{{ subpage.title }}

True

Velo integrale e garante saudita: italiane in trasferta nel Medioevo

Velo integrale e garante saudita: italiane in trasferta nel Medioevo
Ansa
Le donne che vogliono assistere a Juve-Milan dovranno affrontare un percorso a ostacoli: a Gedda si entra solo se si ha uno sponsor arabo. Pericolosissimo scoprire il volto e dialogare in lingue diverse da quella locale.
Continua a leggereRiduci
La religione fa bene al Pil
iStock
All’origine del capitalismo non c’è il protestantesimo, come credeva Weber, ma gli ordini cistercensi, che hanno diffuso sul territorio vocazione al lavoro duro e parsimonia. Da tempo i sociologi hanno mostrato come la fede cattolica aumenti la produttività del singolo. Ora altri studi iniziano a misurarne l’impatto complessivo sulla società. E hanno scoperto che vale centinaia di miliardi.
Continua a leggereRiduci

«Particolarmente vivace» e più forte dopo le difficoltà del passato. Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato, a margine del Business Forum Italia-Norvegia alla Farnesina, il lancio dell’offerta pubblica di acquisto di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena.

Continua a leggereRiduci
«Se non si mette mano al Pd perderemo ancora le elezioni»
Vladimiro Crisafulli (Ansa)
Il neosindaco di Enna Vladimiro Crisafulli: «Noi “cacicchi” siamo quelli che la gente riconosce. De Luca e io abbiamo vinto senza simbolo, ci sarà un motivo. Basta con la manfrina delle primarie».

«Basta cacicchi», aveva promesso Elly Schlein.
«I cacicchi erano capi tribù del Sudamerica, gente riconosciuta dal popolo».

Vladimiro Crisafulli, detto Mirello, è considerato il più illustre esponente della vituperata categoria.

«Non mi sembra offensivo essere riconosciuti, ma loro sono abituati a dirigenti anonimi».

Già potentissimo senatore del Pd, si gode la vendetta sul cucuzzolo della Sicilia.

«Mi godo il risultato».

Eletto sindaco di Enna con un plebiscito.

«Praticamente».

Senza il simbolo del partito.

«Questo ha contribuito al mio straordinario successo».

Nientemeno.

«Quando prendi più del 64%, vuol dire che non ti ha votato uno schieramento ma una città che sceglie a prescindere dall’appartenenza».

Speravano di fregare l’intramontabile Mirello, ma gli hanno fatto un favore.

«Non c’è dubbio».

Nessun patimento?

«Io ho sofferto solo per il doloroso e traumatico addio al Pci. Il resto cosa vuole che sia?».

Perché le hanno negato il simbolo?

«Mi hanno detto che sono anziano».

Ha 75 anni.

«È una spiegazione totalmente priva di logica e argomenti. Gli ho chiesto allora di specificarlo nello statuto: si può candidare nel Pd soltanto chi ha un’età compresa tra i 20 e i 50 anni».

Chi ha eccepito?

«Il segretario regionale, Barbagallo, e tale Taruffi».

Responsabile organizzazione del Pd.

«Pare di sì».

Schleineiano ortodosso.

«A me sembra solo senz’osso».

Non proprio un acchiappa voti.

«Nemmeno un acchiappa simpatia».

E Barbagallo?

«Quando Togliatti venne a Messina ci spiegò che prima di tutto dovevamo essere comunisti siciliani».

Invece?

«Vedo soltanto appiattimento e incapacità. Ma noi abbiamo trovato un’alternativa molto originale».

Il campo largo si è fermato a Pergusa.

«Pd, 5 stelle, Avs e Casa riformista qui non si sono nemmeno presentati».

Bastava Mirello.

«Ho preso i voti anche per loro. Eventualmente, posso sempre distribuire qualcosa».

Modello Enna.

«Abbiamo creato un campo alternativo. Con noi c’erano pure pezzi del centrodestra moderato».

Anche l’altro cacicco per eccellenza, Vincenzo De Luca, ha vinto a Salerno senza simbolo.

«Un interrogativo se lo dovrebbero porre: come mai vinciamo dove non c’è il simbolo e spesso non vinciamo dove c’è?».

Volevano far fuori Crisafulli perché anzianotto.

«Dicono così. Io però non gli credo: il problema nasce dalla mia guerra all’attuale segretario in Sicilia e a chi lo sosteneva».

Alla fine ha deciso Schlein di non appoggiarla?

«Che si sia accodata o abbia dato il via, poco importa. In ogni caso, non ha avuto un ruolo diverso da quello di Taruffi».

L’ha incontrato?

«Durante un’assemblea regionale mi ha detto orgogliosamente che il suo nome, Igor, è un omaggio all’Unione sovietica. Gli ho riposto: “Figuriamoci io, che mi chiamo Vladimiro”».

Nel 2013 lei era finito tra gli impresentabili del Pd.

«Accuse ridicole. Ma Bersani decise comunque di non ricandidarmi».

Accettò di buon grado?

«Di buon grado, sicuramente no. Ne presi atto e basta».

Ha mai riparlato con Bersani?

«Evito di discutere con chi non è in grado di guidare un partito senza farsi condizionare».

Mirello è tornato.

«Romperò i coglioni a Barbagallo e Taruffi finché campo».

E a Schlein?

«Pure a lei, se continuerà a coprire l’attuale segretario regionale. È stato eletto, tra l’altro, con evidenti irregolarità».

Chi l’ha chiamata per congratularsi?

«Anna Finocchiaro, Luigi Zanda, Enzo Bianco, tanti dalemiani...».

Mezzo partito?

«Diciamo di sì».

Il «Barone rosso» continua a sorvolare sul capoluogo più alto d’Italia.

«D’Europa, per la verità».

Scruta l’orizzonte.

«Più in alto si va, più si allarga la visuale».

E cosa vede?

«Se non si mette mano al Pd, l’anno prossimo perderemo le elezioni: prima quelle regionali e poi quelle politiche».

A Roma l’alleanza con i 5 stelle arranca?

«Va fatta, ma non è sufficiente. Bisogna aggregare tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa all’attuale governo: associazioni, mondo del lavoro, partiti».

Quali partiti?

«Forza Italia, per esempio. Come abbiamo fatto a Enna».

Il campo largo s’è impantanato?

«Basta con ‘sta manfrina delle primarie. Chiunque vinca, comunque perderà le elezioni. I 5 stelle a Schlein non la votano. Com’è successo a Messina: al primo turno hanno appoggiato il candidato del Pd, al secondo quello di Cateno De Luca».

A Venezia hanno sostenuto Simone Venturini, civico di centrodestra.

«Esattamente».

E chi sceglierebbe Crisafulli alle primarie?

«Schlein».

L’ha già votata nel 2023.

«E non me ne pento. Ha fatto un grandissimo sforzo per mettere insieme una coalizione».

Si continua a definire «testardamente unitaria».

«Deve capire però che questa coalizione non è sufficiente».

Vincerà lei?

«Forse sì, ma tanto non servirà a niente. Alle politiche il risultato non sarà la somma dei due partiti».

Quindi?

«Bisogna convincerla a non candidarsi, anche per non farle correre il rischio di venire sconfitta da Conte».

Allora?

«Ci vuole una soluzione alternativa alle primarie».

Il metodo della maggioranza?

«Dove il leader del partito che prende più voti diventa presidente del Consiglio».

Oppure?

«Un’intesa, come ai tempi dell’Ulivo: concordammo insieme chi era il più forte. Quel punto di equilibrio soddisfò tutti e ci trascinò alla vittoria, sia la prima che la seconda volta».

Anche Prodi fece le primarie nel 2005.

«Ma non furono davvero aperte: gli sfidanti erano Bertinotti o Mastella. Servirono però a coinvolgere oltre quattro milioni di persone».

Il campo largo sembra rissoso come il vecchio Ulivo.

«Molto di più. Allora i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, le due forze prevalenti, erano solidi. Questi sono acqua fresca. Non sanno cosa succede oggi e neppure domani».

Schlein si circonda di anonimi fedelissimi?

«Chi sceglie solo fedelissimi non fa il segretario. Fa il capocordata».

E se la nuova legge elettorale dovesse reintrodurre le preferenze?

«Io potrei candidarmi nel collegio di Taruffi».

Prenderebbe più voti?

«Di meno, certamente no».

«A Enna vinco con il maggioritario, con il proporzionale e pure con il sorteggio» disse una volta.

«Stavolta è andata così».

Grazie ai suoi buoni uffici, vent’anni fa nacque l’università Kore.

«Se non ci inventavamo qualcosa di nuovo, il destino di questa città era segnato. Dopodiché, siamo arrivati al dunque. Era necessario ottenere il decreto per riconoscere la quarta università dell’isola. Avevamo provato più volte, ma c’era totale chiusura. Gli altri rettori temevano la concorrenza».

A quel punto si mise a capo della rivolta.

«Occupammo l’autostrada Palermo-Catania. C’erano pure politici, studenti, cittadini. Alla fine il ministro firmò il decreto».

Lo scorso gennaio Massimo D’Alema è stato ospite dell’ateneo per un convegno sul futuro di Italia ed Europa. Ha parlato anche del campo largo.

«Sostenendo che vanno superati gli schemi rigidi».

Siete ancora in splendidi rapporti?

«È l’unico grande leader rimasto».

Ingeneroso.

«Brave persone, bravi compagni, bravi amici. Ma di teste veramente pensanti, sia sul piano della politica nazionale che di quella internazionale, non ce ne sono altre».

Mirello, che si definisce «il più democratico tra i comunisti», ha in serbo grandi cose.

«Dobbiamo rivoluzionare la città. È diventata sbiadita, senza prospettive. Allo stesso tempo, voglio contribuire a cambiare il partito e la politica siciliana. Saremo fastidiosi per tutti».

La rivincita dei cacicchi.

«Gli dimostreremo che siamo bravi, al di là dei loro starnuti. Hanno deciso di non fare politica, ma semplicemente di intonare ritornelli. In Sicilia nemmeno quelli: si accontentano del contro canto».

Li aveva avvertiti: «A Enna il Pd sono io».

«E così è finita».

Salis un po’ sceriffa, ma compensa con l’asilo Lgbt
Silvia Salis (Ansa)
Il sindaco di Genova coordina vaste operazioni anti maranza con la municipale e polemizza col governo perché non espelle i clandestini. Poi sfida Valditara sull’educazione sessuo-affettiva: «Noi andiamo avanti».
Continua a leggereRiduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy