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2025-10-13
Ufficio segreto e cassaforte vuota. Altri misteri nel caso «Squadretta»
Mario Venditti (Ansa)
- Dalle carte del fascicolo su «Clean 2» emerge che il maggiore dei carabinieri Pappalardo, oggi sotto processo per corruzione e stalking, si serviva di un locale «fantasma». Ripulito non appena l’indagine divenne pubblica.
- Il difensore Aiello: «Se l’ex pm è corrotto, allora Stasi è innocente? Eresia giuridica».
Lo speciale contiene due articoli.
Quando gli investigatori arrivano in piazza Marelli a Pavia trovano solo una cassaforte vuota. L’ufficio riservato del maggiore dei carabinieri in pensione Maurizio Pappalardo era stato svuotato. Stiamo parlando del militare sotto processo per corruzione e stalking, l’uomo che, per molti testimoni, era il punto di riferimento e la mente della Squadretta che affiancava l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, pure lui sotto inchiesta per corruzione e peculato.
La storia che vi raccontiamo oggi si trova nelle carte del fascicolo Clean 2 e comincia con una segnalazione. Il 10 dicembre 2024, nel pieno dell’indagine, la Guardia di finanza scrive alla Procura: «Si è appreso che il costruttore Carmine Napolitano avrebbe incaricato un suo dipendente, Marco Pilla, di svuotare un ufficio, sito in piazza Marelli, in uso esclusivo a Pappalardo, facendone depositare il contenuto in un garage sito nella stessa piazza». La decisione di ripulire il locale sarebbe stata contestuale «alla notizia apparsa sugli organi di stampa relativa alla conclusione delle indagini nei confronti di Pappalardo e dei vertici dell’Asm di Pavia (la municipalizzata dei rifiuti, ndr)», ovvero l’inchiesta madre «Clean». L’annotazione è la prima traccia dell’ufficio «fantasma» ricavato, si è scoperto, in un locale commerciale del centro della città, formalmente di proprietà del gruppo immobiliare di Napolitano ma usato, secondo gli inquirenti, come appoggio privato dal maggiore in congedo, indagato in quel momento insieme con il maresciallo Antonio Scoppetta (poi condannato a 4 anni e 6 mesi per stalking e corruzione). E di tracce che portavano verso quell’ufficio ne erano saltate fuori diverse.
Un carabiniere, l’appuntato scelto Giovanni Pais, in servizio al Nucleo informativo, ha dichiarato: «Spesso (Pappalardo, ndr) si faceva portare in piazza Dante, ex Marelli, dove l’imprenditore Napolitano ha costruito un complesso immobiliare». Da quel momento il Nucleo mobile della Guardia di finanza comincia a scandagliare il contesto economico di Napolitano, 73 anni, costruttore lucano trapiantato in Lombardia, e del suo dipendente Pilla, assunto dalla Gsc srl unipersonale, una delle società riconducibili al gruppo dell’imprenditore. Il passo successivo è l’acquisizione dei tabulati telefonici. Il 13 gennaio 2025 la Guardia di finanza chiede alla Procura di analizzare le utenze di Pilla e Pappalardo, con un’attenzione particolare al periodo immediatamente successivo alla notizia della chiusura delle indagini Clean. L’oggetto della richiesta è chiarissimo: «Verificare la presenza in quella zona e in quei tempi della persona che avrebbe materialmente spostato documentazione o altro materiale di presumibile interesse investigativo».
Dall’esame dei dati, scrive il maggiore Pietro D’Angelo, comandante del Gruppo Pavia, «è stata appurata, come peraltro più che prevedibile, la presenza nella zona segnalata del nominato Pilla; presente in quei giorni ma anche in quelli precedenti e in quelli successivi, praticamente quotidianamente». Ma ecco il passaggio rilevante: «Parimenti sono stati acclarati diversi contatti telefonici del citato Pilla con le numerose utenze intestate al costruttore Napolitano». In effetti, i tabulati mostrano decine di telefonate tra i due nei giorni caldi di novembre. Il 27 gennaio il pubblico ministero Alberto Palermo convoca Pilla come persona informata sui fatti. E Pilla dichiara: «Il mio titolare è Carmine Napolitano. So che quest’ultimo è amico di Pappalardo. Lo so perché mi è capitato di vederli insieme sul lavoro e avevano un atteggiamento amichevole». Poi arriva al punto: «Controllando la chat Whatsapp intercorsa con Pappalardo, rilevo che in data 16 ottobre 2023 gli chiedevo la disponibilità per la giornata successiva di vederci per consegnargli le chiavi dell’ufficio vendite di piazza Marelli».
L’uomo descrive minuziosamente le tre stanze del locale: scrivanie, divanetti, armadi, un frigorifero nel corridoio e «una piccola cassaforte, dietro la scrivania a sinistra della porta finestra». Entra anche nei dettagli: «La cassaforte è chiusa, ma c’è una chiave che è appesa nell’armadio della prima stanza e c’è anche una combinazione. Non so che contenuto abbia». Infine, aggiunge: «Suppongo che il senso della consegna delle chiavi a Pappalardo fosse legato al fatto che Napolitano glielo voleva lasciare in uso, come appoggio». Le chiavi, conferma, non sono mai state restituite: «Ritengo che siano ancora nella disponibilità di Pappalardo». Poche ore dopo quel verbale, i pm firmano il decreto di perquisizione. Alle 11, la Guardia di finanza bussa alla porta dell’ufficio in piazza Marelli. Sono presenti sia Napolitano sia Pilla. E l’imprenditore dichiara: «Conosco Pappalardo. Da quando è andato in pensione, mi ha chiesto se, per cortesia, potessi mettergli a disposizione un locale qualora ne avesse avuto bisogno per suoi motivi personali e io gli ho risposto che poteva appoggiarsi al mio ufficio sito all’interno dell’ufficio vendite. E ho fatto consegnare copia delle chiavi da Pilla». Durante la perquisizione viene trovato il forziere. E i finanzieri annotano le fasi che hanno portato alla sua laboriosa (e inutile) apertura: «All’interno del locale indicato i militari verbalizzanti notavano la presenza di una cassaforte con apertura combinata chiave-combinazione manuale. Veniva, pertanto, richiesta l’apertura della stessa a Napolitano, che riferiva di non ricordare la combinazione e di non ricordare dove avesse depositato la chiave».
Napolitano chiama un suo dipendente che arriva con un flessibile e taglia il metallo. «La cassaforte risultava vuota». I motivi per cui sono stati svuotati ufficio e cassaforte non sono mai stati chiariti. Ma di certo gli inquirenti sapevano che Napolitano era un uomo di fiducia di Pappalardo. È stato il carabiniere Pietro Picone a confermarlo: «Lui (Pappalardo, ndr) una volta in auto mi disse che nella sua vita aveva solo cinque amici». Tra i quali avrebbe annoverato anche il luogotenente Silvio Sapone, perquisito dalla Procura di Brescia nell’indagine sull’archiviazione della posizione di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, il titolare di un ristorante di Pavia poi deceduto, il proprietario di una Spa frequentata anche dal procuratore Venditti e un ulteriore nome che il carabiniere non ricordava. Il quinto amico era proprio Carmine Napolitano. «In una occasione, ora che ricordo, lo accompagnai al funerale del figlio dell’imprenditore, sempre in orario di servizio e con la vettura di servizio».
Ma il maggiore con l’amico non avrebbe condiviso solo i momenti bui. Secondo Picone, Pappalardo gli raccontò anche «di essere stato ospite più volte all’isola d’Elba». Il rapporto che lega Pappalardo a Napolitano, «citato nell’indagine Infinito della Dda di Milano nel capitolo inerente alla locale della ‘ndrangheta a Pavia», precisa la Guardia di finanza, «è sicuramente solido». E ricostruisce: il maggiore «festeggia il compleanno» con l’imprenditore «e in ogni occorrenza importante è al suo fianco». L’imprenditore avrebbe ricambiato le attenzioni. C’era alla festa per i 90 anni della madre di Pappalardo, che ospitava in una delle sue strutture Rsa. E gli ha fornito l’ufficio segreto con cassaforte. Uno dei misteri dell’inchiesta «Clean 2».
I legali di Venditti: inchiesta su Sempio a Brescia
La nuova inchiesta sul caso di Garlasco, quella che vede come unico indagato Andrea Sempio, non può restare a Pavia. Deve andare a Brescia. A sostenerlo è Domenico Aiello, l’avvocato dell’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, indagato proprio dai magistrati bresciani per corruzione in atti giudiziari in relazione all’archiviazione lampo che nel 2017 aveva chiuso la posizione dello storico amico di Marco Poggi, fratello di Chiara. Aiello non usa giri di parole: «L’indagine su Sempio è il contenitore nell’ambito del quale è stata rinvenuta la prova di un’ipotesi corruttiva. Quindi è evidente che non si può selezionare una parte dell’indagine da mandare e una da non mandare. È tutto connesso». Il legale lo ha detto in un punto stampa convocato ieri in vista dell’udienza di martedì davanti al tribunale del Riesame, che dovrà decidere sul sequestro e la perquisizione eseguiti il 26 settembre scorso a carico dell’ex magistrato pavese. All’udienza sarà presente anche lo stesso Venditti. «È stato aggredito un uomo con una potenza di fuoco inimmaginabile», ha detto Aiello, che ha aggiunto: «La sua immagine è compromessa, hanno distrutto un uomo». Poi ha alzato il tiro: «L’indagine contro un magistrato è un’indagine della giustizia contro la giustizia e può avere effetti deflagranti anche quando il magistrato risulta innocente. Prima di iscrivere un magistrato, si aspetta la certezza della prova. Siamo in un momento veramente triste, perché già l’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi ha destabilizzato il sistema giudiziario; ora si innesta questa nuova aggressione al sistema giustizia, perché si dice che il magistrato è corrotto». Parole pesanti, quelle dell’avvocato, che chiama in causa la tenuta stessa delle istituzioni giudiziarie. Ma Aiello non si ferma qui: «È una eresia giuridica l’equazione per cui, se Venditti è corrotto, allora Stasi (Alberto, ndr) è innocente e Sempio colpevole. Dobbiamo tornare a considerare le regole del processo e dell’indagine penale». C’è, poi, il capitolo più tecnico, quello che riguarda la mancata consegna delle password dei dispositivi sequestrati all’ex procuratore aggiunto. Aiello ha spiegato: «Il dottor Venditti, come possono testimoniare i sei ufficiali di polizia giudiziaria intervenuti, aveva già scritto le password su un foglio di carta e lo stava consegnando al maggiore alla fine delle operazioni. Prima che glielo desse, ho chiesto quali fossero i criteri di estrazione dei dati della documentazione e mi è stato risposto: “Non li abbiamo, non abbiamo parole chiave, diamo uno sguardo generale”». Il legale ha aggiunto: «Questo non è possibile in Italia oggi. È un metodo da combattere. Dimostra che si è iscritto qualcuno nel registro degli indagati senza avere indizi o prove certe. Allora io, in quel momento, ho detto che non ero d’accordo». Nel frattempo il generale Luciano Garofano, consulente di Sempio, è stato convocato dagli inquirenti bresciani per chiarire la provenienza della relazione sul Dna depositata dai consulenti di Stasi e finita, prima che questa fosse stata messa a disposizione delle parti, nella sua consulenza (poi non depositata) realizzata per la difesa di Sempio.
Dalle carte del fascicolo su «Clean 2» emerge che il maggiore dei carabinieri Pappalardo, oggi sotto processo per corruzione e stalking, si serviva di un locale «fantasma». Ripulito non appena l’indagine divenne pubblica.Il difensore Aiello: «Se l’ex pm è corrotto, allora Stasi è innocente? Eresia giuridica».Lo speciale contiene due articoli.Quando gli investigatori arrivano in piazza Marelli a Pavia trovano solo una cassaforte vuota. L’ufficio riservato del maggiore dei carabinieri in pensione Maurizio Pappalardo era stato svuotato. Stiamo parlando del militare sotto processo per corruzione e stalking, l’uomo che, per molti testimoni, era il punto di riferimento e la mente della Squadretta che affiancava l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, pure lui sotto inchiesta per corruzione e peculato.La storia che vi raccontiamo oggi si trova nelle carte del fascicolo Clean 2 e comincia con una segnalazione. Il 10 dicembre 2024, nel pieno dell’indagine, la Guardia di finanza scrive alla Procura: «Si è appreso che il costruttore Carmine Napolitano avrebbe incaricato un suo dipendente, Marco Pilla, di svuotare un ufficio, sito in piazza Marelli, in uso esclusivo a Pappalardo, facendone depositare il contenuto in un garage sito nella stessa piazza». La decisione di ripulire il locale sarebbe stata contestuale «alla notizia apparsa sugli organi di stampa relativa alla conclusione delle indagini nei confronti di Pappalardo e dei vertici dell’Asm di Pavia (la municipalizzata dei rifiuti, ndr)», ovvero l’inchiesta madre «Clean». L’annotazione è la prima traccia dell’ufficio «fantasma» ricavato, si è scoperto, in un locale commerciale del centro della città, formalmente di proprietà del gruppo immobiliare di Napolitano ma usato, secondo gli inquirenti, come appoggio privato dal maggiore in congedo, indagato in quel momento insieme con il maresciallo Antonio Scoppetta (poi condannato a 4 anni e 6 mesi per stalking e corruzione). E di tracce che portavano verso quell’ufficio ne erano saltate fuori diverse.Un carabiniere, l’appuntato scelto Giovanni Pais, in servizio al Nucleo informativo, ha dichiarato: «Spesso (Pappalardo, ndr) si faceva portare in piazza Dante, ex Marelli, dove l’imprenditore Napolitano ha costruito un complesso immobiliare». Da quel momento il Nucleo mobile della Guardia di finanza comincia a scandagliare il contesto economico di Napolitano, 73 anni, costruttore lucano trapiantato in Lombardia, e del suo dipendente Pilla, assunto dalla Gsc srl unipersonale, una delle società riconducibili al gruppo dell’imprenditore. Il passo successivo è l’acquisizione dei tabulati telefonici. Il 13 gennaio 2025 la Guardia di finanza chiede alla Procura di analizzare le utenze di Pilla e Pappalardo, con un’attenzione particolare al periodo immediatamente successivo alla notizia della chiusura delle indagini Clean. L’oggetto della richiesta è chiarissimo: «Verificare la presenza in quella zona e in quei tempi della persona che avrebbe materialmente spostato documentazione o altro materiale di presumibile interesse investigativo».Dall’esame dei dati, scrive il maggiore Pietro D’Angelo, comandante del Gruppo Pavia, «è stata appurata, come peraltro più che prevedibile, la presenza nella zona segnalata del nominato Pilla; presente in quei giorni ma anche in quelli precedenti e in quelli successivi, praticamente quotidianamente». Ma ecco il passaggio rilevante: «Parimenti sono stati acclarati diversi contatti telefonici del citato Pilla con le numerose utenze intestate al costruttore Napolitano». In effetti, i tabulati mostrano decine di telefonate tra i due nei giorni caldi di novembre. Il 27 gennaio il pubblico ministero Alberto Palermo convoca Pilla come persona informata sui fatti. E Pilla dichiara: «Il mio titolare è Carmine Napolitano. So che quest’ultimo è amico di Pappalardo. Lo so perché mi è capitato di vederli insieme sul lavoro e avevano un atteggiamento amichevole». Poi arriva al punto: «Controllando la chat Whatsapp intercorsa con Pappalardo, rilevo che in data 16 ottobre 2023 gli chiedevo la disponibilità per la giornata successiva di vederci per consegnargli le chiavi dell’ufficio vendite di piazza Marelli».L’uomo descrive minuziosamente le tre stanze del locale: scrivanie, divanetti, armadi, un frigorifero nel corridoio e «una piccola cassaforte, dietro la scrivania a sinistra della porta finestra». Entra anche nei dettagli: «La cassaforte è chiusa, ma c’è una chiave che è appesa nell’armadio della prima stanza e c’è anche una combinazione. Non so che contenuto abbia». Infine, aggiunge: «Suppongo che il senso della consegna delle chiavi a Pappalardo fosse legato al fatto che Napolitano glielo voleva lasciare in uso, come appoggio». Le chiavi, conferma, non sono mai state restituite: «Ritengo che siano ancora nella disponibilità di Pappalardo». Poche ore dopo quel verbale, i pm firmano il decreto di perquisizione. Alle 11, la Guardia di finanza bussa alla porta dell’ufficio in piazza Marelli. Sono presenti sia Napolitano sia Pilla. E l’imprenditore dichiara: «Conosco Pappalardo. Da quando è andato in pensione, mi ha chiesto se, per cortesia, potessi mettergli a disposizione un locale qualora ne avesse avuto bisogno per suoi motivi personali e io gli ho risposto che poteva appoggiarsi al mio ufficio sito all’interno dell’ufficio vendite. E ho fatto consegnare copia delle chiavi da Pilla». Durante la perquisizione viene trovato il forziere. E i finanzieri annotano le fasi che hanno portato alla sua laboriosa (e inutile) apertura: «All’interno del locale indicato i militari verbalizzanti notavano la presenza di una cassaforte con apertura combinata chiave-combinazione manuale. Veniva, pertanto, richiesta l’apertura della stessa a Napolitano, che riferiva di non ricordare la combinazione e di non ricordare dove avesse depositato la chiave».Napolitano chiama un suo dipendente che arriva con un flessibile e taglia il metallo. «La cassaforte risultava vuota». I motivi per cui sono stati svuotati ufficio e cassaforte non sono mai stati chiariti. Ma di certo gli inquirenti sapevano che Napolitano era un uomo di fiducia di Pappalardo. È stato il carabiniere Pietro Picone a confermarlo: «Lui (Pappalardo, ndr) una volta in auto mi disse che nella sua vita aveva solo cinque amici». Tra i quali avrebbe annoverato anche il luogotenente Silvio Sapone, perquisito dalla Procura di Brescia nell’indagine sull’archiviazione della posizione di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, il titolare di un ristorante di Pavia poi deceduto, il proprietario di una Spa frequentata anche dal procuratore Venditti e un ulteriore nome che il carabiniere non ricordava. Il quinto amico era proprio Carmine Napolitano. «In una occasione, ora che ricordo, lo accompagnai al funerale del figlio dell’imprenditore, sempre in orario di servizio e con la vettura di servizio».Ma il maggiore con l’amico non avrebbe condiviso solo i momenti bui. Secondo Picone, Pappalardo gli raccontò anche «di essere stato ospite più volte all’isola d’Elba». Il rapporto che lega Pappalardo a Napolitano, «citato nell’indagine Infinito della Dda di Milano nel capitolo inerente alla locale della ‘ndrangheta a Pavia», precisa la Guardia di finanza, «è sicuramente solido». E ricostruisce: il maggiore «festeggia il compleanno» con l’imprenditore «e in ogni occorrenza importante è al suo fianco». L’imprenditore avrebbe ricambiato le attenzioni. C’era alla festa per i 90 anni della madre di Pappalardo, che ospitava in una delle sue strutture Rsa. E gli ha fornito l’ufficio segreto con cassaforte. 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Aiello non usa giri di parole: «L’indagine su Sempio è il contenitore nell’ambito del quale è stata rinvenuta la prova di un’ipotesi corruttiva. Quindi è evidente che non si può selezionare una parte dell’indagine da mandare e una da non mandare. È tutto connesso». Il legale lo ha detto in un punto stampa convocato ieri in vista dell’udienza di martedì davanti al tribunale del Riesame, che dovrà decidere sul sequestro e la perquisizione eseguiti il 26 settembre scorso a carico dell’ex magistrato pavese. All’udienza sarà presente anche lo stesso Venditti. «È stato aggredito un uomo con una potenza di fuoco inimmaginabile», ha detto Aiello, che ha aggiunto: «La sua immagine è compromessa, hanno distrutto un uomo». Poi ha alzato il tiro: «L’indagine contro un magistrato è un’indagine della giustizia contro la giustizia e può avere effetti deflagranti anche quando il magistrato risulta innocente. Prima di iscrivere un magistrato, si aspetta la certezza della prova. Siamo in un momento veramente triste, perché già l’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi ha destabilizzato il sistema giudiziario; ora si innesta questa nuova aggressione al sistema giustizia, perché si dice che il magistrato è corrotto». Parole pesanti, quelle dell’avvocato, che chiama in causa la tenuta stessa delle istituzioni giudiziarie. Ma Aiello non si ferma qui: «È una eresia giuridica l’equazione per cui, se Venditti è corrotto, allora Stasi (Alberto, ndr) è innocente e Sempio colpevole. Dobbiamo tornare a considerare le regole del processo e dell’indagine penale». C’è, poi, il capitolo più tecnico, quello che riguarda la mancata consegna delle password dei dispositivi sequestrati all’ex procuratore aggiunto. Aiello ha spiegato: «Il dottor Venditti, come possono testimoniare i sei ufficiali di polizia giudiziaria intervenuti, aveva già scritto le password su un foglio di carta e lo stava consegnando al maggiore alla fine delle operazioni. Prima che glielo desse, ho chiesto quali fossero i criteri di estrazione dei dati della documentazione e mi è stato risposto: “Non li abbiamo, non abbiamo parole chiave, diamo uno sguardo generale”». Il legale ha aggiunto: «Questo non è possibile in Italia oggi. È un metodo da combattere. Dimostra che si è iscritto qualcuno nel registro degli indagati senza avere indizi o prove certe. Allora io, in quel momento, ho detto che non ero d’accordo». Nel frattempo il generale Luciano Garofano, consulente di Sempio, è stato convocato dagli inquirenti bresciani per chiarire la provenienza della relazione sul Dna depositata dai consulenti di Stasi e finita, prima che questa fosse stata messa a disposizione delle parti, nella sua consulenza (poi non depositata) realizzata per la difesa di Sempio.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.