2021-05-28
Via alla commissione sugli affidi illeciti. «Giustizia per i bimbi rubati ai genitori»
Laura Cavandoli (Ansa)
- Costituito l'organo parlamentare di indagine sulle case famiglia a 10 mesi dalla sua creazione. Farà luce su Bibbiano e non solo.
- La legge infliggerà alle imprese raffiche di corsi arcobaleno: è il «business inclusivo».
Lo speciale contiene due articoli.
Se ne parlava da mesi ed ora, finalmente, è realtà. Si è costituita la commissione parlamentare d'inchiesta sugli affidi illeciti e le case famiglia, i cui lavori, nella prima seduta tenutasi ieri mattina a palazzo San Macuto, hanno preso avvio con l'elezione delle cariche, a partire dalla presidenza, assegnata alla deputata leghista Laura Cavandoli, alla quale sono andati 24 voti. La deputata Iv Lisa Noja e la senatrice M5s Barbara Guidolin - elette rispettivamente con 16 ed 8 voti - sono invece state designate vicepresidenti della commissione, che avrà come segretari il deputato forzista Alessandro Battilocchio e la senatrice dem Paola Boldrini.
Riunitosi a dieci mesi dalla sua istituzione per legge, questo organo avrà il compito di far luce sui fatti già oggetto dell'inchiesta Angeli e Demoni, relativa ai bambini strappati ai genitori in Val d'Enza. Uno scandalo da cui La Verità non ha mai distolto l'attenzione e in conseguenza del quale, giova ricordarlo, si sta celebrando un processo che la settimana scorsa, nell'aula del tribunale a Reggio Emilia, ha visto lo psicoterapeuta Claudio Foti rompere il silenzio, rispondendo alle domande per tre ore ed offrendo la sua versione su quanto accaduto a Bibbiano.
Il neocostituito organo parlamentare, già definito da Carlo Ioppoli, presidente dell'Associazione nazionale familiaristi italiani, «una vittoria dello Stato italiano, per far luce e restituire verità, proteggere i bambini e le loro rispettive famiglie», non è però solo una risposta ai fatti di Bibbiano. Anche in Piemonte, come denunciato da Giorgia Meloni a seguito di una indagine effettuata da Fdi, è emerso come addirittura il 70-80% dei bambini oggetto dei provvedimenti non avrebbe dovuto essere allontanato. Non solo. Pur in assenza di scandali noti, dal novembre 2019 è attiva anche in Trentino una commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori, presieduta dalla consigliera leghista Mara Dalzocchio.
Insomma, l'avvio dei lavori della commissione parlamentare arriva dopo che tanto, a livello regionale - giudiziario e non solo - è stato fatto. L'organo avrà tuttavia un ruolo fondamentale, anche se, a ben vedere, il suo insediamento non è purtroppo avvenuto all'insegna dell'auspicabile concordia tra le forze politiche. L'assegnazione della presidenza all'onorevole Cavandoli è stata infatti accolta con favore, come comprensibile, dal mondo leghista; di «un'ottima guida» ha parlato Matteo Rancan, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, e una nota di chiaro apprezzamento è arrivata anche dal leader, Matteo Salvini, secondo cui, grazie a questa «mamma e parlamentare della Lega, eletta presidente della commissione di inchiesta sulle case famiglia», pur riconoscendo «il buon lavoro delle tante comunità che svolgono davvero un servizio positivo», si potrà «rendere giustizia alle migliaia di bambini, mamme e papà che sono stati ingiustamente allontanati in passato».
C'è però anche chi, in queste prime battute dei lavori del neocostituito organo, è rimasto a bocca asciutta. Si tratta del partito della Meloni, che per mesi aveva fatto pressioni affinché la commissione partisse. In particolare, a lamentare un'ingiusta esclusione dalle cariche interne all'organo è stata Maria Teresa Bellucci, deputata e capogruppo per Fratelli d'Italia in commissione Affari sociali e bicamerale Infanzia e adolescenza, che con una nota di rammarico ha sottolineato come all'opposizione parlamentare non sia «stata riconosciuta né la presidenza della commissione, né tanto meno in alternativa una delle due vicepresidenze». Cariche, specie quest'ultime, «che da sempre spettano all'opposizione così da garantire un assetto pienamente democratico», ha segnalato la Bellucci. «Non mancheremo, comunque, di far sentire la nostra voce su quelle che sono le battaglie in difesa dei minori e del loro supremo interesse», ha concluso l'onorevole di Fdi il cui impegno su tali versanti è notorio.
In effetti, la sensazione è che nella costituzione della commissione d'inchiesta a prevalere siano state logiche eminentemente spartitorie, più che rappresentative sia dell'arco parlamentare sia, come già detto, di chi si è finora speso per far luce sugli affidi illeciti e sulle case famiglia. Non resta allora che augurarsi che questa partenza non esattamente armoniosa dell'organo non ne pregiudichi i futuri lavori, dato che i fatti gravissimi di cui sono stati vittime i minori ingiustamente allontanati dalle loro famiglie dovranno essere approfonditi con la massima attenzione.
Il ddl Zan fa ricchi i formatori Lgbt. A spese di aziende e partite iva
Più si analizza nel dettaglio il ddl Zan e più insidie nascoste emergono. Ce n'è per tutti, anche per le tanto bistrattate «partite Iva», ovvero i lavoratori autonomi del mondo dell'impresa, delle professioni, dell'artigianato, del commercio, e via elencando.
L'articolo 8 dell'ormai famigerato disegno di legge, infatti, prevede espressamente che l'ente governativo denominato Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, noto come Unar, elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Continua l'articolo: «La strategia reca la definizione degli obiettivi e l'individuazione di misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media».
Per capire di cosa si tratti in concreto, basta considerare che nel 2013 lo stesso Unar già elaborò una «Strategia nazionale» (che fortunatamente allora riuscimmo a fermare), proprio nei quattro ambiti indicati dal ddl Zan, che vennero definiti «assi»: (I) Educazione e istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e carcere, (IV) Comunicazione e media.
Vediamo, quindi, che cosa prevede proprio il secondo asse di quella Strategia cui il ddl Zan vorrebbe dare valore legale tramite l'articolo 8, ossia quello del lavoro privato costituito dai piccoli, medi e grandi imprenditori, dai professionisti, dagli artigiani, dai commercianti e dalle partite Iva in generale.
Il documento dell'Unar pone l'accento sull'«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l'attivazione dei talenti e incrementa la produttività aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo», concetto noto a pochi privilegiati. Seguono corsi di informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche Lgbt», nonché la «creazione di network Lgbt all'interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore Lgbt», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone Lgbt, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l'istituzione del primo indice italiano (Equality index) che misuri l'uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone Lgbt nelle imprese operanti in Italia».
Non poteva mancare, poi, la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Né potevano mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone Lgbt», le «azioni positive per imprenditoria giovanile Lgbt», e la «promozione dell'accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese.
Si capisce molto bene, comunque, come dietro questa «strategia» si nasconda in maniera neanche troppo velata il business dei consulenti aziendali, dei formatori professionali, dei certificatori, di tutta quella pletora di soggetti disposti, previo profumato compenso, a spiegare come imprenditori e professionisti dovranno mettersi in regola con le disposizioni dettate dall'Unar. Un po' quello che è successo in passato con la cosiddetta «legge 626» (in realtà era il decreto legislativo n. 626/94) sulla sicurezza sul lavoro, o con la normativa sulla «privacy».
Ma davvero, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, e lavoratori autonomi di vario tipo non hanno nulla da dire su quest'ulteriore fardello burocratico che verrebbe loro addossato nel caso passasse definitivamente al Senato il ddl Zan? Resta comunque sempre più chiaro il vero obiettivo di questa proposta di legge, che non ha nulla a che vedere con la tutela penale di omosessuali e transessuali. Tre sono le vere ragioni di Alessandro Zan: indottrinare non solo la scuola ma l'intera società; imbavagliare chi osa dissentire rispetto al pensiero unico gay friendly; mettere in piedi un business milionario. Tre ottime ragioni per dire no a questo sciagurato e liberticida disegno di legge.
Costituito l'organo parlamentare di indagine sulle case famiglia a 10 mesi dalla sua creazione. Farà luce su Bibbiano e non solo.La legge infliggerà alle imprese raffiche di corsi arcobaleno: è il «business inclusivo».Lo speciale contiene due articoli.Se ne parlava da mesi ed ora, finalmente, è realtà. Si è costituita la commissione parlamentare d'inchiesta sugli affidi illeciti e le case famiglia, i cui lavori, nella prima seduta tenutasi ieri mattina a palazzo San Macuto, hanno preso avvio con l'elezione delle cariche, a partire dalla presidenza, assegnata alla deputata leghista Laura Cavandoli, alla quale sono andati 24 voti. La deputata Iv Lisa Noja e la senatrice M5s Barbara Guidolin - elette rispettivamente con 16 ed 8 voti - sono invece state designate vicepresidenti della commissione, che avrà come segretari il deputato forzista Alessandro Battilocchio e la senatrice dem Paola Boldrini. Riunitosi a dieci mesi dalla sua istituzione per legge, questo organo avrà il compito di far luce sui fatti già oggetto dell'inchiesta Angeli e Demoni, relativa ai bambini strappati ai genitori in Val d'Enza. Uno scandalo da cui La Verità non ha mai distolto l'attenzione e in conseguenza del quale, giova ricordarlo, si sta celebrando un processo che la settimana scorsa, nell'aula del tribunale a Reggio Emilia, ha visto lo psicoterapeuta Claudio Foti rompere il silenzio, rispondendo alle domande per tre ore ed offrendo la sua versione su quanto accaduto a Bibbiano.Il neocostituito organo parlamentare, già definito da Carlo Ioppoli, presidente dell'Associazione nazionale familiaristi italiani, «una vittoria dello Stato italiano, per far luce e restituire verità, proteggere i bambini e le loro rispettive famiglie», non è però solo una risposta ai fatti di Bibbiano. Anche in Piemonte, come denunciato da Giorgia Meloni a seguito di una indagine effettuata da Fdi, è emerso come addirittura il 70-80% dei bambini oggetto dei provvedimenti non avrebbe dovuto essere allontanato. Non solo. Pur in assenza di scandali noti, dal novembre 2019 è attiva anche in Trentino una commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori, presieduta dalla consigliera leghista Mara Dalzocchio.Insomma, l'avvio dei lavori della commissione parlamentare arriva dopo che tanto, a livello regionale - giudiziario e non solo - è stato fatto. L'organo avrà tuttavia un ruolo fondamentale, anche se, a ben vedere, il suo insediamento non è purtroppo avvenuto all'insegna dell'auspicabile concordia tra le forze politiche. L'assegnazione della presidenza all'onorevole Cavandoli è stata infatti accolta con favore, come comprensibile, dal mondo leghista; di «un'ottima guida» ha parlato Matteo Rancan, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, e una nota di chiaro apprezzamento è arrivata anche dal leader, Matteo Salvini, secondo cui, grazie a questa «mamma e parlamentare della Lega, eletta presidente della commissione di inchiesta sulle case famiglia», pur riconoscendo «il buon lavoro delle tante comunità che svolgono davvero un servizio positivo», si potrà «rendere giustizia alle migliaia di bambini, mamme e papà che sono stati ingiustamente allontanati in passato». C'è però anche chi, in queste prime battute dei lavori del neocostituito organo, è rimasto a bocca asciutta. Si tratta del partito della Meloni, che per mesi aveva fatto pressioni affinché la commissione partisse. In particolare, a lamentare un'ingiusta esclusione dalle cariche interne all'organo è stata Maria Teresa Bellucci, deputata e capogruppo per Fratelli d'Italia in commissione Affari sociali e bicamerale Infanzia e adolescenza, che con una nota di rammarico ha sottolineato come all'opposizione parlamentare non sia «stata riconosciuta né la presidenza della commissione, né tanto meno in alternativa una delle due vicepresidenze». Cariche, specie quest'ultime, «che da sempre spettano all'opposizione così da garantire un assetto pienamente democratico», ha segnalato la Bellucci. «Non mancheremo, comunque, di far sentire la nostra voce su quelle che sono le battaglie in difesa dei minori e del loro supremo interesse», ha concluso l'onorevole di Fdi il cui impegno su tali versanti è notorio.In effetti, la sensazione è che nella costituzione della commissione d'inchiesta a prevalere siano state logiche eminentemente spartitorie, più che rappresentative sia dell'arco parlamentare sia, come già detto, di chi si è finora speso per far luce sugli affidi illeciti e sulle case famiglia. Non resta allora che augurarsi che questa partenza non esattamente armoniosa dell'organo non ne pregiudichi i futuri lavori, dato che i fatti gravissimi di cui sono stati vittime i minori ingiustamente allontanati dalle loro famiglie dovranno essere approfonditi con la massima attenzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/via-alla-commissione-nlsugli-affidi-illeciti-giustizia-per-i-bimbi-rubati-ai-genitori-2653138767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ddl-zan-fa-ricchi-i-formatori-lgbt-a-spese-di-aziende-e-partite-iva" data-post-id="2653138767" data-published-at="1622139757" data-use-pagination="False"> Il ddl Zan fa ricchi i formatori Lgbt. A spese di aziende e partite iva Più si analizza nel dettaglio il ddl Zan e più insidie nascoste emergono. Ce n'è per tutti, anche per le tanto bistrattate «partite Iva», ovvero i lavoratori autonomi del mondo dell'impresa, delle professioni, dell'artigianato, del commercio, e via elencando. L'articolo 8 dell'ormai famigerato disegno di legge, infatti, prevede espressamente che l'ente governativo denominato Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, noto come Unar, elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Continua l'articolo: «La strategia reca la definizione degli obiettivi e l'individuazione di misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Per capire di cosa si tratti in concreto, basta considerare che nel 2013 lo stesso Unar già elaborò una «Strategia nazionale» (che fortunatamente allora riuscimmo a fermare), proprio nei quattro ambiti indicati dal ddl Zan, che vennero definiti «assi»: (I) Educazione e istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e carcere, (IV) Comunicazione e media. Vediamo, quindi, che cosa prevede proprio il secondo asse di quella Strategia cui il ddl Zan vorrebbe dare valore legale tramite l'articolo 8, ossia quello del lavoro privato costituito dai piccoli, medi e grandi imprenditori, dai professionisti, dagli artigiani, dai commercianti e dalle partite Iva in generale. Il documento dell'Unar pone l'accento sull'«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l'attivazione dei talenti e incrementa la produttività aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo», concetto noto a pochi privilegiati. Seguono corsi di informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche Lgbt», nonché la «creazione di network Lgbt all'interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore Lgbt», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone Lgbt, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l'istituzione del primo indice italiano (Equality index) che misuri l'uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone Lgbt nelle imprese operanti in Italia». Non poteva mancare, poi, la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Né potevano mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone Lgbt», le «azioni positive per imprenditoria giovanile Lgbt», e la «promozione dell'accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese. Si capisce molto bene, comunque, come dietro questa «strategia» si nasconda in maniera neanche troppo velata il business dei consulenti aziendali, dei formatori professionali, dei certificatori, di tutta quella pletora di soggetti disposti, previo profumato compenso, a spiegare come imprenditori e professionisti dovranno mettersi in regola con le disposizioni dettate dall'Unar. Un po' quello che è successo in passato con la cosiddetta «legge 626» (in realtà era il decreto legislativo n. 626/94) sulla sicurezza sul lavoro, o con la normativa sulla «privacy». Ma davvero, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, e lavoratori autonomi di vario tipo non hanno nulla da dire su quest'ulteriore fardello burocratico che verrebbe loro addossato nel caso passasse definitivamente al Senato il ddl Zan? Resta comunque sempre più chiaro il vero obiettivo di questa proposta di legge, che non ha nulla a che vedere con la tutela penale di omosessuali e transessuali. Tre sono le vere ragioni di Alessandro Zan: indottrinare non solo la scuola ma l'intera società; imbavagliare chi osa dissentire rispetto al pensiero unico gay friendly; mettere in piedi un business milionario. Tre ottime ragioni per dire no a questo sciagurato e liberticida disegno di legge.
Ansa
Tutto avviene in un lasso di tempo brevissimo: solo 20 secondi da quando l’Iryo è deragliato e ha occupato il binario opposto. Troppo poco tempo perché entrasse in azione il sistema di sicurezza: lo stesso macchinista dell’Alvia, che nell’incidente ha perso la vita dopo essere sbalzato a decine di metri dal convoglio, non ha avuto tempo di frenare.
Il bilancio è «ancora provvisorio» ha precisato il ministro dei Trasporti Oscar Puente: «È stato un caos totale. È stato terribile. Siamo stati sbalzati in aria» il racconto di Rocìo Flores, 30 anni, una delle sopravvissute che in questo momento si trova ricoverata a Cordova. «Sono sotto osservazione a causa dei colpi alla testa e del vomito. Le mie costole non sono rotte, solo dislocate. I medici mi hanno fatto un primo controllo in reparto e poi mi hanno mandata in ospedale. Sono piena di dolori e lividi».
«Il treno ha iniziato a frenare all’improvviso e alcuni sedili sono stati scaraventati via. Ho pensato di morire» racconta un’altra passeggera e El Mundo. «Tutto è stato molto veloce e caotico, le valigie hanno iniziato a cadere e quando siamo riusciti a scendere dai vagoni ci siamo trovati di fronte a una situazione catastrofica», ha raccontato alla agenzia Efe uno dei feriti. E ancora un’altra superstite: «Li vedevo morire e non potevo fare nulla». E poi: «Siamo stati sbalzati in aria, c’erano corpi dappertutto. Ho pensato di morire».
Molte delle vittime sono irriconoscibili, per questo il lavoro della Guardia Civil si è concentrato «sull’identificare le vittime dell’incidente e sul lavoro che sta realizzando la criminalistica di Madrid, specializzata nella raccolta di campioni, impronte e Dna. Abbiamo aperto cinque punti per poter assistere e raccogliere informazioni di queste vittime, cinque punti affinché possano accedere i familiari diretti delle vittime: si trovano a Madrid, a Siviglia, Cordova, Huelva e Malaga». Alcuni corpi sono stati trovati a centinaia di distanza, come fosse stata un’esplosione. «Quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime», ha detto il presidente della regione dell’Andalusia Juanma Moreno.
Le prime ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente hanno escluso immediatamente l’errore umano, mentre a chi indaga è risultato presto evidente un giunto rotto sui binari. I tecnici presenti sul posto, che hanno analizzato le rotaie, hanno individuato una certa usura nella giunzione tra le sezioni della rotaia, nota come piastra di giunzione, il che, secondo loro, dimostra che il guasto era presente da tempo. Gli investigatori hanno scoperto che il giunto difettoso creava uno spazio tra le sezioni della rotaia che si allargava man mano che i treni continuavano a viaggiare sui binari. Ma c’è di più perché il sindacato spagnolo dei macchinisti aveva segnalato anomalie sui binari proprio in quel tratto di ferrovia lo scorso agosto mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiamenti.
Anche i passeggeri diretti alla stessa stazione che avevano percorso il tratto prima del deragliamento avevano già notato ore prima «problemi» lungo il tragitto.
Jonathan Gomez, direttore dell’ufficio per il Turismo del comune di Malaga, intervistato dal giornale on line Diario Sur, ha detto: «quando avevamo già superato Cordoba, nella zona in cui si è verificata la tragedia, abbiamo sentito il treno sobbalzare così tanto che il mio portatile, su cui stavo lavorando, è caduto dal tavolino. Probabilmente c’era già qualcosa che non andava nei binari che ha causato quel movimento».
Papa Leone XIV si è detto «profondamente addolorato nell’apprendere la tragica notizia dell’incidente ferroviario di Adamuz», e ha offerto «preghiere per il riposo eterno dei defunti». Leone «estende inoltre le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto, alla sua sincera preoccupazione e ai suoi auguri per la pronta guarigione dei feriti e incoraggia le squadre di soccorso a perseverare nei loro sforzi di soccorso e assistenza». Il primo ministro Pedro Sánchez, che ha promesso una «indagine trasparente», ha deciso di annullare la sua partecipazione al Forum Economico di Davos sospendendo tutti gli impegni ufficiali per seguire da vicino la situazione ed esprimendo «profondo dolore» e vicinanza alle famiglie delle vittime. Anche la Corona spagnola ha inviato messaggi di solidarietà.
«Ho appena parlato con Sánchez per esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e ai loro cari. L’Europa è vicina alla Spagna in questo tragico momento e condivide il vostro dolore» ha detto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen aggiungendo: «Le bandiere della Commissione europea saranno a mezz’asta».
«Con grande tristezza apprendo dell’incidente ferroviario» ha scritto Giorgia Meloni sui social. «L’Italia è vicina al dolore della Spagna per questa tragedia. I nostri pensieri vanno alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie».
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Elio Ciol, Giovani a San Daniele del Friuli, 1957 © Elio Ciol
Autore di immagini profonde e suggestive, che invitano a riflettere sulla bellezza e la spiritualità della vita quotidiana, Eio Ciol è sicuramente fra i più noti ed importanti fotografi contemporanei. Friulano di Casarsa della Delizia, 96 anni portati con la forza e il vigore tipici della sua terra, punto di partenza della sua poetica sono proprio le sue origini, quell’entroterra friulano che comincia a immortalare sin dagli inizi della sua carriera e che ritornerà sempre, come tema ricorrente, negli oltre settantacinque anni della sua lunga e proficua attività. Anche durante il periodo Neorealista degli anni Cinquanta, quando Ciol il Neorealismo lo interpreta «a modo suo», in una maniera assolutamente originale, scegliendo di mettere a centro dei suoi lavori non l’impegno politico, ma il reale in tutte le sue declinazioni: la natura, le architetture, il paesaggio, ma soprattutto l’uomo colto nella normalità della vita quotidiana, più « banale» che eccezionale, ma non per questo meno interessante.
La maestria di Ciol sta proprio in questo, nel saper dare alle immagini una profondità contemplativa e spirituale che nobilita paesaggi, luoghi e persone, regalando dignità alla povertà di contadini, bambini e anziani, sempre rappresentati con delicatezza e rispetto. La sua fotografia è fatta di piccoli gesti, sguardi e silenzi, proprio come ricorda i titolo della bella mostra allestita al Museo Diocesano di Milano, un’importante retrospettiva di oltre 100 immagini che regalano al visitatore una panoramica completa della poetica e dello stile di Ciol, caratterizzato non solo da una grande attenzione al dettaglio e da una profonda sensibilità, ma anche da una continua ricerca di nuove tecniche e sperimentazioni: particolarmente caro a Ciol fotografare in bianco e nero con una pellicola all’infrarosso, per restituire all’occhio di chi guarda una realtà che ha del magico, dell'onirico, con una vegetazione che diventa completamente bianca e i cieli sereni completamenti neri.
La Mostra
Curato dal figlio Stefano Ciol, che ha raccolto l’eredità artistica del celebre genitore, il percorso espositivo si articola in undici sezioni (chiamati più poeticamente «tempi ») che spaziano dalle foto neorealiste degli anni ’50 alle immagini della tragedia del Vajont, di cui Elio Ciol, profondamente turbato dalla catastrofe, racconta un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica. Molto interessante «Il tempo delle amicizie » , dove spiccano i ritratti di Pier Paolo Pasolini, di Padre David Maria Turoldo, sacerdote scomodo e poeta della condizione umana, e dell’ artista statunitense William G. Congdon , legato a Ciol da una lunga e profonda amicizia. Fotografo «della spiritualità», molto profondo è il legame che Elio Ciol ha con Assisi, la sua Betlemme, il luogo in cui l‘artista è tornato più e più volte per fotografare l’arte sacra, rimanendo profondamente affascinato dallo spirito del posto e da quell’ inscindibile identità di arte, uomo, natura, che sono poi tra i capisaldi della sua fotografia: ad Assisi, intrisa di spirito francescano come l’anima di Ciol, è dedicato «Il tempo del sacro» ,mentre a chiudere la mostra è «Il tempo della contemplazione » dove a catturare il visitatore sono i luoghi dell’infanzia e i paesaggi, che il fotografo contempla con meraviglia e gratitudine, in quanto parte del Creato «Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io»
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Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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