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2025-05-24
Occhio ai risparmi: la Ue ci prova
Teresa Ribera (Ansa)
Quanto fanno gola i risparmi dei cittadini Ue ai politici che muovono le leve dei comandi a Bruxelles? «Tantissimo». La risposta che oggi può apparire scontata, e tra poco vedremo perché, La Verità l’aveva data con largo anticipo ogni qualvolta uno dei sedicenti grandi pensatori della nuova Europa presentava la sua agenda per far ripartire l’Unione dall’incaglio nel quale si è da tempo infilata. C’è stato Enrico Letta che circa un anno fa ha presentato ai leader Ue una relazione dettagliata mettendo al centro l’unione dei risparmi e degli investimenti: solo così, sottolineava l’ex presidente del Consiglio italiano, il Vecchio continente sarà in grado di competere sulla scena globale con Stati Uniti e Cina. Come? Magari con un fondo europeo a lungo termine con attraenti incentivi fiscali nazionali: sarebbe perfetto per veicolare gli investimenti dei cittadini europei verso l’economia reale, sottolineava con aria professorale il leader dem spinto fuori dalle porte di Palazzo Chigi da Matteo Renzi. Oppure attraendo i capitali dai fondi pensione e dalle compagnie assicurative per finanziare le infrastrutture verdi con lo strumento del partenariato pubblico-privato. Tante «belle» idee, tutte da realizzare con i soldi nostri.
Poi, a pochi mesi di distanza, è stata la volta di Mario Draghi che nel suo rapporto sul futuro della competitività europea ha parlato della necessità di mettere sul piatto 800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi per dare una scossa a Bruxelles. Ma anche se lo dice l’uomo del «Whatever it takes» il problema resta sempre lo stesso: dove si trovano tutti questi quattrini? «In gran parte dai risparmi privati», aveva risposto senza esitazione l’ex numero uno della Bce. «Noi risparmiamo moltissimo, più degli Stati Uniti», evidenziava rammaricato per il cattivo impiego di queste risorse. Insomma che tutte le strade per una rinascita dell’Unione partissero dalle tasche dei suoi cittadini era ben chiaro, ma pochi avevano evidenziato il rischio, anche perché era decisamente più semplice dedicarsi ai peana.
Ora, per quanto Letta e Draghi, al di là del merito, abbiano conservato il loro standing a Bruxelles, al momento non hanno alcun incarico di peso. E quindi i loro cronoprogrammi lasciano il tempo che trovano. Il problema è che negli ultimi tempi abbiamo assistito a un escalation di mezzi annunci e proclami abbozzati da parte dei rappresentanti di Palazzo Berlaymont che è culminata con l’intervista a Repubblica, della seconda carica più importante dell’Ue, la vicepresidente spagnola della Commissione, Teresa Ribera. Miss Green deal, una sorta di «innaturale» appendice dell’olandese Frans Timmermans, prima ha tessuto le lodi di Letta e Draghi, «vorrei ringraziare due grandi italiani», e poi ci ha spiegato che per competere bisogna incrementare il mercato unico a partire dai capitali, per arrivare alle telecomunicazioni e finire nell’energia. «Certo servono investimenti», evidenzia la Ribera. «Ma dove si trovano i soldi?», la incalza l’intervistatore. E lei serafica: «La discussione è in corso, in particolare su come possiamo utilizzare i risparmi. La transizione deve essere conveniente anche in termini finanziari».
Chiaro il senso no? Nessuna marcia indietro sul Green deal, ci mancherebbe altro, anzi bisogna accelerare e per accelerare nella strada che sta distruggendo l’industria europea dell’automotive e che di recente ha paralizzato per un giorno la Spagna dello stesso commissario, l’Europa sta studiando il modo di «usare» i risparmi dei suoi cittadini. Che poi la Ribera ha il tarlo della transizione, ma siamo sicuri che Ursula Von der Leyen farebbe esattamente lo stesso discorso spostando il mirino sulla necessità di riarmare il Vecchio continente.
Cambia il target ma non il mezzo per centrarlo: il tesoretto nascosto nei forzieri dei cittadini privati. Del resto, come a suo tempo evidenziato anche da Letta, parliamo di 33.000 miliardi di euro di risparmi privati, prevalentemente detenuti in valuta e depositi (di questi poco più di 5.500 fanno capo ai risparmiatori italiani). «Ricchezza», è questo il cruccio di chi ci guida da Bruxelles, «che non viene sfruttata appieno per soddisfare le esigenze strategiche dell’Unione». «Ricchezza», evidenziava per esempio ancora Letta nel plauso collettivo, «che oggi viene dirottata all’estero, con 300 miliardi che ogni anno le famiglie del Vecchio Continente spostano fuori dai confini, principalmente verso l’economia americana».
Insomma, l’Europa usa le solite armi, l’emergenza e il dirigismo. Da una parte ci chiede di fare in fretta perché stiamo perdendo competitività e quindi ricchezza e posti di lavoro e dall’altro ci obbliga a seguire la sua strada, quella del mercato unico, del Green deal e del riarmo. Si tratta solo di individuare gli strumenti giusti, «La discussione è in corso», ci ha spiegato la Ribera, ma la trama del film suona tanto di già visto, di un sequel scontato di una pellicola assai scadente.
Leone disarma l’Ue: l’elmetto ci rende poveri
Si delinea con sempre maggior chiarezza il ruolo geopolitico di Leone XIV. Ieri, il Papa ha ricevuto in udienza la presidenza della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece). E, nell’occasione, si è parlato anche di crisi ucraina e riarmo. «Il Papa ha interagito con una certa immediatezza, mostrando grande preoccupazione per il fatto che il riarmo possa avere ricadute in termini di riduzione degli impegni sociali per le fasce più deboli della società e di spostamento dei capitali verso le armi», ha raccontato all’Agensir il presidente della Comece, monsignor Mariano Crociata.
Venendo alla questione ucraina, durante l’udienza è stata auspicata una «pace giusta e duratura». «Non siamo entrati nei dettagli sulla possibile mediazione della Santa Sede. Ci siamo però fermati a sottolineare l’importanza di lavorare per una pace giusta, trovando il giusto equilibrio tra pace e giustizia», ha sottolineato il vicepresidente della Comece, Antoine Hérouard. «C’è poi», ha proseguito, «il tema delle conseguenze economiche e sociali di questa situazione. Se i Paesi europei dovessero dare più fondi per rinforzare l’armamento, questo non si dovrebbe fare in contrasto con l’aiuto alle persone più deboli, sia all’interno dell’Unione sia a livello internazionale in relazione all’aiuto dei Paesi più poveri». Il vescovo lituano, Rimantas Norvila, ha poi commentato le parole del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, secondo cui sarebbe «irrealistico» un incontro tra delegazioni di Mosca e Kiev in Vaticano. «Quando ogni giorno muoiono soldati e muoiono civili, e anche i soldati sono delle due parti, allora ciascuno sforzo, ciascun aiuto per il dialogo è importante», ha affermato, per poi aggiungere: «Dialogo, speranza di avere la pace e speranza di fermare la morte di tantissimi innocenti, questo è lo scopo di tutti noi, dell’Europa e del mondo».
L’udienza si è poi concentrata anche su altri problemi. I vescovi hanno auspicato una difesa della libertà religiosa e di educazione. Hanno altresì espresso preoccupazione riguardo al fenomeno della cancellazione dei battezzati dai registri delle chiese. Si è inoltre affrontata la questione dell’intelligenza artificiale. Un altro tema al centro del confronto è stato quello migratorio. Su questo fronte, il tono generale che è emerso dai racconti dei vescovi risulta fortemente aperturista. Parlando con Vatican News, Crociata ha fatto riferimento a «preoccupazioni che noi qualifichiamo come populiste, che alimentano paure a volte spropositate e esagerate nei confronti del fenomeno migranti». Tuttavia, dall’altra parte, ha anche aggiunto, riferendosi ai migranti stessi, che si «deve trovare un punto di equilibrio e soprattutto un atteggiamento costruttivo, rispettoso che permetta a queste persone in qualche modo di essere trattate da esseri umani, sia che vengano accolte, sia che vengano aiutate a trovare altre sistemazioni, ma trattate da esseri umani». Il riferimento alle «altre sistemazioni» lascia intendere che l’accoglienza debba tener conto anche delle oggettive possibilità dei Paesi che accolgono.
Tornando alla crisi ucraina e al riarmo, Leone, fin dall’inizio del suo pontificato, ha invocato pace e disarmo. La posizione che ha espresso ieri durante l’udienza con la Comece si inserisce quindi all’interno di questa cornice più ampia. Non dimentichiamo d’altronde che, dopo la sua telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump ha auspicato che le trattative russo-ucraine si tengano in Vaticano. Leone, dal canto suo, si è detto disponibile a questa possibilità nel suo recente colloquio telefonico con Giorgia Meloni. Non solo. Il Papa aveva parlato di crisi ucraina anche durante il faccia a faccia che aveva avuto lunedì con JD Vance e Marco Rubio. Insomma, magari non sarà un vero e proprio coordinamento. Tuttavia è possibile parlare di una rilevante sinergia, dal punto di vista diplomatico, tra la Santa Sede, Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
Certo, resta al momento l’incognita del Cremlino. Come detto, ieri Lavrov è sembrato chiudere a eventuali negoziati in Vaticano. Ora, che un pezzo consistente dell’establishment politico-militare russo punti a massimizzare il vantaggio sul campo di battaglia, non è un mistero. Così come è chiaro che, dall’altra parte, Leone, Trump e la Meloni vedono in eventuali incontri ospitati dalla Santa Sede il coronamento (o comunque l’avanzamento) del processo diplomatico, non il suo avvio. Questo per dire che l’idea, probabilmente, non è quella di discutere delle questioni preliminari e tecniche in Vaticano. Ebbene, ieri sono stati scambiati oltre 390 prigionieri tra Kiev e Mosca: siamo all’inizio di un processo? Oppure no? Ovviamente non possiamo saperlo. Il quadro complessivo resta incerto, è vero. Ma il Cremlino non può neanche permettersi di tirare troppo la corda. Dopo la caduta di Bashar al Assad, ha dei problemi seri in Medio Oriente. E il recente annuncio dello stop alle sanzioni americane al regime filoturco di Damasco è una forma di pressione che Trump sta usando per spingere Mosca ad ammorbidirsi sul dossier ucraino. In questa cornice, non è da escludere che Leone abbia ancora un ruolo da giocare in questa complicata partita. Un ruolo che, chissà, potrebbe a un certo punto rivelarsi anche decisivo.
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La vicepresidente Ribera ammette che stanno studiando i mezzi «per poterli utilizzare». Lei li vuole per il Green deal, Ursula per il riarmo. Contro il quale tuona papa Leone XIV, che ribadisce l’offerta del Vaticano come sede negoziale. Lavrov frena.Il Papa ha mostrato grande preoccupazione ai vescovi dell’Unione: teme che la corsa all’acquisto di mezzi per la difesa riduca l’impegno per i più deboli. Poi ha invocato la ricerca di un punto di equilibrio sui migranti anche individuando «altre sistemazioni».Lo speciale contiene due articoli.Quanto fanno gola i risparmi dei cittadini Ue ai politici che muovono le leve dei comandi a Bruxelles? «Tantissimo». La risposta che oggi può apparire scontata, e tra poco vedremo perché, La Verità l’aveva data con largo anticipo ogni qualvolta uno dei sedicenti grandi pensatori della nuova Europa presentava la sua agenda per far ripartire l’Unione dall’incaglio nel quale si è da tempo infilata. C’è stato Enrico Letta che circa un anno fa ha presentato ai leader Ue una relazione dettagliata mettendo al centro l’unione dei risparmi e degli investimenti: solo così, sottolineava l’ex presidente del Consiglio italiano, il Vecchio continente sarà in grado di competere sulla scena globale con Stati Uniti e Cina. Come? Magari con un fondo europeo a lungo termine con attraenti incentivi fiscali nazionali: sarebbe perfetto per veicolare gli investimenti dei cittadini europei verso l’economia reale, sottolineava con aria professorale il leader dem spinto fuori dalle porte di Palazzo Chigi da Matteo Renzi. Oppure attraendo i capitali dai fondi pensione e dalle compagnie assicurative per finanziare le infrastrutture verdi con lo strumento del partenariato pubblico-privato. Tante «belle» idee, tutte da realizzare con i soldi nostri. Poi, a pochi mesi di distanza, è stata la volta di Mario Draghi che nel suo rapporto sul futuro della competitività europea ha parlato della necessità di mettere sul piatto 800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi per dare una scossa a Bruxelles. Ma anche se lo dice l’uomo del «Whatever it takes» il problema resta sempre lo stesso: dove si trovano tutti questi quattrini? «In gran parte dai risparmi privati», aveva risposto senza esitazione l’ex numero uno della Bce. «Noi risparmiamo moltissimo, più degli Stati Uniti», evidenziava rammaricato per il cattivo impiego di queste risorse. Insomma che tutte le strade per una rinascita dell’Unione partissero dalle tasche dei suoi cittadini era ben chiaro, ma pochi avevano evidenziato il rischio, anche perché era decisamente più semplice dedicarsi ai peana. Ora, per quanto Letta e Draghi, al di là del merito, abbiano conservato il loro standing a Bruxelles, al momento non hanno alcun incarico di peso. E quindi i loro cronoprogrammi lasciano il tempo che trovano. Il problema è che negli ultimi tempi abbiamo assistito a un escalation di mezzi annunci e proclami abbozzati da parte dei rappresentanti di Palazzo Berlaymont che è culminata con l’intervista a Repubblica, della seconda carica più importante dell’Ue, la vicepresidente spagnola della Commissione, Teresa Ribera. Miss Green deal, una sorta di «innaturale» appendice dell’olandese Frans Timmermans, prima ha tessuto le lodi di Letta e Draghi, «vorrei ringraziare due grandi italiani», e poi ci ha spiegato che per competere bisogna incrementare il mercato unico a partire dai capitali, per arrivare alle telecomunicazioni e finire nell’energia. «Certo servono investimenti», evidenzia la Ribera. «Ma dove si trovano i soldi?», la incalza l’intervistatore. E lei serafica: «La discussione è in corso, in particolare su come possiamo utilizzare i risparmi. La transizione deve essere conveniente anche in termini finanziari». Chiaro il senso no? Nessuna marcia indietro sul Green deal, ci mancherebbe altro, anzi bisogna accelerare e per accelerare nella strada che sta distruggendo l’industria europea dell’automotive e che di recente ha paralizzato per un giorno la Spagna dello stesso commissario, l’Europa sta studiando il modo di «usare» i risparmi dei suoi cittadini. Che poi la Ribera ha il tarlo della transizione, ma siamo sicuri che Ursula Von der Leyen farebbe esattamente lo stesso discorso spostando il mirino sulla necessità di riarmare il Vecchio continente. Cambia il target ma non il mezzo per centrarlo: il tesoretto nascosto nei forzieri dei cittadini privati. Del resto, come a suo tempo evidenziato anche da Letta, parliamo di 33.000 miliardi di euro di risparmi privati, prevalentemente detenuti in valuta e depositi (di questi poco più di 5.500 fanno capo ai risparmiatori italiani). «Ricchezza», è questo il cruccio di chi ci guida da Bruxelles, «che non viene sfruttata appieno per soddisfare le esigenze strategiche dell’Unione». «Ricchezza», evidenziava per esempio ancora Letta nel plauso collettivo, «che oggi viene dirottata all’estero, con 300 miliardi che ogni anno le famiglie del Vecchio Continente spostano fuori dai confini, principalmente verso l’economia americana». Insomma, l’Europa usa le solite armi, l’emergenza e il dirigismo. Da una parte ci chiede di fare in fretta perché stiamo perdendo competitività e quindi ricchezza e posti di lavoro e dall’altro ci obbliga a seguire la sua strada, quella del mercato unico, del Green deal e del riarmo. Si tratta solo di individuare gli strumenti giusti, «La discussione è in corso», ci ha spiegato la Ribera, ma la trama del film suona tanto di già visto, di un sequel scontato di una pellicola assai scadente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-risparmi-riarmo-2672195121.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leone-disarma-lue-lelmetto-ci-rende-poveri" data-post-id="2672195121" data-published-at="1748038312" data-use-pagination="False"> Leone disarma l’Ue: l’elmetto ci rende poveri Si delinea con sempre maggior chiarezza il ruolo geopolitico di Leone XIV. Ieri, il Papa ha ricevuto in udienza la presidenza della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece). E, nell’occasione, si è parlato anche di crisi ucraina e riarmo. «Il Papa ha interagito con una certa immediatezza, mostrando grande preoccupazione per il fatto che il riarmo possa avere ricadute in termini di riduzione degli impegni sociali per le fasce più deboli della società e di spostamento dei capitali verso le armi», ha raccontato all’Agensir il presidente della Comece, monsignor Mariano Crociata. Venendo alla questione ucraina, durante l’udienza è stata auspicata una «pace giusta e duratura». «Non siamo entrati nei dettagli sulla possibile mediazione della Santa Sede. Ci siamo però fermati a sottolineare l’importanza di lavorare per una pace giusta, trovando il giusto equilibrio tra pace e giustizia», ha sottolineato il vicepresidente della Comece, Antoine Hérouard. «C’è poi», ha proseguito, «il tema delle conseguenze economiche e sociali di questa situazione. Se i Paesi europei dovessero dare più fondi per rinforzare l’armamento, questo non si dovrebbe fare in contrasto con l’aiuto alle persone più deboli, sia all’interno dell’Unione sia a livello internazionale in relazione all’aiuto dei Paesi più poveri». Il vescovo lituano, Rimantas Norvila, ha poi commentato le parole del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, secondo cui sarebbe «irrealistico» un incontro tra delegazioni di Mosca e Kiev in Vaticano. «Quando ogni giorno muoiono soldati e muoiono civili, e anche i soldati sono delle due parti, allora ciascuno sforzo, ciascun aiuto per il dialogo è importante», ha affermato, per poi aggiungere: «Dialogo, speranza di avere la pace e speranza di fermare la morte di tantissimi innocenti, questo è lo scopo di tutti noi, dell’Europa e del mondo». L’udienza si è poi concentrata anche su altri problemi. I vescovi hanno auspicato una difesa della libertà religiosa e di educazione. Hanno altresì espresso preoccupazione riguardo al fenomeno della cancellazione dei battezzati dai registri delle chiese. Si è inoltre affrontata la questione dell’intelligenza artificiale. Un altro tema al centro del confronto è stato quello migratorio. Su questo fronte, il tono generale che è emerso dai racconti dei vescovi risulta fortemente aperturista. Parlando con Vatican News, Crociata ha fatto riferimento a «preoccupazioni che noi qualifichiamo come populiste, che alimentano paure a volte spropositate e esagerate nei confronti del fenomeno migranti». Tuttavia, dall’altra parte, ha anche aggiunto, riferendosi ai migranti stessi, che si «deve trovare un punto di equilibrio e soprattutto un atteggiamento costruttivo, rispettoso che permetta a queste persone in qualche modo di essere trattate da esseri umani, sia che vengano accolte, sia che vengano aiutate a trovare altre sistemazioni, ma trattate da esseri umani». Il riferimento alle «altre sistemazioni» lascia intendere che l’accoglienza debba tener conto anche delle oggettive possibilità dei Paesi che accolgono. Tornando alla crisi ucraina e al riarmo, Leone, fin dall’inizio del suo pontificato, ha invocato pace e disarmo. La posizione che ha espresso ieri durante l’udienza con la Comece si inserisce quindi all’interno di questa cornice più ampia. Non dimentichiamo d’altronde che, dopo la sua telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump ha auspicato che le trattative russo-ucraine si tengano in Vaticano. Leone, dal canto suo, si è detto disponibile a questa possibilità nel suo recente colloquio telefonico con Giorgia Meloni. Non solo. Il Papa aveva parlato di crisi ucraina anche durante il faccia a faccia che aveva avuto lunedì con JD Vance e Marco Rubio. Insomma, magari non sarà un vero e proprio coordinamento. Tuttavia è possibile parlare di una rilevante sinergia, dal punto di vista diplomatico, tra la Santa Sede, Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Certo, resta al momento l’incognita del Cremlino. Come detto, ieri Lavrov è sembrato chiudere a eventuali negoziati in Vaticano. Ora, che un pezzo consistente dell’establishment politico-militare russo punti a massimizzare il vantaggio sul campo di battaglia, non è un mistero. Così come è chiaro che, dall’altra parte, Leone, Trump e la Meloni vedono in eventuali incontri ospitati dalla Santa Sede il coronamento (o comunque l’avanzamento) del processo diplomatico, non il suo avvio. Questo per dire che l’idea, probabilmente, non è quella di discutere delle questioni preliminari e tecniche in Vaticano. Ebbene, ieri sono stati scambiati oltre 390 prigionieri tra Kiev e Mosca: siamo all’inizio di un processo? Oppure no? Ovviamente non possiamo saperlo. Il quadro complessivo resta incerto, è vero. Ma il Cremlino non può neanche permettersi di tirare troppo la corda. Dopo la caduta di Bashar al Assad, ha dei problemi seri in Medio Oriente. E il recente annuncio dello stop alle sanzioni americane al regime filoturco di Damasco è una forma di pressione che Trump sta usando per spingere Mosca ad ammorbidirsi sul dossier ucraino. In questa cornice, non è da escludere che Leone abbia ancora un ruolo da giocare in questa complicata partita. Un ruolo che, chissà, potrebbe a un certo punto rivelarsi anche decisivo.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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