Ansa/Gianluigi Basilietti
Intervista a Livio Proietti, presidente Ismea, Marco Lupo, capo dipartimento Masaf, Sergio Marchi, direttore generale Ismea.
Intervista a Livio Proietti, presidente Ismea, Marco Lupo, capo dipartimento Masaf, Sergio Marchi, direttore generale Ismea.
«Io me sento che con grossa fatica, che qualcosa tocca fa’ […] costringere un po’ lo Stato a fa’ i conti che tenere un anarchico in 41 bis è comunque avecce rotture de scatole!».
Nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura antiterrorismo di Roma e condotta dalla Digos sugli ambienti anarco-insurrezionalisti c’è una frase pronunciata con quella cadenza sporca da conversazione informale tra militanti romani. Per il gip Rosalba Liso, che ieri ha privato della libertà sette persone (cinque in carcere e due ai domiciliari), gli squat che si riunivano in un casolare di Vicovaro, alle porte della Capitale, pianificavano azioni contro infrastrutture e obiettivi strategici.
«Un’associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» che cercava di rilanciare la mobilitazione in favore di Alfredo Cospito (è lui l’unico anarchico in 41 bis) con una strategia di «escalation» e pratiche di sabotaggio. Come quelle messe in pratica sulla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Firenze il 14 febbraio scorso da Nico Aurigemma e Micol Marino che, secondo l’accusa, erano anche i coordinatori della presunta cellula. Con loro sono finiti nei guai Francesco Benedetti, Stefano Marri, Arnau Vallet i Casadevall, Giulia Vidotto e Luna Fratini. Avrebbero operato, secondo gli inquirenti, attraverso una struttura definita come un «gruppo di affinità», sviluppando progetti comuni e tentando di reclutare nuove leve nell’area della protesta pro Pal.
Perché dalle intercettazioni emerge la convinzione che bastino pochi uomini, organizzati in nuclei mobili e autonomi, per costringere lo Stato a «fare i conti» con una pressione continua fatta di sabotaggi, propaganda e azioni dimostrative. «Effettivamente se rifletto su cosa», afferma la Marino durante una chiacchierata intercettata, «penso (si, ndr) possa applicare una pressione tale da essere esercitata in pochi contro (lo Stato, ndr) [...] se non per dire ricatto [...] verso i decisori politici diciamo, con i loro apparati». Pochi probabilmente. Ma a dire di Aurigemma «sparsi per tutta Italia» e «disposti» a «mettere in campo un certo tipo di intervento». Un passaggio che, secondo gli inquirenti, sembrerebbe dimostrare che gli indagati avrebbero superato lo spontaneismo antagonista per cercare di tirare su una rete che ragionava in termini operativi. E tutto ruoterebbe attorno a quel casolare isolato di Vicovaro, trasformato, secondo gli investigatori, in una sorta di base logistica dove si discuteva di azioni dirette, sabotaggi, propaganda e reclutamento.
Durante le perquisizioni, disposte a carico di 18 indagati, sono stati sequestrati manuali e altri documenti ritenuti sensibili ma è anche stato sgomberato il Bencivenga Occupato, centro sociale sulle sponde dell’Aniene. Ed è arrivato il plauso della premier Giorgia Meloni: «L’operazione infligge un duro colpo a chi pensa di poter minacciare la sicurezza della nazione, colpire infrastrutture strategiche e mettere in discussione i principi della convivenza democratica».
In una delle intercettazioni due indagati discutono perfino di un sopralluogo che potrebbe riguardare la catena di fast food McDonald’s (ma nel mirino c’erano anche società attive nel settore della difesa e i Cpr). Aurigemma avrebbe deciso di condividere «il know how per la realizzazione di ordigni esplosivi», proponendo «di portare con sé tutta la componentistica necessaria per «provare, provare e provare!»». Benedetti, dal canto suo, avrebbe messo a disposizione «la propria abitazione a Terni» e si sarebbe proposto «per reperire la componentistica necessaria per la costruzione di ordigni». Ma gli indagati non parlano solo dell’obiettivo. Ragionano soprattutto sul metodo: «Pensiamo che sia meglio partire piano […] renderla pubblica in una sorta di escalation!». La finalità? Secondo gli inquirenti «l’escalation di violenza» doveva essere «capace di condizionare gli organi deputati a decidere sul rinnovo del 41 bis per Cospito».
E allora si colpisce l’alta velocità. Poi arriva la rivendicazione: «Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia». Una frase costruita per circolare. Perché, secondo gli investigatori, le Olimpiadi Milano-Cortina venivano considerate dagli indagati un simbolo del capitalismo. Ma leggendo le carte emerge soprattutto un altro elemento: l’ossessione per la «riproducibilità» delle azioni. E, per questo, il gruppetto avrebbe anche cercato di diffondere competenze e creare emulazione. Nei comunicati compare infatti questa frase: «Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo della strumentazione, dell’oppressione e della devastazione, un po’ di studio, precauzione, qualche complice, qualche litro di combustibile e… tutto è possibile! Buona fortuna!». Con un richiamo preciso: «Il potere si prepara alla guerra e anche noi anarchici, rivoluzionari, individui coscienti vorremmo fare lo stesso». La propaganda viaggiava di pari passo con l’azione.
E, così, i due anarchici saltati in aria nel casolare del Parco degli Acquedotti, sono diventati dei martiri: «Morti in azione», dicono gli indagati. «Sono morti combattendo contro sto mondo di merda». Fino alla frase (questa volta messa per iscritto) che, più di tutte, sintetizza l’impostazione ideologica contestata dalla Procura: «Non ci interessa sapere cosa sia successo in quel casolare dove hanno trovato la morte. Sappiamo per certo che non loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serve anche la violenza rivoluzionaria».
È morto a 95 anni il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei dal 1991 al 2007 e protagonista della vita pubblica del cattolicesimo italiano. Il rapporto con Giovanni Paolo II, il contributo all'elezione di Benedetto XVI e le grandi battaglie culturali che hanno segnato la sua epoca.
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
Penso che quella del consiglio di classe del liceo «Vincenzo Monti» di Cesena, che ha comminato un 6 in condotta e la richiesta di preparare un componimento sul titolo Gli africani siamo noi, sia la punta di un ben più grosso e sommerso iceberg di cui non ci si azzarda a parlare: la scuola pubblica ha fatto il suo tempo e sarebbe ora che fosse smantellata.
I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
Nella sfida dell’innovazione tecnologia la Regione Lombardia conferma il proprio ruolo da protagonista europeo. L’assessore allo Sviluppo economico, Guido Guidesi, ieri ha presentato il «Pacchetto Innovazione» confermando un intervento strutturale da 255 milioni di euro che segna un cambio di paradigma.
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».

