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2020-03-20
Verso una stretta alle folle per la spesa. E già due Regioni dispiegano i militari
Ansa
Stavolta la chiusura rischia di essere a doppia mandata. Il governo sta infatti valutando lo stop dei supermarket. A confermarlo è il viceministro dell'Interno Matteo Mauri: «Bisogna capire se la limitazione degli orari porti poi a una concentrazione di persone, stiamo facendo degli studi approfonditi sul rischio di non rispettare la distanza di sicurezza». Un effetto boomerang che spiega bene il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. «Comprimere troppo gli orari dei negozi di alimentari», ha affermato l'ex pm d'assalto di Catanzaro, «potrebbe produrre il risultato opposto che le persone si assembrano tutte negli stessi orari per fare la spesa. Credo che gli alimentari debbano stare aperti dalla mattina all'imbrunire per consentire anche a chi sta lavorando di poter fare la spesa». Dubbi che non hanno toccato, invece, il collega di fascia tricolore Modesto Lamattina, sindaco di Caggiano (Salerno) che, con appena 2.600 abitanti, è uno dei cinque comuni «canaglia» della Campania. Lamattina ha deciso di chiudere alimentari e farmacia senza pensarci due volte. I cittadini - c'è scritto nell'ordinanza che ha firmato nella giornata di mercoledì - dovranno «contattare telefonicamente gli esercenti per la richiesta di spesa o farmaci che potranno ritirare esclusivamente all'esterno delle strutture all'orario concordato con il negoziante e con il farmacista i quali sono tenuti a programmare le consegne in modo da evitare qualsiasi forma anche minima di assembramento esterno all'ingresso».
E, proprio in Campania, ieri sono arrivati alcuni contingenti dell'Esercito che affiancheranno le forze dell'ordine nei controlli sul territorio per il rispetto dei divieti così come richiesto dal governatore Vincenzo De Luca. Scenario analogo in Sicilia dove una parte dei soldati di stanza sull'isola sarà da oggi impiegata nelle pattuglie di vigilanza urbana e nei punti di arrivo dei passeggeri. Ai militari si sono appellati anche i sindaci di Civitavecchia e di Giulianova. E il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha dato «piena disponibilità all'uso dei militari».
Com'è difficile trovare un punto di equilibrio tra la posizione di Palazzo Chigi, che tentenna ancora sul divieto assoluto di attività fisica, e il lockdown completo invocato a gran voce dalle Regioni del Nord. Non a caso, il governatore del Veneto Luca Zaia ieri ha preannunciato una propria ordinanza restrittiva se non arriverà quella dell'Esecutivo. Un po' come fatto dalla Campania nei giorni scorsi e dalla Valle d'Aosta, dall'Emilia Romagna, dal Friuli Venezia Giulia nella giornata di ieri. «Abbiamo delle foto di via Garibaldi a Venezia di stamane e raccontano di passeggiate di comunità, che non sono assolutamente in linea con il tema dello stare a casa, di stare attenti al contagio e di avere prudenza», ha attaccato il leghista.
Esagerazione? Per il vicepresidente della Croce Rossa cinese, Sun Shuopeng, in conferenza stampa con il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana assolutamente no. «Qui non avete misure abbastanza severe, c'è gente in strada e i trasporti pubblici funzionano. Bisogna fermare tutte le attività economiche, tutti devono stare a casa, tutti devono dare il loro contributo», ha detto. L'esempio - suggerisce - è quello di Wuhan, dove «gli ospedali hanno potuto iniziare a trattare i pazienti e ridurre il numero delle persone ammalate un mese dopo aver adottato il blocco completo». Fontana ne ha parlato ieri pomeriggio con il premier Giuseppe Conte, e si attendono decisioni in merito. Intanto, c'è chi fa prima (e meglio) da solo. Il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ha infatti deciso di vietare su tutto il territorio comunale passeggiate e sport. «Nonostante i ripetuti inviti a stare in casa, ed a spostarsi solo se strettamente necessario, abbiamo accertato casi di persone che hanno organizzato un falò sulla spiaggia, che hanno messo la musica in piazza per ballare come se fossero ad una sagra di paese, o che si radunavano per svolgere attività sportiva», si è lamentato il primo cittadino. «Evidentemente le drammatiche immagini che giungono dalle città del Nord gravemente colpite dal contagio non sono sufficienti a fare desistere i messinesi da condotte egoistiche e venate da una superficialità che non può trovare alcuna giustificazione». Provvedimenti analoghi si sono registrati anche a Tarquinia (Viterbo) dove il sindaco Alessandro Giulivi ha ricordato che «gli italiani hanno bisogno di misure drastiche»; e a Burolo (Ivrea) col sindaco Franco Cominetto che ha vietato finanche l'uso delle panchine. «Visti i numerosi casi di violazione dei divieti di spostamento», si legge nell'ordinanza del primo cittadino, «e a detta degli stessi trasgressori della difficoltà interpretativa dei divieti nazionali, abbiamo ritenuto di adottare specifiche misure volte al contenimento della diffusione del coronavirus». Contenimento a cui è ispirata anche l'ordinanza, firmata dal presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio, relativa all'istituzione della zona rossa per sei Comuni abruzzesi, cinque in provincia di Teramo (Castel Messer Raimondo, Arsita, Bisenti, Montefino e Castilenti) e uno in quella di Pescara (Elice). Situazione più che mai critica, a quelle latitudini. L'ospedale di Pescara è giunto al limite, e ha chiesto lo stop a nuovi ricoveri per almeno due giorni.
Dalla Azzolina una gelata sulle scuole: «Non sappiamo quando riapriranno»
Calma e gesso. Ancora tutti chiusi per vincere la guerra contro il Coronavirus. E infatti di ieri la conferma: la chiusura delle attività e delle scuole di ogni ordine e grado nonché delle Universita è prorogata a dopo il 3 aprile. Nessuna previsione certa sul rientro in aula. Il premier Giuseppe Conte lo ha fatto capire sul Corriere e la ministra dell'istruzione Lucia Azzolina l'ha confermato nel giorno in cui i positivi al Covid-19 nel nostro Paese hanno superato quota 33.000. Il primo segnale che si andasse in questa direzione era arrivato due giorni fa quando dal ministero era partita una nota per dire agli insegnanti che cosa devono essere esattamente le lezioni a distanza e soprattutto che devono cominciare a dare i voti. A conferma, dunque, che il secondo quadrimestre dell'anno si svolgerà in modalità «didattica digitale» per gli 8 milioni di ragazzi che stanno studiando a casa.
«La chiusura delle scuole sarà prorogata, e verranno prese misure per gli studenti che devono fare gli esami di Stato», ha spiegato il ministro dell'Istruzione nel pomeriggio di ieri. «Penso si andrà nella direzione che ha detto il presidente Conte di prorogare la data del 3 aprile ma in questi giorni invito tutti alla massima responsabilità. Non è possibile dare un'altra data per l'apertura, tutto dipende dall'evoluzione di questi giorni, dallo scenario epidemiologico. Riapriremo le scuole solo quando avremo la certezza di assoluta sicurezza», ha precisato la ministra pentastellata invitando tutti alla «massima responsabilità».
Le ipotesi in campo sono almeno tre. Una possibilità, che oggi però appare improbabile, è il prolungamento breve delle chiusure, fino a dopo Pasqua (il 12 aprile); un'altra ipotesi la riapertura il 2 maggio e, infine, la chiusura fino alla fine dell'anno scolastico, ai primi di giugno (cosa già decisa, per esempio, dall'Irlanda).
Un rinvio della chiusura che crea non pochi dubbi anche sugli esami di maturità. E infatti la Azzolina ha detto che «per gli studenti che devono fare gli esami di Stato verranno prese ulteriori misure». Misure ancora non chiare perché «dipende da quanto ancora rimarranno chiuse le scuole. Stiamo pensando a diversi scenari possibili apprezzo tanto i documenti che le consulte e il forum degli studenti hanno presentato. Gli studenti mostrano grande maturità li terrò in seria considerazione. Saranno comunque esami seri, ma che dovranno tenere presente il momento difficilissimo che gli studenti stanno attraversando». Un paio di giorni fa, comunque, aveva assicurato, che sia la maturità che gli esami di terza media «si terranno nelle date già fissate dal calendario. Saranno sicuramente più leggeri».
E su un'eventuale proroga dell'anno scolastico, la responsabile del dicastero di viale Trastevere ha specificato: «Dipende da come va la didattica a distanza: se funzionerà non abbiamo motivo di allungare l'anno scolastico; sarebbe offendere chi sta facendo tanto in queste settimane, tra l'altro ricompattando la comunità scolastica». Insomma tutto «dipende» perché come ha ammesso la Azzolina: «Al momento qualsiasi certezza è stata frantumata, le situazioni della didattica a distanza in Italia sono molto diverse, molte scuole erano a 100 già da prima con la didattica a distanza, ma c'è chi sta indietro. Non vogliamo certo abbandonare gli studenti, abbiamo messo in campo una serie di strumenti, diverse piattaforme, materiali webinar per docenti con più difficoltà». L'obiettivo, anche se non si dovesse tornare in classe, resta quello di arrivare alla «validità non solo formale ma sostanziale dell'anno scolastico». Anno che comunque finirà come sempre, a casa o in classe, perché non è previsto un allungamento a giugno o luglio tanto che gli istituti sono aperti, con personale ridotto, proprio per assicurare il rispetto delle scadenze.
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Il Viminale: «Stiamo facendo studi sui rischi nei supermarket». Esercito in Campania e Sicilia. Continuano le ordinanze fai da te.Il ministro dell'Istruzione: «Sicuramente la serrata sarà oltre il 3 aprile». E c'è il nodo delle maturità.Lo speciale contiene due articoli.Stavolta la chiusura rischia di essere a doppia mandata. Il governo sta infatti valutando lo stop dei supermarket. A confermarlo è il viceministro dell'Interno Matteo Mauri: «Bisogna capire se la limitazione degli orari porti poi a una concentrazione di persone, stiamo facendo degli studi approfonditi sul rischio di non rispettare la distanza di sicurezza». Un effetto boomerang che spiega bene il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. «Comprimere troppo gli orari dei negozi di alimentari», ha affermato l'ex pm d'assalto di Catanzaro, «potrebbe produrre il risultato opposto che le persone si assembrano tutte negli stessi orari per fare la spesa. Credo che gli alimentari debbano stare aperti dalla mattina all'imbrunire per consentire anche a chi sta lavorando di poter fare la spesa». Dubbi che non hanno toccato, invece, il collega di fascia tricolore Modesto Lamattina, sindaco di Caggiano (Salerno) che, con appena 2.600 abitanti, è uno dei cinque comuni «canaglia» della Campania. Lamattina ha deciso di chiudere alimentari e farmacia senza pensarci due volte. I cittadini - c'è scritto nell'ordinanza che ha firmato nella giornata di mercoledì - dovranno «contattare telefonicamente gli esercenti per la richiesta di spesa o farmaci che potranno ritirare esclusivamente all'esterno delle strutture all'orario concordato con il negoziante e con il farmacista i quali sono tenuti a programmare le consegne in modo da evitare qualsiasi forma anche minima di assembramento esterno all'ingresso». E, proprio in Campania, ieri sono arrivati alcuni contingenti dell'Esercito che affiancheranno le forze dell'ordine nei controlli sul territorio per il rispetto dei divieti così come richiesto dal governatore Vincenzo De Luca. Scenario analogo in Sicilia dove una parte dei soldati di stanza sull'isola sarà da oggi impiegata nelle pattuglie di vigilanza urbana e nei punti di arrivo dei passeggeri. Ai militari si sono appellati anche i sindaci di Civitavecchia e di Giulianova. E il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha dato «piena disponibilità all'uso dei militari». Com'è difficile trovare un punto di equilibrio tra la posizione di Palazzo Chigi, che tentenna ancora sul divieto assoluto di attività fisica, e il lockdown completo invocato a gran voce dalle Regioni del Nord. Non a caso, il governatore del Veneto Luca Zaia ieri ha preannunciato una propria ordinanza restrittiva se non arriverà quella dell'Esecutivo. Un po' come fatto dalla Campania nei giorni scorsi e dalla Valle d'Aosta, dall'Emilia Romagna, dal Friuli Venezia Giulia nella giornata di ieri. «Abbiamo delle foto di via Garibaldi a Venezia di stamane e raccontano di passeggiate di comunità, che non sono assolutamente in linea con il tema dello stare a casa, di stare attenti al contagio e di avere prudenza», ha attaccato il leghista. Esagerazione? Per il vicepresidente della Croce Rossa cinese, Sun Shuopeng, in conferenza stampa con il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana assolutamente no. «Qui non avete misure abbastanza severe, c'è gente in strada e i trasporti pubblici funzionano. Bisogna fermare tutte le attività economiche, tutti devono stare a casa, tutti devono dare il loro contributo», ha detto. L'esempio - suggerisce - è quello di Wuhan, dove «gli ospedali hanno potuto iniziare a trattare i pazienti e ridurre il numero delle persone ammalate un mese dopo aver adottato il blocco completo». Fontana ne ha parlato ieri pomeriggio con il premier Giuseppe Conte, e si attendono decisioni in merito. Intanto, c'è chi fa prima (e meglio) da solo. Il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ha infatti deciso di vietare su tutto il territorio comunale passeggiate e sport. «Nonostante i ripetuti inviti a stare in casa, ed a spostarsi solo se strettamente necessario, abbiamo accertato casi di persone che hanno organizzato un falò sulla spiaggia, che hanno messo la musica in piazza per ballare come se fossero ad una sagra di paese, o che si radunavano per svolgere attività sportiva», si è lamentato il primo cittadino. «Evidentemente le drammatiche immagini che giungono dalle città del Nord gravemente colpite dal contagio non sono sufficienti a fare desistere i messinesi da condotte egoistiche e venate da una superficialità che non può trovare alcuna giustificazione». Provvedimenti analoghi si sono registrati anche a Tarquinia (Viterbo) dove il sindaco Alessandro Giulivi ha ricordato che «gli italiani hanno bisogno di misure drastiche»; e a Burolo (Ivrea) col sindaco Franco Cominetto che ha vietato finanche l'uso delle panchine. «Visti i numerosi casi di violazione dei divieti di spostamento», si legge nell'ordinanza del primo cittadino, «e a detta degli stessi trasgressori della difficoltà interpretativa dei divieti nazionali, abbiamo ritenuto di adottare specifiche misure volte al contenimento della diffusione del coronavirus». Contenimento a cui è ispirata anche l'ordinanza, firmata dal presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio, relativa all'istituzione della zona rossa per sei Comuni abruzzesi, cinque in provincia di Teramo (Castel Messer Raimondo, Arsita, Bisenti, Montefino e Castilenti) e uno in quella di Pescara (Elice). Situazione più che mai critica, a quelle latitudini. L'ospedale di Pescara è giunto al limite, e ha chiesto lo stop a nuovi ricoveri per almeno due giorni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verso-una-stretta-alle-folle-per-la-spesa-e-gia-due-regioni-dispiegano-i-militari-2645538594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-azzolina-una-gelata-sulle-scuole-non-sappiamo-quando-riapriranno" data-post-id="2645538594" data-published-at="1778112290" data-use-pagination="False"> Dalla Azzolina una gelata sulle scuole: «Non sappiamo quando riapriranno» Calma e gesso. Ancora tutti chiusi per vincere la guerra contro il Coronavirus. E infatti di ieri la conferma: la chiusura delle attività e delle scuole di ogni ordine e grado nonché delle Universita è prorogata a dopo il 3 aprile. Nessuna previsione certa sul rientro in aula. Il premier Giuseppe Conte lo ha fatto capire sul Corriere e la ministra dell'istruzione Lucia Azzolina l'ha confermato nel giorno in cui i positivi al Covid-19 nel nostro Paese hanno superato quota 33.000. Il primo segnale che si andasse in questa direzione era arrivato due giorni fa quando dal ministero era partita una nota per dire agli insegnanti che cosa devono essere esattamente le lezioni a distanza e soprattutto che devono cominciare a dare i voti. A conferma, dunque, che il secondo quadrimestre dell'anno si svolgerà in modalità «didattica digitale» per gli 8 milioni di ragazzi che stanno studiando a casa. «La chiusura delle scuole sarà prorogata, e verranno prese misure per gli studenti che devono fare gli esami di Stato», ha spiegato il ministro dell'Istruzione nel pomeriggio di ieri. «Penso si andrà nella direzione che ha detto il presidente Conte di prorogare la data del 3 aprile ma in questi giorni invito tutti alla massima responsabilità. Non è possibile dare un'altra data per l'apertura, tutto dipende dall'evoluzione di questi giorni, dallo scenario epidemiologico. Riapriremo le scuole solo quando avremo la certezza di assoluta sicurezza», ha precisato la ministra pentastellata invitando tutti alla «massima responsabilità». Le ipotesi in campo sono almeno tre. Una possibilità, che oggi però appare improbabile, è il prolungamento breve delle chiusure, fino a dopo Pasqua (il 12 aprile); un'altra ipotesi la riapertura il 2 maggio e, infine, la chiusura fino alla fine dell'anno scolastico, ai primi di giugno (cosa già decisa, per esempio, dall'Irlanda). Un rinvio della chiusura che crea non pochi dubbi anche sugli esami di maturità. E infatti la Azzolina ha detto che «per gli studenti che devono fare gli esami di Stato verranno prese ulteriori misure». Misure ancora non chiare perché «dipende da quanto ancora rimarranno chiuse le scuole. Stiamo pensando a diversi scenari possibili apprezzo tanto i documenti che le consulte e il forum degli studenti hanno presentato. Gli studenti mostrano grande maturità li terrò in seria considerazione. Saranno comunque esami seri, ma che dovranno tenere presente il momento difficilissimo che gli studenti stanno attraversando». Un paio di giorni fa, comunque, aveva assicurato, che sia la maturità che gli esami di terza media «si terranno nelle date già fissate dal calendario. Saranno sicuramente più leggeri». E su un'eventuale proroga dell'anno scolastico, la responsabile del dicastero di viale Trastevere ha specificato: «Dipende da come va la didattica a distanza: se funzionerà non abbiamo motivo di allungare l'anno scolastico; sarebbe offendere chi sta facendo tanto in queste settimane, tra l'altro ricompattando la comunità scolastica». Insomma tutto «dipende» perché come ha ammesso la Azzolina: «Al momento qualsiasi certezza è stata frantumata, le situazioni della didattica a distanza in Italia sono molto diverse, molte scuole erano a 100 già da prima con la didattica a distanza, ma c'è chi sta indietro. Non vogliamo certo abbandonare gli studenti, abbiamo messo in campo una serie di strumenti, diverse piattaforme, materiali webinar per docenti con più difficoltà». L'obiettivo, anche se non si dovesse tornare in classe, resta quello di arrivare alla «validità non solo formale ma sostanziale dell'anno scolastico». Anno che comunque finirà come sempre, a casa o in classe, perché non è previsto un allungamento a giugno o luglio tanto che gli istituti sono aperti, con personale ridotto, proprio per assicurare il rispetto delle scadenze.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara