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2021-06-18
Ufo: non solo americani. Avvistati in Italia dal 1933
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Il rapporto del Pentagono sugli Uap (o Unidentified Aerial Phenomena - nuovo acronimo per gli oggetti volanti non identificati) sta per essere divulgato, dopo la recente anticipazione da parte dell'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama sull'esistenza di fenomeni aerei non identificabili. L'attenzione del mondo e dei media è di nuovo focalizzata sugli interrogativi che il mondo si pose qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando nella prima fase della Guerra Fredda gli Americani divulgarono l'esistenza del fenomeno dopo i fatti di Roswell del 1947, quando per la prima volta la questione Ufo segnò un presunto punto di partenza con l'"ufo crash" più famoso del mondo, avvenuto nel mese di luglio di quell'anno in New Mexico. Il fenomeno, divulgato poco più tardi dai giornali americani, farà scattare un'inchiesta militare e il monitoraggio degli avvistamenti da parte del Pentagono fino al 1969, anno in cui i militari chiusero gli X-files. Tuttavia le autorità americane non smisero di interessarsi agli oggetti volanti non identificati, mantenendo in attività sul tema l'Fbi, la Cia e il National Security Council (Consiglio per la Sicurezza Nazionale). Per molti anni, dal dopoguerra, il monopolio degli avvistamenti e delle notizie sugli Ufo parve essere esclusiva degli Americani, anche perché la divisione del mondo nelle due sfere di influenza non permetteva agli occidentali di sapere cosa fosse avvenuto nei cieli oltrecortina. La dissoluzione dell'Unione Sovietica porterà all'inizio degli anni novanta ad un vero e proprio Ufo-leak passato dalle mani dell'ex Kgb in modo rocambolesco nelle mani di esperti occidentali. Il fatto fu rilevante in quanto confermava che gli avvistamenti di Ufo non riguardavano soltanto gli Stati Uniti, bensì poteva essere considerato un fenomeno globale.
Il dottor Roberto Pinotti, uno degli ufologi più importanti e riconosciuti al mondo, spiega come l'Italia (considerata fino a poco tempo fa come una zona marginale nell'osservazione e nello studio degli avvistamenti) in realtà sia da considerare come un punto focale del fenomeno Ufo. Pinotti, fondatore nel lontano 1967 del Centro Ufologico Nazionale ed autore di numerosi libri sul tema, ha dedicato un volume dedicato proprio all'Italia, che raccoglie dati sorprendenti sugli avvistamenti nel cielo della penisola catalogati con metodo scientifico al netto di casi dubbi, non verificati da fonti ufficiali o vere e proprie bufale. In "Ufo: dall'incredibile 1978-79 in Italia ad oggi" (Harmakis edizioni) lo studioso ci guida in un percorso storico e cronologico sorprendente, partendo da un punto che precede di molti anni il famoso incidente di Roswell.
Autostrada Roma-Ostia, giugno 1935
Lungo il raccordo stradale tra la Capitale ed il litorale romano le poche automobili in transito sono tutte ferme sulla carreggiata, con il motore in panne. Gli autisti sono tutti scesi ad aprire il cofano e a cercare di individuare il guasto improvviso quanto inspiegabile. Tra loro vi è uno chauffeur alla guida di una berlina di lusso che ospita una donna sui sedili posteriori. Quella signora, sbalordita per l'accaduto, era nientemeno che Rachele Guidi, la moglie di Benito Mussolini. Le auto rimasero bloccate per alcuni minuti poi, inspiegabilmente, si rimisero a funzionare regolarmente come se nulla fosse accaduto. Dell'episodio donna Rachele farà menzione nelle sue memorie, ricordando come il marito l'avesse accolta a cena con un sorrisetto mentre raccontava la sua esperienza. Fu Mussolini a rivelarle di essere restata inconsapevole "vittima" di un esperimento condotto da Guglielmo Marconi che da qualche tempo provava l'efficacia di un misterioso e potentissimo "raggio" che avrebbe potuto bloccare a distanza aerei, navi, mezzi militari. Da quegli esperimenti condotti nelle vicinanze del litorale che causarono anche qualche incidente presumibilmente correlato (morte inspiegabile di un intero gregge di pecore), nacque il mito dell'"arma assoluta", del famoso "raggio della morte" che Marconi, secondo alcuni, non avrebbe consegnato al capo del fascismo in seguito ad un colloquio avuto poco prima di morire per angina pectoris nel 1937 con Papa Pio XI. Marconi, devotissimo, avrebbe avuto un rimorso di coscienza e avrebbe seguito l'appello del Pontefice che gli chiedeva di non fornire ai militari un arma in grado di distruggere il mondo.
Apparentemente, gli esperimenti del grande scienziato italiano sembrerebbero non avere a che fare con il fenomeno Ufo. Marconi era già passato alla storia per l'applicazione sperimentale delle sue teorie, in primis le potenzialità delle onde radio. Bisogna allora fare un piccolo passo indietro di due anni per potere immaginare un legame tra quello che successe lungo la Roma-Ostia e la tecnologia (o retroingegneria) di presunta origine non terrestre.
Cielo tra Milano e Vergiate (Varese). 13 giugno 1933
Il fonogramma portava il timbro dell'Agenzia Stefani (l'agenzia nazionale di stampa nel ventennio). Il tono del messaggio era perentorio, minaccioso. Non divulgare il contenuto, bloccare i piombi dei giornali, non diffondere la notizia pena sanzioni pesantissime. Massima riservatezza anche tra i recipienti il messaggio, per ordine diretto del Duce. Il fatto, venuto alla luce molto tempo dopo, riguardava il primo "ufo crash" documentato da fonti ufficiali della storia. Un Velivolo Non Convenzionale (il termine Ufo era naturalmente sconosciuto all'epoca) aveva solcato il cielo di Milano in direzione nord-ovest per poi schiantarsi a Vergiate (Varese), a poca distanza dall'attuale aeroporto di Milano-Malpensa. I resti del velivolo sarebbero stati recuperati e ricoverati in un hangar della vicina fabbrica di aeroplani Siai-Marchetti. Ad indagare e a mantenere il segreto sarebbe stato un organo collegiale legato all'Ovra e battezzato "Gabinetto RS/33", dove l'acronimo RS stava per Ricerche Speciali. A capo dell'organo segreto fu messo proprio Guglielmo Marconi, lo stesso che due anni dopo farà spegnere le auto sull'autostrada Roma-Ostia. La scoperta dell'"Ufo di Mussolini" fu supportata da una serie di documenti inviati negli anni novanta alla sede del Centro Ufologico Nazionale in forma anonima. Proprio per il rigore scientifico con il quale Roberto Pinotti e i colleghi sono abituati a trattare le fonti, fu necessario che i dubbi sull'autenticità dei documenti venissero fugati da una perizia scientifica che ne stabilisse almeno la reale stesura negli anni trenta. L' analisi delle carte diede esito positivo, collocando i testi agli atti del gabinetto RS/33 come databili nel 1936. Gli scritti, su carta intestata del Senato del Regno, fornirebbero la descrizione di un avvistamento con diversi testimoni avvenuto questa volta nel cielo di Venezia e Mestre la mattina del 22 agosto proprio del 1936. In quell'occasione diversi testimoni videro un ufo sigariforme, di colore grigio scuro che volava assieme ad altri due "velivoli non convenzionali" più piccoli e di forma discoidale. Il fenomeno fu segnalato anche a Trieste e proprio la descrizione degli oggetti volanti fornirà una sorta di archetipo di tutti gli avvistamenti che si susseguiranno nei decenni a venire, vale a dire un grande Ufo a forma di sigaro e altri, più piccoli, velivoli discoidali spesso in volo combinato oppure in sequenza a distanza di tempo ravvicinato. Del gabinetto RS/33 si ritiene fosse rimasto operativo sino ai mesi della Repubblica Sociale, quando i Tedeschi avrebbero trafugato parte del velivolo rimessato a Vergiate mentre il resto sarebbe stato distrutto durante un attentato partigiano agli stabilimenti. La parentesi prebellica, iniziata con il misterioso oggetto del 1933 e continuata con le teorie che indicherebbero l'origine delle armi segrete naziste (o "wunderwaffen") in un caso di retroingegneria partita dai resti dell'Ufo di Vergiate, si chiuderanno con un cold case che riguardò gli Americani. Un ufficiale ed un politico che ebbero a partecipare alla campagna del Po che terminò con l'occupazione della Pianura Padana( alla quale prese parte anche il contingente che occupò gli stabilimenti Siai Marchetti nell'aprile 1945) moriranno in circostanze non ben chiarite in un incidente di barca lungo il fiume Potomac poco dopo il rientro in Patria.
Il triangolo dell'Adriatico e l'incredibile biennio 1978-79
Non essendo a conoscenza di quanto avvenne nel Nord Italia alla metà degli anni '30, tutta l'attenzione dei media occidentali si spostò nel dopoguerra verso le notizie provenienti dagli Stati Uniti, a partire dall'incidente molto discusso di Roswell, che le autorità militari si impegnarono ad insabbiare e spegnere dichiarando l'origine umana dell'incidente, inquadrato nella precipitazione di un pallone-spia. Negli anni la storia dell'"Ufo crash" più famoso del mondo sarà oggetto di nuove discussioni e indagini, che si concluderanno alla fine degli anni novanta con la secca smentita da parte dei militari americani di ogni origine extraterrestre dei fatti del 1947. A trent'anni dall'evento e con la fine della Guerra Fredda, l'Usaf comunicò che i resti caduti nel New Mexico sarebbero appartenuti ad un pallone spia stratosferico allora utilizzato per la segretissima missione di ricognizione dei siti nucleari sovietici nota come "Project Mogul".
Ben prima della scoperta da parte dello stesso Pinotti degli archivi sovietici sugli avvistamenti Ufo, all'inizio degli anni settanta l'Italia diventò nuovamente un punto nevralgico per quanto riguardò la frequenza e la casistica degli avvistamenti di oggetti non identificati. All'epoca Roberto Pinotti, svolto il servizio militare come ufficiale di complemento presso la III Brigata Missili (in ambito Nato) durante il quale aveva tenuto una conferenza sul fenomeno Ufo, fu ricontattato da un ufficiale superiore dell'Intelligence per offrire in modo continuativo la sua consulenza sulla materia. E di materia, dalla metà degli anni settanta in poi, ve ne fu veramente molta. Il crescendo degli avvistamenti e dei fenomeni, esaminati dal Cun con rigore scientifico, vide l'Italia come punto nevralgico. Più di duemila saranno infatti i casi esaminati dal Centro in un solo biennio, una quantità che generò una interrogazione parlamentare da parte di Falco Accame, allora Sottosegretario alla Difesa, che spingerà il premier Giulio Andreotti alla creazione di un organismo militare che si occupasse del fenomeno Ufo. Nacque in queste circostanze eccezionali l'Rgs (Reparto Generale Sicurezza) gestito dall'Aeronautica Militare in concorso con l'Arma dei Carabinieri, attivo tutt'oggi.
Dell'eccezionale biennio 1978-79 si occuperà largamente anche la stampa locale e nazionale, che riportò le testimonianze individuali o gruppi di persone protagoniste degli avvistamenti sia di Ufo che di Uso (Unidentified Submerged Objects) vale a dire oggetti non identificati in ambiente marino o sottomarino. Proprio uno dei casi più eclatanti venne dal mare, in particolare l'Adriatico. Perché di vero "triangolo" si può parlare, incrociando date e luoghi degli avvistamenti, in un area compresa tra il monte Gran Sasso, il litorale tra il pescarese e S.Benedetto del Tronto, avente il vertice a metà strada tra le coste italiane e quelle dell'allora Jugoslavia.
Credibile sembra anche la raccolta di testimonianze dell'epoca, che hanno interessato persone non influenzate e totalmente estranee alle vicende Ufo. Come quella dell'equipaggio del motopeschereccio "Trozza", dei fratelli Scardella di Silvi Marina (Pescara). La notte del 14 novembre 1978 si trovavano a circa 4 miglia al largo della costa di Silvi quando all'improvviso il peschereccio accelerò improvvisamente, raggiungendo la velocità di 9-10 nodi (quando il motore diesel da 250 cv non superava i 3-4 nodi con le reti agganciate) e soprattutto con la bussola impazzita. Quando il capo equipaggio darà ordine di bloccare il motore, la barca aveva compiuto una stretta virata di 360 gradi, cosa mai fattibile senza incagliare le reti nel timone o peggio nell'elica. Invece queste ultime furono issate a bordo dai marinai senza mostrare alcun danno. Anche il radar di bordo presentò anomalie, che si erano rilevate anche nei giorni precedenti, come se una grande interferenza elettromagnetica ne avesse alterato il funzionamento. Un'esperienza simile a quella del peschereccio "Trozza" fu vissuta da testimoni ancora più credibili a causa della loro professione. In questo caso infatti la testimonianza fu riportata dall'equipaggio di una motovedetta della Capitaneria di Porto, la CP-2018, salpata in perlustrazione il 9 novembre 1978 proprio per indagare sugli strani fenomeni riportati dai marinai della zona. Giunta alla velocità di circa 14 nodi più o meno nel punto dove si verrà a trovare il peschereccio "Trozza" al largo di Silvi Marina, all'improvviso l'attenzione dell'equipaggio fu catturata da un oggetto luminoso schizzare dalla superficie del mare con un gradiente di 45° a elevatissima velocità per raggiungere l'altitudine di 22° sull'orizzonte e sparire repentinamente. Per la mezz'ora successiva all'avvistamento, il radar della CP-2018 risultò fuori uso, per poi riprendere a funzionare regolarmente. Nel periodo in cui si registrarono i fenomeni, la paura aleggiò tra i lavoratori marittimi sia della costa italiana sia di quella jugoslava, tanto che alcuni traghetti si rifiutarono di partire e, come riportato dalle cronache del "Corriere Adriatico", molti pescatori rinunciarono alle sortite dopo aver sentito le storie inquietanti provenire dal proprio tratto di mare. Uno dei fenomeni dell'Adriatico fu persino fotografato a Pesaro da un cittadino la notte del 23 ottobre 1978 quando notò in cielo un oggetto luminoso a forma di paracadute stazionare in cielo per circa un ora prima di sparire di colpo. L' esame sulla pellicola dimostrò che non si trattava di un fotomontaggio.
All'interno del triangolo si verificarono nel biennio 1978-79 molti altri fenomeni, visti dall'entroterra. Tra questi spiccano due avvistamenti collettivi vissuti dallo stesso ufologo Pinotti rispettivamente la notte tra il 22 e il 23 aprile 1978 ed il 29 giugno successivo. La zona interessata riguardò per il primo dei due episodi la periferia di Perugia, e l'orizzonte dei monti Subasio e Malbe. Qui un gruppo di ben 11 persone fu testimone per tre lunghe ore di una sorta di "spettacolo" fornito dalle evoluzioni di diversi oggetti luminosi (di cui uno molto ravvicinato). Ritornati sul posto il giorno successivo riferirono di essere stati sorvolati in quota da un silenzioso oggetto sigariforme, simile a quello osservato a Venezia e Mestre nel lontano 1936. Il 29 giugno il fenomeno si ripetè e fu visto da un convegno di 300 persone, tra cui alcuni giornalisti svoltosi la notte sul colle del Cardinale, sempre a poca distanza da Perugia.
Anche i controllori del traffico aereo e i piloti riportarono diversi avvistamenti nel periodo di punta del fenomeno Ufo sull'Italia. Riportato ampiamente dalle cronache fu quello verificatosi il 9 marzo 1978 e che vide coinvolte più torri di controllo e jet di linea tra le 19,30 e le 20,30 quando una luce intensa (a volte descritta con aloni di diversi colori) in movimento è segnalata da Milano-Linate, da Firenze-Peretola fino a Potenza Picena. L'oggetto non identificato fu riportato nei rapporti dall'equipaggio di diversi aerei di linea in quel momento in volo sulla penisola: l' IH-662 Itavia Roma-Treviso, il Klm-132, l'Air France 132 e altri voli privati. Anche l'aeroporto di Zagabria fu allertato da un volo Olympic Airways. Il 2 maggio è registrato un episodio simile al precedente quando sui giornali compare la testimonianza del controllore di volo di Linate Antonio De Stasio. Mentre i centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco venivano presi d'assalto dai milanesi, dalla torre di controllo fu notato un oggetto luminosissimo che si avvicinava dal Monte Bianco in direzione di Milano, senza che nessuno dei potenti radar in esercizio sul Nord Italia in quel momento ne registrassero traccia. Quindi, sempre secondo la testimonianza diretta di De Stasio, l'Ufo stazionò per qualche minuto sulla verticale del grattacielo Pirelli, per poi scomparire all'improvviso. Tra le centinaia di segnalazioni, un posto di primo piano spetta ad un altro avvistamento in mare, risalente al 22 giugno 1979. Mentre incrociava al largo dell'isola di Gorgona, lo yacht privato "Rainbow II" si trovava di fronte un enorme oggetto sigariforme di apparente struttura metallica color grigio scuro nell'atto di inabissarsi per poi riemergere per un attimo con la punta. La segnalazione via radio fatta dallo Yacht alle autorità marittime giunse al Comando della Marina di La Spezia che diramò immediatamente un comunicato di allerta nel bollettino ai naviganti. La stampa riporterà soltanto in seguito il resoconto dell'episodio. Per quanto riguardò il cielo del 1979, sicuramente l'avvistamento più importante fu registrato da un pilota dell'Aeronautica Militare. Il 18 giugno Giancarlo Cecconi del 2° Stormo intercettava e fotografava un oggetto non identificato con gli apparecchi di bordo del suo caccia Fiat G91/R sopra l'aeroporti militare di Treviso-Istrana. Le immagini fornite dalle fotocamere immortalarono un oggetto cilindrico di colore scuro alla quota di circa 3.700 metri, in grado di effettuare movimenti orizzontali e verticali a velocità elevatissime. Le fotografie mostravano come l'oggetto fosse sormontato da una sorta di cupola traslucida. Dell'oggetto furono scattate ben 84 fotografie, che le autorità militari commentarono minimizzando e asserendo che si fosse probabilmente trattato di un giocattolo molto in voga nel periodo, un pallone di plastica leggerissima riempito di aria calda chiamato "Ufo solar". La spiegazione tuttavia non fornì una soddisfacente spiegazione del motivo per cui il giocattolo non si fosse disintegrato con la fortissima turbolenza generata dai ripetuti passaggi ravvicinati del caccia in volo, e il caso rimase agli atti negli "X-files" del Reparto Generale di Sicurezza.
L'ondata del 1978-79 non si arrestò di colpo. Altri avvistamenti avrebbero caratterizzato gli anni a venire anche se con una frequenza inferiore a quel biennio. Tra i casi più importanti vi fu certamente l'avvistamento di massa del 6 giugno 1983. Tra le ore 22:30 e le 23 circa un enorme oggetto sigariforme solcò i cieli della Sardegna, della Corsica, della Liguria attraversando da Sud-ovest a Nord-est gran parte della Pianura Padana. Fu un avvistamento di massa, con migliaia di testimoni che con lo sguardo all'insù si chiesero cosa potesse essere quell'oggetto volante che nella maggior parte delle testimonianze fu ben descritto: il grande sigaro metallico di colore grigio scuro (una caratteristica ricorrente) presentava una serie di oblò che emanavano una luce intensa che appariva come retroilluminata. Altri videro chiaramente che l'oggetto lasciava una lunga scia di colore variabile dall'arancio all'azzurrognolo che rimaneva visibile dopo il passaggio. In molti casi i testimoni riportarono la sua repentina sparizione dopo essere rimasto visibile per un tempo che andava da pochi secondi a oltre un minuto. I centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco furono intasati dalle chiamate e anche in questo caso dai radar non fu rilevata alcuna traccia nonostante l'imponente mole dell'oggetto volante.
Nel 2004 un altro avvistamento da parte di un aereo militare farà puntare di nuovo i riflettori sulla questione Ufo, la cui attenzione da parte dei media si era parzialmente affievolita a partire dagli anni '90. Il 14 novembre, mentre volava al largo delle coste della California dopo essere decollato dalla portaerei Uss "Nimitz" il Comandante David Fravor intercettò la presenza di un oggetto non identificato dagli strumenti di bordo. Il pilota vide l'oggetto discoidale che dalla quota di circa 24.000 metri scese di colpo a circa 6.000 mantenendosi in volo livellato sopra l'oceano Pacifico. L' incontro fu registrato dai sofisticati sistemi di bordo ed il video è stato divulgato successivamente dai media americani. Un fatto molto simile si è ripetuto nel 2014-2015 con diverse osservazioni di oggetti non identificati da parte di piloti in servizio sulla portaerei Uss "Theodore Roosevelt", di cui sono state divulgate le registrazioni.
I due episodi potrebbero essere molto importanti, ed alla base delle future possibili rivelazioni da parte del Pentagono perché la tecnologia ha fatto passi da gigante negli ultimi quarant'anni. Le sofisticate apparecchiature dei caccia di ultima generazione potrebbero davvero fornire importanti dati scientifici sulla natura degli oggetti non identificati, cosa che non fu possibile nel 1979 nel caso precedentemente ricordato del capitano Cecconi in quanto il suo caccia G91 era dotato soltanto di strumentazione fotografica analogica.
Risale a poco fa la notizia che l'ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante un'intervista, abbia ammesso l'esistenza di "oggetti volanti" di cui non si conosce la natura. Altrettanto recentemente uno dei più accreditati studiosi americani del fenomeno Ufo, Luis Elizondo (già responsabile dell'Advanced Aerospace Threat Identification Program del Pentagono) ha risposto ad una quesito che riguardava la storia degli avvistamenti Ufo. Incalzato dal giornalista, alla domanda se fossero esistiti fenomeni precedenti e esterni agli Stati Uniti che fossero di rilevanza particolare, Elizondo ha esaudito la richiesta esclamando: "Italy!". Chissà se tra qualche giorno si potrà sapere qualcosa in più su ciò che fu visto nell'ultimo secolo nei cieli d'Italia.
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Il fenomeno è stato spesso considerato (a torto) incentrato sugli Stati Uniti dal dopoguerra in poi. Con la guida di uno dei massimi esperti in materia si scopre che in realtà l'Italia fu interessata sin dalla prima metà del XX secolo da molti avvistamenti, con un picco nel 1978-79 che fece nascere il Reparto Generale Sicurezza dell'Aeronautica Militare.Il rapporto del Pentagono sugli Uap (o Unidentified Aerial Phenomena - nuovo acronimo per gli oggetti volanti non identificati) sta per essere divulgato, dopo la recente anticipazione da parte dell'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama sull'esistenza di fenomeni aerei non identificabili. L'attenzione del mondo e dei media è di nuovo focalizzata sugli interrogativi che il mondo si pose qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando nella prima fase della Guerra Fredda gli Americani divulgarono l'esistenza del fenomeno dopo i fatti di Roswell del 1947, quando per la prima volta la questione Ufo segnò un presunto punto di partenza con l'"ufo crash" più famoso del mondo, avvenuto nel mese di luglio di quell'anno in New Mexico. Il fenomeno, divulgato poco più tardi dai giornali americani, farà scattare un'inchiesta militare e il monitoraggio degli avvistamenti da parte del Pentagono fino al 1969, anno in cui i militari chiusero gli X-files. Tuttavia le autorità americane non smisero di interessarsi agli oggetti volanti non identificati, mantenendo in attività sul tema l'Fbi, la Cia e il National Security Council (Consiglio per la Sicurezza Nazionale). Per molti anni, dal dopoguerra, il monopolio degli avvistamenti e delle notizie sugli Ufo parve essere esclusiva degli Americani, anche perché la divisione del mondo nelle due sfere di influenza non permetteva agli occidentali di sapere cosa fosse avvenuto nei cieli oltrecortina. La dissoluzione dell'Unione Sovietica porterà all'inizio degli anni novanta ad un vero e proprio Ufo-leak passato dalle mani dell'ex Kgb in modo rocambolesco nelle mani di esperti occidentali. Il fatto fu rilevante in quanto confermava che gli avvistamenti di Ufo non riguardavano soltanto gli Stati Uniti, bensì poteva essere considerato un fenomeno globale. Il dottor Roberto Pinotti, uno degli ufologi più importanti e riconosciuti al mondo, spiega come l'Italia (considerata fino a poco tempo fa come una zona marginale nell'osservazione e nello studio degli avvistamenti) in realtà sia da considerare come un punto focale del fenomeno Ufo. Pinotti, fondatore nel lontano 1967 del Centro Ufologico Nazionale ed autore di numerosi libri sul tema, ha dedicato un volume dedicato proprio all'Italia, che raccoglie dati sorprendenti sugli avvistamenti nel cielo della penisola catalogati con metodo scientifico al netto di casi dubbi, non verificati da fonti ufficiali o vere e proprie bufale. In "Ufo: dall'incredibile 1978-79 in Italia ad oggi" (Harmakis edizioni) lo studioso ci guida in un percorso storico e cronologico sorprendente, partendo da un punto che precede di molti anni il famoso incidente di Roswell.Autostrada Roma-Ostia, giugno 1935Lungo il raccordo stradale tra la Capitale ed il litorale romano le poche automobili in transito sono tutte ferme sulla carreggiata, con il motore in panne. Gli autisti sono tutti scesi ad aprire il cofano e a cercare di individuare il guasto improvviso quanto inspiegabile. Tra loro vi è uno chauffeur alla guida di una berlina di lusso che ospita una donna sui sedili posteriori. Quella signora, sbalordita per l'accaduto, era nientemeno che Rachele Guidi, la moglie di Benito Mussolini. Le auto rimasero bloccate per alcuni minuti poi, inspiegabilmente, si rimisero a funzionare regolarmente come se nulla fosse accaduto. Dell'episodio donna Rachele farà menzione nelle sue memorie, ricordando come il marito l'avesse accolta a cena con un sorrisetto mentre raccontava la sua esperienza. Fu Mussolini a rivelarle di essere restata inconsapevole "vittima" di un esperimento condotto da Guglielmo Marconi che da qualche tempo provava l'efficacia di un misterioso e potentissimo "raggio" che avrebbe potuto bloccare a distanza aerei, navi, mezzi militari. Da quegli esperimenti condotti nelle vicinanze del litorale che causarono anche qualche incidente presumibilmente correlato (morte inspiegabile di un intero gregge di pecore), nacque il mito dell'"arma assoluta", del famoso "raggio della morte" che Marconi, secondo alcuni, non avrebbe consegnato al capo del fascismo in seguito ad un colloquio avuto poco prima di morire per angina pectoris nel 1937 con Papa Pio XI. Marconi, devotissimo, avrebbe avuto un rimorso di coscienza e avrebbe seguito l'appello del Pontefice che gli chiedeva di non fornire ai militari un arma in grado di distruggere il mondo. Apparentemente, gli esperimenti del grande scienziato italiano sembrerebbero non avere a che fare con il fenomeno Ufo. Marconi era già passato alla storia per l'applicazione sperimentale delle sue teorie, in primis le potenzialità delle onde radio. Bisogna allora fare un piccolo passo indietro di due anni per potere immaginare un legame tra quello che successe lungo la Roma-Ostia e la tecnologia (o retroingegneria) di presunta origine non terrestre.Cielo tra Milano e Vergiate (Varese). 13 giugno 1933Il fonogramma portava il timbro dell'Agenzia Stefani (l'agenzia nazionale di stampa nel ventennio). Il tono del messaggio era perentorio, minaccioso. Non divulgare il contenuto, bloccare i piombi dei giornali, non diffondere la notizia pena sanzioni pesantissime. Massima riservatezza anche tra i recipienti il messaggio, per ordine diretto del Duce. Il fatto, venuto alla luce molto tempo dopo, riguardava il primo "ufo crash" documentato da fonti ufficiali della storia. Un Velivolo Non Convenzionale (il termine Ufo era naturalmente sconosciuto all'epoca) aveva solcato il cielo di Milano in direzione nord-ovest per poi schiantarsi a Vergiate (Varese), a poca distanza dall'attuale aeroporto di Milano-Malpensa. I resti del velivolo sarebbero stati recuperati e ricoverati in un hangar della vicina fabbrica di aeroplani Siai-Marchetti. Ad indagare e a mantenere il segreto sarebbe stato un organo collegiale legato all'Ovra e battezzato "Gabinetto RS/33", dove l'acronimo RS stava per Ricerche Speciali. A capo dell'organo segreto fu messo proprio Guglielmo Marconi, lo stesso che due anni dopo farà spegnere le auto sull'autostrada Roma-Ostia. La scoperta dell'"Ufo di Mussolini" fu supportata da una serie di documenti inviati negli anni novanta alla sede del Centro Ufologico Nazionale in forma anonima. Proprio per il rigore scientifico con il quale Roberto Pinotti e i colleghi sono abituati a trattare le fonti, fu necessario che i dubbi sull'autenticità dei documenti venissero fugati da una perizia scientifica che ne stabilisse almeno la reale stesura negli anni trenta. L' analisi delle carte diede esito positivo, collocando i testi agli atti del gabinetto RS/33 come databili nel 1936. Gli scritti, su carta intestata del Senato del Regno, fornirebbero la descrizione di un avvistamento con diversi testimoni avvenuto questa volta nel cielo di Venezia e Mestre la mattina del 22 agosto proprio del 1936. In quell'occasione diversi testimoni videro un ufo sigariforme, di colore grigio scuro che volava assieme ad altri due "velivoli non convenzionali" più piccoli e di forma discoidale. Il fenomeno fu segnalato anche a Trieste e proprio la descrizione degli oggetti volanti fornirà una sorta di archetipo di tutti gli avvistamenti che si susseguiranno nei decenni a venire, vale a dire un grande Ufo a forma di sigaro e altri, più piccoli, velivoli discoidali spesso in volo combinato oppure in sequenza a distanza di tempo ravvicinato. Del gabinetto RS/33 si ritiene fosse rimasto operativo sino ai mesi della Repubblica Sociale, quando i Tedeschi avrebbero trafugato parte del velivolo rimessato a Vergiate mentre il resto sarebbe stato distrutto durante un attentato partigiano agli stabilimenti. La parentesi prebellica, iniziata con il misterioso oggetto del 1933 e continuata con le teorie che indicherebbero l'origine delle armi segrete naziste (o "wunderwaffen") in un caso di retroingegneria partita dai resti dell'Ufo di Vergiate, si chiuderanno con un cold case che riguardò gli Americani. Un ufficiale ed un politico che ebbero a partecipare alla campagna del Po che terminò con l'occupazione della Pianura Padana( alla quale prese parte anche il contingente che occupò gli stabilimenti Siai Marchetti nell'aprile 1945) moriranno in circostanze non ben chiarite in un incidente di barca lungo il fiume Potomac poco dopo il rientro in Patria.Il triangolo dell'Adriatico e l'incredibile biennio 1978-79Non essendo a conoscenza di quanto avvenne nel Nord Italia alla metà degli anni '30, tutta l'attenzione dei media occidentali si spostò nel dopoguerra verso le notizie provenienti dagli Stati Uniti, a partire dall'incidente molto discusso di Roswell, che le autorità militari si impegnarono ad insabbiare e spegnere dichiarando l'origine umana dell'incidente, inquadrato nella precipitazione di un pallone-spia. Negli anni la storia dell'"Ufo crash" più famoso del mondo sarà oggetto di nuove discussioni e indagini, che si concluderanno alla fine degli anni novanta con la secca smentita da parte dei militari americani di ogni origine extraterrestre dei fatti del 1947. A trent'anni dall'evento e con la fine della Guerra Fredda, l'Usaf comunicò che i resti caduti nel New Mexico sarebbero appartenuti ad un pallone spia stratosferico allora utilizzato per la segretissima missione di ricognizione dei siti nucleari sovietici nota come "Project Mogul". Ben prima della scoperta da parte dello stesso Pinotti degli archivi sovietici sugli avvistamenti Ufo, all'inizio degli anni settanta l'Italia diventò nuovamente un punto nevralgico per quanto riguardò la frequenza e la casistica degli avvistamenti di oggetti non identificati. All'epoca Roberto Pinotti, svolto il servizio militare come ufficiale di complemento presso la III Brigata Missili (in ambito Nato) durante il quale aveva tenuto una conferenza sul fenomeno Ufo, fu ricontattato da un ufficiale superiore dell'Intelligence per offrire in modo continuativo la sua consulenza sulla materia. E di materia, dalla metà degli anni settanta in poi, ve ne fu veramente molta. Il crescendo degli avvistamenti e dei fenomeni, esaminati dal Cun con rigore scientifico, vide l'Italia come punto nevralgico. Più di duemila saranno infatti i casi esaminati dal Centro in un solo biennio, una quantità che generò una interrogazione parlamentare da parte di Falco Accame, allora Sottosegretario alla Difesa, che spingerà il premier Giulio Andreotti alla creazione di un organismo militare che si occupasse del fenomeno Ufo. Nacque in queste circostanze eccezionali l'Rgs (Reparto Generale Sicurezza) gestito dall'Aeronautica Militare in concorso con l'Arma dei Carabinieri, attivo tutt'oggi. Dell'eccezionale biennio 1978-79 si occuperà largamente anche la stampa locale e nazionale, che riportò le testimonianze individuali o gruppi di persone protagoniste degli avvistamenti sia di Ufo che di Uso (Unidentified Submerged Objects) vale a dire oggetti non identificati in ambiente marino o sottomarino. Proprio uno dei casi più eclatanti venne dal mare, in particolare l'Adriatico. Perché di vero "triangolo" si può parlare, incrociando date e luoghi degli avvistamenti, in un area compresa tra il monte Gran Sasso, il litorale tra il pescarese e S.Benedetto del Tronto, avente il vertice a metà strada tra le coste italiane e quelle dell'allora Jugoslavia. Credibile sembra anche la raccolta di testimonianze dell'epoca, che hanno interessato persone non influenzate e totalmente estranee alle vicende Ufo. Come quella dell'equipaggio del motopeschereccio "Trozza", dei fratelli Scardella di Silvi Marina (Pescara). La notte del 14 novembre 1978 si trovavano a circa 4 miglia al largo della costa di Silvi quando all'improvviso il peschereccio accelerò improvvisamente, raggiungendo la velocità di 9-10 nodi (quando il motore diesel da 250 cv non superava i 3-4 nodi con le reti agganciate) e soprattutto con la bussola impazzita. Quando il capo equipaggio darà ordine di bloccare il motore, la barca aveva compiuto una stretta virata di 360 gradi, cosa mai fattibile senza incagliare le reti nel timone o peggio nell'elica. Invece queste ultime furono issate a bordo dai marinai senza mostrare alcun danno. Anche il radar di bordo presentò anomalie, che si erano rilevate anche nei giorni precedenti, come se una grande interferenza elettromagnetica ne avesse alterato il funzionamento. Un'esperienza simile a quella del peschereccio "Trozza" fu vissuta da testimoni ancora più credibili a causa della loro professione. In questo caso infatti la testimonianza fu riportata dall'equipaggio di una motovedetta della Capitaneria di Porto, la CP-2018, salpata in perlustrazione il 9 novembre 1978 proprio per indagare sugli strani fenomeni riportati dai marinai della zona. Giunta alla velocità di circa 14 nodi più o meno nel punto dove si verrà a trovare il peschereccio "Trozza" al largo di Silvi Marina, all'improvviso l'attenzione dell'equipaggio fu catturata da un oggetto luminoso schizzare dalla superficie del mare con un gradiente di 45° a elevatissima velocità per raggiungere l'altitudine di 22° sull'orizzonte e sparire repentinamente. Per la mezz'ora successiva all'avvistamento, il radar della CP-2018 risultò fuori uso, per poi riprendere a funzionare regolarmente. Nel periodo in cui si registrarono i fenomeni, la paura aleggiò tra i lavoratori marittimi sia della costa italiana sia di quella jugoslava, tanto che alcuni traghetti si rifiutarono di partire e, come riportato dalle cronache del "Corriere Adriatico", molti pescatori rinunciarono alle sortite dopo aver sentito le storie inquietanti provenire dal proprio tratto di mare. Uno dei fenomeni dell'Adriatico fu persino fotografato a Pesaro da un cittadino la notte del 23 ottobre 1978 quando notò in cielo un oggetto luminoso a forma di paracadute stazionare in cielo per circa un ora prima di sparire di colpo. L' esame sulla pellicola dimostrò che non si trattava di un fotomontaggio.All'interno del triangolo si verificarono nel biennio 1978-79 molti altri fenomeni, visti dall'entroterra. Tra questi spiccano due avvistamenti collettivi vissuti dallo stesso ufologo Pinotti rispettivamente la notte tra il 22 e il 23 aprile 1978 ed il 29 giugno successivo. La zona interessata riguardò per il primo dei due episodi la periferia di Perugia, e l'orizzonte dei monti Subasio e Malbe. Qui un gruppo di ben 11 persone fu testimone per tre lunghe ore di una sorta di "spettacolo" fornito dalle evoluzioni di diversi oggetti luminosi (di cui uno molto ravvicinato). Ritornati sul posto il giorno successivo riferirono di essere stati sorvolati in quota da un silenzioso oggetto sigariforme, simile a quello osservato a Venezia e Mestre nel lontano 1936. Il 29 giugno il fenomeno si ripetè e fu visto da un convegno di 300 persone, tra cui alcuni giornalisti svoltosi la notte sul colle del Cardinale, sempre a poca distanza da Perugia. Anche i controllori del traffico aereo e i piloti riportarono diversi avvistamenti nel periodo di punta del fenomeno Ufo sull'Italia. Riportato ampiamente dalle cronache fu quello verificatosi il 9 marzo 1978 e che vide coinvolte più torri di controllo e jet di linea tra le 19,30 e le 20,30 quando una luce intensa (a volte descritta con aloni di diversi colori) in movimento è segnalata da Milano-Linate, da Firenze-Peretola fino a Potenza Picena. L'oggetto non identificato fu riportato nei rapporti dall'equipaggio di diversi aerei di linea in quel momento in volo sulla penisola: l' IH-662 Itavia Roma-Treviso, il Klm-132, l'Air France 132 e altri voli privati. Anche l'aeroporto di Zagabria fu allertato da un volo Olympic Airways. Il 2 maggio è registrato un episodio simile al precedente quando sui giornali compare la testimonianza del controllore di volo di Linate Antonio De Stasio. Mentre i centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco venivano presi d'assalto dai milanesi, dalla torre di controllo fu notato un oggetto luminosissimo che si avvicinava dal Monte Bianco in direzione di Milano, senza che nessuno dei potenti radar in esercizio sul Nord Italia in quel momento ne registrassero traccia. Quindi, sempre secondo la testimonianza diretta di De Stasio, l'Ufo stazionò per qualche minuto sulla verticale del grattacielo Pirelli, per poi scomparire all'improvviso. Tra le centinaia di segnalazioni, un posto di primo piano spetta ad un altro avvistamento in mare, risalente al 22 giugno 1979. Mentre incrociava al largo dell'isola di Gorgona, lo yacht privato "Rainbow II" si trovava di fronte un enorme oggetto sigariforme di apparente struttura metallica color grigio scuro nell'atto di inabissarsi per poi riemergere per un attimo con la punta. La segnalazione via radio fatta dallo Yacht alle autorità marittime giunse al Comando della Marina di La Spezia che diramò immediatamente un comunicato di allerta nel bollettino ai naviganti. La stampa riporterà soltanto in seguito il resoconto dell'episodio. Per quanto riguardò il cielo del 1979, sicuramente l'avvistamento più importante fu registrato da un pilota dell'Aeronautica Militare. Il 18 giugno Giancarlo Cecconi del 2° Stormo intercettava e fotografava un oggetto non identificato con gli apparecchi di bordo del suo caccia Fiat G91/R sopra l'aeroporti militare di Treviso-Istrana. Le immagini fornite dalle fotocamere immortalarono un oggetto cilindrico di colore scuro alla quota di circa 3.700 metri, in grado di effettuare movimenti orizzontali e verticali a velocità elevatissime. Le fotografie mostravano come l'oggetto fosse sormontato da una sorta di cupola traslucida. Dell'oggetto furono scattate ben 84 fotografie, che le autorità militari commentarono minimizzando e asserendo che si fosse probabilmente trattato di un giocattolo molto in voga nel periodo, un pallone di plastica leggerissima riempito di aria calda chiamato "Ufo solar". La spiegazione tuttavia non fornì una soddisfacente spiegazione del motivo per cui il giocattolo non si fosse disintegrato con la fortissima turbolenza generata dai ripetuti passaggi ravvicinati del caccia in volo, e il caso rimase agli atti negli "X-files" del Reparto Generale di Sicurezza. L'ondata del 1978-79 non si arrestò di colpo. Altri avvistamenti avrebbero caratterizzato gli anni a venire anche se con una frequenza inferiore a quel biennio. Tra i casi più importanti vi fu certamente l'avvistamento di massa del 6 giugno 1983. Tra le ore 22:30 e le 23 circa un enorme oggetto sigariforme solcò i cieli della Sardegna, della Corsica, della Liguria attraversando da Sud-ovest a Nord-est gran parte della Pianura Padana. Fu un avvistamento di massa, con migliaia di testimoni che con lo sguardo all'insù si chiesero cosa potesse essere quell'oggetto volante che nella maggior parte delle testimonianze fu ben descritto: il grande sigaro metallico di colore grigio scuro (una caratteristica ricorrente) presentava una serie di oblò che emanavano una luce intensa che appariva come retroilluminata. Altri videro chiaramente che l'oggetto lasciava una lunga scia di colore variabile dall'arancio all'azzurrognolo che rimaneva visibile dopo il passaggio. In molti casi i testimoni riportarono la sua repentina sparizione dopo essere rimasto visibile per un tempo che andava da pochi secondi a oltre un minuto. I centralini delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco furono intasati dalle chiamate e anche in questo caso dai radar non fu rilevata alcuna traccia nonostante l'imponente mole dell'oggetto volante.Nel 2004 un altro avvistamento da parte di un aereo militare farà puntare di nuovo i riflettori sulla questione Ufo, la cui attenzione da parte dei media si era parzialmente affievolita a partire dagli anni '90. Il 14 novembre, mentre volava al largo delle coste della California dopo essere decollato dalla portaerei Uss "Nimitz" il Comandante David Fravor intercettò la presenza di un oggetto non identificato dagli strumenti di bordo. Il pilota vide l'oggetto discoidale che dalla quota di circa 24.000 metri scese di colpo a circa 6.000 mantenendosi in volo livellato sopra l'oceano Pacifico. L' incontro fu registrato dai sofisticati sistemi di bordo ed il video è stato divulgato successivamente dai media americani. Un fatto molto simile si è ripetuto nel 2014-2015 con diverse osservazioni di oggetti non identificati da parte di piloti in servizio sulla portaerei Uss "Theodore Roosevelt", di cui sono state divulgate le registrazioni.I due episodi potrebbero essere molto importanti, ed alla base delle future possibili rivelazioni da parte del Pentagono perché la tecnologia ha fatto passi da gigante negli ultimi quarant'anni. Le sofisticate apparecchiature dei caccia di ultima generazione potrebbero davvero fornire importanti dati scientifici sulla natura degli oggetti non identificati, cosa che non fu possibile nel 1979 nel caso precedentemente ricordato del capitano Cecconi in quanto il suo caccia G91 era dotato soltanto di strumentazione fotografica analogica. Risale a poco fa la notizia che l'ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante un'intervista, abbia ammesso l'esistenza di "oggetti volanti" di cui non si conosce la natura. Altrettanto recentemente uno dei più accreditati studiosi americani del fenomeno Ufo, Luis Elizondo (già responsabile dell'Advanced Aerospace Threat Identification Program del Pentagono) ha risposto ad una quesito che riguardava la storia degli avvistamenti Ufo. Incalzato dal giornalista, alla domanda se fossero esistiti fenomeni precedenti e esterni agli Stati Uniti che fossero di rilevanza particolare, Elizondo ha esaudito la richiesta esclamando: "Italy!". Chissà se tra qualche giorno si potrà sapere qualcosa in più su ciò che fu visto nell'ultimo secolo nei cieli d'Italia.
Ansa
L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Botti, ci scappa il morto (e 283 feriti)
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.
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Carlo Calenda (Ansa)
Veniamo ai fatti: il 30 dicembre Calenda, ospite del podcast di Ivan Grieco, sgancia la bomba, descrivendo i contatti tra il suo staff e quello di Formigli per un’ospitata in trasmissione: «Gli autori di Formigli», racconta Calenda, «dicono ai miei: “Ma ci garantisce che attacca Giorgia Meloni sulla legge di bilancio?”. E loro gli rispondono: “Ti garantiamo che dice ciò che pensa sulla legge di bilancio”. Quindi la risposta: “No, allora non viene sulla legge di bilancio, ma viene a fare un confronto con Jeffrey Sachs”. A me non è mai capitato in una trasmissione televisiva che mi dicessero: prima mi deve garantire che attaccherà la Meloni. Non è mica normale, non è una cosa democratica».
A stretto giro arriva la risposta di Formigli: «Mentire per un politico ed ex ministro è una cosa seria», scrive sui social il giornalista, «altrove ci si dimette. E con questo credo che sul senatore Calenda sia tutto. La prossima volta, se accetterà di rinunciare all’immunità, ci vediamo in tribunale». Poi Formigli fornisce la sua versione dell’accaduto: «Sostiene il senatore che “i miei autori” prima di una puntata gli abbiano detto “ci deve garantire che attaccherà Meloni” e che la partecipazione alla parte di puntata sulla manovra economica sia saltata perché lui non avrebbe dato disponibilità ad attaccare il presidente del consiglio. Questa affermazione è falsa e diffamatoria. Gli autori di un programma», aggiunge Formigli, «quando sentono un ospite prima della puntata, chiedono a lui o, come nel caso di Calenda, al suo portavoce, che posizione abbia sui temi da dibattere al fine di comporre un parterre equilibrato e dialettico. Nel caso di specie essendo stato invitato Italo Bocchino, sostenitore della manovra, gli autori si sono sincerati su quale fosse l’opinione in merito di Calenda per evitare posizioni troppo sovrapponibili. Si tratta del normale lavoro di qualunque autore televisivo, mestiere le cui regole Calenda evidentemente ignora o finge di ignorare. Non è però consentito al senatore mentire spudoratamente per farsi pubblicità: la sua presenza al talk sulla manovra, dopo vari scambi di messaggi tra i miei autori e il suo portavoce, è stata confermata alle 10.33 di giovedì mattina».
E quindi? «Successivamente», ricostruisce ancora Formigli, «è però avvenuto un imprevisto: Monica Maggioni, invitata per un confronto col professor Jeffrey Sachs, è stata costretta a cancellare la sua presenza per ragioni strettamente personali. A quel punto, essendo rimasto Sachs senza interlocutore, abbiamo chiesto se fosse disponibile a spostarsi dal blocco sulla manovra a quello con Sachs per dibattere con lui di Ucraina e situazione internazionale. Il senatore ha accettato di buon grado. Ultima nota: il senatore Calenda sa benissimo di essere stato spostato con Sachs per via del forfait di Maggioni, eppure», conclude il conduttore de La7, «sostiene pubblicamente che la ragione siano le sue posizioni non abbastanza anti meloniane sulla manovra».
Calenda non ci sta e controreplica: «Nel disperato tentativo di buttare la palla in calcio d’angolo», scrive su X, «parli d’altro Corrado. Confermo parola per parola quando ho detto. Rinuncio volentieri all’immunità parlamentare e ci vediamo in tribunale».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
È evidente che, in mancanza di argomenti preclusivi, l’ultima parola spetta al parlamento legittimamente insediato e che proprio il «nì» della Carta manda a ramengo le teatrali accuse di «attacco alla Costituzione» e di «ritorno alla dittatura» dello schieramento antiriforma.
Non sembra granitico nemmeno il secondo motivo: «Ci potrebbero essere altre soluzioni: per esempio intervenire sul sistema elettorale del Csm procedendo con leggi uninominali… Il correntismo si può combattere in altri modi». Non vorremmo sbagliare, ma il sistema elettorale del Csm non è cambiato già otto volte, di cui l’ultima appena tre anni fa (riforma Cartabia)? E gran parte di queste riforme, almeno a partire dagli anni Ottanta, non hanno avuto sempre lo scopo dichiarato di combattere la degenerazione associativa? La verità è che gli accrocchi elettoralistici non servono a nulla; e questo per l’ottima ragione che l’efficacia vincente degli esperimenti di ingegneria elettorale dipende sia dalla loro reale consistenza di fondo sia dalle caratteristiche del corpo ricettore, che in questo caso è il correntismo. Il quale - dal canto suo - ha sempre dimostrato una abilità serpentina nell’interpretare e applicare le nuove regole al fine di garantirsi la propria autoconservazione biologica.
Cambiare il modello per la nona volta ripetendo gli stessi slogan sarebbe una coazione a ripetere tipica più della routine impiegatizia che della lotta politica. Ma - come si vede - c’è ancora chi propone imperterrito per la nona volta una ricetta fallita già otto volte. Insomma, se gli argomenti sono questi, vuol dire che non ci sono.
E poi urge un centro di gravità permanente : da un lato il professor Enrico Grosso (comitato del No) a dire che il correntismo è stato sconfitto quando è stato espulso il magistrato cattivo (uno solo); dall’altro il professor Azzariti, secondo cui, invece, il correntismo esiste ancora, tanto che propone l’ennesima arzigogolatura elettoralistica perché «il correntismo si può sconfiggere in altri modi».
Domanda: ma allora questo benedetto correntismo è stato «sconfitto» o è ancora ricco e panciuto? Ma soprattutto: è un fenomeno collettivo oppure la semplice parentesi personale di un malvagio dottor Mabuse (uno solo) capace di dominare ipnoticamente i ceti dirigenti di tutti i gruppi? Inutile andare con chi non sa dove andare: il legislatore, sapendo bene che il correntismo esiste eccome e volendo troncare i troppi indugi, ha preso una decisione finalmente guerriera: sorteggio-bisturi e al diavolo tutti i cavilli dei temporeggiatori.
Ma il sorteggio non piace ai ceti proprietari del sistema: nel dibattito di Atreju gli esponenti del no hanno ripetuto come un mantra che per fare i consiglieri Csm ci vuole ben altro titolo che il sorteggio. Hanno ragione: a partire almeno dalla legge 695 del 1975, che strutturò il sistema elettorale in senso proporzionale a liste contrapposte, il titolo più gettonato è sempre stato quello della fedeltà correntizia. D’altro canto, se il Csm deve avere una funzione rappresentativa delle diverse «istanze culturali presenti nella magistratura» (le chiamano così), è evidente che lì dentro devono andarci appunto i fedeli più osservanti delle «istanze» suddette.
Il sistema della «rappresentanza« però è cancerogeno: in primis, la Costituzione (articolo 104) vuole che i consiglieri togati vengano eletti «tra gli appartenenti alle varie categorie». Dove «categorie» però non è sinonimo di «correnti», cioè di partitini politico-giudiziari mai citati nella Carta, alcuni dei quali ormai ostentano esplicitamente una precisa collocazione ideologica. La sostituzione delle «categorie» con le «correnti» è stata solo un artificio illusionistico che ha prodotto guasti. Nel dibattito di Atreju il presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano, ha sentenziato solennemente però che «i Costituenti hanno voluto garantire nel Csm il pluralismo delle idee». Quali Costituenti? Mistero. Quali idee? Mistero doppio.
Secondo punto: Il 29 dicembre è giorno intitolato a San Tommaso Becket. Il quale era un fedele gregario di re Enrico II, che brigò per farlo diventare primate della Chiesa d’Inghilterra, sicuro di poterlo manovrare a piacimento. Con una incredibile rinascita spirituale, Tommaso Becket, fatto arcivescovo, prese a difendere vigorosamente l’autonomia della Chiesa proprio contro i condizionamenti del re al quale doveva di fatto l’investitura. Finì ucciso. San Tommaso Becket è oggi un po’ il patrono di certe indipendenze difficili, difese spes contra spem, contro tutto e tutti. E nell’attuale consiliatura, proprio la forza di Becket ha aiutato i consiglieri togati a resistere in almeno due occasioni a un assedio associativo di massa. Tuttavia, se è vero - come rivendicano gli stessi «pluralisti» - che i consiglieri togati devono «rappresentare» la loro corrente di appartenenza, è fatale che essi abbiano difficoltà a sganciarsi dalle proprie leadership associative esterne (alle quali devono candidatura ed elezione). E se la leadership esterna è non solo associativa ma anche burocratico-giudiziaria, essa diventa un enorme centro di potere capace di incidere sull’ autonomia dell’organo. E San Tommaso Becket non sempre fa i miracoli.
Inoltre, uno dei guasti del Csm «rappresentativo delle correnti» sono infatti proprio i fenomeni di concentrazione personale del potere. Secondo Max Weber, il potere carismatico (cioè fondato sul seguito volontario) e il potere legale (cioè basato sull’investitura formale e burocratica) non devono mai coincidere. Se non coincidono c’è un controllo bilanciato e reciproco; se coincidono, la mancanza di contrappeso rischia invece di creare delle monocrazie personali. Nel nostro sistema, capita spesso (non sempre) che il dirigente giudiziario sia anche un influente leader correntizio. In tal caso i due poteri coincidono e si amplificano.
Infine, se così è, nell’ ipotesi che il Csm «pluralista» debba dirimere il contrasto fra un leader correntizio-giudiziario da una parte e - dall’ altro - un magistrato «normale», il finale della partita è probabilmente già scritto in anticipo. Qualcosa di simile si registrò tanti anni fa in una contesa interna alla Procura di Milano fra un capufficio/leader associativo e un altro magistrato: «Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi al Csm … di andare a fare la pipì al momento del voto …» (Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2014). La frase non risulta smentita e il merito del contrasto non ci interessa, ma lo squilibrio delle forze era evidente. Le monocrazie personali e l’esposizione eccessiva del singolo consigliere togato alle sollecitazioni esterne (che però sono interne) rappresentano una delle patologie del Csm «pluralista« (o meglio: «pluri-liste»), cioè di questo vischioso sistema di vasi comunicanti fra un organo pubblico di rilievo costituzionale come il Csm e quel reticolo di gruppuscoli privati che sono le correnti. Se alcuni di questi gruppi privati assumono poi perfino una natura militante ed ideologica, il rischio di snaturamento dell’organo pubblico è notevole.
Sarebbe bene che il fronte del no rispondesse criticamente su questi aspetti di malattia sistemica piuttosto che limitarsi alle messe cantate «anti-dittatura» che - nella cieca autoreferenzialità dei loro officianti - rischiano solo di riportare in vita i demoni che pensano di esorcizzare.
Giuseppe Bianco, magistrato penale
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È la notte di Capodanno, il locale è pieno di ragazzi, la musica, le voci, le risate. All’improvviso, le fiamme: lingue di fuoco che avvolgono il soffitto, prima dietro il bancone del bar e, in pochi secondi, su tutti gli arredi. I ragazzi non se ne accorgono subito, non capiscono cosa stia accadendo, qualcuno riprende i primi istanti con il cellulare e, in sottofondo, le voci sono ancora di festa.
Qualche attimo dopo il locale si trasforma in una trappola mortale: il fuoco si propaga velocemente, tutti lasciano i tavoli gridando di terrore e cercano le scale che portano all’esterno, avvolti dal fumo sempre più denso. Si calpestano, si ostacolano a vicenda, atterriti, si feriscono. Poi qualcosa nel locale esplode, un boato fortissimo forse due e la tragedia diventa una strage.
Sono 47 i morti e oltre 115 i feriti, molti dei quali gravi, nella tragedia di Crans-Montana località sciistica del Canton Gallese in Svizzera frequentatissima in questa stagione da turisti che arrivano da tanti Paesi diversi. Intorno all’1.30 della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, forse a causa di alcune candeline accese e posizionate sui tappi delle bottiglie di spumante, il soffitto del bar discoteca Le Constellation, nel centro del paese, ha preso fuoco mentre era in corso una serata di Capodanno dedicata ai giovanissimi. Il longue bar è una struttura nota in paese, aperta da anni, molto frequentata dai ragazzi che arrivano anche dalle località vicine. È un locale a due piani: a quello terreno c’è una terrazza chiusa e coperta che affaccia direttamente sulla via. Da lì si accede al piano seminterrato, dove si stava svolgendo la festa. All’interno, secondo le testimonianze, c’erano circa 200 persone, quasi tutte sedute ai tavoli, e tanti ragazzi erano in fila, fuori al freddo, ancora in attesa di entrare.
Secondo uno dei primi racconti di ieri, quello di due giovani francesi che hanno parlato alla tv transalpina Bfm, le fiamme sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne che avrebbero appiccato il fuoco al soffitto in legno. «Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco e nel giro di poche decine di secondi tutto era in fiamme», hanno spiegato le due giovani che sono riuscite a mettersi in salvo. «Abbiamo cominciato a vedere del fumo e delle fiamme molto alte, ho provato a fuggire ma non riuscivamo ad uscire dalla porta», ha raccontato un altro giovane testimone, «c’era il caos, ho messo un tavolo a terra per proteggermi e per evitare che le persone in fuga mi schiacciassero, ho pensato che sarei morto così. Poi ho capito che l’unico modo per uscire era rompere una finestra, l’ho fatto e mi sono ritrovato fuori senza scarpe e senza vestiti».
Fuori del locale, dopo lo scoppio, una scena surreale: decine di persone a terra, bruciate sul corpo e sul volto, alcune senza vita. «L’aria era irrespirabile, tanti ragazzi insanguinati senza vestiti, stavano riversi sul marciapiede con i volti nascosti», racconta chi si è trovato davanti alla tragedia.
L’allarme che ha avvisato le forze dell’ordine dell’incendio è stato lanciato da una persona che abita accanto al locale: «I soccorsi sono arrivati in pochi minuti e molto rapidamente è stato attivato il dispositivo di sicurezza per fare in modo che gli agenti potessero agire al meglio», ha spiegato il capo della polizia del Canton Gallese, Frederic Gisler, in conferenza stampa, «Per prima cosa abbiamo soccorso le vittime e le abbiamo smistate nei quattro ospedali della zona, poi i vigili del fuoco hanno circondato l’area e abbiamo attivato un numero verde per le famiglie dei dispersi e un servizio di supporto psicologico per i feriti e i loro familiari». La macchina dei soccorsi è stata efficiente: solo nelle prime ore dopo la tragedia erano già in attività dieci elicotteri, 40 ambulanze e oltre 150 sanitari. Ma lo strazio non è finito per le tante famiglie che restano in attesa di notizie dai loro cari. «Purtroppo il lavoro di identificazione delle vittime sarà lungo e richiederà molto tempo perché molti corpi sono carbonizzati o con ustioni gravissime», ha chiarito ancora il capo della polizia, mentre sulle cause che hanno scatenato l’incendio è stata aperta una inchiesta.
Quello che appare certo è che il fuoco si sia propagato velocemente perché l’incendio è scoppiato all’interno di un locale chiuso e ha provocato a sua volta l’esplosione, un fenomeno ad altissimo impatto definito con il termine tecnico «flashover», ossia il passaggio improvviso da un incendio localizzato in uno spazio chiuso a uno più ampio.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Corse Matin i proprietari e gestori de Le Constellation sarebbero una coppia di francesi originari della Corsica, Jessica e Jacques Moretti. A quanto risulta, la donna, proprietaria anche di un altro locale nella zona, era all’interno del bar quando è scoppiato l’incendio ed è rimasta ferita a un braccio. «Quello che è accaduto è tra le peggiori tragedie del nostro Paese e ci impegneremo al massimo per capire le cause e le responsabilità», ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica che ha invitato turisti e sciatori a prestare particolare attenzione nei prossimi giorni e ad adottare comportamenti prudenti al fine di non impegnare i soccorsi e le unità operative degli ospedali in nuove emergenze. Dichiarati cinque giorni di lutto «per rispetto alle vittime».
Dispersi 6 connazionali, 13 ricoverati. Tajani oggi sul luogo dell’ecatombe
La notizia dell’esplosione e i telefoni che squillano a vuoto. È questa la rappresentazione plastica dell’incubo di ogni genitore, incubo divenuto realtà per decine di loro nella notte del primo gennaio 2026. La Farnesina è al lavoro ma ci vorranno giorni per avere numero e nomi precisi dei morti nella tragica esplosione di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. Lo ha spiegato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado accorso sul posto: «L’accertamento delle vittime richiederà dei giorni a causa delle gravi ustioni subite dalle persone che si trovavano all’interno del locale».
A dilaniare i parenti dei dispersi è soprattutto l’incertezza, le prime notizie trapelate parlavano di un numero di italiani coinvolti ben superiore a 19. Molti minorenni, i più grandi superano appena i 25 anni. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che questa mattina si recherà a Crans Montana, ha disposto l’allestimento di una piccola unità di crisi del consolato generale di Ginevra sul posto «per rispondere alle domande dei connazionali ma anche per assistere le famiglie».
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tenuta in costante aggiornamento dal vicepremier Tajani, al mattino ha espresso, a titolo personale e a nome del governo, le più sentite condoglianze per il drammatico incendio ringraziando le risorse della Protezione civile operative ed esprimendo la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici.
Dieci i nomi dei dispersi raccolti dalle prime testimonianze dei familiari che hanno raggiunto il centro per avere notizie, ma ieri sera erano in sei a risultare dispersi: Achille Osvaldo Giovanni Barosi (nato il 17 luglio del 2009), Riccardo Minghetti (02/09/2009), Chiara Costanzo (05/06/2009), Giovanni Raggini (26/09/1997), Giovanni Tamburi (21/12/2009), Giuliano Biasini. Tredici fin qui i ricoverati, molti di questi gravi. Leonardo Bove, Alessandra Galli De Min ed Eleonora Palmieri nel nosocomio di Sion, Antonio Lucia e Filippo Leone Grassi all’ospedale di Losanna, Francesca Nota in quello di Zurigo, Manfredi Marcucci nell’ospedale di Sion e Talingdan Kian Kaiser. Tragica la sorte di un gruppetto di sedicenni milanesi che, come gli altri, avevano raggiunto il locale Le Constellation per festeggiare il Capodanno. Una di loro è in coma all’ospedale di Zurigo, un altro è stato trasportato con l’elicottero a Zurigo con diverse ustioni alla testa e a una mano. Gli altri tre si sono salvati perché non sono stati fatti entrare.
«Mi hanno respinto all’ingresso e ho deciso di prendere il bus che stava passando in quel momento per andare al Montana (un altro locale)», ha raccontato un ragazzo ai microfoni di Rainews. Un altro, Battista Medde di Oliena ha risposto alle domande del Messaggero: «Dovevo andare anch’io ma ho preferito un altro locale dove si poteva entrare gratuitamente, visto che La Constellation aveva un biglietto di ingresso». Poi ha spiegato: «Io sono italiano e ho sempre frequentato quel locale, tanti italiani vanno là perché è un locale che chiudeva abbastanza tardi, che aveva il biliardo e le freccette e lo spazio era abbastanza grande per stare tutti insieme».
Guido Bertolaso, che dopo aver guidato la Protezione civile oggi è assessore al Welfare della Regione Lombardia, ai cronisti ha detto: «Ci sono altri due giovanissimi italiani ricoverati negli ospedali di Zurigo e Berna che però al momento non sono trasportabili per le gravi condizioni». Bertolaso illustra ai cronisti anche le condizioni di salute del primo ferito italiano arrivato al Niguarda la cui situazione sarebbe seria e per il quale il primo bollettino è stato emesso dopo le 20 insieme a quello di altri due connazionali, anch’essi giovani come la prima vittima, che hanno raggiunto anche loro l’ospedale milanese in serata, tutti intubati e con ustioni stimate tra il 30 e il 40% del corpo. Tra i feriti arrivati anche una donna: «Era cosciente e le sue condizioni non apparivano particolarmente critiche. So che ha subito un fortissimo trauma, probabilmente toracico stava mentre uscendo di corsa come tutti gli altri per salvarsi. Ha anche delle ustioni ma non mi sono sembrano gravissime. Sono arrivati anche altri due ragazzi che adesso stanno facendo il triage», ha spiegato Bertolaso.
Le notizie, tuttavia, arrivano confuse tanto che l’ex uomo forte della Protezione civile nazionale precisa: «Siccome sappiamo che ci sono altri italiani, stiamo facendo il censimento da un lato per sapere tutti quelli che sono ricoverati negli ospedali del Paese svizzero e poi per capire con il “team” di medici esperti che dovrebbe partire nella notte chi può essere trasportato, lo prendiamo e lo portiamo subito qui».
«Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l’elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina», ha aggiunto l’ambasciatore italiano Cornado, che al Tg4 ha spiegato: «Ci manca questo dato: l’elenco dei feriti e dove sono ricoverati».
Anche la Commissione europea, al pomeriggio, si espone per proporre il suo aiuto: «Profondamente rattristata dall’incendio a Crans-Montana. I miei pensieri sono con le vittime, le loro famiglie e tutti coloro che sono stati colpiti. Stiamo collaborando con le autorità svizzere per fornire assistenza medica alle vittime attraverso il Meccanismo di Protezione civile dell’Ue. L’Europa è pienamente solidale con la Svizzera», ha scritto su X il presidente Ursula Von der Leyen.
La discoteca era in un seminterrato. Una trappola con un’unica via d’uscita
Centinaia di persone in un seminterrato con una sola scala per risalire all’esterno. Una uscita di sicurezza sul fondo del locale, ma poco segnalata. Il soffitto in legno, i materiali non ignifughi e i giochi pirotecnici con le «stelle di natale» infilate nelle bottiglie di champagne per fare festa. Ci sarebbero anche questi tra gli elementi che hanno trasformato la festa di capodanno nell’apres- ski Le Constellation, meglio conosciuto come Le Conste, in una strage di giovani, rimasti intrappolati e bruciati vivi all’interno della discoteca più nota di Crans-Montana.
Sulle dinamiche dell’accaduto è stata aperta una inchiesta e il procuratore generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha annunciato l’avvio di una indagine per accertare cause e responsabilità. I racconti dei giovani che si sono salvati insistono, però, tutti, su alcuni fatti drammatici: l’utilizzo delle candeline scintillanti nella sala con il soffitto in legno, i pochi secondi passati tra le prime fiamme e la strage e la difficoltà dei presenti a raggiungere l’uscita per mettersi in salvo.
«Poco prima che scoppiasse l’incendio ho visto ragazze del servizio che portavano ai tavoli le bottiglie con dentro le candeline scintillanti», racconta uno dei giovani che si è salvato. «A un certo punto, uno dei clienti a cui era stata servita la bottiglia è salito sulle spalle di un amico, tenendo la bottiglia in mano e alzando le braccia ha quasi toccato il soffitto», racconta un altro «e pochi secondi dopo, tutto era avvolto dalle fiamme». Ma come è possibile? In gergo tecnico di chiama «flashover» e si tratta di un rogo che divampa velocemente in un locale chiuso e che crea esplosioni a ripetizione, senza lasciare scampo a chi si trova all’interno. Non serve una fiamma libera, per avviarlo bastano le temperature elevatissime e la concentrazione di materiali infiammabili, la reazione a catena che si innesca è incontrollabile e la temperatura sale così rapidamente da non lasciare ai presenti il tempo di fuggire. Le Constellation è aperto dal 2015, dopo una completa ristrutturazione che lo ha trasformato da locale fatiscente in meta chic delle vacanze sulla neve. Al piano seminterrato, che è il cuore del locale, tra schermi, luci psichedeliche e dj set, la pratica delle candeline pirotecniche, come dimostrano alcuni video girati nel locale, era usuale e quindi evidentemente, ritenuta sicura, nonostante l’ambiente senza sbocchi diretti sull’esterno.
Poi c’è la questione della scala e dell’uscita di sicurezza e, anche in questo caso, i racconti dei superstiti lasciano attoniti. Come quello di tre amici che quella sera dovevano festeggiare a Le Conste ma, all’ultimo momento, hanno rinunciato perché fuori dal locale c’erano decine di giovani in fila per entrare: «Appena è scoppiato l’incendio, i body guard che erano all’ingresso sono stati avvisati e sono scesi di sotto», raccontano, «a quel punto quelli che erano in fila ne hanno approfittato per riversarsi dentro ostacolando la fuga di chi tentava disperatamente di uscire per salvarsi la vita». Un altro testimone ha raccontato di essere passato nei pressi del locale proprio dopo lo scoppio dell’incendio e di aver visto «decine di giovani accalcati che cercavano di uscire dal locale senza riuscirci» mentre il fuoco devastava i loro corpi.
A quanto risulta sulle piattaforme di promozione turistica, Le Conste non brillava alla voce «sicurezza»: aveva collezionato alcune recensioni negative. Da ieri, inoltre, le pagine social del locale sono state chiuse.
Aiuti dall’Italia, ustionati al Niguarda
«Se le autorità elvetiche dovessero farne richiesta, attraverso il nostro ministero degli Affari esteri, non esiteremmo a dichiarare lo stato di mobilitazione nazionale delle nostre strutture di Protezione civile a supporto di quelle operative in Svizzera»: così il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha voluto ribadire lo sforzo straordinario che le autorità e i soccorritori italiani hanno fin da subito messo in campo per assistere la Svizzera nelle operazioni di soccorso a Crans-Montana. Fin da subito, infatti, Regione Lombardia si è prontamente messa a disposizione per «accogliere i giovani rimasti feriti nella notte nel tragico incidente mettendo a disposizione tutte le competenze e le risorse necessarie», hanno fatto sapere da Palazzo Lombardia con una nota. Ieri sera sono stati trasferiti in Italia i primi pazienti coinvolti nel rogo: si tratta di tre connazionali portati al centro grandi ustioni del Niguarda di Milano, dopo sono stati resi disponibili 18 posti letto. Lo ha riferito a Rainews 24 il direttore del Cross 118, Andrea Nicolini. «Sono intubati e hanno ustioni sul 30-40% del corpo, non sappiamo se sono lombardi», ha aggiunto l’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, accettiamo e siamo pronti a farci carico di feriti di qualsiasi nazionalità. Manderemo un team di nostri esperti di grandi ustioni che gireranno tutti gli ospedali della Svizzera per controllare tutti i nostri connazionali. Manderemo anche un team di psicologi per i genitori dei ragazzi ricoverati negli ospedali e per quelli ancora non riconosciuti». Solidarietà lombarda ribadita, ieri sera, anche dal governatore Attilio Fontana. Anche una squadra del soccorso alpino valdostano sta operando nella cittadina svizzera: da Aosta è partito all’alba di ieri un elicottero della Protezione civile regionale con a bordo i tecnici del soccorso alpino e un medico.
E pure il Piemonte è sceso in campo: «Abbiamo attivato il nostro sistema sanitario, offrendo posti letto per ricoverare i pazienti negli ospedali del nord del Piemonte, medici e personale sanitario in grado di gestire situazioni di emergenza Azienda zero è già in contatto con i diversi soggetti interessati per mettere a disposizione gli elicotteri del servizio regionale di elisoccorso per il trasporto di eventuali pazienti critici negli ospedali regionali sulla base delle richieste che perverranno dal ministero degli Esteri e dagli organi sanitari europei. Anche il nostro sistema di Protezione civile è pronto a collaborare», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. L’Emilia-Romagna ha messo a disposizione 50 posti di terapia intensiva, da Genova è pronto a partire un expert-team per le grandi ustioni.
«Vogliamo ringraziare Italia, Francia e Germania per l’aiuto dopo la tragedia», ha commentato commosso Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica, in conferenza stampa.
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