Difficile credere che il pallone spione cinese sopra l’America sia stato il vero motivo del rinvio della visita di Antony Blinken in Cina, corredata da una faccia a faccia con Xi Jinping. Appare più verosimile che i veri motivi siano altri. Ecco qui di seguito una lista/analisi forse utile anche a calibrare l’ipotesi di viaggio del premier italiano (su invito di Xi) a Pechino.
L’intelligence statunitense e quella connessa hanno trovato molteplici rivoli di aiuto cinese allo sforzo bellico russo (per esempio, la Corea del Nord ha mandato diversi assetti con l’ovvio consenso cinese e qualcosa in più «ripitturato», Pechino ha rinforzato il sistema satellitare russo, ecc.) in un contesto di grande aiuto all’economia russa, senza il quale sarebbe collassata. Si immagini un Blinken che stringa la mano a XI e, dopo pochi giorni, che Mosca tenti un’offensiva massiva e «massacrativa» in Ucraina. La Camera a maggioranza repubblicana inchioderebbe Blinken e Joe Biden, con il contributo di buona parte del Partito democratico che non vuole ricandidare Biden stesso. E, se non succedesse proprio questo, la continua pressione militare cinese su Taiwan, al momento finalizzata a influenzare le prossime elezioni presidenziali a Taipei, convincendo via bastone l’elettorato a non rischiare l’indipendentismo (e via carota, cioè finanziamenti, a uno dei due partiti in competizione) per poi trasformarsi in minaccia maggiore nel caso vincesse di nuovo l’indipendentismo stesso, è in evidente contraddizione con una stretta di mano tra Blinken e Xi: Taiwan ha bisogno di una postura forte di deterrenza statunitense, anche nominale/simbolica, e gli alleati hanno necessità di vederla per avere fiducia nell’ingaggio americano nel contenimento del potere cinese.
In ogni caso, l’America non può permettersi, di fronte agli alleati Nato e nel Pacifico, di mostrarsi disposta a concedere a Pechino il ruolo di mediatore tra Russia e Nato-Ue-Ucraina, posizione che la Cina sta sottilmente cercando. Chi scrive ritiene che alla Cina debba arrivare il messaggio che, se non smette di fornire aiuti bellici alla Russia, pur ombreggiati, rischierà di trovarsi bersaglio di sanzioni secondarie da parte del G7. Un tale messaggio è già nell’aria da molti mesi, ma alcune nazioni dell’Alleanza sono riluttanti a esplicitarlo e ad aderivi, in particolare alcuni Stati europei che sperano di continuare qualche relazione con la Cina, pur ormai tossica, e ciò rende prudente l’America nel calibrarlo, anche se lo prevede nell’arsenale della guerra economica e della deterrenza integrata globale.
In sintesi, l’idea emersa nel G20 di Bali, ovvero che ci fosse uno spazio per arginare la guerra fredda tra America e Cina, si è molto ridotta. Ciò non implica un’escalation bellica, ma nemmeno rende fattibili accordi quadro pur nella continuità di interlocuzioni quasi giornaliere tra funzionari di medio livello.
C’è anche un motivo di tecnica geopolitica per rinviare colloqui a più alto livello. I confini tra le sfere di influenza cinese e americana sul piano globale sono molto mobili e sia Pechino sia Washington stanno tentando di allargare la loro sfera stessa. Da qualche settimana l’America sta recuperando lo svantaggio precedente in questa dinamica. Ha ottenuto, dalle Filippine, ulteriori basi militari, portando più vicino a Taiwan il suo potenziale logistico (fattore chiave) di sostegno a operazioni aeronavali. Ha riaperto l’ambasciata nelle isole Salomone, il cui governo aveva ceduto alla penetrazione cinese, segnale di una volontà di contrasto anche nei geodettagli. Molto importante, poi, l’accordo per forniture di armamenti statunitensi all’India, che sostituiscono quelle russe, rinforzando la tendenza a consolidare l’alleanza anticinese Quad (India, Australia, Giappone, Stati Uniti).
Segnaletico è, poi, il viaggio del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a Tokyo per avviare l’integrazione tra la Nato stessa e le alleanze del Pacifico sotto l’ombrello G7. Al riguardo dell’Aukus (i sottomarini nucleari americani e britannici all’Australia e derivate) alcuni analisti si sono chiesti se le dimissioni del premier della Nuova Zelanda, Jacinta Arden, siano state veramente motivate dal desiderio di stare con la famiglia o da una pressione per rendere Auckland (uno dei «Five eyes», molto strategico) più convergente con l’alleanza anticinese via sostituzione dell’esecutivo.
Molto più chiaro è il ritorno dell’America in Africa. L’inusuale e prolungato viaggio del ministro del Tesoro, Janet Yellen, in alcune nazioni africane, ha segnalato un’azione diplomatica molto concreta per iniziare la bonifica del continente dalla presenza (predatrice) cinese. Ci sono tanti altri segnali. Ma, in sintesi, l’America – pur, ora, a conduzione un po’ indecisa – mostra volontà e capacità di riproiettarsi nel mondo per contenere e poi progressivamente ridurre l’influenza di Pechino. Per inciso, questo vettore strategico favorisce l’espansione di uno spazio geoeconomico italiano e stimola l’attivazione del progetto «Global Gateway» dell’Ue, finalizzato a espandere le relazioni economiche europee sul piano globale. Chi scrive, spera in una convergenza euroamericana.
Ovviamente la Cina non starà ferma e, vista la difficoltà di trovare alleati – fa paura ai vicini e trova contrasti crescenti nelle sue operazioni remote – tenderà ad allargare il suo blocco continentale («Greater China») includendo la Russia e l’Asia centrale (prossima zona di frizione tra blocchi), pur cercando di difendere i suoi presidii in Africa e Sud America, nonché corteggiando le nazioni arabe. Francamente, in questa dinamica di frizione, non si capisce quali accordi quadro possano fare America e Cina se non quello di continuare a parlarsi per evitare rischi bellici, a livello di funzionari tecnici. Riflessione che, chi scrive, trasferisce al governo.
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