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2022-11-13
Una voragine da 43 miliardi: l’insostenibile eredità di Franco sul Superbonus
Daniele Franco (Ansa)
Un buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari.
L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni.
Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?
Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.
L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023.
Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie».
Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano».
«Troveremo un accordo sulla data». Forza Italia spinge per fine anno
«Un accordo si troverà. Questa è una maggioranza politica, è normale che ci sia una dialettica, ma alla fine si raggiungerà un punto di equilibrio»: così una fonte autorevole di governo commenta le frizioni sul Superbonus tra Forza Italia e gli alleati di centrodestra. Frizioni fisiologiche, destinate, salvo pericolose impuntature di principio, a produrre un’intesa quando il decreto Aiuti quater, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 novembre, arriverà in parlamento per la conversione in legge.
Forza Italia chiede alcune modifiche, e annuncia in proposito la presentazione di un emendamento: «Era doveroso», spiegano in una nota i capigruppo di Fi alla Camera e al Senato, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli, «intervenire sul Superbonus per contenere la spesa pubblica e per correggere distorsioni. È altrettanto doveroso dare certezze agli operatori del settore. Per questo, Forza Italia lavorerà per spostare la data di scadenza delle agevolazioni almeno di un mese per chi ha già deliberato in assemblea di condominio e ha già stipulato contratti». L’emendamento in questione proporrà di procrastinare le modifiche alle norme dal 25 novembre al 31 dicembre. «Siamo certi», dice alla Verità il deputato forzista Giorgio Mulè, «che al governo hanno compreso la necessità di prevedere una norma transitoria per chi sta definendo le pratiche, e dunque che per tutto il 2022 sia garantito il 110% per chi ha in corso la procedura».
Entra più nel dettaglio la deputata forzista Erica Mazzetti: «Primo lo sblocco di quei crediti fermi da oltre un anno che stanno soffocando le imprese», propone la Mazzetti a TgCom 24, «e poi, a stretto giro, un tavolo tecnico-politico per definire una cornice normativa chiara e stabile sui bonus edili, a sostegno del settore. Non si possono cambiare le regole in corsa un’altra volta e per questo Forza Italia ha chiesto un periodo transitorio, con lo spostamento delle scadenze di almeno un mese. Tra le varie proposte che vorremmo sottoporre al governo», aggiunge la Mazzetti, «abbiamo pensato a un bonus proporzionale all’aumento di classe energetica dell’immobile e non in base al reddito, visto che già l’anno scorso abbiamo contrastato l’uso del parametro Isee. Per far questo occorre un tavolo tecnico-politico insieme alle categorie economiche e agli ordini professionali», conclude la Mazzetti, «dove insieme decidere come strutturare gli incentivi per il settore. Noi di centrodestra non possiamo certo colpire le imprese, a maggior ragione quelle della filiera edile motrice del paese, e il ceto medio».
Viene da chiedersi perché i cinque ministri di Forza Italia, ovvero Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non abbiano sollevato il problema in Consiglio dei ministri.
Fatto sta che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno voglia di creare una spaccatura nella maggioranza su un tema così residuale: «Sicuramente», dice alla Verità un altro big di maggioranza, «il provvedimento andrà in porto e si troverà un accordo, ci mancherebbe altro». Apre alla possibilità di modificare il decreto il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso di Fratelli d’Italia: «La risposta del nostro governo», dice Urso all’Agi, «che è rispettosa di tutte le parti sociali e delle associazioni d’impresa, è sempre che il parlamento è sovrano e ogni modifica può essere fatta in parlamento. Certo è che è un provvedimento assolutamente necessario per rimettere in ordine una materia su cui evidentemente non c’era stata sufficiente consapevolezza all’inizio».
Va all’attacco il leader del M5s Giuseppe Conte: «La revisione del Superbonus dal 110% al 90%», dice Giuseppi, «rompe il patto con famiglie e imprese, danneggiando chi aveva già programmato investimenti. Il governo cambia le regole in corsa. Non solo agisce in perfetta linea di continuità con il governo Draghi, quanto piuttosto rafforza il boicottaggio di questa misura. E meno male che la Meloni era all’opposizione. Meloni e il governo si fermino», aggiunge Conte, «prima di dare un ulteriore colpo ai cittadini già colpiti dalla crisi».
Si schiera con il governo il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori: «Giusta», twitta Gori, «la decisione di contenere il Superbonus. La vecchia misura è costata un’enormità (60 miliardi, 38 di buco per lo Stato) a beneficio di pochi, e causato truffe e inflazione. Fa incavolare che a cambiare sia il governo di destra, con la sedicente sinistra sulle barricate». «Sindaco», replica il senatore del M5s Stefano Patuanelli, «quando vuoi e dove vuoi possiamo confrontarci sul Superbonus, non si possono sparare numeri a caso e lasciare Forza Italia a difendere una misura che è stata un volano incredibile per il Paese».
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L’allora relazione tecnica stimava che la proroga del 110% sarebbe costata 14 miliardi Il massiccio ricorso alle agevolazioni è diventato un problema per la legge Finanziaria.Nessuna intenzione di spaccare la maggioranza. Il pd Giorgio Gori: «Avremmo dovuto farlo noi».Lo speciale contiene due articoliUn buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari. L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni. Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023. Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie». Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-voragine-da-43-miliardi-linsostenibile-eredita-di-franco-sul-superbonus-2658639267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="troveremo-un-accordo-sulla-data-forza-italia-spinge-per-fine-anno" data-post-id="2658639267" data-published-at="1668296807" data-use-pagination="False"> «Troveremo un accordo sulla data». Forza Italia spinge per fine anno «Un accordo si troverà. Questa è una maggioranza politica, è normale che ci sia una dialettica, ma alla fine si raggiungerà un punto di equilibrio»: così una fonte autorevole di governo commenta le frizioni sul Superbonus tra Forza Italia e gli alleati di centrodestra. Frizioni fisiologiche, destinate, salvo pericolose impuntature di principio, a produrre un’intesa quando il decreto Aiuti quater, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 novembre, arriverà in parlamento per la conversione in legge. Forza Italia chiede alcune modifiche, e annuncia in proposito la presentazione di un emendamento: «Era doveroso», spiegano in una nota i capigruppo di Fi alla Camera e al Senato, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli, «intervenire sul Superbonus per contenere la spesa pubblica e per correggere distorsioni. È altrettanto doveroso dare certezze agli operatori del settore. Per questo, Forza Italia lavorerà per spostare la data di scadenza delle agevolazioni almeno di un mese per chi ha già deliberato in assemblea di condominio e ha già stipulato contratti». L’emendamento in questione proporrà di procrastinare le modifiche alle norme dal 25 novembre al 31 dicembre. «Siamo certi», dice alla Verità il deputato forzista Giorgio Mulè, «che al governo hanno compreso la necessità di prevedere una norma transitoria per chi sta definendo le pratiche, e dunque che per tutto il 2022 sia garantito il 110% per chi ha in corso la procedura». Entra più nel dettaglio la deputata forzista Erica Mazzetti: «Primo lo sblocco di quei crediti fermi da oltre un anno che stanno soffocando le imprese», propone la Mazzetti a TgCom 24, «e poi, a stretto giro, un tavolo tecnico-politico per definire una cornice normativa chiara e stabile sui bonus edili, a sostegno del settore. Non si possono cambiare le regole in corsa un’altra volta e per questo Forza Italia ha chiesto un periodo transitorio, con lo spostamento delle scadenze di almeno un mese. Tra le varie proposte che vorremmo sottoporre al governo», aggiunge la Mazzetti, «abbiamo pensato a un bonus proporzionale all’aumento di classe energetica dell’immobile e non in base al reddito, visto che già l’anno scorso abbiamo contrastato l’uso del parametro Isee. Per far questo occorre un tavolo tecnico-politico insieme alle categorie economiche e agli ordini professionali», conclude la Mazzetti, «dove insieme decidere come strutturare gli incentivi per il settore. Noi di centrodestra non possiamo certo colpire le imprese, a maggior ragione quelle della filiera edile motrice del paese, e il ceto medio». Viene da chiedersi perché i cinque ministri di Forza Italia, ovvero Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non abbiano sollevato il problema in Consiglio dei ministri. Fatto sta che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno voglia di creare una spaccatura nella maggioranza su un tema così residuale: «Sicuramente», dice alla Verità un altro big di maggioranza, «il provvedimento andrà in porto e si troverà un accordo, ci mancherebbe altro». Apre alla possibilità di modificare il decreto il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso di Fratelli d’Italia: «La risposta del nostro governo», dice Urso all’Agi, «che è rispettosa di tutte le parti sociali e delle associazioni d’impresa, è sempre che il parlamento è sovrano e ogni modifica può essere fatta in parlamento. Certo è che è un provvedimento assolutamente necessario per rimettere in ordine una materia su cui evidentemente non c’era stata sufficiente consapevolezza all’inizio». Va all’attacco il leader del M5s Giuseppe Conte: «La revisione del Superbonus dal 110% al 90%», dice Giuseppi, «rompe il patto con famiglie e imprese, danneggiando chi aveva già programmato investimenti. Il governo cambia le regole in corsa. Non solo agisce in perfetta linea di continuità con il governo Draghi, quanto piuttosto rafforza il boicottaggio di questa misura. E meno male che la Meloni era all’opposizione. Meloni e il governo si fermino», aggiunge Conte, «prima di dare un ulteriore colpo ai cittadini già colpiti dalla crisi». Si schiera con il governo il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori: «Giusta», twitta Gori, «la decisione di contenere il Superbonus. La vecchia misura è costata un’enormità (60 miliardi, 38 di buco per lo Stato) a beneficio di pochi, e causato truffe e inflazione. Fa incavolare che a cambiare sia il governo di destra, con la sedicente sinistra sulle barricate». «Sindaco», replica il senatore del M5s Stefano Patuanelli, «quando vuoi e dove vuoi possiamo confrontarci sul Superbonus, non si possono sparare numeri a caso e lasciare Forza Italia a difendere una misura che è stata un volano incredibile per il Paese».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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