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2022-10-21
Un Biden azzoppato può mutare linea su Kiev
Joe Biden (Ansa)
Iniziano a mettersi veramente male le cose per il Partito democratico americano. A poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre, i repubblicani continuano a crescere nei sondaggi. Dopo un periodo di seria difficoltà a cavallo tra agosto e settembre, l’elefantino ha avviato quella che sembra una vera e propria rimonta dall’inizio di ottobre: secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, al momento gode infatti di un vantaggio del 3%, mentre lo scorso 6 ottobre era avanti appena dello 0,4%.
Un trend indubbiamente positivo, anche perché innescatosi a ormai poche settimane dal voto. Per ora, lo scenario più probabile continua ad essere quello di una vittoria repubblicana alla Camera, con i dem che dovrebbero invece riuscire a mantenere il controllo del Senato. Non si può tuttavia escludere che, con questi numeri e questo trend, l’elefantino possa alla fine riuscire nel colpaccio, riprendendosi entrambi i rami del Congresso. Va da sé che, indipendentemente dal risultato finale, i repubblicani quasi certamente saranno in grado di aumentare il proprio peso parlamentare alle prossime elezioni di metà mandato. A questo proposito, è interessante domandarsi in che modo tale fattore influenzerà l’attuale politica statunitense relativa al dossier ucraino. Si tratta di una questione complessa. Cominciamo col dire che l’elettorato americano sta dando segnali confusi su questo tema. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, circa i tre quarti dei cittadini statunitensi si dicono favorevoli ad aiutare Kiev contro l’invasione russa. Nel contempo, tuttavia, il 58% dei rispondenti ha detto di essere preoccupato da un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia, mentre il 65% teme che rifornire l’Ucraina di armi a lunga gittata possa causare un’escalation. Tutto questo, mentre un sondaggio del Pew Research Center dello scorso settembre ha rilevato che, secondo un terzo degli elettori repubblicani, Washington starebbe fornendo troppi aiuti a Kiev.
Ora, non si può non tenere conto di questi sentimenti nel cercare di comprendere le varie posizioni che, sul sostegno all’Ucraina, sono emerse nell’elefantino. Lo stesso Donald Trump, quando due settimane fa ha invocato dei negoziati per mettere fine alla crisi e scongiurare un eventuale scenario nucleare, probabilmente avrà avuto un occhio rivolto a queste rilevazioni. Certo: il Partito repubblicano ospita una pattuglia di isolazionisti, tendenzialmente ostili agli aiuti a Kiev e che lamentano un indebito disinteresse per alcuni dossier di politica interna, giudicati più urgenti (a partire dal controllo della frontiera con il Messico). Questo gruppo tuttavia rappresenta una minoranza che difficilmente riuscirà a rivelarsi troppo incisiva dopo le elezioni di metà mandato.
In realtà, la maggior parte del partito si divide in due tronconi. Da una parte, ci sono coloro che, come il capogruppo al Senato Mitch McConnell, sostengono fermamente la linea degli aiuti e che, in alcuni casi, hanno anche accusato l’amministrazione Biden di eccessiva timidezza. Dall’altra parte, c’è chi, come il capogruppo alla Camera Kevin McCarthy, è, sì, favorevole ad aiutare Kiev, ma senza cambiali in bianco e, soprattutto, attraverso una spesa più mirata e oculata. «Penso che le persone rimarranno in recessione e non scriveranno un assegno in bianco all’Ucraina», ha dichiarato martedì McCarthy (che potrebbe diventare il prossimo Speaker).
Una posizione, questa, non poi così lontana da quella espressa, a inizio ottobre, dal presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage», ha scritto su National Review, «ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe assicurare ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale». Ricordiamo che Heritage è uno dei principali think tank conservatori statunitensi e che tiene da sempre una linea fortemente ostile a Vladimir Putin. Tra l’altro, secondo Politico, non solo i repubblicani ma anche svariati dem chiedono maggiore supervisione sull’invio di armi a Kiev, auspicando inoltre un più significativo coinvolgimento dei Paesi europei nella condivisione degli oneri.
Insomma, in caso di vittoria repubblicana, non assisteremo a uno stravolgimento della politica statunitense sull’Ucraina, ma ad alcuni aggiustamenti legati alle necessità di elaborare una strategia più chiara, ridurre i costi, supervisionare maggiormente l’invio di armi e coinvolgere di più il Vecchio continente. Un fattore, questo, a cui il nascente governo di Giorgia Meloni dovrà prestare la massima attenzione. La Polonia acquisirà infatti prevedibilmente un peso sempre maggiore: un’ottima notizia per Fratelli d’Italia, che gode di ottimi rapporti tanto con l’esecutivo di Varsavia quanto con i repubblicani statunitensi. Inoltre, alla Verità risulta che sarebbero in corso dei contatti tra il Ppe e alcune fondazioni conservatrici americane, con l’obiettivo di sondare il terreno per arrivare prima o poi a un’alleanza strutturale tra i popolari e il Partito dei conservatori e dei riformisti europei (di cui la Meloni è presidente). L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico. Il laboratorio di una linea conservatrice e atlantista che, mettendo finalmente all’angolo un establishment liberal a traino Pd, riesca a progettare una seria alternativa alla logora e stucchevole sudditanza nei confronti dell’asse franco-tedesco.
L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe
Gli Usa si trovano di fronte a un grande paradosso e non sanno come uscire dall’impasse. C’è solo una società, infatti, che vende il carburante di cui hanno bisogno le aziende statunitensi per sviluppare una nuova generazione di piccole centrali nucleari, al fine di ridurre le emissioni di carbonio. Il problema è che tale società è russa. Al momento infatti solo Tenex, che fa parte della società russa di energia nucleare di proprietà statale Rosatom, vende Haleu, uranio a basso arricchimento. Ebbene sì: per darsi al green gli Usa dipendono da Mosca. Ecco perché il governo degli Stati Uniti sta cercando di utilizzare parte delle sue scorte di uranio destinate alle armi per aiutare ad alimentare i nuovi reattori avanzati, cruciali per raggiungere l’obiettivo di «zero emissioni». «La produzione di Haleu è una missione fondamentale e tutti gli sforzi per aumentarne la produzione sono in fase di valutazione», ha affermato un portavoce del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ma senza una fonte affidabile dell’uranio a basso arricchimento di cui i reattori hanno bisogno, gli sviluppatori temono che non riceveranno ordini per i loro impianti. E, senza ordini, è improbabile che i potenziali produttori del carburante mettano in funzione le catene di approvvigionamento per sostituire l’uranio russo. Insomma, gli Usa si stanno accartocciando su sé stessi: né il governo, né le società come X-energy e TerraPower, che sviluppano i nuovi reattori avanzati, vogliono fare affidamento su Mosca ma al contempo non sanno come tirarsi fuori dall’imbarazzo. L’energia nucleare attualmente genera circa il 10% dell’elettricità mondiale e molti Paesi stanno esplorando nuovi progetti nucleari per avere nuove fonti energetiche e per ridurre le emissioni di gas serra. Per far fronte a progetti su larga scala dai grossi costi iniziali, però, diversi sviluppatori hanno proposto i cosiddetti «reattori modulari di piccole dimensioni»: nove su dieci di quelli finanziati da Washington sono progettati per utilizzare Haleu. Per questo, le aziende negli Stati Uniti e in Europa intendono produrre Haleu ma, anche negli scenari più ottimistici, ci vorranno almeno cinque anni. È la triste storia del cane che si morde la coda. Per cercare un’alternativa, il governo statunitense ha assegnato un contratto nel 2019 a Centrus, unica società al di fuori della Russia che ha una licenza per produrre Haleu. La produzione è stata però rinviata al 2023 «a causa dei ritardi nel reperire i contenitori di stoccaggio durante la pandemia globale». Insomma, un bel guaio che si somma al fatto che le sanzioni, ormai di ostacolo per aziende e privati, vengono sempre più spesso aggirate. I pubblici ministeri statunitensi hanno accusato cinque cittadini russi di elusione delle sanzioni nella spedizione di tecnologie militari acquistate da produttori Usa, alcune delle quali sono finite sul campo di battaglia in Ucraina. I componenti elettronici acquistati dai russi Yury Orekhov e Svetlana Kuzurgasheva includevano radar, satelliti, tecnologia militare. Per aggirare le sanzioni è stata «usata» una compagnia tedesca e, a quanto pare, la stessa società avrebbe fatto recapitare ad acquirenti russi anche petrolio venezuelano. Orekhov è stato arrestato in Germania. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato poi Orekhov e due società che controlla, Nord-Deutsche Industrieanlagenbau GmbH e Opus Energy Trading LLC.
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Le elezioni di medio termine si avvicinano e i democratici continuano a perdere consensi. Se i repubblicani faranno il pieno, la Casa Bianca potrebbe ammorbidire l’impegno bellicista sull’Ucraina. Un cambio di rotta che interessa anche Giorgia Meloni.L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe. Impasse energetica in America: nuove centrali impossibili da realizzare senza Mosca. Lo speciale comprende due articoli.Iniziano a mettersi veramente male le cose per il Partito democratico americano. A poco più di due settimane dalle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre, i repubblicani continuano a crescere nei sondaggi. Dopo un periodo di seria difficoltà a cavallo tra agosto e settembre, l’elefantino ha avviato quella che sembra una vera e propria rimonta dall’inizio di ottobre: secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, al momento gode infatti di un vantaggio del 3%, mentre lo scorso 6 ottobre era avanti appena dello 0,4%. Un trend indubbiamente positivo, anche perché innescatosi a ormai poche settimane dal voto. Per ora, lo scenario più probabile continua ad essere quello di una vittoria repubblicana alla Camera, con i dem che dovrebbero invece riuscire a mantenere il controllo del Senato. Non si può tuttavia escludere che, con questi numeri e questo trend, l’elefantino possa alla fine riuscire nel colpaccio, riprendendosi entrambi i rami del Congresso. Va da sé che, indipendentemente dal risultato finale, i repubblicani quasi certamente saranno in grado di aumentare il proprio peso parlamentare alle prossime elezioni di metà mandato. A questo proposito, è interessante domandarsi in che modo tale fattore influenzerà l’attuale politica statunitense relativa al dossier ucraino. Si tratta di una questione complessa. Cominciamo col dire che l’elettorato americano sta dando segnali confusi su questo tema. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, circa i tre quarti dei cittadini statunitensi si dicono favorevoli ad aiutare Kiev contro l’invasione russa. Nel contempo, tuttavia, il 58% dei rispondenti ha detto di essere preoccupato da un eventuale scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia, mentre il 65% teme che rifornire l’Ucraina di armi a lunga gittata possa causare un’escalation. Tutto questo, mentre un sondaggio del Pew Research Center dello scorso settembre ha rilevato che, secondo un terzo degli elettori repubblicani, Washington starebbe fornendo troppi aiuti a Kiev. Ora, non si può non tenere conto di questi sentimenti nel cercare di comprendere le varie posizioni che, sul sostegno all’Ucraina, sono emerse nell’elefantino. Lo stesso Donald Trump, quando due settimane fa ha invocato dei negoziati per mettere fine alla crisi e scongiurare un eventuale scenario nucleare, probabilmente avrà avuto un occhio rivolto a queste rilevazioni. Certo: il Partito repubblicano ospita una pattuglia di isolazionisti, tendenzialmente ostili agli aiuti a Kiev e che lamentano un indebito disinteresse per alcuni dossier di politica interna, giudicati più urgenti (a partire dal controllo della frontiera con il Messico). Questo gruppo tuttavia rappresenta una minoranza che difficilmente riuscirà a rivelarsi troppo incisiva dopo le elezioni di metà mandato. In realtà, la maggior parte del partito si divide in due tronconi. Da una parte, ci sono coloro che, come il capogruppo al Senato Mitch McConnell, sostengono fermamente la linea degli aiuti e che, in alcuni casi, hanno anche accusato l’amministrazione Biden di eccessiva timidezza. Dall’altra parte, c’è chi, come il capogruppo alla Camera Kevin McCarthy, è, sì, favorevole ad aiutare Kiev, ma senza cambiali in bianco e, soprattutto, attraverso una spesa più mirata e oculata. «Penso che le persone rimarranno in recessione e non scriveranno un assegno in bianco all’Ucraina», ha dichiarato martedì McCarthy (che potrebbe diventare il prossimo Speaker). Una posizione, questa, non poi così lontana da quella espressa, a inizio ottobre, dal presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts. «Heritage», ha scritto su National Review, «ha sostenuto e continua a sostenere un aiuto militare responsabile all’Ucraina. Ma la politica estera dovrebbe assicurare ciò che è meglio per i contribuenti americani e fornire risultati, non solo gettare soldi su un problema, senza una strategia, senza un piano e senza un obiettivo finale». Ricordiamo che Heritage è uno dei principali think tank conservatori statunitensi e che tiene da sempre una linea fortemente ostile a Vladimir Putin. Tra l’altro, secondo Politico, non solo i repubblicani ma anche svariati dem chiedono maggiore supervisione sull’invio di armi a Kiev, auspicando inoltre un più significativo coinvolgimento dei Paesi europei nella condivisione degli oneri. Insomma, in caso di vittoria repubblicana, non assisteremo a uno stravolgimento della politica statunitense sull’Ucraina, ma ad alcuni aggiustamenti legati alle necessità di elaborare una strategia più chiara, ridurre i costi, supervisionare maggiormente l’invio di armi e coinvolgere di più il Vecchio continente. Un fattore, questo, a cui il nascente governo di Giorgia Meloni dovrà prestare la massima attenzione. La Polonia acquisirà infatti prevedibilmente un peso sempre maggiore: un’ottima notizia per Fratelli d’Italia, che gode di ottimi rapporti tanto con l’esecutivo di Varsavia quanto con i repubblicani statunitensi. Inoltre, alla Verità risulta che sarebbero in corso dei contatti tra il Ppe e alcune fondazioni conservatrici americane, con l’obiettivo di sondare il terreno per arrivare prima o poi a un’alleanza strutturale tra i popolari e il Partito dei conservatori e dei riformisti europei (di cui la Meloni è presidente). L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico. Il laboratorio di una linea conservatrice e atlantista che, mettendo finalmente all’angolo un establishment liberal a traino Pd, riesca a progettare una seria alternativa alla logora e stucchevole sudditanza nei confronti dell’asse franco-tedesco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-biden-azzoppato-puo-mutare-linea-su-kiev-2658482551.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luranio-per-la-svolta-verde-in-usa-prodotto-solo-da-aziende-russe" data-post-id="2658482551" data-published-at="1666293592" data-use-pagination="False"> L’uranio per la svolta verde in Usa prodotto solo da aziende russe Gli Usa si trovano di fronte a un grande paradosso e non sanno come uscire dall’impasse. C’è solo una società, infatti, che vende il carburante di cui hanno bisogno le aziende statunitensi per sviluppare una nuova generazione di piccole centrali nucleari, al fine di ridurre le emissioni di carbonio. Il problema è che tale società è russa. Al momento infatti solo Tenex, che fa parte della società russa di energia nucleare di proprietà statale Rosatom, vende Haleu, uranio a basso arricchimento. Ebbene sì: per darsi al green gli Usa dipendono da Mosca. Ecco perché il governo degli Stati Uniti sta cercando di utilizzare parte delle sue scorte di uranio destinate alle armi per aiutare ad alimentare i nuovi reattori avanzati, cruciali per raggiungere l’obiettivo di «zero emissioni». «La produzione di Haleu è una missione fondamentale e tutti gli sforzi per aumentarne la produzione sono in fase di valutazione», ha affermato un portavoce del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ma senza una fonte affidabile dell’uranio a basso arricchimento di cui i reattori hanno bisogno, gli sviluppatori temono che non riceveranno ordini per i loro impianti. E, senza ordini, è improbabile che i potenziali produttori del carburante mettano in funzione le catene di approvvigionamento per sostituire l’uranio russo. Insomma, gli Usa si stanno accartocciando su sé stessi: né il governo, né le società come X-energy e TerraPower, che sviluppano i nuovi reattori avanzati, vogliono fare affidamento su Mosca ma al contempo non sanno come tirarsi fuori dall’imbarazzo. L’energia nucleare attualmente genera circa il 10% dell’elettricità mondiale e molti Paesi stanno esplorando nuovi progetti nucleari per avere nuove fonti energetiche e per ridurre le emissioni di gas serra. Per far fronte a progetti su larga scala dai grossi costi iniziali, però, diversi sviluppatori hanno proposto i cosiddetti «reattori modulari di piccole dimensioni»: nove su dieci di quelli finanziati da Washington sono progettati per utilizzare Haleu. Per questo, le aziende negli Stati Uniti e in Europa intendono produrre Haleu ma, anche negli scenari più ottimistici, ci vorranno almeno cinque anni. È la triste storia del cane che si morde la coda. Per cercare un’alternativa, il governo statunitense ha assegnato un contratto nel 2019 a Centrus, unica società al di fuori della Russia che ha una licenza per produrre Haleu. La produzione è stata però rinviata al 2023 «a causa dei ritardi nel reperire i contenitori di stoccaggio durante la pandemia globale». Insomma, un bel guaio che si somma al fatto che le sanzioni, ormai di ostacolo per aziende e privati, vengono sempre più spesso aggirate. I pubblici ministeri statunitensi hanno accusato cinque cittadini russi di elusione delle sanzioni nella spedizione di tecnologie militari acquistate da produttori Usa, alcune delle quali sono finite sul campo di battaglia in Ucraina. I componenti elettronici acquistati dai russi Yury Orekhov e Svetlana Kuzurgasheva includevano radar, satelliti, tecnologia militare. Per aggirare le sanzioni è stata «usata» una compagnia tedesca e, a quanto pare, la stessa società avrebbe fatto recapitare ad acquirenti russi anche petrolio venezuelano. Orekhov è stato arrestato in Germania. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato poi Orekhov e due società che controlla, Nord-Deutsche Industrieanlagenbau GmbH e Opus Energy Trading LLC.
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La politica italiana perde uno dei grandi protagonisti degli ultimi decenni: Umberto Bossi è morto ieri a Varese. Fondatore nel 1984 della Lega Lombarda, con l’approdo tre anni dopo al Senato della Repubblica divenne per tutti il «Senatùr».
(Ansa)
Nelle critiche di Movimento 5 stelle e Pd, titolari per decreto del messaggio ai «gggiovani», si legge un’invidia stizzita per essere stati sorpassati in tromba dal premier; un’oretta di intervista nel «Pulp Podcast» di Fedez è considerata più urticante di un intervento di Ignazio La Russa sul 25 aprile. La sinistra ribolle, le girano i Melonez. E tutto questo ha un significato: il presidente del Consiglio ha fatto centro.
Era stata invitata come Elly Schlein e Giuseppe Conte per parlare di Iran e di referendum: ha risposto sì, mentre loro hanno risposto no o non hanno neppure degnato di una risposta la richiesta via mail. Con un salto di qualità organizzativo: sono stati Fedez e Mr. Marra (lo youtuber Davide Marra) a entrare a palazzo Chigi, dove è stato allestito lo studio con fondale damascato color viola a supporto dell’insegna fluo del video podcast. Un dettaglio non da poco che contribuisce alla legittimazione del più informale e moderno metodo di divulgazione (anche) politica: quello senza l’intermediazione dei giornalisti.
Per la sinistra è un formidabile schiaffo culturale, una retrocessione ai segnali di fumo mentre la comunicazione per chi ha meno di 40 anni ormai passa dai canali crossmediali. Oggi quotidiani, televisioni, comizi e pure propaganda social devono fare i conti con il mondo dei podcast e dei canali alternativi alla narrazione mainstream. Oggi quella che Hegel definì «la preghiera mattutina dell’uomo moderno» parlando dei giornali, è tutt’al più una smorfia, perché i cittadini si informano, verificano, approfondiscono facendo lo slalom fra i media tradizionali dopo la Waterloo della pandemia e la guerra in Ucraina rappresentata da immagini tratte dai videogiochi.
Meloni in podcast è un cambio di paradigma, qualcosa di mai visto in Italia semplicemente perché abbiamo dormito per un decennio. Nel 2016 Barack Obama si fece intervistare non dal New York Times ma da Buzzfeed, inaugurando la strada del futuro, percorsa anche da Joe Biden e da Donald Trump, che ha collezionato milioni di ascoltatori privilegiando come interlocutore il podcaster Joe Rogan mentre Kamala Harris occupava i teatri. Negli Stati Uniti i podcast politici di Tucker Carlson e Ben Shapiro su YouTube e Spotify hanno più abbonati di quelli delle grandi testate.
L’idea del salto di qualità meloniano è stata del coordinatore web e social media di palazzo Chigi, Tommaso Longobardi, che sottolinea: «Tutto questo con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato». Non banale il commento di Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nell’osservare stile vecchio e nuovo: «Sono due panorami e paesaggi mediatici completamente differenti. Non solo per i numeri ma anche dal punto di vista sociale, culturale e politico. Meloni ha fatto una mossa intelligente».
Il fonte del No ha perso un’occasione, l’opposizione si è fatta trovare addormentata, prigioniera degli slogan che piacciono alle redazioni. E la diffusione dell’intervista della premier, la sua parcellizzazioni in reel, la deflagrazione in mille rivoli su tutte le piattaforme social sta ottenendo un riscontro notevole. Meloni ha raggiunto un pubblico nuovo, moderno, estraneo al linguaggio tradizionale. Ieri il dato delle visualizzazioni su YouTube (mentre andavamo in stampa) aveva superato quota 700.000. La sua mossa del cavallo crea immediatamente un problema nuovo: l’anacronismo della par condicio nel mondo multimediale. Fu inventata da Oscar Luigi Scalfaro nel 1994 per imbavagliare Mediaset nell’era berlusconiana, diventò legge nel 2000. Ora è un calesse con le ruote quadrate che, come ha sottolineato ieri Maurizio Belpietro, necessita di pensionamento per evidenti limiti di età.
Meloni che spiega la separazione delle carriere («Quanti sono i casi in cui il giudice accoglie proposta pm? Per l’arresto 95%, per le intercettazioni 99%. O abbiamo pm infallibili oppure il giudice è condizionato»); Meloni che ribadisce un’ovvietà dimenticata («Non si va a votare su di me ma per migliorare la giustizia in Italia»); Meloni che sconfessa la ridicola deriva illiberale («In Europa 21 nazioni su 27 hanno la separazione delle carriere. Per una vita mi hanno detto che devo essere europeista e quando lo sono gridano alla deriva illiberale») fa un’operazione di verità che va oltre il pregiudizio.
In «Pulp Podcast» la premier demolisce anche le superficiali frottole di Alessandro Barbero: «Se io provassi a fare una legge come la descrive lui il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe. Queste tesi surreali sono una mancanza di rispetto nei confronti di Sergio Mattarella che questa riforma ha controfirmato». Tutto ciò mentre alcuni iscritti all’albo dei giornalisti bivaccano su Facebook da giorni e fanno propaganda per il No allo scopo di salvaguardare il loro rapporto privilegiato (e subalterno) con la casta dei pm. Hanno la tessera ma sono meno credibili di Fedez.
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Le mosse del presidente americano paiono confuse e stanno indisponendo anche il mondo Maga. Chi gestisce davvero il conflitto è Netanyahu, e Trump insegue
Auguato Barbera (Imagoeconomica)
L’intervista all’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, già deputato di Pci e Pds, pubblicata ieri sulla Verità, ha scatenato un importante dibattito a pochi giorni dall’apertura delle urne per il referendum sulla giustizia.
Dalla politica arrivano parole di apprezzamento per i contenuti del colloquio del nostro giornale con l’ex presidente della Consulta: «Condividiamo le giuste parole di Augusto Barbera», commenta il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «in una intervista sulla Verità che ha individuato con grande lucidità il tema centrale di questa riforma. Un passaggio decisivo per ristabilire equilibrio e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. In questi anni abbiamo assistito a una crescente politicizzazione di una parte della magistratura, che ha finito per alterare il corretto funzionamento della nostra democrazia. L’ex presidente della Corte costituzionale ha richiamato anche il tema della cosiddetta Costituzione materiale, che rappresenta un punto centrale: quando l’interpretazione e le prassi si allontanano dal dettato costituzionale, fino a determinare una sorta di sistema parallelo, è evidente che si impone una riflessione seria e, soprattutto, un intervento che possa ristabilire gli equilibri. La Costituzione va difesa, ma anche aggiornata. Svecchiarla», aggiunge Gasparri, «non significa indebolirla, ma rafforzarla, rendendola capace di rispondere alle esigenze di un Paese profondamente cambiato».
Un riferimento a una considerazione di Barbera, che ieri, parlando alla Verità della Costituzione, ha affermato: «Nell’Assemblea costituente c’erano comunisti e socialisti da una parte e democristiani (molti dei quali ex fascisti) dall’altra, pressoché in equilibrio numerico; ciascuno temeva il 18 aprile dell’altro (la data delle elezioni vinte dalla Dc nel 1948, ndr). Crearono istituzioni volutamente deboli, ad esempio, introducendo due Camere con eguali poteri e con durata sfalsata di un anno oppure la necessità per il governo di ottenere la fiducia parlamentare fin dal momento dell’insediamento».
Sui contenuti dell’intervista interviene anche Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia e responsabile del dipartimento immigrazione del partito: «Una lunga intervista sulla Verità al professor Augusto Barbera, già presidente della Corte costituzionale», sottolinea la Kelany, «fa emergere un tema inquietante. Barbera parla senza mezzi termini della modifica della Costituzione materiale da parte di alcuni giudici per incidere sulle politiche migratorie di questo governo, in particolare in materia di Cpr in Albania e Ong. Che significa, in buona sostanza, che alcuni magistrati per motivi ideologici hanno interpretato le norme in modo da depotenziare, se non sovvertire, quanto stabilito dall’esecutivo e dal legislativo. Mentre da una parte questo governo manda migranti pericolosi in Albania per i rimpatri, dall’altra magistrati ideologizzati le tentano tutte per rimetterli in libertà. Noi abbiamo sempre sostenuto», aggiunge la Kelany, «che alcune decisioni su questi temi fossero abnormi e che non fossero coerenti con le leggi messe a terra dal governo e da questa maggioranza, ma oggi questo intervento qualificato ce lo conferma. È ora che una certa parte della magistratura politicizzata la smetta di utilizzare la propria funzione come grimaldello per sovvertire i principi democratici».
In questo caso il riferimento della Kelany è a un altro passaggio dell’intervista: «Ormai», ha detto Barbera alla Verità, «c’è chi punta a modificare la costituzione materiale attraverso l’interpretazione delle leggi, come fanno i giudici quando prendono decisioni contrarie a quelle del governo sullo sbarco delle Ong nei porti italiani o sui trasferimenti dei migranti clandestini nel Cpr albanese». «Barbera», dice alla Verità il leader di Azione, Carlo Calenda, «ha ribadito le ragione fattuali, politiche e morali per le quali occorre votare si alla riforma. La Costituzione prevede meccanismi di modifica e non possiamo, ogni volta, scegliere la strada del No perché non ci piace Meloni, Berlusconi o Renzi. Si parla della nostra carta fondativa. Diamogli l’attenzione che merita e scegliamo sulla base di un giudizio oggettivo serio e ponderato».
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