Ansa/Gianluigi Basilietti
Intervista a Livio Proietti, presidente Ismea, Marco Lupo, capo dipartimento Masaf, Sergio Marchi, direttore generale Ismea.
Intervista a Livio Proietti, presidente Ismea, Marco Lupo, capo dipartimento Masaf, Sergio Marchi, direttore generale Ismea.
Il pianista Andrea Vizzini presenta il progetto Pianolink, dedicato ai musicisti amatori. Dal Festival Miamor (dal 4 al 13 giugno a Milano) al concorso con una giuria di livello mondiale: un palco che mette insieme pianisti che suonano per amore e affermati professori d'orchestra.
Alla fine del 2024, in un momento difficile per Poste italiane alle prese con la riorganizzazione del lavoro a fronte di nuove sfide del settore, l’azienda guidata da Matteo Del Fante chiudeva un accordo col sindacato dei lavoratori di Poste della Cisl, cioè il primo sindacato indiscusso nel settore, con 20.000 nuove assunzioni e un nuovo servizio, Rete corriere, al passo con le richieste del mercato. Insomma, una mossa decisamente azzeccata sia sul mercato della logistica che, più in generale, sul fronte occupazionale; il tutto senza un minuto di sciopero.
Ebbene, cosa fa il comparto postale della Cgil? Si mette d’accordo con i colleghi della Uil e fanno causa a Poste italiane per condotta antisindacale e disapplicazione degli accordi virtuosi, come a dire: o l’accordo è quello che piace a noi, oppure si deve annullare tutto e rifare il tavolo. Ebbene, ieri è arrivata la sentenza della seconda sezione Lavoro del tribunale di Roma che ha dato torto al sindacato di Landini e di Bombardieri, ramo postini, i quali volevano cancellare i benefici per le lavoratrici e i lavoratori. Nessun diritto sindacale è stato scalfito. Una sconfitta totale, sia sul piano della lotta sindacale che su quello della strategia politica.
Per il giudice del lavoro, Poste italiane non poteva ignorare, in quella fase delle trattative, che il momento era difficile e una eventuale azione di scioperi avrebbe penalizzato il servizio a danno dei cittadini e quindi bene hanno fatto, Del Fante e Lasco, ad accelerare sul tavolo negoziale con quelle forze (Slp-Cisl in testa) che erano davvero interessate a un accordo. «Il bene dei lavoratori di Poste e il potenziamento dei servizi resta l’unica bussola che seguiamo», ha commentato il segretario della Slp-Cisl, Raffaele Roscigno. «Grazie a quell’accordo non solo abbiamo migliorato infatti le condizioni lavorative ma abbiamo creato quella Rete corriere che oggi è un servizio tra i più diffusi e performanti, con attenzione non solo ai grandi centri urbani ma anche verso i medi centri urbani e i piccoli paesi che non possono restare senza sportelli».
Ed è questo il cuore della questione: perché mai la Cgil e la Uil si sono sfilate e da una battaglia sindacale hanno portato la questione sul piano giudiziario, finendo anche lì ko? Cosa interessa al sindacato di Landini? Chiudere gli accordi? Così non pare proprio. Dunque non resta che ipotizzare un secondo fine, più di posizionamento politico nei giochi di Palazzo, sponda campo largo. Chiedere al giudice, oltre al riconoscimento di una fantomatica condotta antisindacale di Poste italiane (questione che il giudice del lavoro ha rigettato nettamente), anche la disapplicazione dei contratti è un colpo che danneggia i lavoratori, mica il datore di lavoro! La trattativa che gli uomini di Landini e di Bombardieri hanno rifiutato e contestato aveva chiuso con 20.000 assunzioni, tra l’altro in comparti nevralgici. Prendiamo la logistica: a fronte di un taglio di 3.300 zone di recapito, azienda e sindacato raggiungevano un accordo con 15.000 corrieri assunti in tre anni. Sulla Rete corriere: 3 ore in più di lavoro (da 36 a 39) riconosciute economicamente e pagate con maggiorazione. Per il potenziamento della Rete sportelli: 5.000 nuove assunzioni. Cosa non andava bene alla Cgil? Perché chiedere l’annullamento dei benefici e impugnare l’intesa? E soprattutto dove starebbe il comportamento antisindacale di Poste italiane? Dev’essere stato anche il pensiero del giudice, il quale nelle pieghe della causa del lavoro (dove tra l’altro chiedevano 50.000 euro di danno per ciascuna sigla sindacale, e la pubblicazione della sentenza su «7 quotidiani nazionali») non ha trovato alcuna ragione di diritto che avesse un senso.
Negli ultimi anni non si può non vedere il grande salto compiuto dall’azienda guidata dalla coppia Matteo Del Fante/Giuseppe Lasco (regista della trattativa) e non si può non registrare che il potenziamento dei servizi (pensiamo solo al boom delle consegne: di fatto Amazon lavora con Poste) e la copertura capillare degli sportelli è stata possibile senza un minuto di sciopero. Grazie alla categoria della Cisl guidata da Raffaele Roscigno.
Rilancio del nucleare, choc energetico da conflitto in Medio Oriente e solite beghe green che arrivano dall’Europa. Mai come in questo momento, il dicastero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica è il crocevia della politica economica del Paese.
Il viceministro Vannia Gava è solitamente schivo e poco propenso alle interviste. Vista la delicatezza dei dossier sul tavolo ha scelto La Verità per chiarire la sua posizione e quella del governo.
Viceministro, iniziamo dall’attualità: crisi energetica e trattativa con l’Europa affinché liberi un’aggiunta di spesa per tamponare gli effetti della chiusura di Hormuz sulle bollette e sui prezzi dei carburanti. Nonostante il pressing della Meloni, Bruxelles non cede.
«Guardi, la chiusura di Hormuz ha provocato una crisi geopolitica con effetti dirompenti e non può essere trattata come una crisi qualsiasi. Il tema centrale è mettere in sicurezza il comparto industriale, le piccole e medie aziende e le nostre famiglie dai rincari diretti e indiretti che questo choc sta portando. Se l’Europa non reagisce nell’immediato e prende coscienza che deve allentare vincoli troppo stringenti, qui rischiamo di perdere tutto il sistema economico. La sicurezza energetica è sicurezza economica. La richiesta di flessibilità deve essere letta come un investimento sulla nostra forza attuale, non un regalo al deficit».
L’obiettivo resta avere il via libera a uno scostamento di bilancio che liberi almeno 5-6 miliardi di risorse aggiuntive per l’energia?
«Mi sembra una cosa di buon senso».
Se continua il no allo scostamento tirerete dritto?
«Sarà una decisione che il ministero dell’Economia assumerà insieme a governo e Parlamento. In ogni caso, non si tratta di andare dritti o contro qualcuno ma di andare incontro a 26 milioni di famiglie e a 5 milioni di imprese che non possono più aspettare. Abbiamo introdotto diversi provvedimenti di emergenza e, parallelamente, stiamo lavorando a soluzioni di più lungo respiro ma il momento attuale richiede interventi straordinari».
È d’accordo con la Meloni: le bollette vengono prima dei droni?
«È una posizione di buon senso che la Lega porta avanti dall’inizio della crisi. Che non significa venir meno agli impegni che abbiamo assunto in ambito internazionale, bensì prendere atto che oggi famiglie e imprese stanno affrontando una crisi energetica che richiede risposte immediate e concrete. Investire in difesa ha senso solo se regge il sistema produttivo e sociale che quella difesa deve proteggere. Un’Europa energeticamente vulnerabile è anche economicamente vulnerabile».
Sarebbe corretto usare i fondi di coesione per risolvere l’allarme energetico?
«I fondi di coesione sono fondamentali per il medio-lungo periodo indubbiamente, ma una maggiore flessibilità ci permetterebbe spesa corrente per rispondere alle esigenze immediate. L’Europa deve fare un passo ulteriore, servono risorse ulteriori rispetto a quelle già stanziate. Famiglie e imprese non possono aspettare. Ogni euro che arriva nelle loro tasche non è mai una spesa, è sempre un investimento».
Passiamo al nucleare. La linea del governo è chiara: per colmare il gap energetico le centrali sono indispensabili. Può scandirci i tempi? Il 3 giugno inizia la discussione alla Camera sul ddl, quando terminerà l’iter. Quando ripartirà la produzione?
«Il nostro obiettivo è chiaro: l’approvazione della legge delega entro l’estate, subito dopo inizieranno i lavori per i decreti attuativi. Il governo è in prima linea per fare la propria parte in modo serio e puntuale, dando agli investitori un quadro regolatorio chiaro e stabile. Poi è naturale che serviranno alcuni anni affinché siano completati tutti gli investimenti necessari. Un ruolo fondamentale spetta al mondo dell’industria e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni Paesi hanno già autorizzato i primi Small modular reactor, che sono in fase di realizzazione».
Qualcuno ha parlato di referendum. Anche secondo lei sarà inevitabile andare in quella direzione?
«Penso che, referendum o no, il Paese abbia già compreso che si tratta di una scelta di buonsenso assolutamente necessaria. Stiamo parlando di una tecnologia avanzata e sicura, che consentirà all’Italia di accedere ad una fonte di energia pulita e programmabile, rafforzando al tempo stesso l’indipendenza nazionale e riducendo l’esposizione a choc geopolitici come quello che stiamo vivendo».
Oggi la maggioranza degli italiani è favorevole al nucleare?
«La consapevolezza degli italiani è cambiata anche grazie a una comunicazione più seria e concreta sulla fragilità del nostro Paese sul fronte energetico, emersa con forza dopo il conflitto russo-ucraino e con primi timori legati agli approvvigionamenti. Abbiamo spiegato in modo chiaro che si tratta di una tecnologia completamente diversa da quella di quarant’anni fa: parliamo di impianti sicuri e a emissioni zero. Il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, ha bisogno di energia: gli italiani lo sanno meglio di chiunque altro».
Infine il green. Pechino sta conquistando il mercato dell’automotive europeo. Persino Landini vede l’arrivo dei cinesi come unica soluzione per non chiudere gli stabilimenti Stellantis. È d’accordo?
«Certo che no. Aprire ai cinesi sarebbe la resa incondizionata. Abbiamo già fatto abbastanza con il passaggio forzato all’elettrico, mentre le tecnologie e le materie prime erano già sotto il controllo di Pechino. Quello dell’automobile è stato per decenni uno dei terreni di competizione più serrata tra i paesi europei, una corsa che ha portato a storie imprenditoriali memorabili e a modelli iconici che hanno fatto la storia del made in Italy. Non possiamo accettare l’idea che le grandi case automobilistiche italiane ed europee diventino centri di assemblaggio di componenti cinesi».
Cosa si può fare adesso per aiutare il comparto? La misura dei dazi ha ancora un senso?
«I dazi non possono sostituirsi a una politica di rilancio industriale ma possono rappresentare uno strumento temporaneo di difesa contro il dumping. A livello europeo è stato introdotto uno strumento fiscale ambientale con finalità analoghe, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), pensato per contrastare la delocalizzazione e restituire competitività alle imprese europee. Il paradosso è che ad oggi, anche a causa della complessità di applicazione, il meccanismo è finito col gravare ulteriormente su molte nostre imprese, che ci stanno chiedendo di eliminarlo».
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.

