2019-07-03
Nathan e Catherine Trevallion (Ansa)
La psichiatra del tribunale, aiutata dalla psicologa che li denigrava sui social, nega il ricongiungimento della famiglia del bosco. Tonino Cantelmi: «Elaborato unilaterale, logorroico e inconsistente». L’avvocato: «Così altri due mesi di separazione, tempo perso».
Spesso si trova nell’orrore una perfida ironia. In questo caso sta nel fatto che nella perizia firmata dalla psichiatra Simona Ceccoli - incaricata dal Tribunale dei minori dell’Aquila di valutare la famiglia nel bosco - si rimproveri ai genitori, Nathan e Catherine Trevallion, di essere troppo rigidi e poco disponibili a cambiare le loro idee in base al pensiero altrui.
Di Nathan si dice adesso per esempio che «ribadisce fortemente la sua idea di vivere con la famiglia in modo isolato proprio per non confrontarsi con persone che potrebbero avere idee diverse dalle loro, e considerate pericolose». Più o meno lo stesso si afferma di Catherine. Ebbene, è piuttosto curioso che ai genitori Trevallion venga rinfacciata una chiusura che è decisamente minore di quella dimostrata dalle istituzioni italiane negli ultimi mesi. La stessa professionista individuata dal tribunale e la sua collaboratrice hanno sostanzialmente deciso di ignorare ogni parere dissonante, comprese le voci di grandi studiosi come Vittorino Andreoli e Massimo Ammaniti, o ancora di Daniela Chieffo del Gemelli. Nelle quasi 200 pagine di perizia la Ceccoli e la sua ausiliaria Valentina Garrapetta sembrano prende ispirazione da ciò che assistenti sociali e curatori vari hanno affermato sulla famiglia del bosco. Si rileva un atteggiamento di totale chiusura, che non tiene conto dei cambiamenti a cui i due genitori hanno acconsentito, e si ribadisce che i bambini vanno tenuti lontano da loro.
Le conclusioni sono un pugno in faccia. «Alla luce di quanto risultato dai colloqui e dalle valutazioni, le competenze genitoriali di entrambi i genitori risultano attualmente inadeguate in relazione ai bisogni evolutivi dei minori, seppur suscettibili di recupero; appare inoltre necessario tutelare i diritti costituzionali dei minori con particolare riferimento all’istruzione, alla salute e alla socializzazione», si legge nella perizia. «Si ritiene opportuno che i minori rimangano presso la Casa Famiglia. L’attuale collocamento, pur nella sua natura temporanea, si configura come adeguato e protettivo nei confronti dei tre minori i quali risultano ben inseriti».
Insomma, i Trevallion sono genitori inadeguati e i loro bambini non possono tornare a casa da loro. La psichiatra e la psicologa del tribunale richiedono a Nathan e Catherine «il trasferimento della propria residenza presso la soluzione abitativa messa a disposizione dal Comune di Palmoli, dimostrando disponibilità ad adattarsi in maniera stabile al diverso stile di vita proposto, pur nel rispetto del proprio sistema di valori, in una ottica di integrazione». Viene richiesto poi «che entrambi i genitori accettino un supporto psicoeducativo finalizzato a sviluppare e rafforzare gli aspetti risultati carenti nel corso dell’indagine».
I rapporti con il padre dovrebbero continuare come avviene ora, con visite in orari prestabiliti. Quanto alla relazione con la madre andrebbe gestita «attraverso incontri protetti in luogo neutro, presso un Centro da individuare. Al termine di un periodo di osservazione calibrato sui bisogni dei bambini», si legge ancora, «qualora gli incontri risultino positivi e privi di criticità, potrà essere valutato un regime di incontri liberi, della durata di almeno due ore, durante i quali i genitori potranno uscire dalla Casa Famiglia con i minori. Solo a seguito del pieno rispetto di tutte le prescrizioni precedenti, sarà possibile valutare un eventuale rientro dei minori presso il domicilio familiare. Tale rientro avverrà in maniera graduale, prevedendo inizialmente incontri nel fine settimana, fino a giungere ad un rientro definitivo. In tal caso, verrà attivato un intervento di educativa domiciliare di almeno 4/6 ore settimanali per una durata di tempo da definirsi». In ogni caso «la responsabilità genitoriale dovrà rimanere sospesa fino a diversa disposizione dell’Autorità competente». In buona sostanza, i Trevallion vanno rieducati, altrimenti non potranno riabbracciare i loro bambini.
«In questo elaborato c’è un bias clamoroso: la diversità socioculturale, anche estrema, scambiata per problematicità e trasformata in inadeguatezza genitoriale», dice Tonino Cantelmi, il super esperto della famiglia. «Un elaborato peritale unilaterale, tanto logorroico quanto inconsistente, con una bibliografia ferma al secolo scorso, forse alla laurea della consulente tecnica, caratterizzato da errori metodologici macroscopici e che contestiamo nel merito. In passato», insiste Cantelmi, «ho già detto che ero perplesso soprattutto, ma non solo, per quanto riguarda i test. Ora, come previsto dalle norme, integreremo questo elaborato con le nostre note. Abbiamo 20 giorni di tempo, ma le inconsistenze sono talmente macroscopiche che ne basteranno molti meno. Peraltro l’unica valutazione completa effettuata sui minori in relazione ai genitori è quella della Neuropsichiatria della Asl di Vasto che contraddice totalmente l’elaborato peritale e conferma tutte le nostre osservazioni. Ovviamente la Ctu, come tutto il sistema, ha ignorato sistematicamente tutte le voci dissonanti».
Non solo sono state ignorate le voci dissonanti. È stato ignorato anche il fatto che i test ai genitori sono stati somministrati nello stesso giorno in cui è stata annunciata a Catherine la cacciata dalla casa protetta. E che a fare questi test è stata Valentina Garrapetta, la psicologa che pubblicava sui social post irridenti nei riguardi della famiglia. Viene da dire che la perizia conferma i pregiudizi che la Garrapetta esponeva online.
Secondo Danila Solinas, avvocato dei Trevallion, questa perizia è «davvero inverosimile, pensavo non si potesse arrivare a tanto, invece oggi ho piena contezza di come non ci sia minimamente una serenità di giudizio. Sono quasi 200 pagine di ridondanti affermazioni e di valutazioni che definirei fatte in cattività. Come per gli animali: vengono collocati in uno zoo e si ha la presunzione di poterne valutare il funzionamento in quell’ambiente. L’intera valutazione si fonda di fatto su due test. Ma non c’è un solo rigo in cui si faccia riferimento al fatto che quei test sono stati fatti il primo in un momento di grande sofferenza e l’altro il 6 marzo, quando cioè abbiamo assistito alla cacciata della madre».
Solinas è stupita anche dalla valutazione che si fa di Nathan Trevallion. «Mi sembra che ci sia una sorta di captatio benevolentiae nei riguardi del Tribunale», dice. «Se il padre fosse uscito da questa perizia esattamente per ciò che è, cioè come una persona assolutamente equilibrata ed affettivamente presente, avrebbero dovuto comunque concludere per il ricongiungimento dei bambini quantomeno con la figura paterna. E invece oggi scopriamo che anche Nathan è inadeguato. Credo che questo dica ogni cosa sulla capacità di soggetti di cui abbiamo dubitato sin dall’inizio: la consulente, non dimentichiamocelo, lavora nell’amministrazione di una clinica privata, se non vado errato di una Rsa. Qualche dubbio sulle sue capacità è lecito».
In effetti colpisce che il padre sia stato descritto come ragionevole ed equilibrato quando questo serviva per svalutare la madre, e ora diventi improvvisamente ostinato e chiuso di mente.
«Riteniamo l’elaborato assolutamente carente, incompleto, unilaterale, fuorviato nelle conclusioni, quindi assolutamente insoddisfacente», continua Solinas. «Non perché non avalla la nostra tesi, ma perché lo riteniamo assolutamente inadeguato al compito che aveva. Quel che accadrà e che perderemo altro tempo: un mese circa per le osservazioni che dovremo depositare e un altro mese ancora per il deposito dell’atto definitivo da parte dei consulenti. Altri due mesi di separazione di questi bambini dai genitori».
La famiglia è smembrata da novembre. Da allora i genitori hanno accettato di tutto: vaccinazioni, insegnanti, cambi di abitazione... Ma per lo Stato non basta: la rieducazione non è completa. Dei loro cambiamenti agli esperti non è importato nulla: li accusano di essere ancora troppo rigidi, forse quello che vogliono è spezzarli.
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Massimo Recalcati (Ansa)
Massimo Recalcati denuncia l’assenza di democrazia tra progressisti. J’accuse destinato all’oblio.
Nella sinistra italiana c’è un deficit di democrazia». Massimo Recalcati è noto al grande pubblico per i suoi saggi di grande successo che indagano l’animo umano, è convintamente di sinistra ma soprattutto è un luminare della psicanalisi, la disciplina terapeutica fondata da Sigmund Freud, che esplora i processi mentali inconsci per curare disturbi psichici.
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Altro che presidente raggirato da Nordio. È stato proprio il Colle a promuovere la pratica e ad approvarla a tempo di record dopo il parere più che favorevole della Procura generale della Corte d’Appello di Milano. Ecco tutti i documenti e le date della strana vicenda.
Sergio Mattarella non ce la racconta giusta. Sulla grazia a Nicole Minetti, il capo dello Stato ci vuole far credere di non avere alcuna responsabilità, se non quella di aver sottoscritto un atto di clemenza che altri, in malafede o per negligenza, gli hanno sottoposto.
Cioè, il presidente della Repubblica sarebbe stato tratto in inganno da qualcuno dentro al ministero della Giustizia, che gli avrebbe portato la pratica riguardante l’ex consigliere regionale lombardo di Forza Italia, nascondendo o ignorando alcuni aspetti della vita dell’igienista dentale. Ma le cose non stanno così. Il Quirinale non è stato buggerato da Carlo Nordio o dalla sua ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, come ora, con la collaborazione di gran parte di una stampa appecoronata, si cerca di far credere. Per il semplice motivo che la domanda di grazia non soltanto è stata inviata a Sergio Mattarella direttamente dallo studio legale che assiste Nicole Minetti, ma il 6 agosto dello scorso anno è stato il Colle a sollecitare il ministero ad aprire la pratica per valutare la grazia alla donna condannata per aver favorito la prostituzione. La nostra non è un’interpretazione: a parlare è la documentazione, a partire da quella che regola la concessione degli atti di clemenza da parte del presidente della Repubblica.
Cominciamo, dunque, dall’inizio di questa faccenda, la cui responsabilità si sta provando a scaricare su altri. Vent’anni fa, precisamente il 18 maggio del 2006, la Corte costituzionale, a cui si era appellato Carlo Azeglio Ciampi, chiarì che il potere di grazia non era condiviso con il ministro della Giustizia, ma era di esclusiva titolarità del capo dello Stato. Cioè competeva solo al presidente della Repubblica dire sì o no a una richiesta di clemenza e la sua decisione non era soggetta al vaglio del numero uno di via Arenula. Per effetto di questa sentenza, non soltanto il ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia, ma lo stesso giorno di 20 anni fa Giorgio Napolitano, subentrato a Ciampi, comunicò l’istituzione presso il Quirinale di un dipartimento per gli Affari dell’amministrazione della giustizia, direttamente competente per istruire e valutare le domande di cittadini condannati. Basta collegarsi al sito della presidenza della Repubblica per rendersi conto di quali funzioni svolga questo ufficio, che è diviso in quattro settori, uno dei quali esamina e istruisce le richieste di grazia o commutazione delle pene. A guidarlo è un consigliere di Cassazione, il dottor Enrico Gallucci, il quale dispone di tre collaboratori.
Chiarito il quadro normativo e il ruolo del Colle, torniamo a Nicole Minetti. Il 27 luglio dello scorso anno i legali dell’ex igienista dentale scrivono a Sergio Mattarella invocando la grazia per la loro assistita. A firmare è l’avvocato Antonella Calcaterra, dello studio Iusway di Milano. Il 6 agosto, cioè meno di dieci giorni dopo, weekend compreso, Enrico Gallucci, capo dell’ufficio Grazie, sollecita il ministero a istruire la pratica di clemenza in favore di Nicole Minetti. A volte l’iter delle domande è lungo, qualche volta anche un anno o due. Ma stranamente, nel caso dell’ex consigliere lombardo, tutto fila liscio e, soprattutto, spedito. Al punto che pochi mesi dopo, il 9 gennaio 2026, ossia a 166 giorni dalla data della presentazione della domanda, arriva il via libera della Procura generale della Corte d’Appello di Milano: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. E, un mese dopo, ecco il provvedimento di clemenza. In sei mesi e nonostante le ferie di mezzo, Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna ai servizi sociali. Nessuno dà notizia del provvedimento del capo dello Stato quando Mattarella firma. Però quando Mi manda Rai 3 rivela la notizia, dal Quirinale prima si rivendica la correttezza dell’operato del presidente («C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare. Purtroppo non posso rivelare dettagli perché c’è di mezzo la tutela di un minore… Ma sono sicuro che se sapesse le motivazioni condividerebbe», scrive l’11 aprile Giovanni Grasso, portavoce del Quirinale). Poi, quando Il Fatto quotidiano mette in dubbio che Nicole Minetti sia tornata sulla retta via e che non si occupi più di prostituzione, sul Colle si cade dalle nuvole e si dà la colpa al ministero, come se il Quirinale non c’entrasse nulla in questa storia, e accreditando l’idea che qualcuno abbia buggerato gli uffici di Sergio Mattarella.
Può darsi che qualcuno si sia approfittato del capo dello Stato, ma di certo non va cercato molto lontano dal Quirinale. E se i cronisti, invece di bendarsi gli occhi di fronte a ogni velina che plana dalla presidenza della Repubblica, si facessero qualche domanda, forse potrebbero scoprire perché la pratica della Minetti abbia viaggiato così spedita. E perché al Tribunale di Milano nessuno si sia chiesto se davvero la ex consigliere fosse diventato una via di mezzo tra Maria Goretti e Santa Caterina da Siena.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Pur di proteggere sempre e comunque Re Sergio, i giornali sono passati dal lodare la lungimiranza del Colle nel dare la grazia a fingere che la prima carica dello Stato non abbia alcuna responsabilità sulla scelta.
È notorio che la grazia è per sua natura divina e ha percorsi celesti che non lambiscono il Quirinale. Metabolizzato il postulato, gli evangelisti di redazione non hanno dubbi: «Sul caso Minetti giù le mani da Sergio Mattarella».
Il giorno dopo il terremoto provocato dalla lettera del Colle, il capo dello Stato si è svegliato sereno ma davanti a una spremuta di stampa mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, Stampa) si è subito preoccupato: lo hanno dipinto come un calligrafo amanuense che copia una pagina di Aristotele, come la mano incorporea di Cornelis Escher con la matita fra le dita. Hanno banalizzato in poche righe (e con eccessi fantozziani) quel ruolo supremo di dominus con facoltà costituzionale di concedere, con decreto proprio, l’atto di clemenza e commutare le pene.
«Se qualcuno ha sbagliato va cercato al ministero» titola il Corriere per mettere le cose in chiaro, neanche fossimo in Terza B e a rubare la merendina sia stato «lui con i bermuda a righe». Che poi sarebbe sempre Carlo Nordio. «Il Quirinale è stato ingannato?» si chiede Repubblica in ambasce, scambiando la batteria dei consiglieri giuridici di Mattarella per un educandato irlandese. La Stampa si butta sui giochi da tavolo: «La contromossa del presidente», come se attribuire una grazia fosse una partita a scacchi fra contendenti con obiettivi opposti. Uno scenario stupefacente nel suo semplicismo, mossa del cavallo compresa. Con due punti fermi a colonna dorica: 1) se volete un colpevole cercatelo nella pelata del Guardasigilli, 2) il Quirinale non ha alcuna responsabilità. Anche se potrebbe avere caldeggiato la grazia (non è escluso). Anche se nel secondo mandato ha firmato proprio questa (con altre 26) su 1.500 richieste. Anche se la domanda di grazia è diretta per legge al capo dello Stato. Anche se ridurre il presidente a semplice notaio è un insulto mascherato da carezza.
Però in questo scenario da scaricabarile fa comodo. «Il Quirinale scaccia le nubi dal proprio cielo e le soffia su quello di via Arenula», spiega il Corriere con una metafora eolica, di fatto confermando il passaggio all’ala destra, quella destinata a prendersi gli insulti dello stadio. «Al Colle fanno notare che per la grazia non dispongono di alcun potere di verifica nel merito, possono valutare solo i profili giuridici e procedurali», insiste Repubblica facendo credere che la massima istituzione del Paese abbia forma di astronave e vaghi nell’iperuranio. Senza alcun contatto diretto con i magistrati di via Arenula e con quelli della Procura generale di Corte d’Appello di Milano. La sintesi più colorita è raccolta dalla Stampa: «Non potevamo mandare i corazzieri», a conferma che nel rimbalzo di responsabilità tutto fa brodo, anche il folclore.
In un giorno feriale come tanti vengono ribaltate realtà che pensavamo granitiche. È l’emendamento Houdini. Il Colle, fino a ieri definito dagli stessi media «l’occhiuto e vigile custode della Costituzione che impedisce interpretazioni fallaci e derive non volute dalla Carta» (per esempio sul decreto Sicurezza), improvvisamente diventa inconsapevole, inerme, in balia delle amnesie altrui, incapace di garantire a Mattarella la graniticità di una firma. Ovviamente non è così. E con l’umile approccio di chi crede nella forza dell’istituzione, ci pare che l’approfondito, sofferto, quasi metafisico percorso del presidente Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino La grazia sia più verosimile dello scenario descritto ieri dai quirinalisti travestiti da corazzieri di cartone.
Ma non è finita, sull’argomento il giurista collettivo di redazione riesce ad andare oltre l’immaginabile. A sottolineare oggi «la forza del dubbio» del Colle sono gli stessi giornali che alla notizia dell’atto di clemenza a favore di Nicole Minetti si erano esibiti in messe cantate nei confronti «dell’umanità profonda contenuta in un gesto nobile»; avevano preso le distanze «dalla volgarità, dalla malafede di chi vede favoritismi e agita la coda di paglia del complottismo». Allora «la salute dei congiunti era stata spesso decisiva nella concessione della grazia». Adesso fanno un tifo pavloviano per revocarla. Come diceva Luciano De Crescenzo, eppure è sempre vero anche il contrario.
Nel giorno dello scaricabarile tutti agitano come una coperta di Linus la sentenza numero 200 della Corte Costituzionale nel 2006. Risolveva il conflitto di attribuzione sollevato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Roberto Castelli proprio sul potere di grazia riguardo all’opportunità di darla ad Adriano Sofri che neppure l’aveva chiesta. Per lui si era mossa «la nota lobby» (copyright di Francesco Cossiga). La Consulta sottolineò che il Guardasigilli deve istruire la pratica ma il capo dello Stato è titolare dell’atto. Poi ci sono Eolo, i corazzieri, le contromosse, le cortine fumogene e il dogma della Stampa: «La controffensiva del Quirinale è sul terreno della verità». Sì, quella divina.
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