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2024-02-02
Vescovi a lezione di benedizioni ai gay. Parte dall’Irlanda l’arcobaleno del Papa
Papa Francesco (Ansa)
A lezione di Fiducia Supplicans. Padre James Martin, gesuita progressista americano e uno dei principali promotori del Sinodo, ha avuto da papa Francesco un compito ben preciso: catechizzare i vescovi sul controverso documento attraverso il quale il Pontefice, aiutato dal suo prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, Víctor Manuel Fernández, ha spalancato le porte alla benedizione per gli omosessuali.
La prima tappa di quello che pare essere un vero e proprio tour pedagogico in salsa arcobaleno delle conferenze episcopali è stata l’Irlanda. Dopo le prime anticipazioni lanciate su alcuni siti cattolici, è stato lo stesso padre Martin a confermare la sua missione attraverso il suo profilo social su X: «Sono così grato di essere stato invitato a parlare alla Conferenza episcopale irlandese questa settimana durante il loro incontro annuale presso il santuario di Knock. Il primo giorno abbiamo discusso dell’intervento di Gesù verso coloro che sono ai margini; il secondo giorno, abbiamo riflettuto sul ministero della Chiesa nei confronti delle persone Lgbq», ha scritto il gesuita.
La scelta dell’Irlanda non pare casuale visto che l’Associazione dei preti cattolici irlandesi ha accolto «con calore» Fiducia Supplicans, definendola «un’iniziativa storica che porta un nuovo slancio e una nuova libertà nella ricerca di una risposta più sensibile e umana ai bisogni pastorali urgenti». Dello stesso avviso è stato anche il primate d’Irlanda, l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, che a proposito del documento emanato dall’ex Sant’Uffizio, ha dichiarato: «Le ferite e le angosce vissute dalle persone che si identificano come omosessuali sono state ascoltate molto forte all’interno della Chiesa».
E chi meglio di padre Martin può portare avanti questa opera di evangelizzazione queer? Autore di libri molto diffusi in America, è stato nominato nel 2017 consultore del segretariato per le Comunicazioni, organismo che sovrintende la comunicazione della Santa Sede. Ed è stato anche tra i primi a mettere in pratica le disposizioni contenute in Fidicia Supplicans benedicendo, nell’immediatezza della promulgazione, con tanto di foto diffusa sui social e finita sulle pagine del New York Times, una coppia omosessuale: Damian, un fioraio, e Jason, un giornalista. Per non far sembrare la benedizione un’approvazione della loro unione, che la Chiesa ancora per il momento considera un peccato, padre Martin si è limitato a leggere un passo del Vecchio Testamento, non ha utilizzato una formula canonica di benedizione e non ha indossato paramenti sacri. Insomma, una benedizione da retrobottega. Ma tant’è.
A pochi minuti dalla diffusione di Fiducia Supplicans aveva affidato ai social anche queste parole: «È un importante passo avanti nel ministero della Chiesa verso le persone Lgbtq e riconosce il profondo desiderio di molte coppie cattoliche dello stesso sesso per la presenza di Dio nelle loro relazioni d’amore. Insieme a molti sacerdoti, ora sarò lieto di benedire i miei amici che hanno unioni omosessuali. Ed è un netto cambiamento rispetto alla conclusione “Dio non benedice e non può benedire il peccato”». I profili social del sacerdote voluto da Francesco come docente itinerante traboccano di post che possono essere catalogati tranquillamente turbo progressisti.
Ma ce n’è uno, in particolare, del 27 gennaio, che svela quelle che saranno le prossime aperture (o i prossimi pilastri a cadere, a seconda dei punti di vista) da sottoporre a papa Bergoglio. Riporta padre Martin: «A febbraio, in una riunione del Consiglio sinodale, a Francesco verrà presentato un elenco di temi che richiedono ulteriore riflessione, tra cui le donne diaconi, la formazione dei sacerdoti e le proposte di riforma del catechismo della Chiesa». Le parole sono riprese da un’intervista concessa da Nathalie Becquart, religiosa francese divenuta nel 2021 sottosegretaria alla segreteria generale del Sinodo dei vescovi e ripresa dal sito Religion news, e che certifica come i progressisti si stiano preparando a giocare il secondo tempo del Sinodo: la seconda sessione aprirà a ottobre e in quell’occasione, commenta la Becquart nell’intervista ripostata da padre Martin con entusiasmo, «si dovrà pervenire a un documento finale che dovrà avanzare proposte più specifiche».
Le aspettative sollevate dal processo sinodale e che dovrebbero arrivare sulla scrivania del Pontefice includono: l’ordinazione delle donne; un più ampio coinvolgimento dei laici all’interno della Chiesa; un’apertura ancora maggiore verso i gruppi emarginati, in particolare i migranti e i membri della comunità Lgbtq. Aperture già balenate nei mesi scorsi e rimaste fuori dai documenti finali della prima tranche sinodale che, su queste questioni, contenevano solamente delle tiepide raccomandazioni.
Dopo questo appuntamento, il Santo Padre dovrebbe nominare un pool di esperti e teologi che lavoreranno in stretto contatto con la Curia vaticana per arrivare a una relazione finale da presentare all’apertura della seconda sessione del Sinodo. Insomma, Bergoglio non toglie il piede dell’acceleratore, anzi. E le tappe di riforma del cattolicesimo si stanno facendo sempre più cadenzate.
Il Belgio offeso dal pedofilo impunito attende Bergoglio
La visita di papa Francesco in Belgio, annunciata dallo stesso Pontefice nel dicembre scorso e che dovrebbe aver luogo nel settembre di quest’anno per celebrare i 600 anni dell’Università cattolica di Lovanio, potrebbe rivelarsi «difficile». L’ha dichiarato nei giorni scorsi il segretario generale della Conferenza dei vescovi del Belgio, Bruno Spriet, audito in seno alla commissione del Parlamento fiammingo che indaga sugli abusi del clero. Spriet - che è il primo a ricoprire il suo ruolo pur essendo non solo laico, ma sposato e padre di due figli - ha espresso preoccupazione riguardo a un caso specifico: quello di monsignor Roger Vangheluwe, 87 anni, ex vescovo di Bruges finito al centro d’uno degli scandali più clamorosi degli ultimi anni.Correva, infatti, il 2010 quando il prelato rassegnò le dimissioni da vescovo dichiarando, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, le proprie responsabilità di molestatore ai danni di un suo nipotino. «Quando ero ancora semplice sacerdote e per un certo tempo all’inizio del mio episcopato», furono le parole di Vangheluwe, «ho abusato sessualmente di un giovane dell’ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata. Nel corso degli ultimi decenni, ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono, ma ciò non lo ha pacificato. E neppure io lo sono». A tale drammatica confessione è seguito un periodo di silenzio poi rotto, nell’aprile del 2011, sempre dall’ex vescovo di Bruges il quale, in una intervista tv, non solo ha ammesso di aver abusato di un altro suo nipote, ma non ha mostrato segni di pentimento, negando perfino di essere un molestatore di minori: «Era soltanto dell’intimità che si creava, lui non mi sembrava si opponesse, non mi ha mai visto nudo, non vi era nemmeno penetrazione, dunque io non ho proprio l’impressione di essere un pedofilo».Al caso Vangheluwe - che si è allargato con la pubblicazione di audio del cardinale Godfried Danneels, registrato mentre chiedeva a una delle sue vittime di non sporgere denuncia - si è accompagnata la pubblicazione di un rapporto indipendente che, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, ha registrato 475 denunce sulle molestie che sarebbero state agite da clero e operatori della Chiesa belga. Nell’ottobre dello scorso anno - sull’onda dello scandalo creato dalla serie tv Godvergeten, incentrata sugli abusi del clero - il Parlamento fiammingo ha poi varato una commissione d’inchiesta al riguardo. Ed è in tale contesto che Bruno Spriet ha preso la parola, consapevole di quello che appare come uno scandalo nello scandalo: il fatto che l’abusatore reo confesso Vangheluwe - che da tempo si trova in Francia -, ancorché emerito sia ancora vescovo, senza mai essere stato ridotto allo stato laicale.«Negli ultimi anni i vescovi belgi hanno scritto più volte alla Santa Sede, nel 2017 e nel 2019», ha detto Spriet - affiancato da Luc Terlinden, arcivescovo di Malines-Bruxelles e da Johan Bonny, vescovo di Anversa - per caldeggiare «sanzioni ecclesiastiche contro Roger Vangheluwe», senza ottenerle. Spriet ha anche detto che «a Roma sono consapevoli della portata dello scandalo e sono al lavoro per una soluzione», ma finché essa non sarà realizzata «sarà difficile che papa Francesco possa compiere una visita pacifica nel nostro Paese». Parole che sanno di monito per la Santa Sede che, se non affronterà una volta per tutte la pratica Vangheluwe, potrebbe rendere il viaggio belga del Pontefice, mediaticamente e non solo, assai complesso.
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Il gesuita James Martin è stato inviato a catechizzare i prelati Intanto si torna a parlare di donne diacono e nuovo catechismo. Monsignor Roger Vangheluwe ha confessato degli abusi ma non è stato ridotto allo stato laicale nonostante le richieste inviate in Vaticano. Lo speciale contiene due articoli.A lezione di Fiducia Supplicans. Padre James Martin, gesuita progressista americano e uno dei principali promotori del Sinodo, ha avuto da papa Francesco un compito ben preciso: catechizzare i vescovi sul controverso documento attraverso il quale il Pontefice, aiutato dal suo prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, Víctor Manuel Fernández, ha spalancato le porte alla benedizione per gli omosessuali.La prima tappa di quello che pare essere un vero e proprio tour pedagogico in salsa arcobaleno delle conferenze episcopali è stata l’Irlanda. Dopo le prime anticipazioni lanciate su alcuni siti cattolici, è stato lo stesso padre Martin a confermare la sua missione attraverso il suo profilo social su X: «Sono così grato di essere stato invitato a parlare alla Conferenza episcopale irlandese questa settimana durante il loro incontro annuale presso il santuario di Knock. Il primo giorno abbiamo discusso dell’intervento di Gesù verso coloro che sono ai margini; il secondo giorno, abbiamo riflettuto sul ministero della Chiesa nei confronti delle persone Lgbq», ha scritto il gesuita.La scelta dell’Irlanda non pare casuale visto che l’Associazione dei preti cattolici irlandesi ha accolto «con calore» Fiducia Supplicans, definendola «un’iniziativa storica che porta un nuovo slancio e una nuova libertà nella ricerca di una risposta più sensibile e umana ai bisogni pastorali urgenti». Dello stesso avviso è stato anche il primate d’Irlanda, l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, che a proposito del documento emanato dall’ex Sant’Uffizio, ha dichiarato: «Le ferite e le angosce vissute dalle persone che si identificano come omosessuali sono state ascoltate molto forte all’interno della Chiesa».E chi meglio di padre Martin può portare avanti questa opera di evangelizzazione queer? Autore di libri molto diffusi in America, è stato nominato nel 2017 consultore del segretariato per le Comunicazioni, organismo che sovrintende la comunicazione della Santa Sede. Ed è stato anche tra i primi a mettere in pratica le disposizioni contenute in Fidicia Supplicans benedicendo, nell’immediatezza della promulgazione, con tanto di foto diffusa sui social e finita sulle pagine del New York Times, una coppia omosessuale: Damian, un fioraio, e Jason, un giornalista. Per non far sembrare la benedizione un’approvazione della loro unione, che la Chiesa ancora per il momento considera un peccato, padre Martin si è limitato a leggere un passo del Vecchio Testamento, non ha utilizzato una formula canonica di benedizione e non ha indossato paramenti sacri. Insomma, una benedizione da retrobottega. Ma tant’è.A pochi minuti dalla diffusione di Fiducia Supplicans aveva affidato ai social anche queste parole: «È un importante passo avanti nel ministero della Chiesa verso le persone Lgbtq e riconosce il profondo desiderio di molte coppie cattoliche dello stesso sesso per la presenza di Dio nelle loro relazioni d’amore. Insieme a molti sacerdoti, ora sarò lieto di benedire i miei amici che hanno unioni omosessuali. Ed è un netto cambiamento rispetto alla conclusione “Dio non benedice e non può benedire il peccato”». I profili social del sacerdote voluto da Francesco come docente itinerante traboccano di post che possono essere catalogati tranquillamente turbo progressisti. Ma ce n’è uno, in particolare, del 27 gennaio, che svela quelle che saranno le prossime aperture (o i prossimi pilastri a cadere, a seconda dei punti di vista) da sottoporre a papa Bergoglio. Riporta padre Martin: «A febbraio, in una riunione del Consiglio sinodale, a Francesco verrà presentato un elenco di temi che richiedono ulteriore riflessione, tra cui le donne diaconi, la formazione dei sacerdoti e le proposte di riforma del catechismo della Chiesa». Le parole sono riprese da un’intervista concessa da Nathalie Becquart, religiosa francese divenuta nel 2021 sottosegretaria alla segreteria generale del Sinodo dei vescovi e ripresa dal sito Religion news, e che certifica come i progressisti si stiano preparando a giocare il secondo tempo del Sinodo: la seconda sessione aprirà a ottobre e in quell’occasione, commenta la Becquart nell’intervista ripostata da padre Martin con entusiasmo, «si dovrà pervenire a un documento finale che dovrà avanzare proposte più specifiche».Le aspettative sollevate dal processo sinodale e che dovrebbero arrivare sulla scrivania del Pontefice includono: l’ordinazione delle donne; un più ampio coinvolgimento dei laici all’interno della Chiesa; un’apertura ancora maggiore verso i gruppi emarginati, in particolare i migranti e i membri della comunità Lgbtq. Aperture già balenate nei mesi scorsi e rimaste fuori dai documenti finali della prima tranche sinodale che, su queste questioni, contenevano solamente delle tiepide raccomandazioni.Dopo questo appuntamento, il Santo Padre dovrebbe nominare un pool di esperti e teologi che lavoreranno in stretto contatto con la Curia vaticana per arrivare a una relazione finale da presentare all’apertura della seconda sessione del Sinodo. Insomma, Bergoglio non toglie il piede dell’acceleratore, anzi. 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Spriet - che è il primo a ricoprire il suo ruolo pur essendo non solo laico, ma sposato e padre di due figli - ha espresso preoccupazione riguardo a un caso specifico: quello di monsignor Roger Vangheluwe, 87 anni, ex vescovo di Bruges finito al centro d’uno degli scandali più clamorosi degli ultimi anni.Correva, infatti, il 2010 quando il prelato rassegnò le dimissioni da vescovo dichiarando, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, le proprie responsabilità di molestatore ai danni di un suo nipotino. «Quando ero ancora semplice sacerdote e per un certo tempo all’inizio del mio episcopato», furono le parole di Vangheluwe, «ho abusato sessualmente di un giovane dell’ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata. Nel corso degli ultimi decenni, ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono, ma ciò non lo ha pacificato. E neppure io lo sono». A tale drammatica confessione è seguito un periodo di silenzio poi rotto, nell’aprile del 2011, sempre dall’ex vescovo di Bruges il quale, in una intervista tv, non solo ha ammesso di aver abusato di un altro suo nipote, ma non ha mostrato segni di pentimento, negando perfino di essere un molestatore di minori: «Era soltanto dell’intimità che si creava, lui non mi sembrava si opponesse, non mi ha mai visto nudo, non vi era nemmeno penetrazione, dunque io non ho proprio l’impressione di essere un pedofilo».Al caso Vangheluwe - che si è allargato con la pubblicazione di audio del cardinale Godfried Danneels, registrato mentre chiedeva a una delle sue vittime di non sporgere denuncia - si è accompagnata la pubblicazione di un rapporto indipendente che, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, ha registrato 475 denunce sulle molestie che sarebbero state agite da clero e operatori della Chiesa belga. Nell’ottobre dello scorso anno - sull’onda dello scandalo creato dalla serie tv Godvergeten, incentrata sugli abusi del clero - il Parlamento fiammingo ha poi varato una commissione d’inchiesta al riguardo. Ed è in tale contesto che Bruno Spriet ha preso la parola, consapevole di quello che appare come uno scandalo nello scandalo: il fatto che l’abusatore reo confesso Vangheluwe - che da tempo si trova in Francia -, ancorché emerito sia ancora vescovo, senza mai essere stato ridotto allo stato laicale.«Negli ultimi anni i vescovi belgi hanno scritto più volte alla Santa Sede, nel 2017 e nel 2019», ha detto Spriet - affiancato da Luc Terlinden, arcivescovo di Malines-Bruxelles e da Johan Bonny, vescovo di Anversa - per caldeggiare «sanzioni ecclesiastiche contro Roger Vangheluwe», senza ottenerle. Spriet ha anche detto che «a Roma sono consapevoli della portata dello scandalo e sono al lavoro per una soluzione», ma finché essa non sarà realizzata «sarà difficile che papa Francesco possa compiere una visita pacifica nel nostro Paese». Parole che sanno di monito per la Santa Sede che, se non affronterà una volta per tutte la pratica Vangheluwe, potrebbe rendere il viaggio belga del Pontefice, mediaticamente e non solo, assai complesso.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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