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2022-10-21
Un Biden azzoppato può mutare linea su Kiev
Joe Biden (Ansa)
Iniziano a mettersi veramente male le cose per il Partito democratico americano. A poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre, i repubblicani continuano a crescere nei sondaggi. Dopo un periodo di seria difficoltà a cavallo tra agosto e settembre, l’elefantino ha avviato quella che sembra una vera e propria rimonta dall’inizio di ottobre: secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, al momento gode infatti di un vantaggio del 3%, mentre lo scorso 6 ottobre era avanti appena dello 0,4%.
Un trend indubbiamente positivo, anche perché innescatosi a ormai poche settimane dal voto. Per ora, lo scenario più probabile continua ad essere quello di una vittoria repubblicana alla Camera, con i dem che dovrebbero invece riuscire a mantenere il controllo del Senato. Non si può tuttavia escludere che, con questi numeri e questo trend, l’elefantino possa alla fine riuscire nel colpaccio, riprendendosi entrambi i rami del Congresso. Va da sé che, indipendentemente dal risultato finale, i repubblicani quasi certamente saranno in grado di aumentare il proprio peso parlamentare alle prossime elezioni di metà mandato. A questo proposito, è interessante domandarsi in che modo tale fattore influenzerà l’attuale politica statunitense relativa al dossier ucraino. Si tratta di una questione complessa. Cominciamo col dire che l’elettorato americano sta dando segnali confusi su questo tema. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, circa i tre quarti dei cittadini statunitensi si dicono favorevoli ad aiutare Kiev contro l’invasione russa. Nel contempo, tuttavia, il 58% dei rispondenti ha detto di essere preoccupato da un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia, mentre il 65% teme che rifornire l’Ucraina di armi a lunga gittata possa causare un’escalation. Tutto questo, mentre un sondaggio del Pew Research Center dello scorso settembre ha rilevato che, secondo un terzo degli elettori repubblicani, Washington starebbe fornendo troppi aiuti a Kiev.
Ora, non si può non tenere conto di questi sentimenti nel cercare di comprendere le varie posizioni che, sul sostegno all’Ucraina, sono emerse nell’elefantino. Lo stesso Donald Trump, quando due settimane fa ha invocato dei negoziati per mettere fine alla crisi e scongiurare un eventuale scenario nucleare, probabilmente avrà avuto un occhio rivolto a queste rilevazioni. Certo: il Partito repubblicano ospita una pattuglia di isolazionisti, tendenzialmente ostili agli aiuti a Kiev e che lamentano un indebito disinteresse per alcuni dossier di politica interna, giudicati più urgenti (a partire dal controllo della frontiera con il Messico). Questo gruppo tuttavia rappresenta una minoranza che difficilmente riuscirà a rivelarsi troppo incisiva dopo le elezioni di metà mandato.
In realtà, la maggior parte del partito si divide in due tronconi. Da una parte, ci sono coloro che, come il capogruppo al Senato Mitch McConnell, sostengono fermamente la linea degli aiuti e che, in alcuni casi, hanno anche accusato l’amministrazione Biden di eccessiva timidezza. Dall’altra parte, c’è chi, come il capogruppo alla Camera Kevin McCarthy, è, sì, favorevole ad aiutare Kiev, ma senza cambiali in bianco e, soprattutto, attraverso una spesa più mirata e oculata. «Penso che le persone rimarranno in recessione e non scriveranno un assegno in bianco all’Ucraina», ha dichiarato martedì McCarthy (che potrebbe diventare il prossimo Speaker).
Una posizione, questa, non poi così lontana da quella espressa, a inizio ottobre, dal presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage», ha scritto su National Review, «ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe assicurare ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale». Ricordiamo che Heritage è uno dei principali think tank conservatori statunitensi e che tiene da sempre una linea fortemente ostile a Vladimir Putin. Tra l’altro, secondo Politico, non solo i repubblicani ma anche svariati dem chiedono maggiore supervisione sull’invio di armi a Kiev, auspicando inoltre un più significativo coinvolgimento dei Paesi europei nella condivisione degli oneri.
Insomma, in caso di vittoria repubblicana, non assisteremo a uno stravolgimento della politica statunitense sull’Ucraina, ma ad alcuni aggiustamenti legati alle necessità di elaborare una strategia più chiara, ridurre i costi, supervisionare maggiormente l’invio di armi e coinvolgere di più il Vecchio continente. Un fattore, questo, a cui il nascente governo di Giorgia Meloni dovrà prestare la massima attenzione. La Polonia acquisirà infatti prevedibilmente un peso sempre maggiore: un’ottima notizia per Fratelli d’Italia, che gode di ottimi rapporti tanto con l’esecutivo di Varsavia quanto con i repubblicani statunitensi. Inoltre, alla Verità risulta che sarebbero in corso dei contatti tra il Ppe e alcune fondazioni conservatrici americane, con l’obiettivo di sondare il terreno per arrivare prima o poi a un’alleanza strutturale tra i popolari e il Partito dei conservatori e dei riformisti europei (di cui la Meloni è presidente). L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico. Il laboratorio di una linea conservatrice e atlantista che, mettendo finalmente all’angolo un establishment liberal a traino Pd, riesca a progettare una seria alternativa alla logora e stucchevole sudditanza nei confronti dell’asse franco-tedesco.
L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe
Gli Usa si trovano di fronte a un grande paradosso e non sanno come uscire dall’impasse. C’è solo una società, infatti, che vende il carburante di cui hanno bisogno le aziende statunitensi per sviluppare una nuova generazione di piccole centrali nucleari, al fine di ridurre le emissioni di carbonio. Il problema è che tale società è russa. Al momento infatti solo Tenex, che fa parte della società russa di energia nucleare di proprietà statale Rosatom, vende Haleu, uranio a basso arricchimento. Ebbene sì: per darsi al green gli Usa dipendono da Mosca. Ecco perché il governo degli Stati Uniti sta cercando di utilizzare parte delle sue scorte di uranio destinate alle armi per aiutare ad alimentare i nuovi reattori avanzati, cruciali per raggiungere l’obiettivo di «zero emissioni». «La produzione di Haleu è una missione fondamentale e tutti gli sforzi per aumentarne la produzione sono in fase di valutazione», ha affermato un portavoce del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ma senza una fonte affidabile dell’uranio a basso arricchimento di cui i reattori hanno bisogno, gli sviluppatori temono che non riceveranno ordini per i loro impianti. E, senza ordini, è improbabile che i potenziali produttori del carburante mettano in funzione le catene di approvvigionamento per sostituire l’uranio russo. Insomma, gli Usa si stanno accartocciando su sé stessi: né il governo, né le società come X-energy e TerraPower, che sviluppano i nuovi reattori avanzati, vogliono fare affidamento su Mosca ma al contempo non sanno come tirarsi fuori dall’imbarazzo. L’energia nucleare attualmente genera circa il 10% dell’elettricità mondiale e molti Paesi stanno esplorando nuovi progetti nucleari per avere nuove fonti energetiche e per ridurre le emissioni di gas serra. Per far fronte a progetti su larga scala dai grossi costi iniziali, però, diversi sviluppatori hanno proposto i cosiddetti «reattori modulari di piccole dimensioni»: nove su dieci di quelli finanziati da Washington sono progettati per utilizzare Haleu. Per questo, le aziende negli Stati Uniti e in Europa intendono produrre Haleu ma, anche negli scenari più ottimistici, ci vorranno almeno cinque anni. È la triste storia del cane che si morde la coda. Per cercare un’alternativa, il governo statunitense ha assegnato un contratto nel 2019 a Centrus, unica società al di fuori della Russia che ha una licenza per produrre Haleu. La produzione è stata però rinviata al 2023 «a causa dei ritardi nel reperire i contenitori di stoccaggio durante la pandemia globale». Insomma, un bel guaio che si somma al fatto che le sanzioni, ormai di ostacolo per aziende e privati, vengono sempre più spesso aggirate. I pubblici ministeri statunitensi hanno accusato cinque cittadini russi di elusione delle sanzioni nella spedizione di tecnologie militari acquistate da produttori Usa, alcune delle quali sono finite sul campo di battaglia in Ucraina. I componenti elettronici acquistati dai russi Yury Orekhov e Svetlana Kuzurgasheva includevano radar, satelliti, tecnologia militare. Per aggirare le sanzioni è stata «usata» una compagnia tedesca e, a quanto pare, la stessa società avrebbe fatto recapitare ad acquirenti russi anche petrolio venezuelano. Orekhov è stato arrestato in Germania. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato poi Orekhov e due società che controlla, Nord-Deutsche Industrieanlagenbau GmbH e Opus Energy Trading LLC.
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Le elezioni di medio termine si avvicinano e i democratici continuano a perdere consensi. Se i repubblicani faranno il pieno, la Casa Bianca potrebbe ammorbidire l’impegno bellicista sull’Ucraina. Un cambio di rotta che interessa anche Giorgia Meloni.L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe. Impasse energetica in America: nuove centrali impossibili da realizzare senza Mosca. Lo speciale comprende due articoli.Iniziano a mettersi veramente male le cose per il Partito democratico americano. A poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre, i repubblicani continuano a crescere nei sondaggi. Dopo un periodo di seria difficoltà a cavallo tra agosto e settembre, l’elefantino ha avviato quella che sembra una vera e propria rimonta dall’inizio di ottobre: secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, al momento gode infatti di un vantaggio del 3%, mentre lo scorso 6 ottobre era avanti appena dello 0,4%. Un trend indubbiamente positivo, anche perché innescatosi a ormai poche settimane dal voto. Per ora, lo scenario più probabile continua ad essere quello di una vittoria repubblicana alla Camera, con i dem che dovrebbero invece riuscire a mantenere il controllo del Senato. Non si può tuttavia escludere che, con questi numeri e questo trend, l’elefantino possa alla fine riuscire nel colpaccio, riprendendosi entrambi i rami del Congresso. Va da sé che, indipendentemente dal risultato finale, i repubblicani quasi certamente saranno in grado di aumentare il proprio peso parlamentare alle prossime elezioni di metà mandato. A questo proposito, è interessante domandarsi in che modo tale fattore influenzerà l’attuale politica statunitense relativa al dossier ucraino. Si tratta di una questione complessa. Cominciamo col dire che l’elettorato americano sta dando segnali confusi su questo tema. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, circa i tre quarti dei cittadini statunitensi si dicono favorevoli ad aiutare Kiev contro l’invasione russa. Nel contempo, tuttavia, il 58% dei rispondenti ha detto di essere preoccupato da un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia, mentre il 65% teme che rifornire l’Ucraina di armi a lunga gittata possa causare un’escalation. Tutto questo, mentre un sondaggio del Pew Research Center dello scorso settembre ha rilevato che, secondo un terzo degli elettori repubblicani, Washington starebbe fornendo troppi aiuti a Kiev. Ora, non si può non tenere conto di questi sentimenti nel cercare di comprendere le varie posizioni che, sul sostegno all’Ucraina, sono emerse nell’elefantino. Lo stesso Donald Trump, quando due settimane fa ha invocato dei negoziati per mettere fine alla crisi e scongiurare un eventuale scenario nucleare, probabilmente avrà avuto un occhio rivolto a queste rilevazioni. Certo: il Partito repubblicano ospita una pattuglia di isolazionisti, tendenzialmente ostili agli aiuti a Kiev e che lamentano un indebito disinteresse per alcuni dossier di politica interna, giudicati più urgenti (a partire dal controllo della frontiera con il Messico). Questo gruppo tuttavia rappresenta una minoranza che difficilmente riuscirà a rivelarsi troppo incisiva dopo le elezioni di metà mandato. In realtà, la maggior parte del partito si divide in due tronconi. Da una parte, ci sono coloro che, come il capogruppo al Senato Mitch McConnell, sostengono fermamente la linea degli aiuti e che, in alcuni casi, hanno anche accusato l’amministrazione Biden di eccessiva timidezza. Dall’altra parte, c’è chi, come il capogruppo alla Camera Kevin McCarthy, è, sì, favorevole ad aiutare Kiev, ma senza cambiali in bianco e, soprattutto, attraverso una spesa più mirata e oculata. «Penso che le persone rimarranno in recessione e non scriveranno un assegno in bianco all’Ucraina», ha dichiarato martedì McCarthy (che potrebbe diventare il prossimo Speaker). Una posizione, questa, non poi così lontana da quella espressa, a inizio ottobre, dal presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage», ha scritto su National Review, «ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe assicurare ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale». Ricordiamo che Heritage è uno dei principali think tank conservatori statunitensi e che tiene da sempre una linea fortemente ostile a Vladimir Putin. Tra l’altro, secondo Politico, non solo i repubblicani ma anche svariati dem chiedono maggiore supervisione sull’invio di armi a Kiev, auspicando inoltre un più significativo coinvolgimento dei Paesi europei nella condivisione degli oneri. Insomma, in caso di vittoria repubblicana, non assisteremo a uno stravolgimento della politica statunitense sull’Ucraina, ma ad alcuni aggiustamenti legati alle necessità di elaborare una strategia più chiara, ridurre i costi, supervisionare maggiormente l’invio di armi e coinvolgere di più il Vecchio continente. Un fattore, questo, a cui il nascente governo di Giorgia Meloni dovrà prestare la massima attenzione. La Polonia acquisirà infatti prevedibilmente un peso sempre maggiore: un’ottima notizia per Fratelli d’Italia, che gode di ottimi rapporti tanto con l’esecutivo di Varsavia quanto con i repubblicani statunitensi. Inoltre, alla Verità risulta che sarebbero in corso dei contatti tra il Ppe e alcune fondazioni conservatrici americane, con l’obiettivo di sondare il terreno per arrivare prima o poi a un’alleanza strutturale tra i popolari e il Partito dei conservatori e dei riformisti europei (di cui la Meloni è presidente). L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico. Il laboratorio di una linea conservatrice e atlantista che, mettendo finalmente all’angolo un establishment liberal a traino Pd, riesca a progettare una seria alternativa alla logora e stucchevole sudditanza nei confronti dell’asse franco-tedesco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-biden-azzoppato-puo-mutare-linea-su-kiev-2658482551.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luranio-per-la-svolta-verde-in-usa-prodotto-solo-da-aziende-russe" data-post-id="2658482551" data-published-at="1666293592" data-use-pagination="False"> L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe Gli Usa si trovano di fronte a un grande paradosso e non sanno come uscire dall’impasse. C’è solo una società, infatti, che vende il carburante di cui hanno bisogno le aziende statunitensi per sviluppare una nuova generazione di piccole centrali nucleari, al fine di ridurre le emissioni di carbonio. Il problema è che tale società è russa. Al momento infatti solo Tenex, che fa parte della società russa di energia nucleare di proprietà statale Rosatom, vende Haleu, uranio a basso arricchimento. Ebbene sì: per darsi al green gli Usa dipendono da Mosca. Ecco perché il governo degli Stati Uniti sta cercando di utilizzare parte delle sue scorte di uranio destinate alle armi per aiutare ad alimentare i nuovi reattori avanzati, cruciali per raggiungere l’obiettivo di «zero emissioni». «La produzione di Haleu è una missione fondamentale e tutti gli sforzi per aumentarne la produzione sono in fase di valutazione», ha affermato un portavoce del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ma senza una fonte affidabile dell’uranio a basso arricchimento di cui i reattori hanno bisogno, gli sviluppatori temono che non riceveranno ordini per i loro impianti. E, senza ordini, è improbabile che i potenziali produttori del carburante mettano in funzione le catene di approvvigionamento per sostituire l’uranio russo. Insomma, gli Usa si stanno accartocciando su sé stessi: né il governo, né le società come X-energy e TerraPower, che sviluppano i nuovi reattori avanzati, vogliono fare affidamento su Mosca ma al contempo non sanno come tirarsi fuori dall’imbarazzo. L’energia nucleare attualmente genera circa il 10% dell’elettricità mondiale e molti Paesi stanno esplorando nuovi progetti nucleari per avere nuove fonti energetiche e per ridurre le emissioni di gas serra. Per far fronte a progetti su larga scala dai grossi costi iniziali, però, diversi sviluppatori hanno proposto i cosiddetti «reattori modulari di piccole dimensioni»: nove su dieci di quelli finanziati da Washington sono progettati per utilizzare Haleu. Per questo, le aziende negli Stati Uniti e in Europa intendono produrre Haleu ma, anche negli scenari più ottimistici, ci vorranno almeno cinque anni. È la triste storia del cane che si morde la coda. Per cercare un’alternativa, il governo statunitense ha assegnato un contratto nel 2019 a Centrus, unica società al di fuori della Russia che ha una licenza per produrre Haleu. La produzione è stata però rinviata al 2023 «a causa dei ritardi nel reperire i contenitori di stoccaggio durante la pandemia globale». Insomma, un bel guaio che si somma al fatto che le sanzioni, ormai di ostacolo per aziende e privati, vengono sempre più spesso aggirate. I pubblici ministeri statunitensi hanno accusato cinque cittadini russi di elusione delle sanzioni nella spedizione di tecnologie militari acquistate da produttori Usa, alcune delle quali sono finite sul campo di battaglia in Ucraina. I componenti elettronici acquistati dai russi Yury Orekhov e Svetlana Kuzurgasheva includevano radar, satelliti, tecnologia militare. Per aggirare le sanzioni è stata «usata» una compagnia tedesca e, a quanto pare, la stessa società avrebbe fatto recapitare ad acquirenti russi anche petrolio venezuelano. Orekhov è stato arrestato in Germania. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato poi Orekhov e due società che controlla, Nord-Deutsche Industrieanlagenbau GmbH e Opus Energy Trading LLC.
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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