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2021-06-18
Ufo: non solo americani. Avvistati in Italia dal 1933
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Il rapporto del Pentagono sugli Uap (o Unidentified Aerial Phenomena - nuovo acronimo per gli oggetti volanti non identificati) sta per essere divulgato, dopo la recente anticipazione da parte dell'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama sull'esistenza di fenomeni aerei non identificabili. L'attenzione del mondo e dei media è di nuovo focalizzata sugli interrogativi che il mondo si pose qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando nella prima fase della Guerra Fredda gli Americani divulgarono l'esistenza del fenomeno dopo i fatti di Roswell del 1947, quando per la prima volta la questione Ufo segnò un presunto punto di partenza con l'"ufo crash" più famoso del mondo, avvenuto nel mese di luglio di quell'anno in New Mexico. Il fenomeno, divulgato poco più tardi dai giornali americani, farà scattare un'inchiesta militare e il monitoraggio degli avvistamenti da parte del Pentagono fino al 1969, anno in cui i militari chiusero gli X-files. Tuttavia le autorità americane non smisero di interessarsi agli oggetti volanti non identificati, mantenendo in attività sul tema l'Fbi, la Cia e il National Security Council (Consiglio per la Sicurezza Nazionale). Per molti anni, dal dopoguerra, il monopolio degli avvistamenti e delle notizie sugli Ufo parve essere esclusiva degli Americani, anche perché la divisione del mondo nelle due sfere di influenza non permetteva agli occidentali di sapere cosa fosse avvenuto nei cieli oltrecortina. La dissoluzione dell'Unione Sovietica porterà all'inizio degli anni novanta ad un vero e proprio Ufo-leak passato dalle mani dell'ex Kgb in modo rocambolesco nelle mani di esperti occidentali. Il fatto fu rilevante in quanto confermava che gli avvistamenti di Ufo non riguardavano soltanto gli Stati Uniti, bensì poteva essere considerato un fenomeno globale.
Il dottor Roberto Pinotti, uno degli ufologi più importanti e riconosciuti al mondo, spiega come l'Italia (considerata fino a poco tempo fa come una zona marginale nell'osservazione e nello studio degli avvistamenti) in realtà sia da considerare come un punto focale del fenomeno Ufo. Pinotti, fondatore nel lontano 1967 del Centro Ufologico Nazionale ed autore di numerosi libri sul tema, ha dedicato un volume dedicato proprio all'Italia, che raccoglie dati sorprendenti sugli avvistamenti nel cielo della penisola catalogati con metodo scientifico al netto di casi dubbi, non verificati da fonti ufficiali o vere e proprie bufale. In "Ufo: dall'incredibile 1978-79 in Italia ad oggi" (Harmakis edizioni) lo studioso ci guida in un percorso storico e cronologico sorprendente, partendo da un punto che precede di molti anni il famoso incidente di Roswell.
Autostrada Roma-Ostia, giugno 1935
Lungo il raccordo stradale tra la Capitale ed il litorale romano le poche automobili in transito sono tutte ferme sulla carreggiata, con il motore in panne. Gli autisti sono tutti scesi ad aprire il cofano e a cercare di individuare il guasto improvviso quanto inspiegabile. Tra loro vi è uno chauffeur alla guida di una berlina di lusso che ospita una donna sui sedili posteriori. Quella signora, sbalordita per l'accaduto, era nientemeno che Rachele Guidi, la moglie di Benito Mussolini. Le auto rimasero bloccate per alcuni minuti poi, inspiegabilmente, si rimisero a funzionare regolarmente come se nulla fosse accaduto. Dell'episodio donna Rachele farà menzione nelle sue memorie, ricordando come il marito l'avesse accolta a cena con un sorrisetto mentre raccontava la sua esperienza. Fu Mussolini a rivelarle di essere restata inconsapevole "vittima" di un esperimento condotto da Guglielmo Marconi che da qualche tempo provava l'efficacia di un misterioso e potentissimo "raggio" che avrebbe potuto bloccare a distanza aerei, navi, mezzi militari. Da quegli esperimenti condotti nelle vicinanze del litorale che causarono anche qualche incidente presumibilmente correlato (morte inspiegabile di un intero gregge di pecore), nacque il mito dell'"arma assoluta", del famoso "raggio della morte" che Marconi, secondo alcuni, non avrebbe consegnato al capo del fascismo in seguito ad un colloquio avuto poco prima di morire per angina pectoris nel 1937 con Papa Pio XI. Marconi, devotissimo, avrebbe avuto un rimorso di coscienza e avrebbe seguito l'appello del Pontefice che gli chiedeva di non fornire ai militari un arma in grado di distruggere il mondo.
Apparentemente, gli esperimenti del grande scienziato italiano sembrerebbero non avere a che fare con il fenomeno Ufo. Marconi era già passato alla storia per l'applicazione sperimentale delle sue teorie, in primis le potenzialità delle onde radio. Bisogna allora fare un piccolo passo indietro di due anni per potere immaginare un legame tra quello che successe lungo la Roma-Ostia e la tecnologia (o retroingegneria) di presunta origine non terrestre.
Cielo tra Milano e Vergiate (Varese). 13 giugno 1933
Il fonogramma portava il timbro dell'Agenzia Stefani (l'agenzia nazionale di stampa nel ventennio). Il tono del messaggio era perentorio, minaccioso. Non divulgare il contenuto, bloccare i piombi dei giornali, non diffondere la notizia pena sanzioni pesantissime. Massima riservatezza anche tra i recipienti il messaggio, per ordine diretto del Duce. Il fatto, venuto alla luce molto tempo dopo, riguardava il primo "ufo crash" documentato da fonti ufficiali della storia. Un Velivolo Non Convenzionale (il termine Ufo era naturalmente sconosciuto all'epoca) aveva solcato il cielo di Milano in direzione nord-ovest per poi schiantarsi a Vergiate (Varese), a poca distanza dall'attuale aeroporto di Milano-Malpensa. I resti del velivolo sarebbero stati recuperati e ricoverati in un hangar della vicina fabbrica di aeroplani Siai-Marchetti. Ad indagare e a mantenere il segreto sarebbe stato un organo collegiale legato all'Ovra e battezzato "Gabinetto RS/33", dove l'acronimo RS stava per Ricerche Speciali. A capo dell'organo segreto fu messo proprio Guglielmo Marconi, lo stesso che due anni dopo farà spegnere le auto sull'autostrada Roma-Ostia. La scoperta dell'"Ufo di Mussolini" fu supportata da una serie di documenti inviati negli anni novanta alla sede del Centro Ufologico Nazionale in forma anonima. Proprio per il rigore scientifico con il quale Roberto Pinotti e i colleghi sono abituati a trattare le fonti, fu necessario che i dubbi sull'autenticità dei documenti venissero fugati da una perizia scientifica che ne stabilisse almeno la reale stesura negli anni trenta. L' analisi delle carte diede esito positivo, collocando i testi agli atti del gabinetto RS/33 come databili nel 1936. Gli scritti, su carta intestata del Senato del Regno, fornirebbero la descrizione di un avvistamento con diversi testimoni avvenuto questa volta nel cielo di Venezia e Mestre la mattina del 22 agosto proprio del 1936. In quell'occasione diversi testimoni videro un ufo sigariforme, di colore grigio scuro che volava assieme ad altri due "velivoli non convenzionali" più piccoli e di forma discoidale. Il fenomeno fu segnalato anche a Trieste e proprio la descrizione degli oggetti volanti fornirà una sorta di archetipo di tutti gli avvistamenti che si susseguiranno nei decenni a venire, vale a dire un grande Ufo a forma di sigaro e altri, più piccoli, velivoli discoidali spesso in volo combinato oppure in sequenza a distanza di tempo ravvicinato. Del gabinetto RS/33 si ritiene fosse rimasto operativo sino ai mesi della Repubblica Sociale, quando i Tedeschi avrebbero trafugato parte del velivolo rimessato a Vergiate mentre il resto sarebbe stato distrutto durante un attentato partigiano agli stabilimenti. La parentesi prebellica, iniziata con il misterioso oggetto del 1933 e continuata con le teorie che indicherebbero l'origine delle armi segrete naziste (o "wunderwaffen") in un caso di retroingegneria partita dai resti dell'Ufo di Vergiate, si chiuderanno con un cold case che riguardò gli Americani. Un ufficiale ed un politico che ebbero a partecipare alla campagna del Po che terminò con l'occupazione della Pianura Padana( alla quale prese parte anche il contingente che occupò gli stabilimenti Siai Marchetti nell'aprile 1945) moriranno in circostanze non ben chiarite in un incidente di barca lungo il fiume Potomac poco dopo il rientro in Patria.
Il triangolo dell'Adriatico e l'incredibile biennio 1978-79
Non essendo a conoscenza di quanto avvenne nel Nord Italia alla metà degli anni '30, tutta l'attenzione dei media occidentali si spostò nel dopoguerra verso le notizie provenienti dagli Stati Uniti, a partire dall'incidente molto discusso di Roswell, che le autorità militari si impegnarono ad insabbiare e spegnere dichiarando l'origine umana dell'incidente, inquadrato nella precipitazione di un pallone-spia. Negli anni la storia dell'"Ufo crash" più famoso del mondo sarà oggetto di nuove discussioni e indagini, che si concluderanno alla fine degli anni novanta con la secca smentita da parte dei militari americani di ogni origine extraterrestre dei fatti del 1947. A trent'anni dall'evento e con la fine della Guerra Fredda, l'Usaf comunicò che i resti caduti nel New Mexico sarebbero appartenuti ad un pallone spia stratosferico allora utilizzato per la segretissima missione di ricognizione dei siti nucleari sovietici nota come "Project Mogul".
Ben prima della scoperta da parte dello stesso Pinotti degli archivi sovietici sugli avvistamenti Ufo, all'inizio degli anni settanta l'Italia diventò nuovamente un punto nevralgico per quanto riguardò la frequenza e la casistica degli avvistamenti di oggetti non identificati. All'epoca Roberto Pinotti, svolto il servizio militare come ufficiale di complemento presso la III Brigata Missili (in ambito Nato) durante il quale aveva tenuto una conferenza sul fenomeno Ufo, fu ricontattato da un ufficiale superiore dell'Intelligence per offrire in modo continuativo la sua consulenza sulla materia. E di materia, dalla metà degli anni settanta in poi, ve ne fu veramente molta. Il crescendo degli avvistamenti e dei fenomeni, esaminati dal Cun con rigore scientifico, vide l'Italia come punto nevralgico. Più di duemila saranno infatti i casi esaminati dal Centro in un solo biennio, una quantità che generò una interrogazione parlamentare da parte di Falco Accame, allora Sottosegretario alla Difesa, che spingerà il premier Giulio Andreotti alla creazione di un organismo militare che si occupasse del fenomeno Ufo. Nacque in queste circostanze eccezionali l'Rgs (Reparto Generale Sicurezza) gestito dall'Aeronautica Militare in concorso con l'Arma dei Carabinieri, attivo tutt'oggi.
Dell'eccezionale biennio 1978-79 si occuperà largamente anche la stampa locale e nazionale, che riportò le testimonianze individuali o gruppi di persone protagoniste degli avvistamenti sia di Ufo che di Uso (Unidentified Submerged Objects) vale a dire oggetti non identificati in ambiente marino o sottomarino. Proprio uno dei casi più eclatanti venne dal mare, in particolare l'Adriatico. Perché di vero "triangolo" si può parlare, incrociando date e luoghi degli avvistamenti, in un area compresa tra il monte Gran Sasso, il litorale tra il pescarese e S.Benedetto del Tronto, avente il vertice a metà strada tra le coste italiane e quelle dell'allora Jugoslavia.
Credibile sembra anche la raccolta di testimonianze dell'epoca, che hanno interessato persone non influenzate e totalmente estranee alle vicende Ufo. Come quella dell'equipaggio del motopeschereccio "Trozza", dei fratelli Scardella di Silvi Marina (Pescara). La notte del 14 novembre 1978 si trovavano a circa 4 miglia al largo della costa di Silvi quando all'improvviso il peschereccio accelerò improvvisamente, raggiungendo la velocità di 9-10 nodi (quando il motore diesel da 250 cv non superava i 3-4 nodi con le reti agganciate) e soprattutto con la bussola impazzita. Quando il capo equipaggio darà ordine di bloccare il motore, la barca aveva compiuto una stretta virata di 360 gradi, cosa mai fattibile senza incagliare le reti nel timone o peggio nell'elica. Invece queste ultime furono issate a bordo dai marinai senza mostrare alcun danno. Anche il radar di bordo presentò anomalie, che si erano rilevate anche nei giorni precedenti, come se una grande interferenza elettromagnetica ne avesse alterato il funzionamento. Un'esperienza simile a quella del peschereccio "Trozza" fu vissuta da testimoni ancora più credibili a causa della loro professione. In questo caso infatti la testimonianza fu riportata dall'equipaggio di una motovedetta della Capitaneria di Porto, la CP-2018, salpata in perlustrazione il 9 novembre 1978 proprio per indagare sugli strani fenomeni riportati dai marinai della zona. Giunta alla velocità di circa 14 nodi più o meno nel punto dove si verrà a trovare il peschereccio "Trozza" al largo di Silvi Marina, all'improvviso l'attenzione dell'equipaggio fu catturata da un oggetto luminoso schizzare dalla superficie del mare con un gradiente di 45° a elevatissima velocità per raggiungere l'altitudine di 22° sull'orizzonte e sparire repentinamente. Per la mezz'ora successiva all'avvistamento, il radar della CP-2018 risultò fuori uso, per poi riprendere a funzionare regolarmente. Nel periodo in cui si registrarono i fenomeni, la paura aleggiò tra i lavoratori marittimi sia della costa italiana sia di quella jugoslava, tanto che alcuni traghetti si rifiutarono di partire e, come riportato dalle cronache del "Corriere Adriatico", molti pescatori rinunciarono alle sortite dopo aver sentito le storie inquietanti provenire dal proprio tratto di mare. Uno dei fenomeni dell'Adriatico fu persino fotografato a Pesaro da un cittadino la notte del 23 ottobre 1978 quando notò in cielo un oggetto luminoso a forma di paracadute stazionare in cielo per circa un ora prima di sparire di colpo. L' esame sulla pellicola dimostrò che non si trattava di un fotomontaggio.
All'interno del triangolo si verificarono nel biennio 1978-79 molti altri fenomeni, visti dall'entroterra. Tra questi spiccano due avvistamenti collettivi vissuti dallo stesso ufologo Pinotti rispettivamente la notte tra il 22 e il 23 aprile 1978 ed il 29 giugno successivo. La zona interessata riguardò per il primo dei due episodi la periferia di Perugia, e l'orizzonte dei monti Subasio e Malbe. Qui un gruppo di ben 11 persone fu testimone per tre lunghe ore di una sorta di "spettacolo" fornito dalle evoluzioni di diversi oggetti luminosi (di cui uno molto ravvicinato). Ritornati sul posto il giorno successivo riferirono di essere stati sorvolati in quota da un silenzioso oggetto sigariforme, simile a quello osservato a Venezia e Mestre nel lontano 1936. Il 29 giugno il fenomeno si ripetè e fu visto da un convegno di 300 persone, tra cui alcuni giornalisti svoltosi la notte sul colle del Cardinale, sempre a poca distanza da Perugia.
Anche i controllori del traffico aereo e i piloti riportarono diversi avvistamenti nel periodo di punta del fenomeno Ufo sull'Italia. Riportato ampiamente dalle cronache fu quello verificatosi il 9 marzo 1978 e che vide coinvolte più torri di controllo e jet di linea tra le 19,30 e le 20,30 quando una luce intensa (a volte descritta con aloni di diversi colori) in movimento è segnalata da Milano-Linate, da Firenze-Peretola fino a Potenza Picena. L'oggetto non identificato fu riportato nei rapporti dall'equipaggio di diversi aerei di linea in quel momento in volo sulla penisola: l' IH-662 Itavia Roma-Treviso, il Klm-132, l'Air France 132 e altri voli privati. Anche l'aeroporto di Zagabria fu allertato da un volo Olympic Airways. Il 2 maggio è registrato un episodio simile al precedente quando sui giornali compare la testimonianza del controllore di volo di Linate Antonio De Stasio. Mentre i centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco venivano presi d'assalto dai milanesi, dalla torre di controllo fu notato un oggetto luminosissimo che si avvicinava dal Monte Bianco in direzione di Milano, senza che nessuno dei potenti radar in esercizio sul Nord Italia in quel momento ne registrassero traccia. Quindi, sempre secondo la testimonianza diretta di De Stasio, l'Ufo stazionò per qualche minuto sulla verticale del grattacielo Pirelli, per poi scomparire all'improvviso. Tra le centinaia di segnalazioni, un posto di primo piano spetta ad un altro avvistamento in mare, risalente al 22 giugno 1979. Mentre incrociava al largo dell'isola di Gorgona, lo yacht privato "Rainbow II" si trovava di fronte un enorme oggetto sigariforme di apparente struttura metallica color grigio scuro nell'atto di inabissarsi per poi riemergere per un attimo con la punta. La segnalazione via radio fatta dallo Yacht alle autorità marittime giunse al Comando della Marina di La Spezia che diramò immediatamente un comunicato di allerta nel bollettino ai naviganti. La stampa riporterà soltanto in seguito il resoconto dell'episodio. Per quanto riguardò il cielo del 1979, sicuramente l'avvistamento più importante fu registrato da un pilota dell'Aeronautica Militare. Il 18 giugno Giancarlo Cecconi del 2° Stormo intercettava e fotografava un oggetto non identificato con gli apparecchi di bordo del suo caccia Fiat G91/R sopra l'aeroporti militare di Treviso-Istrana. Le immagini fornite dalle fotocamere immortalarono un oggetto cilindrico di colore scuro alla quota di circa 3.700 metri, in grado di effettuare movimenti orizzontali e verticali a velocità elevatissime. Le fotografie mostravano come l'oggetto fosse sormontato da una sorta di cupola traslucida. Dell'oggetto furono scattate ben 84 fotografie, che le autorità militari commentarono minimizzando e asserendo che si fosse probabilmente trattato di un giocattolo molto in voga nel periodo, un pallone di plastica leggerissima riempito di aria calda chiamato "Ufo solar". La spiegazione tuttavia non fornì una soddisfacente spiegazione del motivo per cui il giocattolo non si fosse disintegrato con la fortissima turbolenza generata dai ripetuti passaggi ravvicinati del caccia in volo, e il caso rimase agli atti negli "X-files" del Reparto Generale di Sicurezza.
L'ondata del 1978-79 non si arrestò di colpo. Altri avvistamenti avrebbero caratterizzato gli anni a venire anche se con una frequenza inferiore a quel biennio. Tra i casi più importanti vi fu certamente l'avvistamento di massa del 6 giugno 1983. Tra le ore 22:30 e le 23 circa un enorme oggetto sigariforme solcò i cieli della Sardegna, della Corsica, della Liguria attraversando da Sud-ovest a Nord-est gran parte della Pianura Padana. Fu un avvistamento di massa, con migliaia di testimoni che con lo sguardo all'insù si chiesero cosa potesse essere quell'oggetto volante che nella maggior parte delle testimonianze fu ben descritto: il grande sigaro metallico di colore grigio scuro (una caratteristica ricorrente) presentava una serie di oblò che emanavano una luce intensa che appariva come retroilluminata. Altri videro chiaramente che l'oggetto lasciava una lunga scia di colore variabile dall'arancio all'azzurrognolo che rimaneva visibile dopo il passaggio. In molti casi i testimoni riportarono la sua repentina sparizione dopo essere rimasto visibile per un tempo che andava da pochi secondi a oltre un minuto. I centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco furono intasati dalle chiamate e anche in questo caso dai radar non fu rilevata alcuna traccia nonostante l'imponente mole dell'oggetto volante.
Nel 2004 un altro avvistamento da parte di un aereo militare farà puntare di nuovo i riflettori sulla questione Ufo, la cui attenzione da parte dei media si era parzialmente affievolita a partire dagli anni '90. Il 14 novembre, mentre volava al largo delle coste della California dopo essere decollato dalla portaerei Uss "Nimitz" il Comandante David Fravor intercettò la presenza di un oggetto non identificato dagli strumenti di bordo. Il pilota vide l'oggetto discoidale che dalla quota di circa 24.000 metri scese di colpo a circa 6.000 mantenendosi in volo livellato sopra l'oceano Pacifico. L' incontro fu registrato dai sofisticati sistemi di bordo ed il video è stato divulgato successivamente dai media americani. Un fatto molto simile si è ripetuto nel 2014-2015 con diverse osservazioni di oggetti non identificati da parte di piloti in servizio sulla portaerei Uss "Theodore Roosevelt", di cui sono state divulgate le registrazioni.
I due episodi potrebbero essere molto importanti, ed alla base delle future possibili rivelazioni da parte del Pentagono perché la tecnologia ha fatto passi da gigante negli ultimi quarant'anni. Le sofisticate apparecchiature dei caccia di ultima generazione potrebbero davvero fornire importanti dati scientifici sulla natura degli oggetti non identificati, cosa che non fu possibile nel 1979 nel caso precedentemente ricordato del capitano Cecconi in quanto il suo caccia G91 era dotato soltanto di strumentazione fotografica analogica.
Risale a poco fa la notizia che l'ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante un'intervista, abbia ammesso l'esistenza di "oggetti volanti" di cui non si conosce la natura. Altrettanto recentemente uno dei più accreditati studiosi americani del fenomeno Ufo, Luis Elizondo (già responsabile dell'Advanced Aerospace Threat Identification Program del Pentagono) ha risposto ad una quesito che riguardava la storia degli avvistamenti Ufo. Incalzato dal giornalista, alla domanda se fossero esistiti fenomeni precedenti e esterni agli Stati Uniti che fossero di rilevanza particolare, Elizondo ha esaudito la richiesta esclamando: "Italy!". Chissà se tra qualche giorno si potrà sapere qualcosa in più su ciò che fu visto nell'ultimo secolo nei cieli d'Italia.
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Il fenomeno è stato spesso considerato (a torto) incentrato sugli Stati Uniti dal dopoguerra in poi. Con la guida di uno dei massimi esperti in materia si scopre che in realtà l'Italia fu interessata sin dalla prima metà del XX secolo da molti avvistamenti, con un picco nel 1978-79 che fece nascere il Reparto Generale Sicurezza dell'Aeronautica Militare.Il rapporto del Pentagono sugli Uap (o Unidentified Aerial Phenomena - nuovo acronimo per gli oggetti volanti non identificati) sta per essere divulgato, dopo la recente anticipazione da parte dell'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama sull'esistenza di fenomeni aerei non identificabili. L'attenzione del mondo e dei media è di nuovo focalizzata sugli interrogativi che il mondo si pose qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando nella prima fase della Guerra Fredda gli Americani divulgarono l'esistenza del fenomeno dopo i fatti di Roswell del 1947, quando per la prima volta la questione Ufo segnò un presunto punto di partenza con l'"ufo crash" più famoso del mondo, avvenuto nel mese di luglio di quell'anno in New Mexico. Il fenomeno, divulgato poco più tardi dai giornali americani, farà scattare un'inchiesta militare e il monitoraggio degli avvistamenti da parte del Pentagono fino al 1969, anno in cui i militari chiusero gli X-files. Tuttavia le autorità americane non smisero di interessarsi agli oggetti volanti non identificati, mantenendo in attività sul tema l'Fbi, la Cia e il National Security Council (Consiglio per la Sicurezza Nazionale). Per molti anni, dal dopoguerra, il monopolio degli avvistamenti e delle notizie sugli Ufo parve essere esclusiva degli Americani, anche perché la divisione del mondo nelle due sfere di influenza non permetteva agli occidentali di sapere cosa fosse avvenuto nei cieli oltrecortina. La dissoluzione dell'Unione Sovietica porterà all'inizio degli anni novanta ad un vero e proprio Ufo-leak passato dalle mani dell'ex Kgb in modo rocambolesco nelle mani di esperti occidentali. Il fatto fu rilevante in quanto confermava che gli avvistamenti di Ufo non riguardavano soltanto gli Stati Uniti, bensì poteva essere considerato un fenomeno globale. Il dottor Roberto Pinotti, uno degli ufologi più importanti e riconosciuti al mondo, spiega come l'Italia (considerata fino a poco tempo fa come una zona marginale nell'osservazione e nello studio degli avvistamenti) in realtà sia da considerare come un punto focale del fenomeno Ufo. Pinotti, fondatore nel lontano 1967 del Centro Ufologico Nazionale ed autore di numerosi libri sul tema, ha dedicato un volume dedicato proprio all'Italia, che raccoglie dati sorprendenti sugli avvistamenti nel cielo della penisola catalogati con metodo scientifico al netto di casi dubbi, non verificati da fonti ufficiali o vere e proprie bufale. In "Ufo: dall'incredibile 1978-79 in Italia ad oggi" (Harmakis edizioni) lo studioso ci guida in un percorso storico e cronologico sorprendente, partendo da un punto che precede di molti anni il famoso incidente di Roswell.Autostrada Roma-Ostia, giugno 1935Lungo il raccordo stradale tra la Capitale ed il litorale romano le poche automobili in transito sono tutte ferme sulla carreggiata, con il motore in panne. Gli autisti sono tutti scesi ad aprire il cofano e a cercare di individuare il guasto improvviso quanto inspiegabile. Tra loro vi è uno chauffeur alla guida di una berlina di lusso che ospita una donna sui sedili posteriori. Quella signora, sbalordita per l'accaduto, era nientemeno che Rachele Guidi, la moglie di Benito Mussolini. Le auto rimasero bloccate per alcuni minuti poi, inspiegabilmente, si rimisero a funzionare regolarmente come se nulla fosse accaduto. Dell'episodio donna Rachele farà menzione nelle sue memorie, ricordando come il marito l'avesse accolta a cena con un sorrisetto mentre raccontava la sua esperienza. Fu Mussolini a rivelarle di essere restata inconsapevole "vittima" di un esperimento condotto da Guglielmo Marconi che da qualche tempo provava l'efficacia di un misterioso e potentissimo "raggio" che avrebbe potuto bloccare a distanza aerei, navi, mezzi militari. Da quegli esperimenti condotti nelle vicinanze del litorale che causarono anche qualche incidente presumibilmente correlato (morte inspiegabile di un intero gregge di pecore), nacque il mito dell'"arma assoluta", del famoso "raggio della morte" che Marconi, secondo alcuni, non avrebbe consegnato al capo del fascismo in seguito ad un colloquio avuto poco prima di morire per angina pectoris nel 1937 con Papa Pio XI. Marconi, devotissimo, avrebbe avuto un rimorso di coscienza e avrebbe seguito l'appello del Pontefice che gli chiedeva di non fornire ai militari un arma in grado di distruggere il mondo. Apparentemente, gli esperimenti del grande scienziato italiano sembrerebbero non avere a che fare con il fenomeno Ufo. Marconi era già passato alla storia per l'applicazione sperimentale delle sue teorie, in primis le potenzialità delle onde radio. Bisogna allora fare un piccolo passo indietro di due anni per potere immaginare un legame tra quello che successe lungo la Roma-Ostia e la tecnologia (o retroingegneria) di presunta origine non terrestre.Cielo tra Milano e Vergiate (Varese). 13 giugno 1933Il fonogramma portava il timbro dell'Agenzia Stefani (l'agenzia nazionale di stampa nel ventennio). Il tono del messaggio era perentorio, minaccioso. Non divulgare il contenuto, bloccare i piombi dei giornali, non diffondere la notizia pena sanzioni pesantissime. Massima riservatezza anche tra i recipienti il messaggio, per ordine diretto del Duce. Il fatto, venuto alla luce molto tempo dopo, riguardava il primo "ufo crash" documentato da fonti ufficiali della storia. Un Velivolo Non Convenzionale (il termine Ufo era naturalmente sconosciuto all'epoca) aveva solcato il cielo di Milano in direzione nord-ovest per poi schiantarsi a Vergiate (Varese), a poca distanza dall'attuale aeroporto di Milano-Malpensa. I resti del velivolo sarebbero stati recuperati e ricoverati in un hangar della vicina fabbrica di aeroplani Siai-Marchetti. Ad indagare e a mantenere il segreto sarebbe stato un organo collegiale legato all'Ovra e battezzato "Gabinetto RS/33", dove l'acronimo RS stava per Ricerche Speciali. A capo dell'organo segreto fu messo proprio Guglielmo Marconi, lo stesso che due anni dopo farà spegnere le auto sull'autostrada Roma-Ostia. La scoperta dell'"Ufo di Mussolini" fu supportata da una serie di documenti inviati negli anni novanta alla sede del Centro Ufologico Nazionale in forma anonima. Proprio per il rigore scientifico con il quale Roberto Pinotti e i colleghi sono abituati a trattare le fonti, fu necessario che i dubbi sull'autenticità dei documenti venissero fugati da una perizia scientifica che ne stabilisse almeno la reale stesura negli anni trenta. L' analisi delle carte diede esito positivo, collocando i testi agli atti del gabinetto RS/33 come databili nel 1936. Gli scritti, su carta intestata del Senato del Regno, fornirebbero la descrizione di un avvistamento con diversi testimoni avvenuto questa volta nel cielo di Venezia e Mestre la mattina del 22 agosto proprio del 1936. In quell'occasione diversi testimoni videro un ufo sigariforme, di colore grigio scuro che volava assieme ad altri due "velivoli non convenzionali" più piccoli e di forma discoidale. Il fenomeno fu segnalato anche a Trieste e proprio la descrizione degli oggetti volanti fornirà una sorta di archetipo di tutti gli avvistamenti che si susseguiranno nei decenni a venire, vale a dire un grande Ufo a forma di sigaro e altri, più piccoli, velivoli discoidali spesso in volo combinato oppure in sequenza a distanza di tempo ravvicinato. Del gabinetto RS/33 si ritiene fosse rimasto operativo sino ai mesi della Repubblica Sociale, quando i Tedeschi avrebbero trafugato parte del velivolo rimessato a Vergiate mentre il resto sarebbe stato distrutto durante un attentato partigiano agli stabilimenti. La parentesi prebellica, iniziata con il misterioso oggetto del 1933 e continuata con le teorie che indicherebbero l'origine delle armi segrete naziste (o "wunderwaffen") in un caso di retroingegneria partita dai resti dell'Ufo di Vergiate, si chiuderanno con un cold case che riguardò gli Americani. Un ufficiale ed un politico che ebbero a partecipare alla campagna del Po che terminò con l'occupazione della Pianura Padana( alla quale prese parte anche il contingente che occupò gli stabilimenti Siai Marchetti nell'aprile 1945) moriranno in circostanze non ben chiarite in un incidente di barca lungo il fiume Potomac poco dopo il rientro in Patria.Il triangolo dell'Adriatico e l'incredibile biennio 1978-79Non essendo a conoscenza di quanto avvenne nel Nord Italia alla metà degli anni '30, tutta l'attenzione dei media occidentali si spostò nel dopoguerra verso le notizie provenienti dagli Stati Uniti, a partire dall'incidente molto discusso di Roswell, che le autorità militari si impegnarono ad insabbiare e spegnere dichiarando l'origine umana dell'incidente, inquadrato nella precipitazione di un pallone-spia. Negli anni la storia dell'"Ufo crash" più famoso del mondo sarà oggetto di nuove discussioni e indagini, che si concluderanno alla fine degli anni novanta con la secca smentita da parte dei militari americani di ogni origine extraterrestre dei fatti del 1947. A trent'anni dall'evento e con la fine della Guerra Fredda, l'Usaf comunicò che i resti caduti nel New Mexico sarebbero appartenuti ad un pallone spia stratosferico allora utilizzato per la segretissima missione di ricognizione dei siti nucleari sovietici nota come "Project Mogul". Ben prima della scoperta da parte dello stesso Pinotti degli archivi sovietici sugli avvistamenti Ufo, all'inizio degli anni settanta l'Italia diventò nuovamente un punto nevralgico per quanto riguardò la frequenza e la casistica degli avvistamenti di oggetti non identificati. All'epoca Roberto Pinotti, svolto il servizio militare come ufficiale di complemento presso la III Brigata Missili (in ambito Nato) durante il quale aveva tenuto una conferenza sul fenomeno Ufo, fu ricontattato da un ufficiale superiore dell'Intelligence per offrire in modo continuativo la sua consulenza sulla materia. E di materia, dalla metà degli anni settanta in poi, ve ne fu veramente molta. Il crescendo degli avvistamenti e dei fenomeni, esaminati dal Cun con rigore scientifico, vide l'Italia come punto nevralgico. Più di duemila saranno infatti i casi esaminati dal Centro in un solo biennio, una quantità che generò una interrogazione parlamentare da parte di Falco Accame, allora Sottosegretario alla Difesa, che spingerà il premier Giulio Andreotti alla creazione di un organismo militare che si occupasse del fenomeno Ufo. Nacque in queste circostanze eccezionali l'Rgs (Reparto Generale Sicurezza) gestito dall'Aeronautica Militare in concorso con l'Arma dei Carabinieri, attivo tutt'oggi. Dell'eccezionale biennio 1978-79 si occuperà largamente anche la stampa locale e nazionale, che riportò le testimonianze individuali o gruppi di persone protagoniste degli avvistamenti sia di Ufo che di Uso (Unidentified Submerged Objects) vale a dire oggetti non identificati in ambiente marino o sottomarino. Proprio uno dei casi più eclatanti venne dal mare, in particolare l'Adriatico. Perché di vero "triangolo" si può parlare, incrociando date e luoghi degli avvistamenti, in un area compresa tra il monte Gran Sasso, il litorale tra il pescarese e S.Benedetto del Tronto, avente il vertice a metà strada tra le coste italiane e quelle dell'allora Jugoslavia. Credibile sembra anche la raccolta di testimonianze dell'epoca, che hanno interessato persone non influenzate e totalmente estranee alle vicende Ufo. Come quella dell'equipaggio del motopeschereccio "Trozza", dei fratelli Scardella di Silvi Marina (Pescara). La notte del 14 novembre 1978 si trovavano a circa 4 miglia al largo della costa di Silvi quando all'improvviso il peschereccio accelerò improvvisamente, raggiungendo la velocità di 9-10 nodi (quando il motore diesel da 250 cv non superava i 3-4 nodi con le reti agganciate) e soprattutto con la bussola impazzita. Quando il capo equipaggio darà ordine di bloccare il motore, la barca aveva compiuto una stretta virata di 360 gradi, cosa mai fattibile senza incagliare le reti nel timone o peggio nell'elica. Invece queste ultime furono issate a bordo dai marinai senza mostrare alcun danno. Anche il radar di bordo presentò anomalie, che si erano rilevate anche nei giorni precedenti, come se una grande interferenza elettromagnetica ne avesse alterato il funzionamento. Un'esperienza simile a quella del peschereccio "Trozza" fu vissuta da testimoni ancora più credibili a causa della loro professione. In questo caso infatti la testimonianza fu riportata dall'equipaggio di una motovedetta della Capitaneria di Porto, la CP-2018, salpata in perlustrazione il 9 novembre 1978 proprio per indagare sugli strani fenomeni riportati dai marinai della zona. Giunta alla velocità di circa 14 nodi più o meno nel punto dove si verrà a trovare il peschereccio "Trozza" al largo di Silvi Marina, all'improvviso l'attenzione dell'equipaggio fu catturata da un oggetto luminoso schizzare dalla superficie del mare con un gradiente di 45° a elevatissima velocità per raggiungere l'altitudine di 22° sull'orizzonte e sparire repentinamente. Per la mezz'ora successiva all'avvistamento, il radar della CP-2018 risultò fuori uso, per poi riprendere a funzionare regolarmente. Nel periodo in cui si registrarono i fenomeni, la paura aleggiò tra i lavoratori marittimi sia della costa italiana sia di quella jugoslava, tanto che alcuni traghetti si rifiutarono di partire e, come riportato dalle cronache del "Corriere Adriatico", molti pescatori rinunciarono alle sortite dopo aver sentito le storie inquietanti provenire dal proprio tratto di mare. Uno dei fenomeni dell'Adriatico fu persino fotografato a Pesaro da un cittadino la notte del 23 ottobre 1978 quando notò in cielo un oggetto luminoso a forma di paracadute stazionare in cielo per circa un ora prima di sparire di colpo. L' esame sulla pellicola dimostrò che non si trattava di un fotomontaggio.All'interno del triangolo si verificarono nel biennio 1978-79 molti altri fenomeni, visti dall'entroterra. Tra questi spiccano due avvistamenti collettivi vissuti dallo stesso ufologo Pinotti rispettivamente la notte tra il 22 e il 23 aprile 1978 ed il 29 giugno successivo. La zona interessata riguardò per il primo dei due episodi la periferia di Perugia, e l'orizzonte dei monti Subasio e Malbe. Qui un gruppo di ben 11 persone fu testimone per tre lunghe ore di una sorta di "spettacolo" fornito dalle evoluzioni di diversi oggetti luminosi (di cui uno molto ravvicinato). Ritornati sul posto il giorno successivo riferirono di essere stati sorvolati in quota da un silenzioso oggetto sigariforme, simile a quello osservato a Venezia e Mestre nel lontano 1936. Il 29 giugno il fenomeno si ripetè e fu visto da un convegno di 300 persone, tra cui alcuni giornalisti svoltosi la notte sul colle del Cardinale, sempre a poca distanza da Perugia. Anche i controllori del traffico aereo e i piloti riportarono diversi avvistamenti nel periodo di punta del fenomeno Ufo sull'Italia. Riportato ampiamente dalle cronache fu quello verificatosi il 9 marzo 1978 e che vide coinvolte più torri di controllo e jet di linea tra le 19,30 e le 20,30 quando una luce intensa (a volte descritta con aloni di diversi colori) in movimento è segnalata da Milano-Linate, da Firenze-Peretola fino a Potenza Picena. L'oggetto non identificato fu riportato nei rapporti dall'equipaggio di diversi aerei di linea in quel momento in volo sulla penisola: l' IH-662 Itavia Roma-Treviso, il Klm-132, l'Air France 132 e altri voli privati. Anche l'aeroporto di Zagabria fu allertato da un volo Olympic Airways. Il 2 maggio è registrato un episodio simile al precedente quando sui giornali compare la testimonianza del controllore di volo di Linate Antonio De Stasio. Mentre i centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco venivano presi d'assalto dai milanesi, dalla torre di controllo fu notato un oggetto luminosissimo che si avvicinava dal Monte Bianco in direzione di Milano, senza che nessuno dei potenti radar in esercizio sul Nord Italia in quel momento ne registrassero traccia. Quindi, sempre secondo la testimonianza diretta di De Stasio, l'Ufo stazionò per qualche minuto sulla verticale del grattacielo Pirelli, per poi scomparire all'improvviso. Tra le centinaia di segnalazioni, un posto di primo piano spetta ad un altro avvistamento in mare, risalente al 22 giugno 1979. Mentre incrociava al largo dell'isola di Gorgona, lo yacht privato "Rainbow II" si trovava di fronte un enorme oggetto sigariforme di apparente struttura metallica color grigio scuro nell'atto di inabissarsi per poi riemergere per un attimo con la punta. La segnalazione via radio fatta dallo Yacht alle autorità marittime giunse al Comando della Marina di La Spezia che diramò immediatamente un comunicato di allerta nel bollettino ai naviganti. La stampa riporterà soltanto in seguito il resoconto dell'episodio. Per quanto riguardò il cielo del 1979, sicuramente l'avvistamento più importante fu registrato da un pilota dell'Aeronautica Militare. Il 18 giugno Giancarlo Cecconi del 2° Stormo intercettava e fotografava un oggetto non identificato con gli apparecchi di bordo del suo caccia Fiat G91/R sopra l'aeroporti militare di Treviso-Istrana. Le immagini fornite dalle fotocamere immortalarono un oggetto cilindrico di colore scuro alla quota di circa 3.700 metri, in grado di effettuare movimenti orizzontali e verticali a velocità elevatissime. Le fotografie mostravano come l'oggetto fosse sormontato da una sorta di cupola traslucida. Dell'oggetto furono scattate ben 84 fotografie, che le autorità militari commentarono minimizzando e asserendo che si fosse probabilmente trattato di un giocattolo molto in voga nel periodo, un pallone di plastica leggerissima riempito di aria calda chiamato "Ufo solar". La spiegazione tuttavia non fornì una soddisfacente spiegazione del motivo per cui il giocattolo non si fosse disintegrato con la fortissima turbolenza generata dai ripetuti passaggi ravvicinati del caccia in volo, e il caso rimase agli atti negli "X-files" del Reparto Generale di Sicurezza. L'ondata del 1978-79 non si arrestò di colpo. Altri avvistamenti avrebbero caratterizzato gli anni a venire anche se con una frequenza inferiore a quel biennio. Tra i casi più importanti vi fu certamente l'avvistamento di massa del 6 giugno 1983. Tra le ore 22:30 e le 23 circa un enorme oggetto sigariforme solcò i cieli della Sardegna, della Corsica, della Liguria attraversando da Sud-ovest a Nord-est gran parte della Pianura Padana. Fu un avvistamento di massa, con migliaia di testimoni che con lo sguardo all'insù si chiesero cosa potesse essere quell'oggetto volante che nella maggior parte delle testimonianze fu ben descritto: il grande sigaro metallico di colore grigio scuro (una caratteristica ricorrente) presentava una serie di oblò che emanavano una luce intensa che appariva come retroilluminata. Altri videro chiaramente che l'oggetto lasciava una lunga scia di colore variabile dall'arancio all'azzurrognolo che rimaneva visibile dopo il passaggio. In molti casi i testimoni riportarono la sua repentina sparizione dopo essere rimasto visibile per un tempo che andava da pochi secondi a oltre un minuto. I centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco furono intasati dalle chiamate e anche in questo caso dai radar non fu rilevata alcuna traccia nonostante l'imponente mole dell'oggetto volante.Nel 2004 un altro avvistamento da parte di un aereo militare farà puntare di nuovo i riflettori sulla questione Ufo, la cui attenzione da parte dei media si era parzialmente affievolita a partire dagli anni '90. Il 14 novembre, mentre volava al largo delle coste della California dopo essere decollato dalla portaerei Uss "Nimitz" il Comandante David Fravor intercettò la presenza di un oggetto non identificato dagli strumenti di bordo. Il pilota vide l'oggetto discoidale che dalla quota di circa 24.000 metri scese di colpo a circa 6.000 mantenendosi in volo livellato sopra l'oceano Pacifico. L' incontro fu registrato dai sofisticati sistemi di bordo ed il video è stato divulgato successivamente dai media americani. Un fatto molto simile si è ripetuto nel 2014-2015 con diverse osservazioni di oggetti non identificati da parte di piloti in servizio sulla portaerei Uss "Theodore Roosevelt", di cui sono state divulgate le registrazioni.I due episodi potrebbero essere molto importanti, ed alla base delle future possibili rivelazioni da parte del Pentagono perché la tecnologia ha fatto passi da gigante negli ultimi quarant'anni. Le sofisticate apparecchiature dei caccia di ultima generazione potrebbero davvero fornire importanti dati scientifici sulla natura degli oggetti non identificati, cosa che non fu possibile nel 1979 nel caso precedentemente ricordato del capitano Cecconi in quanto il suo caccia G91 era dotato soltanto di strumentazione fotografica analogica. Risale a poco fa la notizia che l'ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante un'intervista, abbia ammesso l'esistenza di "oggetti volanti" di cui non si conosce la natura. Altrettanto recentemente uno dei più accreditati studiosi americani del fenomeno Ufo, Luis Elizondo (già responsabile dell'Advanced Aerospace Threat Identification Program del Pentagono) ha risposto ad una quesito che riguardava la storia degli avvistamenti Ufo. Incalzato dal giornalista, alla domanda se fossero esistiti fenomeni precedenti e esterni agli Stati Uniti che fossero di rilevanza particolare, Elizondo ha esaudito la richiesta esclamando: "Italy!". Chissà se tra qualche giorno si potrà sapere qualcosa in più su ciò che fu visto nell'ultimo secolo nei cieli d'Italia.
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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