
Interrogativi senza risposta, polemiche, dubbi sulle indagini. Genitori distrutti dal dolore. A poche ore dalla notizia di una «novità scientifica» nel caso del delitto di Garlasco, ne arriva un’altra ancora più inquietante: sono in vendita le immagini dell’autopsia di Chiara Poggi. Immediatamente è intervenuto il Garante della privacy che ha adottato d’ufficio e in via d’urgenza, un provvedimento di «blocco nei confronti di un soggetto che sta rendendo disponibile online, a pagamento, un video contenente le immagini dell’autopsia» della giovane impiegata uccisa il 13 agosto del 2007. Con lo stesso provvedimento, l’Autorità ha subito avvertito i media e i siti web che l’eventuale diffusione delle immagini risulterebbe «illecita in quanto in contrasto con le regole deontologiche dei giornalisti e la normativa sulla privacy».
Il Garante ha diffuso un messaggio forte e chiaro invitando «chiunque entri nella disponibilità di tali immagini, compresi i mezzi di informazione, ad astenersi dalla loro diffusione che, anche in considerazione della violenza esercitata nei confronti della vittima, lederebbe in modo gravissimo la sua dignità e quella dei suoi familiari». L’Autorità si riserva l’adozione di «ulteriori provvedimenti anche di carattere sanzionatorio».
Quanto accaduto ha suscitato indignazione e rabbia da parte di tutta Italia. Nemmeno 48 ore fa, era emerso un particolare «inedito»: l’esito del tampone orale, mai effettuato in 18 anni, ha evidenziato la presenza nella bocca di Chiara Poggi di un Dna maschile che apparterrebbe a un «ignoto Y». Si tratterebbe, comunque, di una minima quantità di Dna maschile appartenente a un uomo non ancora identificato. Quella traccia, quindi, non è riconducibile né ad Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, né ad Andrea Sempio, l’amico del fratello della vittima che risulta adesso indagato nella nuova indagine della procura di Pavia. Da quanto è stato riferito da consulenti delle parti il dato grezzo su uno dei tamponi della giovane è stato trasmesso da Denise Albani, la genetista incaricata dal gip Daniela Garlaschelli di effettuare gli accertamenti tecnici irripetibili, nel corso dell’incidente probatorio. Non è escluso, però, che potrebbe trattarsi anche di una «contaminazione», da parte di chi ha maneggiato, per esempio, la garza con cui all’epoca venne prelevato il materiale.
C’è chi ha pensato a un possibile «inquinamento» dell’assistente di Dario Ballardini, il medico legale che allora fece l’autopsia e i tamponi. Ma si tratta - è bene ribadirlo - di ipotesi in cui il condizionale è d’obbligo. Saranno, infatti, necessarie ulteriori analisi per verificare se ci siano esiti tali da poter avere un profilo veramente utile e confrontabile. È di questo parere anche uno dei consulenti nominati dalla famiglia Poggi, il professor Dario Radaelli, che si è limitato a dire: «È troppo presto per tirare delle conclusioni. È come se dalla prima stringa di un’equazione complessa si ritenesse già di conoscere il risultato finale». Bisogna, quindi, procedere con cautela prima di trarre conclusioni affrettate.
Ci sono, però, dei dati oggettivi: per alcuni giudici Stasi è colpevole ed è stato condannato in via definitiva. Per i magistrati della Procura di Pavia, coordinati dal procuratore capo Fabio Napoleone, Andrea Sempio avrebbe agito in concorso con altri. Ma il legale dei genitori di Chiara Poggi, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, ha subito precisato: «Non ci sono Dna di soggetti sconosciuti sulla scena del crimine e ovviamente tanto meno sul corpo di Chiara. Si tratta di un dato che, per quanto possiamo sapere, è totalmente destituito da qualsiasi fondamento e che ancora una volta denota come, in assenza di riscontri oggettivi alternativi alla verità processuale accertata e che ha individuato Stasi quale responsabile, prospetta ipotesi infondate». Oltre a questo profilo genetico, il lavoro dei consulenti si sta concentrando anche sulle tracce residue che sono state campionate dalla dottoressa Albani, incaricata dal Tribunale assieme al collega dattiloscopista Domenico Marchigian. I periti stanno esaminando altre tracce. Fino a questo momento, sul frammento del tappetino e sui tamponi a lei prelevati è stati isolato solo il suo Dna, mentre dal segmento pilifero trovato nei rifiuti non è stato possibile ricavare nulla di utile ai fini delle indagini.
Da circa un mese, gli esperti nominati dai giudici, dalla famiglia Poggi e dai difensori degli indagati stanno passando al setaccio tutto quanto stabilito nel corso del nuovo incidente probatorio che ha preso il via lo scorso 13 giugno. In quell’occasione, i riflettori furono puntati sull’impronta 33. In riferimento alla macchia presente su quell’impronta, quella repertata sul muro delle scale verso la cantina dove fu trovato il corpo di Chiara, i consulenti di Sempio, Luciano Garofano e Luigi Bisogno, sostengono che si tratti di «una manifestazione fisiologica di contatto per accumulo di sudore, non di una traccia di sangue». Massima attenzione, quindi, sulle nuove analisi. Ma non c’è ancora un programma, definito con tempi e modalità, che riguarda l’analisi dei due profili genetici sui «margini ungueali» di Chiara, di cui uno attribuito a Sempio da una consulenza della Procura, seguita a quella effettuata della difesa di Alberto Stasi. Ciò che è emerso è che i periti nominati dal gip hanno chiesto il materiale, come i dati grezzi e le schede di lavoro, al professore De Stefano, che quando ci fu il processo d’appello bis a Stasi aveva però ritenuto non fosse sufficiente. Adesso si attendono ulteriori sviluppi investigativi e scientifici.






