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2022-10-11
La vendetta di Putin arriva puntuale: pioggia di 83 missili su tutta l’Ucraina
Ansa
A 72 ore dall’attacco al ponte di Kerch è scattata puntualmente la vendetta russa. Ieri mattina l’esercito di Mosca ha colpito diverse città in tutta l’Ucraina e secondo quanto riportato dai media locali e internazionali ci sono state almeno cinque esplosioni a Kiev (la prima volta da giugno) ma non solo, attacchi anche a Dnipro, Odessa, Mykolaiv, Khmelnytski, Zhytomyr, Leopolie e Sloviansk. Secondo il viceministro della Difesa ucraina, Hanna Maliar, citata dal Kyiv Independent: «Le forze russe hanno lanciato oltre 83 missili (43 quelli intercettati) e usato ben 17 droni iraniani partiti dalle regioni del Mar Caspio e da Nizhny Novgorod». A proposito di questi ultimi lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ritiene che siano partiti anche dalla Bielorussia.
Mentre scriviamo il bilancio degli attacchi è ancora provvisorio, tuttavia, le prime stime parlano di undici persone uccise e sarebbero almeno 64 quelle ferite. Il bilancio più grave è a Kiev, dove secondo le autorità cittadine nel quartiere di Shevchenkivskyi sono rimaste uccise otto persone, mentre alcuni nostri lettori ucraini che vivono in Italia ci segnalano di non avere più notizie da congiunti che si trovavano nella zona dell’università della Capitale. Nell’attacco a Kiev è stato colpito anche il ponte Klitschko, posto sulla riva destra del fiume Dnepr, una struttura pedonale nel centro della Capitale ucraina, ideale per le passeggiate. Gli abitanti della città l’hanno così soprannominato in onore dell’attuale sindaco, Vitali Klitschko. E tra di loro, come ha raccontato Repubblica raccogliendo i commenti sul campo, non manca chi critica la linea del proprio Paese: «Perché abbiamo fatto saltare il ponte della Crimea?».
La città di Leopoli, fino a oggi in gran parte risparmiata dai combattimenti, è stata pesantemente bombardata come ha confermato su Telegram il governatore regionale, Maxime Kozitskiï: «Dopo gli attacchi sono stati registrati blackout nella regione di Leopoli», poi ha invitato i cittadini residenti «a rimanere nei rifugi di fronte alla minaccia di ulteriori attacchi». Attacco missilistico anche a Zaporizhzhia dove un palazzo è stato colpito, come ha reso noto Anatoly Kurtev, segretario del Consiglio comunale della città: «Questa notte, i terroristi russi hanno ancora una volta tolto la vita a un civile. Alle 6 del mattino il bilancio era di un morto. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Tra i feriti c’è un bambino che ha riportato tagli da frammenti di vetro». E dopo aver finito la conta dei danni, Kiev ha annunciato l’interruzione dell’esportazione di elettricità verso l’Europa.
Paura anche in Moldavia, che ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte dei missili russi lanciati contro le diverse città dell’Ucraina. Il ministero della Difesa di Mosca, citato dall’agenzia di stampa Interfax, in una nota ha detto che «le forze armate russe hanno colpito tutti gli obiettivi che si erano prefissati». Ieri, mentre erano in corso gli attacchi, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, prima ha accusato Kiev «di preparare un attacco contro la Bielorussia», poi ha convocato una riunione urgente con i vertici delle forze armate e della sicurezza di Minsk. In seguito, è arrivata la comunicazione citata dalla Ria Novosti nella quale si è ufficializzato il fatto che russi e bielorussi «hanno deciso di schierare un gruppo regionale congiunto di truppe. In relazione all’aggravamento della situazione ai confini occidentali dello Stato dell’Unione, abbiamo deciso di schierare un raggruppamento regionale della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia». In precedenza, Lukashenko aveva addirittura accusato la Nato e altri Paesi europei: «Stanno valutando la possibilità di lanciare un’aggressione contro la Bielorussia. In Occidente c’è la convinzione diffusa che l’esercito bielorusso parteciperà in modo diretto all’operazione militare speciale sul territorio dell’Ucraina. Dopo aver creduto a queste teorie, la leadership politico militare dell’Alleanza atlantica e un certo numero di Paesi europei stanno valutando una possibile aggressione contro il nostro Paese, fino all’attacco nucleare».
Tornando al campo di battaglia cosa sta succedendo e come sta procedendo la mobilitazione russa? Secondo il generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «L’esercito russo è in grandissima difficoltà sul terreno e credo che le nostre analisi debbano essere sostenute, in questo momento, da qualche dato effettivo di riscontro, ancorché drammatico, per poter pienamente valutare la gravità della situazione. Alla vigilia dell’invasione l’esercito russo era in grado di esprimere una forza terrestre operativa reale di poco meno di 200.000 soldati attivi e regolarmente addestrati, e la forza d’invasione russa era costituita da circa 190.000 uomini. Le stime sulle perdite parlano di più di 50.000 tra morti, feriti e dispersi, senza contare le defezioni. Si è già superato abbondantemente il limite oltre il quale ogni esercito dovrebbe fermarsi».
Infine, la Germania ha consegnato ieri il primo di quattro sistemi missilistici aria-aria Iris-T Slm all’Ucraina. Lo ha reso noto il ministero della Difesa tedesco, spiegando che «i recenti attacchi missilistici russi contro Kiev e altre città dimostrano quanto sia importante la capacità di difesa aerea per l’Ucraina».
Lo zar rivendica: «Risposte dure»
È stato un discorso durissimo quello tenuto ieri da Vladimir Putin dopo gli attacchi missilistici russi piovuti su varie città ucraine. «Questa mattina», ha detto il leader del Cremlino, «su suggerimento del ministero della Difesa e secondo il piano dello Stato maggiore russo, è stata lanciata una massiccia offensiva aerea, marittima e terrestre ad alta precisione e a lungo raggio contro impianti energetici, di comando militare e di comunicazione dell’Ucraina». «Se i tentativi di compiere attacchi terroristici sul nostro territorio continuano, le risposte della Russia saranno dure e in scala corrisponderanno al livello di minacce poste alla Federazione russa», ha proseguito, riferendosi principalmente alla recente esplosione registratasi sul ponte di Kerch: azione che, pur accolta con esplicita soddisfazione dal governo ucraino, non è stata rivendicata da Kiev (anzi, ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ha incolpato i servizi segreti russi che, a suo dire, sarebbero attualmente alle prese con una faida interna).
Ad alzare ulteriormente la tensione ci ha pensato, nel frattempo, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. «Il primo attacco è stato sferrato, ce ne saranno altri», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Dal mio punto di vista, l’obiettivo deve essere lo smantellamento totale del regime politico in Ucraina». Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni del leader ceceno, Ramzan Kadyrov. «Ora sono soddisfatto al 100 per cento del modo in cui l’operazione militare speciale si sta conducendo», ha scritto su Telegram, per poi aggiungere minacciosamente: «Ti avevamo avvertito, Volodymyr Zelensky, che la Russia non aveva ancora iniziato. Smettila di lamentarti come una feccia. È meglio che scappi prima di essere colpito. Scappa. Scappa, Zelensky, scappa senza guardare l’Occidente». Ricordiamo che Kadyrov aveva di recente criticato apertamente i vertici militari russi: queste sue nuove dichiarazioni evidenziano quindi che l’ala dei falchi (di cui il leader ceceno è un esponente) si sta ulteriormente rafforzando a Mosca. Frattanto, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito «tutti gli obiettivi designati» nei nuovi attacchi missilistici contro l’Ucraina.
In tutto questo, mentre la tensione sale, Recep Tayyip Erdogan sta cercando di intestarsi nuovamente il ruolo di mediatore. Parrebbe, in particolare, che il presidente turco stia cercando di organizzare dei colloqui tra Mosca, Washington, Londra, Parigi e Berlino. Ieri tuttavia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dalla Tass, ha smentito di aver (almeno per ora) ricevuto una «proposta specifica» in tal senso. Reuters ha comunque riferito che Putin ed Erdogan potrebbero incontrarsi questa settimana in Kazakistan e che, nell’occasione, potrebbero discutere sulla possibilità di questi colloqui. Va forse anche sottolineato che, al di là della crisi ucraina, Usa, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono tutti coinvolti nel tentativo di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Non è quindi escluso che questo dossier possa fare capolino. Ricordiamo che Teheran intrattiene stretti legami politici, economici ed energetici con Mosca e che, secondo l’Occidente, sta fornendo droni militari ai russi: un’accusa che ieri è stata respinta dal ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian.
Berlino convoca un G7 con Zelensky. Pechino frena: «Ora de-escalation»
Gli attacchi russi di ieri contro l’Ucraina hanno scatenato ferme condanne dall’Occidente. Di «atrocità e crimini di guerra» ha parlato Joe Biden, che ha anche assicurato «il supporto necessario alle forze ucraine per difendere il loro Paese e la loro libertà». Tutto questo, mentre il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: «Un regime che colpisce senza discriminazione bimbi e civili è un regime criminale e bisogna continuare a combatterlo».
«La Francia condanna con la massima fermezza gli attacchi deliberati della Russia su tutto il territorio ucraino e contro i civili, che rappresentano un profondo cambiamento nella natura della guerra», ha affermato dal canto suo l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di «attacchi orrendi».
«L’Italia è inorridita dai vili attacchi missilistici che hanno colpito il centro di Kiev e altre città ucraine. Ribadiamo il fermo e convinto sostegno all’Ucraina ed esprimiamo al contempo piena condanna e massima indignazione per un gesto che aggrava le responsabilità russe nel contesto della sua ingiustificabile aggressione», ha dichiarato la Farnesina, mentre il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta «scioccata e sconvolta dai feroci attacchi russi». Parole di condanna sono arrivate anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato di «escalation inaccettabile della guerra».
In tutto questo, la Germania ha convocato per oggi una riunione urgente del G7, a cui è stato invitato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il quale ha reso noto ieri di aver incontrato l’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, e di aver avuto anche una conversazione telefonica con la premier britannica, Liz Truss. «L’odierno bombardamento russo di città e civili ucraini è un atto di barbarie e un crimine di guerra. La Russia non può vincere questa guerra. Siamo con te, Ucraina!», ha twittato il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau. «È un’escalation inaccettabile», ha invece dichiarato il primo ministro belga, Alexander De Croo. Ieri si è anche tenuta una telefonata tra Jens Stoltenberg e il presidente polacco, Andrzej Duda. «La Russia continua la sua aggressione non provocata contro una nazione sovrana indipendente. Manteniamo la rotta», ha affermato il segretario generale della Nato.
Parole contro la guerra sono state pronunciate ieri anche da papa Francesco, parlando ai partecipanti al pellegrinaggio di giovani dal Belgio. «Stiamo attraversando momenti difficili per l’umanità, che è in grande pericolo. Pertanto vi dico, siate artigiani di pace intorno a voi e dentro di voi; ambasciatori di pace, affinché il mondo riscopra la bellezza dell’amore, del vivere insieme, della fraternità, della solidarietà», ha dichiarato il Pontefice.
Se dall’Occidente sono arrivate ferme condanne, Cina e India hanno mantenuto una posizione meno netta. «Speriamo che la situazione si allenti al più presto», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, invocando una de-escalation. «Pechino sostiene sempre che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e che le legittime preoccupazioni per la sicurezza dovrebbero essere prese sul serio», ha proseguito. «Ribadiamo che l’escalation delle ostilità non è nell’interesse di nessuno. Sollecitiamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno urgente sulla via della diplomazia e del dialogo», ha invece dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Arindam Bagchi. Ricordiamo che finora, pur a fronte di qualche attrito, Pechino e Nuova Delhi non hanno assunto delle posizioni troppo severe nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
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Colpite la capitale, Dnipro, Odessa e altre città per un bilancio provvisorio di 11 morti. Gli invasi accusano anche Minsk. E Aleksandr Lukashenko si allinea a Mosca: «Forza comune». Kiev ferma l’export di elettricità verso l’Ue.Il Cremlino paragona i nemici alle organizzazioni terroristiche. Esulta il falco ceceno Ramzan Kadyrov: «Il presidente ucraino fugga». Recep Tayyip Erdogan intanto media lontano dai riflettori.Condanne da tutto l’Occidente. Joe Biden: «Attacchi brutali». L’India invita al dialogo.Lo speciale contiene tre articoli.A 72 ore dall’attacco al ponte di Kerch è scattata puntualmente la vendetta russa. Ieri mattina l’esercito di Mosca ha colpito diverse città in tutta l’Ucraina e secondo quanto riportato dai media locali e internazionali ci sono state almeno cinque esplosioni a Kiev (la prima volta da giugno) ma non solo, attacchi anche a Dnipro, Odessa, Mykolaiv, Khmelnytski, Zhytomyr, Leopolie e Sloviansk. Secondo il viceministro della Difesa ucraina, Hanna Maliar, citata dal Kyiv Independent: «Le forze russe hanno lanciato oltre 83 missili (43 quelli intercettati) e usato ben 17 droni iraniani partiti dalle regioni del Mar Caspio e da Nizhny Novgorod». A proposito di questi ultimi lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ritiene che siano partiti anche dalla Bielorussia. Mentre scriviamo il bilancio degli attacchi è ancora provvisorio, tuttavia, le prime stime parlano di undici persone uccise e sarebbero almeno 64 quelle ferite. Il bilancio più grave è a Kiev, dove secondo le autorità cittadine nel quartiere di Shevchenkivskyi sono rimaste uccise otto persone, mentre alcuni nostri lettori ucraini che vivono in Italia ci segnalano di non avere più notizie da congiunti che si trovavano nella zona dell’università della Capitale. Nell’attacco a Kiev è stato colpito anche il ponte Klitschko, posto sulla riva destra del fiume Dnepr, una struttura pedonale nel centro della Capitale ucraina, ideale per le passeggiate. Gli abitanti della città l’hanno così soprannominato in onore dell’attuale sindaco, Vitali Klitschko. E tra di loro, come ha raccontato Repubblica raccogliendo i commenti sul campo, non manca chi critica la linea del proprio Paese: «Perché abbiamo fatto saltare il ponte della Crimea?».La città di Leopoli, fino a oggi in gran parte risparmiata dai combattimenti, è stata pesantemente bombardata come ha confermato su Telegram il governatore regionale, Maxime Kozitskiï: «Dopo gli attacchi sono stati registrati blackout nella regione di Leopoli», poi ha invitato i cittadini residenti «a rimanere nei rifugi di fronte alla minaccia di ulteriori attacchi». Attacco missilistico anche a Zaporizhzhia dove un palazzo è stato colpito, come ha reso noto Anatoly Kurtev, segretario del Consiglio comunale della città: «Questa notte, i terroristi russi hanno ancora una volta tolto la vita a un civile. Alle 6 del mattino il bilancio era di un morto. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Tra i feriti c’è un bambino che ha riportato tagli da frammenti di vetro». E dopo aver finito la conta dei danni, Kiev ha annunciato l’interruzione dell’esportazione di elettricità verso l’Europa.Paura anche in Moldavia, che ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte dei missili russi lanciati contro le diverse città dell’Ucraina. Il ministero della Difesa di Mosca, citato dall’agenzia di stampa Interfax, in una nota ha detto che «le forze armate russe hanno colpito tutti gli obiettivi che si erano prefissati». Ieri, mentre erano in corso gli attacchi, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, prima ha accusato Kiev «di preparare un attacco contro la Bielorussia», poi ha convocato una riunione urgente con i vertici delle forze armate e della sicurezza di Minsk. In seguito, è arrivata la comunicazione citata dalla Ria Novosti nella quale si è ufficializzato il fatto che russi e bielorussi «hanno deciso di schierare un gruppo regionale congiunto di truppe. In relazione all’aggravamento della situazione ai confini occidentali dello Stato dell’Unione, abbiamo deciso di schierare un raggruppamento regionale della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia». In precedenza, Lukashenko aveva addirittura accusato la Nato e altri Paesi europei: «Stanno valutando la possibilità di lanciare un’aggressione contro la Bielorussia. In Occidente c’è la convinzione diffusa che l’esercito bielorusso parteciperà in modo diretto all’operazione militare speciale sul territorio dell’Ucraina. Dopo aver creduto a queste teorie, la leadership politico militare dell’Alleanza atlantica e un certo numero di Paesi europei stanno valutando una possibile aggressione contro il nostro Paese, fino all’attacco nucleare». Tornando al campo di battaglia cosa sta succedendo e come sta procedendo la mobilitazione russa? Secondo il generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «L’esercito russo è in grandissima difficoltà sul terreno e credo che le nostre analisi debbano essere sostenute, in questo momento, da qualche dato effettivo di riscontro, ancorché drammatico, per poter pienamente valutare la gravità della situazione. Alla vigilia dell’invasione l’esercito russo era in grado di esprimere una forza terrestre operativa reale di poco meno di 200.000 soldati attivi e regolarmente addestrati, e la forza d’invasione russa era costituita da circa 190.000 uomini. Le stime sulle perdite parlano di più di 50.000 tra morti, feriti e dispersi, senza contare le defezioni. Si è già superato abbondantemente il limite oltre il quale ogni esercito dovrebbe fermarsi». Infine, la Germania ha consegnato ieri il primo di quattro sistemi missilistici aria-aria Iris-T Slm all’Ucraina. 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Ad alzare ulteriormente la tensione ci ha pensato, nel frattempo, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. «Il primo attacco è stato sferrato, ce ne saranno altri», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Dal mio punto di vista, l’obiettivo deve essere lo smantellamento totale del regime politico in Ucraina». Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni del leader ceceno, Ramzan Kadyrov. «Ora sono soddisfatto al 100 per cento del modo in cui l’operazione militare speciale si sta conducendo», ha scritto su Telegram, per poi aggiungere minacciosamente: «Ti avevamo avvertito, Volodymyr Zelensky, che la Russia non aveva ancora iniziato. Smettila di lamentarti come una feccia. È meglio che scappi prima di essere colpito. Scappa. Scappa, Zelensky, scappa senza guardare l’Occidente». Ricordiamo che Kadyrov aveva di recente criticato apertamente i vertici militari russi: queste sue nuove dichiarazioni evidenziano quindi che l’ala dei falchi (di cui il leader ceceno è un esponente) si sta ulteriormente rafforzando a Mosca. Frattanto, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito «tutti gli obiettivi designati» nei nuovi attacchi missilistici contro l’Ucraina. In tutto questo, mentre la tensione sale, Recep Tayyip Erdogan sta cercando di intestarsi nuovamente il ruolo di mediatore. Parrebbe, in particolare, che il presidente turco stia cercando di organizzare dei colloqui tra Mosca, Washington, Londra, Parigi e Berlino. Ieri tuttavia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dalla Tass, ha smentito di aver (almeno per ora) ricevuto una «proposta specifica» in tal senso. Reuters ha comunque riferito che Putin ed Erdogan potrebbero incontrarsi questa settimana in Kazakistan e che, nell’occasione, potrebbero discutere sulla possibilità di questi colloqui. Va forse anche sottolineato che, al di là della crisi ucraina, Usa, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono tutti coinvolti nel tentativo di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Non è quindi escluso che questo dossier possa fare capolino. Ricordiamo che Teheran intrattiene stretti legami politici, economici ed energetici con Mosca e che, secondo l’Occidente, sta fornendo droni militari ai russi: un’accusa che ieri è stata respinta dal ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vendetta-putin-puntuale-missili-ucraina-2658423074.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlino-convoca-un-g7-con-zelensky-pechino-frena-ora-de-escalation" data-post-id="2658423074" data-published-at="1665470066" data-use-pagination="False"> Berlino convoca un G7 con Zelensky. Pechino frena: «Ora de-escalation» Gli attacchi russi di ieri contro l’Ucraina hanno scatenato ferme condanne dall’Occidente. Di «atrocità e crimini di guerra» ha parlato Joe Biden, che ha anche assicurato «il supporto necessario alle forze ucraine per difendere il loro Paese e la loro libertà». Tutto questo, mentre il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: «Un regime che colpisce senza discriminazione bimbi e civili è un regime criminale e bisogna continuare a combatterlo». «La Francia condanna con la massima fermezza gli attacchi deliberati della Russia su tutto il territorio ucraino e contro i civili, che rappresentano un profondo cambiamento nella natura della guerra», ha affermato dal canto suo l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di «attacchi orrendi». «L’Italia è inorridita dai vili attacchi missilistici che hanno colpito il centro di Kiev e altre città ucraine. Ribadiamo il fermo e convinto sostegno all’Ucraina ed esprimiamo al contempo piena condanna e massima indignazione per un gesto che aggrava le responsabilità russe nel contesto della sua ingiustificabile aggressione», ha dichiarato la Farnesina, mentre il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta «scioccata e sconvolta dai feroci attacchi russi». Parole di condanna sono arrivate anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato di «escalation inaccettabile della guerra». In tutto questo, la Germania ha convocato per oggi una riunione urgente del G7, a cui è stato invitato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il quale ha reso noto ieri di aver incontrato l’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, e di aver avuto anche una conversazione telefonica con la premier britannica, Liz Truss. «L’odierno bombardamento russo di città e civili ucraini è un atto di barbarie e un crimine di guerra. La Russia non può vincere questa guerra. Siamo con te, Ucraina!», ha twittato il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau. «È un’escalation inaccettabile», ha invece dichiarato il primo ministro belga, Alexander De Croo. Ieri si è anche tenuta una telefonata tra Jens Stoltenberg e il presidente polacco, Andrzej Duda. «La Russia continua la sua aggressione non provocata contro una nazione sovrana indipendente. Manteniamo la rotta», ha affermato il segretario generale della Nato. Parole contro la guerra sono state pronunciate ieri anche da papa Francesco, parlando ai partecipanti al pellegrinaggio di giovani dal Belgio. «Stiamo attraversando momenti difficili per l’umanità, che è in grande pericolo. Pertanto vi dico, siate artigiani di pace intorno a voi e dentro di voi; ambasciatori di pace, affinché il mondo riscopra la bellezza dell’amore, del vivere insieme, della fraternità, della solidarietà», ha dichiarato il Pontefice. Se dall’Occidente sono arrivate ferme condanne, Cina e India hanno mantenuto una posizione meno netta. «Speriamo che la situazione si allenti al più presto», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, invocando una de-escalation. «Pechino sostiene sempre che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e che le legittime preoccupazioni per la sicurezza dovrebbero essere prese sul serio», ha proseguito. «Ribadiamo che l’escalation delle ostilità non è nell’interesse di nessuno. Sollecitiamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno urgente sulla via della diplomazia e del dialogo», ha invece dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Arindam Bagchi. Ricordiamo che finora, pur a fronte di qualche attrito, Pechino e Nuova Delhi non hanno assunto delle posizioni troppo severe nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
Ansa
Qualche giorno fa, mamma Catherine è stata sottoposta a test psicologici che prevedevano qualcosa come 570 quesiti e non ha retto. «Le condizioni psicologiche sono state valutate incompatibili con l’ampia batteria di test a cui Catherine si sottoporrà in momenti diversi», ha detto al quotidiano il Centro Martina Aiello, consulente di parte.
Ed è proprio riguardo ai test che emerge l’elemento interessante cui si accennava in precedenza. La psichiatra Simona Ceccoli ha scelto come ausiliaria una giovane collega, classe 1995 e iscritta all’albo non molti anni fa, nel 2022. È stata lei, settimane fa, a dichiarare a Repubblica che «non è pensabile un periodo inferiore ai quattro mesi» per lo svolgimento della perizia famigliare e a ribadire: «Stiamo agendo per il bene dei piccoli». Soprattutto, a quanto risulta, è lei a occuparsi dei test, a somministrarli, a elaborarli e a consegnare il risultato alla consulente d’ufficio.
Può senz’altro darsi che questa giovane professionista sia davvero in gamba nonostante la ancora scarsa esperienza. Di sicuro, però, prima di assumere incarichi così importanti e delicati, dovrebbe assicurarsi di mantenere un tono leggermente diverso, almeno in ciò che scrive pubblicamente. La dottoressa in questione, infatti, come quasi tutti i professionisti, ha un profilo Facebook in cui pubblica materiale inerente alla sua attività. Tra i vari post che contiene ce ne sono vari sulla famiglia del bosco. E non sono proprio tenerissimi.
Il 30 novembre scorso, per dire, ha condiviso un articolo decisamente ruvido della pagina Abolizione del suffragio universale che parlava della casa gentilmente offerta ai Trevallion da un imprenditore locale. «La fiaba esotica della famiglia nel bosco è finita così: con un casolare gratis, immerso nel verde, offerto come se fosse un premio a chi chiedeva 150.000 euro ai servizi sociali per poter accertare lo stato di salute dei figli tramite analisi del sangue», si legge nel testo. «Giorni e giorni di speciali, interviste, servizi strappalacrime. Sembrava quasi che l’Italia avesse trovato i suoi nuovi eroi nazionali: due adulti benestanti che, per scelta, hanno deciso di far vivere i bambini senza riscaldamento, senza condizioni igieniche e senza scuola. E guai a dirlo: eri subito il nemico della libertà, il paladino del sistema, quello che vuole ingabbiare la natura. Poi arriva la parte surreale. La gara di solidarietà. Con gente che fatica a mettere la benzina in macchina, file alle mense, famiglie che dormono in auto, per questa coppia anglo-australiana, ben più attrezzata di tanti italiani, spunta dal nulla un casolare gratis. Con pozzo, panorama bucolico e perfino gli attrezzi antichi “che a Nathan piacciono moltissimo”. Lei incantata dai camini, lui in estasi perché può filare la lana come nel 1800». La dottoressa pubblica il testo integrale e commenta in maiuscolo: «Sante parole».
Già questo basterebbe a suscitare qualche perplessità. È opportuno che una psicologa che condivide pubblicamente queste opinioni sia chiamata a svolgere test sulla famiglia nel bosco? Se il futuro dei Trevallion dipende da quelle valutazioni psicologiche, non sarebbe meglio affidarle a chi non appare prevenuto? Ma non è tutto, di post ce ne sono anche altri. Il 26 novembre la dottoressa aveva pubblicato online l’ordinanza del tribunale sulla famiglia.
Nello stesso giorno, ha condiviso un post di Guido Saraceni, filosofo del diritto, ancora una volta particolarmente duro con i Trevallion. «Chiunque tra voi avesse scritto sulla propria bacheca “ha ragione Salvini: non si possono sequestrare i pampini, i magistrati e gli assistenti sociali non devono rompere le scatole!!!!” o altre corbellerie simili, è pregato di recarsi urgentemente in segreteria studenti per firmare il modulo 49M e chiedere di essere immediatamente trasferito al corso di studi in fenomenologia applicata delle sagre paesane - italiane ed estere», ha scritto il professore in questione. «Gli articoli 15 e 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia stabiliscono chiaramente il diritto dei bambini ad avere una vita sociale con i propri pari. Prima di sparare giudizi sul lavoro di magistrati e assistenti sociali bisognerebbe aver letto bene tutte le carte ed assicurarsi di possedere un minimo di competenza giuridica o psicologica in materia. Il tribunale e gli assistenti sociali stanno portando avanti, da mesi, un delicatissimo e prezioso compito. Lasciateli lavorare in pace. Cialtroni». E ancora: «Manifesto la massima solidarietà alla dottoressa Angrisano per gli indecorosi attacchi personali che sta subendo in questi giorni e vi avverto: non combatto battaglie di intelligenza con persone palesemente disarmate. Detto ciò, vi faccio i miei migliori auguri per l’esame di storia critica delle sfide birra, salsiccia e fagioli, fondamentale obbligatorio del I anno, 9 cfu. Cialtroni». A corredo del commento, il filosofo in questione allegava una foto dei Trevallion con l’aggiunta dei volti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Di nuovo: si suppone che i professionisti incaricati di svolgere una perizia siano imparziali. Dunque ci si aspetterebbe che non pubblicassero o condividessero articoli in cui si sbeffeggia la famiglia nel bosco e si accusa di cialtroneria chi la difende. Un consulente tecnico dovrebbe appunto fare il tecnico: se ha delle opinioni le dovrebbe tenere per sé.
Il fatto è che dalla perizia psicologica e dai vari test dipende il futuro della famiglia Trevallion. Che è chiamata ad affrontare un percorso non facile e non dovrebbe in ogni caso essere circondata da persone ostili. Le istituzioni dovrebbero sostenere la famiglia, non metterla alla gogna o rieducarla. Ergo non sembra affatto appropriato che, tra chi è chiamato a valutare questi genitori, vi sia una esperta che condivide commenti feroci sul loro conto. Per altro, il 23 novembre questa esperta ha condiviso il seguente post: «E sulla famiglia del bosco cos’hai da dire? Più o meno quello che diceva Wittgenstein. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”». Ecco: tacere sarebbe stato consigliabile.
Non vogliamo, sia chiaro, attaccare questo o quel professionista. Ci limitiamo a notare che, in casi molto delicati che riguardano la vita delle famiglie e dei bambini, si dovrebbe procedere con grande cautela ed enorme sensibilità. Leggere quei commenti online fa sorgere troppe domande, non soltanto sull’atteggiamento di questa dottoressa ma pure sul pensiero della psichiatra Ceccoli che l’ha scelta come ausiliaria. Anche lei condivide queste posizioni? Ed è possibile che nessuno, fra i vari curatori e tutori dei bambini, abbia fatto una minima ricerca per informarsi sugli psicologi chiamati a svolgere la perizia? Riguardo ai Trevallion, le cose che non tornano cominciano a essere tante. Vengono diffusi i messaggi privati di mamma Catherine, si continua a dipingerla come una figura ostile, vengono rivelati ai giornali particolari sui bambini, sulla loro istruzione e sul numero di volte in cui si cambiano i vestiti. E ora questo. Siamo sicuri che così si faccia il «superiore interesse del minore» previsto dalla legge?
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Leone XIV (Ansa)
La proposta prevede l’istituzione di un fondo comune europeo per finanziare il viaggio verso Paesi europei con legislazioni molto permissive sull’aborto, di donne provenienti da Paesi con legislazioni più restrittive. Una sorta di «aborto libero, sicuro e garantito» ove la scelta della donna è un imperativo assoluto che annulla totalmente il diritto alla vita del bambino. Del bimbo nemmeno l’ombra, nemmeno un timido accenno: il bambino non esiste, è solo uno scarto di materiale biologico, indegno di ogni considerazione. Inutile perdere tempo su temi di pura e semplice umanità: ciò che conta è la dittatura della scelta e dello Stato che legalizza, scegliendo di non fare nulla - proprio nulla - per salvare anche una sola di queste povere creature. Anzi, il contrario, istituzionalizzando percorsi che rendano massimamente facile l’eliminazione della piccola vita. Proprio all’opposto di quella clausola che, visto come stanno andando le cose da decenni, non possiamo che definire «ipocrita», secondo la quale si devono «rimuovere le cause della scelta abortiva», come prevede in Italia la stessa legge 194. Tornando all’Europa, ora la palla è nelle mani dei commissari che, di fatto, hanno la responsabilità di decidere se l’aborto fa parte dei «diritti umani universali» da sostenere e difendere oppure è una drammatica vicenda che si ha l’obbligo morale di prevenire ed evitare. Aiutare ad abortire o aiutare a vivere: questo è il dilemma umano, etico, civile, sociale, culturale su cui giocare la credibilità di quella Europa che i «padri fondatori» vollero costruire al fine di evitare morti e guerre.
Riecheggiano le parole di papa Leone XIV durante l’incontro con i conservatori e riformisti del Parlamento europeo»: «Penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale. [...] L’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane [...] un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea» (10 dicembre 2025). Sperare che queste parole vengano accolte è doveroso e legittimo anche se, purtroppo, le scelte dell’Europarlamento stanno andando nella direzione opposta.
Ascoltando i recenti discorsi del presidente Ursula von der Leyen, della Commissaria agli Esteri, Kaja Kallas, del presidente del Consiglio europeo, António Costa, a proposito del contenzioso Usa-Europa, continuano a echeggiare frasi del tipo «l’Europa deve essere fedele ai suoi valori fondanti». È, dunque, spontaneo chiedersi «Quali valori?», considerato che tutto ciò che fa riferimento a Dio, al Vangelo, al cristianesimo è negato, vietato, censurato. Non si può e non se ne deve neppure parlare. Il laicismo condito di intolleranza anticristiana è pensiero unico che guida ogni scelta, dichiarazione, risoluzione. Gli esempi si sprecano. Le Associazioni delle famiglie cattoliche europee (Fafce) sono escluse da qualsiasi finanziamento; sei progetti presentati in difesa della famiglia e dei minori sono stati bocciati perché la famiglia naturale, uomo e donna, mamma, papà e figli è contraria ai principi europei di uguaglianza in quanto non rispetta la parità di genere; il riconoscimento del matrimonio egualitario, fra persone dello stesso sesso, è obbligatorio per tutti gli Stati membri; la legittimità dell’utero in affitto; la richiesta del riconoscimento di personalità giuridica del concepito, sostenuta da quasi due milioni di firme di cittadini europei (campagna «One of us», 2014) neppure discussa in Parlamento. E che dire della Cedu (Corte europea diritti dell’uomo) che continua a esercitare pressioni sui sistemi giuridici nazionali in tema di diritto di famiglia (vedi Dichiarazione degli episcopati dell’Unione europea, Comece, 9 dicembre 2025)?
Ritorna, dunque, la domanda: quali valori, quali diritti fondano, oggi, la nostra Europa? Il «diritto di aborto»? il «diritto di suicidio assistito/eutanasia? Il «diritto di scegliere il sesso»? Il «diritto al figlio» come e quando si vuole? Il diritto di sopprimere down e «non perfetti» nell’utero materno? È innegabile che, nell’attuale scenario geopolitico, l’Europa abbia scarsa voce in capitolo e la ragioni che si possono addurre sono numerose e diverse, ma la perdita delle comuni radici cristiane - e gli esempi elencati sono soltanto la punta dell’iceberg - sta alla base di questa dolorosa inconsistenza, politica e culturale. L’Europa, immemore della sua storia e orfana dei grandi valori che l’hanno fondata, appare sempre più come una terra desolata, soprattutto sul piano spirituale e culturale. Torna alla mente il libro di Thomas Eliot La terra desolata, ove «l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo, nessun suono le acque», metafora del deserto di valori spirituali in cui sta vivendo l’Europa dei nostri giorni.
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Ansa
Scavando nella tragedia di William Shakespeare, nella musica di Giuseppe Verdi e nel libretto di Francesco Maria Piave a che conclusione è arrivata? Chi è Macbeth?
«Un eroe cavaliere che crede di poter aspirare a qualcosa che il destino non gli ha dato in dote. Macbeth non sarà mai Re Artù, è un Lancillotto, ma sceglie di essere un eroe al contrario condannando sé stesso all’assassinio di un sovrano, Duncan, che fondamentalmente ama».
Il generale valoroso che torna dalla battaglia e decide di ascoltare le ingannevoli profezie delle streghe è artefice del suo destino?
«È cosciente e quindi imperdonabile. Non è Riccardo III o Iago, personaggi che agiscono senza scrupoli e si compiacciono della loro negatività. Alla base è buono ma per “eccesso di fiducia”, come spiega Shakespeare, uccide solo per sete di potere e se ne rende conto. È un uomo che resterà chiuso all’interno della propria coscienza sporca. Proverà continuamente a lavarla, senza riuscirci, prigioniero del pensiero fisso di aver compiuto un assassinio. In questi anni di ricerca mi è tornato in mente il finale de La conscience di Victor Hugo: “L’œil était dans la tombe et regardait Caïn”. “L’occhio era nella tomba e guardava Caino”».
Il cavaliere che per indossare la corona fa scorrere il sangue di un re, dell’amico Banco e ordina di sterminare la famiglia del rivale Macduff somiglia al figlio fratricida di Adamo ed Eva?
«Nel momento in cui uccide Abele, Caino cerca di sfuggire Dio, ma l’occhio del Signore, attraverso quello della vittima, gli resterà dentro per sempre. In questo senso Macbeth è Caino: anche lui uccide il suo Dio. Vedrete infatti l’occhio tornare continuamente sulla scena».
Ma cosa rappresenta veramente?
«Il passaggio tra la realtà e il mondo del sogno, tra visibile e invisibile. È su quella soglia che il dramma si svolge. Ci parla di un uomo che ha perso il sonno per sempre e finisce in una spirale di morte, quasi un suicidio programmato».
È solo il primo atto. Il protagonista ha appena dato inizio alla sua catena di delitti, ma già intuisce la rovina: «Tutto è finito».
«Una frase potentissima. Da quel momento Macbeth non sarà più lui, ma solo il fantoccio di un re. Quel duetto con la Lady è uno dei momenti nei quali Verdi è più potente di Shakespeare».
È lei ad avere il comando?
«Ha la materia delle streghe, come se fosse una di loro. Regge il peso della colpa, soverchiando le leggi della giustizia divina e trascinando il marito verso gli inferi. Anche se lei, grazie alla follia, riuscirà a scappare da quella gabbia che descrivevo prima, insieme al marito forma una coppia infertile di luce e generatrice di morte».
Chi sono le streghe? Agenti del male o demoni della mente?
«Il mormorio gracchiante della nostra coscienza nel momento in cui siamo chiamati a una scelta che ci definirà. Non sono il male, sono al limite tra il buono e il cattivo. La decisione spetta a noi. “Fair is foul, and foul is fair”, sussurrano all’inizio della tragedia del Bardo. “Il bello è brutto e il brutto è bello”. Parole che si confondono e che fanno pensare al capolavoro di Akira Kurosawa (Il trono di sangue, ndr) dove Macbeth e Banco, all’inizio di tutto, si perdono in una foresta che ride. In questo c’è un elemento di modernità».
Cosa intende?
«La confusione che regna, il brutto che sembra bello, il capovolgimento dei valori».
Per questo ha scelto un’ambientazione fuori dal tempo?
«In parte sì, la storia di un uomo che perde sé stesso vale ieri, oggi e domani. Ma serviva un legame con il mondo di Macbeth, vissuto quando la battaglia era sporcizia, peso delle armature e sangue per chi la conduceva. Non come quella di oggi che si fa con i droni. Qui è l’antitesi shakespeariana a essere attuale: anche la guerra che sembra vinta ti sporca e quindi è persa».
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