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2022-10-11
La vendetta di Putin arriva puntuale: pioggia di 83 missili su tutta l’Ucraina
Ansa
A 72 ore dall’attacco al ponte di Kerch è scattata puntualmente la vendetta russa. Ieri mattina l’esercito di Mosca ha colpito diverse città in tutta l’Ucraina e secondo quanto riportato dai media locali e internazionali ci sono state almeno cinque esplosioni a Kiev (la prima volta da giugno) ma non solo, attacchi anche a Dnipro, Odessa, Mykolaiv, Khmelnytski, Zhytomyr, Leopolie e Sloviansk. Secondo il viceministro della Difesa ucraina, Hanna Maliar, citata dal Kyiv Independent: «Le forze russe hanno lanciato oltre 83 missili (43 quelli intercettati) e usato ben 17 droni iraniani partiti dalle regioni del Mar Caspio e da Nizhny Novgorod». A proposito di questi ultimi lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ritiene che siano partiti anche dalla Bielorussia.
Mentre scriviamo il bilancio degli attacchi è ancora provvisorio, tuttavia, le prime stime parlano di undici persone uccise e sarebbero almeno 64 quelle ferite. Il bilancio più grave è a Kiev, dove secondo le autorità cittadine nel quartiere di Shevchenkivskyi sono rimaste uccise otto persone, mentre alcuni nostri lettori ucraini che vivono in Italia ci segnalano di non avere più notizie da congiunti che si trovavano nella zona dell’università della Capitale. Nell’attacco a Kiev è stato colpito anche il ponte Klitschko, posto sulla riva destra del fiume Dnepr, una struttura pedonale nel centro della Capitale ucraina, ideale per le passeggiate. Gli abitanti della città l’hanno così soprannominato in onore dell’attuale sindaco, Vitali Klitschko. E tra di loro, come ha raccontato Repubblica raccogliendo i commenti sul campo, non manca chi critica la linea del proprio Paese: «Perché abbiamo fatto saltare il ponte della Crimea?».
La città di Leopoli, fino a oggi in gran parte risparmiata dai combattimenti, è stata pesantemente bombardata come ha confermato su Telegram il governatore regionale, Maxime Kozitskiï: «Dopo gli attacchi sono stati registrati blackout nella regione di Leopoli», poi ha invitato i cittadini residenti «a rimanere nei rifugi di fronte alla minaccia di ulteriori attacchi». Attacco missilistico anche a Zaporizhzhia dove un palazzo è stato colpito, come ha reso noto Anatoly Kurtev, segretario del Consiglio comunale della città: «Questa notte, i terroristi russi hanno ancora una volta tolto la vita a un civile. Alle 6 del mattino il bilancio era di un morto. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Tra i feriti c’è un bambino che ha riportato tagli da frammenti di vetro». E dopo aver finito la conta dei danni, Kiev ha annunciato l’interruzione dell’esportazione di elettricità verso l’Europa.
Paura anche in Moldavia, che ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte dei missili russi lanciati contro le diverse città dell’Ucraina. Il ministero della Difesa di Mosca, citato dall’agenzia di stampa Interfax, in una nota ha detto che «le forze armate russe hanno colpito tutti gli obiettivi che si erano prefissati». Ieri, mentre erano in corso gli attacchi, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, prima ha accusato Kiev «di preparare un attacco contro la Bielorussia», poi ha convocato una riunione urgente con i vertici delle forze armate e della sicurezza di Minsk. In seguito, è arrivata la comunicazione citata dalla Ria Novosti nella quale si è ufficializzato il fatto che russi e bielorussi «hanno deciso di schierare un gruppo regionale congiunto di truppe. In relazione all’aggravamento della situazione ai confini occidentali dello Stato dell’Unione, abbiamo deciso di schierare un raggruppamento regionale della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia». In precedenza, Lukashenko aveva addirittura accusato la Nato e altri Paesi europei: «Stanno valutando la possibilità di lanciare un’aggressione contro la Bielorussia. In Occidente c’è la convinzione diffusa che l’esercito bielorusso parteciperà in modo diretto all’operazione militare speciale sul territorio dell’Ucraina. Dopo aver creduto a queste teorie, la leadership politico militare dell’Alleanza atlantica e un certo numero di Paesi europei stanno valutando una possibile aggressione contro il nostro Paese, fino all’attacco nucleare».
Tornando al campo di battaglia cosa sta succedendo e come sta procedendo la mobilitazione russa? Secondo il generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «L’esercito russo è in grandissima difficoltà sul terreno e credo che le nostre analisi debbano essere sostenute, in questo momento, da qualche dato effettivo di riscontro, ancorché drammatico, per poter pienamente valutare la gravità della situazione. Alla vigilia dell’invasione l’esercito russo era in grado di esprimere una forza terrestre operativa reale di poco meno di 200.000 soldati attivi e regolarmente addestrati, e la forza d’invasione russa era costituita da circa 190.000 uomini. Le stime sulle perdite parlano di più di 50.000 tra morti, feriti e dispersi, senza contare le defezioni. Si è già superato abbondantemente il limite oltre il quale ogni esercito dovrebbe fermarsi».
Infine, la Germania ha consegnato ieri il primo di quattro sistemi missilistici aria-aria Iris-T Slm all’Ucraina. Lo ha reso noto il ministero della Difesa tedesco, spiegando che «i recenti attacchi missilistici russi contro Kiev e altre città dimostrano quanto sia importante la capacità di difesa aerea per l’Ucraina».
Lo zar rivendica: «Risposte dure»
È stato un discorso durissimo quello tenuto ieri da Vladimir Putin dopo gli attacchi missilistici russi piovuti su varie città ucraine. «Questa mattina», ha detto il leader del Cremlino, «su suggerimento del ministero della Difesa e secondo il piano dello Stato maggiore russo, è stata lanciata una massiccia offensiva aerea, marittima e terrestre ad alta precisione e a lungo raggio contro impianti energetici, di comando militare e di comunicazione dell’Ucraina». «Se i tentativi di compiere attacchi terroristici sul nostro territorio continuano, le risposte della Russia saranno dure e in scala corrisponderanno al livello di minacce poste alla Federazione russa», ha proseguito, riferendosi principalmente alla recente esplosione registratasi sul ponte di Kerch: azione che, pur accolta con esplicita soddisfazione dal governo ucraino, non è stata rivendicata da Kiev (anzi, ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ha incolpato i servizi segreti russi che, a suo dire, sarebbero attualmente alle prese con una faida interna).
Ad alzare ulteriormente la tensione ci ha pensato, nel frattempo, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. «Il primo attacco è stato sferrato, ce ne saranno altri», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Dal mio punto di vista, l’obiettivo deve essere lo smantellamento totale del regime politico in Ucraina». Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni del leader ceceno, Ramzan Kadyrov. «Ora sono soddisfatto al 100 per cento del modo in cui l’operazione militare speciale si sta conducendo», ha scritto su Telegram, per poi aggiungere minacciosamente: «Ti avevamo avvertito, Volodymyr Zelensky, che la Russia non aveva ancora iniziato. Smettila di lamentarti come una feccia. È meglio che scappi prima di essere colpito. Scappa. Scappa, Zelensky, scappa senza guardare l’Occidente». Ricordiamo che Kadyrov aveva di recente criticato apertamente i vertici militari russi: queste sue nuove dichiarazioni evidenziano quindi che l’ala dei falchi (di cui il leader ceceno è un esponente) si sta ulteriormente rafforzando a Mosca. Frattanto, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito «tutti gli obiettivi designati» nei nuovi attacchi missilistici contro l’Ucraina.
In tutto questo, mentre la tensione sale, Recep Tayyip Erdogan sta cercando di intestarsi nuovamente il ruolo di mediatore. Parrebbe, in particolare, che il presidente turco stia cercando di organizzare dei colloqui tra Mosca, Washington, Londra, Parigi e Berlino. Ieri tuttavia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dalla Tass, ha smentito di aver (almeno per ora) ricevuto una «proposta specifica» in tal senso. Reuters ha comunque riferito che Putin ed Erdogan potrebbero incontrarsi questa settimana in Kazakistan e che, nell’occasione, potrebbero discutere sulla possibilità di questi colloqui. Va forse anche sottolineato che, al di là della crisi ucraina, Usa, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono tutti coinvolti nel tentativo di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Non è quindi escluso che questo dossier possa fare capolino. Ricordiamo che Teheran intrattiene stretti legami politici, economici ed energetici con Mosca e che, secondo l’Occidente, sta fornendo droni militari ai russi: un’accusa che ieri è stata respinta dal ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian.
Berlino convoca un G7 con Zelensky. Pechino frena: «Ora de-escalation»
Gli attacchi russi di ieri contro l’Ucraina hanno scatenato ferme condanne dall’Occidente. Di «atrocità e crimini di guerra» ha parlato Joe Biden, che ha anche assicurato «il supporto necessario alle forze ucraine per difendere il loro Paese e la loro libertà». Tutto questo, mentre il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: «Un regime che colpisce senza discriminazione bimbi e civili è un regime criminale e bisogna continuare a combatterlo».
«La Francia condanna con la massima fermezza gli attacchi deliberati della Russia su tutto il territorio ucraino e contro i civili, che rappresentano un profondo cambiamento nella natura della guerra», ha affermato dal canto suo l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di «attacchi orrendi».
«L’Italia è inorridita dai vili attacchi missilistici che hanno colpito il centro di Kiev e altre città ucraine. Ribadiamo il fermo e convinto sostegno all’Ucraina ed esprimiamo al contempo piena condanna e massima indignazione per un gesto che aggrava le responsabilità russe nel contesto della sua ingiustificabile aggressione», ha dichiarato la Farnesina, mentre il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta «scioccata e sconvolta dai feroci attacchi russi». Parole di condanna sono arrivate anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato di «escalation inaccettabile della guerra».
In tutto questo, la Germania ha convocato per oggi una riunione urgente del G7, a cui è stato invitato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il quale ha reso noto ieri di aver incontrato l’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, e di aver avuto anche una conversazione telefonica con la premier britannica, Liz Truss. «L’odierno bombardamento russo di città e civili ucraini è un atto di barbarie e un crimine di guerra. La Russia non può vincere questa guerra. Siamo con te, Ucraina!», ha twittato il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau. «È un’escalation inaccettabile», ha invece dichiarato il primo ministro belga, Alexander De Croo. Ieri si è anche tenuta una telefonata tra Jens Stoltenberg e il presidente polacco, Andrzej Duda. «La Russia continua la sua aggressione non provocata contro una nazione sovrana indipendente. Manteniamo la rotta», ha affermato il segretario generale della Nato.
Parole contro la guerra sono state pronunciate ieri anche da papa Francesco, parlando ai partecipanti al pellegrinaggio di giovani dal Belgio. «Stiamo attraversando momenti difficili per l’umanità, che è in grande pericolo. Pertanto vi dico, siate artigiani di pace intorno a voi e dentro di voi; ambasciatori di pace, affinché il mondo riscopra la bellezza dell’amore, del vivere insieme, della fraternità, della solidarietà», ha dichiarato il Pontefice.
Se dall’Occidente sono arrivate ferme condanne, Cina e India hanno mantenuto una posizione meno netta. «Speriamo che la situazione si allenti al più presto», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, invocando una de-escalation. «Pechino sostiene sempre che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e che le legittime preoccupazioni per la sicurezza dovrebbero essere prese sul serio», ha proseguito. «Ribadiamo che l’escalation delle ostilità non è nell’interesse di nessuno. Sollecitiamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno urgente sulla via della diplomazia e del dialogo», ha invece dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Arindam Bagchi. Ricordiamo che finora, pur a fronte di qualche attrito, Pechino e Nuova Delhi non hanno assunto delle posizioni troppo severe nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
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Colpite la capitale, Dnipro, Odessa e altre città per un bilancio provvisorio di 11 morti. Gli invasi accusano anche Minsk. E Aleksandr Lukashenko si allinea a Mosca: «Forza comune». Kiev ferma l’export di elettricità verso l’Ue.Il Cremlino paragona i nemici alle organizzazioni terroristiche. Esulta il falco ceceno Ramzan Kadyrov: «Il presidente ucraino fugga». Recep Tayyip Erdogan intanto media lontano dai riflettori.Condanne da tutto l’Occidente. Joe Biden: «Attacchi brutali». L’India invita al dialogo.Lo speciale contiene tre articoli.A 72 ore dall’attacco al ponte di Kerch è scattata puntualmente la vendetta russa. Ieri mattina l’esercito di Mosca ha colpito diverse città in tutta l’Ucraina e secondo quanto riportato dai media locali e internazionali ci sono state almeno cinque esplosioni a Kiev (la prima volta da giugno) ma non solo, attacchi anche a Dnipro, Odessa, Mykolaiv, Khmelnytski, Zhytomyr, Leopolie e Sloviansk. Secondo il viceministro della Difesa ucraina, Hanna Maliar, citata dal Kyiv Independent: «Le forze russe hanno lanciato oltre 83 missili (43 quelli intercettati) e usato ben 17 droni iraniani partiti dalle regioni del Mar Caspio e da Nizhny Novgorod». A proposito di questi ultimi lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ritiene che siano partiti anche dalla Bielorussia. Mentre scriviamo il bilancio degli attacchi è ancora provvisorio, tuttavia, le prime stime parlano di undici persone uccise e sarebbero almeno 64 quelle ferite. Il bilancio più grave è a Kiev, dove secondo le autorità cittadine nel quartiere di Shevchenkivskyi sono rimaste uccise otto persone, mentre alcuni nostri lettori ucraini che vivono in Italia ci segnalano di non avere più notizie da congiunti che si trovavano nella zona dell’università della Capitale. Nell’attacco a Kiev è stato colpito anche il ponte Klitschko, posto sulla riva destra del fiume Dnepr, una struttura pedonale nel centro della Capitale ucraina, ideale per le passeggiate. Gli abitanti della città l’hanno così soprannominato in onore dell’attuale sindaco, Vitali Klitschko. E tra di loro, come ha raccontato Repubblica raccogliendo i commenti sul campo, non manca chi critica la linea del proprio Paese: «Perché abbiamo fatto saltare il ponte della Crimea?».La città di Leopoli, fino a oggi in gran parte risparmiata dai combattimenti, è stata pesantemente bombardata come ha confermato su Telegram il governatore regionale, Maxime Kozitskiï: «Dopo gli attacchi sono stati registrati blackout nella regione di Leopoli», poi ha invitato i cittadini residenti «a rimanere nei rifugi di fronte alla minaccia di ulteriori attacchi». Attacco missilistico anche a Zaporizhzhia dove un palazzo è stato colpito, come ha reso noto Anatoly Kurtev, segretario del Consiglio comunale della città: «Questa notte, i terroristi russi hanno ancora una volta tolto la vita a un civile. Alle 6 del mattino il bilancio era di un morto. Altre cinque persone sono rimaste ferite. Tra i feriti c’è un bambino che ha riportato tagli da frammenti di vetro». E dopo aver finito la conta dei danni, Kiev ha annunciato l’interruzione dell’esportazione di elettricità verso l’Europa.Paura anche in Moldavia, che ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte dei missili russi lanciati contro le diverse città dell’Ucraina. Il ministero della Difesa di Mosca, citato dall’agenzia di stampa Interfax, in una nota ha detto che «le forze armate russe hanno colpito tutti gli obiettivi che si erano prefissati». Ieri, mentre erano in corso gli attacchi, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, prima ha accusato Kiev «di preparare un attacco contro la Bielorussia», poi ha convocato una riunione urgente con i vertici delle forze armate e della sicurezza di Minsk. In seguito, è arrivata la comunicazione citata dalla Ria Novosti nella quale si è ufficializzato il fatto che russi e bielorussi «hanno deciso di schierare un gruppo regionale congiunto di truppe. In relazione all’aggravamento della situazione ai confini occidentali dello Stato dell’Unione, abbiamo deciso di schierare un raggruppamento regionale della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia». In precedenza, Lukashenko aveva addirittura accusato la Nato e altri Paesi europei: «Stanno valutando la possibilità di lanciare un’aggressione contro la Bielorussia. In Occidente c’è la convinzione diffusa che l’esercito bielorusso parteciperà in modo diretto all’operazione militare speciale sul territorio dell’Ucraina. Dopo aver creduto a queste teorie, la leadership politico militare dell’Alleanza atlantica e un certo numero di Paesi europei stanno valutando una possibile aggressione contro il nostro Paese, fino all’attacco nucleare». Tornando al campo di battaglia cosa sta succedendo e come sta procedendo la mobilitazione russa? Secondo il generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «L’esercito russo è in grandissima difficoltà sul terreno e credo che le nostre analisi debbano essere sostenute, in questo momento, da qualche dato effettivo di riscontro, ancorché drammatico, per poter pienamente valutare la gravità della situazione. Alla vigilia dell’invasione l’esercito russo era in grado di esprimere una forza terrestre operativa reale di poco meno di 200.000 soldati attivi e regolarmente addestrati, e la forza d’invasione russa era costituita da circa 190.000 uomini. Le stime sulle perdite parlano di più di 50.000 tra morti, feriti e dispersi, senza contare le defezioni. Si è già superato abbondantemente il limite oltre il quale ogni esercito dovrebbe fermarsi». Infine, la Germania ha consegnato ieri il primo di quattro sistemi missilistici aria-aria Iris-T Slm all’Ucraina. Lo ha reso noto il ministero della Difesa tedesco, spiegando che «i recenti attacchi missilistici russi contro Kiev e altre città dimostrano quanto sia importante la capacità di difesa aerea per l’Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vendetta-putin-puntuale-missili-ucraina-2658423074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-zar-rivendica-risposte-dure" data-post-id="2658423074" data-published-at="1665470066" data-use-pagination="False"> Lo zar rivendica: «Risposte dure» È stato un discorso durissimo quello tenuto ieri da Vladimir Putin dopo gli attacchi missilistici russi piovuti su varie città ucraine. «Questa mattina», ha detto il leader del Cremlino, «su suggerimento del ministero della Difesa e secondo il piano dello Stato maggiore russo, è stata lanciata una massiccia offensiva aerea, marittima e terrestre ad alta precisione e a lungo raggio contro impianti energetici, di comando militare e di comunicazione dell’Ucraina». «Se i tentativi di compiere attacchi terroristici sul nostro territorio continuano, le risposte della Russia saranno dure e in scala corrisponderanno al livello di minacce poste alla Federazione russa», ha proseguito, riferendosi principalmente alla recente esplosione registratasi sul ponte di Kerch: azione che, pur accolta con esplicita soddisfazione dal governo ucraino, non è stata rivendicata da Kiev (anzi, ieri il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ha incolpato i servizi segreti russi che, a suo dire, sarebbero attualmente alle prese con una faida interna). Ad alzare ulteriormente la tensione ci ha pensato, nel frattempo, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. «Il primo attacco è stato sferrato, ce ne saranno altri», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Dal mio punto di vista, l’obiettivo deve essere lo smantellamento totale del regime politico in Ucraina». Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni del leader ceceno, Ramzan Kadyrov. «Ora sono soddisfatto al 100 per cento del modo in cui l’operazione militare speciale si sta conducendo», ha scritto su Telegram, per poi aggiungere minacciosamente: «Ti avevamo avvertito, Volodymyr Zelensky, che la Russia non aveva ancora iniziato. Smettila di lamentarti come una feccia. È meglio che scappi prima di essere colpito. Scappa. Scappa, Zelensky, scappa senza guardare l’Occidente». Ricordiamo che Kadyrov aveva di recente criticato apertamente i vertici militari russi: queste sue nuove dichiarazioni evidenziano quindi che l’ala dei falchi (di cui il leader ceceno è un esponente) si sta ulteriormente rafforzando a Mosca. Frattanto, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito «tutti gli obiettivi designati» nei nuovi attacchi missilistici contro l’Ucraina. In tutto questo, mentre la tensione sale, Recep Tayyip Erdogan sta cercando di intestarsi nuovamente il ruolo di mediatore. Parrebbe, in particolare, che il presidente turco stia cercando di organizzare dei colloqui tra Mosca, Washington, Londra, Parigi e Berlino. Ieri tuttavia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dalla Tass, ha smentito di aver (almeno per ora) ricevuto una «proposta specifica» in tal senso. Reuters ha comunque riferito che Putin ed Erdogan potrebbero incontrarsi questa settimana in Kazakistan e che, nell’occasione, potrebbero discutere sulla possibilità di questi colloqui. Va forse anche sottolineato che, al di là della crisi ucraina, Usa, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono tutti coinvolti nel tentativo di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano. Non è quindi escluso che questo dossier possa fare capolino. Ricordiamo che Teheran intrattiene stretti legami politici, economici ed energetici con Mosca e che, secondo l’Occidente, sta fornendo droni militari ai russi: un’accusa che ieri è stata respinta dal ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vendetta-putin-puntuale-missili-ucraina-2658423074.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlino-convoca-un-g7-con-zelensky-pechino-frena-ora-de-escalation" data-post-id="2658423074" data-published-at="1665470066" data-use-pagination="False"> Berlino convoca un G7 con Zelensky. Pechino frena: «Ora de-escalation» Gli attacchi russi di ieri contro l’Ucraina hanno scatenato ferme condanne dall’Occidente. Di «atrocità e crimini di guerra» ha parlato Joe Biden, che ha anche assicurato «il supporto necessario alle forze ucraine per difendere il loro Paese e la loro libertà». Tutto questo, mentre il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: «Un regime che colpisce senza discriminazione bimbi e civili è un regime criminale e bisogna continuare a combatterlo». «La Francia condanna con la massima fermezza gli attacchi deliberati della Russia su tutto il territorio ucraino e contro i civili, che rappresentano un profondo cambiamento nella natura della guerra», ha affermato dal canto suo l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di «attacchi orrendi». «L’Italia è inorridita dai vili attacchi missilistici che hanno colpito il centro di Kiev e altre città ucraine. Ribadiamo il fermo e convinto sostegno all’Ucraina ed esprimiamo al contempo piena condanna e massima indignazione per un gesto che aggrava le responsabilità russe nel contesto della sua ingiustificabile aggressione», ha dichiarato la Farnesina, mentre il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è detta «scioccata e sconvolta dai feroci attacchi russi». Parole di condanna sono arrivate anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato di «escalation inaccettabile della guerra». In tutto questo, la Germania ha convocato per oggi una riunione urgente del G7, a cui è stato invitato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il quale ha reso noto ieri di aver incontrato l’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, e di aver avuto anche una conversazione telefonica con la premier britannica, Liz Truss. «L’odierno bombardamento russo di città e civili ucraini è un atto di barbarie e un crimine di guerra. La Russia non può vincere questa guerra. Siamo con te, Ucraina!», ha twittato il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau. «È un’escalation inaccettabile», ha invece dichiarato il primo ministro belga, Alexander De Croo. Ieri si è anche tenuta una telefonata tra Jens Stoltenberg e il presidente polacco, Andrzej Duda. «La Russia continua la sua aggressione non provocata contro una nazione sovrana indipendente. Manteniamo la rotta», ha affermato il segretario generale della Nato. Parole contro la guerra sono state pronunciate ieri anche da papa Francesco, parlando ai partecipanti al pellegrinaggio di giovani dal Belgio. «Stiamo attraversando momenti difficili per l’umanità, che è in grande pericolo. Pertanto vi dico, siate artigiani di pace intorno a voi e dentro di voi; ambasciatori di pace, affinché il mondo riscopra la bellezza dell’amore, del vivere insieme, della fraternità, della solidarietà», ha dichiarato il Pontefice. Se dall’Occidente sono arrivate ferme condanne, Cina e India hanno mantenuto una posizione meno netta. «Speriamo che la situazione si allenti al più presto», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, invocando una de-escalation. «Pechino sostiene sempre che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e che le legittime preoccupazioni per la sicurezza dovrebbero essere prese sul serio», ha proseguito. «Ribadiamo che l’escalation delle ostilità non è nell’interesse di nessuno. Sollecitiamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno urgente sulla via della diplomazia e del dialogo», ha invece dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Arindam Bagchi. Ricordiamo che finora, pur a fronte di qualche attrito, Pechino e Nuova Delhi non hanno assunto delle posizioni troppo severe nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.
Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
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Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
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Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
Il viceministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli e l'ambasciatore russo in Italia Aleksej Vladimirovic Paramonov (Ansa)
Ma in effetti: come si permette questo Cirielli? Incontra un ambasciatore? Chi si crede di essere? Il viceministro degli Esteri? Che dite? Ah, Cirielli è il viceministro degli Esteri. Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore screditato? Che dite? Che l’ambasciatore è accreditato? È regolarmente in servizio? Svolge normale attività diplomatica? Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore regolarmente accreditato senza prima avvertire il presidente Mattarella? Possibile che esistano ancora esponenti del governo convinti di poter svolgere le loro funzioni, e magari persino le loro minzioni, senza prima chiedere il permesso al Colle? Sono testoni. Devono imparare come si fa: pronto, Quirinale? Guardate che sto per incontrare il console del Ghana, ma prima passo dalla toilette: posso? Mi è consentito? Il presidente mi autorizza? Devono capire, questi viceministri, che tutto passa dal Colle. Anche l’agenda del giorno. E la pipì della notte.
Non ci crederete ma l’ultimo caso esploso sui giornali riguarda «l’incontro segreto», come è stato definito, tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore russo a Roma Alexy Paramonov. Un incontro talmente segreto che si è svolto ufficialmente alla Farnesina, alla presenza di un alto funzionario della direzione generale e del capo della segreteria. Una roba da carbonari, insomma. Ma a quei segugi del Corriere della Sera non sfugge nulla: così appena hanno trovato la notizia l’hanno pubblicata montandoci su un bel caso. Gli altri giornali ci sono andati dietro. E la politica pure: Carlo Calenda ha messo in discussione niente meno che «la dignità delle istituzioni», Elly Schlein ha protestato, Matteo Renzi si è indignato, il Pd ha presentato un’interpellanza per chiedere «una ricostruzione puntuale dell’incontro» e Filippo Sensi, addirittura, «evoca un contesto di tradimento», per cui si presume prossima la richiesta di fucilazione del viceministro. Per i traditori, si capisce, nessuna pietà.
La cosa più grave, però, scrive il Corriere, è che «da quanto risulta, il presidente della Repubblica era all’oscuro di tutto». E questo è veramente incredibile. Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che a Roma c’è un ambasciatore russo? E che l’ambasciatore russo, in quanto ambasciatore, è regolarmente autorizzato ad ambasciare? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, non abbiamo ancora rotto le relazioni diplomatiche con Mosca? E che dunque l’ambasciatore russo a Roma non è un soggetto indesiderato? E nemmeno un clandestino? E nemmeno un nemico da abbattere? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, l’ambasciatore russo resta un ambasciatore a tutti gli effetti? E che in quanto ambasciatore può, anzi deve, intrattenere relazioni diplomatiche con l’Italia perché altrimenti che diavolo ci starebbe a fare qui? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, tenetevi forte, esiste persino un’ambasciata italiana a Mosca? Che non è stata chiusa? Che abbiamo persino 340 imprese che continuano a lavorare in Russia? Che facciamo? Li dichiariamo tutti traditori? Li facciamo fucilare tutti, compreso il nostro ambasciatore, anzi ambatraditore?
Siamo in ansiosa attesa, naturalmente, della «ricostruzione puntuale dell’incontro», come chiedono gli amici del Pd. Ma temiamo che, se aspettano di scoprire oscure trame putiniane, rimarranno delusi. Ci troveremo di fronte, infatti, alla ricostruzione di un noioso incontro di routine diplomatica, fra un viceministro e un ambasciatore, un incontro che segue tutti i protocolli, per altro alla presenza per altro di alti funzionari della Farnesina. Come previsto dalle regole delle relazioni internazionali, oltre che da quelle del buon senso. Ma che diavolo deve fare un viceministro se un ambasciatore gli chiede un incontro? Sputargli in faccia? Tirargli un cazzotto? Tagliargli i cosiddetti? «Lei è russo: vada fuori da Roma». «Ma veramente io sarei l’ambasciatore». «Ambasciatore non porta pene» e zac con le forbici nelle parti basse: dovrebbe fare così un viceministro? Lo dicano coloro che lamentano la dignità offesa delle istituzioni: dovrebbe fargli del male? E magari prima avvertire il Colle? “«Guardi c’è qui alla porta l’ambasciatore russo, ma stia tranquillo, presidente, esco e lo corco di botte». E poi? Che altro dovrebbe fare il viceministro agli Esteri? Chiudere d’imperio la sede diplomatica russa? O darle direttamente fuoco? E cospargere il terreno di sale? Questo dovrebbe fare per rispettare la dignità delle istituzioni?
Ormai sulla Russia hanno perso tutti la trebisonda. Il ministro Giuli vuol disertare l’inaugurazione della Biennale perché Pietrangelo Buttafuoco non ha escluso gli artisti russi che sono rigorosamente all’indice perché il loro Paese ne ha aggredito un altro (mentre invece gli artisti israeliani e statunitensi sono i benvenuti perché i loro Paesi ne hanno aggredito un altro). La cerimonia delle Olimpiadi è stata boicottata perché sfilavano gli atleti paralimpici russi. L’auditorium di Roma ha appena cancellato dal galà della danza l’étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova in quanto colpevole di essere russa. E persino sul gas russo ci facciamo prendere da tentazioni suicide, tenendo i rubinetti rigorosamente chiusi: «Sono sempre stato critico sullo stop totale, però in questa occasione non possiamo rovinare tutti gli sforzi fatti in questi anni», ha detto per esempio ieri il presidente di Nomisma Davide Tabarelli. Stupendo, no? È sbagliato, ma per non rovinare «gli sforzi fatti» continuiamo a massacrarci. In altre parole: siccome ci siamo fatti tanto male, continuiamo a farcene dell’altro. Geniale. Quasi quanto montare un caso per un viceministro degli Esteri che incontra un ambasciatore regolarmente accreditato. Per altro, senza nemmeno chiedere permesso al Colle. E senza nemmeno mettere un cucchiaino di cianuro nel caffè. Ma come si permette questo Cirielli? Non conosce la dignità delle istituzioni?
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