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2022-12-12
Vaccini. Che cosa fanno ai nostri ragazzi
Ansa
Sembrava che la fine della pandemia avesse posto fine alla frenetica corsa alla vaccinazione anti Covid, soprattutto per la fascia di età 0-19 anni che rischia poco o nulla. Errore: a fronte di una percentuale di mortalità dello 0,0003%, stabile sia nel 2020 (senza vaccini) che nel 2021, l’intento di vaccinare in massa la popolazione studentesca appare inspiegabilmente urgente, a dispetto di tutte le evidenza scientifiche. Poco importa se, nel corso degli ultimi due anni, utilità, efficacia e sicurezza delle somministrazioni a bambini, adolescenti e ragazzi siano state tutt’altro che accertate, né unanimemente condivise dalla comunità scientifica internazionale. La bassissima letalità del virus è ormai inversamente proporzionale agli enormi sforzi che virostar, istituzioni e media continuano a effondere, con l’obiettivo finale di normalizzare a ogni costo la vaccinazione anti Covid nei giovani sani.
Prendiamo ad esempio il webinar organizzato dalla potente Fondazione Veronesi, su «Alfabetizzazione sanitaria ed esitazione vaccinale: il ruolo della scuola». Lo studio del professor Alessandro Siani, uscito su Science Direct a fine novembre, ha evidenziato, in effetti, che la fiducia nei vaccini è diminuita significativamente dall’inizio della pandemia. E anche il Cdc americano ha riscontrato un calo nelle vaccinazioni pediatriche di routine. Comprensibile: le pressioni di scienza televisiva, istituzioni e media sono state talmente violente da avere un effetto boomerang, e ora i cittadini non si fidano più. Per la prima volta nella storia si è, di fatto, obbligata una fascia di età a vaccinarsi non per sé stessa ma per proteggere altre generazioni, peraltro vaccinate. Enrico Letta lo ha rivendicato con disinvoltura a fine luglio: «I giovani hanno salvato vite: rischiavano molto poco, li abbiamo rinchiusi in casa, sono stati diligenti». L’occasione organizzata dalla Fondazione Veronesi sembrava dunque appropriata per fare autocritica sulle politiche di comunicazione pandemica, esplicitate con modalità invasive come l’obbligo di green pass.
La sorpresa è stata grande quando, sin dalle prime battute del webinar, è stato chiaro che l’obiettivo del forum era incentrato esclusivamente sull’esitazione dei giovani a vaccinarsi contro il Covid. A dirigere le danze l’ineffabile Cinzia Caporale, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di bioetica alla Sapienza ed ex membro del secondo Cts rinnovato da Mario Draghi. Con lei, il professore emerito Vincenzo Mannino, consigliere del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che in un lapsus freudiano ha rivendicato l’introduzione del green pass nelle scuole - che in realtà non c’è stato - come «controverso», anche se «alla fine è stato accettato». Presente anche Giovanni Rezza, dirigente Iss e direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. L’assunto numero uno della Fondazione è che i giovani devono vaccinarsi, tutti, contro il Covid: su questo non si discute neanche.
Il secondo assunto è che se non lo fanno, è perché sono disinformati: «Un italiano su quattro ha problemi a capire e a prendere decisioni consapevoli in materia sanitaria. La Fondazione intende contrastare il sentimento antiscientifico». «Perché» si è chiesto Andrea Grignolio del Vaccine hesitancy forum «le persone razionali (sic) dubitano dei vaccini?». Una delle cause, oltre ai «problemi personali» e alla «sfiducia nelle istituzioni», è senz’altro il «sovraccarico informativo»: «Non è foriero di buoni consigli» sostiene Grignolio «non aiuta, non bisogna sovraccaricare di informazioni ma veicolare quelle corrette». La normalizzazione, insomma, passa per l’indottrinamento.
Per capire come procedere, la Fondazione Veronesi ha coinvolto in un sondaggio oltre 5.000 studenti delle scuole secondarie, e ha scoperto che per orientare le scelte dei ragazzi potrebbero essere più efficaci gli incentivi economici che i disincentivi giuridici come il green pass. Perciò, se in Indonesia funziona regalare un pollo e in Thailandia un bovino, cosa può convincere un giovane italiano a vaccinarsi contro il Covid?
Ecco i suggerimenti più apprezzati dai ragazzi: «Conoscere un personaggio dello sport o dello spettacolo», «Partecipare a una trasmissione televisiva come spettatore», «Fare una gita scolastica in più con la classe». Il 34,6% del campione analizzato, per fortuna, si dice contrario all’uso di tali incentivi.
In America non sono andati troppo per il sottile e, lo scorso 20 ottobre, hanno aggiunto ex abrupto i vaccini anti Covid ai programmi di vaccinazione per l’infanzia. Il voto (15 a 0) del Cdc non rende la vaccinazione anti Covid obbligatoria -anche perché ogni Stato federale decide per sé - ma le iniezioni di Moderna, Pfizer e Novavax sono ormai «raccomandate» insieme con le vaccinazioni pediatriche di routine.
Anche in Brasile, con il ritorno di Lula è molto probabile che l’iniezione anti Covid sia d’ora in poi annoverata come requisito necessario per ottenere il sussidio per i poveri «bolsa familia». In Italia, si continua a puntare sul terrore: il 17 ottobre Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha dichiarato che «per far aumentare le vaccinazioni dei bambini occorrerà che aumentino i casi, ovvero che si inneschi un po’ di paura nei genitori». E anche nel documento di preparazione per l’autunno-inverno 2023 rilasciato dalla Commissione europea lo scorso 2 settembre, si legge che la pandemia non è affatto finita e che la vaccinazione dei bambini è «prioritaria» così come quella degli adulti, «compresi quelli che hanno già avuto la malattia» (cioè i guariti). Siamo ancora a pagina uno, insomma.
«Inoculazioni dannose per i giovani». Ma l’Italia ignora gli avvertimenti
Quando il mondo era normale, il buon medico di famiglia, prima di prescrivere una profilassi a un paziente, si accertava che questa adempisse a tre semplici criteri: «Serve? Funziona? Non fa male?». Sull’utilità, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini a bambini e ragazzi, la comunità scientifica dal 2020 è in cortocircuito. Gli enti preposti per rilasciare le autorizzazioni, Fda ed Ema, sono andati avanti a ritmi forsennati, senza che quei tre criteri fossero mai riconosciuti come pienamente soddisfatti dall’intera comunità scientifica internazionale: molte sono state le controversie e i ripensamenti. Pour cause: lo studio di Vo’ Euganeo uscito ad aprile 2020 certifica fin dall’inizio che i più piccoli si contagiano meno facilmente. Ed è sempre stato evidente che la fascia di età da 0 a 19 anni non fosse a rischio. Bastava guardare i numeri ufficiali: dopo quasi un anno senza vaccini, il bollettino Iss del 2 dicembre 2020 registrava una mortalità, nella fascia di età 0-19 anni, dello 0,0002% (sarà uguale anche nel 2021); su 10.598.610 nella fascia 0-19 anni, «soltanto» 15 erano morti Covid, e praticamente tutti con altre patologie. Suonerà sempre incomprensibile, mesi dopo, la spericolata definizione del Covid come «malattia pediatrica», rilasciata sia dall’ex direttore generale di Aifa ed Ema Guido Rasi sia dall’attuale presidente Aifa Giorgio Palù.
la corsa
Nonostante i dati più che rassicuranti sulla mortalità, la corsa degli enti regolatori all’estensione delle autorizzazioni anche sui minori è frenetica. Dopo la prima agli over 16 (rilasciata da Ema il 21 dicembre 2020), pochi mesi dopo (il 28 maggio) arriva quella per gli adolescenti di 12-15 anni e, a distanza di altri sei mesi (il 25 novembre), quella per vaccinare i bambini di 5-11 anni. Già a febbraio 2021 si leva, solitaria, la voce della Società francese di pediatria: «Questa vaccinazione non sembra necessaria nei bambini sani». In Italia, il criterio dell’utilità non attecchisce: quando Roberto Speranza saluta a maggio l’arrivo dell’autorizzazione ai dodicenni, scrive che «è un’importante novità per la riapertura delle scuole». La vaccinazione, insomma, è inquadrata sin dall’inizio come funzionale al rientro negli istituti scolastici, che le istituzioni non riescono a rendere «sicuri».
A giugno 2021, mentre in Italia partono i festosi «Open day» di Astrazeneca, in Germania il direttore della commissione vaccinazioni Stiko, Thomas Mertens, ammonisce: «La vaccinazione non è una caramella. I dati non sono sufficienti». Il 3 giugno anche l’Iss francese (Has), dice che per gli adolescenti sani non c’è fretta. L’8 giugno, il Comité consultatif national d’ethique francese definisce la vaccinazione degli under 12 «eticamente e scientificamente inaccettabile». Due giorni dopo, l’Italia piange Camilla Canepa, studentessa di 18 anni deceduta dopo la somministrazione. Guido Rasi annuncia che non vaccinerà sua figlia. Il 15 luglio 2021 anche l’ente vaccinale governativo britannico Jcvi raccomanda la vaccinazione soltanto ai giovani malati e fragili.
VALUTAZIONE POLITICA
In Italia, invece, impazza l’orgia vaccinale e tra giugno e agosto le istituzioni associano la vaccinazione a incentivi al limite dell’oltraggioso: un gelato, un panino, pizza e birra; in America in cambio della puntura viene offerta perfino la cannabis. L’obiettivo è far vaccinare i ragazzi prima delle vacanze e del rientro a scuola. In Italia è istituito il green pass. Ad agosto 2021 la direttrice dell’ufficio vaccini di Fda, Marion Gruber, si dimette a causa delle pressioni del Cdc e dell’amministrazione di Joe Biden su terze dosi e vaccinazioni pediatriche. Il 3 settembre il Jcvi parla di «margine di beneficio troppo esiguo per i sani di 12-15 anni». L’ente precisa inoltre che «non rientra nel mandato del Jcvi considerare gli impatti sociali della vaccinazione, né i benefici educativi». Se al governo fa comodo che gli studenti si vaccinino, non è una valutazione scientifica ma politica, dice in pratica il Jcvi. Il 26 ottobre in America diversi esperti della commissione vaccini di Fda (Vrpbac), tra cui Marc Sawyer ed Eric Rubin, ammettono: «Non sappiamo se i vaccini siano pericolosi per i bambini, lo verificheremo sul campo». Il 6 novembre anche l’epidemiologo John Ioannidis, dichiara: «Abbiamo poche informazioni e gli effetti avversi sono underreported e undercaptured. No all’obbligo». Il 12 novembre 2021, il Cdc (l’Agenzia di sanità pubblica Usa) mette nero su bianco che «dalla valutazione delle prove Grade sui potenziali danni post vaccino sui bambini di 5-11 anni, il livello di sicurezza è di tipo quattro (molto basso) per gli eventi avversi gravi». Il 3 dicembre Ema segnala un maggior rischio di miocardite e pericardite con i vaccini mRna, soprattutto Moderna. Ma la pressione di «scienzaTm», stampa e media è talmente forte che il 10 dicembre 2021 l’Iss appone sul proprio sito il bollino «fake news» sulla frase: «I bambini non si ammalano di Covid e se si ammalano non muoiono, dunque è inutile vaccinare». Per l’ennesima volta, la scienza si piega alla censura politica. Il 22 dicembre 2021 il Jcvi consiglia la vaccinazione della fascia 5-11 anni solo nei bambini a rischio o fragili. Uguale posizione anche in Francia.
CAMBIO DI ROTTA
Il 2022 si inaugura con feroci polemiche in America: a fine gennaio Monica Gandhi e Paul Offit, della commissione vaccini di Fda, annunciano che non faranno fare la terza dose ai propri figli. In Norvegia la vaccinazione dei bambini non è più raccomandata. Il 28 gennaio l’agenzia svedese per la salute pubblica non raccomanda più i vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni («i benefici non superano i rischi»). Il 4 febbraio si accoda anche la Danimarca. E in Italia? Niente da fare: la pressione mediatica sulle terze dosi a bambini e adolescenti è enorme, nonostante Ema, per tutto gennaio e febbraio 2022, continui a indicare sul proprio sito che «non sono raccomandate». A febbraio viene introdotto il super green pass.
Il 3 aprile il Wall Street Journal ospita un durissimo articolo sui vaccini di Marty Makary, professore alla John Hopkins University: «Il Cdc non è trasparente nelle indagini sui giovani morti dopo la vaccinazione». Il 20 aprile esce su Jama Cardiology uno studio «tombale» sulle miocarditi: è una metanalisi su studi di coorte effettuati in quattro Paesi. Le conclusioni non lasciano spazio a repliche: «Il rischio di miocardite è più alto nei giovani vaccinati rispetto a quelli non vaccinati». Il 30 giugno 2022 lo stesso Iss pubblica su Lancet uno studio in cui parla di efficacia molto bassa sui bambini: tra 21% e 29% contro i contagi, del 41% contro la malattia. Il 1° luglio la Danimarca decide che la vaccinazione degli under 50 non è più raccomandata. In Svezia è revocata sotto i 18 anni. L’8 ottobre il ministro della Salute dello Stato della Florida, Joseph Ladapo, sgancia la bomba: «L’analisi sui vaccini mRna dimostra un aumento del rischio di morte per cause cardiache tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 39 anni. La Florida non intendere nascondere la verità». Soltanto il 14 novembre Pfizer e Moderna annunciano di voler monitorare eventuali effetti negativi negli anni successivi alla diagnosi di problemi cardiaci legati al vaccino. «Potrebbero essere il 2%, lo 0% il 20%»: l’annuncio sembra più una beffa che una buona notizia. Anche perché le istituzioni italiane continuano a tacere.
Continua a leggereRiduci
A dispetto di tutte le evidenze scientifiche, nel nostro Paese si insiste ancora sulla necessità delle punture per chi frequenta le scuole. In questa fascia d’età è basso il rischio di ammalarsi ma è alto quello di gravi effetti collaterali. Il risultato dell’indottrinamento? Crolla la residua fiducia nelle campagne di immunizzazione.Perfino l’Istituto superiore di sanità ha attestato una mortalità bassissima: 0,0002% sotto i 19 anni. Eppure il virus è stato classificato come «malattia pediatrica». Tutto il mondo ha invitato alla prudenza. A parte noi.Lo speciale contiene due articoliSembrava che la fine della pandemia avesse posto fine alla frenetica corsa alla vaccinazione anti Covid, soprattutto per la fascia di età 0-19 anni che rischia poco o nulla. Errore: a fronte di una percentuale di mortalità dello 0,0003%, stabile sia nel 2020 (senza vaccini) che nel 2021, l’intento di vaccinare in massa la popolazione studentesca appare inspiegabilmente urgente, a dispetto di tutte le evidenza scientifiche. Poco importa se, nel corso degli ultimi due anni, utilità, efficacia e sicurezza delle somministrazioni a bambini, adolescenti e ragazzi siano state tutt’altro che accertate, né unanimemente condivise dalla comunità scientifica internazionale. La bassissima letalità del virus è ormai inversamente proporzionale agli enormi sforzi che virostar, istituzioni e media continuano a effondere, con l’obiettivo finale di normalizzare a ogni costo la vaccinazione anti Covid nei giovani sani. Prendiamo ad esempio il webinar organizzato dalla potente Fondazione Veronesi, su «Alfabetizzazione sanitaria ed esitazione vaccinale: il ruolo della scuola». Lo studio del professor Alessandro Siani, uscito su Science Direct a fine novembre, ha evidenziato, in effetti, che la fiducia nei vaccini è diminuita significativamente dall’inizio della pandemia. E anche il Cdc americano ha riscontrato un calo nelle vaccinazioni pediatriche di routine. Comprensibile: le pressioni di scienza televisiva, istituzioni e media sono state talmente violente da avere un effetto boomerang, e ora i cittadini non si fidano più. Per la prima volta nella storia si è, di fatto, obbligata una fascia di età a vaccinarsi non per sé stessa ma per proteggere altre generazioni, peraltro vaccinate. Enrico Letta lo ha rivendicato con disinvoltura a fine luglio: «I giovani hanno salvato vite: rischiavano molto poco, li abbiamo rinchiusi in casa, sono stati diligenti». L’occasione organizzata dalla Fondazione Veronesi sembrava dunque appropriata per fare autocritica sulle politiche di comunicazione pandemica, esplicitate con modalità invasive come l’obbligo di green pass. La sorpresa è stata grande quando, sin dalle prime battute del webinar, è stato chiaro che l’obiettivo del forum era incentrato esclusivamente sull’esitazione dei giovani a vaccinarsi contro il Covid. A dirigere le danze l’ineffabile Cinzia Caporale, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di bioetica alla Sapienza ed ex membro del secondo Cts rinnovato da Mario Draghi. Con lei, il professore emerito Vincenzo Mannino, consigliere del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che in un lapsus freudiano ha rivendicato l’introduzione del green pass nelle scuole - che in realtà non c’è stato - come «controverso», anche se «alla fine è stato accettato». Presente anche Giovanni Rezza, dirigente Iss e direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. L’assunto numero uno della Fondazione è che i giovani devono vaccinarsi, tutti, contro il Covid: su questo non si discute neanche. Il secondo assunto è che se non lo fanno, è perché sono disinformati: «Un italiano su quattro ha problemi a capire e a prendere decisioni consapevoli in materia sanitaria. La Fondazione intende contrastare il sentimento antiscientifico». «Perché» si è chiesto Andrea Grignolio del Vaccine hesitancy forum «le persone razionali (sic) dubitano dei vaccini?». Una delle cause, oltre ai «problemi personali» e alla «sfiducia nelle istituzioni», è senz’altro il «sovraccarico informativo»: «Non è foriero di buoni consigli» sostiene Grignolio «non aiuta, non bisogna sovraccaricare di informazioni ma veicolare quelle corrette». La normalizzazione, insomma, passa per l’indottrinamento. Per capire come procedere, la Fondazione Veronesi ha coinvolto in un sondaggio oltre 5.000 studenti delle scuole secondarie, e ha scoperto che per orientare le scelte dei ragazzi potrebbero essere più efficaci gli incentivi economici che i disincentivi giuridici come il green pass. Perciò, se in Indonesia funziona regalare un pollo e in Thailandia un bovino, cosa può convincere un giovane italiano a vaccinarsi contro il Covid? Ecco i suggerimenti più apprezzati dai ragazzi: «Conoscere un personaggio dello sport o dello spettacolo», «Partecipare a una trasmissione televisiva come spettatore», «Fare una gita scolastica in più con la classe». Il 34,6% del campione analizzato, per fortuna, si dice contrario all’uso di tali incentivi.In America non sono andati troppo per il sottile e, lo scorso 20 ottobre, hanno aggiunto ex abrupto i vaccini anti Covid ai programmi di vaccinazione per l’infanzia. Il voto (15 a 0) del Cdc non rende la vaccinazione anti Covid obbligatoria -anche perché ogni Stato federale decide per sé - ma le iniezioni di Moderna, Pfizer e Novavax sono ormai «raccomandate» insieme con le vaccinazioni pediatriche di routine. Anche in Brasile, con il ritorno di Lula è molto probabile che l’iniezione anti Covid sia d’ora in poi annoverata come requisito necessario per ottenere il sussidio per i poveri «bolsa familia». In Italia, si continua a puntare sul terrore: il 17 ottobre Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha dichiarato che «per far aumentare le vaccinazioni dei bambini occorrerà che aumentino i casi, ovvero che si inneschi un po’ di paura nei genitori». E anche nel documento di preparazione per l’autunno-inverno 2023 rilasciato dalla Commissione europea lo scorso 2 settembre, si legge che la pandemia non è affatto finita e che la vaccinazione dei bambini è «prioritaria» così come quella degli adulti, «compresi quelli che hanno già avuto la malattia» (cioè i guariti). Siamo ancora a pagina uno, insomma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-che-cosa-fanno-ai-nostri-ragazzi-2658948459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inoculazioni-dannose-per-i-giovani-ma-litalia-ignora-gli-avvertimenti" data-post-id="2658948459" data-published-at="1670755098" data-use-pagination="False"> «Inoculazioni dannose per i giovani». Ma l’Italia ignora gli avvertimenti Quando il mondo era normale, il buon medico di famiglia, prima di prescrivere una profilassi a un paziente, si accertava che questa adempisse a tre semplici criteri: «Serve? Funziona? Non fa male?». Sull’utilità, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini a bambini e ragazzi, la comunità scientifica dal 2020 è in cortocircuito. Gli enti preposti per rilasciare le autorizzazioni, Fda ed Ema, sono andati avanti a ritmi forsennati, senza che quei tre criteri fossero mai riconosciuti come pienamente soddisfatti dall’intera comunità scientifica internazionale: molte sono state le controversie e i ripensamenti. Pour cause: lo studio di Vo’ Euganeo uscito ad aprile 2020 certifica fin dall’inizio che i più piccoli si contagiano meno facilmente. Ed è sempre stato evidente che la fascia di età da 0 a 19 anni non fosse a rischio. Bastava guardare i numeri ufficiali: dopo quasi un anno senza vaccini, il bollettino Iss del 2 dicembre 2020 registrava una mortalità, nella fascia di età 0-19 anni, dello 0,0002% (sarà uguale anche nel 2021); su 10.598.610 nella fascia 0-19 anni, «soltanto» 15 erano morti Covid, e praticamente tutti con altre patologie. Suonerà sempre incomprensibile, mesi dopo, la spericolata definizione del Covid come «malattia pediatrica», rilasciata sia dall’ex direttore generale di Aifa ed Ema Guido Rasi sia dall’attuale presidente Aifa Giorgio Palù. la corsa Nonostante i dati più che rassicuranti sulla mortalità, la corsa degli enti regolatori all’estensione delle autorizzazioni anche sui minori è frenetica. Dopo la prima agli over 16 (rilasciata da Ema il 21 dicembre 2020), pochi mesi dopo (il 28 maggio) arriva quella per gli adolescenti di 12-15 anni e, a distanza di altri sei mesi (il 25 novembre), quella per vaccinare i bambini di 5-11 anni. Già a febbraio 2021 si leva, solitaria, la voce della Società francese di pediatria: «Questa vaccinazione non sembra necessaria nei bambini sani». In Italia, il criterio dell’utilità non attecchisce: quando Roberto Speranza saluta a maggio l’arrivo dell’autorizzazione ai dodicenni, scrive che «è un’importante novità per la riapertura delle scuole». La vaccinazione, insomma, è inquadrata sin dall’inizio come funzionale al rientro negli istituti scolastici, che le istituzioni non riescono a rendere «sicuri». A giugno 2021, mentre in Italia partono i festosi «Open day» di Astrazeneca, in Germania il direttore della commissione vaccinazioni Stiko, Thomas Mertens, ammonisce: «La vaccinazione non è una caramella. I dati non sono sufficienti». Il 3 giugno anche l’Iss francese (Has), dice che per gli adolescenti sani non c’è fretta. L’8 giugno, il Comité consultatif national d’ethique francese definisce la vaccinazione degli under 12 «eticamente e scientificamente inaccettabile». Due giorni dopo, l’Italia piange Camilla Canepa, studentessa di 18 anni deceduta dopo la somministrazione. Guido Rasi annuncia che non vaccinerà sua figlia. Il 15 luglio 2021 anche l’ente vaccinale governativo britannico Jcvi raccomanda la vaccinazione soltanto ai giovani malati e fragili. VALUTAZIONE POLITICA In Italia, invece, impazza l’orgia vaccinale e tra giugno e agosto le istituzioni associano la vaccinazione a incentivi al limite dell’oltraggioso: un gelato, un panino, pizza e birra; in America in cambio della puntura viene offerta perfino la cannabis. L’obiettivo è far vaccinare i ragazzi prima delle vacanze e del rientro a scuola. In Italia è istituito il green pass. Ad agosto 2021 la direttrice dell’ufficio vaccini di Fda, Marion Gruber, si dimette a causa delle pressioni del Cdc e dell’amministrazione di Joe Biden su terze dosi e vaccinazioni pediatriche. Il 3 settembre il Jcvi parla di «margine di beneficio troppo esiguo per i sani di 12-15 anni». L’ente precisa inoltre che «non rientra nel mandato del Jcvi considerare gli impatti sociali della vaccinazione, né i benefici educativi». Se al governo fa comodo che gli studenti si vaccinino, non è una valutazione scientifica ma politica, dice in pratica il Jcvi. Il 26 ottobre in America diversi esperti della commissione vaccini di Fda (Vrpbac), tra cui Marc Sawyer ed Eric Rubin, ammettono: «Non sappiamo se i vaccini siano pericolosi per i bambini, lo verificheremo sul campo». Il 6 novembre anche l’epidemiologo John Ioannidis, dichiara: «Abbiamo poche informazioni e gli effetti avversi sono underreported e undercaptured. No all’obbligo». Il 12 novembre 2021, il Cdc (l’Agenzia di sanità pubblica Usa) mette nero su bianco che «dalla valutazione delle prove Grade sui potenziali danni post vaccino sui bambini di 5-11 anni, il livello di sicurezza è di tipo quattro (molto basso) per gli eventi avversi gravi». Il 3 dicembre Ema segnala un maggior rischio di miocardite e pericardite con i vaccini mRna, soprattutto Moderna. Ma la pressione di «scienzaTm», stampa e media è talmente forte che il 10 dicembre 2021 l’Iss appone sul proprio sito il bollino «fake news» sulla frase: «I bambini non si ammalano di Covid e se si ammalano non muoiono, dunque è inutile vaccinare». Per l’ennesima volta, la scienza si piega alla censura politica. Il 22 dicembre 2021 il Jcvi consiglia la vaccinazione della fascia 5-11 anni solo nei bambini a rischio o fragili. Uguale posizione anche in Francia. CAMBIO DI ROTTA Il 2022 si inaugura con feroci polemiche in America: a fine gennaio Monica Gandhi e Paul Offit, della commissione vaccini di Fda, annunciano che non faranno fare la terza dose ai propri figli. In Norvegia la vaccinazione dei bambini non è più raccomandata. Il 28 gennaio l’agenzia svedese per la salute pubblica non raccomanda più i vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni («i benefici non superano i rischi»). Il 4 febbraio si accoda anche la Danimarca. E in Italia? Niente da fare: la pressione mediatica sulle terze dosi a bambini e adolescenti è enorme, nonostante Ema, per tutto gennaio e febbraio 2022, continui a indicare sul proprio sito che «non sono raccomandate». A febbraio viene introdotto il super green pass. Il 3 aprile il Wall Street Journal ospita un durissimo articolo sui vaccini di Marty Makary, professore alla John Hopkins University: «Il Cdc non è trasparente nelle indagini sui giovani morti dopo la vaccinazione». Il 20 aprile esce su Jama Cardiology uno studio «tombale» sulle miocarditi: è una metanalisi su studi di coorte effettuati in quattro Paesi. Le conclusioni non lasciano spazio a repliche: «Il rischio di miocardite è più alto nei giovani vaccinati rispetto a quelli non vaccinati». Il 30 giugno 2022 lo stesso Iss pubblica su Lancet uno studio in cui parla di efficacia molto bassa sui bambini: tra 21% e 29% contro i contagi, del 41% contro la malattia. Il 1° luglio la Danimarca decide che la vaccinazione degli under 50 non è più raccomandata. In Svezia è revocata sotto i 18 anni. L’8 ottobre il ministro della Salute dello Stato della Florida, Joseph Ladapo, sgancia la bomba: «L’analisi sui vaccini mRna dimostra un aumento del rischio di morte per cause cardiache tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 39 anni. La Florida non intendere nascondere la verità». Soltanto il 14 novembre Pfizer e Moderna annunciano di voler monitorare eventuali effetti negativi negli anni successivi alla diagnosi di problemi cardiaci legati al vaccino. «Potrebbero essere il 2%, lo 0% il 20%»: l’annuncio sembra più una beffa che una buona notizia. Anche perché le istituzioni italiane continuano a tacere.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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