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2022-09-29
Gli States ai loro cittadini: «Via dalla Russia»
L'Ambasciata degli Stati Uniti a Mosca (Getty Images)
Si alza sempre di più il livello dello scontro tra la Russia e gli Stati Uniti. Ieri i cittadini americani sono stati invitati «a lasciare la Russia immediatamente usando le limitate opzioni di trasporto commerciale ancora disponibili». Questo, in sintesi, è quanto si legge sul sito dell’ambasciata americana a Mosca. L’ufficio nel suo alert ricorda come, in particolare, «siano a rischio le persone con doppia cittadinanza americana e russa». Altro brutto segnale è che anche i governi di Bulgaria e Polonia stanno esortando tutti i loro concittadini che si trovano in Russia «a partire immediatamente». Il ministero degli Esteri della Bulgaria chiede ai suoi cittadini «di astenersi dal viaggiare nella Federazione russa e raccomanda agli stessi di considerare la possibilità di lasciare il paese il prima possibile, utilizzando mezzi di trasporto attualmente disponibili». Lo stesso ha fatto il ministero degli Esteri polacco, rilasciando una dichiarazione simile: «In caso di un drastico deterioramento della situazione della sicurezza, della chiusura delle frontiere o di altre circostanze impreviste, l’evacuazione può rivelarsi notevolmente ostacolata o addirittura impossibile. Raccomandiamo che i cittadini della repubblica di Polonia che rimangono nella Federazione russa lascino il suo territorio utilizzando i mezzi commerciali e privati disponibili». Non sono parole da prendere alla leggera, perché si tratta di decisioni che vengono assunte dopo aver consultato le agenzie di intelligence: a Mosca sta per succedere qualcosa di brutto. A proposito di avvertimenti, il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, in visita a Washington, ha ringhiato: «Se Putin dovesse usare la bomba atomica, la Nato reagirà in maniera convenzionale, quindi non usando un’arma nucleare, ma la risposta sarà devastante». Nella giornata di ieri si è anche appreso che gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo pacchetto di armi da 1,1 miliardi di dollari per l’Ucraina, in previsione dell’annuncio da parte della Russia dell’annessione di territori contesi. Fonti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno riferito che il pacchetto comprenderà nuovamente i sistemi anti-missili Himars, munizioni, vari tipi di sistemi anti-drone e radar.
Intanto procede il processo di annessione delle regioni ucraine di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, dove le autorità filorusse hanno tenuto referendum per unirsi a Mosca (non riconosciuti dalla comunità internazionale), tanto che il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, all’agenzia Interfax ha dichiarato che «l’agenda del Parlamento russo verrà ridefinita, in modo da tenere lunedì una sessione plenaria straordinaria sull’annessione. Abbiamo già detto, e riaffermiamo all’unanimità, che sosteniamo il percorso verso la salvezza della popolazione della Nuova Russia (Novorossiya)». Mentre il ministero degli Esteri russo ha affermato che «saranno presto intraprese azioni per soddisfare le aspirazioni delle quattro regioni». Su questo tema ieri la Cina ha ribadito la propria contrarietà all’operato del Cremlino, e lo ha fatto attraverso il portavoce del ministro degli Esteri Wang Wenbin: «Sulla questione dell’Ucraina la nostra posizione è stata sempre chiara: abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata così come gli scopi e i principi della Carta dell’Onu». Wang Wenbin ha infine ricordato che «le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e dovrebbero essere sostenuti gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi». Parole che non potranno certo far piacere a Vladimir Putin, che vede crescere di continuo i distinguo di Pechino sulla sua guerra. Ieri hanno anche parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello ucraino Volodymyr Zelensky, quest’ultimo su Telegram ha ringraziato l’omologo turco «per l’incrollabile sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, per la posizione di principio sul non riconoscimento dei finti referendum illegali tenuti dalla Russia nei territori occupati. Apprezziamo molto il ruolo personale di Erdogan nell’organizzare il recente scambio di prigionieri di guerra e nel dare rifugio ai comandanti ucraini». Altre parole che non piaceranno a Mosca.
Sul versante militare, la mobilitazione parziale procede seppur tra molte difficoltà logistiche e l’enorme numero di persone che sta lasciando la Russia. Per tentare di contenere il fenomeno, in una nota pubblicata sul portale di notizie del governo si afferma che la Russia non darà più i passaporti a quelli che vengono richiamati per la leva: «Se un cittadino è già stato chiamato al servizio militare o ha ricevuto una convocazione (per mobilitazione o coscrizione), il passaporto internazionale non verrà concesso». Inoltre le autorità russe stanno istituendo posti di blocco ai confini statali per mobilitare con la forza gli uomini che stanno cercando di evitare il fronte fuggendo dal paese. Dai ieri, secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine, sul campo di battaglia la Russia ha iniziato a schierare prigionieri comuni: «Le persone condannate per reati penali sono arrivate a rinforzare le unità che stanno già combattendo in Ucraina». Mentre sul campo di battaglia non si registrano grandi cambiamenti, la sensazione è che il piano inclinato sul quale ci troviamo continui a farci scivolare verso il baratro.
La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale»
La mobilitazione di 300.000 riservisti, annunciata ufficialmente dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, per ridare slancio all’azione bellica in Ucraina, non ha la benedizione della Chiesa cattolica. È quanto emerge in modo cristallino dall’intervento, sul tema, della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia recante in calce il nome di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo metropolita di Mosca.
Si tratta di un intervento che, in realtà, si discosta su più punti dai toni e dalle strategie indicate dal Cremlino. Infatti, monsignor Pezzi riconosce apertamente che «in determinate circostanze, le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare armi e richiedere ai cittadini di adempiere ai doveri necessari per proteggere la patria, e coloro che servono onestamente la madrepatria nel servizio militare» sono servitori del «bene comune». Il punto è che, a parte detta sottolineatura, il prelato prende marcatamente le distanze dalle indicazioni putiniane.
Anzitutto perché rigetta in modo netto la retorica dell’«operazione militare speciale» definendo quello iniziato in Ucraina uno «scontro trasformatosi in un conflitto militare su vasta scala che ha già causato migliaia di vittime, minato la fiducia e l’unità tra paesi e popoli e minaccia l’esistenza del mondo intero». Ma non è finita, perché è proprio rispetto alla mobilitazione annunciata da Putin che monsignor Pezzi prende la posizione più forte e difforme dalla linea governativa. Infatti, scrive l’arcivescovo, «la parziale mobilitazione annunciata in Russia», ben lungi dall’essere qualcosa da assecondare a cuor leggero, mette tutti, credenti in primis, «di fronte a una gravissima scelta morale». E rispetto a tale dilemma, continua l’intervento, «la Chiesa ricorda alle autorità statali che esse “devono trovare una giusta soluzione nei casi in cui una persona, per convinzione, rifiuta di prendere le armi, pur restando obbligata a servire la comunità umana in altro modo”».
Il prelato cattolico fa insomma un esplicito richiamo, rispetto alla mobilitazione dei riservisti, all’obiezione di coscienza. Se non è una sconfessione della decisione del Cremlino, oggettivamente, poco ci manca. Tanto più che il discorso si apre con una celebre citazione di papa Eugenio Pacelli che suona anch’essa molto netta: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Pezzi termina qui la citazione, ma quel discorso, che Pio XII tenne il 24 agosto 1939, prosegue così: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare».
Non ci sono dunque più dubbi rispetto a quale possa essere la linea dei cattolici in Russia, e cioè la stessa di Papa Francesco. Il che, se da un lato è scontato avendo la Chiesa cattolica un pilastro fondante nel papato, dall’altro comunque merita una sottolineatura, dal momento che le cose che ha scritto, monsignor Pezzi non le ha scritte da Roma, bensì da Mosca. Oltre che chiara, la sua è pertanto anche una posizione molto coraggiosa.
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Stesso avvertimento da parte di Polonia e Bulgaria: «Utilizzate ogni mezzo disponibile, chi ha doppia cittadinanza potrebbe essere mandato in guerra». La Cina molla il Cremlino: «Rispettare l’integrità ucraina». Kiev: «Arrivati al fronte galeotti russi».La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale». Monsignor Paolo Pezzi: «La mobilitazione pone un grande dilemma davanti ai fedeli».Lo speciale comprende due articoli. Si alza sempre di più il livello dello scontro tra la Russia e gli Stati Uniti. Ieri i cittadini americani sono stati invitati «a lasciare la Russia immediatamente usando le limitate opzioni di trasporto commerciale ancora disponibili». Questo, in sintesi, è quanto si legge sul sito dell’ambasciata americana a Mosca. L’ufficio nel suo alert ricorda come, in particolare, «siano a rischio le persone con doppia cittadinanza americana e russa». Altro brutto segnale è che anche i governi di Bulgaria e Polonia stanno esortando tutti i loro concittadini che si trovano in Russia «a partire immediatamente». Il ministero degli Esteri della Bulgaria chiede ai suoi cittadini «di astenersi dal viaggiare nella Federazione russa e raccomanda agli stessi di considerare la possibilità di lasciare il paese il prima possibile, utilizzando mezzi di trasporto attualmente disponibili». Lo stesso ha fatto il ministero degli Esteri polacco, rilasciando una dichiarazione simile: «In caso di un drastico deterioramento della situazione della sicurezza, della chiusura delle frontiere o di altre circostanze impreviste, l’evacuazione può rivelarsi notevolmente ostacolata o addirittura impossibile. Raccomandiamo che i cittadini della repubblica di Polonia che rimangono nella Federazione russa lascino il suo territorio utilizzando i mezzi commerciali e privati disponibili». Non sono parole da prendere alla leggera, perché si tratta di decisioni che vengono assunte dopo aver consultato le agenzie di intelligence: a Mosca sta per succedere qualcosa di brutto. A proposito di avvertimenti, il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, in visita a Washington, ha ringhiato: «Se Putin dovesse usare la bomba atomica, la Nato reagirà in maniera convenzionale, quindi non usando un’arma nucleare, ma la risposta sarà devastante». Nella giornata di ieri si è anche appreso che gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo pacchetto di armi da 1,1 miliardi di dollari per l’Ucraina, in previsione dell’annuncio da parte della Russia dell’annessione di territori contesi. Fonti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno riferito che il pacchetto comprenderà nuovamente i sistemi anti-missili Himars, munizioni, vari tipi di sistemi anti-drone e radar.Intanto procede il processo di annessione delle regioni ucraine di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, dove le autorità filorusse hanno tenuto referendum per unirsi a Mosca (non riconosciuti dalla comunità internazionale), tanto che il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, all’agenzia Interfax ha dichiarato che «l’agenda del Parlamento russo verrà ridefinita, in modo da tenere lunedì una sessione plenaria straordinaria sull’annessione. Abbiamo già detto, e riaffermiamo all’unanimità, che sosteniamo il percorso verso la salvezza della popolazione della Nuova Russia (Novorossiya)». Mentre il ministero degli Esteri russo ha affermato che «saranno presto intraprese azioni per soddisfare le aspirazioni delle quattro regioni». Su questo tema ieri la Cina ha ribadito la propria contrarietà all’operato del Cremlino, e lo ha fatto attraverso il portavoce del ministro degli Esteri Wang Wenbin: «Sulla questione dell’Ucraina la nostra posizione è stata sempre chiara: abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata così come gli scopi e i principi della Carta dell’Onu». Wang Wenbin ha infine ricordato che «le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e dovrebbero essere sostenuti gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi». Parole che non potranno certo far piacere a Vladimir Putin, che vede crescere di continuo i distinguo di Pechino sulla sua guerra. Ieri hanno anche parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello ucraino Volodymyr Zelensky, quest’ultimo su Telegram ha ringraziato l’omologo turco «per l’incrollabile sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, per la posizione di principio sul non riconoscimento dei finti referendum illegali tenuti dalla Russia nei territori occupati. Apprezziamo molto il ruolo personale di Erdogan nell’organizzare il recente scambio di prigionieri di guerra e nel dare rifugio ai comandanti ucraini». Altre parole che non piaceranno a Mosca. Sul versante militare, la mobilitazione parziale procede seppur tra molte difficoltà logistiche e l’enorme numero di persone che sta lasciando la Russia. Per tentare di contenere il fenomeno, in una nota pubblicata sul portale di notizie del governo si afferma che la Russia non darà più i passaporti a quelli che vengono richiamati per la leva: «Se un cittadino è già stato chiamato al servizio militare o ha ricevuto una convocazione (per mobilitazione o coscrizione), il passaporto internazionale non verrà concesso». Inoltre le autorità russe stanno istituendo posti di blocco ai confini statali per mobilitare con la forza gli uomini che stanno cercando di evitare il fronte fuggendo dal paese. Dai ieri, secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine, sul campo di battaglia la Russia ha iniziato a schierare prigionieri comuni: «Le persone condannate per reati penali sono arrivate a rinforzare le unità che stanno già combattendo in Ucraina». 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È quanto emerge in modo cristallino dall’intervento, sul tema, della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia recante in calce il nome di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo metropolita di Mosca. Si tratta di un intervento che, in realtà, si discosta su più punti dai toni e dalle strategie indicate dal Cremlino. Infatti, monsignor Pezzi riconosce apertamente che «in determinate circostanze, le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare armi e richiedere ai cittadini di adempiere ai doveri necessari per proteggere la patria, e coloro che servono onestamente la madrepatria nel servizio militare» sono servitori del «bene comune». Il punto è che, a parte detta sottolineatura, il prelato prende marcatamente le distanze dalle indicazioni putiniane. Anzitutto perché rigetta in modo netto la retorica dell’«operazione militare speciale» definendo quello iniziato in Ucraina uno «scontro trasformatosi in un conflitto militare su vasta scala che ha già causato migliaia di vittime, minato la fiducia e l’unità tra paesi e popoli e minaccia l’esistenza del mondo intero». Ma non è finita, perché è proprio rispetto alla mobilitazione annunciata da Putin che monsignor Pezzi prende la posizione più forte e difforme dalla linea governativa. Infatti, scrive l’arcivescovo, «la parziale mobilitazione annunciata in Russia», ben lungi dall’essere qualcosa da assecondare a cuor leggero, mette tutti, credenti in primis, «di fronte a una gravissima scelta morale». E rispetto a tale dilemma, continua l’intervento, «la Chiesa ricorda alle autorità statali che esse “devono trovare una giusta soluzione nei casi in cui una persona, per convinzione, rifiuta di prendere le armi, pur restando obbligata a servire la comunità umana in altro modo”». Il prelato cattolico fa insomma un esplicito richiamo, rispetto alla mobilitazione dei riservisti, all’obiezione di coscienza. Se non è una sconfessione della decisione del Cremlino, oggettivamente, poco ci manca. Tanto più che il discorso si apre con una celebre citazione di papa Eugenio Pacelli che suona anch’essa molto netta: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Pezzi termina qui la citazione, ma quel discorso, che Pio XII tenne il 24 agosto 1939, prosegue così: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare». Non ci sono dunque più dubbi rispetto a quale possa essere la linea dei cattolici in Russia, e cioè la stessa di Papa Francesco. Il che, se da un lato è scontato avendo la Chiesa cattolica un pilastro fondante nel papato, dall’altro comunque merita una sottolineatura, dal momento che le cose che ha scritto, monsignor Pezzi non le ha scritte da Roma, bensì da Mosca. Oltre che chiara, la sua è pertanto anche una posizione molto coraggiosa.
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.