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2024-02-02
Vescovi a lezione di benedizioni ai gay. Parte dall’Irlanda l’arcobaleno del Papa
Papa Francesco (Ansa)
A lezione di Fiducia Supplicans. Padre James Martin, gesuita progressista americano e uno dei principali promotori del Sinodo, ha avuto da papa Francesco un compito ben preciso: catechizzare i vescovi sul controverso documento attraverso il quale il Pontefice, aiutato dal suo prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, Víctor Manuel Fernández, ha spalancato le porte alla benedizione per gli omosessuali.
La prima tappa di quello che pare essere un vero e proprio tour pedagogico in salsa arcobaleno delle conferenze episcopali è stata l’Irlanda. Dopo le prime anticipazioni lanciate su alcuni siti cattolici, è stato lo stesso padre Martin a confermare la sua missione attraverso il suo profilo social su X: «Sono così grato di essere stato invitato a parlare alla Conferenza episcopale irlandese questa settimana durante il loro incontro annuale presso il santuario di Knock. Il primo giorno abbiamo discusso dell’intervento di Gesù verso coloro che sono ai margini; il secondo giorno, abbiamo riflettuto sul ministero della Chiesa nei confronti delle persone Lgbq», ha scritto il gesuita.
La scelta dell’Irlanda non pare casuale visto che l’Associazione dei preti cattolici irlandesi ha accolto «con calore» Fiducia Supplicans, definendola «un’iniziativa storica che porta un nuovo slancio e una nuova libertà nella ricerca di una risposta più sensibile e umana ai bisogni pastorali urgenti». Dello stesso avviso è stato anche il primate d’Irlanda, l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, che a proposito del documento emanato dall’ex Sant’Uffizio, ha dichiarato: «Le ferite e le angosce vissute dalle persone che si identificano come omosessuali sono state ascoltate molto forte all’interno della Chiesa».
E chi meglio di padre Martin può portare avanti questa opera di evangelizzazione queer? Autore di libri molto diffusi in America, è stato nominato nel 2017 consultore del segretariato per le Comunicazioni, organismo che sovrintende la comunicazione della Santa Sede. Ed è stato anche tra i primi a mettere in pratica le disposizioni contenute in Fidicia Supplicans benedicendo, nell’immediatezza della promulgazione, con tanto di foto diffusa sui social e finita sulle pagine del New York Times, una coppia omosessuale: Damian, un fioraio, e Jason, un giornalista. Per non far sembrare la benedizione un’approvazione della loro unione, che la Chiesa ancora per il momento considera un peccato, padre Martin si è limitato a leggere un passo del Vecchio Testamento, non ha utilizzato una formula canonica di benedizione e non ha indossato paramenti sacri. Insomma, una benedizione da retrobottega. Ma tant’è.
A pochi minuti dalla diffusione di Fiducia Supplicans aveva affidato ai social anche queste parole: «È un importante passo avanti nel ministero della Chiesa verso le persone Lgbtq e riconosce il profondo desiderio di molte coppie cattoliche dello stesso sesso per la presenza di Dio nelle loro relazioni d’amore. Insieme a molti sacerdoti, ora sarò lieto di benedire i miei amici che hanno unioni omosessuali. Ed è un netto cambiamento rispetto alla conclusione “Dio non benedice e non può benedire il peccato”». I profili social del sacerdote voluto da Francesco come docente itinerante traboccano di post che possono essere catalogati tranquillamente turbo progressisti.
Ma ce n’è uno, in particolare, del 27 gennaio, che svela quelle che saranno le prossime aperture (o i prossimi pilastri a cadere, a seconda dei punti di vista) da sottoporre a papa Bergoglio. Riporta padre Martin: «A febbraio, in una riunione del Consiglio sinodale, a Francesco verrà presentato un elenco di temi che richiedono ulteriore riflessione, tra cui le donne diaconi, la formazione dei sacerdoti e le proposte di riforma del catechismo della Chiesa». Le parole sono riprese da un’intervista concessa da Nathalie Becquart, religiosa francese divenuta nel 2021 sottosegretaria alla segreteria generale del Sinodo dei vescovi e ripresa dal sito Religion news, e che certifica come i progressisti si stiano preparando a giocare il secondo tempo del Sinodo: la seconda sessione aprirà a ottobre e in quell’occasione, commenta la Becquart nell’intervista ripostata da padre Martin con entusiasmo, «si dovrà pervenire a un documento finale che dovrà avanzare proposte più specifiche».
Le aspettative sollevate dal processo sinodale e che dovrebbero arrivare sulla scrivania del Pontefice includono: l’ordinazione delle donne; un più ampio coinvolgimento dei laici all’interno della Chiesa; un’apertura ancora maggiore verso i gruppi emarginati, in particolare i migranti e i membri della comunità Lgbtq. Aperture già balenate nei mesi scorsi e rimaste fuori dai documenti finali della prima tranche sinodale che, su queste questioni, contenevano solamente delle tiepide raccomandazioni.
Dopo questo appuntamento, il Santo Padre dovrebbe nominare un pool di esperti e teologi che lavoreranno in stretto contatto con la Curia vaticana per arrivare a una relazione finale da presentare all’apertura della seconda sessione del Sinodo. Insomma, Bergoglio non toglie il piede dell’acceleratore, anzi. E le tappe di riforma del cattolicesimo si stanno facendo sempre più cadenzate.
Il Belgio offeso dal pedofilo impunito attende Bergoglio
La visita di papa Francesco in Belgio, annunciata dallo stesso Pontefice nel dicembre scorso e che dovrebbe aver luogo nel settembre di quest’anno per celebrare i 600 anni dell’Università cattolica di Lovanio, potrebbe rivelarsi «difficile». L’ha dichiarato nei giorni scorsi il segretario generale della Conferenza dei vescovi del Belgio, Bruno Spriet, audito in seno alla commissione del Parlamento fiammingo che indaga sugli abusi del clero. Spriet - che è il primo a ricoprire il suo ruolo pur essendo non solo laico, ma sposato e padre di due figli - ha espresso preoccupazione riguardo a un caso specifico: quello di monsignor Roger Vangheluwe, 87 anni, ex vescovo di Bruges finito al centro d’uno degli scandali più clamorosi degli ultimi anni.Correva, infatti, il 2010 quando il prelato rassegnò le dimissioni da vescovo dichiarando, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, le proprie responsabilità di molestatore ai danni di un suo nipotino. «Quando ero ancora semplice sacerdote e per un certo tempo all’inizio del mio episcopato», furono le parole di Vangheluwe, «ho abusato sessualmente di un giovane dell’ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata. Nel corso degli ultimi decenni, ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono, ma ciò non lo ha pacificato. E neppure io lo sono». A tale drammatica confessione è seguito un periodo di silenzio poi rotto, nell’aprile del 2011, sempre dall’ex vescovo di Bruges il quale, in una intervista tv, non solo ha ammesso di aver abusato di un altro suo nipote, ma non ha mostrato segni di pentimento, negando perfino di essere un molestatore di minori: «Era soltanto dell’intimità che si creava, lui non mi sembrava si opponesse, non mi ha mai visto nudo, non vi era nemmeno penetrazione, dunque io non ho proprio l’impressione di essere un pedofilo».Al caso Vangheluwe - che si è allargato con la pubblicazione di audio del cardinale Godfried Danneels, registrato mentre chiedeva a una delle sue vittime di non sporgere denuncia - si è accompagnata la pubblicazione di un rapporto indipendente che, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, ha registrato 475 denunce sulle molestie che sarebbero state agite da clero e operatori della Chiesa belga. Nell’ottobre dello scorso anno - sull’onda dello scandalo creato dalla serie tv Godvergeten, incentrata sugli abusi del clero - il Parlamento fiammingo ha poi varato una commissione d’inchiesta al riguardo. Ed è in tale contesto che Bruno Spriet ha preso la parola, consapevole di quello che appare come uno scandalo nello scandalo: il fatto che l’abusatore reo confesso Vangheluwe - che da tempo si trova in Francia -, ancorché emerito sia ancora vescovo, senza mai essere stato ridotto allo stato laicale.«Negli ultimi anni i vescovi belgi hanno scritto più volte alla Santa Sede, nel 2017 e nel 2019», ha detto Spriet - affiancato da Luc Terlinden, arcivescovo di Malines-Bruxelles e da Johan Bonny, vescovo di Anversa - per caldeggiare «sanzioni ecclesiastiche contro Roger Vangheluwe», senza ottenerle. Spriet ha anche detto che «a Roma sono consapevoli della portata dello scandalo e sono al lavoro per una soluzione», ma finché essa non sarà realizzata «sarà difficile che papa Francesco possa compiere una visita pacifica nel nostro Paese». Parole che sanno di monito per la Santa Sede che, se non affronterà una volta per tutte la pratica Vangheluwe, potrebbe rendere il viaggio belga del Pontefice, mediaticamente e non solo, assai complesso.
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Il gesuita James Martin è stato inviato a catechizzare i prelati Intanto si torna a parlare di donne diacono e nuovo catechismo. Monsignor Roger Vangheluwe ha confessato degli abusi ma non è stato ridotto allo stato laicale nonostante le richieste inviate in Vaticano. Lo speciale contiene due articoli.A lezione di Fiducia Supplicans. Padre James Martin, gesuita progressista americano e uno dei principali promotori del Sinodo, ha avuto da papa Francesco un compito ben preciso: catechizzare i vescovi sul controverso documento attraverso il quale il Pontefice, aiutato dal suo prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, Víctor Manuel Fernández, ha spalancato le porte alla benedizione per gli omosessuali.La prima tappa di quello che pare essere un vero e proprio tour pedagogico in salsa arcobaleno delle conferenze episcopali è stata l’Irlanda. Dopo le prime anticipazioni lanciate su alcuni siti cattolici, è stato lo stesso padre Martin a confermare la sua missione attraverso il suo profilo social su X: «Sono così grato di essere stato invitato a parlare alla Conferenza episcopale irlandese questa settimana durante il loro incontro annuale presso il santuario di Knock. Il primo giorno abbiamo discusso dell’intervento di Gesù verso coloro che sono ai margini; il secondo giorno, abbiamo riflettuto sul ministero della Chiesa nei confronti delle persone Lgbq», ha scritto il gesuita.La scelta dell’Irlanda non pare casuale visto che l’Associazione dei preti cattolici irlandesi ha accolto «con calore» Fiducia Supplicans, definendola «un’iniziativa storica che porta un nuovo slancio e una nuova libertà nella ricerca di una risposta più sensibile e umana ai bisogni pastorali urgenti». Dello stesso avviso è stato anche il primate d’Irlanda, l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, che a proposito del documento emanato dall’ex Sant’Uffizio, ha dichiarato: «Le ferite e le angosce vissute dalle persone che si identificano come omosessuali sono state ascoltate molto forte all’interno della Chiesa».E chi meglio di padre Martin può portare avanti questa opera di evangelizzazione queer? Autore di libri molto diffusi in America, è stato nominato nel 2017 consultore del segretariato per le Comunicazioni, organismo che sovrintende la comunicazione della Santa Sede. Ed è stato anche tra i primi a mettere in pratica le disposizioni contenute in Fidicia Supplicans benedicendo, nell’immediatezza della promulgazione, con tanto di foto diffusa sui social e finita sulle pagine del New York Times, una coppia omosessuale: Damian, un fioraio, e Jason, un giornalista. Per non far sembrare la benedizione un’approvazione della loro unione, che la Chiesa ancora per il momento considera un peccato, padre Martin si è limitato a leggere un passo del Vecchio Testamento, non ha utilizzato una formula canonica di benedizione e non ha indossato paramenti sacri. Insomma, una benedizione da retrobottega. Ma tant’è.A pochi minuti dalla diffusione di Fiducia Supplicans aveva affidato ai social anche queste parole: «È un importante passo avanti nel ministero della Chiesa verso le persone Lgbtq e riconosce il profondo desiderio di molte coppie cattoliche dello stesso sesso per la presenza di Dio nelle loro relazioni d’amore. Insieme a molti sacerdoti, ora sarò lieto di benedire i miei amici che hanno unioni omosessuali. Ed è un netto cambiamento rispetto alla conclusione “Dio non benedice e non può benedire il peccato”». I profili social del sacerdote voluto da Francesco come docente itinerante traboccano di post che possono essere catalogati tranquillamente turbo progressisti. Ma ce n’è uno, in particolare, del 27 gennaio, che svela quelle che saranno le prossime aperture (o i prossimi pilastri a cadere, a seconda dei punti di vista) da sottoporre a papa Bergoglio. Riporta padre Martin: «A febbraio, in una riunione del Consiglio sinodale, a Francesco verrà presentato un elenco di temi che richiedono ulteriore riflessione, tra cui le donne diaconi, la formazione dei sacerdoti e le proposte di riforma del catechismo della Chiesa». Le parole sono riprese da un’intervista concessa da Nathalie Becquart, religiosa francese divenuta nel 2021 sottosegretaria alla segreteria generale del Sinodo dei vescovi e ripresa dal sito Religion news, e che certifica come i progressisti si stiano preparando a giocare il secondo tempo del Sinodo: la seconda sessione aprirà a ottobre e in quell’occasione, commenta la Becquart nell’intervista ripostata da padre Martin con entusiasmo, «si dovrà pervenire a un documento finale che dovrà avanzare proposte più specifiche».Le aspettative sollevate dal processo sinodale e che dovrebbero arrivare sulla scrivania del Pontefice includono: l’ordinazione delle donne; un più ampio coinvolgimento dei laici all’interno della Chiesa; un’apertura ancora maggiore verso i gruppi emarginati, in particolare i migranti e i membri della comunità Lgbtq. Aperture già balenate nei mesi scorsi e rimaste fuori dai documenti finali della prima tranche sinodale che, su queste questioni, contenevano solamente delle tiepide raccomandazioni.Dopo questo appuntamento, il Santo Padre dovrebbe nominare un pool di esperti e teologi che lavoreranno in stretto contatto con la Curia vaticana per arrivare a una relazione finale da presentare all’apertura della seconda sessione del Sinodo. Insomma, Bergoglio non toglie il piede dell’acceleratore, anzi. 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Spriet - che è il primo a ricoprire il suo ruolo pur essendo non solo laico, ma sposato e padre di due figli - ha espresso preoccupazione riguardo a un caso specifico: quello di monsignor Roger Vangheluwe, 87 anni, ex vescovo di Bruges finito al centro d’uno degli scandali più clamorosi degli ultimi anni.Correva, infatti, il 2010 quando il prelato rassegnò le dimissioni da vescovo dichiarando, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, le proprie responsabilità di molestatore ai danni di un suo nipotino. «Quando ero ancora semplice sacerdote e per un certo tempo all’inizio del mio episcopato», furono le parole di Vangheluwe, «ho abusato sessualmente di un giovane dell’ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata. Nel corso degli ultimi decenni, ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono, ma ciò non lo ha pacificato. E neppure io lo sono». A tale drammatica confessione è seguito un periodo di silenzio poi rotto, nell’aprile del 2011, sempre dall’ex vescovo di Bruges il quale, in una intervista tv, non solo ha ammesso di aver abusato di un altro suo nipote, ma non ha mostrato segni di pentimento, negando perfino di essere un molestatore di minori: «Era soltanto dell’intimità che si creava, lui non mi sembrava si opponesse, non mi ha mai visto nudo, non vi era nemmeno penetrazione, dunque io non ho proprio l’impressione di essere un pedofilo».Al caso Vangheluwe - che si è allargato con la pubblicazione di audio del cardinale Godfried Danneels, registrato mentre chiedeva a una delle sue vittime di non sporgere denuncia - si è accompagnata la pubblicazione di un rapporto indipendente che, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, ha registrato 475 denunce sulle molestie che sarebbero state agite da clero e operatori della Chiesa belga. Nell’ottobre dello scorso anno - sull’onda dello scandalo creato dalla serie tv Godvergeten, incentrata sugli abusi del clero - il Parlamento fiammingo ha poi varato una commissione d’inchiesta al riguardo. Ed è in tale contesto che Bruno Spriet ha preso la parola, consapevole di quello che appare come uno scandalo nello scandalo: il fatto che l’abusatore reo confesso Vangheluwe - che da tempo si trova in Francia -, ancorché emerito sia ancora vescovo, senza mai essere stato ridotto allo stato laicale.«Negli ultimi anni i vescovi belgi hanno scritto più volte alla Santa Sede, nel 2017 e nel 2019», ha detto Spriet - affiancato da Luc Terlinden, arcivescovo di Malines-Bruxelles e da Johan Bonny, vescovo di Anversa - per caldeggiare «sanzioni ecclesiastiche contro Roger Vangheluwe», senza ottenerle. Spriet ha anche detto che «a Roma sono consapevoli della portata dello scandalo e sono al lavoro per una soluzione», ma finché essa non sarà realizzata «sarà difficile che papa Francesco possa compiere una visita pacifica nel nostro Paese». Parole che sanno di monito per la Santa Sede che, se non affronterà una volta per tutte la pratica Vangheluwe, potrebbe rendere il viaggio belga del Pontefice, mediaticamente e non solo, assai complesso.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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