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2021-06-03
Vertice d’urgenza per smontare la follia di Speranza sui ristoranti
iStock
La regola che fissa il limite massimo di quattro persone non conviventi a tavola al ristorante, sia in zona bianca che in zona rossa, sia all'aperto che al chiuso, spacca il governo e scatena la rivolta delle associazioni di categoria, del centrodestra e delle Regioni. La norma, voluta dal ministro delle Chiusure, Roberto Speranza, viene contestata non solo dal ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ma anche da entrambi i sottosegretari dello stesso Speranza, Pierpaolo Sileri del M5s e Andrea Costa di Noi con l'Italia. Oggi un tavolo tecnico, convocato appositamente per discutere di questa incredibile restrizione, dovrebbe sciogliere il nodo, consentendo ai cittadini di poter sedersi a tavola anche in più di quattro persone, salvando la stagione turistica ed evitando di soffocare i piccoli segnali di ripresa di un settore trainante dell'economia, quello della ristorazione e della filiera agroalimentare: un esercito di imprese con relativi dipendenti, tra le quali 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole impegnate a garantire le forniture, per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.
«I posti a tavola al ristorante», dice il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, a Un giorno da pecora su Rai Radio 1, «nelle zone bianche? Il limite, per maggior sicurezza, è ancora fissato a quattro. Spero che venga presto rivisto perché chiaramente è molto restrittivo. Se sono più d'accordo con Speranza o con Gelmini? Io», risponde Sileri, «sono tra quelli che era per l'aumento dei posti a tavola, aumenterei i posti a 8-10. E dai primi di luglio liberalizzerei perché avremo oltre 30 milioni di persone con almeno una dose di vaccino». «Dobbiamo dare assolutamente», incalza l'altro sottosegretario, Andrea Costa, «delle prospettive ai cittadini e bisogna considerare in maniera diversa le zona gialle da quelle bianche. Almeno per i ristoranti all'aperto in zona bianca», aggiunge Costa, «si arrivi a togliere il vincolo del limite massimo di quattro persone al tavolo: sarebbe un primo segnale di distensione. Per i locali al chiuso credo si possa anche prevedere una restrizione iniziale, ci può stare purché sia graduale».
Il centrodestra va all'assalto: «Ho chiesto a Speranza», attacca il leader della Lega, Matteo Salvini, «di evitare la ridicola limitazione dei quattro a tavola al ristorante che almeno nelle zone bianche non ha più senso». «Continuano le folli misure restrittive», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «utili solo a danneggiare ulteriormente l'economia. Provvedimenti che sembrano concepiti più per continuare a massacrare le categorie odiate dalla sinistra che per combattere concretamente il virus».
«Appare davvero lunare», argomenta il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Roberto Occhiuto, «voler limitare in zona bianca la libertà dei ristoratori, imponendo, come vorrebbe il ministero della Salute, il limite massimo di quattro persone per tavolo. Basta con il rigore a prescindere, diamo fiducia agli italiani e facciamoli tornare a vivere». «Basta con Speranza e le sue teorie assurde», sbotta il senatore azzurro Maurizio Gasparri, «il limite di quattro persone a tavola è inaccettabile. Speranza ha rappresentato un problema per tutta la stagione dell'era Covid. Deve spiegare tante cose. Rifiuta risposte. Va in televisione soltanto nei salotti amici per evitare domande scomode. Speranza va cacciato».
«È previsto un tavolo tecnico», sottolinea il capogruppo di Fi al Senato, Anna Maria Bernini, «per affrontare la questione del limite di quattro persone a tavola al ristorante perfino nelle zone bianche. È in effetti doveroso porre fine al caos interpretativo di queste ore, che ha generato ulteriore confusione. Si tratta in effetti di una misura francamente eccessiva e illogica», aggiunge la Bernini, «per cui auspico che venga cancellata immediatamente per non creare ulteriori difficoltà ai ristoratori già pesantemente penalizzati».
Sul piede di guerra, inevitabilmente, le associazioni di categoria: «Il limite dei posti a tavola», afferma la Coldiretti, «è una misura di sicurezza che ha ripercussioni sul bisogno di convivialità degli italiani dopo mesi di lockdown e pesa anche sugli incassi della ristorazione dopo la perdita di 41 miliardi nell'anno della pandemia Covid».
Sconcertati i governatori, con il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, tra i primi, a insorgere contro questa assurda imposizione: «Il tavolo tecnico dove sarà affrontata la questione», fanno sapere fonti vicine alla Conferenza, «del limite di quattro persone al tavolo nei ristoranti segue la richiesta in tal senso inviata dalla Conferenza delle Regioni. L'ipotesi del limite di quattro al chiuso non è stata proposta ufficialmente alle Regioni e non trova riscontro. Nelle interlocuzioni ieri sera (l'altro ieri, ndr) si è fatto presente che, considerato come le decisioni assunte sino a ora (linee guida in primis) siano sempre state condivise in un clima assolutamente collaborativo e di rispetto istituzionale, ha sorpreso che l'interpretazione del governo sul tema sia avvenuta in maniera autonoma».
Quasi tutta l'Italia in bianco dal 21
L'Italia guarda alle vacanze con ottimismo, visto che dal 21 giugno (data simbolo, anche perché vedrà la fine del coprifuoco) potrebbe ritrovarsi tutta colorata di bianco, a eccezione della Valle d'Aosta (al momento le più fortunate sono Molise, Friuli Venezia Giulia e Sardegna; il 7 toccherà a Liguria, Umbria, Veneto e Abruzzo; il 14 sarà la volta di Provincia di Trento, Lombardia, Lazio, Piemonte, Puglia ed Emilia Romagna). Anche Sicilia, Marche, Toscana, Provincia di Bolzano, Calabria, Basilicata e Campania infatti registrano miglioramenti. E potranno entrare nell'area con meno restrizioni.
Gli italiani stanno prenotando i tanto attesi periodi di vacanza, ma con molte perplessità sulle regole da rispettare. Proviamo a fare ordine. Per viaggiare in Italia, tra le Regioni non servono certificati. Single e famiglie possono dunque stare tranquilli, la circolazione in auto, aereo o treno è libera tranne che per gli sbarchi in Sardegna, dove fino al 15 giugno si può arrivare solo dopo essersi registrati sul sito Sardegna sicura e muniti del green pass che attesti la negatività del tampone, effettuato nelle 48 ore precedenti, la guarigione dal Covid o l'avvenuta vaccinazione da 15 giorni.
Nelle altre Regioni il certificato si rende necessario in caso di eventuale cambio di colore, quindi prima di viaggiare è sempre consigliato verificare online la situazione sanitaria della località di destinazione. E ricordiamo che dal primo giugno è necessario il green pass per partecipare a matrimoni, feste o banchetti.
Diversa la faccenda se vogliamo spostarci all'estero. Nell'Ue, in attesa del lasciapassare europeo che entrerà in vigore dal primo luglio, ogni Stato ha adottato proprie regole che si possono consultare sul sito Reopen.europa.eu. Si va dall'obbligo (sopra gli 11 anni) di effettuare un tampone molecolare nelle 72 ore precedenti anche per chi è stato vaccinato, quando la destinazione è la Francia, al certificato di negatività ai test richiesto dalla Spagna anche per i bambini di più di 6 anni. Prima del rientro in Italia con qualsiasi mezzo di trasporto da un Paese Ue, da Regno Unito, Irlanda del Nord, Svizzera, Andorra, Monaco e Israele, bisogna compilare online il modulo di localizzazione digitale con nome, telefono e indirizzo (tutte le istruzioni sul sito Salute.gov.it), accompagnandolo da un documento che attesti l'esito negativo di un tampone molecolare o antigenico, effettuato nelle 48 ore precedenti. All'obbligo sono esentati i bambini sotto i 2 anni. Se non si ha il certificato, scatta la quarantena per dieci giorni.
Per le destinazioni fuori Ue, bisogna consultare la lista di appartenenza dello Stato che si vuole raggiungere, secondo i cinque elenchi predisposti dall'ordinanza di maggio del ministero della Salute e in vigore fino al prossimo 31 luglio.
Da oggi, intanto, in molte Regioni italiane si parte con le prenotazioni libere del vaccino e non più per fasce di età. In Lombardia si è già iniziato ieri, dalle ore 23, aprendo le registrazioni alla fascia 12-29 anni. Quanto ai dati a livello nazionale, mercoledì pomeriggio risultavano somministrate altre 136.914 dosi di vaccino per un totale da inizio campagna di 35,6 milioni. Ieri erano ancora in calo il numero dei morti (62 rispetto ai 93 delle 24 ore precedenti), delle rianimazioni: 933 (56) e degli ospedalizzati sintomatici: 5.858 (334). I nuovi casi registrati sono stati 2.897 (+0,07%), mentre il tasso di positività è risultato dell'1,2%.
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Oggi il tavolo tecnico per superare il limite dei quattro commensali. Matteo Salvini: «È ridicolo». Il sottosegretario Pierpaolo Sileri: «Va portato a 10». Andrea Costa: «Segnale sbagliato». Dure le Regioni: «Sorpresi da un'azione autonoma».La svolta dovrebbe lasciare fuori soltanto la Valle d'Aosta. Se non si torna all'arancio o al rosso, viaggiare sarà semplice. Al via le vaccinazioni libere, al di là delle fasce d'età.Lo speciale contiene due articoli.La regola che fissa il limite massimo di quattro persone non conviventi a tavola al ristorante, sia in zona bianca che in zona rossa, sia all'aperto che al chiuso, spacca il governo e scatena la rivolta delle associazioni di categoria, del centrodestra e delle Regioni. La norma, voluta dal ministro delle Chiusure, Roberto Speranza, viene contestata non solo dal ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ma anche da entrambi i sottosegretari dello stesso Speranza, Pierpaolo Sileri del M5s e Andrea Costa di Noi con l'Italia. Oggi un tavolo tecnico, convocato appositamente per discutere di questa incredibile restrizione, dovrebbe sciogliere il nodo, consentendo ai cittadini di poter sedersi a tavola anche in più di quattro persone, salvando la stagione turistica ed evitando di soffocare i piccoli segnali di ripresa di un settore trainante dell'economia, quello della ristorazione e della filiera agroalimentare: un esercito di imprese con relativi dipendenti, tra le quali 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole impegnate a garantire le forniture, per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.«I posti a tavola al ristorante», dice il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, a Un giorno da pecora su Rai Radio 1, «nelle zone bianche? Il limite, per maggior sicurezza, è ancora fissato a quattro. Spero che venga presto rivisto perché chiaramente è molto restrittivo. Se sono più d'accordo con Speranza o con Gelmini? Io», risponde Sileri, «sono tra quelli che era per l'aumento dei posti a tavola, aumenterei i posti a 8-10. E dai primi di luglio liberalizzerei perché avremo oltre 30 milioni di persone con almeno una dose di vaccino». «Dobbiamo dare assolutamente», incalza l'altro sottosegretario, Andrea Costa, «delle prospettive ai cittadini e bisogna considerare in maniera diversa le zona gialle da quelle bianche. Almeno per i ristoranti all'aperto in zona bianca», aggiunge Costa, «si arrivi a togliere il vincolo del limite massimo di quattro persone al tavolo: sarebbe un primo segnale di distensione. Per i locali al chiuso credo si possa anche prevedere una restrizione iniziale, ci può stare purché sia graduale».Il centrodestra va all'assalto: «Ho chiesto a Speranza», attacca il leader della Lega, Matteo Salvini, «di evitare la ridicola limitazione dei quattro a tavola al ristorante che almeno nelle zone bianche non ha più senso». «Continuano le folli misure restrittive», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «utili solo a danneggiare ulteriormente l'economia. Provvedimenti che sembrano concepiti più per continuare a massacrare le categorie odiate dalla sinistra che per combattere concretamente il virus».«Appare davvero lunare», argomenta il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Roberto Occhiuto, «voler limitare in zona bianca la libertà dei ristoratori, imponendo, come vorrebbe il ministero della Salute, il limite massimo di quattro persone per tavolo. Basta con il rigore a prescindere, diamo fiducia agli italiani e facciamoli tornare a vivere». «Basta con Speranza e le sue teorie assurde», sbotta il senatore azzurro Maurizio Gasparri, «il limite di quattro persone a tavola è inaccettabile. Speranza ha rappresentato un problema per tutta la stagione dell'era Covid. Deve spiegare tante cose. Rifiuta risposte. Va in televisione soltanto nei salotti amici per evitare domande scomode. Speranza va cacciato».«È previsto un tavolo tecnico», sottolinea il capogruppo di Fi al Senato, Anna Maria Bernini, «per affrontare la questione del limite di quattro persone a tavola al ristorante perfino nelle zone bianche. È in effetti doveroso porre fine al caos interpretativo di queste ore, che ha generato ulteriore confusione. Si tratta in effetti di una misura francamente eccessiva e illogica», aggiunge la Bernini, «per cui auspico che venga cancellata immediatamente per non creare ulteriori difficoltà ai ristoratori già pesantemente penalizzati».Sul piede di guerra, inevitabilmente, le associazioni di categoria: «Il limite dei posti a tavola», afferma la Coldiretti, «è una misura di sicurezza che ha ripercussioni sul bisogno di convivialità degli italiani dopo mesi di lockdown e pesa anche sugli incassi della ristorazione dopo la perdita di 41 miliardi nell'anno della pandemia Covid».Sconcertati i governatori, con il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, tra i primi, a insorgere contro questa assurda imposizione: «Il tavolo tecnico dove sarà affrontata la questione», fanno sapere fonti vicine alla Conferenza, «del limite di quattro persone al tavolo nei ristoranti segue la richiesta in tal senso inviata dalla Conferenza delle Regioni. L'ipotesi del limite di quattro al chiuso non è stata proposta ufficialmente alle Regioni e non trova riscontro. Nelle interlocuzioni ieri sera (l'altro ieri, ndr) si è fatto presente che, considerato come le decisioni assunte sino a ora (linee guida in primis) siano sempre state condivise in un clima assolutamente collaborativo e di rispetto istituzionale, ha sorpreso che l'interpretazione del governo sul tema sia avvenuta in maniera autonoma».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vertice-durgenza-per-smontare-la-follia-di-speranza-sui-ristoranti-2653212193.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quasi-tutta-l-italia-in-bianco-dal-21" data-post-id="2653212193" data-published-at="1622671470" data-use-pagination="False"> Quasi tutta l'Italia in bianco dal 21 L'Italia guarda alle vacanze con ottimismo, visto che dal 21 giugno (data simbolo, anche perché vedrà la fine del coprifuoco) potrebbe ritrovarsi tutta colorata di bianco, a eccezione della Valle d'Aosta (al momento le più fortunate sono Molise, Friuli Venezia Giulia e Sardegna; il 7 toccherà a Liguria, Umbria, Veneto e Abruzzo; il 14 sarà la volta di Provincia di Trento, Lombardia, Lazio, Piemonte, Puglia ed Emilia Romagna). Anche Sicilia, Marche, Toscana, Provincia di Bolzano, Calabria, Basilicata e Campania infatti registrano miglioramenti. E potranno entrare nell'area con meno restrizioni. Gli italiani stanno prenotando i tanto attesi periodi di vacanza, ma con molte perplessità sulle regole da rispettare. Proviamo a fare ordine. Per viaggiare in Italia, tra le Regioni non servono certificati. Single e famiglie possono dunque stare tranquilli, la circolazione in auto, aereo o treno è libera tranne che per gli sbarchi in Sardegna, dove fino al 15 giugno si può arrivare solo dopo essersi registrati sul sito Sardegna sicura e muniti del green pass che attesti la negatività del tampone, effettuato nelle 48 ore precedenti, la guarigione dal Covid o l'avvenuta vaccinazione da 15 giorni. Nelle altre Regioni il certificato si rende necessario in caso di eventuale cambio di colore, quindi prima di viaggiare è sempre consigliato verificare online la situazione sanitaria della località di destinazione. E ricordiamo che dal primo giugno è necessario il green pass per partecipare a matrimoni, feste o banchetti. Diversa la faccenda se vogliamo spostarci all'estero. Nell'Ue, in attesa del lasciapassare europeo che entrerà in vigore dal primo luglio, ogni Stato ha adottato proprie regole che si possono consultare sul sito Reopen.europa.eu. Si va dall'obbligo (sopra gli 11 anni) di effettuare un tampone molecolare nelle 72 ore precedenti anche per chi è stato vaccinato, quando la destinazione è la Francia, al certificato di negatività ai test richiesto dalla Spagna anche per i bambini di più di 6 anni. Prima del rientro in Italia con qualsiasi mezzo di trasporto da un Paese Ue, da Regno Unito, Irlanda del Nord, Svizzera, Andorra, Monaco e Israele, bisogna compilare online il modulo di localizzazione digitale con nome, telefono e indirizzo (tutte le istruzioni sul sito Salute.gov.it), accompagnandolo da un documento che attesti l'esito negativo di un tampone molecolare o antigenico, effettuato nelle 48 ore precedenti. All'obbligo sono esentati i bambini sotto i 2 anni. Se non si ha il certificato, scatta la quarantena per dieci giorni. Per le destinazioni fuori Ue, bisogna consultare la lista di appartenenza dello Stato che si vuole raggiungere, secondo i cinque elenchi predisposti dall'ordinanza di maggio del ministero della Salute e in vigore fino al prossimo 31 luglio. Da oggi, intanto, in molte Regioni italiane si parte con le prenotazioni libere del vaccino e non più per fasce di età. In Lombardia si è già iniziato ieri, dalle ore 23, aprendo le registrazioni alla fascia 12-29 anni. Quanto ai dati a livello nazionale, mercoledì pomeriggio risultavano somministrate altre 136.914 dosi di vaccino per un totale da inizio campagna di 35,6 milioni. Ieri erano ancora in calo il numero dei morti (62 rispetto ai 93 delle 24 ore precedenti), delle rianimazioni: 933 (56) e degli ospedalizzati sintomatici: 5.858 (334). I nuovi casi registrati sono stati 2.897 (+0,07%), mentre il tasso di positività è risultato dell'1,2%.
Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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Il fenomeno delle dipendenze in Italia continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti. I dati più recenti contenuti nella Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze del Dipartimento delle Politiche antidroga, riferiti al 2024, delineano un quadro complesso: i Servizi per le dipendenze (SerD e SMI) hanno assistito 134.443 persone, con un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, mentre la spesa complessiva degli italiani per l’acquisto di sostanze stupefacenti ha raggiunto i 17,2 miliardi di euro.
La cocaina e il crack rappresentano oggi una delle sostanze con il maggiore impatto sanitario e sociale, risultando responsabili del 35% dei decessi droga-correlati e del 30% dei ricoveri ospedalieri legati all’uso di stupefacenti. La cannabis rimane invece la sostanza illegale più diffusa, mentre nel 2024 il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe ha individuato 79 nuove sostanze psicoattive mai rilevate prima nel nostro Paese. Nello stesso periodo si è registrato anche un aumento dei decessi per droga, saliti a 231, e dei ricoveri ospedalieri correlati all’uso di sostanze, cresciuti del 13%.
Il fenomeno non riguarda soltanto la popolazione adulta. Secondo la ricerca ESPAD, che analizza i comportamenti a rischio tra gli studenti tra i 15 e i 19 anni, circa 970.000 giovani – il 37% – dichiarano di aver fatto uso di sostanze illegali almeno una volta nella vita. A crescere è anche l’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, passato da 440.000 studenti nel 2023 a 510.000 nel 2024. A fronte di questi numeri, il sistema di presa in carico mostra criticità e squilibri territoriali. In Italia i servizi dedicati alle dipendenze registrano una significativa variabilità regionale in termini di personale e offerta socio-sanitaria. Mentre secondo le stime dell’Osservatorio sull’impatto socio-economico delle dipendenze mancano circa duemila unità di personale per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022. Una carenza che limita la capacità del sistema di intercettare precocemente le persone con problemi di dipendenza e di garantire percorsi terapeutici adeguati.
In questo contesto, il ruolo delle comunità terapeutiche e delle strutture dedicate al recupero diventa sempre più centrale. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese a Bodio Lomnago, in provincia di Varese, dove una tenuta storica abbandonata sta vivendo una nuova vita. Non come residenza privata o struttura turistica, ma come comunità terapeutica per il recupero dalle dipendenze. Il sito, da anni in stato di degrado, oggi offre spazi adeguati per chi affronta percorsi di riabilitazione. L’iniziativa non solo riqualifica un bene architettonico e paesaggistico, ma crea anche occupazione in un settore sottodimensionato e sottofinanziato. Inoltre, la comunità si trova lontano dai centri abitati, senza impatti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini. In pratica, un doppio beneficio: sociale e urbano.
La comunità terapeutica di Bodio Lomnago, progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese
Tuttavia il progetto non è stato esente da polemiche, legate alla vicenda giudiziaria che in passato ha coinvolto Alberto Genovese. Nel 2022 l’imprenditore è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a 8 anni e 4 mesi, pena ridotta poi a 5 anni e 4 mesi, per violenza sessuale e cessione di sostanze stupefacenti a due ragazze di 18 e 23 anni. Una sentenza più severa rispetto alle richieste della pubblica accusa. In sede processuale i legali di Genovese avevano chiesto l’assoluzione piena per l’accusa relativa alla 23enne, il riconoscimento della semi-infermità mentale e la concessione della pena minima per i fatti contestati nei confronti della 18enne. Secondo una perizia psicologica presentata dalla difesa, infatti, Genovese soffrirebbe di disturbi della personalità e sarebbe affetto dalla sindrome di Asperger: condizioni che, insieme all’abuso di alcol e stupefacenti, gli avrebbero impedito di rendersi conto della mancanza di consenso delle vittime. Le condotte sessuali, già pienamente scontate, ma che hanno avuto una risonanza mediatica molto superiore, sono state qualificate in sede processuale come continuazione interna del reato principale.
La vicenda ha inevitabilmente spostato parte del dibattito pubblico sulla figura di Genovese, più che sul progetto in sé. Resta tuttavia il fatto che l’iniziativa nasce con l’obiettivo di realizzare una comunità terapeutica dedicata al recupero dalle dipendenze e può essere visto non come un gesto isolato, ma una risposta diretta a un’esperienza personale drammatica, trasformata in un’opportunità concreta per la collettività.
La Fondazione, nata dall’esperienza personale dei fondatori, interpreta una forma di restituzione sociale. Chi ha attraversato la dipendenza e il percorso giudiziario mette oggi risorse proprie al servizio della collettività, richiamando il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. In questo senso, Bodio Lomnago non è solo una comunità terapeutica, ma un esempio di come la trasformazione personale possa tradursi in utilità sociale.
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