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2021-07-02
La variante delta è l’arma Ue per fare la guerra a Johnson
Ansa
L'Uefa conferma: «Tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato». La finale, quindi, si terrà nello stadio londinese di Wembley. Ma Bruxelles e Berlino vanno in pressing per fare un dispetto a Johnson: «Comportamento irresponsabile, si cambi sede». Scontro sulla finale degli Europei a Wembley tra la Uefa e la Ue a trazione tedesca. L'assist è stato offerto a Bruxelles dalla nota con cui la Uefa ha comunicato che «tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato» e che «le misure di mitigazione adottate in ciascuna delle sedi di Euro 2020 sono completamente allineate con le normative decise dalle competenti autorità sanitarie locali». Le decisioni finali sul numero di spettatori che assisteranno alle partite e i requisiti di ingresso nelle nazioni ospitanti e negli stadi «ricadono nella responsabilità delle autorità locali competenti, e la Uefa segue tassativamente tutte queste misure», si aggiunge nella nota.
Secondo quanto osservato dal consulente medico della Uefa, Daniel Koch, infatti, «non si può totalmente escludere che eventi e raduni potrebbero dopotutto aver portato ad alcuni aumenti locali nel numero dei casi, questo però non si applicherebbe solo alle partite di calcio ma anche a ogni tipo di situazioni che non sono consentite in quanto parte delle misure di contenimento decise dalle autorità locali competenti». Le intensive campagne vaccinali che sono state messe in campo in tutta Europa e i controlli alle frontiere - è sicuro lo svizzero Koch - aiuteranno ad assicurare che non cominci nel continente una nuova grande ondata e non si metta pressione sui vari sistemi sanitari, come è successo con le precedenti ondate di contagio. Ma dal governo tedesco è partito subito il siluro: «Ritengo che il comportamento della Uefa sia assolutamente irresponsabile», ha detto il ministro dell'Interno, Horst Seehofer, in conferenza stampa a Berlino insieme al ministro della Salute, Jens Spahn. «Ho il sospetto che ci sia un problema di tipo commerciale, e ragioni del genere non dovrebbero prevalere sulla protezione della salute», ha poi aggiunto lanciando un appello all'organizzazione affinché riveda la sua posizione.
Allineato con Seehofer, il presidente della commissione Ambiente e salute dell'Eurocamera, Pascal Canfin, ha inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo David Sassoli chiedendo che la Uefa riconsideri la sua decisione di giocare la semifinale e la finale di Euro 2020 allo stadio di Wembley, «o che perlomeno la Uefa e le autorità inglesi rafforzino le restrizioni sanitarie e le regole di accesso del pubblico» perché «il Regno Unito vede al momento un incremento dei casi di Covid a causa della variante delta e aprire Wembley al 75% è un azzardo». Far giocare le prossime tre partite a Wembley, con l'accesso al 75% della capacità dello stadio e con oltre 60.000 tifosi previsti, nel mezzo di una recrudescenza dei casi, secondo Canfin, «rappresenta chiaramente un rischio evitabile».
E intanto qualcosa si muove, se è vero che ieri l'Uefa ha bloccato i tifosi britannici in partenza per Roma per assistere a Ucraina - Inghilterra del prossimo 3 luglio. È stato infatti disposto il «blocco inderogabile della vendita e della trasferibilità dei biglietti entro le ore 21 di oggi (ieri, ndr) e l'annullamento dei tagliandi venduti ai residenti nel Regno Unito a partire dalle ore 00 del 28 giugno»
Quella dichiarata da Bruxelles e ieri anche da Berlino (per altro alla vigilia della visita di Angela Merkel oggi a Londra, dove incontrerà il premier inglese e la regina Elisabetta), però, sembra più una guerra politica che sanitaria. Con l'allarme per la variante delta come alibi per muovere l'ennesimo attacco al governo di Boris Johnson che, nel frattempo, starebbe pensando a lasciare in un cassetto il pass vaccinale. Secondo il Daily Mail, infatti, i passaporti Covid non saranno obbligatori nemmeno in occasione di festival musicali, eventi sportivi e altri raduni di massa dopo il Freedom Day del 19 luglio. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato che una volta completata la road map, gli inglesi saranno «in grado di convivere con il Covid in futuro, anche se i casi continueranno a salire, grazie alle protezioni fornite dal vaccino». Ieri, intanto, Johnson si è dichiarato convinto che «la doppia dose» possa restituire presto a chi lo ha ricevuto «la libertà di viaggiare» all'estero. Ma la battaglia politica ormai è partita. Per altro, proprio mentre nel Brasile di Bolsonaro si sta giocando la Copa America in seguito alle rinunce di Argentina e Colombia.
Intanto, in Italia, sul dibattito legato alle misure di sicurezza legate all'Europeo (e all'aumento dei contagi in Inghilterra) è intervenuto, infine, il presidente del Coni, Giovanni Malagò: «La Uefa ha dimostrato in queste settimane, dalla nascita della Superlega agli Europei, di saper tenere la barra dritta». Final four a Wembley a rischio? «Questo non lo posso dire, penso che valuteranno tutte le opzioni. L'Italia ha uno stadio adatto per ospitarla, ma non credo che attualmente sia un'opzione sul tavolo».
Ema e medici spengono l’allarmismo. «Vaccini efficaci contro le varianti»
L'efficacia delle due dosi di vaccino contro la variante delta del Covid-19 sta raccogliendo un incredibilmente consenso nel mondo scientifico. Perfino l'Agenzia europea dei medicinali (Ema) si è sbilanciata ieri, via social, affermando: «Sembra che i quattro vaccini autorizzati nell'Ue proteggano contro tutte le varianti» del coronavirus Sars-CoV-2, «inclusa la delta», quella identificata per la prima volta in India. «I primi dati», si legge, «suggeriscono che due dosi di vaccino proteggono contro la variante e che gli anticorpi derivanti dai vaccini approvati la neutralizzino». Una notizia non da poco, se si considera che la delta è già presente in 96 Paesi, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, che ritiene diventerà forma dominante, visto che si diffonde con una velocità superiore del 55% alla alpha (inglese). «La variante delta è coperta dalla doppia dose dei vaccini» anti-Covid, ha ribadito anche il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto su Radio24. Sergio Abrignani, immunologo dell'università Statale di Milano, componente del Cts per l'emergenza Covid, ha ripetuto al Corriere della Sera che «i vaccini funzionano contro la variante delta. Oltre che gli studi sperimentali, lo confermano i dati della Gran Bretagna. Da poche centinaia di nuove infezioni in media al giorno, sono diventati 18.000. Eppure», spiega, «le vittime sono “soltanto" 20, e dico soltanto con grande rispetto per loro. Pochi anche i ricoverati in terapia intensiva, proprio perché gran parte della popolazione è immunizzata». A livello istituzionale anche Giorgio Palù, componente del Cts e presidente dell'Agenzia del farmaco (Aifa), su Repubblica, ha ricordato che la variante delta è uno «dei circa 20 ceppi mutanti», segno di un'evoluzione naturale del virus. «Una delle sue tre sottovarianti», ha proseguito il virologo di fama mondiale, «ha acquisito mutazioni che la rendono più infettiva. Alcuni la descrivono come responsabile di sintomi più lievi: il naso che cola, mal di testa, i segni tipici del raffreddore». Secondo Palù, servono più dati per chiarire se la minore aggressività «sia legata al fatto che in Inghilterra, dove è più studiata perché più diffusa, molti dei positivi al virus delta avevano già ricevuto la prima dose di vaccino acquistando una certa protezione», ha osservato ribadendo che «la vaccinazione è un significativo scudo contro forme gravi e ricoveri». Sulla stessa linea anche Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova: «Due dosi proteggono perfettamente da questa variante. In Inghilterra vediamo un aumento dei contagi tra i giovani, ma non un aumento di ospedalizzazioni e decessi, questo perché i vaccini funzionano». Del resto, numeri alla mano, «Pfizer e Moderna ancor prima del richiamo, arrivano a coprire contro la Delta fino al 90%. Astrazeneca al 75: c'è un lavoro scozzese pubblicato su Lancet, che è una delle riviste scientifiche più prestigiose. Col richiamo c'è una riduzione del 95% di ricoveri e morti. Un rapporto inglese pubblicato qualche giorno fa ha confermato i dati: il richiamo con Astrazeneca innalza la copertura all'85% e con Pfizer e Moderna si arriva al 95. Rimane fuori un 5%, certo, ma è un rischio calcolato, è impossibile avere una copertura totale».
Secondo Bassetti, «chi parla di lockdown fa terrorismo psicologico. Non ne parlano nemmeno in Inghilterra dove la variante delta è largamente predominante. Chi dice che in Inghilterra la situazione continua a peggiorare», conclude, «non sa leggere i numeri, o non vuole».
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I vertici del calcio confermano che la finale degli Europei si terrà a Wembley. Ma Bruxelles e Berlino vanno in pressing: «Irresponsabili». Stop ai supporter britannici in vista di Ucraina-Inghilterra all'OlimpicoGli esperti in coro: «Chi si è già immunizzato non deve temere le nuove ondate»Lo speciale contiene due articoliL'Uefa conferma: «Tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato». La finale, quindi, si terrà nello stadio londinese di Wembley. Ma Bruxelles e Berlino vanno in pressing per fare un dispetto a Johnson: «Comportamento irresponsabile, si cambi sede». Scontro sulla finale degli Europei a Wembley tra la Uefa e la Ue a trazione tedesca. L'assist è stato offerto a Bruxelles dalla nota con cui la Uefa ha comunicato che «tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato» e che «le misure di mitigazione adottate in ciascuna delle sedi di Euro 2020 sono completamente allineate con le normative decise dalle competenti autorità sanitarie locali». Le decisioni finali sul numero di spettatori che assisteranno alle partite e i requisiti di ingresso nelle nazioni ospitanti e negli stadi «ricadono nella responsabilità delle autorità locali competenti, e la Uefa segue tassativamente tutte queste misure», si aggiunge nella nota. Secondo quanto osservato dal consulente medico della Uefa, Daniel Koch, infatti, «non si può totalmente escludere che eventi e raduni potrebbero dopotutto aver portato ad alcuni aumenti locali nel numero dei casi, questo però non si applicherebbe solo alle partite di calcio ma anche a ogni tipo di situazioni che non sono consentite in quanto parte delle misure di contenimento decise dalle autorità locali competenti». Le intensive campagne vaccinali che sono state messe in campo in tutta Europa e i controlli alle frontiere - è sicuro lo svizzero Koch - aiuteranno ad assicurare che non cominci nel continente una nuova grande ondata e non si metta pressione sui vari sistemi sanitari, come è successo con le precedenti ondate di contagio. Ma dal governo tedesco è partito subito il siluro: «Ritengo che il comportamento della Uefa sia assolutamente irresponsabile», ha detto il ministro dell'Interno, Horst Seehofer, in conferenza stampa a Berlino insieme al ministro della Salute, Jens Spahn. «Ho il sospetto che ci sia un problema di tipo commerciale, e ragioni del genere non dovrebbero prevalere sulla protezione della salute», ha poi aggiunto lanciando un appello all'organizzazione affinché riveda la sua posizione.Allineato con Seehofer, il presidente della commissione Ambiente e salute dell'Eurocamera, Pascal Canfin, ha inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo David Sassoli chiedendo che la Uefa riconsideri la sua decisione di giocare la semifinale e la finale di Euro 2020 allo stadio di Wembley, «o che perlomeno la Uefa e le autorità inglesi rafforzino le restrizioni sanitarie e le regole di accesso del pubblico» perché «il Regno Unito vede al momento un incremento dei casi di Covid a causa della variante delta e aprire Wembley al 75% è un azzardo». Far giocare le prossime tre partite a Wembley, con l'accesso al 75% della capacità dello stadio e con oltre 60.000 tifosi previsti, nel mezzo di una recrudescenza dei casi, secondo Canfin, «rappresenta chiaramente un rischio evitabile». E intanto qualcosa si muove, se è vero che ieri l'Uefa ha bloccato i tifosi britannici in partenza per Roma per assistere a Ucraina - Inghilterra del prossimo 3 luglio. È stato infatti disposto il «blocco inderogabile della vendita e della trasferibilità dei biglietti entro le ore 21 di oggi (ieri, ndr) e l'annullamento dei tagliandi venduti ai residenti nel Regno Unito a partire dalle ore 00 del 28 giugno»Quella dichiarata da Bruxelles e ieri anche da Berlino (per altro alla vigilia della visita di Angela Merkel oggi a Londra, dove incontrerà il premier inglese e la regina Elisabetta), però, sembra più una guerra politica che sanitaria. Con l'allarme per la variante delta come alibi per muovere l'ennesimo attacco al governo di Boris Johnson che, nel frattempo, starebbe pensando a lasciare in un cassetto il pass vaccinale. Secondo il Daily Mail, infatti, i passaporti Covid non saranno obbligatori nemmeno in occasione di festival musicali, eventi sportivi e altri raduni di massa dopo il Freedom Day del 19 luglio. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato che una volta completata la road map, gli inglesi saranno «in grado di convivere con il Covid in futuro, anche se i casi continueranno a salire, grazie alle protezioni fornite dal vaccino». Ieri, intanto, Johnson si è dichiarato convinto che «la doppia dose» possa restituire presto a chi lo ha ricevuto «la libertà di viaggiare» all'estero. Ma la battaglia politica ormai è partita. Per altro, proprio mentre nel Brasile di Bolsonaro si sta giocando la Copa America in seguito alle rinunce di Argentina e Colombia.Intanto, in Italia, sul dibattito legato alle misure di sicurezza legate all'Europeo (e all'aumento dei contagi in Inghilterra) è intervenuto, infine, il presidente del Coni, Giovanni Malagò: «La Uefa ha dimostrato in queste settimane, dalla nascita della Superlega agli Europei, di saper tenere la barra dritta». Final four a Wembley a rischio? «Questo non lo posso dire, penso che valuteranno tutte le opzioni. L'Italia ha uno stadio adatto per ospitarla, ma non credo che attualmente sia un'opzione sul tavolo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usano-la-delta-per-sabotare-johnson-intanto-luefa-blocca-i-tifosi-inglesi-2653623706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ema-e-medici-spengono-lallarmismo-vaccini-efficaci-contro-le-varianti" data-post-id="2653623706" data-published-at="1625179180" data-use-pagination="False"> Ema e medici spengono l’allarmismo. «Vaccini efficaci contro le varianti» L'efficacia delle due dosi di vaccino contro la variante delta del Covid-19 sta raccogliendo un incredibilmente consenso nel mondo scientifico. Perfino l'Agenzia europea dei medicinali (Ema) si è sbilanciata ieri, via social, affermando: «Sembra che i quattro vaccini autorizzati nell'Ue proteggano contro tutte le varianti» del coronavirus Sars-CoV-2, «inclusa la delta», quella identificata per la prima volta in India. «I primi dati», si legge, «suggeriscono che due dosi di vaccino proteggono contro la variante e che gli anticorpi derivanti dai vaccini approvati la neutralizzino». Una notizia non da poco, se si considera che la delta è già presente in 96 Paesi, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, che ritiene diventerà forma dominante, visto che si diffonde con una velocità superiore del 55% alla alpha (inglese). «La variante delta è coperta dalla doppia dose dei vaccini» anti-Covid, ha ribadito anche il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto su Radio24. Sergio Abrignani, immunologo dell'università Statale di Milano, componente del Cts per l'emergenza Covid, ha ripetuto al Corriere della Sera che «i vaccini funzionano contro la variante delta. Oltre che gli studi sperimentali, lo confermano i dati della Gran Bretagna. Da poche centinaia di nuove infezioni in media al giorno, sono diventati 18.000. Eppure», spiega, «le vittime sono “soltanto" 20, e dico soltanto con grande rispetto per loro. Pochi anche i ricoverati in terapia intensiva, proprio perché gran parte della popolazione è immunizzata». A livello istituzionale anche Giorgio Palù, componente del Cts e presidente dell'Agenzia del farmaco (Aifa), su Repubblica, ha ricordato che la variante delta è uno «dei circa 20 ceppi mutanti», segno di un'evoluzione naturale del virus. «Una delle sue tre sottovarianti», ha proseguito il virologo di fama mondiale, «ha acquisito mutazioni che la rendono più infettiva. Alcuni la descrivono come responsabile di sintomi più lievi: il naso che cola, mal di testa, i segni tipici del raffreddore». Secondo Palù, servono più dati per chiarire se la minore aggressività «sia legata al fatto che in Inghilterra, dove è più studiata perché più diffusa, molti dei positivi al virus delta avevano già ricevuto la prima dose di vaccino acquistando una certa protezione», ha osservato ribadendo che «la vaccinazione è un significativo scudo contro forme gravi e ricoveri». Sulla stessa linea anche Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova: «Due dosi proteggono perfettamente da questa variante. In Inghilterra vediamo un aumento dei contagi tra i giovani, ma non un aumento di ospedalizzazioni e decessi, questo perché i vaccini funzionano». Del resto, numeri alla mano, «Pfizer e Moderna ancor prima del richiamo, arrivano a coprire contro la Delta fino al 90%. Astrazeneca al 75: c'è un lavoro scozzese pubblicato su Lancet, che è una delle riviste scientifiche più prestigiose. Col richiamo c'è una riduzione del 95% di ricoveri e morti. Un rapporto inglese pubblicato qualche giorno fa ha confermato i dati: il richiamo con Astrazeneca innalza la copertura all'85% e con Pfizer e Moderna si arriva al 95. Rimane fuori un 5%, certo, ma è un rischio calcolato, è impossibile avere una copertura totale». Secondo Bassetti, «chi parla di lockdown fa terrorismo psicologico. Non ne parlano nemmeno in Inghilterra dove la variante delta è largamente predominante. Chi dice che in Inghilterra la situazione continua a peggiorare», conclude, «non sa leggere i numeri, o non vuole».
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».