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2022-12-12
Vaccini. Che cosa fanno ai nostri ragazzi
Ansa
Sembrava che la fine della pandemia avesse posto fine alla frenetica corsa alla vaccinazione anti Covid, soprattutto per la fascia di età 0-19 anni che rischia poco o nulla. Errore: a fronte di una percentuale di mortalità dello 0,0003%, stabile sia nel 2020 (senza vaccini) che nel 2021, l’intento di vaccinare in massa la popolazione studentesca appare inspiegabilmente urgente, a dispetto di tutte le evidenza scientifiche. Poco importa se, nel corso degli ultimi due anni, utilità, efficacia e sicurezza delle somministrazioni a bambini, adolescenti e ragazzi siano state tutt’altro che accertate, né unanimemente condivise dalla comunità scientifica internazionale. La bassissima letalità del virus è ormai inversamente proporzionale agli enormi sforzi che virostar, istituzioni e media continuano a effondere, con l’obiettivo finale di normalizzare a ogni costo la vaccinazione anti Covid nei giovani sani.
Prendiamo ad esempio il webinar organizzato dalla potente Fondazione Veronesi, su «Alfabetizzazione sanitaria ed esitazione vaccinale: il ruolo della scuola». Lo studio del professor Alessandro Siani, uscito su Science Direct a fine novembre, ha evidenziato, in effetti, che la fiducia nei vaccini è diminuita significativamente dall’inizio della pandemia. E anche il Cdc americano ha riscontrato un calo nelle vaccinazioni pediatriche di routine. Comprensibile: le pressioni di scienza televisiva, istituzioni e media sono state talmente violente da avere un effetto boomerang, e ora i cittadini non si fidano più. Per la prima volta nella storia si è, di fatto, obbligata una fascia di età a vaccinarsi non per sé stessa ma per proteggere altre generazioni, peraltro vaccinate. Enrico Letta lo ha rivendicato con disinvoltura a fine luglio: «I giovani hanno salvato vite: rischiavano molto poco, li abbiamo rinchiusi in casa, sono stati diligenti». L’occasione organizzata dalla Fondazione Veronesi sembrava dunque appropriata per fare autocritica sulle politiche di comunicazione pandemica, esplicitate con modalità invasive come l’obbligo di green pass.
La sorpresa è stata grande quando, sin dalle prime battute del webinar, è stato chiaro che l’obiettivo del forum era incentrato esclusivamente sull’esitazione dei giovani a vaccinarsi contro il Covid. A dirigere le danze l’ineffabile Cinzia Caporale, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di bioetica alla Sapienza ed ex membro del secondo Cts rinnovato da Mario Draghi. Con lei, il professore emerito Vincenzo Mannino, consigliere del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che in un lapsus freudiano ha rivendicato l’introduzione del green pass nelle scuole - che in realtà non c’è stato - come «controverso», anche se «alla fine è stato accettato». Presente anche Giovanni Rezza, dirigente Iss e direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. L’assunto numero uno della Fondazione è che i giovani devono vaccinarsi, tutti, contro il Covid: su questo non si discute neanche.
Il secondo assunto è che se non lo fanno, è perché sono disinformati: «Un italiano su quattro ha problemi a capire e a prendere decisioni consapevoli in materia sanitaria. La Fondazione intende contrastare il sentimento antiscientifico». «Perché» si è chiesto Andrea Grignolio del Vaccine hesitancy forum «le persone razionali (sic) dubitano dei vaccini?». Una delle cause, oltre ai «problemi personali» e alla «sfiducia nelle istituzioni», è senz’altro il «sovraccarico informativo»: «Non è foriero di buoni consigli» sostiene Grignolio «non aiuta, non bisogna sovraccaricare di informazioni ma veicolare quelle corrette». La normalizzazione, insomma, passa per l’indottrinamento.
Per capire come procedere, la Fondazione Veronesi ha coinvolto in un sondaggio oltre 5.000 studenti delle scuole secondarie, e ha scoperto che per orientare le scelte dei ragazzi potrebbero essere più efficaci gli incentivi economici che i disincentivi giuridici come il green pass. Perciò, se in Indonesia funziona regalare un pollo e in Thailandia un bovino, cosa può convincere un giovane italiano a vaccinarsi contro il Covid?
Ecco i suggerimenti più apprezzati dai ragazzi: «Conoscere un personaggio dello sport o dello spettacolo», «Partecipare a una trasmissione televisiva come spettatore», «Fare una gita scolastica in più con la classe». Il 34,6% del campione analizzato, per fortuna, si dice contrario all’uso di tali incentivi.
In America non sono andati troppo per il sottile e, lo scorso 20 ottobre, hanno aggiunto ex abrupto i vaccini anti Covid ai programmi di vaccinazione per l’infanzia. Il voto (15 a 0) del Cdc non rende la vaccinazione anti Covid obbligatoria -anche perché ogni Stato federale decide per sé - ma le iniezioni di Moderna, Pfizer e Novavax sono ormai «raccomandate» insieme con le vaccinazioni pediatriche di routine.
Anche in Brasile, con il ritorno di Lula è molto probabile che l’iniezione anti Covid sia d’ora in poi annoverata come requisito necessario per ottenere il sussidio per i poveri «bolsa familia». In Italia, si continua a puntare sul terrore: il 17 ottobre Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha dichiarato che «per far aumentare le vaccinazioni dei bambini occorrerà che aumentino i casi, ovvero che si inneschi un po’ di paura nei genitori». E anche nel documento di preparazione per l’autunno-inverno 2023 rilasciato dalla Commissione europea lo scorso 2 settembre, si legge che la pandemia non è affatto finita e che la vaccinazione dei bambini è «prioritaria» così come quella degli adulti, «compresi quelli che hanno già avuto la malattia» (cioè i guariti). Siamo ancora a pagina uno, insomma.
«Inoculazioni dannose per i giovani». Ma l’Italia ignora gli avvertimenti
Quando il mondo era normale, il buon medico di famiglia, prima di prescrivere una profilassi a un paziente, si accertava che questa adempisse a tre semplici criteri: «Serve? Funziona? Non fa male?». Sull’utilità, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini a bambini e ragazzi, la comunità scientifica dal 2020 è in cortocircuito. Gli enti preposti per rilasciare le autorizzazioni, Fda ed Ema, sono andati avanti a ritmi forsennati, senza che quei tre criteri fossero mai riconosciuti come pienamente soddisfatti dall’intera comunità scientifica internazionale: molte sono state le controversie e i ripensamenti. Pour cause: lo studio di Vo’ Euganeo uscito ad aprile 2020 certifica fin dall’inizio che i più piccoli si contagiano meno facilmente. Ed è sempre stato evidente che la fascia di età da 0 a 19 anni non fosse a rischio. Bastava guardare i numeri ufficiali: dopo quasi un anno senza vaccini, il bollettino Iss del 2 dicembre 2020 registrava una mortalità, nella fascia di età 0-19 anni, dello 0,0002% (sarà uguale anche nel 2021); su 10.598.610 nella fascia 0-19 anni, «soltanto» 15 erano morti Covid, e praticamente tutti con altre patologie. Suonerà sempre incomprensibile, mesi dopo, la spericolata definizione del Covid come «malattia pediatrica», rilasciata sia dall’ex direttore generale di Aifa ed Ema Guido Rasi sia dall’attuale presidente Aifa Giorgio Palù.
la corsa
Nonostante i dati più che rassicuranti sulla mortalità, la corsa degli enti regolatori all’estensione delle autorizzazioni anche sui minori è frenetica. Dopo la prima agli over 16 (rilasciata da Ema il 21 dicembre 2020), pochi mesi dopo (il 28 maggio) arriva quella per gli adolescenti di 12-15 anni e, a distanza di altri sei mesi (il 25 novembre), quella per vaccinare i bambini di 5-11 anni. Già a febbraio 2021 si leva, solitaria, la voce della Società francese di pediatria: «Questa vaccinazione non sembra necessaria nei bambini sani». In Italia, il criterio dell’utilità non attecchisce: quando Roberto Speranza saluta a maggio l’arrivo dell’autorizzazione ai dodicenni, scrive che «è un’importante novità per la riapertura delle scuole». La vaccinazione, insomma, è inquadrata sin dall’inizio come funzionale al rientro negli istituti scolastici, che le istituzioni non riescono a rendere «sicuri».
A giugno 2021, mentre in Italia partono i festosi «Open day» di Astrazeneca, in Germania il direttore della commissione vaccinazioni Stiko, Thomas Mertens, ammonisce: «La vaccinazione non è una caramella. I dati non sono sufficienti». Il 3 giugno anche l’Iss francese (Has), dice che per gli adolescenti sani non c’è fretta. L’8 giugno, il Comité consultatif national d’ethique francese definisce la vaccinazione degli under 12 «eticamente e scientificamente inaccettabile». Due giorni dopo, l’Italia piange Camilla Canepa, studentessa di 18 anni deceduta dopo la somministrazione. Guido Rasi annuncia che non vaccinerà sua figlia. Il 15 luglio 2021 anche l’ente vaccinale governativo britannico Jcvi raccomanda la vaccinazione soltanto ai giovani malati e fragili.
VALUTAZIONE POLITICA
In Italia, invece, impazza l’orgia vaccinale e tra giugno e agosto le istituzioni associano la vaccinazione a incentivi al limite dell’oltraggioso: un gelato, un panino, pizza e birra; in America in cambio della puntura viene offerta perfino la cannabis. L’obiettivo è far vaccinare i ragazzi prima delle vacanze e del rientro a scuola. In Italia è istituito il green pass. Ad agosto 2021 la direttrice dell’ufficio vaccini di Fda, Marion Gruber, si dimette a causa delle pressioni del Cdc e dell’amministrazione di Joe Biden su terze dosi e vaccinazioni pediatriche. Il 3 settembre il Jcvi parla di «margine di beneficio troppo esiguo per i sani di 12-15 anni». L’ente precisa inoltre che «non rientra nel mandato del Jcvi considerare gli impatti sociali della vaccinazione, né i benefici educativi». Se al governo fa comodo che gli studenti si vaccinino, non è una valutazione scientifica ma politica, dice in pratica il Jcvi. Il 26 ottobre in America diversi esperti della commissione vaccini di Fda (Vrpbac), tra cui Marc Sawyer ed Eric Rubin, ammettono: «Non sappiamo se i vaccini siano pericolosi per i bambini, lo verificheremo sul campo». Il 6 novembre anche l’epidemiologo John Ioannidis, dichiara: «Abbiamo poche informazioni e gli effetti avversi sono underreported e undercaptured. No all’obbligo». Il 12 novembre 2021, il Cdc (l’Agenzia di sanità pubblica Usa) mette nero su bianco che «dalla valutazione delle prove Grade sui potenziali danni post vaccino sui bambini di 5-11 anni, il livello di sicurezza è di tipo quattro (molto basso) per gli eventi avversi gravi». Il 3 dicembre Ema segnala un maggior rischio di miocardite e pericardite con i vaccini mRna, soprattutto Moderna. Ma la pressione di «scienzaTm», stampa e media è talmente forte che il 10 dicembre 2021 l’Iss appone sul proprio sito il bollino «fake news» sulla frase: «I bambini non si ammalano di Covid e se si ammalano non muoiono, dunque è inutile vaccinare». Per l’ennesima volta, la scienza si piega alla censura politica. Il 22 dicembre 2021 il Jcvi consiglia la vaccinazione della fascia 5-11 anni solo nei bambini a rischio o fragili. Uguale posizione anche in Francia.
CAMBIO DI ROTTA
Il 2022 si inaugura con feroci polemiche in America: a fine gennaio Monica Gandhi e Paul Offit, della commissione vaccini di Fda, annunciano che non faranno fare la terza dose ai propri figli. In Norvegia la vaccinazione dei bambini non è più raccomandata. Il 28 gennaio l’agenzia svedese per la salute pubblica non raccomanda più i vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni («i benefici non superano i rischi»). Il 4 febbraio si accoda anche la Danimarca. E in Italia? Niente da fare: la pressione mediatica sulle terze dosi a bambini e adolescenti è enorme, nonostante Ema, per tutto gennaio e febbraio 2022, continui a indicare sul proprio sito che «non sono raccomandate». A febbraio viene introdotto il super green pass.
Il 3 aprile il Wall Street Journal ospita un durissimo articolo sui vaccini di Marty Makary, professore alla John Hopkins University: «Il Cdc non è trasparente nelle indagini sui giovani morti dopo la vaccinazione». Il 20 aprile esce su Jama Cardiology uno studio «tombale» sulle miocarditi: è una metanalisi su studi di coorte effettuati in quattro Paesi. Le conclusioni non lasciano spazio a repliche: «Il rischio di miocardite è più alto nei giovani vaccinati rispetto a quelli non vaccinati». Il 30 giugno 2022 lo stesso Iss pubblica su Lancet uno studio in cui parla di efficacia molto bassa sui bambini: tra 21% e 29% contro i contagi, del 41% contro la malattia. Il 1° luglio la Danimarca decide che la vaccinazione degli under 50 non è più raccomandata. In Svezia è revocata sotto i 18 anni. L’8 ottobre il ministro della Salute dello Stato della Florida, Joseph Ladapo, sgancia la bomba: «L’analisi sui vaccini mRna dimostra un aumento del rischio di morte per cause cardiache tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 39 anni. La Florida non intendere nascondere la verità». Soltanto il 14 novembre Pfizer e Moderna annunciano di voler monitorare eventuali effetti negativi negli anni successivi alla diagnosi di problemi cardiaci legati al vaccino. «Potrebbero essere il 2%, lo 0% il 20%»: l’annuncio sembra più una beffa che una buona notizia. Anche perché le istituzioni italiane continuano a tacere.
Continua a leggereRiduci
A dispetto di tutte le evidenze scientifiche, nel nostro Paese si insiste ancora sulla necessità delle punture per chi frequenta le scuole. In questa fascia d’età è basso il rischio di ammalarsi ma è alto quello di gravi effetti collaterali. Il risultato dell’indottrinamento? Crolla la residua fiducia nelle campagne di immunizzazione.Perfino l’Istituto superiore di sanità ha attestato una mortalità bassissima: 0,0002% sotto i 19 anni. Eppure il virus è stato classificato come «malattia pediatrica». Tutto il mondo ha invitato alla prudenza. A parte noi.Lo speciale contiene due articoliSembrava che la fine della pandemia avesse posto fine alla frenetica corsa alla vaccinazione anti Covid, soprattutto per la fascia di età 0-19 anni che rischia poco o nulla. Errore: a fronte di una percentuale di mortalità dello 0,0003%, stabile sia nel 2020 (senza vaccini) che nel 2021, l’intento di vaccinare in massa la popolazione studentesca appare inspiegabilmente urgente, a dispetto di tutte le evidenza scientifiche. Poco importa se, nel corso degli ultimi due anni, utilità, efficacia e sicurezza delle somministrazioni a bambini, adolescenti e ragazzi siano state tutt’altro che accertate, né unanimemente condivise dalla comunità scientifica internazionale. La bassissima letalità del virus è ormai inversamente proporzionale agli enormi sforzi che virostar, istituzioni e media continuano a effondere, con l’obiettivo finale di normalizzare a ogni costo la vaccinazione anti Covid nei giovani sani. Prendiamo ad esempio il webinar organizzato dalla potente Fondazione Veronesi, su «Alfabetizzazione sanitaria ed esitazione vaccinale: il ruolo della scuola». Lo studio del professor Alessandro Siani, uscito su Science Direct a fine novembre, ha evidenziato, in effetti, che la fiducia nei vaccini è diminuita significativamente dall’inizio della pandemia. E anche il Cdc americano ha riscontrato un calo nelle vaccinazioni pediatriche di routine. Comprensibile: le pressioni di scienza televisiva, istituzioni e media sono state talmente violente da avere un effetto boomerang, e ora i cittadini non si fidano più. Per la prima volta nella storia si è, di fatto, obbligata una fascia di età a vaccinarsi non per sé stessa ma per proteggere altre generazioni, peraltro vaccinate. Enrico Letta lo ha rivendicato con disinvoltura a fine luglio: «I giovani hanno salvato vite: rischiavano molto poco, li abbiamo rinchiusi in casa, sono stati diligenti». L’occasione organizzata dalla Fondazione Veronesi sembrava dunque appropriata per fare autocritica sulle politiche di comunicazione pandemica, esplicitate con modalità invasive come l’obbligo di green pass. La sorpresa è stata grande quando, sin dalle prime battute del webinar, è stato chiaro che l’obiettivo del forum era incentrato esclusivamente sull’esitazione dei giovani a vaccinarsi contro il Covid. A dirigere le danze l’ineffabile Cinzia Caporale, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, docente di bioetica alla Sapienza ed ex membro del secondo Cts rinnovato da Mario Draghi. Con lei, il professore emerito Vincenzo Mannino, consigliere del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che in un lapsus freudiano ha rivendicato l’introduzione del green pass nelle scuole - che in realtà non c’è stato - come «controverso», anche se «alla fine è stato accettato». Presente anche Giovanni Rezza, dirigente Iss e direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. L’assunto numero uno della Fondazione è che i giovani devono vaccinarsi, tutti, contro il Covid: su questo non si discute neanche. Il secondo assunto è che se non lo fanno, è perché sono disinformati: «Un italiano su quattro ha problemi a capire e a prendere decisioni consapevoli in materia sanitaria. La Fondazione intende contrastare il sentimento antiscientifico». «Perché» si è chiesto Andrea Grignolio del Vaccine hesitancy forum «le persone razionali (sic) dubitano dei vaccini?». Una delle cause, oltre ai «problemi personali» e alla «sfiducia nelle istituzioni», è senz’altro il «sovraccarico informativo»: «Non è foriero di buoni consigli» sostiene Grignolio «non aiuta, non bisogna sovraccaricare di informazioni ma veicolare quelle corrette». La normalizzazione, insomma, passa per l’indottrinamento. Per capire come procedere, la Fondazione Veronesi ha coinvolto in un sondaggio oltre 5.000 studenti delle scuole secondarie, e ha scoperto che per orientare le scelte dei ragazzi potrebbero essere più efficaci gli incentivi economici che i disincentivi giuridici come il green pass. Perciò, se in Indonesia funziona regalare un pollo e in Thailandia un bovino, cosa può convincere un giovane italiano a vaccinarsi contro il Covid? Ecco i suggerimenti più apprezzati dai ragazzi: «Conoscere un personaggio dello sport o dello spettacolo», «Partecipare a una trasmissione televisiva come spettatore», «Fare una gita scolastica in più con la classe». Il 34,6% del campione analizzato, per fortuna, si dice contrario all’uso di tali incentivi.In America non sono andati troppo per il sottile e, lo scorso 20 ottobre, hanno aggiunto ex abrupto i vaccini anti Covid ai programmi di vaccinazione per l’infanzia. Il voto (15 a 0) del Cdc non rende la vaccinazione anti Covid obbligatoria -anche perché ogni Stato federale decide per sé - ma le iniezioni di Moderna, Pfizer e Novavax sono ormai «raccomandate» insieme con le vaccinazioni pediatriche di routine. Anche in Brasile, con il ritorno di Lula è molto probabile che l’iniezione anti Covid sia d’ora in poi annoverata come requisito necessario per ottenere il sussidio per i poveri «bolsa familia». In Italia, si continua a puntare sul terrore: il 17 ottobre Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha dichiarato che «per far aumentare le vaccinazioni dei bambini occorrerà che aumentino i casi, ovvero che si inneschi un po’ di paura nei genitori». E anche nel documento di preparazione per l’autunno-inverno 2023 rilasciato dalla Commissione europea lo scorso 2 settembre, si legge che la pandemia non è affatto finita e che la vaccinazione dei bambini è «prioritaria» così come quella degli adulti, «compresi quelli che hanno già avuto la malattia» (cioè i guariti). 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Gli enti preposti per rilasciare le autorizzazioni, Fda ed Ema, sono andati avanti a ritmi forsennati, senza che quei tre criteri fossero mai riconosciuti come pienamente soddisfatti dall’intera comunità scientifica internazionale: molte sono state le controversie e i ripensamenti. Pour cause: lo studio di Vo’ Euganeo uscito ad aprile 2020 certifica fin dall’inizio che i più piccoli si contagiano meno facilmente. Ed è sempre stato evidente che la fascia di età da 0 a 19 anni non fosse a rischio. Bastava guardare i numeri ufficiali: dopo quasi un anno senza vaccini, il bollettino Iss del 2 dicembre 2020 registrava una mortalità, nella fascia di età 0-19 anni, dello 0,0002% (sarà uguale anche nel 2021); su 10.598.610 nella fascia 0-19 anni, «soltanto» 15 erano morti Covid, e praticamente tutti con altre patologie. Suonerà sempre incomprensibile, mesi dopo, la spericolata definizione del Covid come «malattia pediatrica», rilasciata sia dall’ex direttore generale di Aifa ed Ema Guido Rasi sia dall’attuale presidente Aifa Giorgio Palù. la corsa Nonostante i dati più che rassicuranti sulla mortalità, la corsa degli enti regolatori all’estensione delle autorizzazioni anche sui minori è frenetica. Dopo la prima agli over 16 (rilasciata da Ema il 21 dicembre 2020), pochi mesi dopo (il 28 maggio) arriva quella per gli adolescenti di 12-15 anni e, a distanza di altri sei mesi (il 25 novembre), quella per vaccinare i bambini di 5-11 anni. Già a febbraio 2021 si leva, solitaria, la voce della Società francese di pediatria: «Questa vaccinazione non sembra necessaria nei bambini sani». In Italia, il criterio dell’utilità non attecchisce: quando Roberto Speranza saluta a maggio l’arrivo dell’autorizzazione ai dodicenni, scrive che «è un’importante novità per la riapertura delle scuole». La vaccinazione, insomma, è inquadrata sin dall’inizio come funzionale al rientro negli istituti scolastici, che le istituzioni non riescono a rendere «sicuri». A giugno 2021, mentre in Italia partono i festosi «Open day» di Astrazeneca, in Germania il direttore della commissione vaccinazioni Stiko, Thomas Mertens, ammonisce: «La vaccinazione non è una caramella. I dati non sono sufficienti». Il 3 giugno anche l’Iss francese (Has), dice che per gli adolescenti sani non c’è fretta. L’8 giugno, il Comité consultatif national d’ethique francese definisce la vaccinazione degli under 12 «eticamente e scientificamente inaccettabile». Due giorni dopo, l’Italia piange Camilla Canepa, studentessa di 18 anni deceduta dopo la somministrazione. Guido Rasi annuncia che non vaccinerà sua figlia. Il 15 luglio 2021 anche l’ente vaccinale governativo britannico Jcvi raccomanda la vaccinazione soltanto ai giovani malati e fragili. VALUTAZIONE POLITICA In Italia, invece, impazza l’orgia vaccinale e tra giugno e agosto le istituzioni associano la vaccinazione a incentivi al limite dell’oltraggioso: un gelato, un panino, pizza e birra; in America in cambio della puntura viene offerta perfino la cannabis. L’obiettivo è far vaccinare i ragazzi prima delle vacanze e del rientro a scuola. In Italia è istituito il green pass. Ad agosto 2021 la direttrice dell’ufficio vaccini di Fda, Marion Gruber, si dimette a causa delle pressioni del Cdc e dell’amministrazione di Joe Biden su terze dosi e vaccinazioni pediatriche. Il 3 settembre il Jcvi parla di «margine di beneficio troppo esiguo per i sani di 12-15 anni». L’ente precisa inoltre che «non rientra nel mandato del Jcvi considerare gli impatti sociali della vaccinazione, né i benefici educativi». Se al governo fa comodo che gli studenti si vaccinino, non è una valutazione scientifica ma politica, dice in pratica il Jcvi. Il 26 ottobre in America diversi esperti della commissione vaccini di Fda (Vrpbac), tra cui Marc Sawyer ed Eric Rubin, ammettono: «Non sappiamo se i vaccini siano pericolosi per i bambini, lo verificheremo sul campo». Il 6 novembre anche l’epidemiologo John Ioannidis, dichiara: «Abbiamo poche informazioni e gli effetti avversi sono underreported e undercaptured. No all’obbligo». Il 12 novembre 2021, il Cdc (l’Agenzia di sanità pubblica Usa) mette nero su bianco che «dalla valutazione delle prove Grade sui potenziali danni post vaccino sui bambini di 5-11 anni, il livello di sicurezza è di tipo quattro (molto basso) per gli eventi avversi gravi». Il 3 dicembre Ema segnala un maggior rischio di miocardite e pericardite con i vaccini mRna, soprattutto Moderna. Ma la pressione di «scienzaTm», stampa e media è talmente forte che il 10 dicembre 2021 l’Iss appone sul proprio sito il bollino «fake news» sulla frase: «I bambini non si ammalano di Covid e se si ammalano non muoiono, dunque è inutile vaccinare». Per l’ennesima volta, la scienza si piega alla censura politica. Il 22 dicembre 2021 il Jcvi consiglia la vaccinazione della fascia 5-11 anni solo nei bambini a rischio o fragili. Uguale posizione anche in Francia. CAMBIO DI ROTTA Il 2022 si inaugura con feroci polemiche in America: a fine gennaio Monica Gandhi e Paul Offit, della commissione vaccini di Fda, annunciano che non faranno fare la terza dose ai propri figli. In Norvegia la vaccinazione dei bambini non è più raccomandata. Il 28 gennaio l’agenzia svedese per la salute pubblica non raccomanda più i vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni («i benefici non superano i rischi»). Il 4 febbraio si accoda anche la Danimarca. E in Italia? Niente da fare: la pressione mediatica sulle terze dosi a bambini e adolescenti è enorme, nonostante Ema, per tutto gennaio e febbraio 2022, continui a indicare sul proprio sito che «non sono raccomandate». A febbraio viene introdotto il super green pass. Il 3 aprile il Wall Street Journal ospita un durissimo articolo sui vaccini di Marty Makary, professore alla John Hopkins University: «Il Cdc non è trasparente nelle indagini sui giovani morti dopo la vaccinazione». Il 20 aprile esce su Jama Cardiology uno studio «tombale» sulle miocarditi: è una metanalisi su studi di coorte effettuati in quattro Paesi. Le conclusioni non lasciano spazio a repliche: «Il rischio di miocardite è più alto nei giovani vaccinati rispetto a quelli non vaccinati». Il 30 giugno 2022 lo stesso Iss pubblica su Lancet uno studio in cui parla di efficacia molto bassa sui bambini: tra 21% e 29% contro i contagi, del 41% contro la malattia. Il 1° luglio la Danimarca decide che la vaccinazione degli under 50 non è più raccomandata. In Svezia è revocata sotto i 18 anni. L’8 ottobre il ministro della Salute dello Stato della Florida, Joseph Ladapo, sgancia la bomba: «L’analisi sui vaccini mRna dimostra un aumento del rischio di morte per cause cardiache tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 39 anni. La Florida non intendere nascondere la verità». Soltanto il 14 novembre Pfizer e Moderna annunciano di voler monitorare eventuali effetti negativi negli anni successivi alla diagnosi di problemi cardiaci legati al vaccino. «Potrebbero essere il 2%, lo 0% il 20%»: l’annuncio sembra più una beffa che una buona notizia. Anche perché le istituzioni italiane continuano a tacere.
Ansa
Manco per niente: in piazza, tra le forze politiche del fronte progressista, era presente solo Avs, in fondo al corteo, con una discreta partecipazione: neanche mezza bandiera di Pd e M5s, ma una serie infinita di sigle che con la coalizione di opposizione hanno poco o nulla a che fare.
Manifestazione più che riuscita, dicevamo: circa 100.000 persone hanno sfilato tra canti, balli, Bella ciao, e slogan contro la guerra, contro Israele, contro Donald Trump e a favore della Palestina e della pace. Tanti anche i cartelli e gli striscioni contro il governo Meloni, ovviamente, ma l’immagine restituita dal corteo è quella di un popolo che non si riconosce nell’asse Pd-M5s che si pone alla guida dell’alternativa, e men che meno, figuriamoci, per gli alleati centristi. Sfilano le bandiere di Rifondazione comunista, del Partito dei lavoratori, dei centri sociali di tutta Italia, dell’Anpi, di Emergency, di Amnesty international, di vari movimenti pacifisti, lo stendardo della «Comune», «organizzazione umanista e socialista», una grande, massiccia rappresentanza della Cgil e della Fiom.
Ma sono scesi in campo anche vecchi arnesi della lotta di classe, come i Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, grandi produttori di liste di proscrizione di presunti simpatizzanti dello Stato di Israele), e dell’anarchia parolaia, tipo circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Si sono uniti al corteo anche i militanti del «Partito comunista internazionale» e del «Partito di alternativa comunista», gente che ancora oggi vagheggia la rivoluzione, come si legge in uno dei volantini distribuiti nel corteo. Pure i cori erano piuttosto polverosi e non proprio eccitanti. Roba come «Unità solidale per poter cambiare» o «Non c’è vittoria, non c’è conquista senza impegno pacifista» o ancora «Fronte unico pacifista contro la guerra imperialista» o «Intelligenza artificiale, inganno criminale». Chi non si solleverebbe con simili parole d’ordine?
Insomma, in piazza ha sfilato quella galassia che, tutta unita dal no alla guerra, a Israele, a Trump, lo scorso fine settimana è andata in massa alle urne, ha contribuito in maniera più che determinante alla vittoria del No, ma è lontana anni luce dai partiti (Avs a parte) che si riconoscono nel centrosinistra parlamentare. Significativi i contenuti di alcuni dei volantini distribuiti durante il corteo: il Partito comunista internazionale sostiene che «guerra e fascismo saranno fermati solo dalla lotta di classe con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo» invocando la rivoluzione comunista e arriva a condannare, pensate, pure «il regime capitalista di Pechino, la via cinese alla falsificazione ormai evidente del socialismo, che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita», mentre il Partito di alternativa comunista dimostra di avere le idee chiare rispetto al centrosinistra: «Anche in Italia le oceaniche manifestazioni e gli scioperi dello scorso autunno hanno dimostrato che la lotta di classe può esplodere mettendo in difficoltà i governi borghesi. La recente vittoria del No al referendum è il sottoprodotto di quelle grandi mobilitazioni. Ma le lotte da sole non bastano: i partiti liberali e riformisti sono pronti a governare per conto dei capitalisti e continuare a colpire le classi povere».
Una vittoria, quindi, quella del No al referendum, rivendicata da queste decine di migliaia di manifestanti, ma fuori da ogni logica politicista. Del resto di quelli che hanno sfilato a Roma evidentemente Pd e M5s non si fidano nemmeno: l’assenza delle bandiere dei due partiti alla manifestazione è l’evidente segnale che i leader temevano scontri, tafferugli, vandalismi. I pentastellati hanno mandato in piazza una minuscola delegazione, composta tra gli altri da Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, e dai deputati Francesco Silvestri e Gilda Sportiello. Il segretario del Pd, Elly Schlein, mentre il corteo sfilava, era alla convention di Più Europa, così come Giuseppe Conte, pure lui alla larga dalla manifestazione. Considerato il numero di partecipanti assai superiore alle attese, il corteo, autorizzato dalla questura, si è diretto verso il Verano. È finito tutto a tarallucci e vino, con i manifestanti che si sono rifocillati dopo la lunga camminata.
L’analisi politica da fare è quindi precisa: il popolo del No al referendum, quello che solitamente non va a votare e che, affluendo in massa alle urne, ha determinato lo stop alla riforma, non si riconosce nei partiti di centrosinistra (Avs a parte) e i partiti di centrosinistra non si fidano del popolo del no. Le opposizioni hanno una sfida ai limiti dell’impossibile: convincere queste persone ad andare a votare per loro nel 2027. Uomini e donne compattati ancora intorno a un no, anzi a vari no: alla guerra e quindi al bellicismo di Usa e Israele, al governo Meloni, alle bombe, ai missili, allo sterminio di Gaza, ma pur sempre un corpo estraneo rispetto ai partiti politici. E, quando si tratterà di dire sì (a Conte, alla Schlein, a chiunque si proporrà come alternativa a Giorgia Meloni), molto difficilmente usciranno di nuovo dall’astensionismo in cui si erano fino ad ora rifugiati.
Mai come ieri la distanza tra la piazza e le logiche di potere che già stanno dilaniando il centrosinistra, tra favorevoli e contrari alle primarie, tra ambizioni di leadership e relativi sgambetti, è apparsa così plastica, cristallina. Per Pd e M5s il segnale arrivato dal corteo «No Kings» è, quindi, tutt’altro che favorevole.
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Donald Trump (Ansa)
Il rafforzamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente prosegue mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, dichiarazioni contraddittorie e rivendicazioni difficili da verificare. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver individuato e neutralizzato 120 bombe a grappolo nella provincia meridionale di Fars. Gli ordigni sarebbero stati sganciati durante i raid condotti da Stati Uniti e Israele nei pressi del villaggio di Kafri. L’affermazione non è stata accompagnata da elementi verificabili in modo indipendente e si inserisce in un contesto dominato dalla guerra dell’informazione.
Altri elementi arrivano da un’analisi open source. Il gruppo di ricerca Bellingcat, in un’inchiesta rilanciata dal New York Times, sostiene che gli Usa potrebbero aver disperso mine anti carro nel Sud dell’Iran, forse propedeutiche a un’offensiva via terra. Immagini circolate sui social mostrerebbero ordigni compatibili con mine americane Blu-91 e Blu-92, rilasciate da una bomba a grappolo esplosa in quota. Gli oggetti sarebbero stati individuati a Kafari, vicino alla base missilistica di Shiraz. La tv iraniana ha riferito di possibili vittime, invitando la popolazione a non toccare gli ordigni. Anche in questo caso mancano verifiche indipendenti. A questo si aggiunge il tema dell’intensità degli attacchi statunitensi. Nelle prime quattro settimane di guerra, secondo il Washington Post, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 850 missili Tomahawk. Il dato ha spinto il Pentagono a valutare un aumento della disponibilità. Tuttavia, la produzione annua resta limitata a poche centinaia di unità, creando problemi di scorte. Secondo fonti dell’amministrazione, il numero di missili disponibili in Medio Oriente sarebbe già sceso a livelli bassi, con il rischio di avvicinarsi alla fase di «Winchester», cioè l’esaurimento delle munizioni.
Le tensioni si sono intensificate anche dopo un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Media statunitensi riferiscono che almeno dodici soldati americani sono rimasti feriti, due in condizioni gravi. L’attacco avrebbe coinvolto un missile e diversi droni. Teheran ha giustificato l’operazione come rappresaglia contro i Paesi del Golfo accusati di offrire supporto logistico agli Stati Uniti. Anche qui la macchina propagandistica iraniana ha diffuso numeri molto diversi. L’agenzia Fars ha sostenuto che oltre 40 militari americani sarebbero stati colpiti, senza fornire riscontri indipendenti. In questa cornice si inserisce la smentita del Comando centrale degli Stati Uniti su un presunto attacco iraniano a Dubai. «Nessun militare statunitense è stato attaccato a Dubai. Il regime iraniano sta diffondendo menzogne sui social media per nascondere che le sue capacità militari sono innegabilmente sopraffatte e indebolite», ha scritto il Centcom su X. I pasdaran avevano sostenuto che missili e droni iraniani avessero colpito due postazioni negli Emirati Arabi Uniti con oltre 500 soldati americani. L’Iran ha anche rivendicato di aver preso di mira una nave statunitense impegnata, secondo Teheran, in attività di supporto logistico alle operazioni militari americane. L’azione sarebbe avvenuta «a una distanza considerevole» dal porto di Salalah, in Oman. A renderlo noto è stato Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Comando militare centrale iraniano, in una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato. Anche qui, però, non c’è nessuna conferma.
Sul fronte israeliano, un attacco missilistico iraniano ha provocato undici feriti a Eshtaol, nei pressi di Gerusalemme, secondo il servizio di emergenza Magen David Adom. Nel frattempo, il conflitto si intreccia con nuovi equilibri regionali. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha effettuato visite a sorpresa negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar mentre Kiev cerca di utilizzare la propria esperienza nel campo dei droni per aiutare gli Stati del Golfo a contrastare gli attacchi iraniani. Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina ha già firmato accordi di sicurezza decennali con Arabia Saudita e Qatar e prevede un’intesa simile con gli Emirati Arabi Uniti. L’Ucraina è diventata uno dei principali produttori di droni intercettori a basso costo, collaudati contro l’invasione russa.
L’aeronautica israeliana ha bombardato il quartier generale dell’Organizzazione iraniana per le industrie marittime, incaricata della produzione di armi e navi militari. Secondo l’Idf, la struttura era responsabile della ricerca e dello sviluppo di armamenti navali, comprese navi di superficie, sottomarine e sistemi senza equipaggio.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense, citate da Reuters, dopo circa un mese di guerra gli Stati Uniti avrebbero distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico e dei droni iraniani. Un ulteriore terzo sarebbe danneggiato o nascosto in tunnel e bunker, quindi non immediatamente utilizzabile. Nonostante le perdite, Teheran conserverebbe capacità significative. Il conflitto appare segnato da una crescente sovrapposizione tra operazioni militari, diplomazia parallela e guerra dell’informazione. Le fake news diffuse dai media iraniani, insieme alle rivendicazioni non verificabili, rendono complesso l’accertamento dei fatti.
Vance: «La guerra? Avanti ancora un po’». Pezeshkian si affida al Pakistan «paciere»
Proseguono i tentativi diplomatici per cercare di porre fine al conflitto iraniano. Secondo l’Afp, il Pakistan ospiterà domani dei colloqui con Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sulla crisi mediorientale. Non dimentichiamo che proprio il governo di Islamabad sta da giorni cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Washington e Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo un «dettaglio». Ieri, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif. Nell’occasione, secondo Reuters, «Pezeshkian avrebbe elogiato gli sforzi diplomatici del Pakistan e i due leader avrebbero discusso delle ostilità nella regione e degli sforzi per porre fine al conflitto». Lodando gli sforzi diplomatici di Islamabad, Pezeshkian, che pure ieri ha promesso «ritorsioni» in caso le infrastrutture iraniane dovessero essere colpite, ha implicitamente riconosciuto il lavoro di mediazione che il governo pakistano sta portando avanti tra Teheran e Washington. Questo avvalora l’ipotesi che il regime khomeinista sia al suo interno spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, gravitante attorno ai pasdaran, auspica la linea dura nei confronti degli Stati Uniti. Un ulteriore segnale di questo stato di cose risiede nel fatto che la risposta ufficiale di Teheran al piano di pace della Casa Bianca, originariamente attesa per venerdì, ieri sera non era ancora arrivata.
Nel frattempo, parlando al podcast «Benny Show», il vicepresidente americano, JD Vance, ha affermato che gli Stati Uniti si ritireranno presto dall’Iran. «Il presidente continuerà a insistere ancora per un po' per assicurarsi che, una volta usciti dal Paese, non dovremo più ripetere questa operazione per molto, molto tempo», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump. «Dobbiamo neutralizzare il governo iraniano per un periodo lunghissimo, e questo è l’obiettivo», ha aggiunto. «Credo che il presidente sia stato molto chiaro al riguardo: non ci interessa rimanere in Iran un anno o due. Stiamo portando a termine il nostro compito, ce ne andremo presto e i prezzi del gas torneranno a scendere», ha proseguito.
Le parole del numero due della Casa Bianca sono significative soprattutto alla luce del fatto che proprio lui potrebbe assumere un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui tra Washington e Teheran. Se dovesse mettere il suo vice a capo del team negoziale statunitense, ciò confermerebbe la volontà di Trump di chiudere il prima possibile il conflitto, adottando una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In particolare, c’è chi ipotizza che il presidente statunitense possa cercare una sponda nell’esercito convenzionale iraniano (l’Artesh) con l’obiettivo di arginare le Guardie della rivoluzione. Fatto sta che la soluzione venezuelana piace poco a Benjamin Netanyahu. Quello stesso Netanyahu con cui, secondo Axios, Vance avrebbe recentemente avuto una telefonata piuttosto tesa. Del resto, già a ottobre si erano registrate delle fibrillazioni tra i due. Trump potrebbe quindi decidere di «schierare» il suo vice anche per spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington, oltre che per tendere la mano a quei settori della base elettorale statunitense che guardano con freddezza al conflitto in Iran, temendo costosi processi di nation building.
Non si sopiscono intanto le tensioni tra Trump e gli alleati della Nato. Secondo quanto riferito dal Telegraph, il presidente americano starebbe valutando la possibilità di ritirare le truppe statunitensi dalla Germania. «A nessun Paese che non contribuisca con il 5% dovrebbe essere consentito di votare sulle future spese della Nato», ha dichiarato alla testata una fonte vicina alla Casa Bianca. La settimana scorsa, Trump si era lamentato dell’Alleanza atlantica, accusandola di scarsa collaborazione nel tentativo di sbloccare lo Stretto di Hormuz. D’altronde, nonostante stia puntando molto sull’iniziativa diplomatica, non è un mistero che il presidente americano continui a tenere sul tavolo un’opzione: l’invasione militare dell’isola di Kharg. Da quest’ultima dipende circa il 90% dell’export iraniano di petrolio. Nel caso la diplomazia fallisse, Trump potrebbe cercare di conquistarla per costringere i pasdaran a riaprire Hormuz. Del resto, al netto del tentativo di avviare dei colloqui con Teheran, il presidente americano continua a tenere alta la pressione militare sul regime khomeinista: nelle scorse ore, è infatti arrivata in Medio Oriente la portaerei Tripoli con a bordo circa 2.500 marines. Non solo.
Il prossimo obiettivo
La Casa Bianca punta anche a isolare ulteriormente l’Iran sotto il profilo internazionale. Venerdì, Trump ha in tal senso detto che «Cuba sarà la prossima» a cadere: non dimentichiamo che il regime castrista è storicamente uno dei principali punti di riferimento di Teheran in America Latina.
Scontro Kallas-Rubio sulle sanzioni a Mosca
La crescente insofferenza di Bruxelles verso la Casa Bianca è venuta a galla durante la riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Parigi: l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha tacciato gli Stati Uniti di essere troppo accondiscendenti con Mosca. E nel farlo, si è rivolta direttamente al segretario di Stato americano, Marco Rubio.
A rivelarlo è Axios: tre fonti hanno raccontato che il vertice è stato caratterizzato da «un teso scambio di battute» tra i due durante le discussioni sull’Ucraina. Davanti a tutti i ministri, Kallas ha ricordato a Rubio che un anno fa, nello stesso forum, aveva detto che se Mosca avesse ostacolato i tentativi americani per arrivare alla pace, Washington avrebbe perso la pazienza e adottato misure più severe contro il Cremlino. È quindi passata ad accusare l’amministrazione americana di non aver adottato una linea dura, ovvero le sanzioni: «È passato un anno e la Russia non si è mossa. Quando finirà la vostra pazienza?» ha chiesto Kallas a Rubio.
Piccata è stata la risposta del segretario di Stato americano, che avrebbe anche alzato la voce: «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte». Rubio ha peraltro sottolineato che gli Stati Uniti stanno dialogando con entrambi i protagonisti del conflitto, ma che a essere aiutata, in primis con armi e intelligence, è solo l’Ucraina. Dopo il botta e risposta, stando a quanto riferito da una fonte ad Axios, a manifestare l’apprezzamento del lavoro diplomatico svolto dalla Casa Bianca, auspicando che continui, sono stati alcuni ministri europei. E pare che al termine del vertice, dietro le quinte, Kallas e Rubio abbiano cercato di stemperare i toni. Tra l’altro, di fronte ai giornalisti, il segretario di Stato americano ha voluto negare le tensioni.
In merito al timore che Washington dirotti le armi destinate all’Ucraina in Medio Oriente, a fornire qualche rassicurazione, almeno sullo stato attuale, è stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Come riportato da Interfax, ha dichiarato: «Non è successo nulla del genere. Non posso dire quali saranno gli sviluppi futuri. Credo che dipenda da molti fattori».
Ma è sulle trattative che il leader di Kiev è particolarmente critico, lamentandosi addirittura di essere stato messo all’angolo nei negoziati: «Parliamo con gli Stati Uniti ogni giorno. La nostra squadra negoziale è in contatto con le loro controparti. Ma abbiamo ancora questa difficoltà: ci sentiamo come mediatori in questo processo piuttosto che come parte in causa». Ma non solo. Il punto di frizione con la Casa Bianca riguarda le garanzie. Dopo che Rubio ha smentito le dichiarazioni di Zelensky secondo cui le garanzie di sicurezza americane sono legate al ritiro ucraino dal Donbass, il leader di Kiev è tornato sul punto. Sostenendo di aver rivelato «solo la punta dell’iceberg», ha dichiarato: «Tutti i segnali emersi durante il processo negoziale suggeriscono che potremmo ricevere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti non prima di un cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, ma dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass». La frustrazione del presidente ucraino riguarda anche le restrizioni sulle sedi dei colloqui trilaterali. Zelensky ha dichiarato che Kiev è al lavoro «per garantire che gli incontri si svolgano in Europa, in Turchia, in Svizzera o ovunque. Anche in Medio Oriente».
Ed è proprio in Medio Oriente che Zelensky ha sancito nuovi accordi in materia di difesa durante il tour nei Paesi del Golfo. Dopo l’Arabia Saudita, ieri è stato il turno degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, nel tentativo di portarli nell’orbita ucraina grazie all’esperienza maturata da Kiev sui droni intercettori. Eppure, per l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, non sarebbero così efficienti: ha paragonato infatti i velivoli senza pilota ucraini a dei «Lego» e a «un lavoro da casalinga». A suo dire, l’Ucraina non avrebbe fatto passi da gigante, visto che assembla i droni utilizzando componenti già disponibili, anche tramite la stampa 3D.
Intanto, dopo aver incontrato il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, il leader ucraino ha annunciato «partnership decennali». Ai giornalisti ha spiegato: «Abbiamo già firmato un accordo in tal senso con l’Arabia Saudita, abbiamo appena firmato un accordo simile con il Qatar, anch’esso decennale, e ne firmeremo uno con gli Emirati. Nel corso di questi dieci anni, ci siamo impegnati nella costruzione di stabilimenti in entrambi i Paesi, con linee di produzione in Ucraina e in questi Stati». Andando più nello specifico, ha sottolineato che stanno discutendo «diverse aree per garantire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa: la prima riguarda gli armamenti, la produzione, lo scambio di esperienze e lo scambio di risorse che potrebbero non essere disponibili in un Paese o nell’altro; la seconda riguarda la cooperazione energetica a lungo termine».
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Hormuz ancora chiuso, è crisi in Asia. Il Giappone cambia benchmark. Il mercato vede i 150 dollari al barile. Blackout spagnolo, il rapporto svela il colpevole.
Imagoeconomica
Secondo il docente di politica economica, «a questo punto della storia, prendere tempo significa solo perdere tempo. E l’Italia oggi non può permetterselo». Non diversamente la pensa, o per lo meno questo è ciò che sostiene in pubblico, Matteo Renzi, il quale a SkyTg24 ha rilasciato la seguente previsione: «O Giorgia Meloni va a votare subito o sarà un declino costante». Per poi aggiungere, in versione Mago Otelma: «Non escludo che stia pensando alle elezioni».
Che Giavazzi e il senatore semplice di Rignano, insieme ad alcuni altri meno conosciuti, sposino la tesi dell’urgenza di tornare a votare già dovrebbe far riflettere. Se loro sono favorevoli a uno scioglimento anticipato delle Camere c’è un motivo in più per evitare di far finire un anno e mezzo prima la legislatura. Nel caso di Giavazzi perché i consigli dispensati a Draghi (come, ad esempio, quello di staccare un pezzo dei 5 stelle per sostenere il governo) si sono rivelati disastrosi. Per quanto riguarda invece Renzi, poiché le sue indicazioni non sono mai disinteressate, se si vogliono evitare guai è sempre preferibile fare il contrario di quel che dice.
Oltre ai suggerimenti di cui diffidare, a sconsigliare il ricorso alle urne sono anche altri fattori che Giorgia Meloni credo abbia ben presenti e qui cercherò brevemente di riassumere. Prima questione: il presidente del Consiglio si può dimettere ma non può convocare nuove elezioni, perché quella è una prerogativa che compete al capo dello Stato. Il quale, come ho già spiegato, potrebbe prendere atto del fatto che il premier ha gettato la spugna e potrebbe decidere di incaricare qualcun altro. E a questo punto Meloni sarebbe fuori dai giochi. Qualcuno obietta che non ci sono i numeri per fare un governo tecnico o del presidente. Sì, sulla carta sembrerebbe così, ma in pratica potrebbe andare diversamente e non penso che a Giorgia convenga fare una verifica, rischiando una brutta sorpresa. Che cosa mi fa dire che i numeri a sostegno del centrodestra di fronte all’ipotesi di un governissimo potrebbero essere meno granitici? Beh, innanzitutto il calendario: credo che ai parlamentari di prima nomina manchi ancora un anno per maturare la pensione e dunque nessuno di loro sarà contento di lasciare la poltrona. Poi ci sono gli onorevoli di lungo corso, molti dei quali sanno che, per via dei troppi mandati o semplicemente perché si è ristretto il numero di possibili eletti, non saranno ricandidati. Gli uni e gli altri ovviamente hanno buoni motivi per guardare in cagnesco la fine anticipata della legislatura. Se poi consideriamo che, con la guerra in Iran, Sergio Mattarella avrebbe gioco facile a invocare l’interesse nazionale, chiunque può capire che le dimissioni sarebbero per Meloni un salto nel vuoto senza alcuna rete di protezione.
I sostenitori del voto però replicano che Giorgia non può restare a farsi rosolare: deve reagire, perché altrimenti, come dice Renzi, ci sarà un declino costante. Ammettiamo che il Bomba fiorentino abbia ragione e che il premier debba uscire dall’angolo in cui l’ha ficcata la sconfitta e per farlo, invece di rilanciare l’azione di governo, decida di affossare il governo. Ammettiamo pure che il capo dello Stato, invece di fare quello che ha fatto a Renzi, ovvero tirare avanti la legislatura fino alla fine, la sciolga in anticipo. Ma chi garantirà a Meloni, con l’attuale legge elettorale, di poter tornare a Palazzo Chigi? E soprattutto chi le assicurerà di riuscire a tener unita la coalizione? Roberto Vannacci, con Futuro nazionale si è portato via qualche onorevole ma alle elezioni minaccia di sottrarre un po’ di voti. E poi c’è Forza Italia, che di questi tempi è attraversata da strani sommovimenti e non è detto che vadano tutti nella direzione di un sostegno alla leadership di Giorgia. Tra gli azzurri c’è chi vorrebbe tenersi le mani libere, perché un domani chissà… Vi sembra fantapolitica? Beh, in passato il governo è stato sostenuto da Pd, Italia viva, 5 stelle, Articolo uno, e - udite, udite - Forza Italia e Lega. La Lega questa volta di certo non sarà invitata a unirsi all’ammucchiata, ma Forza Italia? Sarà per questo che Giavazzi e Renzi spingono per le elezioni? Ah, saperlo… Di certo, il Bomba toscano non vede l’ora di mandare a casa Meloni. Anche per un fatto personale: ha vietato ai parlamentari i pagamenti provenienti da enti riconducibili a Paesi esteri. Insomma, lo ha colpito nel portafogli e lui, con il suo due per cento, non vede l’ora di colpirla nell’urna.
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