facendo cadere dal piedistallo la Resistenza e questo, a Repubblica, il quotidiano che giorno dopo giorno ha alimentato il credo della guerra di liberazione, non è stato perdonato. Giampaolo fu costretto a emigrare, prima al Riformista poi a Libero e quindi alla Verità. Per i compagni con cui aveva condiviso le notti in redazione aveva tradito. Un voltafaccia che non gli perdonarono neppure quando morì.
Ricordo che in chiesa, al suo funerale, c’erano quattro giornalisti e uno solo di Repubblica. Non il direttore o il vicedirettore, ma nemmeno il caporedattore. Dimenticato nonostante avesse contribuito con i suoi articoli a far crescere il giornale, prima che ci pensassero i De Benedetti e gli Agnelli a farlo decrescere. Ora, con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dalla fondazione, l’opera è compiuta. Come ai bei tempi dell’Unione Sovietica, il suo nome è sbianchettato e chi visiterà la mostra o leggerà il giornale nulla saprà di lui. La damnatio memoriae così sarà completa.
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Il giudice Claudio Politi l’ha ritenuto colpevole per aver sparato la notte del 20 settembre 2020 al siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, mentre, durante un tentativo di furto, il pregiudicato cercava di fuggire dopo aver ferito Lorenzo Grasso, collega di Marroccella.
Nel dispositivo della sentenza, ora in cartaceo, il carabiniere viene pure interdetto dai pubblici uffici per la durata di 5 anni ed è tenuto a pagare 15.000 euro per ogni figlio della vittima, 5.000 euro per ogni fratello, a titolo di anticipo del risarcimento del danno. «Si tratta di un obiettivo minimo che abbiamo raggiunto, siamo soddisfatti», aveva dichiarato Michele Vincelli, legale di parte civile assieme all’avvocato Claudia Serafini che avrebbe voluto una condanna del carabiniere per omicidio volontario.
Oltre alla provvisionale di 125.000 euro, immediatamente esecutiva, il vicebrigadiere deve sborsare 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano. Per l’esattezza, 5.180 euro andranno all’avvocato di Zumbach Tania, Badawi Omar, Badawi Kaiser, Badawi Svetlana, Badawi Syriana, Badawi Selvana, Badawi Bakri, Badawi Dalai, Badawi Khadija, Badawi Manal, Badawi Youssef, Badawi Abduirahim»; e 3.626 al secondo legale che assiste Badawi Aber, un alto fratello del siriano.
Una beffa enorme, quasi 9.000 euro per le spese degli avvocati difensori di tutti quei parenti che si sono costituiti parte civile. E se in secondo o terzo grado il carabiniere venisse assolto, che ne sarà dei soldi subito pagati da Marroccella? «Dovrebbero essere restituiti, il problema sarà come recuperarli», commentano i suoi legali, gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo. Già, molti dei parenti vivono all’estero e risulta difficile credere che si rendano rintracciabili dopo anni e dopo aver ottenuto la provvisionale disposta dal giudice. Magistrato che ha inasprito la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, perché quella del vicebrigadiere sarebbe stata «una reazione non proporzionata», sebbene la proporzionalità vada misurata non in astratto bensì alla luce del contesto specifico.
La stessa Cassazione ha affermato che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata». Entro 90 giorni conosceremo le motivazioni della sentenza.
Ai legali, che hanno già annunciato ricorso in appello, intanto sta per arrivare una pec da parte del tribunale di Roma, nella quale secondo prassi si chiederà se l’assistito è disposto a versare bonariamente la somma dovuta. In difetto, partirebbe l’esecuzione forzata ma per fortuna, grazie alla generosità di tantissimi cittadini che hanno risposto alla sottoscrizione aperta dalla Verità, il vicebrigadiere potrà far fronte a un provvedimento di carattere esecutivo. Sulle edizioni del nostro giornale in edicola settimana prossima comunicheremo la cifra complessiva raccolta e diremo esattamente come saranno gestite le eccedenze. Anticipiamo che sarà costituito un fondo vincolato da destinare a casi simili da noi ritenuti meritevoli, sui quali informeremo al centesimo i lettori.
Ieri Ivana Marroccella, moglie del vicebrigadiere, ha voluto ringraziare ancora una volta i lettori della Verità e tutti i sottoscrittori: «Sentire tanto affetto e una così grande solidarietà sta aiutando tanto la nostra famiglia», ci ha detto. «Il momento non è facile, dovremo comunque affrontare un altro grado di giudizio però la vicinanza di molti ci sostiene. Questa generosità, enorme quanto inaspettata, fa capire che le persone perbene si sono sentite colpite dal dramma che ci è caduto addosso e hanno voluto offrire il loro aiuto. Grazie di cuore».
La signora spiega di concentrare energia e attenzione sui figli di 14 e 12 anni, che solo da una settimana hanno saputo dell’imputazione e della condanna del loro papà. All’epoca dei fatti erano troppo piccoli e tuttora è evidente la fragilità di adolescenti davanti a simili notizie. «Faccio in modo che la loro vita prosegua il più normale possibile, certo non è facile essere sereni».
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La redazione de La Repubblica nel 1976. Nel riquadro l'unico titolo di Giampaolo Pansa alla mostra dei 50 anni del quotidiano (Ansa)
Pansa si unì alla redazione nel 1977, dagli inizi quindi. Se non si può definire un fondatore, poco ci manca. Ne è stato vicedirettore dal 1978 al 1991. Eppure di lui nessuna traccia, se non per caso in una piccola immagine all’interno di un wall dove sono state stampate alcune prime degli anni Settanta. È la prima pagina dedicata all’elezione di Sandro Pertini al Quirinale. Non si poteva non mettere evidentemente, e proprio lì, di taglio centrale, Pansa firma un pezzo: «Craxi disse alla Dc: “O votate, o casca il governo”».
Eppure di spazio ce ne sarebbe stato. L’esposizione, infatti, è stata allestita in uno dei grandi open space all’interno dell’ex mattatoio di Roma. Zona Testaccio. Si evolve lungo un corridoio ai cui lati si ritagliano degli spazi. Da un lato il percorso di Repubblica, dalla fondazione a oggi; dall’altro le riviste e le pagine che la arricchiscono negli anni. Moltissimi i pannelli di ritagli. Anche lì il nome di Pansa non spunta mai.
La mostra è arricchita anche di numerose fotografie, immagini storiche, dalla fondazione alle prime riunioni di redazione e così via. Pansa sembra non essere mai esistito. Ampio spazio viene dedicato poi ai vignettisti: Forattini su tutti, ma anche Bevilacqua.
Le firme e i direttori che godono di maggior spazio sono, oltre naturalmente al fondatore Scalfari, quelle di Corrado Augias, Ezio Mauro, Massimo Giannini, Francesco Merlo, Paolo Garimberti, Mario Orfeo, Simonetta Fiori, Maurizio Molinari, Michele Serra, Natalia Aspesi, Carlo Verdelli, Walter Veltroni, Emanuela Audisio, Concita De Gregorio.
Nella mostra, costruita per blocchi temporali, la storia di Repubblica scorre di fronte al visitatore attraverso un percorso multimediale in cui rivivono i primi 50 anni della testata fondata da Eugenio Scalfari che ne fu storico direttore, con fotografie, vignette d’autore, video interviste e prime pagine, con un’attenzione particolare anche alle trasformazioni del linguaggio giornalistico e della comunicazione: dalla carta al digitale, dall’edicola ai social.
All’interno è prevista un’area incontri dove, ogni sabato pomeriggio, si potrà ascoltare il racconto dei giornalisti e degli autori del giornale, anche qui nessun appuntamento prevede di ricordare Pansa.
Oggi alle 17 ci sarà anche una festa aperta al pubblico all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Chissà se qui si spenderanno due parole per ricordare anche il nostro collega. Siamo entrati alla mostra con un Qr code che fornisce il sito del quotidiano gratuitamente, ma nulla è gratis nel mondo di Repubblica, tutto ha un prezzo, per quello della libertà si paga l’oblio.
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