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2022-10-21
Un Biden azzoppato può mutare linea su Kiev
Joe Biden (Ansa)
Iniziano a mettersi veramente male le cose per il Partito democratico americano. A poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre, i repubblicani continuano a crescere nei sondaggi. Dopo un periodo di seria difficoltà a cavallo tra agosto e settembre, l’elefantino ha avviato quella che sembra una vera e propria rimonta dall’inizio di ottobre: secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, al momento gode infatti di un vantaggio del 3%, mentre lo scorso 6 ottobre era avanti appena dello 0,4%.
Un trend indubbiamente positivo, anche perché innescatosi a ormai poche settimane dal voto. Per ora, lo scenario più probabile continua ad essere quello di una vittoria repubblicana alla Camera, con i dem che dovrebbero invece riuscire a mantenere il controllo del Senato. Non si può tuttavia escludere che, con questi numeri e questo trend, l’elefantino possa alla fine riuscire nel colpaccio, riprendendosi entrambi i rami del Congresso. Va da sé che, indipendentemente dal risultato finale, i repubblicani quasi certamente saranno in grado di aumentare il proprio peso parlamentare alle prossime elezioni di metà mandato. A questo proposito, è interessante domandarsi in che modo tale fattore influenzerà l’attuale politica statunitense relativa al dossier ucraino. Si tratta di una questione complessa. Cominciamo col dire che l’elettorato americano sta dando segnali confusi su questo tema. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, circa i tre quarti dei cittadini statunitensi si dicono favorevoli ad aiutare Kiev contro l’invasione russa. Nel contempo, tuttavia, il 58% dei rispondenti ha detto di essere preoccupato da un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia, mentre il 65% teme che rifornire l’Ucraina di armi a lunga gittata possa causare un’escalation. Tutto questo, mentre un sondaggio del Pew Research Center dello scorso settembre ha rilevato che, secondo un terzo degli elettori repubblicani, Washington starebbe fornendo troppi aiuti a Kiev.
Ora, non si può non tenere conto di questi sentimenti nel cercare di comprendere le varie posizioni che, sul sostegno all’Ucraina, sono emerse nell’elefantino. Lo stesso Donald Trump, quando due settimane fa ha invocato dei negoziati per mettere fine alla crisi e scongiurare un eventuale scenario nucleare, probabilmente avrà avuto un occhio rivolto a queste rilevazioni. Certo: il Partito repubblicano ospita una pattuglia di isolazionisti, tendenzialmente ostili agli aiuti a Kiev e che lamentano un indebito disinteresse per alcuni dossier di politica interna, giudicati più urgenti (a partire dal controllo della frontiera con il Messico). Questo gruppo tuttavia rappresenta una minoranza che difficilmente riuscirà a rivelarsi troppo incisiva dopo le elezioni di metà mandato.
In realtà, la maggior parte del partito si divide in due tronconi. Da una parte, ci sono coloro che, come il capogruppo al Senato Mitch McConnell, sostengono fermamente la linea degli aiuti e che, in alcuni casi, hanno anche accusato l’amministrazione Biden di eccessiva timidezza. Dall’altra parte, c’è chi, come il capogruppo alla Camera Kevin McCarthy, è, sì, favorevole ad aiutare Kiev, ma senza cambiali in bianco e, soprattutto, attraverso una spesa più mirata e oculata. «Penso che le persone rimarranno in recessione e non scriveranno un assegno in bianco all’Ucraina», ha dichiarato martedì McCarthy (che potrebbe diventare il prossimo Speaker).
Una posizione, questa, non poi così lontana da quella espressa, a inizio ottobre, dal presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage», ha scritto su National Review, «ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe assicurare ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale». Ricordiamo che Heritage è uno dei principali think tank conservatori statunitensi e che tiene da sempre una linea fortemente ostile a Vladimir Putin. Tra l’altro, secondo Politico, non solo i repubblicani ma anche svariati dem chiedono maggiore supervisione sull’invio di armi a Kiev, auspicando inoltre un più significativo coinvolgimento dei Paesi europei nella condivisione degli oneri.
Insomma, in caso di vittoria repubblicana, non assisteremo a uno stravolgimento della politica statunitense sull’Ucraina, ma ad alcuni aggiustamenti legati alle necessità di elaborare una strategia più chiara, ridurre i costi, supervisionare maggiormente l’invio di armi e coinvolgere di più il Vecchio continente. Un fattore, questo, a cui il nascente governo di Giorgia Meloni dovrà prestare la massima attenzione. La Polonia acquisirà infatti prevedibilmente un peso sempre maggiore: un’ottima notizia per Fratelli d’Italia, che gode di ottimi rapporti tanto con l’esecutivo di Varsavia quanto con i repubblicani statunitensi. Inoltre, alla Verità risulta che sarebbero in corso dei contatti tra il Ppe e alcune fondazioni conservatrici americane, con l’obiettivo di sondare il terreno per arrivare prima o poi a un’alleanza strutturale tra i popolari e il Partito dei conservatori e dei riformisti europei (di cui la Meloni è presidente). L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico. Il laboratorio di una linea conservatrice e atlantista che, mettendo finalmente all’angolo un establishment liberal a traino Pd, riesca a progettare una seria alternativa alla logora e stucchevole sudditanza nei confronti dell’asse franco-tedesco.
L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe
Gli Usa si trovano di fronte a un grande paradosso e non sanno come uscire dall’impasse. C’è solo una società, infatti, che vende il carburante di cui hanno bisogno le aziende statunitensi per sviluppare una nuova generazione di piccole centrali nucleari, al fine di ridurre le emissioni di carbonio. Il problema è che tale società è russa. Al momento infatti solo Tenex, che fa parte della società russa di energia nucleare di proprietà statale Rosatom, vende Haleu, uranio a basso arricchimento. Ebbene sì: per darsi al green gli Usa dipendono da Mosca. Ecco perché il governo degli Stati Uniti sta cercando di utilizzare parte delle sue scorte di uranio destinate alle armi per aiutare ad alimentare i nuovi reattori avanzati, cruciali per raggiungere l’obiettivo di «zero emissioni». «La produzione di Haleu è una missione fondamentale e tutti gli sforzi per aumentarne la produzione sono in fase di valutazione», ha affermato un portavoce del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ma senza una fonte affidabile dell’uranio a basso arricchimento di cui i reattori hanno bisogno, gli sviluppatori temono che non riceveranno ordini per i loro impianti. E, senza ordini, è improbabile che i potenziali produttori del carburante mettano in funzione le catene di approvvigionamento per sostituire l’uranio russo. Insomma, gli Usa si stanno accartocciando su sé stessi: né il governo, né le società come X-energy e TerraPower, che sviluppano i nuovi reattori avanzati, vogliono fare affidamento su Mosca ma al contempo non sanno come tirarsi fuori dall’imbarazzo. L’energia nucleare attualmente genera circa il 10% dell’elettricità mondiale e molti Paesi stanno esplorando nuovi progetti nucleari per avere nuove fonti energetiche e per ridurre le emissioni di gas serra. Per far fronte a progetti su larga scala dai grossi costi iniziali, però, diversi sviluppatori hanno proposto i cosiddetti «reattori modulari di piccole dimensioni»: nove su dieci di quelli finanziati da Washington sono progettati per utilizzare Haleu. Per questo, le aziende negli Stati Uniti e in Europa intendono produrre Haleu ma, anche negli scenari più ottimistici, ci vorranno almeno cinque anni. È la triste storia del cane che si morde la coda. Per cercare un’alternativa, il governo statunitense ha assegnato un contratto nel 2019 a Centrus, unica società al di fuori della Russia che ha una licenza per produrre Haleu. La produzione è stata però rinviata al 2023 «a causa dei ritardi nel reperire i contenitori di stoccaggio durante la pandemia globale». Insomma, un bel guaio che si somma al fatto che le sanzioni, ormai di ostacolo per aziende e privati, vengono sempre più spesso aggirate. I pubblici ministeri statunitensi hanno accusato cinque cittadini russi di elusione delle sanzioni nella spedizione di tecnologie militari acquistate da produttori Usa, alcune delle quali sono finite sul campo di battaglia in Ucraina. I componenti elettronici acquistati dai russi Yury Orekhov e Svetlana Kuzurgasheva includevano radar, satelliti, tecnologia militare. Per aggirare le sanzioni è stata «usata» una compagnia tedesca e, a quanto pare, la stessa società avrebbe fatto recapitare ad acquirenti russi anche petrolio venezuelano. Orekhov è stato arrestato in Germania. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato poi Orekhov e due società che controlla, Nord-Deutsche Industrieanlagenbau GmbH e Opus Energy Trading LLC.
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Le elezioni di medio termine si avvicinano e i democratici continuano a perdere consensi. Se i repubblicani faranno il pieno, la Casa Bianca potrebbe ammorbidire l’impegno bellicista sull’Ucraina. Un cambio di rotta che interessa anche Giorgia Meloni.L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe. Impasse energetica in America: nuove centrali impossibili da realizzare senza Mosca. Lo speciale comprende due articoli.Iniziano a mettersi veramente male le cose per il Partito democratico americano. A poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre, i repubblicani continuano a crescere nei sondaggi. Dopo un periodo di seria difficoltà a cavallo tra agosto e settembre, l’elefantino ha avviato quella che sembra una vera e propria rimonta dall’inizio di ottobre: secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, al momento gode infatti di un vantaggio del 3%, mentre lo scorso 6 ottobre era avanti appena dello 0,4%. Un trend indubbiamente positivo, anche perché innescatosi a ormai poche settimane dal voto. Per ora, lo scenario più probabile continua ad essere quello di una vittoria repubblicana alla Camera, con i dem che dovrebbero invece riuscire a mantenere il controllo del Senato. Non si può tuttavia escludere che, con questi numeri e questo trend, l’elefantino possa alla fine riuscire nel colpaccio, riprendendosi entrambi i rami del Congresso. Va da sé che, indipendentemente dal risultato finale, i repubblicani quasi certamente saranno in grado di aumentare il proprio peso parlamentare alle prossime elezioni di metà mandato. A questo proposito, è interessante domandarsi in che modo tale fattore influenzerà l’attuale politica statunitense relativa al dossier ucraino. Si tratta di una questione complessa. Cominciamo col dire che l’elettorato americano sta dando segnali confusi su questo tema. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, circa i tre quarti dei cittadini statunitensi si dicono favorevoli ad aiutare Kiev contro l’invasione russa. Nel contempo, tuttavia, il 58% dei rispondenti ha detto di essere preoccupato da un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia, mentre il 65% teme che rifornire l’Ucraina di armi a lunga gittata possa causare un’escalation. Tutto questo, mentre un sondaggio del Pew Research Center dello scorso settembre ha rilevato che, secondo un terzo degli elettori repubblicani, Washington starebbe fornendo troppi aiuti a Kiev. Ora, non si può non tenere conto di questi sentimenti nel cercare di comprendere le varie posizioni che, sul sostegno all’Ucraina, sono emerse nell’elefantino. Lo stesso Donald Trump, quando due settimane fa ha invocato dei negoziati per mettere fine alla crisi e scongiurare un eventuale scenario nucleare, probabilmente avrà avuto un occhio rivolto a queste rilevazioni. Certo: il Partito repubblicano ospita una pattuglia di isolazionisti, tendenzialmente ostili agli aiuti a Kiev e che lamentano un indebito disinteresse per alcuni dossier di politica interna, giudicati più urgenti (a partire dal controllo della frontiera con il Messico). Questo gruppo tuttavia rappresenta una minoranza che difficilmente riuscirà a rivelarsi troppo incisiva dopo le elezioni di metà mandato. In realtà, la maggior parte del partito si divide in due tronconi. Da una parte, ci sono coloro che, come il capogruppo al Senato Mitch McConnell, sostengono fermamente la linea degli aiuti e che, in alcuni casi, hanno anche accusato l’amministrazione Biden di eccessiva timidezza. Dall’altra parte, c’è chi, come il capogruppo alla Camera Kevin McCarthy, è, sì, favorevole ad aiutare Kiev, ma senza cambiali in bianco e, soprattutto, attraverso una spesa più mirata e oculata. «Penso che le persone rimarranno in recessione e non scriveranno un assegno in bianco all’Ucraina», ha dichiarato martedì McCarthy (che potrebbe diventare il prossimo Speaker). Una posizione, questa, non poi così lontana da quella espressa, a inizio ottobre, dal presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage», ha scritto su National Review, «ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe assicurare ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale». Ricordiamo che Heritage è uno dei principali think tank conservatori statunitensi e che tiene da sempre una linea fortemente ostile a Vladimir Putin. Tra l’altro, secondo Politico, non solo i repubblicani ma anche svariati dem chiedono maggiore supervisione sull’invio di armi a Kiev, auspicando inoltre un più significativo coinvolgimento dei Paesi europei nella condivisione degli oneri. Insomma, in caso di vittoria repubblicana, non assisteremo a uno stravolgimento della politica statunitense sull’Ucraina, ma ad alcuni aggiustamenti legati alle necessità di elaborare una strategia più chiara, ridurre i costi, supervisionare maggiormente l’invio di armi e coinvolgere di più il Vecchio continente. Un fattore, questo, a cui il nascente governo di Giorgia Meloni dovrà prestare la massima attenzione. La Polonia acquisirà infatti prevedibilmente un peso sempre maggiore: un’ottima notizia per Fratelli d’Italia, che gode di ottimi rapporti tanto con l’esecutivo di Varsavia quanto con i repubblicani statunitensi. Inoltre, alla Verità risulta che sarebbero in corso dei contatti tra il Ppe e alcune fondazioni conservatrici americane, con l’obiettivo di sondare il terreno per arrivare prima o poi a un’alleanza strutturale tra i popolari e il Partito dei conservatori e dei riformisti europei (di cui la Meloni è presidente). L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico. Il laboratorio di una linea conservatrice e atlantista che, mettendo finalmente all’angolo un establishment liberal a traino Pd, riesca a progettare una seria alternativa alla logora e stucchevole sudditanza nei confronti dell’asse franco-tedesco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-biden-azzoppato-puo-mutare-linea-su-kiev-2658482551.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luranio-per-la-svolta-verde-in-usa-prodotto-solo-da-aziende-russe" data-post-id="2658482551" data-published-at="1666293592" data-use-pagination="False"> L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe Gli Usa si trovano di fronte a un grande paradosso e non sanno come uscire dall’impasse. C’è solo una società, infatti, che vende il carburante di cui hanno bisogno le aziende statunitensi per sviluppare una nuova generazione di piccole centrali nucleari, al fine di ridurre le emissioni di carbonio. Il problema è che tale società è russa. Al momento infatti solo Tenex, che fa parte della società russa di energia nucleare di proprietà statale Rosatom, vende Haleu, uranio a basso arricchimento. Ebbene sì: per darsi al green gli Usa dipendono da Mosca. Ecco perché il governo degli Stati Uniti sta cercando di utilizzare parte delle sue scorte di uranio destinate alle armi per aiutare ad alimentare i nuovi reattori avanzati, cruciali per raggiungere l’obiettivo di «zero emissioni». «La produzione di Haleu è una missione fondamentale e tutti gli sforzi per aumentarne la produzione sono in fase di valutazione», ha affermato un portavoce del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ma senza una fonte affidabile dell’uranio a basso arricchimento di cui i reattori hanno bisogno, gli sviluppatori temono che non riceveranno ordini per i loro impianti. E, senza ordini, è improbabile che i potenziali produttori del carburante mettano in funzione le catene di approvvigionamento per sostituire l’uranio russo. Insomma, gli Usa si stanno accartocciando su sé stessi: né il governo, né le società come X-energy e TerraPower, che sviluppano i nuovi reattori avanzati, vogliono fare affidamento su Mosca ma al contempo non sanno come tirarsi fuori dall’imbarazzo. L’energia nucleare attualmente genera circa il 10% dell’elettricità mondiale e molti Paesi stanno esplorando nuovi progetti nucleari per avere nuove fonti energetiche e per ridurre le emissioni di gas serra. Per far fronte a progetti su larga scala dai grossi costi iniziali, però, diversi sviluppatori hanno proposto i cosiddetti «reattori modulari di piccole dimensioni»: nove su dieci di quelli finanziati da Washington sono progettati per utilizzare Haleu. Per questo, le aziende negli Stati Uniti e in Europa intendono produrre Haleu ma, anche negli scenari più ottimistici, ci vorranno almeno cinque anni. È la triste storia del cane che si morde la coda. Per cercare un’alternativa, il governo statunitense ha assegnato un contratto nel 2019 a Centrus, unica società al di fuori della Russia che ha una licenza per produrre Haleu. La produzione è stata però rinviata al 2023 «a causa dei ritardi nel reperire i contenitori di stoccaggio durante la pandemia globale». Insomma, un bel guaio che si somma al fatto che le sanzioni, ormai di ostacolo per aziende e privati, vengono sempre più spesso aggirate. I pubblici ministeri statunitensi hanno accusato cinque cittadini russi di elusione delle sanzioni nella spedizione di tecnologie militari acquistate da produttori Usa, alcune delle quali sono finite sul campo di battaglia in Ucraina. I componenti elettronici acquistati dai russi Yury Orekhov e Svetlana Kuzurgasheva includevano radar, satelliti, tecnologia militare. Per aggirare le sanzioni è stata «usata» una compagnia tedesca e, a quanto pare, la stessa società avrebbe fatto recapitare ad acquirenti russi anche petrolio venezuelano. Orekhov è stato arrestato in Germania. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato poi Orekhov e due società che controlla, Nord-Deutsche Industrieanlagenbau GmbH e Opus Energy Trading LLC.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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