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2021-07-02
La variante delta è l’arma Ue per fare la guerra a Johnson
Ansa
L'Uefa conferma: «Tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato». La finale, quindi, si terrà nello stadio londinese di Wembley. Ma Bruxelles e Berlino vanno in pressing per fare un dispetto a Johnson: «Comportamento irresponsabile, si cambi sede». Scontro sulla finale degli Europei a Wembley tra la Uefa e la Ue a trazione tedesca. L'assist è stato offerto a Bruxelles dalla nota con cui la Uefa ha comunicato che «tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato» e che «le misure di mitigazione adottate in ciascuna delle sedi di Euro 2020 sono completamente allineate con le normative decise dalle competenti autorità sanitarie locali». Le decisioni finali sul numero di spettatori che assisteranno alle partite e i requisiti di ingresso nelle nazioni ospitanti e negli stadi «ricadono nella responsabilità delle autorità locali competenti, e la Uefa segue tassativamente tutte queste misure», si aggiunge nella nota.
Secondo quanto osservato dal consulente medico della Uefa, Daniel Koch, infatti, «non si può totalmente escludere che eventi e raduni potrebbero dopotutto aver portato ad alcuni aumenti locali nel numero dei casi, questo però non si applicherebbe solo alle partite di calcio ma anche a ogni tipo di situazioni che non sono consentite in quanto parte delle misure di contenimento decise dalle autorità locali competenti». Le intensive campagne vaccinali che sono state messe in campo in tutta Europa e i controlli alle frontiere - è sicuro lo svizzero Koch - aiuteranno ad assicurare che non cominci nel continente una nuova grande ondata e non si metta pressione sui vari sistemi sanitari, come è successo con le precedenti ondate di contagio. Ma dal governo tedesco è partito subito il siluro: «Ritengo che il comportamento della Uefa sia assolutamente irresponsabile», ha detto il ministro dell'Interno, Horst Seehofer, in conferenza stampa a Berlino insieme al ministro della Salute, Jens Spahn. «Ho il sospetto che ci sia un problema di tipo commerciale, e ragioni del genere non dovrebbero prevalere sulla protezione della salute», ha poi aggiunto lanciando un appello all'organizzazione affinché riveda la sua posizione.
Allineato con Seehofer, il presidente della commissione Ambiente e salute dell'Eurocamera, Pascal Canfin, ha inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo David Sassoli chiedendo che la Uefa riconsideri la sua decisione di giocare la semifinale e la finale di Euro 2020 allo stadio di Wembley, «o che perlomeno la Uefa e le autorità inglesi rafforzino le restrizioni sanitarie e le regole di accesso del pubblico» perché «il Regno Unito vede al momento un incremento dei casi di Covid a causa della variante delta e aprire Wembley al 75% è un azzardo». Far giocare le prossime tre partite a Wembley, con l'accesso al 75% della capacità dello stadio e con oltre 60.000 tifosi previsti, nel mezzo di una recrudescenza dei casi, secondo Canfin, «rappresenta chiaramente un rischio evitabile».
E intanto qualcosa si muove, se è vero che ieri l'Uefa ha bloccato i tifosi britannici in partenza per Roma per assistere a Ucraina - Inghilterra del prossimo 3 luglio. È stato infatti disposto il «blocco inderogabile della vendita e della trasferibilità dei biglietti entro le ore 21 di oggi (ieri, ndr) e l'annullamento dei tagliandi venduti ai residenti nel Regno Unito a partire dalle ore 00 del 28 giugno»
Quella dichiarata da Bruxelles e ieri anche da Berlino (per altro alla vigilia della visita di Angela Merkel oggi a Londra, dove incontrerà il premier inglese e la regina Elisabetta), però, sembra più una guerra politica che sanitaria. Con l'allarme per la variante delta come alibi per muovere l'ennesimo attacco al governo di Boris Johnson che, nel frattempo, starebbe pensando a lasciare in un cassetto il pass vaccinale. Secondo il Daily Mail, infatti, i passaporti Covid non saranno obbligatori nemmeno in occasione di festival musicali, eventi sportivi e altri raduni di massa dopo il Freedom Day del 19 luglio. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato che una volta completata la road map, gli inglesi saranno «in grado di convivere con il Covid in futuro, anche se i casi continueranno a salire, grazie alle protezioni fornite dal vaccino». Ieri, intanto, Johnson si è dichiarato convinto che «la doppia dose» possa restituire presto a chi lo ha ricevuto «la libertà di viaggiare» all'estero. Ma la battaglia politica ormai è partita. Per altro, proprio mentre nel Brasile di Bolsonaro si sta giocando la Copa America in seguito alle rinunce di Argentina e Colombia.
Intanto, in Italia, sul dibattito legato alle misure di sicurezza legate all'Europeo (e all'aumento dei contagi in Inghilterra) è intervenuto, infine, il presidente del Coni, Giovanni Malagò: «La Uefa ha dimostrato in queste settimane, dalla nascita della Superlega agli Europei, di saper tenere la barra dritta». Final four a Wembley a rischio? «Questo non lo posso dire, penso che valuteranno tutte le opzioni. L'Italia ha uno stadio adatto per ospitarla, ma non credo che attualmente sia un'opzione sul tavolo».
Ema e medici spengono l’allarmismo. «Vaccini efficaci contro le varianti»
L'efficacia delle due dosi di vaccino contro la variante delta del Covid-19 sta raccogliendo un incredibilmente consenso nel mondo scientifico. Perfino l'Agenzia europea dei medicinali (Ema) si è sbilanciata ieri, via social, affermando: «Sembra che i quattro vaccini autorizzati nell'Ue proteggano contro tutte le varianti» del coronavirus Sars-CoV-2, «inclusa la delta», quella identificata per la prima volta in India. «I primi dati», si legge, «suggeriscono che due dosi di vaccino proteggono contro la variante e che gli anticorpi derivanti dai vaccini approvati la neutralizzino». Una notizia non da poco, se si considera che la delta è già presente in 96 Paesi, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, che ritiene diventerà forma dominante, visto che si diffonde con una velocità superiore del 55% alla alpha (inglese). «La variante delta è coperta dalla doppia dose dei vaccini» anti-Covid, ha ribadito anche il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto su Radio24. Sergio Abrignani, immunologo dell'università Statale di Milano, componente del Cts per l'emergenza Covid, ha ripetuto al Corriere della Sera che «i vaccini funzionano contro la variante delta. Oltre che gli studi sperimentali, lo confermano i dati della Gran Bretagna. Da poche centinaia di nuove infezioni in media al giorno, sono diventati 18.000. Eppure», spiega, «le vittime sono “soltanto" 20, e dico soltanto con grande rispetto per loro. Pochi anche i ricoverati in terapia intensiva, proprio perché gran parte della popolazione è immunizzata». A livello istituzionale anche Giorgio Palù, componente del Cts e presidente dell'Agenzia del farmaco (Aifa), su Repubblica, ha ricordato che la variante delta è uno «dei circa 20 ceppi mutanti», segno di un'evoluzione naturale del virus. «Una delle sue tre sottovarianti», ha proseguito il virologo di fama mondiale, «ha acquisito mutazioni che la rendono più infettiva. Alcuni la descrivono come responsabile di sintomi più lievi: il naso che cola, mal di testa, i segni tipici del raffreddore». Secondo Palù, servono più dati per chiarire se la minore aggressività «sia legata al fatto che in Inghilterra, dove è più studiata perché più diffusa, molti dei positivi al virus delta avevano già ricevuto la prima dose di vaccino acquistando una certa protezione», ha osservato ribadendo che «la vaccinazione è un significativo scudo contro forme gravi e ricoveri». Sulla stessa linea anche Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova: «Due dosi proteggono perfettamente da questa variante. In Inghilterra vediamo un aumento dei contagi tra i giovani, ma non un aumento di ospedalizzazioni e decessi, questo perché i vaccini funzionano». Del resto, numeri alla mano, «Pfizer e Moderna ancor prima del richiamo, arrivano a coprire contro la Delta fino al 90%. Astrazeneca al 75: c'è un lavoro scozzese pubblicato su Lancet, che è una delle riviste scientifiche più prestigiose. Col richiamo c'è una riduzione del 95% di ricoveri e morti. Un rapporto inglese pubblicato qualche giorno fa ha confermato i dati: il richiamo con Astrazeneca innalza la copertura all'85% e con Pfizer e Moderna si arriva al 95. Rimane fuori un 5%, certo, ma è un rischio calcolato, è impossibile avere una copertura totale».
Secondo Bassetti, «chi parla di lockdown fa terrorismo psicologico. Non ne parlano nemmeno in Inghilterra dove la variante delta è largamente predominante. Chi dice che in Inghilterra la situazione continua a peggiorare», conclude, «non sa leggere i numeri, o non vuole».
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I vertici del calcio confermano che la finale degli Europei si terrà a Wembley. Ma Bruxelles e Berlino vanno in pressing: «Irresponsabili». Stop ai supporter britannici in vista di Ucraina-Inghilterra all'OlimpicoGli esperti in coro: «Chi si è già immunizzato non deve temere le nuove ondate»Lo speciale contiene due articoliL'Uefa conferma: «Tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato». La finale, quindi, si terrà nello stadio londinese di Wembley. Ma Bruxelles e Berlino vanno in pressing per fare un dispetto a Johnson: «Comportamento irresponsabile, si cambi sede». Scontro sulla finale degli Europei a Wembley tra la Uefa e la Ue a trazione tedesca. L'assist è stato offerto a Bruxelles dalla nota con cui la Uefa ha comunicato che «tutte le rimanenti partite di Euro 2020 si svolgeranno come programmato» e che «le misure di mitigazione adottate in ciascuna delle sedi di Euro 2020 sono completamente allineate con le normative decise dalle competenti autorità sanitarie locali». Le decisioni finali sul numero di spettatori che assisteranno alle partite e i requisiti di ingresso nelle nazioni ospitanti e negli stadi «ricadono nella responsabilità delle autorità locali competenti, e la Uefa segue tassativamente tutte queste misure», si aggiunge nella nota. Secondo quanto osservato dal consulente medico della Uefa, Daniel Koch, infatti, «non si può totalmente escludere che eventi e raduni potrebbero dopotutto aver portato ad alcuni aumenti locali nel numero dei casi, questo però non si applicherebbe solo alle partite di calcio ma anche a ogni tipo di situazioni che non sono consentite in quanto parte delle misure di contenimento decise dalle autorità locali competenti». Le intensive campagne vaccinali che sono state messe in campo in tutta Europa e i controlli alle frontiere - è sicuro lo svizzero Koch - aiuteranno ad assicurare che non cominci nel continente una nuova grande ondata e non si metta pressione sui vari sistemi sanitari, come è successo con le precedenti ondate di contagio. Ma dal governo tedesco è partito subito il siluro: «Ritengo che il comportamento della Uefa sia assolutamente irresponsabile», ha detto il ministro dell'Interno, Horst Seehofer, in conferenza stampa a Berlino insieme al ministro della Salute, Jens Spahn. «Ho il sospetto che ci sia un problema di tipo commerciale, e ragioni del genere non dovrebbero prevalere sulla protezione della salute», ha poi aggiunto lanciando un appello all'organizzazione affinché riveda la sua posizione.Allineato con Seehofer, il presidente della commissione Ambiente e salute dell'Eurocamera, Pascal Canfin, ha inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo David Sassoli chiedendo che la Uefa riconsideri la sua decisione di giocare la semifinale e la finale di Euro 2020 allo stadio di Wembley, «o che perlomeno la Uefa e le autorità inglesi rafforzino le restrizioni sanitarie e le regole di accesso del pubblico» perché «il Regno Unito vede al momento un incremento dei casi di Covid a causa della variante delta e aprire Wembley al 75% è un azzardo». Far giocare le prossime tre partite a Wembley, con l'accesso al 75% della capacità dello stadio e con oltre 60.000 tifosi previsti, nel mezzo di una recrudescenza dei casi, secondo Canfin, «rappresenta chiaramente un rischio evitabile». E intanto qualcosa si muove, se è vero che ieri l'Uefa ha bloccato i tifosi britannici in partenza per Roma per assistere a Ucraina - Inghilterra del prossimo 3 luglio. È stato infatti disposto il «blocco inderogabile della vendita e della trasferibilità dei biglietti entro le ore 21 di oggi (ieri, ndr) e l'annullamento dei tagliandi venduti ai residenti nel Regno Unito a partire dalle ore 00 del 28 giugno»Quella dichiarata da Bruxelles e ieri anche da Berlino (per altro alla vigilia della visita di Angela Merkel oggi a Londra, dove incontrerà il premier inglese e la regina Elisabetta), però, sembra più una guerra politica che sanitaria. Con l'allarme per la variante delta come alibi per muovere l'ennesimo attacco al governo di Boris Johnson che, nel frattempo, starebbe pensando a lasciare in un cassetto il pass vaccinale. Secondo il Daily Mail, infatti, i passaporti Covid non saranno obbligatori nemmeno in occasione di festival musicali, eventi sportivi e altri raduni di massa dopo il Freedom Day del 19 luglio. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato che una volta completata la road map, gli inglesi saranno «in grado di convivere con il Covid in futuro, anche se i casi continueranno a salire, grazie alle protezioni fornite dal vaccino». Ieri, intanto, Johnson si è dichiarato convinto che «la doppia dose» possa restituire presto a chi lo ha ricevuto «la libertà di viaggiare» all'estero. Ma la battaglia politica ormai è partita. Per altro, proprio mentre nel Brasile di Bolsonaro si sta giocando la Copa America in seguito alle rinunce di Argentina e Colombia.Intanto, in Italia, sul dibattito legato alle misure di sicurezza legate all'Europeo (e all'aumento dei contagi in Inghilterra) è intervenuto, infine, il presidente del Coni, Giovanni Malagò: «La Uefa ha dimostrato in queste settimane, dalla nascita della Superlega agli Europei, di saper tenere la barra dritta». Final four a Wembley a rischio? «Questo non lo posso dire, penso che valuteranno tutte le opzioni. L'Italia ha uno stadio adatto per ospitarla, ma non credo che attualmente sia un'opzione sul tavolo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usano-la-delta-per-sabotare-johnson-intanto-luefa-blocca-i-tifosi-inglesi-2653623706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ema-e-medici-spengono-lallarmismo-vaccini-efficaci-contro-le-varianti" data-post-id="2653623706" data-published-at="1625179180" data-use-pagination="False"> Ema e medici spengono l’allarmismo. «Vaccini efficaci contro le varianti» L'efficacia delle due dosi di vaccino contro la variante delta del Covid-19 sta raccogliendo un incredibilmente consenso nel mondo scientifico. Perfino l'Agenzia europea dei medicinali (Ema) si è sbilanciata ieri, via social, affermando: «Sembra che i quattro vaccini autorizzati nell'Ue proteggano contro tutte le varianti» del coronavirus Sars-CoV-2, «inclusa la delta», quella identificata per la prima volta in India. «I primi dati», si legge, «suggeriscono che due dosi di vaccino proteggono contro la variante e che gli anticorpi derivanti dai vaccini approvati la neutralizzino». Una notizia non da poco, se si considera che la delta è già presente in 96 Paesi, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, che ritiene diventerà forma dominante, visto che si diffonde con una velocità superiore del 55% alla alpha (inglese). «La variante delta è coperta dalla doppia dose dei vaccini» anti-Covid, ha ribadito anche il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto su Radio24. Sergio Abrignani, immunologo dell'università Statale di Milano, componente del Cts per l'emergenza Covid, ha ripetuto al Corriere della Sera che «i vaccini funzionano contro la variante delta. Oltre che gli studi sperimentali, lo confermano i dati della Gran Bretagna. Da poche centinaia di nuove infezioni in media al giorno, sono diventati 18.000. Eppure», spiega, «le vittime sono “soltanto" 20, e dico soltanto con grande rispetto per loro. Pochi anche i ricoverati in terapia intensiva, proprio perché gran parte della popolazione è immunizzata». A livello istituzionale anche Giorgio Palù, componente del Cts e presidente dell'Agenzia del farmaco (Aifa), su Repubblica, ha ricordato che la variante delta è uno «dei circa 20 ceppi mutanti», segno di un'evoluzione naturale del virus. «Una delle sue tre sottovarianti», ha proseguito il virologo di fama mondiale, «ha acquisito mutazioni che la rendono più infettiva. Alcuni la descrivono come responsabile di sintomi più lievi: il naso che cola, mal di testa, i segni tipici del raffreddore». Secondo Palù, servono più dati per chiarire se la minore aggressività «sia legata al fatto che in Inghilterra, dove è più studiata perché più diffusa, molti dei positivi al virus delta avevano già ricevuto la prima dose di vaccino acquistando una certa protezione», ha osservato ribadendo che «la vaccinazione è un significativo scudo contro forme gravi e ricoveri». Sulla stessa linea anche Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova: «Due dosi proteggono perfettamente da questa variante. In Inghilterra vediamo un aumento dei contagi tra i giovani, ma non un aumento di ospedalizzazioni e decessi, questo perché i vaccini funzionano». Del resto, numeri alla mano, «Pfizer e Moderna ancor prima del richiamo, arrivano a coprire contro la Delta fino al 90%. Astrazeneca al 75: c'è un lavoro scozzese pubblicato su Lancet, che è una delle riviste scientifiche più prestigiose. Col richiamo c'è una riduzione del 95% di ricoveri e morti. Un rapporto inglese pubblicato qualche giorno fa ha confermato i dati: il richiamo con Astrazeneca innalza la copertura all'85% e con Pfizer e Moderna si arriva al 95. Rimane fuori un 5%, certo, ma è un rischio calcolato, è impossibile avere una copertura totale». Secondo Bassetti, «chi parla di lockdown fa terrorismo psicologico. Non ne parlano nemmeno in Inghilterra dove la variante delta è largamente predominante. Chi dice che in Inghilterra la situazione continua a peggiorare», conclude, «non sa leggere i numeri, o non vuole».
Donald Trump (Ansa)
Le esplosioni udite in diverse aree del Paese, ha spiegato il ministero della Difesa emiratino in una comunicazione diffusa su X, sono state provocate dall’attivazione dei sistemi di difesa aerea, entrati in funzione per neutralizzare gli attacchi in arrivo ed evitare conseguenze più gravi sul territorio. A sostegno degli Emirati è intervenuta anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha espresso «vicinanza per gli ingiustificabili attacchi». Parole che riflettono la crescente preoccupazione europea per le ricadute strategiche ed economiche della crisi.
Proprio nello Stretto si è registrato uno degli episodi più rilevanti delle ultime ore. Due cacciatorpediniere statunitensi, la Uss Truxtun e la Uss Mason, hanno attraversato Hormuz entrando nel Golfo Persico sotto forte pressione militare. Secondo fonti della difesa americana citate da Cbs, le unità navali sarebbero state bersaglio di un’azione coordinata attribuita all’Iran, condotta con missili, droni e piccole imbarcazioni veloci nel tentativo di saturare le difese americane. I sistemi difensivi di bordo, sostenuti da elicotteri Apache e dai droni, sono riusciti a intercettare e respingere tutte le minacce. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sottolineato che «il cessate il fuoco regge», pur riconoscendo la complessità della situazione operativa. «Ci aspettavamo problemi iniziali e ci siamo difesi con tutte le nostre forze», ha dichiarato, invitando Teheran a mantenere le proprie azioni sotto la soglia che farebbe saltare la tregua. «Nessun avversario deve confondere la nostra moderazione con una mancanza di determinazione», ha avvertito il capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine. Sul piano politico, la Casa Bianca continua a muoversi su una linea ambivalente. Donald Trump, che ha definito «scaramucce» gli scontri di questi giorni, alterna aperture diplomatiche e dichiarazioni muscolari, sostenendo da un lato che l’Iran «non ha alcuna possibilità» in un confronto diretto, dall’altro lasciando intendere che un ritorno alle operazioni militari potrebbe essere deciso in tempi brevi se lo stallo negoziale dovesse proseguire. Trump ha anche affermato che vorrebbe che «l’economia iraniana fallisse». In questo contesto si inseriscono nuovi tentativi di mediazione. Fonti diplomatiche hanno riferito che il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, durante una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha indicato la disponibilità di Baghdad a svolgere un ruolo di ponte tra Teheran e Washington. Proseguono anche altri contatti su più livelli. Il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha confermato l’esistenza di consultazioni per raggiungere un’intesa «vantaggiosa per entrambe le parti». Il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi è invece atteso a Pechino per colloqui con il ministro cinese Wang Yi, segnale dell’attivazione del canale asiatico nel tentativo di sbloccare il negoziato e riequilibrare le pressioni occidentali.
Sempre su questo fronte, Trump ha annunciato che discuterà della crisi con il presidente cinese Xi Jinping durante il vertice bilaterale previsto a Pechino il 14 e 15 maggio. L’incontro, già rinviato in precedenza a causa dell’escalation, si svolgerà in un clima di forte tensione internazionale e con inevitabili ripercussioni sui mercati finanziari globali. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha cercato di minimizzare le frizioni con Pechino, definendo Xi «molto rispettoso» e sottolineando che la Cina «non sta sfidando» gli Stati Uniti, pur restando uno dei principali importatori di petrolio iraniano. Lo stesso Trump, intervenendo nello Studio Ovale, ha affrontato anche il tema delle proteste interne in Iran e dell’ipotesi di un sostegno armato ai manifestanti. «Gli iraniani vogliono protestare ma non hanno armi», ha dichiarato, descrivendo uno scenario in cui grandi folle disarmate si troverebbero esposte alla repressione e manifestando l’intenzione di fornirgliele. Sul versante interno iraniano emergono intanto segnali di tensione. Secondo fonti citate da Iran International, Masoud Pezeshkian avrebbe espresso irritazione per le iniziative dei pasdaran, giudicate «irresponsabili». A questo si aggiunge lo scontro sul piano informativo: il social X ha rimosso la spunta blu dagli account ufficiali del ministero degli Esteri iraniano, provocando la protesta di Teheran, che ha denunciato una «censura selettiva». Proprio da Teheran, nelle stesse ore, è arrivato un messaggio diretto sul controllo delle rotte marittime. La Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito le imbarcazioni in transito nello Stretto di Hormuz a non utilizzare percorsi non autorizzati, ribadendo che «l’unica rotta sicura è il corridoio precedentemente annunciato dall’Iran» e minacciando una «risposta decisa» in caso contrario. Resta aperto anche il dossier nucleare. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha espresso preoccupazione per l’assenza di controlli efficaci, mentre l’intelligence americana ritiene che i tempi per la costruzione di un’arma nucleare non siano cambiati in modo significativo. Trump ha rilanciato sostenendo che l’Iran sarebbe «a due settimane» dalla bomba, giustificando così la linea dura. Nel frattempo Israele valuta nuovi scenari operativi, mentre sul piano economico emergono timidi segnali di ripresa. Maersk ha confermato il passaggio di una propria nave nello Stretto di Hormuz sotto scorta americana, senza incidenti: un segnale positivo, ma non sufficiente a ridurre i rischi di escalation. Intanto Teheran irrigidisce il controllo: secondo Mohammad Bagher Ghalibaf «la nuova equazione dello Stretto si sta consolidando» e, come riportato da Press Tv, le navi dovranno attenersi a istruzioni inviate via e-mail dalla Persian Gulf Strait Authority. Solo chi rispetta le nuove regole otterrà il via libera al transito. Resta da capire però quanto durerà questa stretta.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 maggio con Carlo Cambi
Il padiglione della Russia alla Biennale di Venezia 2026 (Ansa)
Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca.
Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («L’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove», secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia - raramente titolo istituzionale è parso più paradossale - ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi.
Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali». Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The tree is rooted in the sky - L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale».
Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».
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Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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