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2022-10-11
La vendetta di Putin arriva puntuale: pioggia di 83 missili su tutta l’Ucraina
Ansa
A 72 ore dall’attacco al ponte di Kerch è scattata puntualmente la vendetta russa. Ieri mattina l’esercito di Mosca ha colpito diverse città in tutta l’Ucraina e secondo quanto riportato dai media locali e internazionali ci sono state almeno cinque esplosioni a Kiev (la prima volta da giugno) ma non solo, attacchi anche a Dnipro, Odessa, Mykolaiv, Khmelnytski, Zhytomyr, Leopolie e Sloviansk. Secondo il viceministro della Difesa ucraina, Hanna Maliar, citata dal Kyiv Independent: «Le forze russe hanno lanciato oltre 83 missili (43 quelli intercettati) e usato ben 17 droni iraniani partiti dalle regioni del Mar Caspio e da Nizhny Novgorod». A proposito di questi ultimi lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ritiene che siano partiti anche dalla Bielorussia.
Mentre scriviamo il bilancio degli attacchi è ancora provvisorio, tuttavia, le prime stime parlano di undici persone uccise e sarebbero almeno 64 quelle ferite. Il bilancio più grave è a Kiev, dove secondo le autorità cittadine nel quartiere di Shevchenkivskyi sono rimaste uccise otto persone, mentre alcuni nostri lettori ucraini che vivono in Italia ci segnalano di non avere più notizie da congiunti che si trovavano nella zona dell’università della Capitale. Nell’attacco a Kiev è stato colpito anche il ponte Klitschko, posto sulla riva destra del fiume Dnepr, una struttura pedonale nel centro della Capitale ucraina, ideale per le passeggiate. Gli abitanti della città l’hanno così soprannominato in onore dell’attuale sindaco, Vitali Klitschko. E tra di loro, come ha raccontato Repubblica raccogliendo i commenti sul campo, non manca chi critica la linea del proprio Paese: «Perché abbiamo fatto saltare il ponte della Crimea?».
La città di Leopoli, fino a oggi in gran parte risparmiata dai combattimenti, è stata pesantemente bombardata come ha confermato su Telegram il governatore regionale, Maxime Kozitskiï: «Dopo gli attacchi sono stati registrati blackout nella regione di Leopoli», poi ha invitato i cittadini residenti «a rimanere nei rifugi di fronte alla minaccia di ulteriori attacchi». Attacco missilistico anche a Zaporizhzhia dove un palazzo è stato colpito, come ha reso noto Anatoly Kurtev, segretario del Consiglio comunale della città: «Questa notte, i terroristi russi hanno ancora una volta tolto la vita a un civile. Alle 6 del mattino il bilancio era di un morto. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Tra i feriti c’è un bambino che ha riportato tagli da frammenti di vetro». E dopo aver finito la conta dei danni, Kiev ha annunciato l’interruzione dell’esportazione di elettricità verso l’Europa.
Paura anche in Moldavia, che ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte dei missili russi lanciati contro le diverse città dell’Ucraina. Il ministero della Difesa di Mosca, citato dall’agenzia di stampa Interfax, in una nota ha detto che «le forze armate russe hanno colpito tutti gli obiettivi che si erano prefissati». Ieri, mentre erano in corso gli attacchi, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, prima ha accusato Kiev «di preparare un attacco contro la Bielorussia», poi ha convocato una riunione urgente con i vertici delle forze armate e della sicurezza di Minsk. In seguito, è arrivata la comunicazione citata dalla Ria Novosti nella quale si è ufficializzato il fatto che russi e bielorussi «hanno deciso di schierare un gruppo regionale congiunto di truppe. In relazione all’aggravamento della situazione ai confini occidentali dello Stato dell’Unione, abbiamo deciso di schierare un raggruppamento regionale della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia». In precedenza, Lukashenko aveva addirittura accusato la Nato e altri Paesi europei: «Stanno valutando la possibilità di lanciare un’aggressione contro la Bielorussia. In Occidente c’è la convinzione diffusa che l’esercito bielorusso parteciperà in modo diretto all’operazione militare speciale sul territorio dell’Ucraina. Dopo aver creduto a queste teorie, la leadership politico militare dell’Alleanza atlantica e un certo numero di Paesi europei stanno valutando una possibile aggressione contro il nostro Paese, fino all’attacco nucleare».
Tornando al campo di battaglia cosa sta succedendo e come sta procedendo la mobilitazione russa? Secondo il generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «L’esercito russo è in grandissima difficoltà sul terreno e credo che le nostre analisi debbano essere sostenute, in questo momento, da qualche dato effettivo di riscontro, ancorché drammatico, per poter pienamente valutare la gravità della situazione. Alla vigilia dell’invasione l’esercito russo era in grado di esprimere una forza terrestre operativa reale di poco meno di 200.000 soldati attivi e regolarmente addestrati, e la forza d’invasione russa era costituita da circa 190.000 uomini. Le stime sulle perdite parlano di più di 50.000 tra morti, feriti e dispersi, senza contare le defezioni. Si è già superato abbondantemente il limite oltre il quale ogni esercito dovrebbe fermarsi».
Infine, la Germania ha consegnato ieri il primo di quattro sistemi missilistici aria-aria Iris-T Slm all’Ucraina. Lo ha reso noto il ministero della Difesa tedesco, spiegando che «i recenti attacchi missilistici russi contro Kiev e altre città dimostrano quanto sia importante la capacità di difesa aerea per l’Ucraina».
Lo zar rivendica: «Risposte dure»
È stato un discorso durissimo quello tenuto ieri da Vladimir Putin dopo gli attacchi missilistici russi piovuti su varie città ucraine. «Questa mattina», ha detto il leader del Cremlino, «su suggerimento del ministero della Difesa e secondo il piano dello Stato maggiore russo, è stata lanciata una massiccia offensiva aerea, marittima e terrestre ad alta precisione e a lungo raggio contro impianti energetici, di comando militare e di comunicazione dell’Ucraina». «Se i tentativi di compiere attacchi terroristici sul nostro territorio continuano, le risposte della Russia saranno dure e in scala corrisponderanno al livello di minacce poste alla Federazione russa», ha proseguito, riferendosi principalmente alla recente esplosione registratasi sul ponte di Kerch: azione che, pur accolta con esplicita soddisfazione dal governo ucraino, non è stata rivendicata da Kiev (anzi, ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ha incolpato i servizi segreti russi che, a suo dire, sarebbero attualmente alle prese con una faida interna).
Ad alzare ulteriormente la tensione ci ha pensato, nel frattempo, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. «Il primo attacco è stato sferrato, ce ne saranno altri», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Dal mio punto di vista, l’obiettivo deve essere lo smantellamento totale del regime politico in Ucraina». Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni del leader ceceno, Ramzan Kadyrov. «Ora sono soddisfatto al 100 per cento del modo in cui l’operazione militare speciale si sta conducendo», ha scritto su Telegram, per poi aggiungere minacciosamente: «Ti avevamo avvertito, Volodymyr Zelensky, che la Russia non aveva ancora iniziato. Smettila di lamentarti come una feccia. È meglio che scappi prima di essere colpito. Scappa. Scappa, Zelensky, scappa senza guardare l’Occidente». Ricordiamo che Kadyrov aveva di recente criticato apertamente i vertici militari russi: queste sue nuove dichiarazioni evidenziano quindi che l’ala dei falchi (di cui il leader ceceno è un esponente) si sta ulteriormente rafforzando a Mosca. Frattanto, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito «tutti gli obiettivi designati» nei nuovi attacchi missilistici contro l’Ucraina.
In tutto questo, mentre la tensione sale, Recep Tayyip Erdogan sta cercando di intestarsi nuovamente il ruolo di mediatore. Parrebbe, in particolare, che il presidente turco stia cercando di organizzare dei colloqui tra Mosca, Washington, Londra, Parigi e Berlino. Ieri tuttavia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dalla Tass, ha smentito di aver (almeno per ora) ricevuto una «proposta specifica» in tal senso. Reuters ha comunque riferito che Putin ed Erdogan potrebbero incontrarsi questa settimana in Kazakistan e che, nell’occasione, potrebbero discutere sulla possibilità di questi colloqui. Va forse anche sottolineato che, al di là della crisi ucraina, Usa, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono tutti coinvolti nel tentativo di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Non è quindi escluso che questo dossier possa fare capolino. Ricordiamo che Teheran intrattiene stretti legami politici, economici ed energetici con Mosca e che, secondo l’Occidente, sta fornendo droni militari ai russi: un’accusa che ieri è stata respinta dal ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian.
Berlino convoca un G7 con Zelensky. Pechino frena: «Ora de-escalation»
Gli attacchi russi di ieri contro l’Ucraina hanno scatenato ferme condanne dall’Occidente. Di «atrocità e crimini di guerra» ha parlato Joe Biden, che ha anche assicurato «il supporto necessario alle forze ucraine per difendere il loro Paese e la loro libertà». Tutto questo, mentre il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: «Un regime che colpisce senza discriminazione bimbi e civili è un regime criminale e bisogna continuare a combatterlo».
«La Francia condanna con la massima fermezza gli attacchi deliberati della Russia su tutto il territorio ucraino e contro i civili, che rappresentano un profondo cambiamento nella natura della guerra», ha affermato dal canto suo l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di «attacchi orrendi».
«L’Italia è inorridita dai vili attacchi missilistici che hanno colpito il centro di Kiev e altre città ucraine. Ribadiamo il fermo e convinto sostegno all’Ucraina ed esprimiamo al contempo piena condanna e massima indignazione per un gesto che aggrava le responsabilità russe nel contesto della sua ingiustificabile aggressione», ha dichiarato la Farnesina, mentre il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta «scioccata e sconvolta dai feroci attacchi russi». Parole di condanna sono arrivate anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato di «escalation inaccettabile della guerra».
In tutto questo, la Germania ha convocato per oggi una riunione urgente del G7, a cui è stato invitato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il quale ha reso noto ieri di aver incontrato l’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, e di aver avuto anche una conversazione telefonica con la premier britannica, Liz Truss. «L’odierno bombardamento russo di città e civili ucraini è un atto di barbarie e un crimine di guerra. La Russia non può vincere questa guerra. Siamo con te, Ucraina!», ha twittato il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau. «È un’escalation inaccettabile», ha invece dichiarato il primo ministro belga, Alexander De Croo. Ieri si è anche tenuta una telefonata tra Jens Stoltenberg e il presidente polacco, Andrzej Duda. «La Russia continua la sua aggressione non provocata contro una nazione sovrana indipendente. Manteniamo la rotta», ha affermato il segretario generale della Nato.
Parole contro la guerra sono state pronunciate ieri anche da papa Francesco, parlando ai partecipanti al pellegrinaggio di giovani dal Belgio. «Stiamo attraversando momenti difficili per l’umanità, che è in grande pericolo. Pertanto vi dico, siate artigiani di pace intorno a voi e dentro di voi; ambasciatori di pace, affinché il mondo riscopra la bellezza dell’amore, del vivere insieme, della fraternità, della solidarietà», ha dichiarato il Pontefice.
Se dall’Occidente sono arrivate ferme condanne, Cina e India hanno mantenuto una posizione meno netta. «Speriamo che la situazione si allenti al più presto», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, invocando una de-escalation. «Pechino sostiene sempre che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e che le legittime preoccupazioni per la sicurezza dovrebbero essere prese sul serio», ha proseguito. «Ribadiamo che l’escalation delle ostilità non è nell’interesse di nessuno. Sollecitiamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno urgente sulla via della diplomazia e del dialogo», ha invece dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Arindam Bagchi. Ricordiamo che finora, pur a fronte di qualche attrito, Pechino e Nuova Delhi non hanno assunto delle posizioni troppo severe nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
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Colpite la capitale, Dnipro, Odessa e altre città per un bilancio provvisorio di 11 morti. Gli invasi accusano anche Minsk. E Aleksandr Lukashenko si allinea a Mosca: «Forza comune». Kiev ferma l’export di elettricità verso l’Ue.Il Cremlino paragona i nemici alle organizzazioni terroristiche. Esulta il falco ceceno Ramzan Kadyrov: «Il presidente ucraino fugga». Recep Tayyip Erdogan intanto media lontano dai riflettori.Condanne da tutto l’Occidente. Joe Biden: «Attacchi brutali». L’India invita al dialogo.Lo speciale contiene tre articoli.A 72 ore dall’attacco al ponte di Kerch è scattata puntualmente la vendetta russa. Ieri mattina l’esercito di Mosca ha colpito diverse città in tutta l’Ucraina e secondo quanto riportato dai media locali e internazionali ci sono state almeno cinque esplosioni a Kiev (la prima volta da giugno) ma non solo, attacchi anche a Dnipro, Odessa, Mykolaiv, Khmelnytski, Zhytomyr, Leopolie e Sloviansk. Secondo il viceministro della Difesa ucraina, Hanna Maliar, citata dal Kyiv Independent: «Le forze russe hanno lanciato oltre 83 missili (43 quelli intercettati) e usato ben 17 droni iraniani partiti dalle regioni del Mar Caspio e da Nizhny Novgorod». A proposito di questi ultimi lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ritiene che siano partiti anche dalla Bielorussia. Mentre scriviamo il bilancio degli attacchi è ancora provvisorio, tuttavia, le prime stime parlano di undici persone uccise e sarebbero almeno 64 quelle ferite. Il bilancio più grave è a Kiev, dove secondo le autorità cittadine nel quartiere di Shevchenkivskyi sono rimaste uccise otto persone, mentre alcuni nostri lettori ucraini che vivono in Italia ci segnalano di non avere più notizie da congiunti che si trovavano nella zona dell’università della Capitale. Nell’attacco a Kiev è stato colpito anche il ponte Klitschko, posto sulla riva destra del fiume Dnepr, una struttura pedonale nel centro della Capitale ucraina, ideale per le passeggiate. Gli abitanti della città l’hanno così soprannominato in onore dell’attuale sindaco, Vitali Klitschko. E tra di loro, come ha raccontato Repubblica raccogliendo i commenti sul campo, non manca chi critica la linea del proprio Paese: «Perché abbiamo fatto saltare il ponte della Crimea?».La città di Leopoli, fino a oggi in gran parte risparmiata dai combattimenti, è stata pesantemente bombardata come ha confermato su Telegram il governatore regionale, Maxime Kozitskiï: «Dopo gli attacchi sono stati registrati blackout nella regione di Leopoli», poi ha invitato i cittadini residenti «a rimanere nei rifugi di fronte alla minaccia di ulteriori attacchi». Attacco missilistico anche a Zaporizhzhia dove un palazzo è stato colpito, come ha reso noto Anatoly Kurtev, segretario del Consiglio comunale della città: «Questa notte, i terroristi russi hanno ancora una volta tolto la vita a un civile. Alle 6 del mattino il bilancio era di un morto. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Tra i feriti c’è un bambino che ha riportato tagli da frammenti di vetro». E dopo aver finito la conta dei danni, Kiev ha annunciato l’interruzione dell’esportazione di elettricità verso l’Europa.Paura anche in Moldavia, che ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte dei missili russi lanciati contro le diverse città dell’Ucraina. Il ministero della Difesa di Mosca, citato dall’agenzia di stampa Interfax, in una nota ha detto che «le forze armate russe hanno colpito tutti gli obiettivi che si erano prefissati». Ieri, mentre erano in corso gli attacchi, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, prima ha accusato Kiev «di preparare un attacco contro la Bielorussia», poi ha convocato una riunione urgente con i vertici delle forze armate e della sicurezza di Minsk. In seguito, è arrivata la comunicazione citata dalla Ria Novosti nella quale si è ufficializzato il fatto che russi e bielorussi «hanno deciso di schierare un gruppo regionale congiunto di truppe. In relazione all’aggravamento della situazione ai confini occidentali dello Stato dell’Unione, abbiamo deciso di schierare un raggruppamento regionale della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia». In precedenza, Lukashenko aveva addirittura accusato la Nato e altri Paesi europei: «Stanno valutando la possibilità di lanciare un’aggressione contro la Bielorussia. In Occidente c’è la convinzione diffusa che l’esercito bielorusso parteciperà in modo diretto all’operazione militare speciale sul territorio dell’Ucraina. Dopo aver creduto a queste teorie, la leadership politico militare dell’Alleanza atlantica e un certo numero di Paesi europei stanno valutando una possibile aggressione contro il nostro Paese, fino all’attacco nucleare». Tornando al campo di battaglia cosa sta succedendo e come sta procedendo la mobilitazione russa? Secondo il generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «L’esercito russo è in grandissima difficoltà sul terreno e credo che le nostre analisi debbano essere sostenute, in questo momento, da qualche dato effettivo di riscontro, ancorché drammatico, per poter pienamente valutare la gravità della situazione. Alla vigilia dell’invasione l’esercito russo era in grado di esprimere una forza terrestre operativa reale di poco meno di 200.000 soldati attivi e regolarmente addestrati, e la forza d’invasione russa era costituita da circa 190.000 uomini. Le stime sulle perdite parlano di più di 50.000 tra morti, feriti e dispersi, senza contare le defezioni. Si è già superato abbondantemente il limite oltre il quale ogni esercito dovrebbe fermarsi». Infine, la Germania ha consegnato ieri il primo di quattro sistemi missilistici aria-aria Iris-T Slm all’Ucraina. 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Ad alzare ulteriormente la tensione ci ha pensato, nel frattempo, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. «Il primo attacco è stato sferrato, ce ne saranno altri», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Dal mio punto di vista, l’obiettivo deve essere lo smantellamento totale del regime politico in Ucraina». Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni del leader ceceno, Ramzan Kadyrov. «Ora sono soddisfatto al 100 per cento del modo in cui l’operazione militare speciale si sta conducendo», ha scritto su Telegram, per poi aggiungere minacciosamente: «Ti avevamo avvertito, Volodymyr Zelensky, che la Russia non aveva ancora iniziato. Smettila di lamentarti come una feccia. È meglio che scappi prima di essere colpito. Scappa. Scappa, Zelensky, scappa senza guardare l’Occidente». Ricordiamo che Kadyrov aveva di recente criticato apertamente i vertici militari russi: queste sue nuove dichiarazioni evidenziano quindi che l’ala dei falchi (di cui il leader ceceno è un esponente) si sta ulteriormente rafforzando a Mosca. Frattanto, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito «tutti gli obiettivi designati» nei nuovi attacchi missilistici contro l’Ucraina. In tutto questo, mentre la tensione sale, Recep Tayyip Erdogan sta cercando di intestarsi nuovamente il ruolo di mediatore. Parrebbe, in particolare, che il presidente turco stia cercando di organizzare dei colloqui tra Mosca, Washington, Londra, Parigi e Berlino. Ieri tuttavia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dalla Tass, ha smentito di aver (almeno per ora) ricevuto una «proposta specifica» in tal senso. Reuters ha comunque riferito che Putin ed Erdogan potrebbero incontrarsi questa settimana in Kazakistan e che, nell’occasione, potrebbero discutere sulla possibilità di questi colloqui. Va forse anche sottolineato che, al di là della crisi ucraina, Usa, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono tutti coinvolti nel tentativo di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Non è quindi escluso che questo dossier possa fare capolino. Ricordiamo che Teheran intrattiene stretti legami politici, economici ed energetici con Mosca e che, secondo l’Occidente, sta fornendo droni militari ai russi: un’accusa che ieri è stata respinta dal ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vendetta-putin-puntuale-missili-ucraina-2658423074.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlino-convoca-un-g7-con-zelensky-pechino-frena-ora-de-escalation" data-post-id="2658423074" data-published-at="1665470066" data-use-pagination="False"> Berlino convoca un G7 con Zelensky. Pechino frena: «Ora de-escalation» Gli attacchi russi di ieri contro l’Ucraina hanno scatenato ferme condanne dall’Occidente. Di «atrocità e crimini di guerra» ha parlato Joe Biden, che ha anche assicurato «il supporto necessario alle forze ucraine per difendere il loro Paese e la loro libertà». Tutto questo, mentre il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: «Un regime che colpisce senza discriminazione bimbi e civili è un regime criminale e bisogna continuare a combatterlo». «La Francia condanna con la massima fermezza gli attacchi deliberati della Russia su tutto il territorio ucraino e contro i civili, che rappresentano un profondo cambiamento nella natura della guerra», ha affermato dal canto suo l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di «attacchi orrendi». «L’Italia è inorridita dai vili attacchi missilistici che hanno colpito il centro di Kiev e altre città ucraine. Ribadiamo il fermo e convinto sostegno all’Ucraina ed esprimiamo al contempo piena condanna e massima indignazione per un gesto che aggrava le responsabilità russe nel contesto della sua ingiustificabile aggressione», ha dichiarato la Farnesina, mentre il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta «scioccata e sconvolta dai feroci attacchi russi». Parole di condanna sono arrivate anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato di «escalation inaccettabile della guerra». In tutto questo, la Germania ha convocato per oggi una riunione urgente del G7, a cui è stato invitato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il quale ha reso noto ieri di aver incontrato l’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, e di aver avuto anche una conversazione telefonica con la premier britannica, Liz Truss. «L’odierno bombardamento russo di città e civili ucraini è un atto di barbarie e un crimine di guerra. La Russia non può vincere questa guerra. Siamo con te, Ucraina!», ha twittato il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau. «È un’escalation inaccettabile», ha invece dichiarato il primo ministro belga, Alexander De Croo. Ieri si è anche tenuta una telefonata tra Jens Stoltenberg e il presidente polacco, Andrzej Duda. «La Russia continua la sua aggressione non provocata contro una nazione sovrana indipendente. Manteniamo la rotta», ha affermato il segretario generale della Nato. Parole contro la guerra sono state pronunciate ieri anche da papa Francesco, parlando ai partecipanti al pellegrinaggio di giovani dal Belgio. «Stiamo attraversando momenti difficili per l’umanità, che è in grande pericolo. Pertanto vi dico, siate artigiani di pace intorno a voi e dentro di voi; ambasciatori di pace, affinché il mondo riscopra la bellezza dell’amore, del vivere insieme, della fraternità, della solidarietà», ha dichiarato il Pontefice. Se dall’Occidente sono arrivate ferme condanne, Cina e India hanno mantenuto una posizione meno netta. «Speriamo che la situazione si allenti al più presto», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, invocando una de-escalation. «Pechino sostiene sempre che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e che le legittime preoccupazioni per la sicurezza dovrebbero essere prese sul serio», ha proseguito. «Ribadiamo che l’escalation delle ostilità non è nell’interesse di nessuno. Sollecitiamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno urgente sulla via della diplomazia e del dialogo», ha invece dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Arindam Bagchi. Ricordiamo che finora, pur a fronte di qualche attrito, Pechino e Nuova Delhi non hanno assunto delle posizioni troppo severe nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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