- Il ministro dell’Economia Eric Lombard archivia la sua linea del rigore: con le dimissioni del premier François Bayrou «inevitabile fare concessioni» alla gauche. Ma il presidente ora teme la manifestazione del 10 settembre.
- Oggi riunione dei «volonterosi» a Parigi. Giorgia Meloni e Friederich Merz, perplessi sull’invio di truppe, si collegheranno solo da remoto come Donald Trump. A cui Volodymyr Zelensky proporrà nuove sanzioni.
Lo speciale contiene due articoli
Come se non bastasse la crisi di governo, che giorno dopo giorno diventa sempre più probabile, la Francia si appresta ad affrontare anche una nuova grande stagione di protesta popolare. La caduta dell’esecutivo guidato da François Bayrou potrebbe verificarsi già l’8 settembre, quando i deputati saranno chiamati a votare la fiducia. La protesta invece scatterà il 10 settembre, data scelta da settimane da una nebulosa senza leader nata sui social, un po’ come era già accaduto con i gilet gialli sette anni fa.
A differenza delle prime fasi della protesta scoppiata nel 2018, questa volta ci sono già segnali che lasciano immaginare a qualcosa di più violento. I media francesi ieri hanno ripreso quanto riferito all’agenzia France Presse da una fonte anonima dell’intelligence interna transalpina. Questa ha parlato di un movimento nato come qualcosa di «orizzontale nel quale ognuno fa ciò che vuole» ma che, in seguito, «ha cambiato orientamento» dato che è stato «ripreso dalla sinistra e dall’estrema sinistra». Gli uomini della sicurezza interna francese confermano che la portata della protesta sarà nazionale, perché sono stati registrati «incontri e assemblee generali dove le persone si vedono e si confrontano concretamente». Tali incontri sono «ovunque, nei paesi e non solo nelle grandi città». Ciò che potrebbe limitare i danni è la mancanza di unità visto che, per la fonte citata, ognuno«ha la sua idea» e «si muove in tutte le direzioni».
Anche sulla partecipazione alle iniziative del 10 settembre ci sono delle incognite. Per ora si sa solo che c’è «un adesione sempre più importante alle riunioni» locali. Altre fonti dell’intelligence, citate da Cnews, temono addirittura sabotaggi e blocchi alle infrastrutture di trasporto. Indipendentemente da quante persone parteciperanno alle proteste di mercoledì prossimo, le autorità hanno già previsto di mettere in sicurezza Parigi. Poi però, ci sarà da sperare che il presidente francese Emmanuel Macron non se ne esca con delle spacconate come quando, nel 2018, nel bel mezzo dell’affaire legato ad Alexandre Benalla disse: «Il responsabile è qui davanti a voi. Che mi vengano a cercare!». Certo, il Macron che ieri, in consiglio dei ministri, ha richiesto una «mobilitazione totale» a sostegno di Bayrou, per «battersi fino all’ultimo», sembra un’altro uomo rispetto a quello delle sparate del 2018. Ma si sa, con l’attuale inquilino dell’Eliseo bisogna tenersi pronti alle sorprese.
In ogni caso, più ci si avvicina al 10 settembre, più si addensano nuvoloni neri all’orizzonte di Macron. Ieri, ad esempio, si è appreso che la Confédération Paysanne, il terzo sindacato agricolo transalpino, parteciperà alla protesta. Invece il primo sindacato, la Fnsea, ha declinato l’invito. Ma se i sindacati agricoli sono divisi sulla partecipazione alle manifestazioni del 10 settembre, sono uniti nel contestare un invito arrivato, sempre ieri, da Bruxelles. La Commissione europea ha approvato l’accordo Ue-Mercosur e ha invitato i Paesi membri a fare altrettanto. Peccato che questa approvazione vada a rompere le uova nel paniere di Macron che, con gli agricoltori, non ha mai avuto un buon rapporto. Basti ricordare che, al Salone dell’Agricoltura 2024, aveva rischiato che alcuni espositori gli mettessero le mani addosso.
Gli agricoltori transalpini non sono comunque gli unici a non apprezzare Macron. Il barometro della popolarità dei politici, pubblicato mensilmente da Le Figaro, ha rivelato ieri che il capo dello Stato è sostenuto solo dal 15% dei francesi. Giusto per intendersi, all’inizio del suo primo mandato, nel 2017, era partito dal 57%.
Sarà anche per cercare di risalire la china che Macron ha iniziato a fare l’occhiolino alle sinistre. L’altroieri, come ha scritto La Verità, il capo dello Stato transalpino ha «ingiunto» ai leader della maggioranza «di lavorare con i socialisti» ed altri partiti tranne il Rassemblement national e l’estrema sinistra de La France Insoumise. Poi, ieri, il ministro dell’economia Eric Lombard ha lasciato cadere per un attimo la sua corazza di «rigore» e, parlando con il Financial Times, ha detto candidamente qualcosa che deve aver fatto cadere dalla sedia certi economisti. Lombard ha spiegato che, se l’8 settembre il governo Bayrou cadesse, sarebbe «inevitabile» il «fare concessioni» alla sinistra quando si discuterà la finanziaria e si dovrà decidere come ridurre il deficit. Evidentemente l’Eric Lombard che, pochi giorni fa, aveva detto che «sui 44 miliardi» di tagli «dovremo tenere» per timore di un intervento del Fondo monetario internazionale, doveva essere un’altra persona. Le due uscite ravvicinate, da Macron e Lombard, a favore della sinistra potrebbero lasciar pensare che nel dopo Bayrou l’inquilino dell’Eliseo tenterà di scongiurare un nuovo scioglimento dell’Assemblea nazionale (o le sue dimissioni) inchinandosi alle sinistre. Chissà come reagiranno i mercati.
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