True
2022-09-29
Gli States ai loro cittadini: «Via dalla Russia»
L'Ambasciata degli Stati Uniti a Mosca (Getty Images)
Si alza sempre di più il livello dello scontro tra la Russia e gli Stati Uniti. Ieri i cittadini americani sono stati invitati «a lasciare la Russia immediatamente usando le limitate opzioni di trasporto commerciale ancora disponibili». Questo, in sintesi, è quanto si legge sul sito dell’ambasciata americana a Mosca. L’ufficio nel suo alert ricorda come, in particolare, «siano a rischio le persone con doppia cittadinanza americana e russa». Altro brutto segnale è che anche i governi di Bulgaria e Polonia stanno esortando tutti i loro concittadini che si trovano in Russia «a partire immediatamente». Il ministero degli Esteri della Bulgaria chiede ai suoi cittadini «di astenersi dal viaggiare nella Federazione russa e raccomanda agli stessi di considerare la possibilità di lasciare il paese il prima possibile, utilizzando mezzi di trasporto attualmente disponibili». Lo stesso ha fatto il ministero degli Esteri polacco, rilasciando una dichiarazione simile: «In caso di un drastico deterioramento della situazione della sicurezza, della chiusura delle frontiere o di altre circostanze impreviste, l’evacuazione può rivelarsi notevolmente ostacolata o addirittura impossibile. Raccomandiamo che i cittadini della repubblica di Polonia che rimangono nella Federazione russa lascino il suo territorio utilizzando i mezzi commerciali e privati disponibili». Non sono parole da prendere alla leggera, perché si tratta di decisioni che vengono assunte dopo aver consultato le agenzie di intelligence: a Mosca sta per succedere qualcosa di brutto. A proposito di avvertimenti, il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, in visita a Washington, ha ringhiato: «Se Putin dovesse usare la bomba atomica, la Nato reagirà in maniera convenzionale, quindi non usando un’arma nucleare, ma la risposta sarà devastante». Nella giornata di ieri si è anche appreso che gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo pacchetto di armi da 1,1 miliardi di dollari per l’Ucraina, in previsione dell’annuncio da parte della Russia dell’annessione di territori contesi. Fonti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno riferito che il pacchetto comprenderà nuovamente i sistemi anti-missili Himars, munizioni, vari tipi di sistemi anti-drone e radar.
Intanto procede il processo di annessione delle regioni ucraine di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, dove le autorità filorusse hanno tenuto referendum per unirsi a Mosca (non riconosciuti dalla comunità internazionale), tanto che il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, all’agenzia Interfax ha dichiarato che «l’agenda del Parlamento russo verrà ridefinita, in modo da tenere lunedì una sessione plenaria straordinaria sull’annessione. Abbiamo già detto, e riaffermiamo all’unanimità, che sosteniamo il percorso verso la salvezza della popolazione della Nuova Russia (Novorossiya)». Mentre il ministero degli Esteri russo ha affermato che «saranno presto intraprese azioni per soddisfare le aspirazioni delle quattro regioni». Su questo tema ieri la Cina ha ribadito la propria contrarietà all’operato del Cremlino, e lo ha fatto attraverso il portavoce del ministro degli Esteri Wang Wenbin: «Sulla questione dell’Ucraina la nostra posizione è stata sempre chiara: abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata così come gli scopi e i principi della Carta dell’Onu». Wang Wenbin ha infine ricordato che «le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e dovrebbero essere sostenuti gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi». Parole che non potranno certo far piacere a Vladimir Putin, che vede crescere di continuo i distinguo di Pechino sulla sua guerra. Ieri hanno anche parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello ucraino Volodymyr Zelensky, quest’ultimo su Telegram ha ringraziato l’omologo turco «per l’incrollabile sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, per la posizione di principio sul non riconoscimento dei finti referendum illegali tenuti dalla Russia nei territori occupati. Apprezziamo molto il ruolo personale di Erdogan nell’organizzare il recente scambio di prigionieri di guerra e nel dare rifugio ai comandanti ucraini». Altre parole che non piaceranno a Mosca.
Sul versante militare, la mobilitazione parziale procede seppur tra molte difficoltà logistiche e l’enorme numero di persone che sta lasciando la Russia. Per tentare di contenere il fenomeno, in una nota pubblicata sul portale di notizie del governo si afferma che la Russia non darà più i passaporti a quelli che vengono richiamati per la leva: «Se un cittadino è già stato chiamato al servizio militare o ha ricevuto una convocazione (per mobilitazione o coscrizione), il passaporto internazionale non verrà concesso». Inoltre le autorità russe stanno istituendo posti di blocco ai confini statali per mobilitare con la forza gli uomini che stanno cercando di evitare il fronte fuggendo dal paese. Dai ieri, secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine, sul campo di battaglia la Russia ha iniziato a schierare prigionieri comuni: «Le persone condannate per reati penali sono arrivate a rinforzare le unità che stanno già combattendo in Ucraina». Mentre sul campo di battaglia non si registrano grandi cambiamenti, la sensazione è che il piano inclinato sul quale ci troviamo continui a farci scivolare verso il baratro.
La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale»
La mobilitazione di 300.000 riservisti, annunciata ufficialmente dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, per ridare slancio all’azione bellica in Ucraina, non ha la benedizione della Chiesa cattolica. È quanto emerge in modo cristallino dall’intervento, sul tema, della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia recante in calce il nome di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo metropolita di Mosca.
Si tratta di un intervento che, in realtà, si discosta su più punti dai toni e dalle strategie indicate dal Cremlino. Infatti, monsignor Pezzi riconosce apertamente che «in determinate circostanze, le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare armi e richiedere ai cittadini di adempiere ai doveri necessari per proteggere la patria, e coloro che servono onestamente la madrepatria nel servizio militare» sono servitori del «bene comune». Il punto è che, a parte detta sottolineatura, il prelato prende marcatamente le distanze dalle indicazioni putiniane.
Anzitutto perché rigetta in modo netto la retorica dell’«operazione militare speciale» definendo quello iniziato in Ucraina uno «scontro trasformatosi in un conflitto militare su vasta scala che ha già causato migliaia di vittime, minato la fiducia e l’unità tra paesi e popoli e minaccia l’esistenza del mondo intero». Ma non è finita, perché è proprio rispetto alla mobilitazione annunciata da Putin che monsignor Pezzi prende la posizione più forte e difforme dalla linea governativa. Infatti, scrive l’arcivescovo, «la parziale mobilitazione annunciata in Russia», ben lungi dall’essere qualcosa da assecondare a cuor leggero, mette tutti, credenti in primis, «di fronte a una gravissima scelta morale». E rispetto a tale dilemma, continua l’intervento, «la Chiesa ricorda alle autorità statali che esse “devono trovare una giusta soluzione nei casi in cui una persona, per convinzione, rifiuta di prendere le armi, pur restando obbligata a servire la comunità umana in altro modo”».
Il prelato cattolico fa insomma un esplicito richiamo, rispetto alla mobilitazione dei riservisti, all’obiezione di coscienza. Se non è una sconfessione della decisione del Cremlino, oggettivamente, poco ci manca. Tanto più che il discorso si apre con una celebre citazione di papa Eugenio Pacelli che suona anch’essa molto netta: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Pezzi termina qui la citazione, ma quel discorso, che Pio XII tenne il 24 agosto 1939, prosegue così: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare».
Non ci sono dunque più dubbi rispetto a quale possa essere la linea dei cattolici in Russia, e cioè la stessa di Papa Francesco. Il che, se da un lato è scontato avendo la Chiesa cattolica un pilastro fondante nel papato, dall’altro comunque merita una sottolineatura, dal momento che le cose che ha scritto, monsignor Pezzi non le ha scritte da Roma, bensì da Mosca. Oltre che chiara, la sua è pertanto anche una posizione molto coraggiosa.
Continua a leggereRiduci
Stesso avvertimento da parte di Polonia e Bulgaria: «Utilizzate ogni mezzo disponibile, chi ha doppia cittadinanza potrebbe essere mandato in guerra». La Cina molla il Cremlino: «Rispettare l’integrità ucraina». Kiev: «Arrivati al fronte galeotti russi».La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale». Monsignor Paolo Pezzi: «La mobilitazione pone un grande dilemma davanti ai fedeli».Lo speciale comprende due articoli. Si alza sempre di più il livello dello scontro tra la Russia e gli Stati Uniti. Ieri i cittadini americani sono stati invitati «a lasciare la Russia immediatamente usando le limitate opzioni di trasporto commerciale ancora disponibili». Questo, in sintesi, è quanto si legge sul sito dell’ambasciata americana a Mosca. L’ufficio nel suo alert ricorda come, in particolare, «siano a rischio le persone con doppia cittadinanza americana e russa». Altro brutto segnale è che anche i governi di Bulgaria e Polonia stanno esortando tutti i loro concittadini che si trovano in Russia «a partire immediatamente». Il ministero degli Esteri della Bulgaria chiede ai suoi cittadini «di astenersi dal viaggiare nella Federazione russa e raccomanda agli stessi di considerare la possibilità di lasciare il paese il prima possibile, utilizzando mezzi di trasporto attualmente disponibili». Lo stesso ha fatto il ministero degli Esteri polacco, rilasciando una dichiarazione simile: «In caso di un drastico deterioramento della situazione della sicurezza, della chiusura delle frontiere o di altre circostanze impreviste, l’evacuazione può rivelarsi notevolmente ostacolata o addirittura impossibile. Raccomandiamo che i cittadini della repubblica di Polonia che rimangono nella Federazione russa lascino il suo territorio utilizzando i mezzi commerciali e privati disponibili». Non sono parole da prendere alla leggera, perché si tratta di decisioni che vengono assunte dopo aver consultato le agenzie di intelligence: a Mosca sta per succedere qualcosa di brutto. A proposito di avvertimenti, il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, in visita a Washington, ha ringhiato: «Se Putin dovesse usare la bomba atomica, la Nato reagirà in maniera convenzionale, quindi non usando un’arma nucleare, ma la risposta sarà devastante». Nella giornata di ieri si è anche appreso che gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo pacchetto di armi da 1,1 miliardi di dollari per l’Ucraina, in previsione dell’annuncio da parte della Russia dell’annessione di territori contesi. Fonti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno riferito che il pacchetto comprenderà nuovamente i sistemi anti-missili Himars, munizioni, vari tipi di sistemi anti-drone e radar.Intanto procede il processo di annessione delle regioni ucraine di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia, dove le autorità filorusse hanno tenuto referendum per unirsi a Mosca (non riconosciuti dalla comunità internazionale), tanto che il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, all’agenzia Interfax ha dichiarato che «l’agenda del Parlamento russo verrà ridefinita, in modo da tenere lunedì una sessione plenaria straordinaria sull’annessione. Abbiamo già detto, e riaffermiamo all’unanimità, che sosteniamo il percorso verso la salvezza della popolazione della Nuova Russia (Novorossiya)». Mentre il ministero degli Esteri russo ha affermato che «saranno presto intraprese azioni per soddisfare le aspirazioni delle quattro regioni». Su questo tema ieri la Cina ha ribadito la propria contrarietà all’operato del Cremlino, e lo ha fatto attraverso il portavoce del ministro degli Esteri Wang Wenbin: «Sulla questione dell’Ucraina la nostra posizione è stata sempre chiara: abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata così come gli scopi e i principi della Carta dell’Onu». Wang Wenbin ha infine ricordato che «le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e dovrebbero essere sostenuti gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi». Parole che non potranno certo far piacere a Vladimir Putin, che vede crescere di continuo i distinguo di Pechino sulla sua guerra. Ieri hanno anche parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello ucraino Volodymyr Zelensky, quest’ultimo su Telegram ha ringraziato l’omologo turco «per l’incrollabile sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, per la posizione di principio sul non riconoscimento dei finti referendum illegali tenuti dalla Russia nei territori occupati. Apprezziamo molto il ruolo personale di Erdogan nell’organizzare il recente scambio di prigionieri di guerra e nel dare rifugio ai comandanti ucraini». Altre parole che non piaceranno a Mosca. Sul versante militare, la mobilitazione parziale procede seppur tra molte difficoltà logistiche e l’enorme numero di persone che sta lasciando la Russia. Per tentare di contenere il fenomeno, in una nota pubblicata sul portale di notizie del governo si afferma che la Russia non darà più i passaporti a quelli che vengono richiamati per la leva: «Se un cittadino è già stato chiamato al servizio militare o ha ricevuto una convocazione (per mobilitazione o coscrizione), il passaporto internazionale non verrà concesso». Inoltre le autorità russe stanno istituendo posti di blocco ai confini statali per mobilitare con la forza gli uomini che stanno cercando di evitare il fronte fuggendo dal paese. Dai ieri, secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine, sul campo di battaglia la Russia ha iniziato a schierare prigionieri comuni: «Le persone condannate per reati penali sono arrivate a rinforzare le unità che stanno già combattendo in Ucraina». Mentre sul campo di battaglia non si registrano grandi cambiamenti, la sensazione è che il piano inclinato sul quale ci troviamo continui a farci scivolare verso il baratro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-russia-cittadini-americani-2658355707.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-chiesa-moscovita-sfida-lo-zar-e-una-gravissima-scelta-morale" data-post-id="2658355707" data-published-at="1664396391" data-use-pagination="False"> La Chiesa moscovita sfida lo zar: «È una gravissima scelta morale» La mobilitazione di 300.000 riservisti, annunciata ufficialmente dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, per ridare slancio all’azione bellica in Ucraina, non ha la benedizione della Chiesa cattolica. È quanto emerge in modo cristallino dall’intervento, sul tema, della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia recante in calce il nome di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo metropolita di Mosca. Si tratta di un intervento che, in realtà, si discosta su più punti dai toni e dalle strategie indicate dal Cremlino. Infatti, monsignor Pezzi riconosce apertamente che «in determinate circostanze, le autorità statali non solo hanno il diritto, ma devono anche usare armi e richiedere ai cittadini di adempiere ai doveri necessari per proteggere la patria, e coloro che servono onestamente la madrepatria nel servizio militare» sono servitori del «bene comune». Il punto è che, a parte detta sottolineatura, il prelato prende marcatamente le distanze dalle indicazioni putiniane. Anzitutto perché rigetta in modo netto la retorica dell’«operazione militare speciale» definendo quello iniziato in Ucraina uno «scontro trasformatosi in un conflitto militare su vasta scala che ha già causato migliaia di vittime, minato la fiducia e l’unità tra paesi e popoli e minaccia l’esistenza del mondo intero». Ma non è finita, perché è proprio rispetto alla mobilitazione annunciata da Putin che monsignor Pezzi prende la posizione più forte e difforme dalla linea governativa. Infatti, scrive l’arcivescovo, «la parziale mobilitazione annunciata in Russia», ben lungi dall’essere qualcosa da assecondare a cuor leggero, mette tutti, credenti in primis, «di fronte a una gravissima scelta morale». E rispetto a tale dilemma, continua l’intervento, «la Chiesa ricorda alle autorità statali che esse “devono trovare una giusta soluzione nei casi in cui una persona, per convinzione, rifiuta di prendere le armi, pur restando obbligata a servire la comunità umana in altro modo”». Il prelato cattolico fa insomma un esplicito richiamo, rispetto alla mobilitazione dei riservisti, all’obiezione di coscienza. Se non è una sconfessione della decisione del Cremlino, oggettivamente, poco ci manca. Tanto più che il discorso si apre con una celebre citazione di papa Eugenio Pacelli che suona anch’essa molto netta: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Pezzi termina qui la citazione, ma quel discorso, che Pio XII tenne il 24 agosto 1939, prosegue così: «Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare». Non ci sono dunque più dubbi rispetto a quale possa essere la linea dei cattolici in Russia, e cioè la stessa di Papa Francesco. Il che, se da un lato è scontato avendo la Chiesa cattolica un pilastro fondante nel papato, dall’altro comunque merita una sottolineatura, dal momento che le cose che ha scritto, monsignor Pezzi non le ha scritte da Roma, bensì da Mosca. Oltre che chiara, la sua è pertanto anche una posizione molto coraggiosa.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
Continua a leggereRiduci
Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
Continua a leggereRiduci
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
Continua a leggereRiduci