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L’Italia è una repubblica fondata sul green pass

L’Italia è una repubblica fondata sul green pass
Ansa

Il governo ha introdotto l'obbligo di vaccinarsi contro il Covid. Ma non lo ha fatto con una legge dello Stato che costringa tutti gli italiani a offrire il braccio per ricevere il siero, ritenendo la vaccinazione il solo strumento utile a contrastare l'epidemia (e, come abbiamo letto ieri grazie a uno studio della fondazione Hume, non lo è). Lo ha fatto con la solita furbata all'italiana, introducendo l'obbligo di avere il green pass non soltanto per accedere ai locali pubblici, ma dal 15 di ottobre anche per lavorare. Impiegati statali e dipendenti privati saranno accomunati da identiche misure e se non saranno in grado di produrre il famoso quadratino che attesti di aver fatto l'iniezione o il tampone, dopo alcuni giorni potranno essere sospesi e lasciati senza stipendio. Insomma, il diritto al lavoro, quello che introduce i principi costituzionali, viene dopo il vaccino. Prima quello, poi la possibilità di conservare il posto, pubblico o privato che sia.

Tutto ciò si potrebbe capire se fossimo in emergenza, se cioè avessimo le corsie degli ospedali intasate da malati di Covid e le terapie intensive al collasso. Si potrebbe perfino comprendere se in massa gli italiani avessero disertato i centri vaccinali, rifiutando di sottoporsi all'inoculazione di prima e seconda dose. Ma così non è, visto che l'Italia è uno dei Paesi europei che ha la più alta percentuale di vaccinati. Secondo i dati forniti dal governo, sono oltre 40 milioni i cittadini che hanno ricevuto entrambe le dosi e secondo i calcoli del Sole 24 Ore, con l'attuale ritmo di somministrazioni entro dieci giorni avremo coperto l'80% della popolazione, obiettivo che era stato fissato dal commissario all'emergenza Covid, il generale Francesco Paolo Figliuolo, entro la fine di settembre. Insomma, stiamo perfettamente rispettando la tabella di marcia, ma improvvisamente il governo e gli esperti del ministero della Salute ritengono che questo non basti più. Nemmeno il fatto che le fasce di età ritenute più a rischio (cioè gli italiani con più di 60 anni) abbiano una percentuale che supera largamente l'80% è ritenuto sufficiente e pure il fatto che dai 50 anni in su il tasso di vaccinazione sia al 79,34%. No, ora il traguardo pare essere il 90%, ma forse neppure questo potrebbe bastare a Roberto Speranza e compagni, perché alle seconde dosi si stanno per aggiungere le terze, come in un gioco dell'oca in cui, quando si è prossimi alla meta, si ritorna alla casella di partenza.

Tutto ciò si potrebbe capire se, come dicevamo, fossimo in emergenza. E ancor più se il green pass servisse davvero a evitare i contagi. Ma come spieghiamo da settimane, il certificato verde non è una misura sanitaria. Lo hanno detto chiaro i medici del lavoro, i quali si sono rifiutati di eseguire i controlli all'interno di fabbriche e aziende, spiegando che quel pezzo di carta non serve praticamente a nulla, se non a dare una falsa sensazione di sicurezza e di immunità. Che sia così lo dimostrano anche le numerose storie di immunizzati che si sono contagiati raccontate di giorno in giorno sulle nostre pagine. L'ultima riguarda un gruppo di 23 anziani in vacanza a Rimini, i quali pur avendo ricevuto la somministrazione anti Covid sono tornati a casa completamente contagiati. Una vicenda a cui si aggiunge la maestra del Vicentino, che nonostante abbia ultimato il percorso vaccinale, è risultata positiva al coronavirus e per questo l'asilo in cui lavorava è stato chiuso.

Del resto, non c'è da stupirsi: se il green pass si è trasformato in un lasciapassare, anzi in una specie di liberi tutti, anche per chi ha ricevuto una sola dose e, fino al primo ottobre camerieri, inservienti e bagnini potevano non averlo mentre i clienti erano tenuti a esibirlo, non poteva che finire così, con un grande caos. Una situazione che è destinata ad aumentare. Non solo perché l'obbligo di avere il certificato verde si accompagna a una misura che riduce i tempi di attesa per ottenerlo, garantendo ai vaccinati dell'ultima ora anche con una sola dose di riceverlo in giornata, ma perché la decisione d'imperio di estenderlo a tutti i lavoratori, cosa che non è in vigore in nessun altro Paese, se non in Arabia Saudita, darà vita a infinite contestazioni. Tra i lavoratori che non avranno il green pass - che secondo gli ultimi rilievi sono circa 4 milioni - cominceranno le assenze, magari motivate da improvvise depressioni o da impellenti esami diagnostici, così da sottrarsi all'obbligo. Per non parlare poi delle obiezioni normative, che già vengono sollevate dagli esperti, i quali intravedono le contraddizioni a cui rischia di andare incontro il decreto del governo.

La scelta di ricorrere alla minaccia di privare del diritto al lavoro chiunque non si adegui, non si capisce neppure per un altro motivo. Ma se davvero il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è preoccupata per la pericolosità del movimento no vax, che senso ha accendere la miccia, cioè offrire uno spunto ai facinorosi per sentirsi assediati e minacciati? Non era meglio il dialogo? Non era opportuno cercare la via del convincimento tramite i medici di base? Forse, Speranza e compagni sono andati per le spicce per raggiungere presto il loro obiettivo, ma a prescindere da quale sia l'obiettivo e se davvero dopo aver raggiunto il 90% di copertura vaccinale sarà stata conseguita l'immunità di gregge, la fretta è quasi sempre una cattiva consigliera. Che a volte provoca più danni di quelli che dice di voler risolvere.

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