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2022-11-13
Una voragine da 43 miliardi: l’insostenibile eredità di Franco sul Superbonus
Daniele Franco (Ansa)
Un buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari.
L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni.
Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?
Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.
L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023.
Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie».
Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano».
«Troveremo un accordo sulla data». Forza Italia spinge per fine anno
«Un accordo si troverà. Questa è una maggioranza politica, è normale che ci sia una dialettica, ma alla fine si raggiungerà un punto di equilibrio»: così una fonte autorevole di governo commenta le frizioni sul Superbonus tra Forza Italia e gli alleati di centrodestra. Frizioni fisiologiche, destinate, salvo pericolose impuntature di principio, a produrre un’intesa quando il decreto Aiuti quater, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 novembre, arriverà in parlamento per la conversione in legge.
Forza Italia chiede alcune modifiche, e annuncia in proposito la presentazione di un emendamento: «Era doveroso», spiegano in una nota i capigruppo di Fi alla Camera e al Senato, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli, «intervenire sul Superbonus per contenere la spesa pubblica e per correggere distorsioni. È altrettanto doveroso dare certezze agli operatori del settore. Per questo, Forza Italia lavorerà per spostare la data di scadenza delle agevolazioni almeno di un mese per chi ha già deliberato in assemblea di condominio e ha già stipulato contratti». L’emendamento in questione proporrà di procrastinare le modifiche alle norme dal 25 novembre al 31 dicembre. «Siamo certi», dice alla Verità il deputato forzista Giorgio Mulè, «che al governo hanno compreso la necessità di prevedere una norma transitoria per chi sta definendo le pratiche, e dunque che per tutto il 2022 sia garantito il 110% per chi ha in corso la procedura».
Entra più nel dettaglio la deputata forzista Erica Mazzetti: «Primo lo sblocco di quei crediti fermi da oltre un anno che stanno soffocando le imprese», propone la Mazzetti a TgCom 24, «e poi, a stretto giro, un tavolo tecnico-politico per definire una cornice normativa chiara e stabile sui bonus edili, a sostegno del settore. Non si possono cambiare le regole in corsa un’altra volta e per questo Forza Italia ha chiesto un periodo transitorio, con lo spostamento delle scadenze di almeno un mese. Tra le varie proposte che vorremmo sottoporre al governo», aggiunge la Mazzetti, «abbiamo pensato a un bonus proporzionale all’aumento di classe energetica dell’immobile e non in base al reddito, visto che già l’anno scorso abbiamo contrastato l’uso del parametro Isee. Per far questo occorre un tavolo tecnico-politico insieme alle categorie economiche e agli ordini professionali», conclude la Mazzetti, «dove insieme decidere come strutturare gli incentivi per il settore. Noi di centrodestra non possiamo certo colpire le imprese, a maggior ragione quelle della filiera edile motrice del paese, e il ceto medio».
Viene da chiedersi perché i cinque ministri di Forza Italia, ovvero Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non abbiano sollevato il problema in Consiglio dei ministri.
Fatto sta che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno voglia di creare una spaccatura nella maggioranza su un tema così residuale: «Sicuramente», dice alla Verità un altro big di maggioranza, «il provvedimento andrà in porto e si troverà un accordo, ci mancherebbe altro». Apre alla possibilità di modificare il decreto il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso di Fratelli d’Italia: «La risposta del nostro governo», dice Urso all’Agi, «che è rispettosa di tutte le parti sociali e delle associazioni d’impresa, è sempre che il parlamento è sovrano e ogni modifica può essere fatta in parlamento. Certo è che è un provvedimento assolutamente necessario per rimettere in ordine una materia su cui evidentemente non c’era stata sufficiente consapevolezza all’inizio».
Va all’attacco il leader del M5s Giuseppe Conte: «La revisione del Superbonus dal 110% al 90%», dice Giuseppi, «rompe il patto con famiglie e imprese, danneggiando chi aveva già programmato investimenti. Il governo cambia le regole in corsa. Non solo agisce in perfetta linea di continuità con il governo Draghi, quanto piuttosto rafforza il boicottaggio di questa misura. E meno male che la Meloni era all’opposizione. Meloni e il governo si fermino», aggiunge Conte, «prima di dare un ulteriore colpo ai cittadini già colpiti dalla crisi».
Si schiera con il governo il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori: «Giusta», twitta Gori, «la decisione di contenere il Superbonus. La vecchia misura è costata un’enormità (60 miliardi, 38 di buco per lo Stato) a beneficio di pochi, e causato truffe e inflazione. Fa incavolare che a cambiare sia il governo di destra, con la sedicente sinistra sulle barricate». «Sindaco», replica il senatore del M5s Stefano Patuanelli, «quando vuoi e dove vuoi possiamo confrontarci sul Superbonus, non si possono sparare numeri a caso e lasciare Forza Italia a difendere una misura che è stata un volano incredibile per il Paese».
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L’allora relazione tecnica stimava che la proroga del 110% sarebbe costata 14 miliardi Il massiccio ricorso alle agevolazioni è diventato un problema per la legge Finanziaria.Nessuna intenzione di spaccare la maggioranza. Il pd Giorgio Gori: «Avremmo dovuto farlo noi».Lo speciale contiene due articoliUn buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari. L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni. Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023. Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie». Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-voragine-da-43-miliardi-linsostenibile-eredita-di-franco-sul-superbonus-2658639267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="troveremo-un-accordo-sulla-data-forza-italia-spinge-per-fine-anno" data-post-id="2658639267" data-published-at="1668296807" data-use-pagination="False"> «Troveremo un accordo sulla data». Forza Italia spinge per fine anno «Un accordo si troverà. Questa è una maggioranza politica, è normale che ci sia una dialettica, ma alla fine si raggiungerà un punto di equilibrio»: così una fonte autorevole di governo commenta le frizioni sul Superbonus tra Forza Italia e gli alleati di centrodestra. Frizioni fisiologiche, destinate, salvo pericolose impuntature di principio, a produrre un’intesa quando il decreto Aiuti quater, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 novembre, arriverà in parlamento per la conversione in legge. Forza Italia chiede alcune modifiche, e annuncia in proposito la presentazione di un emendamento: «Era doveroso», spiegano in una nota i capigruppo di Fi alla Camera e al Senato, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli, «intervenire sul Superbonus per contenere la spesa pubblica e per correggere distorsioni. È altrettanto doveroso dare certezze agli operatori del settore. Per questo, Forza Italia lavorerà per spostare la data di scadenza delle agevolazioni almeno di un mese per chi ha già deliberato in assemblea di condominio e ha già stipulato contratti». L’emendamento in questione proporrà di procrastinare le modifiche alle norme dal 25 novembre al 31 dicembre. «Siamo certi», dice alla Verità il deputato forzista Giorgio Mulè, «che al governo hanno compreso la necessità di prevedere una norma transitoria per chi sta definendo le pratiche, e dunque che per tutto il 2022 sia garantito il 110% per chi ha in corso la procedura». Entra più nel dettaglio la deputata forzista Erica Mazzetti: «Primo lo sblocco di quei crediti fermi da oltre un anno che stanno soffocando le imprese», propone la Mazzetti a TgCom 24, «e poi, a stretto giro, un tavolo tecnico-politico per definire una cornice normativa chiara e stabile sui bonus edili, a sostegno del settore. Non si possono cambiare le regole in corsa un’altra volta e per questo Forza Italia ha chiesto un periodo transitorio, con lo spostamento delle scadenze di almeno un mese. Tra le varie proposte che vorremmo sottoporre al governo», aggiunge la Mazzetti, «abbiamo pensato a un bonus proporzionale all’aumento di classe energetica dell’immobile e non in base al reddito, visto che già l’anno scorso abbiamo contrastato l’uso del parametro Isee. Per far questo occorre un tavolo tecnico-politico insieme alle categorie economiche e agli ordini professionali», conclude la Mazzetti, «dove insieme decidere come strutturare gli incentivi per il settore. Noi di centrodestra non possiamo certo colpire le imprese, a maggior ragione quelle della filiera edile motrice del paese, e il ceto medio». Viene da chiedersi perché i cinque ministri di Forza Italia, ovvero Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non abbiano sollevato il problema in Consiglio dei ministri. Fatto sta che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno voglia di creare una spaccatura nella maggioranza su un tema così residuale: «Sicuramente», dice alla Verità un altro big di maggioranza, «il provvedimento andrà in porto e si troverà un accordo, ci mancherebbe altro». Apre alla possibilità di modificare il decreto il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso di Fratelli d’Italia: «La risposta del nostro governo», dice Urso all’Agi, «che è rispettosa di tutte le parti sociali e delle associazioni d’impresa, è sempre che il parlamento è sovrano e ogni modifica può essere fatta in parlamento. Certo è che è un provvedimento assolutamente necessario per rimettere in ordine una materia su cui evidentemente non c’era stata sufficiente consapevolezza all’inizio». Va all’attacco il leader del M5s Giuseppe Conte: «La revisione del Superbonus dal 110% al 90%», dice Giuseppi, «rompe il patto con famiglie e imprese, danneggiando chi aveva già programmato investimenti. Il governo cambia le regole in corsa. Non solo agisce in perfetta linea di continuità con il governo Draghi, quanto piuttosto rafforza il boicottaggio di questa misura. E meno male che la Meloni era all’opposizione. Meloni e il governo si fermino», aggiunge Conte, «prima di dare un ulteriore colpo ai cittadini già colpiti dalla crisi». Si schiera con il governo il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori: «Giusta», twitta Gori, «la decisione di contenere il Superbonus. La vecchia misura è costata un’enormità (60 miliardi, 38 di buco per lo Stato) a beneficio di pochi, e causato truffe e inflazione. Fa incavolare che a cambiare sia il governo di destra, con la sedicente sinistra sulle barricate». «Sindaco», replica il senatore del M5s Stefano Patuanelli, «quando vuoi e dove vuoi possiamo confrontarci sul Superbonus, non si possono sparare numeri a caso e lasciare Forza Italia a difendere una misura che è stata un volano incredibile per il Paese».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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