True
2022-11-13
Una voragine da 43 miliardi: l’insostenibile eredità di Franco sul Superbonus
Daniele Franco (Ansa)
Un buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari.
L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni.
Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?
Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.
L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023.
Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie».
Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano».
«Troveremo un accordo sulla data». Forza Italia spinge per fine anno
«Un accordo si troverà. Questa è una maggioranza politica, è normale che ci sia una dialettica, ma alla fine si raggiungerà un punto di equilibrio»: così una fonte autorevole di governo commenta le frizioni sul Superbonus tra Forza Italia e gli alleati di centrodestra. Frizioni fisiologiche, destinate, salvo pericolose impuntature di principio, a produrre un’intesa quando il decreto Aiuti quater, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 novembre, arriverà in parlamento per la conversione in legge.
Forza Italia chiede alcune modifiche, e annuncia in proposito la presentazione di un emendamento: «Era doveroso», spiegano in una nota i capigruppo di Fi alla Camera e al Senato, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli, «intervenire sul Superbonus per contenere la spesa pubblica e per correggere distorsioni. È altrettanto doveroso dare certezze agli operatori del settore. Per questo, Forza Italia lavorerà per spostare la data di scadenza delle agevolazioni almeno di un mese per chi ha già deliberato in assemblea di condominio e ha già stipulato contratti». L’emendamento in questione proporrà di procrastinare le modifiche alle norme dal 25 novembre al 31 dicembre. «Siamo certi», dice alla Verità il deputato forzista Giorgio Mulè, «che al governo hanno compreso la necessità di prevedere una norma transitoria per chi sta definendo le pratiche, e dunque che per tutto il 2022 sia garantito il 110% per chi ha in corso la procedura».
Entra più nel dettaglio la deputata forzista Erica Mazzetti: «Primo lo sblocco di quei crediti fermi da oltre un anno che stanno soffocando le imprese», propone la Mazzetti a TgCom 24, «e poi, a stretto giro, un tavolo tecnico-politico per definire una cornice normativa chiara e stabile sui bonus edili, a sostegno del settore. Non si possono cambiare le regole in corsa un’altra volta e per questo Forza Italia ha chiesto un periodo transitorio, con lo spostamento delle scadenze di almeno un mese. Tra le varie proposte che vorremmo sottoporre al governo», aggiunge la Mazzetti, «abbiamo pensato a un bonus proporzionale all’aumento di classe energetica dell’immobile e non in base al reddito, visto che già l’anno scorso abbiamo contrastato l’uso del parametro Isee. Per far questo occorre un tavolo tecnico-politico insieme alle categorie economiche e agli ordini professionali», conclude la Mazzetti, «dove insieme decidere come strutturare gli incentivi per il settore. Noi di centrodestra non possiamo certo colpire le imprese, a maggior ragione quelle della filiera edile motrice del paese, e il ceto medio».
Viene da chiedersi perché i cinque ministri di Forza Italia, ovvero Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non abbiano sollevato il problema in Consiglio dei ministri.
Fatto sta che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno voglia di creare una spaccatura nella maggioranza su un tema così residuale: «Sicuramente», dice alla Verità un altro big di maggioranza, «il provvedimento andrà in porto e si troverà un accordo, ci mancherebbe altro». Apre alla possibilità di modificare il decreto il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso di Fratelli d’Italia: «La risposta del nostro governo», dice Urso all’Agi, «che è rispettosa di tutte le parti sociali e delle associazioni d’impresa, è sempre che il parlamento è sovrano e ogni modifica può essere fatta in parlamento. Certo è che è un provvedimento assolutamente necessario per rimettere in ordine una materia su cui evidentemente non c’era stata sufficiente consapevolezza all’inizio».
Va all’attacco il leader del M5s Giuseppe Conte: «La revisione del Superbonus dal 110% al 90%», dice Giuseppi, «rompe il patto con famiglie e imprese, danneggiando chi aveva già programmato investimenti. Il governo cambia le regole in corsa. Non solo agisce in perfetta linea di continuità con il governo Draghi, quanto piuttosto rafforza il boicottaggio di questa misura. E meno male che la Meloni era all’opposizione. Meloni e il governo si fermino», aggiunge Conte, «prima di dare un ulteriore colpo ai cittadini già colpiti dalla crisi».
Si schiera con il governo il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori: «Giusta», twitta Gori, «la decisione di contenere il Superbonus. La vecchia misura è costata un’enormità (60 miliardi, 38 di buco per lo Stato) a beneficio di pochi, e causato truffe e inflazione. Fa incavolare che a cambiare sia il governo di destra, con la sedicente sinistra sulle barricate». «Sindaco», replica il senatore del M5s Stefano Patuanelli, «quando vuoi e dove vuoi possiamo confrontarci sul Superbonus, non si possono sparare numeri a caso e lasciare Forza Italia a difendere una misura che è stata un volano incredibile per il Paese».
Continua a leggereRiduci
L’allora relazione tecnica stimava che la proroga del 110% sarebbe costata 14 miliardi Il massiccio ricorso alle agevolazioni è diventato un problema per la legge Finanziaria.Nessuna intenzione di spaccare la maggioranza. Il pd Giorgio Gori: «Avremmo dovuto farlo noi».Lo speciale contiene due articoliUn buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari. L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni. Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023. Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie». Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-voragine-da-43-miliardi-linsostenibile-eredita-di-franco-sul-superbonus-2658639267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="troveremo-un-accordo-sulla-data-forza-italia-spinge-per-fine-anno" data-post-id="2658639267" data-published-at="1668296807" data-use-pagination="False"> «Troveremo un accordo sulla data». Forza Italia spinge per fine anno «Un accordo si troverà. Questa è una maggioranza politica, è normale che ci sia una dialettica, ma alla fine si raggiungerà un punto di equilibrio»: così una fonte autorevole di governo commenta le frizioni sul Superbonus tra Forza Italia e gli alleati di centrodestra. Frizioni fisiologiche, destinate, salvo pericolose impuntature di principio, a produrre un’intesa quando il decreto Aiuti quater, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 novembre, arriverà in parlamento per la conversione in legge. Forza Italia chiede alcune modifiche, e annuncia in proposito la presentazione di un emendamento: «Era doveroso», spiegano in una nota i capigruppo di Fi alla Camera e al Senato, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli, «intervenire sul Superbonus per contenere la spesa pubblica e per correggere distorsioni. È altrettanto doveroso dare certezze agli operatori del settore. Per questo, Forza Italia lavorerà per spostare la data di scadenza delle agevolazioni almeno di un mese per chi ha già deliberato in assemblea di condominio e ha già stipulato contratti». L’emendamento in questione proporrà di procrastinare le modifiche alle norme dal 25 novembre al 31 dicembre. «Siamo certi», dice alla Verità il deputato forzista Giorgio Mulè, «che al governo hanno compreso la necessità di prevedere una norma transitoria per chi sta definendo le pratiche, e dunque che per tutto il 2022 sia garantito il 110% per chi ha in corso la procedura». Entra più nel dettaglio la deputata forzista Erica Mazzetti: «Primo lo sblocco di quei crediti fermi da oltre un anno che stanno soffocando le imprese», propone la Mazzetti a TgCom 24, «e poi, a stretto giro, un tavolo tecnico-politico per definire una cornice normativa chiara e stabile sui bonus edili, a sostegno del settore. Non si possono cambiare le regole in corsa un’altra volta e per questo Forza Italia ha chiesto un periodo transitorio, con lo spostamento delle scadenze di almeno un mese. Tra le varie proposte che vorremmo sottoporre al governo», aggiunge la Mazzetti, «abbiamo pensato a un bonus proporzionale all’aumento di classe energetica dell’immobile e non in base al reddito, visto che già l’anno scorso abbiamo contrastato l’uso del parametro Isee. Per far questo occorre un tavolo tecnico-politico insieme alle categorie economiche e agli ordini professionali», conclude la Mazzetti, «dove insieme decidere come strutturare gli incentivi per il settore. Noi di centrodestra non possiamo certo colpire le imprese, a maggior ragione quelle della filiera edile motrice del paese, e il ceto medio». Viene da chiedersi perché i cinque ministri di Forza Italia, ovvero Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non abbiano sollevato il problema in Consiglio dei ministri. Fatto sta che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno voglia di creare una spaccatura nella maggioranza su un tema così residuale: «Sicuramente», dice alla Verità un altro big di maggioranza, «il provvedimento andrà in porto e si troverà un accordo, ci mancherebbe altro». Apre alla possibilità di modificare il decreto il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso di Fratelli d’Italia: «La risposta del nostro governo», dice Urso all’Agi, «che è rispettosa di tutte le parti sociali e delle associazioni d’impresa, è sempre che il parlamento è sovrano e ogni modifica può essere fatta in parlamento. Certo è che è un provvedimento assolutamente necessario per rimettere in ordine una materia su cui evidentemente non c’era stata sufficiente consapevolezza all’inizio». Va all’attacco il leader del M5s Giuseppe Conte: «La revisione del Superbonus dal 110% al 90%», dice Giuseppi, «rompe il patto con famiglie e imprese, danneggiando chi aveva già programmato investimenti. Il governo cambia le regole in corsa. Non solo agisce in perfetta linea di continuità con il governo Draghi, quanto piuttosto rafforza il boicottaggio di questa misura. E meno male che la Meloni era all’opposizione. Meloni e il governo si fermino», aggiunge Conte, «prima di dare un ulteriore colpo ai cittadini già colpiti dalla crisi». Si schiera con il governo il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori: «Giusta», twitta Gori, «la decisione di contenere il Superbonus. La vecchia misura è costata un’enormità (60 miliardi, 38 di buco per lo Stato) a beneficio di pochi, e causato truffe e inflazione. Fa incavolare che a cambiare sia il governo di destra, con la sedicente sinistra sulle barricate». «Sindaco», replica il senatore del M5s Stefano Patuanelli, «quando vuoi e dove vuoi possiamo confrontarci sul Superbonus, non si possono sparare numeri a caso e lasciare Forza Italia a difendere una misura che è stata un volano incredibile per il Paese».
(Getty Images)
Oggi alle 11 Eurostat diffonderà i dati ufficiali sul deficit italiano nel 2025. Se centreremo il 3% usciremo dalla procedura d’infrazione, con tutto quello che ne consegue (in pratica: più soldi a disposizione). Se saremo al 3,1% non usciremo con tutto quello che ne consegue (in pratica: preparatevi a tirare ancor di più la cinghia). Bene: siamo al 3 oppure al 3,1? I bisbigli e i sussurri che escono dalle secrete stanze degli statistici dicono che l’Italia sta oscillando attorno a quota 3,04-3,05. Dove si fermerà l’asticella? Se si fermerà al 3,04, il numeretto verrà arrotondato al 3% e ce l’avremo fatta. Se si fermerà al 3,05, il numeretto verrà arrotondato al 3,1% e saremo fregati. Dunque basterà uno 0,01% a fare la differenza. Sapete quanto vale quello 0,01%? 23 milioni di euro. Ventitré milioni, rispetto a un prodotto interno lordo di 2.300 miliardi, per decidere la nostra vita. Ripeto la domanda: ma vi sembra normale?
Diceva Mark Twain che esistono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e le statistiche. Ora, io dico: possiamo affidare una decisione così rilevante per l’intero Paese (investimenti, welfare, sviluppo…) a un dettaglio statistico? Cioè a una simile piccineria tecnica? I dati saranno arrotondati a una sola cifra decimale, ma la differenza tra 3 e 3,1 potrebbe essere ancora più sottile. Poniamo, per esempio, che l’asticella si fermi al 3,044: nel caso il numeretto sarebbe arrotondato a 3,04 e, dunque, a 3, e saremmo salvi. Se, però, si fermasse al 3,045, verrebbe arrotondato a 3,05 e, dunque, 3,1, e saremmo spacciati. Quindi, potremmo essere appesi non allo 0,01 ma allo 0,001%, cioè non a 23 milioni ma a 2 milioni di euro, in pratica un terzo della buonuscita dell’ad di Terna, Giuseppina Di Foggia. E se volete andiamo avanti. Potremmo infatti essere appesi anche allo 0,0001% (cioè alla differenza tra 3,0444 e 3,0445), quindi a 200.000 euro, più o meno lo stipendio annuale di due commessi in Parlamento. Ma ci si può giocare il futuro dell’ottavo Paese del mondo per 200.000 euro?
A me non pare normale, eppure le regole europee sono inflessibili. Se sarà 3,0444%, dunque 3,4, dunque 3, usciremo dalla procedura d’infrazione, dunque risparmieremo di botto 6,4 miliardi (tra interessi e altri vincoli) e potremo accedere ai fondi Safe per la Difesa (15 miliardi). Se invece sarà 3,0445, per quello 0,0001% (200.000 euro) di differenza, tutto questo non accadrà e, dunque, ci saranno meno soldi e le spese della Difesa andranno finanziate (perché di finanziarle è stato deciso, ahinoi) con i soldi della sanità e delle pensioni. Ergo: siamo fregati. O quasi. E tutto questo ci dice due cose: la prima è che al Mef qualche ragioniere poteva stare un po’ più attento nel girare alla larga dalla soglia di sicurezza (perché rischiare di sprecare tanti sforzi per un’inezia?) La seconda è che le regole dell’Europa sono da buttare. E forse non solo le regole.
Da quanto siamo entrati nel girone infernale di Bruxelles, infatti, siamo inchiodati ai numeretti assurdi, dalle banane che non erano banane se non misuravano 14 centimetri (regolamento 2257/94) ai cavoli che non erano cavoli se non avevano un diametro di 10 millimetri (regolamento 730/1999). Ricordo ancora come un incubo il parametro europeo per lo sciacquone (giuro: è stato pubblicato nella Gazzetta Ue): Va=Vf+(3xVr)/4. In pratica, il teorema di Pitagora della perfetta pisciata. Abbiamo avuto il numeretto per il cetriolo («Deve disegnare un arco di 10 millimetri), quello della lattuga («Deve pesare 80 grammi») e quello del carciofo («Devono avere una sezione equatoriale di almeno 6 centimetri»). E poi il più assurdo di tutti i numeretti, quel 3 per cento del rapporto deficit/Pil che fu scelto a caso, in modo totalmente arbitrario, dopo qualche abbondante libagione a Maastricht, e che da allora tormenta le nostre vite senza che nessuno abbia mai capito perché. E ora potrebbe tormentarle ancora di più, e per colpa di uno 0,001%.
Appuntamento alle 11: l’Eurostat oggi dà i numeri. L’Europa, invece, li dà da un pezzo. E noi, tapini, continuiamo a subirli. Chissà quando troveremo la formula esatta per lo sciacquone europeo.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Lo dice chiaramente un portavoce della Commissione europea, chiarendo che «lo prevedono le normative europee». I dati di finanza pubblica saranno resi noti domani «con una cifra decimale», applicando le normali regole matematiche di arrotondamento: «Si arrotonda per difetto se la seconda cifra è pari o inferiore a 4, e per eccesso se è pari o superiore a 5». In termini concreti, questo significa che un valore ipotetico del deficit tra il 2,95% e il 2,99% verrebbe comunque pubblicato come 3,0%, senza ulteriori dettagli.
Anche per questo il governo chiede la sospensione del Patto di stabilità con forza. «Assurde regole europee ci impediscono di aiutare le imprese come vorremmo, non possiamo bloccare l’Italia per la lentezza e l’ottusità ideologica della Commissione europea. La seconda potenza industriale d’Europa, tra poche settimane sarà totalmente bloccata»: lo ha ribadito il vicepremier, Matteo Salvini, in occasione della riunione straordinaria dei ministri dei Trasporti dell’Unione europea durante la quale il leader della Lega ha illustrato le misure adottate dal governo per mitigare gli effetti del caro-carburante e sostenere il settore dei trasporti e della logistica.
È stata anche l’occasione per evidenziare i limiti di molte delle politiche europee in materia e ribadire la necessità di rivedere rapidamente alcuni provvedimenti normativi adottati con il Green deal: a partire dall’Ets per i settori marittimo e aereo. «L’Unione deve intervenire con scelte drastiche se la guerra in Medio Oriente continua, agendo come è stato fatto con dopo la crisi del Covid con la riduzione del costo del denaro da parte della Banca centrale europea e l’acquisto di debito comune come successo per la creazione del Recovery plan», ha commentato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, parlando a margine del Consiglio Ue Affari esteri in Lussemburgo.
Sulla pubblicazione dei dati di Eurostat sul debito e sulla richiesta della Lega di sospendere l’applicazione delle regole di finanza pubblica del Patto di stabilità, Tajani ha detto che quest’ultima «è una delle ipotesi delle sulle quali discutere. Sono tante le cose che si possono fare», ha aggiunto più generico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, già a marzo aveva messo sul tavolo dell’Eurogruppo la richiesta di flessibilità sui conti per le circostanze eccezionali della guerra in Medio Oriente, nuova incognita che pesa sull’economia globale. La richiesta al momento è stata respinta da Bruxelles che non considera il contesto sufficientemente eccezionale. L’Italia arriva all’appuntamento di domani certa di aver fatto i compiti a casa, impegno riconosciuto anche dalle agenzie di rating e dai mercati facendo scendere lo spread.
Intanto, secondo fonti di Palazzo Chigi, c’è stata ieri una riunione per definire decreto Lavoro, da approvare in vista del Primo maggio. L’incontro è stato convocato dal premier Giorgia Meloni, di rientro dal Salone del mobile di Milano, e ha visto la partecipazione di Salvini, Tajani, Giorgetti, del ministro Marina Calderone e dei sottosegretari Luigi Sbarra, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano. L’obiettivo è l’adozione di un pacchetto organico di misure a sostegno delle categorie più esposte al caro vita, con interventi volti a garantire una retribuzione equa. Particolare attenzione sarà riservata a giovani e donne, per consolidare i segnali positivi già registrati e valorizzarne il potenziale. Si lavora, inoltre, a un più incisivo contrasto ai fenomeni di sfruttamento e caporalato.
Continua a leggereRiduci
Andiamo con ordine. Punto numero uno: state facendo il conto alla rovescia per la vacanza estiva? Meglio scegliere mete a portata di mano. Dimenticatevi località esotiche e viaggi intercontinentali a meno di non raddoppiare il budget a disposizione e mettere in conto di vedersi cancellata la partenza all’ultimo minuto. Uno studio della società ambientalista, Transport & environment (T&e), riportato dall’agenzia Reuters, confrontando i prezzi al 16 aprile con quelli prima dell’inizio della guerra in Iran, fa emergere che l’interruzione delle forniture globali di petrolio ha fatto aumentare il costo medio del carburante di 88 euro (104 dollari) per passeggero per i voli di lungo raggio in partenza dall’Europa e di 29 euro per quelli all’interno del Vecchio continente. Un onere che le compagnie scaricheranno sui passeggeri aumentando i prezzi dei biglietti. Secondo le stime di T&e, il carburante per un volo da Barcellona a Berlino costerebbe 26 euro in più a passeggero, mentre un lungo raggio da Parigi a New York ben 129 euro in più e un Milano-Madrid avrà un sovrapprezzo di 24 euro.
Se la notizia può consolare, oggi la Ue dovrebbe pubblicare le linee guida sulla gestione delle scorte limitate di carburante per gli aerei. Lufthansa, Ryanair, Air France-Klm, a marzo avevano comunicato che se lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso a lungo, avrebbero probabilmente trasferito l’aumento dei costi del cherosene sui consumatori (Lufthansa ha annunciato ieri sera di aver deciso il taglio di circa 20.000 voli a corto raggio per la stagione estiva: la compagnia aerea tedesca ha cancellato circa 120 voli giornalieri e ha dichiarato che eliminerà le tratte non redditizie da Monaco e Francoforte fino alla fine della stagione estiva). Un dettaglio tecnico riguarda la composizione delle flotte. T&e avverte che se il prezzo del petrolio resterà sopra i 100-110 dollari per tutta l’estate, i vecchi modelli di aerei meno efficienti diventeranno economicamente insostenibili da far volare, portando a un ritiro anticipato. Le compagnie aeree hanno chiesto un’inversione di rotta rispetto ad alcune politiche climatiche dell’Ue, tra cui l’obbligo, previsto per il 2030, di utilizzare carburante sintetico ecologico per gli aerei, nonché una revisione delle prossime norme sulla tariffazione del carbonio. Per tutta risposta Bruxelles, nel documento che presenterà oggi sulla gestione della crisi, insiste sull’accelerazione degli investimenti per i carburanti ecologici per aerei. Nel piano, la Commissione esorta gli Stati membri a incrementare le importazioni dagli Usa e dalla Nigeria per compensare il vuoto lasciato dal blocco del Golfo e si appresta ad aumentare l’apparato burocratico con l’istituzione di un nuovo ente per monitorare le scorte di cherosene. Nessuna sospensione, però, delle tasse sul carbonio.
Il ministro cipriota dei Trasporti, Alexis Vafeades, all’arrivo al Consiglio Ue a Bruxelles, ha cercato di smorzare gli allarmi: «Non siamo in una situazione pericolosa ma c’è la possibilità di una carenza di carburante per aerei e di un problema di domanda sul medio e lungo termine. Quindi dobbiamo essere consapevoli e pronti».
Passiamo al punto numero due: chi ha comprato un biglietto aereo deve sapere che, in caso di cancellazione del volo per carenza di jet fuel, non avrà il risarcimento ma solo il rimborso, la riprotezione (un altro biglietto per la stessa destinazione) e l’assistenza in aeroporto. Questo perché, come ha chiarito il commissario Ue ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, la carenza di carburante è «una circostanza straordinaria» e, per questo, non dà necessariamente diritto al risarcimento in caso di cancellazione del volo. Diversamente, se un volo viene annullato per il rincaro del cherosene, il diritto al risarcimento sussiste, non essendo quest’ultima una circostanza straordinaria.
Poi ha specificato che «se la situazione in Medio Oriente dovesse peggiorare e le flessibilità previste dalla normativa aeronautica non fossero più sufficienti, proporremo modifiche temporanee alla legislazione». E comunque la Commissione si riserva di fornire «indicazioni su queste flessibilità, in particolare per quanto riguarda gli slot aeroportuali, gli obblighi di servizio pubblico e i diritti dei passeggeri». Il commissario ha anche affermato che «la cancellazione di alcuni voli non ha niente da vedere con l’evocazione della carenza di carburante». Infine, «l’Europa è pronta a dare il benvenuto a tutti i turisti che verranno quest’estate».
Punto tre: se le vacanze sono a rischio anche la vita di coppia è destinata a incrinarsi. Karex, il principale produttore mondiale di preservativi, ha comunicato che aumenterà drasticamente i prezzi, dal 20 al 30% e forse anche di più, a causa delle tensioni nella catena di approvvigionamento. Karex sta, inoltre, registrando una impennata nella domanda poiché i ritardi nelle spedizioni, hanno lasciato molti clienti senza scorte. L’azienda produce oltre 5 miliardi di preservativi l’anno ed è fornitore di marchi leader come Durex e Trojan.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Le accuse: associazione a delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e al favoreggiamento della immigrazione clandestina. È una storiaccia che si consuma a cavallo tra il 2021 e il 2022 proprio negli uffici pubblici della Seconda e della Terza municipalità, tra piazza Dante e via Lieti a Capodimonte. L’indagine, affidata ai pm Ciro Capasso e Luigi Landolfi (coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppina Loreto), è stata condotta da carabinieri e vigili urbani. A tutti gli indagati l’altro giorno è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (atto che di solito precede una richiesta di rinvio a giudizio). Al centro del sistema, per gli investigatori, c’era un uomo di 53 anni originario del Bangladesh e residente nel quartiere Sanità. Gestiva un Caf piantato in un buco nel quale riceveva i clienti. Sarebbe stato lui a intercettare i connazionali in cerca di documenti, a raccogliere le richieste e a trasformarle in pratiche da «sbloccare». Un intermediario stabile, con tanto di tariffario. Secondo chi indaga, quello dello straniero era un ruolo centrale, emerso subito dalla ricostruzione dei passaggi tra richieste, pagamenti e lavorazione delle pratiche. Attorno al suo Caf ruotavano due dipendenti: uno di 66 anni in servizio all’epoca negli uffici di piazza Dante, l’altro, 68 anni, in forza alla sede di via Lieti. I due impiegati avrebbero garantito l’accesso ai richiedenti, ognuno nella propria municipalità e nel proprio ufficio.
A piazza Dante, però, stando alle accuse, si sarebbe fatto un passo ulteriore. Non solo denaro. Sarebbero quattro gli episodi, collocati tra giugno e novembre 2021, in cui la contropartita viene indicata da chi indaga in «prestazioni sessuali». Che compaiono nella ricostruzione investigativa, ma non emergerebbero, almeno nella qualificazione delle accuse, come autonome contestazioni penali. L’indagine coinvolge anche altri due ex dipendenti comunali, mentre nel filone legato agli uffici di via Lieti compare un ex consigliere della Terza municipalità. È qui che gli inquirenti individuano un ulteriore livello: un sistema clientelare radicato, capace, secondo l’accusa, di ottenere certificati e documenti sfruttando relazioni interne agli uffici, in alcuni casi operando direttamente dalle postazioni dei dipendenti. Nell’elenco degli indagati compaiono soprattutto i destinatari delle pratiche (oltre cento): cittadini extracomunitari, in prevalenza cingalesi ma anche pakistani, romeni e cinesi. Ovvero coloro i quali avrebbero pagato per ottenere documenti che, sulla carta, spettavano loro di diritto. A volte, però, gli indirizzi sarebbero stati fittizi. Ad accorgersene sono stati gli agenti della Polizia locale che al momento della verifica della residenza si ritrovavano abitazioni di pochi metri quadrati, quasi tutte nel centro storico, con una decina di residenti stranieri. In un caso il numero sarebbe salito oltremodo: 20 stranieri ufficialmente stipati in un «basso», le caratteristiche abitazioni al piano terra del vecchio abitato, con ingresso diretto sulla strada del vicolo. «L’iscrizione anagrafica nella città dove si vive», alzano la voce i movimenti partenopei per il diritto alla casa, «è un diritto che non può essere sottoposto alla discrezionalità della pubblica amministrazione, che ha il dovere di procedere all’iscrizione e quindi indicare alle persone senza titolo formale, che sono quasi sempre i più poveri e vulnerabili, dei percorsi trasparenti e lineari per farlo. Se questo non avviene si alimentano tutti i mercati e i ricatti presenti e futuri». Secondo gli attivisti, «neanche si può reagire non riconoscendo il diritto di residenza a centinaia, forse migliaia di singoli e famiglie che in questo momento a Napoli sono “cancellate” (sia migranti che napoletani)». Una lettura che affianca al piano penale quello sociale, indicando nelle difficoltà di accesso ai diritti uno dei fattori che avrebbe favorito il meccanismo contestato dai magistrati. La richiesta al sindaco dem Gaetano Manfredi, infatti, è di «un atto politico dall’amministrazione cittadina che come avvenuto in altre grandi città renda più lineare, sicura e trasparente l’iscrizione anagrafica per tutte le persone che vivono a Napoli, sottraendola a corrotti, faccendieri e traffichini».
Continua a leggereRiduci