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2022-12-12
Vaccini. Che cosa fanno ai nostri ragazzi
Ansa
Sembrava che la fine della pandemia avesse posto fine alla frenetica corsa alla vaccinazione anti Covid, soprattutto per la fascia di età 0-19 anni che rischia poco o nulla. Errore: a fronte di una percentuale di mortalità dello 0,0003%, stabile sia nel 2020 (senza vaccini) che nel 2021, l’intento di vaccinare in massa la popolazione studentesca appare inspiegabilmente urgente, a dispetto di tutte le evidenza scientifiche. Poco importa se, nel corso degli ultimi due anni, utilità, efficacia e sicurezza delle somministrazioni a bambini, adolescenti e ragazzi siano state tutt’altro che accertate, né unanimemente condivise dalla comunità scientifica internazionale. La bassissima letalità del virus è ormai inversamente proporzionale agli enormi sforzi che virostar, istituzioni e media continuano a effondere, con l’obiettivo finale di normalizzare a ogni costo la vaccinazione anti Covid nei giovani sani.
Prendiamo ad esempio il webinar organizzato dalla potente Fondazione Veronesi, su «Alfabetizzazione sanitaria ed esitazione vaccinale: il ruolo della scuola». Lo studio del professor Alessandro Siani, uscito su Science Direct a fine novembre, ha evidenziato, in effetti, che la fiducia nei vaccini è diminuita significativamente dall’inizio della pandemia. E anche il Cdc americano ha riscontrato un calo nelle vaccinazioni pediatriche di routine. Comprensibile: le pressioni di scienza televisiva, istituzioni e media sono state talmente violente da avere un effetto boomerang, e ora i cittadini non si fidano più. Per la prima volta nella storia si è, di fatto, obbligata una fascia di età a vaccinarsi non per sé stessa ma per proteggere altre generazioni, peraltro vaccinate. Enrico Letta lo ha rivendicato con disinvoltura a fine luglio: «I giovani hanno salvato vite: rischiavano molto poco, li abbiamo rinchiusi in casa, sono stati diligenti». L’occasione organizzata dalla Fondazione Veronesi sembrava dunque appropriata per fare autocritica sulle politiche di comunicazione pandemica, esplicitate con modalità invasive come l’obbligo di green pass.
La sorpresa è stata grande quando, sin dalle prime battute del webinar, è stato chiaro che l’obiettivo del forum era incentrato esclusivamente sull’esitazione dei giovani a vaccinarsi contro il Covid. A dirigere le danze l’ineffabile Cinzia Caporale, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di bioetica alla Sapienza ed ex membro del secondo Cts rinnovato da Mario Draghi. Con lei, il professore emerito Vincenzo Mannino, consigliere del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che in un lapsus freudiano ha rivendicato l’introduzione del green pass nelle scuole - che in realtà non c’è stato - come «controverso», anche se «alla fine è stato accettato». Presente anche Giovanni Rezza, dirigente Iss e direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. L’assunto numero uno della Fondazione è che i giovani devono vaccinarsi, tutti, contro il Covid: su questo non si discute neanche.
Il secondo assunto è che se non lo fanno, è perché sono disinformati: «Un italiano su quattro ha problemi a capire e a prendere decisioni consapevoli in materia sanitaria. La Fondazione intende contrastare il sentimento antiscientifico». «Perché» si è chiesto Andrea Grignolio del Vaccine hesitancy forum «le persone razionali (sic) dubitano dei vaccini?». Una delle cause, oltre ai «problemi personali» e alla «sfiducia nelle istituzioni», è senz’altro il «sovraccarico informativo»: «Non è foriero di buoni consigli» sostiene Grignolio «non aiuta, non bisogna sovraccaricare di informazioni ma veicolare quelle corrette». La normalizzazione, insomma, passa per l’indottrinamento.
Per capire come procedere, la Fondazione Veronesi ha coinvolto in un sondaggio oltre 5.000 studenti delle scuole secondarie, e ha scoperto che per orientare le scelte dei ragazzi potrebbero essere più efficaci gli incentivi economici che i disincentivi giuridici come il green pass. Perciò, se in Indonesia funziona regalare un pollo e in Thailandia un bovino, cosa può convincere un giovane italiano a vaccinarsi contro il Covid?
Ecco i suggerimenti più apprezzati dai ragazzi: «Conoscere un personaggio dello sport o dello spettacolo», «Partecipare a una trasmissione televisiva come spettatore», «Fare una gita scolastica in più con la classe». Il 34,6% del campione analizzato, per fortuna, si dice contrario all’uso di tali incentivi.
In America non sono andati troppo per il sottile e, lo scorso 20 ottobre, hanno aggiunto ex abrupto i vaccini anti Covid ai programmi di vaccinazione per l’infanzia. Il voto (15 a 0) del Cdc non rende la vaccinazione anti Covid obbligatoria -anche perché ogni Stato federale decide per sé - ma le iniezioni di Moderna, Pfizer e Novavax sono ormai «raccomandate» insieme con le vaccinazioni pediatriche di routine.
Anche in Brasile, con il ritorno di Lula è molto probabile che l’iniezione anti Covid sia d’ora in poi annoverata come requisito necessario per ottenere il sussidio per i poveri «bolsa familia». In Italia, si continua a puntare sul terrore: il 17 ottobre Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha dichiarato che «per far aumentare le vaccinazioni dei bambini occorrerà che aumentino i casi, ovvero che si inneschi un po’ di paura nei genitori». E anche nel documento di preparazione per l’autunno-inverno 2023 rilasciato dalla Commissione europea lo scorso 2 settembre, si legge che la pandemia non è affatto finita e che la vaccinazione dei bambini è «prioritaria» così come quella degli adulti, «compresi quelli che hanno già avuto la malattia» (cioè i guariti). Siamo ancora a pagina uno, insomma.
«Inoculazioni dannose per i giovani». Ma l’Italia ignora gli avvertimenti
Quando il mondo era normale, il buon medico di famiglia, prima di prescrivere una profilassi a un paziente, si accertava che questa adempisse a tre semplici criteri: «Serve? Funziona? Non fa male?». Sull’utilità, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini a bambini e ragazzi, la comunità scientifica dal 2020 è in cortocircuito. Gli enti preposti per rilasciare le autorizzazioni, Fda ed Ema, sono andati avanti a ritmi forsennati, senza che quei tre criteri fossero mai riconosciuti come pienamente soddisfatti dall’intera comunità scientifica internazionale: molte sono state le controversie e i ripensamenti. Pour cause: lo studio di Vo’ Euganeo uscito ad aprile 2020 certifica fin dall’inizio che i più piccoli si contagiano meno facilmente. Ed è sempre stato evidente che la fascia di età da 0 a 19 anni non fosse a rischio. Bastava guardare i numeri ufficiali: dopo quasi un anno senza vaccini, il bollettino Iss del 2 dicembre 2020 registrava una mortalità, nella fascia di età 0-19 anni, dello 0,0002% (sarà uguale anche nel 2021); su 10.598.610 nella fascia 0-19 anni, «soltanto» 15 erano morti Covid, e praticamente tutti con altre patologie. Suonerà sempre incomprensibile, mesi dopo, la spericolata definizione del Covid come «malattia pediatrica», rilasciata sia dall’ex direttore generale di Aifa ed Ema Guido Rasi sia dall’attuale presidente Aifa Giorgio Palù.
la corsa
Nonostante i dati più che rassicuranti sulla mortalità, la corsa degli enti regolatori all’estensione delle autorizzazioni anche sui minori è frenetica. Dopo la prima agli over 16 (rilasciata da Ema il 21 dicembre 2020), pochi mesi dopo (il 28 maggio) arriva quella per gli adolescenti di 12-15 anni e, a distanza di altri sei mesi (il 25 novembre), quella per vaccinare i bambini di 5-11 anni. Già a febbraio 2021 si leva, solitaria, la voce della Società francese di pediatria: «Questa vaccinazione non sembra necessaria nei bambini sani». In Italia, il criterio dell’utilità non attecchisce: quando Roberto Speranza saluta a maggio l’arrivo dell’autorizzazione ai dodicenni, scrive che «è un’importante novità per la riapertura delle scuole». La vaccinazione, insomma, è inquadrata sin dall’inizio come funzionale al rientro negli istituti scolastici, che le istituzioni non riescono a rendere «sicuri».
A giugno 2021, mentre in Italia partono i festosi «Open day» di Astrazeneca, in Germania il direttore della commissione vaccinazioni Stiko, Thomas Mertens, ammonisce: «La vaccinazione non è una caramella. I dati non sono sufficienti». Il 3 giugno anche l’Iss francese (Has), dice che per gli adolescenti sani non c’è fretta. L’8 giugno, il Comité consultatif national d’ethique francese definisce la vaccinazione degli under 12 «eticamente e scientificamente inaccettabile». Due giorni dopo, l’Italia piange Camilla Canepa, studentessa di 18 anni deceduta dopo la somministrazione. Guido Rasi annuncia che non vaccinerà sua figlia. Il 15 luglio 2021 anche l’ente vaccinale governativo britannico Jcvi raccomanda la vaccinazione soltanto ai giovani malati e fragili.
VALUTAZIONE POLITICA
In Italia, invece, impazza l’orgia vaccinale e tra giugno e agosto le istituzioni associano la vaccinazione a incentivi al limite dell’oltraggioso: un gelato, un panino, pizza e birra; in America in cambio della puntura viene offerta perfino la cannabis. L’obiettivo è far vaccinare i ragazzi prima delle vacanze e del rientro a scuola. In Italia è istituito il green pass. Ad agosto 2021 la direttrice dell’ufficio vaccini di Fda, Marion Gruber, si dimette a causa delle pressioni del Cdc e dell’amministrazione di Joe Biden su terze dosi e vaccinazioni pediatriche. Il 3 settembre il Jcvi parla di «margine di beneficio troppo esiguo per i sani di 12-15 anni». L’ente precisa inoltre che «non rientra nel mandato del Jcvi considerare gli impatti sociali della vaccinazione, né i benefici educativi». Se al governo fa comodo che gli studenti si vaccinino, non è una valutazione scientifica ma politica, dice in pratica il Jcvi. Il 26 ottobre in America diversi esperti della commissione vaccini di Fda (Vrpbac), tra cui Marc Sawyer ed Eric Rubin, ammettono: «Non sappiamo se i vaccini siano pericolosi per i bambini, lo verificheremo sul campo». Il 6 novembre anche l’epidemiologo John Ioannidis, dichiara: «Abbiamo poche informazioni e gli effetti avversi sono underreported e undercaptured. No all’obbligo». Il 12 novembre 2021, il Cdc (l’Agenzia di sanità pubblica Usa) mette nero su bianco che «dalla valutazione delle prove Grade sui potenziali danni post vaccino sui bambini di 5-11 anni, il livello di sicurezza è di tipo quattro (molto basso) per gli eventi avversi gravi». Il 3 dicembre Ema segnala un maggior rischio di miocardite e pericardite con i vaccini mRna, soprattutto Moderna. Ma la pressione di «scienzaTm», stampa e media è talmente forte che il 10 dicembre 2021 l’Iss appone sul proprio sito il bollino «fake news» sulla frase: «I bambini non si ammalano di Covid e se si ammalano non muoiono, dunque è inutile vaccinare». Per l’ennesima volta, la scienza si piega alla censura politica. Il 22 dicembre 2021 il Jcvi consiglia la vaccinazione della fascia 5-11 anni solo nei bambini a rischio o fragili. Uguale posizione anche in Francia.
CAMBIO DI ROTTA
Il 2022 si inaugura con feroci polemiche in America: a fine gennaio Monica Gandhi e Paul Offit, della commissione vaccini di Fda, annunciano che non faranno fare la terza dose ai propri figli. In Norvegia la vaccinazione dei bambini non è più raccomandata. Il 28 gennaio l’agenzia svedese per la salute pubblica non raccomanda più i vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni («i benefici non superano i rischi»). Il 4 febbraio si accoda anche la Danimarca. E in Italia? Niente da fare: la pressione mediatica sulle terze dosi a bambini e adolescenti è enorme, nonostante Ema, per tutto gennaio e febbraio 2022, continui a indicare sul proprio sito che «non sono raccomandate». A febbraio viene introdotto il super green pass.
Il 3 aprile il Wall Street Journal ospita un durissimo articolo sui vaccini di Marty Makary, professore alla John Hopkins University: «Il Cdc non è trasparente nelle indagini sui giovani morti dopo la vaccinazione». Il 20 aprile esce su Jama Cardiology uno studio «tombale» sulle miocarditi: è una metanalisi su studi di coorte effettuati in quattro Paesi. Le conclusioni non lasciano spazio a repliche: «Il rischio di miocardite è più alto nei giovani vaccinati rispetto a quelli non vaccinati». Il 30 giugno 2022 lo stesso Iss pubblica su Lancet uno studio in cui parla di efficacia molto bassa sui bambini: tra 21% e 29% contro i contagi, del 41% contro la malattia. Il 1° luglio la Danimarca decide che la vaccinazione degli under 50 non è più raccomandata. In Svezia è revocata sotto i 18 anni. L’8 ottobre il ministro della Salute dello Stato della Florida, Joseph Ladapo, sgancia la bomba: «L’analisi sui vaccini mRna dimostra un aumento del rischio di morte per cause cardiache tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 39 anni. La Florida non intendere nascondere la verità». Soltanto il 14 novembre Pfizer e Moderna annunciano di voler monitorare eventuali effetti negativi negli anni successivi alla diagnosi di problemi cardiaci legati al vaccino. «Potrebbero essere il 2%, lo 0% il 20%»: l’annuncio sembra più una beffa che una buona notizia. Anche perché le istituzioni italiane continuano a tacere.
Continua a leggereRiduci
A dispetto di tutte le evidenze scientifiche, nel nostro Paese si insiste ancora sulla necessità delle punture per chi frequenta le scuole. In questa fascia d’età è basso il rischio di ammalarsi ma è alto quello di gravi effetti collaterali. Il risultato dell’indottrinamento? Crolla la residua fiducia nelle campagne di immunizzazione.Perfino l’Istituto superiore di sanità ha attestato una mortalità bassissima: 0,0002% sotto i 19 anni. Eppure il virus è stato classificato come «malattia pediatrica». Tutto il mondo ha invitato alla prudenza. A parte noi.Lo speciale contiene due articoliSembrava che la fine della pandemia avesse posto fine alla frenetica corsa alla vaccinazione anti Covid, soprattutto per la fascia di età 0-19 anni che rischia poco o nulla. Errore: a fronte di una percentuale di mortalità dello 0,0003%, stabile sia nel 2020 (senza vaccini) che nel 2021, l’intento di vaccinare in massa la popolazione studentesca appare inspiegabilmente urgente, a dispetto di tutte le evidenza scientifiche. Poco importa se, nel corso degli ultimi due anni, utilità, efficacia e sicurezza delle somministrazioni a bambini, adolescenti e ragazzi siano state tutt’altro che accertate, né unanimemente condivise dalla comunità scientifica internazionale. La bassissima letalità del virus è ormai inversamente proporzionale agli enormi sforzi che virostar, istituzioni e media continuano a effondere, con l’obiettivo finale di normalizzare a ogni costo la vaccinazione anti Covid nei giovani sani. Prendiamo ad esempio il webinar organizzato dalla potente Fondazione Veronesi, su «Alfabetizzazione sanitaria ed esitazione vaccinale: il ruolo della scuola». Lo studio del professor Alessandro Siani, uscito su Science Direct a fine novembre, ha evidenziato, in effetti, che la fiducia nei vaccini è diminuita significativamente dall’inizio della pandemia. E anche il Cdc americano ha riscontrato un calo nelle vaccinazioni pediatriche di routine. Comprensibile: le pressioni di scienza televisiva, istituzioni e media sono state talmente violente da avere un effetto boomerang, e ora i cittadini non si fidano più. Per la prima volta nella storia si è, di fatto, obbligata una fascia di età a vaccinarsi non per sé stessa ma per proteggere altre generazioni, peraltro vaccinate. Enrico Letta lo ha rivendicato con disinvoltura a fine luglio: «I giovani hanno salvato vite: rischiavano molto poco, li abbiamo rinchiusi in casa, sono stati diligenti». L’occasione organizzata dalla Fondazione Veronesi sembrava dunque appropriata per fare autocritica sulle politiche di comunicazione pandemica, esplicitate con modalità invasive come l’obbligo di green pass. La sorpresa è stata grande quando, sin dalle prime battute del webinar, è stato chiaro che l’obiettivo del forum era incentrato esclusivamente sull’esitazione dei giovani a vaccinarsi contro il Covid. A dirigere le danze l’ineffabile Cinzia Caporale, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di bioetica alla Sapienza ed ex membro del secondo Cts rinnovato da Mario Draghi. Con lei, il professore emerito Vincenzo Mannino, consigliere del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che in un lapsus freudiano ha rivendicato l’introduzione del green pass nelle scuole - che in realtà non c’è stato - come «controverso», anche se «alla fine è stato accettato». Presente anche Giovanni Rezza, dirigente Iss e direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. L’assunto numero uno della Fondazione è che i giovani devono vaccinarsi, tutti, contro il Covid: su questo non si discute neanche. Il secondo assunto è che se non lo fanno, è perché sono disinformati: «Un italiano su quattro ha problemi a capire e a prendere decisioni consapevoli in materia sanitaria. La Fondazione intende contrastare il sentimento antiscientifico». «Perché» si è chiesto Andrea Grignolio del Vaccine hesitancy forum «le persone razionali (sic) dubitano dei vaccini?». Una delle cause, oltre ai «problemi personali» e alla «sfiducia nelle istituzioni», è senz’altro il «sovraccarico informativo»: «Non è foriero di buoni consigli» sostiene Grignolio «non aiuta, non bisogna sovraccaricare di informazioni ma veicolare quelle corrette». La normalizzazione, insomma, passa per l’indottrinamento. Per capire come procedere, la Fondazione Veronesi ha coinvolto in un sondaggio oltre 5.000 studenti delle scuole secondarie, e ha scoperto che per orientare le scelte dei ragazzi potrebbero essere più efficaci gli incentivi economici che i disincentivi giuridici come il green pass. Perciò, se in Indonesia funziona regalare un pollo e in Thailandia un bovino, cosa può convincere un giovane italiano a vaccinarsi contro il Covid? Ecco i suggerimenti più apprezzati dai ragazzi: «Conoscere un personaggio dello sport o dello spettacolo», «Partecipare a una trasmissione televisiva come spettatore», «Fare una gita scolastica in più con la classe». Il 34,6% del campione analizzato, per fortuna, si dice contrario all’uso di tali incentivi.In America non sono andati troppo per il sottile e, lo scorso 20 ottobre, hanno aggiunto ex abrupto i vaccini anti Covid ai programmi di vaccinazione per l’infanzia. Il voto (15 a 0) del Cdc non rende la vaccinazione anti Covid obbligatoria -anche perché ogni Stato federale decide per sé - ma le iniezioni di Moderna, Pfizer e Novavax sono ormai «raccomandate» insieme con le vaccinazioni pediatriche di routine. Anche in Brasile, con il ritorno di Lula è molto probabile che l’iniezione anti Covid sia d’ora in poi annoverata come requisito necessario per ottenere il sussidio per i poveri «bolsa familia». In Italia, si continua a puntare sul terrore: il 17 ottobre Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha dichiarato che «per far aumentare le vaccinazioni dei bambini occorrerà che aumentino i casi, ovvero che si inneschi un po’ di paura nei genitori». E anche nel documento di preparazione per l’autunno-inverno 2023 rilasciato dalla Commissione europea lo scorso 2 settembre, si legge che la pandemia non è affatto finita e che la vaccinazione dei bambini è «prioritaria» così come quella degli adulti, «compresi quelli che hanno già avuto la malattia» (cioè i guariti). 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Gli enti preposti per rilasciare le autorizzazioni, Fda ed Ema, sono andati avanti a ritmi forsennati, senza che quei tre criteri fossero mai riconosciuti come pienamente soddisfatti dall’intera comunità scientifica internazionale: molte sono state le controversie e i ripensamenti. Pour cause: lo studio di Vo’ Euganeo uscito ad aprile 2020 certifica fin dall’inizio che i più piccoli si contagiano meno facilmente. Ed è sempre stato evidente che la fascia di età da 0 a 19 anni non fosse a rischio. Bastava guardare i numeri ufficiali: dopo quasi un anno senza vaccini, il bollettino Iss del 2 dicembre 2020 registrava una mortalità, nella fascia di età 0-19 anni, dello 0,0002% (sarà uguale anche nel 2021); su 10.598.610 nella fascia 0-19 anni, «soltanto» 15 erano morti Covid, e praticamente tutti con altre patologie. Suonerà sempre incomprensibile, mesi dopo, la spericolata definizione del Covid come «malattia pediatrica», rilasciata sia dall’ex direttore generale di Aifa ed Ema Guido Rasi sia dall’attuale presidente Aifa Giorgio Palù. la corsa Nonostante i dati più che rassicuranti sulla mortalità, la corsa degli enti regolatori all’estensione delle autorizzazioni anche sui minori è frenetica. Dopo la prima agli over 16 (rilasciata da Ema il 21 dicembre 2020), pochi mesi dopo (il 28 maggio) arriva quella per gli adolescenti di 12-15 anni e, a distanza di altri sei mesi (il 25 novembre), quella per vaccinare i bambini di 5-11 anni. Già a febbraio 2021 si leva, solitaria, la voce della Società francese di pediatria: «Questa vaccinazione non sembra necessaria nei bambini sani». In Italia, il criterio dell’utilità non attecchisce: quando Roberto Speranza saluta a maggio l’arrivo dell’autorizzazione ai dodicenni, scrive che «è un’importante novità per la riapertura delle scuole». La vaccinazione, insomma, è inquadrata sin dall’inizio come funzionale al rientro negli istituti scolastici, che le istituzioni non riescono a rendere «sicuri». A giugno 2021, mentre in Italia partono i festosi «Open day» di Astrazeneca, in Germania il direttore della commissione vaccinazioni Stiko, Thomas Mertens, ammonisce: «La vaccinazione non è una caramella. I dati non sono sufficienti». Il 3 giugno anche l’Iss francese (Has), dice che per gli adolescenti sani non c’è fretta. L’8 giugno, il Comité consultatif national d’ethique francese definisce la vaccinazione degli under 12 «eticamente e scientificamente inaccettabile». Due giorni dopo, l’Italia piange Camilla Canepa, studentessa di 18 anni deceduta dopo la somministrazione. Guido Rasi annuncia che non vaccinerà sua figlia. Il 15 luglio 2021 anche l’ente vaccinale governativo britannico Jcvi raccomanda la vaccinazione soltanto ai giovani malati e fragili. VALUTAZIONE POLITICA In Italia, invece, impazza l’orgia vaccinale e tra giugno e agosto le istituzioni associano la vaccinazione a incentivi al limite dell’oltraggioso: un gelato, un panino, pizza e birra; in America in cambio della puntura viene offerta perfino la cannabis. L’obiettivo è far vaccinare i ragazzi prima delle vacanze e del rientro a scuola. In Italia è istituito il green pass. Ad agosto 2021 la direttrice dell’ufficio vaccini di Fda, Marion Gruber, si dimette a causa delle pressioni del Cdc e dell’amministrazione di Joe Biden su terze dosi e vaccinazioni pediatriche. Il 3 settembre il Jcvi parla di «margine di beneficio troppo esiguo per i sani di 12-15 anni». L’ente precisa inoltre che «non rientra nel mandato del Jcvi considerare gli impatti sociali della vaccinazione, né i benefici educativi». Se al governo fa comodo che gli studenti si vaccinino, non è una valutazione scientifica ma politica, dice in pratica il Jcvi. Il 26 ottobre in America diversi esperti della commissione vaccini di Fda (Vrpbac), tra cui Marc Sawyer ed Eric Rubin, ammettono: «Non sappiamo se i vaccini siano pericolosi per i bambini, lo verificheremo sul campo». Il 6 novembre anche l’epidemiologo John Ioannidis, dichiara: «Abbiamo poche informazioni e gli effetti avversi sono underreported e undercaptured. No all’obbligo». Il 12 novembre 2021, il Cdc (l’Agenzia di sanità pubblica Usa) mette nero su bianco che «dalla valutazione delle prove Grade sui potenziali danni post vaccino sui bambini di 5-11 anni, il livello di sicurezza è di tipo quattro (molto basso) per gli eventi avversi gravi». Il 3 dicembre Ema segnala un maggior rischio di miocardite e pericardite con i vaccini mRna, soprattutto Moderna. Ma la pressione di «scienzaTm», stampa e media è talmente forte che il 10 dicembre 2021 l’Iss appone sul proprio sito il bollino «fake news» sulla frase: «I bambini non si ammalano di Covid e se si ammalano non muoiono, dunque è inutile vaccinare». Per l’ennesima volta, la scienza si piega alla censura politica. Il 22 dicembre 2021 il Jcvi consiglia la vaccinazione della fascia 5-11 anni solo nei bambini a rischio o fragili. Uguale posizione anche in Francia. CAMBIO DI ROTTA Il 2022 si inaugura con feroci polemiche in America: a fine gennaio Monica Gandhi e Paul Offit, della commissione vaccini di Fda, annunciano che non faranno fare la terza dose ai propri figli. In Norvegia la vaccinazione dei bambini non è più raccomandata. Il 28 gennaio l’agenzia svedese per la salute pubblica non raccomanda più i vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni («i benefici non superano i rischi»). Il 4 febbraio si accoda anche la Danimarca. E in Italia? Niente da fare: la pressione mediatica sulle terze dosi a bambini e adolescenti è enorme, nonostante Ema, per tutto gennaio e febbraio 2022, continui a indicare sul proprio sito che «non sono raccomandate». A febbraio viene introdotto il super green pass. Il 3 aprile il Wall Street Journal ospita un durissimo articolo sui vaccini di Marty Makary, professore alla John Hopkins University: «Il Cdc non è trasparente nelle indagini sui giovani morti dopo la vaccinazione». Il 20 aprile esce su Jama Cardiology uno studio «tombale» sulle miocarditi: è una metanalisi su studi di coorte effettuati in quattro Paesi. Le conclusioni non lasciano spazio a repliche: «Il rischio di miocardite è più alto nei giovani vaccinati rispetto a quelli non vaccinati». Il 30 giugno 2022 lo stesso Iss pubblica su Lancet uno studio in cui parla di efficacia molto bassa sui bambini: tra 21% e 29% contro i contagi, del 41% contro la malattia. Il 1° luglio la Danimarca decide che la vaccinazione degli under 50 non è più raccomandata. In Svezia è revocata sotto i 18 anni. L’8 ottobre il ministro della Salute dello Stato della Florida, Joseph Ladapo, sgancia la bomba: «L’analisi sui vaccini mRna dimostra un aumento del rischio di morte per cause cardiache tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 39 anni. La Florida non intendere nascondere la verità». Soltanto il 14 novembre Pfizer e Moderna annunciano di voler monitorare eventuali effetti negativi negli anni successivi alla diagnosi di problemi cardiaci legati al vaccino. «Potrebbero essere il 2%, lo 0% il 20%»: l’annuncio sembra più una beffa che una buona notizia. Anche perché le istituzioni italiane continuano a tacere.
Russel Crowe in Norimberga, il film
Il fatto è che Norimberga non è un film sul nazismo o sulla seconda guerra mondiale o sullo sterminio degli ebrei. È, invece, una profonda esplorazione delle debolezze e malvagità degli individui, un film sul peccato e sulla disponibilità dell’essere umano a commettere il male. Proprio per questo è un’opera che parla di noi, del nostro tempo, delle nostre tentazioni.
La trama è semplice. Douglas Kelley (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) è uno psichiatra in forze all’esercito americano a cui viene chiesto - peraltro senza troppa convinzione - di valutare la condizione mentale di Hermann Göring (il già citato Crowe). Kelley ha così l’occasione di parlare per ore e ore con il secondo in comando di Adolf Hitler, il più importante rappresentante ancora vivente del nazismo. L’obiettivo è il più scontato possibile: capire se Göring sia matto, se commetta il male in virtù di qualche turba mentale o per via di qualche particolarità antropologica o culturale.
Kelley, dal canto suo, nutre sogni di grandezza. Vuole approfittare dell’occasione per scrivere un libro sulla mente dei nazisti e diventare famoso. Facile immaginare quale sia il risultato, visto che il nome di Kelley è sconosciuto ai più, ma non vale la pena di svelare altro.
Il nodo della questione è la pretesa degli americani di definire, circoscrivere e poi asportare chirurgicamente il male. Göring va studiato perché bisogna stabilirne la diversità, bisogna marcare la distanza fra lui, illustre rappresentante del Male Assoluto, e i Buoni che hanno vinto la guerra. Göring va processato - benché già condannato dalla Storia e dal mondo - perché i vincitori possano non tanto definire lui colpevole, ma sé stessi innocenti, migliori.
È una pretesa antica quella di rimuovere chirurgicamente il Male dalla faccia della terra e dall’esistenza umana, a cui Robert Louis Stevenson ha dato corpo nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui un medico cerca di estrarre l’oscurità da sé stesso e finisce per esserne divorato. Ecco, la vicenda del dottor Kelley e del signor Göring si muove lungo lo stesso, pericolosissimo crinale. Perché, in fondo, la storia è sempre la stessa: il male non si può isolare né cancellare, il legno storto dell’umanità non si raddrizza e ciascuno di noi si riflette nello specchio oscuro.
Lo psichiatra e il maresciallo del Reich si confrontano in scene memorabili, e Crowe assume colori diabolici quando tiene testa al suo avversario e gli insinua il dubbio: noi abbiamo i lager, sorride, voi avete la bomba atomica e Hiroshima e Nagasaki, davvero volete giudicarci?
Kelley scopre che non esiste precisamente un tipo umano sterminatore di ebrei. Esiste un tipo umano, punto. E di questo tipo fanno parte il narcisismo e l’ambizione, la crudeltà e la pretesa di superiorità. La stessa che si manifesta - ovviamente in forme molto diverse - negli imputati di Norimberga e nell’accusa. Ciò non significa, badate bene, che ogni azione si equivalga e che male e bene non esistano. Talvolta, piuttosto, essi sono mortalmente intrecciati, convivono nella stessa persona. La quale può decidere di commettere l’abominio o di fermarsi prima.
Questa scoperta atterrisce il dottor Kelley, il quale cerca disperatamente di convincere il mondo che l’orrore è ricorrente, si può ripetere anche se si è tentato di neutralizzarlo per sempre. Non che veicolare oggi queste idee sia più facile, anzi. Norimberga ci parla perché demolisce il manicheismo da cui ci siamo fatti infettare, sbriciola la pretesa superiorità morale e le divisioni quasi biologiche che in Occidente si usano fare tra buoni e cattivi. Mostra, in aggiunta, che sono le azioni a definirci e non i pensieri o le credenze. Certo, le ideologie possono aiutare, ma non sono sufficienti e soprattutto non ci levano dalle spalle un grammo di responsabilità.
Il processo allestito contro i gerarchi nazisti doveva essere un rito di purificazione, bisognava bruciare le streghe per confermarsi più giusti, più sani. Ma i protagonisti scoprono che le streghe sono sì terribili, ma pure terribilmente somiglianti a loro. Buoni e cattivi esistono, come no, e la linea di demarcazione dovrebbe essere a tutti chiara. Ma la rivelazione terribile è che varcarla è molto facile, la ricerca del potere conduce alla soppressione dell’umano e nessuno può credersi immune, protetto dal contagio. Il Male non è banale, ma è diffuso, e inestirpabile. Si può combattere, ma questo richiede un coraggioso atto di responsabilità (quello che compirà a un certo punto Kelley). Tutto il resto è illusione. È superiorità morale di chi pensa di poter eliminare il Nemico e non si rende conto di essere nemico lui stesso.
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Si tratta di un cinquantaseienne peruviano, irregolare e con precedenti per violenza sessuale, che si trova già in carcere per un altro reato. Lo straniero, infatti, è stato fermato due giorni dopo, la sera del 30 dicembre per una tentata rapina compiuta ai danni di una connazionale alla fermata Cimiano del metrò, pochi minuti prima di incontrare la diciannovenne la sera del 28 dicembre. Secondo la ricostruzione sull’episodio che lo ha portato in carcere l’uomo avrebbe aggredito violentemente alle spalle una diciannovenne rimasta sola sulla banchina in attesa del metrò, impossessandosi del suo telefono cellulare. Durante la rapina il cinquantaseienne avrebbe aggredito la connazionale, stringendola al collo con un braccio e tenendole la bocca chiusa con l’altra mano per impedirle di chiedere aiuto. Mentre la stava trascinando in un angolo della stazione, la giovane, vedendo l’arrivo di un treno, ha tentato di divincolarsi, riuscendo a riprendersi il telefono e venendo poi soccorsa dai passanti, mentre il peruviano si dava alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. Poco dopo, secondo l’ipotesi degli inquirenti che ne hanno disposto il fermo per l’ipotesi di reato di omicidio, l’uomo avrebbe incontrato Aurora Livoli e i due si sarebbero poi recati nello stabile di via Paruta, dove poi il giorno dopo è stato rinvenuto il corpo senza vita della ragazza.
La giovane era nata a Roma ma a 6 anni era stata adottata da una coppia di professionisti di Fondi, in Provincia di Latina. Aveva lasciato la casa della famiglia adottiva il 4 novembre, e aveva avuto l’ultimo contatto con loro il 26 di quel mese. Il 10 dicembre i genitori adottivi avevano denunciato alle forze dell’ordine l’allontanamento volontario della ragazza, che aveva lasciato casa senza soldi e senza vestiti, ma la maggiore età di Aurora aveva impedito qualsiasi ricerca concreta.
Il corpo di Aurora era stato trovato intorno alle 8.30 di lunedì 29 dicembre nel cortile dello stabile di via Paruta dal portiere del condominio, parzialmente svestito. I pantaloni della tuta erano stati usati per coprire le gambe, mentre un giubbotto adagiato come una coperta nascondeva il torace e l’addome completamente nudi. E soprattutto con ecchimosi sul volto e lividi sul collo, che fanno pensare a una colluttazione e a un possibile strangolamento. Forse dopo una violenza sessuale. La ragazza non aveva con sé telefono né documenti (accanto al corpo sono stati rinvenuti solo un pacchetto di sigarette e la biancheria intima della giovane) ed è stata identificata solo dopo che i suoi genitori adottivi l’avevano riconosciuta in una foto segnaletica diffusa dalle forze dell’ordine, tratta dal video di una telecamera di sorveglianza. Le stesse che hanno portato gli inquirenti a ritenere che peruviano sia l’uomo che, poco prima delle 23 del 28 dicembre è entrato nel cancello, aperto anche di notte, del supercondominio ai civici 74-76 della stradina privata non lontana da via Padova insieme ad Aurora, apparentemente senza alcuna costrizione.
Intorno all’una le telecamere riprendono di nuovo l’uomo, che esce da solo dal complesso residenziale. Dove rientra dopo poco tempo, per poi uscirne, definitivamente, alle 3.30, quando una delle telecamere del sistema di videosorveglianza del palazzo registra la sua seconda uscita. L’uomo si sarebbe poi allontanato su via Padova, percorrendola nella direzione che porta a Cascina Gobba. E proprio sugli orari certificati dalle telecamere stanno lavorando gli inquirenti, che cercano una risposta ai numerosi interrogativi.
A partire dal più importante di tutti: cosa hanno fatto e dov’erano Aurora e il suo presunto assassino tra le 23 e le 3.30? La diciannovenne era ancora viva quando l’uomo è uscito la prima volta? La giovane è veramente stata assassinata? Difficile pensare che i due abbiamo passato più di quattro ore nel cortile senza che nessuno vedesse o sentisse nulla. Per questo le indagini dei carabinieri della Compagnia Monforte e del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Antonio Pansa, anche se i residenti del palazzo, dopo il ritrovamento del corpo hanno detto di non aver mai visto la ragazza, lavorano per capire se uno dei due avesse in qualche modo la disponibilità di un punto d’appoggio all’interno del grande condominio. Un appartamento o forse una cantina adibita ad abitazione. Altre risposte potrebbero arrivare dai tabulati del cellulare della ragazza, che non è stato ritrovato accanto al corpo, circostanza che, fino alla sua identificazione, ha impedito di ricostruire i contatti di Aurora durante il suo soggiorno a Milano. E soprattutto durante le sue ultime ore di vita.
Il caso ha riacceso il tema politico sulla castrazione chimica. Mara Bizzotto, della Lega rilancia la proposta, chiedendo una risposta «di estrema fermezza» contro i reati sessuali, mentre Forza Italia frena, sollevando dubbi di costituzionalità. «Il nostro ordinamento non ammette pene corporali», avverte il portavoce azzurro Raffaele Nevi.
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Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
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Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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