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2025-05-24
Occhio ai risparmi: la Ue ci prova
Teresa Ribera (Ansa)
Quanto fanno gola i risparmi dei cittadini Ue ai politici che muovono le leve dei comandi a Bruxelles? «Tantissimo». La risposta che oggi può apparire scontata, e tra poco vedremo perché, La Verità l’aveva data con largo anticipo ogni qualvolta uno dei sedicenti grandi pensatori della nuova Europa presentava la sua agenda per far ripartire l’Unione dall’incaglio nel quale si è da tempo infilata. C’è stato Enrico Letta che circa un anno fa ha presentato ai leader Ue una relazione dettagliata mettendo al centro l’unione dei risparmi e degli investimenti: solo così, sottolineava l’ex presidente del Consiglio italiano, il Vecchio continente sarà in grado di competere sulla scena globale con Stati Uniti e Cina. Come? Magari con un fondo europeo a lungo termine con attraenti incentivi fiscali nazionali: sarebbe perfetto per veicolare gli investimenti dei cittadini europei verso l’economia reale, sottolineava con aria professorale il leader dem spinto fuori dalle porte di Palazzo Chigi da Matteo Renzi. Oppure attraendo i capitali dai fondi pensione e dalle compagnie assicurative per finanziare le infrastrutture verdi con lo strumento del partenariato pubblico-privato. Tante «belle» idee, tutte da realizzare con i soldi nostri.
Poi, a pochi mesi di distanza, è stata la volta di Mario Draghi che nel suo rapporto sul futuro della competitività europea ha parlato della necessità di mettere sul piatto 800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi per dare una scossa a Bruxelles. Ma anche se lo dice l’uomo del «Whatever it takes» il problema resta sempre lo stesso: dove si trovano tutti questi quattrini? «In gran parte dai risparmi privati», aveva risposto senza esitazione l’ex numero uno della Bce. «Noi risparmiamo moltissimo, più degli Stati Uniti», evidenziava rammaricato per il cattivo impiego di queste risorse. Insomma che tutte le strade per una rinascita dell’Unione partissero dalle tasche dei suoi cittadini era ben chiaro, ma pochi avevano evidenziato il rischio, anche perché era decisamente più semplice dedicarsi ai peana.
Ora, per quanto Letta e Draghi, al di là del merito, abbiano conservato il loro standing a Bruxelles, al momento non hanno alcun incarico di peso. E quindi i loro cronoprogrammi lasciano il tempo che trovano. Il problema è che negli ultimi tempi abbiamo assistito a un escalation di mezzi annunci e proclami abbozzati da parte dei rappresentanti di Palazzo Berlaymont che è culminata con l’intervista a Repubblica, della seconda carica più importante dell’Ue, la vicepresidente spagnola della Commissione, Teresa Ribera. Miss Green deal, una sorta di «innaturale» appendice dell’olandese Frans Timmermans, prima ha tessuto le lodi di Letta e Draghi, «vorrei ringraziare due grandi italiani», e poi ci ha spiegato che per competere bisogna incrementare il mercato unico a partire dai capitali, per arrivare alle telecomunicazioni e finire nell’energia. «Certo servono investimenti», evidenzia la Ribera. «Ma dove si trovano i soldi?», la incalza l’intervistatore. E lei serafica: «La discussione è in corso, in particolare su come possiamo utilizzare i risparmi. La transizione deve essere conveniente anche in termini finanziari».
Chiaro il senso no? Nessuna marcia indietro sul Green deal, ci mancherebbe altro, anzi bisogna accelerare e per accelerare nella strada che sta distruggendo l’industria europea dell’automotive e che di recente ha paralizzato per un giorno la Spagna dello stesso commissario, l’Europa sta studiando il modo di «usare» i risparmi dei suoi cittadini. Che poi la Ribera ha il tarlo della transizione, ma siamo sicuri che Ursula Von der Leyen farebbe esattamente lo stesso discorso spostando il mirino sulla necessità di riarmare il Vecchio continente.
Cambia il target ma non il mezzo per centrarlo: il tesoretto nascosto nei forzieri dei cittadini privati. Del resto, come a suo tempo evidenziato anche da Letta, parliamo di 33.000 miliardi di euro di risparmi privati, prevalentemente detenuti in valuta e depositi (di questi poco più di 5.500 fanno capo ai risparmiatori italiani). «Ricchezza», è questo il cruccio di chi ci guida da Bruxelles, «che non viene sfruttata appieno per soddisfare le esigenze strategiche dell’Unione». «Ricchezza», evidenziava per esempio ancora Letta nel plauso collettivo, «che oggi viene dirottata all’estero, con 300 miliardi che ogni anno le famiglie del Vecchio Continente spostano fuori dai confini, principalmente verso l’economia americana».
Insomma, l’Europa usa le solite armi, l’emergenza e il dirigismo. Da una parte ci chiede di fare in fretta perché stiamo perdendo competitività e quindi ricchezza e posti di lavoro e dall’altro ci obbliga a seguire la sua strada, quella del mercato unico, del Green deal e del riarmo. Si tratta solo di individuare gli strumenti giusti, «La discussione è in corso», ci ha spiegato la Ribera, ma la trama del film suona tanto di già visto, di un sequel scontato di una pellicola assai scadente.
Leone disarma l’Ue: l’elmetto ci rende poveri
Si delinea con sempre maggior chiarezza il ruolo geopolitico di Leone XIV. Ieri, il Papa ha ricevuto in udienza la presidenza della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece). E, nell’occasione, si è parlato anche di crisi ucraina e riarmo. «Il Papa ha interagito con una certa immediatezza, mostrando grande preoccupazione per il fatto che il riarmo possa avere ricadute in termini di riduzione degli impegni sociali per le fasce più deboli della società e di spostamento dei capitali verso le armi», ha raccontato all’Agensir il presidente della Comece, monsignor Mariano Crociata.
Venendo alla questione ucraina, durante l’udienza è stata auspicata una «pace giusta e duratura». «Non siamo entrati nei dettagli sulla possibile mediazione della Santa Sede. Ci siamo però fermati a sottolineare l’importanza di lavorare per una pace giusta, trovando il giusto equilibrio tra pace e giustizia», ha sottolineato il vicepresidente della Comece, Antoine Hérouard. «C’è poi», ha proseguito, «il tema delle conseguenze economiche e sociali di questa situazione. Se i Paesi europei dovessero dare più fondi per rinforzare l’armamento, questo non si dovrebbe fare in contrasto con l’aiuto alle persone più deboli, sia all’interno dell’Unione sia a livello internazionale in relazione all’aiuto dei Paesi più poveri». Il vescovo lituano, Rimantas Norvila, ha poi commentato le parole del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, secondo cui sarebbe «irrealistico» un incontro tra delegazioni di Mosca e Kiev in Vaticano. «Quando ogni giorno muoiono soldati e muoiono civili, e anche i soldati sono delle due parti, allora ciascuno sforzo, ciascun aiuto per il dialogo è importante», ha affermato, per poi aggiungere: «Dialogo, speranza di avere la pace e speranza di fermare la morte di tantissimi innocenti, questo è lo scopo di tutti noi, dell’Europa e del mondo».
L’udienza si è poi concentrata anche su altri problemi. I vescovi hanno auspicato una difesa della libertà religiosa e di educazione. Hanno altresì espresso preoccupazione riguardo al fenomeno della cancellazione dei battezzati dai registri delle chiese. Si è inoltre affrontata la questione dell’intelligenza artificiale. Un altro tema al centro del confronto è stato quello migratorio. Su questo fronte, il tono generale che è emerso dai racconti dei vescovi risulta fortemente aperturista. Parlando con Vatican News, Crociata ha fatto riferimento a «preoccupazioni che noi qualifichiamo come populiste, che alimentano paure a volte spropositate e esagerate nei confronti del fenomeno migranti». Tuttavia, dall’altra parte, ha anche aggiunto, riferendosi ai migranti stessi, che si «deve trovare un punto di equilibrio e soprattutto un atteggiamento costruttivo, rispettoso che permetta a queste persone in qualche modo di essere trattate da esseri umani, sia che vengano accolte, sia che vengano aiutate a trovare altre sistemazioni, ma trattate da esseri umani». Il riferimento alle «altre sistemazioni» lascia intendere che l’accoglienza debba tener conto anche delle oggettive possibilità dei Paesi che accolgono.
Tornando alla crisi ucraina e al riarmo, Leone, fin dall’inizio del suo pontificato, ha invocato pace e disarmo. La posizione che ha espresso ieri durante l’udienza con la Comece si inserisce quindi all’interno di questa cornice più ampia. Non dimentichiamo d’altronde che, dopo la sua telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump ha auspicato che le trattative russo-ucraine si tengano in Vaticano. Leone, dal canto suo, si è detto disponibile a questa possibilità nel suo recente colloquio telefonico con Giorgia Meloni. Non solo. Il Papa aveva parlato di crisi ucraina anche durante il faccia a faccia che aveva avuto lunedì con JD Vance e Marco Rubio. Insomma, magari non sarà un vero e proprio coordinamento. Tuttavia è possibile parlare di una rilevante sinergia, dal punto di vista diplomatico, tra la Santa Sede, Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
Certo, resta al momento l’incognita del Cremlino. Come detto, ieri Lavrov è sembrato chiudere a eventuali negoziati in Vaticano. Ora, che un pezzo consistente dell’establishment politico-militare russo punti a massimizzare il vantaggio sul campo di battaglia, non è un mistero. Così come è chiaro che, dall’altra parte, Leone, Trump e la Meloni vedono in eventuali incontri ospitati dalla Santa Sede il coronamento (o comunque l’avanzamento) del processo diplomatico, non il suo avvio. Questo per dire che l’idea, probabilmente, non è quella di discutere delle questioni preliminari e tecniche in Vaticano. Ebbene, ieri sono stati scambiati oltre 390 prigionieri tra Kiev e Mosca: siamo all’inizio di un processo? Oppure no? Ovviamente non possiamo saperlo. Il quadro complessivo resta incerto, è vero. Ma il Cremlino non può neanche permettersi di tirare troppo la corda. Dopo la caduta di Bashar al Assad, ha dei problemi seri in Medio Oriente. E il recente annuncio dello stop alle sanzioni americane al regime filoturco di Damasco è una forma di pressione che Trump sta usando per spingere Mosca ad ammorbidirsi sul dossier ucraino. In questa cornice, non è da escludere che Leone abbia ancora un ruolo da giocare in questa complicata partita. Un ruolo che, chissà, potrebbe a un certo punto rivelarsi anche decisivo.
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La vicepresidente Ribera ammette che stanno studiando i mezzi «per poterli utilizzare». Lei li vuole per il Green deal, Ursula per il riarmo. Contro il quale tuona papa Leone XIV, che ribadisce l’offerta del Vaticano come sede negoziale. Lavrov frena.Il Papa ha mostrato grande preoccupazione ai vescovi dell’Unione: teme che la corsa all’acquisto di mezzi per la difesa riduca l’impegno per i più deboli. Poi ha invocato la ricerca di un punto di equilibrio sui migranti anche individuando «altre sistemazioni».Lo speciale contiene due articoli.Quanto fanno gola i risparmi dei cittadini Ue ai politici che muovono le leve dei comandi a Bruxelles? «Tantissimo». La risposta che oggi può apparire scontata, e tra poco vedremo perché, La Verità l’aveva data con largo anticipo ogni qualvolta uno dei sedicenti grandi pensatori della nuova Europa presentava la sua agenda per far ripartire l’Unione dall’incaglio nel quale si è da tempo infilata. C’è stato Enrico Letta che circa un anno fa ha presentato ai leader Ue una relazione dettagliata mettendo al centro l’unione dei risparmi e degli investimenti: solo così, sottolineava l’ex presidente del Consiglio italiano, il Vecchio continente sarà in grado di competere sulla scena globale con Stati Uniti e Cina. Come? Magari con un fondo europeo a lungo termine con attraenti incentivi fiscali nazionali: sarebbe perfetto per veicolare gli investimenti dei cittadini europei verso l’economia reale, sottolineava con aria professorale il leader dem spinto fuori dalle porte di Palazzo Chigi da Matteo Renzi. Oppure attraendo i capitali dai fondi pensione e dalle compagnie assicurative per finanziare le infrastrutture verdi con lo strumento del partenariato pubblico-privato. Tante «belle» idee, tutte da realizzare con i soldi nostri. Poi, a pochi mesi di distanza, è stata la volta di Mario Draghi che nel suo rapporto sul futuro della competitività europea ha parlato della necessità di mettere sul piatto 800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi per dare una scossa a Bruxelles. Ma anche se lo dice l’uomo del «Whatever it takes» il problema resta sempre lo stesso: dove si trovano tutti questi quattrini? «In gran parte dai risparmi privati», aveva risposto senza esitazione l’ex numero uno della Bce. «Noi risparmiamo moltissimo, più degli Stati Uniti», evidenziava rammaricato per il cattivo impiego di queste risorse. Insomma che tutte le strade per una rinascita dell’Unione partissero dalle tasche dei suoi cittadini era ben chiaro, ma pochi avevano evidenziato il rischio, anche perché era decisamente più semplice dedicarsi ai peana. Ora, per quanto Letta e Draghi, al di là del merito, abbiano conservato il loro standing a Bruxelles, al momento non hanno alcun incarico di peso. E quindi i loro cronoprogrammi lasciano il tempo che trovano. Il problema è che negli ultimi tempi abbiamo assistito a un escalation di mezzi annunci e proclami abbozzati da parte dei rappresentanti di Palazzo Berlaymont che è culminata con l’intervista a Repubblica, della seconda carica più importante dell’Ue, la vicepresidente spagnola della Commissione, Teresa Ribera. Miss Green deal, una sorta di «innaturale» appendice dell’olandese Frans Timmermans, prima ha tessuto le lodi di Letta e Draghi, «vorrei ringraziare due grandi italiani», e poi ci ha spiegato che per competere bisogna incrementare il mercato unico a partire dai capitali, per arrivare alle telecomunicazioni e finire nell’energia. «Certo servono investimenti», evidenzia la Ribera. «Ma dove si trovano i soldi?», la incalza l’intervistatore. E lei serafica: «La discussione è in corso, in particolare su come possiamo utilizzare i risparmi. La transizione deve essere conveniente anche in termini finanziari». Chiaro il senso no? Nessuna marcia indietro sul Green deal, ci mancherebbe altro, anzi bisogna accelerare e per accelerare nella strada che sta distruggendo l’industria europea dell’automotive e che di recente ha paralizzato per un giorno la Spagna dello stesso commissario, l’Europa sta studiando il modo di «usare» i risparmi dei suoi cittadini. Che poi la Ribera ha il tarlo della transizione, ma siamo sicuri che Ursula Von der Leyen farebbe esattamente lo stesso discorso spostando il mirino sulla necessità di riarmare il Vecchio continente. Cambia il target ma non il mezzo per centrarlo: il tesoretto nascosto nei forzieri dei cittadini privati. Del resto, come a suo tempo evidenziato anche da Letta, parliamo di 33.000 miliardi di euro di risparmi privati, prevalentemente detenuti in valuta e depositi (di questi poco più di 5.500 fanno capo ai risparmiatori italiani). «Ricchezza», è questo il cruccio di chi ci guida da Bruxelles, «che non viene sfruttata appieno per soddisfare le esigenze strategiche dell’Unione». «Ricchezza», evidenziava per esempio ancora Letta nel plauso collettivo, «che oggi viene dirottata all’estero, con 300 miliardi che ogni anno le famiglie del Vecchio Continente spostano fuori dai confini, principalmente verso l’economia americana». Insomma, l’Europa usa le solite armi, l’emergenza e il dirigismo. Da una parte ci chiede di fare in fretta perché stiamo perdendo competitività e quindi ricchezza e posti di lavoro e dall’altro ci obbliga a seguire la sua strada, quella del mercato unico, del Green deal e del riarmo. Si tratta solo di individuare gli strumenti giusti, «La discussione è in corso», ci ha spiegato la Ribera, ma la trama del film suona tanto di già visto, di un sequel scontato di una pellicola assai scadente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-risparmi-riarmo-2672195121.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leone-disarma-lue-lelmetto-ci-rende-poveri" data-post-id="2672195121" data-published-at="1748038312" data-use-pagination="False"> Leone disarma l’Ue: l’elmetto ci rende poveri Si delinea con sempre maggior chiarezza il ruolo geopolitico di Leone XIV. Ieri, il Papa ha ricevuto in udienza la presidenza della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece). E, nell’occasione, si è parlato anche di crisi ucraina e riarmo. «Il Papa ha interagito con una certa immediatezza, mostrando grande preoccupazione per il fatto che il riarmo possa avere ricadute in termini di riduzione degli impegni sociali per le fasce più deboli della società e di spostamento dei capitali verso le armi», ha raccontato all’Agensir il presidente della Comece, monsignor Mariano Crociata. Venendo alla questione ucraina, durante l’udienza è stata auspicata una «pace giusta e duratura». «Non siamo entrati nei dettagli sulla possibile mediazione della Santa Sede. Ci siamo però fermati a sottolineare l’importanza di lavorare per una pace giusta, trovando il giusto equilibrio tra pace e giustizia», ha sottolineato il vicepresidente della Comece, Antoine Hérouard. «C’è poi», ha proseguito, «il tema delle conseguenze economiche e sociali di questa situazione. Se i Paesi europei dovessero dare più fondi per rinforzare l’armamento, questo non si dovrebbe fare in contrasto con l’aiuto alle persone più deboli, sia all’interno dell’Unione sia a livello internazionale in relazione all’aiuto dei Paesi più poveri». Il vescovo lituano, Rimantas Norvila, ha poi commentato le parole del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, secondo cui sarebbe «irrealistico» un incontro tra delegazioni di Mosca e Kiev in Vaticano. «Quando ogni giorno muoiono soldati e muoiono civili, e anche i soldati sono delle due parti, allora ciascuno sforzo, ciascun aiuto per il dialogo è importante», ha affermato, per poi aggiungere: «Dialogo, speranza di avere la pace e speranza di fermare la morte di tantissimi innocenti, questo è lo scopo di tutti noi, dell’Europa e del mondo». L’udienza si è poi concentrata anche su altri problemi. I vescovi hanno auspicato una difesa della libertà religiosa e di educazione. Hanno altresì espresso preoccupazione riguardo al fenomeno della cancellazione dei battezzati dai registri delle chiese. Si è inoltre affrontata la questione dell’intelligenza artificiale. Un altro tema al centro del confronto è stato quello migratorio. Su questo fronte, il tono generale che è emerso dai racconti dei vescovi risulta fortemente aperturista. Parlando con Vatican News, Crociata ha fatto riferimento a «preoccupazioni che noi qualifichiamo come populiste, che alimentano paure a volte spropositate e esagerate nei confronti del fenomeno migranti». Tuttavia, dall’altra parte, ha anche aggiunto, riferendosi ai migranti stessi, che si «deve trovare un punto di equilibrio e soprattutto un atteggiamento costruttivo, rispettoso che permetta a queste persone in qualche modo di essere trattate da esseri umani, sia che vengano accolte, sia che vengano aiutate a trovare altre sistemazioni, ma trattate da esseri umani». Il riferimento alle «altre sistemazioni» lascia intendere che l’accoglienza debba tener conto anche delle oggettive possibilità dei Paesi che accolgono. Tornando alla crisi ucraina e al riarmo, Leone, fin dall’inizio del suo pontificato, ha invocato pace e disarmo. La posizione che ha espresso ieri durante l’udienza con la Comece si inserisce quindi all’interno di questa cornice più ampia. Non dimentichiamo d’altronde che, dopo la sua telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump ha auspicato che le trattative russo-ucraine si tengano in Vaticano. Leone, dal canto suo, si è detto disponibile a questa possibilità nel suo recente colloquio telefonico con Giorgia Meloni. Non solo. Il Papa aveva parlato di crisi ucraina anche durante il faccia a faccia che aveva avuto lunedì con JD Vance e Marco Rubio. Insomma, magari non sarà un vero e proprio coordinamento. Tuttavia è possibile parlare di una rilevante sinergia, dal punto di vista diplomatico, tra la Santa Sede, Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Certo, resta al momento l’incognita del Cremlino. Come detto, ieri Lavrov è sembrato chiudere a eventuali negoziati in Vaticano. Ora, che un pezzo consistente dell’establishment politico-militare russo punti a massimizzare il vantaggio sul campo di battaglia, non è un mistero. Così come è chiaro che, dall’altra parte, Leone, Trump e la Meloni vedono in eventuali incontri ospitati dalla Santa Sede il coronamento (o comunque l’avanzamento) del processo diplomatico, non il suo avvio. Questo per dire che l’idea, probabilmente, non è quella di discutere delle questioni preliminari e tecniche in Vaticano. Ebbene, ieri sono stati scambiati oltre 390 prigionieri tra Kiev e Mosca: siamo all’inizio di un processo? Oppure no? Ovviamente non possiamo saperlo. Il quadro complessivo resta incerto, è vero. Ma il Cremlino non può neanche permettersi di tirare troppo la corda. Dopo la caduta di Bashar al Assad, ha dei problemi seri in Medio Oriente. E il recente annuncio dello stop alle sanzioni americane al regime filoturco di Damasco è una forma di pressione che Trump sta usando per spingere Mosca ad ammorbidirsi sul dossier ucraino. In questa cornice, non è da escludere che Leone abbia ancora un ruolo da giocare in questa complicata partita. Un ruolo che, chissà, potrebbe a un certo punto rivelarsi anche decisivo.
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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