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2022-09-29
Gli States ai loro cittadini: «Via dalla Russia»
L'Ambasciata degli Stati Uniti a Mosca (Getty Images)
Si alza sempre di più il livello dello scontro tra la Russia e gli Stati Uniti. Ieri i cittadini americani sono stati invitati «a lasciare la Russia immediatamente usando le limitate opzioni di trasporto commerciale ancora disponibili». Questo, in sintesi, è quanto si legge sul sito dell’ambasciata americana a Mosca. L’ufficio nel suo alert ricorda come, in particolare, «siano a rischio le persone con doppia cittadinanza americana e russa». Altro brutto segnale è che anche i governi di Bulgaria e Polonia stanno esortando tutti i loro concittadini che si trovano in Russia «a partire immediatamente». Il ministero degli Esteri della Bulgaria chiede ai suoi cittadini «di astenersi dal viaggiare nella Federazione russa e raccomanda agli stessi di considerare la possibilità di lasciare il paese il prima possibile, utilizzando mezzi di trasporto attualmente disponibili». Lo stesso ha fatto il ministero degli Esteri polacco, rilasciando una dichiarazione simile: «In caso di un drastico deterioramento della situazione della sicurezza, della chiusura delle frontiere o di altre circostanze impreviste, l’evacuazione può rivelarsi notevolmente ostacolata o addirittura impossibile. Raccomandiamo che i cittadini della repubblica di Polonia che rimangono nella Federazione russa lascino il suo territorio utilizzando i mezzi commerciali e privati disponibili». Non sono parole da prendere alla leggera, perché si tratta di decisioni che vengono assunte dopo aver consultato le agenzie di intelligence: a Mosca sta per succedere qualcosa di brutto. A proposito di avvertimenti, il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, in visita a Washington, ha ringhiato: «Se Putin dovesse usare la bomba atomica, la Nato reagirà in maniera convenzionale, quindi non usando un’arma nucleare, ma la risposta sarà devastante». Nella giornata di ieri si è anche appreso che gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo pacchetto di armi da 1,1 miliardi di dollari per l’Ucraina, in previsione dell’annuncio da parte della Russia dell’annessione di territori contesi. Fonti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno riferito che il pacchetto comprenderà nuovamente i sistemi anti-missili Himars, munizioni, vari tipi di sistemi anti-drone e radar.
Intanto procede il processo di annessione delle regioni ucraine di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, dove le autorità filorusse hanno tenuto referendum per unirsi a Mosca (non riconosciuti dalla comunità internazionale), tanto che il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, all’agenzia Interfax ha dichiarato che «l’agenda del Parlamento russo verrà ridefinita, in modo da tenere lunedì una sessione plenaria straordinaria sull’annessione. Abbiamo già detto, e riaffermiamo all’unanimità, che sosteniamo il percorso verso la salvezza della popolazione della Nuova Russia (Novorossiya)». Mentre il ministero degli Esteri russo ha affermato che «saranno presto intraprese azioni per soddisfare le aspirazioni delle quattro regioni». Su questo tema ieri la Cina ha ribadito la propria contrarietà all’operato del Cremlino, e lo ha fatto attraverso il portavoce del ministro degli Esteri Wang Wenbin: «Sulla questione dell’Ucraina la nostra posizione è stata sempre chiara: abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata così come gli scopi e i principi della Carta dell’Onu». Wang Wenbin ha infine ricordato che «le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e dovrebbero essere sostenuti gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi». Parole che non potranno certo far piacere a Vladimir Putin, che vede crescere di continuo i distinguo di Pechino sulla sua guerra. Ieri hanno anche parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello ucraino Volodymyr Zelensky, quest’ultimo su Telegram ha ringraziato l’omologo turco «per l’incrollabile sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, per la posizione di principio sul non riconoscimento dei finti referendum illegali tenuti dalla Russia nei territori occupati. Apprezziamo molto il ruolo personale di Erdogan nell’organizzare il recente scambio di prigionieri di guerra e nel dare rifugio ai comandanti ucraini». Altre parole che non piaceranno a Mosca.
Sul versante militare, la mobilitazione parziale procede seppur tra molte difficoltà logistiche e l’enorme numero di persone che sta lasciando la Russia. Per tentare di contenere il fenomeno, in una nota pubblicata sul portale di notizie del governo si afferma che la Russia non darà più i passaporti a quelli che vengono richiamati per la leva: «Se un cittadino è già stato chiamato al servizio militare o ha ricevuto una convocazione (per mobilitazione o coscrizione), il passaporto internazionale non verrà concesso». Inoltre le autorità russe stanno istituendo posti di blocco ai confini statali per mobilitare con la forza gli uomini che stanno cercando di evitare il fronte fuggendo dal paese. Dai ieri, secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine, sul campo di battaglia la Russia ha iniziato a schierare prigionieri comuni: «Le persone condannate per reati penali sono arrivate a rinforzare le unità che stanno già combattendo in Ucraina». Mentre sul campo di battaglia non si registrano grandi cambiamenti, la sensazione è che il piano inclinato sul quale ci troviamo continui a farci scivolare verso il baratro.
La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale»
La mobilitazione di 300.000 riservisti, annunciata ufficialmente dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, per ridare slancio all’azione bellica in Ucraina, non ha la benedizione della Chiesa cattolica. È quanto emerge in modo cristallino dall’intervento, sul tema, della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia recante in calce il nome di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo metropolita di Mosca.
Si tratta di un intervento che, in realtà, si discosta su più punti dai toni e dalle strategie indicate dal Cremlino. Infatti, monsignor Pezzi riconosce apertamente che «in determinate circostanze, le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare armi e richiedere ai cittadini di adempiere ai doveri necessari per proteggere la patria, e coloro che servono onestamente la madrepatria nel servizio militare» sono servitori del «bene comune». Il punto è che, a parte detta sottolineatura, il prelato prende marcatamente le distanze dalle indicazioni putiniane.
Anzitutto perché rigetta in modo netto la retorica dell’«operazione militare speciale» definendo quello iniziato in Ucraina uno «scontro trasformatosi in un conflitto militare su vasta scala che ha già causato migliaia di vittime, minato la fiducia e l’unità tra paesi e popoli e minaccia l’esistenza del mondo intero». Ma non è finita, perché è proprio rispetto alla mobilitazione annunciata da Putin che monsignor Pezzi prende la posizione più forte e difforme dalla linea governativa. Infatti, scrive l’arcivescovo, «la parziale mobilitazione annunciata in Russia», ben lungi dall’essere qualcosa da assecondare a cuor leggero, mette tutti, credenti in primis, «di fronte a una gravissima scelta morale». E rispetto a tale dilemma, continua l’intervento, «la Chiesa ricorda alle autorità statali che esse “devono trovare una giusta soluzione nei casi in cui una persona, per convinzione, rifiuta di prendere le armi, pur restando obbligata a servire la comunità umana in altro modo”».
Il prelato cattolico fa insomma un esplicito richiamo, rispetto alla mobilitazione dei riservisti, all’obiezione di coscienza. Se non è una sconfessione della decisione del Cremlino, oggettivamente, poco ci manca. Tanto più che il discorso si apre con una celebre citazione di papa Eugenio Pacelli che suona anch’essa molto netta: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Pezzi termina qui la citazione, ma quel discorso, che Pio XII tenne il 24 agosto 1939, prosegue così: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare».
Non ci sono dunque più dubbi rispetto a quale possa essere la linea dei cattolici in Russia, e cioè la stessa di Papa Francesco. Il che, se da un lato è scontato avendo la Chiesa cattolica un pilastro fondante nel papato, dall’altro comunque merita una sottolineatura, dal momento che le cose che ha scritto, monsignor Pezzi non le ha scritte da Roma, bensì da Mosca. Oltre che chiara, la sua è pertanto anche una posizione molto coraggiosa.
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Stesso avvertimento da parte di Polonia e Bulgaria: «Utilizzate ogni mezzo disponibile, chi ha doppia cittadinanza potrebbe essere mandato in guerra». La Cina molla il Cremlino: «Rispettare l’integrità ucraina». Kiev: «Arrivati al fronte galeotti russi».La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale». Monsignor Paolo Pezzi: «La mobilitazione pone un grande dilemma davanti ai fedeli».Lo speciale comprende due articoli. Si alza sempre di più il livello dello scontro tra la Russia e gli Stati Uniti. Ieri i cittadini americani sono stati invitati «a lasciare la Russia immediatamente usando le limitate opzioni di trasporto commerciale ancora disponibili». Questo, in sintesi, è quanto si legge sul sito dell’ambasciata americana a Mosca. L’ufficio nel suo alert ricorda come, in particolare, «siano a rischio le persone con doppia cittadinanza americana e russa». Altro brutto segnale è che anche i governi di Bulgaria e Polonia stanno esortando tutti i loro concittadini che si trovano in Russia «a partire immediatamente». Il ministero degli Esteri della Bulgaria chiede ai suoi cittadini «di astenersi dal viaggiare nella Federazione russa e raccomanda agli stessi di considerare la possibilità di lasciare il paese il prima possibile, utilizzando mezzi di trasporto attualmente disponibili». Lo stesso ha fatto il ministero degli Esteri polacco, rilasciando una dichiarazione simile: «In caso di un drastico deterioramento della situazione della sicurezza, della chiusura delle frontiere o di altre circostanze impreviste, l’evacuazione può rivelarsi notevolmente ostacolata o addirittura impossibile. Raccomandiamo che i cittadini della repubblica di Polonia che rimangono nella Federazione russa lascino il suo territorio utilizzando i mezzi commerciali e privati disponibili». Non sono parole da prendere alla leggera, perché si tratta di decisioni che vengono assunte dopo aver consultato le agenzie di intelligence: a Mosca sta per succedere qualcosa di brutto. A proposito di avvertimenti, il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, in visita a Washington, ha ringhiato: «Se Putin dovesse usare la bomba atomica, la Nato reagirà in maniera convenzionale, quindi non usando un’arma nucleare, ma la risposta sarà devastante». Nella giornata di ieri si è anche appreso che gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo pacchetto di armi da 1,1 miliardi di dollari per l’Ucraina, in previsione dell’annuncio da parte della Russia dell’annessione di territori contesi. Fonti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno riferito che il pacchetto comprenderà nuovamente i sistemi anti-missili Himars, munizioni, vari tipi di sistemi anti-drone e radar.Intanto procede il processo di annessione delle regioni ucraine di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, dove le autorità filorusse hanno tenuto referendum per unirsi a Mosca (non riconosciuti dalla comunità internazionale), tanto che il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, all’agenzia Interfax ha dichiarato che «l’agenda del Parlamento russo verrà ridefinita, in modo da tenere lunedì una sessione plenaria straordinaria sull’annessione. Abbiamo già detto, e riaffermiamo all’unanimità, che sosteniamo il percorso verso la salvezza della popolazione della Nuova Russia (Novorossiya)». Mentre il ministero degli Esteri russo ha affermato che «saranno presto intraprese azioni per soddisfare le aspirazioni delle quattro regioni». Su questo tema ieri la Cina ha ribadito la propria contrarietà all’operato del Cremlino, e lo ha fatto attraverso il portavoce del ministro degli Esteri Wang Wenbin: «Sulla questione dell’Ucraina la nostra posizione è stata sempre chiara: abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata così come gli scopi e i principi della Carta dell’Onu». Wang Wenbin ha infine ricordato che «le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e dovrebbero essere sostenuti gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi». Parole che non potranno certo far piacere a Vladimir Putin, che vede crescere di continuo i distinguo di Pechino sulla sua guerra. Ieri hanno anche parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello ucraino Volodymyr Zelensky, quest’ultimo su Telegram ha ringraziato l’omologo turco «per l’incrollabile sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, per la posizione di principio sul non riconoscimento dei finti referendum illegali tenuti dalla Russia nei territori occupati. Apprezziamo molto il ruolo personale di Erdogan nell’organizzare il recente scambio di prigionieri di guerra e nel dare rifugio ai comandanti ucraini». Altre parole che non piaceranno a Mosca. Sul versante militare, la mobilitazione parziale procede seppur tra molte difficoltà logistiche e l’enorme numero di persone che sta lasciando la Russia. Per tentare di contenere il fenomeno, in una nota pubblicata sul portale di notizie del governo si afferma che la Russia non darà più i passaporti a quelli che vengono richiamati per la leva: «Se un cittadino è già stato chiamato al servizio militare o ha ricevuto una convocazione (per mobilitazione o coscrizione), il passaporto internazionale non verrà concesso». Inoltre le autorità russe stanno istituendo posti di blocco ai confini statali per mobilitare con la forza gli uomini che stanno cercando di evitare il fronte fuggendo dal paese. Dai ieri, secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine, sul campo di battaglia la Russia ha iniziato a schierare prigionieri comuni: «Le persone condannate per reati penali sono arrivate a rinforzare le unità che stanno già combattendo in Ucraina». 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È quanto emerge in modo cristallino dall’intervento, sul tema, della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia recante in calce il nome di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo metropolita di Mosca. Si tratta di un intervento che, in realtà, si discosta su più punti dai toni e dalle strategie indicate dal Cremlino. Infatti, monsignor Pezzi riconosce apertamente che «in determinate circostanze, le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare armi e richiedere ai cittadini di adempiere ai doveri necessari per proteggere la patria, e coloro che servono onestamente la madrepatria nel servizio militare» sono servitori del «bene comune». Il punto è che, a parte detta sottolineatura, il prelato prende marcatamente le distanze dalle indicazioni putiniane. Anzitutto perché rigetta in modo netto la retorica dell’«operazione militare speciale» definendo quello iniziato in Ucraina uno «scontro trasformatosi in un conflitto militare su vasta scala che ha già causato migliaia di vittime, minato la fiducia e l’unità tra paesi e popoli e minaccia l’esistenza del mondo intero». Ma non è finita, perché è proprio rispetto alla mobilitazione annunciata da Putin che monsignor Pezzi prende la posizione più forte e difforme dalla linea governativa. Infatti, scrive l’arcivescovo, «la parziale mobilitazione annunciata in Russia», ben lungi dall’essere qualcosa da assecondare a cuor leggero, mette tutti, credenti in primis, «di fronte a una gravissima scelta morale». E rispetto a tale dilemma, continua l’intervento, «la Chiesa ricorda alle autorità statali che esse “devono trovare una giusta soluzione nei casi in cui una persona, per convinzione, rifiuta di prendere le armi, pur restando obbligata a servire la comunità umana in altro modo”». Il prelato cattolico fa insomma un esplicito richiamo, rispetto alla mobilitazione dei riservisti, all’obiezione di coscienza. Se non è una sconfessione della decisione del Cremlino, oggettivamente, poco ci manca. Tanto più che il discorso si apre con una celebre citazione di papa Eugenio Pacelli che suona anch’essa molto netta: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Pezzi termina qui la citazione, ma quel discorso, che Pio XII tenne il 24 agosto 1939, prosegue così: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare». Non ci sono dunque più dubbi rispetto a quale possa essere la linea dei cattolici in Russia, e cioè la stessa di Papa Francesco. Il che, se da un lato è scontato avendo la Chiesa cattolica un pilastro fondante nel papato, dall’altro comunque merita una sottolineatura, dal momento che le cose che ha scritto, monsignor Pezzi non le ha scritte da Roma, bensì da Mosca. Oltre che chiara, la sua è pertanto anche una posizione molto coraggiosa.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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