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2024-01-03
Putin fa martellare l’Ucraina: «Per arrivare alla pace Kiev deve cedere territori»
Kiev, 2 gennaio 2024. Edifici colpiti dai missili russi (Ansa)
Il 2024 per l’Ucraina si preannuncia ancora più difficoltoso e incerto di quanto lo siano stati gli ultimi due anni. In questi giorni, infatti, il Paese invaso dall’esercito russo il 24 febbraio 2022 si trova sottoposto a fronteggiare intensi attacchi condotti dalle forze di Mosca con lancio di missili e droni su tutto il territorio: è stata proclamata l’allerta in sette regioni, Kiev inclusa. La capitale è ripiombata nell’incubo di inizio conflitto, con numerose e forti esplosioni che, stando a quanto comunicato dal procuratore generale Andriy Kostin su X, hanno provocato almeno 5 morti e 115 feriti. Oltre a questo, si contano oltre 250.000 persone rimaste senza luce e acqua. Già nelle prime ore dell’alba l’allarme antiaereo era risuonato in tutta la regione della capitale, con l’Aeronautica militare ucraina che ha immediatamente diffuso sui propri canali Telegram il seguente messaggio: «Pericolo missilistico nelle zone di allerta. Minaccia dei lanci di missili da crociera dagli aerei Tu-95ms. Sono in volo complessivamente 16 bombardieri strategici. Mettetevi al riparo».
Una stima che quantifica la portata dell’ultimo attacco russo è stata pubblicata ieri da Forbes. Secondo la rivista americana, l’operazione è costata a Mosca l’equivalente di 620 milioni di dollari, utilizzati per 35 droni Shahed 136/131, 70 missili da crociera Kh-101, Kh-555 e Kh-55, dieci missili Kinzhal Kh-47M2 lanciati dai caccia Mig-31K, tre missili da crociera Kalibr, 12 missili Iskander M/S-300 e S-400 e quattro missili anti radar Kh-31-P. Un totale di 99 missili e 35 droni lanciati in una sola notte che dimostra quanto la Russia abbia innalzato il livello di scontro negli ultimi giorni. E anche se la contraerea ucraina è riuscita a intercettare e ad abbattere la maggior parte dei missili, 72 su 99, rimane il problema dei danni provocati dai detriti caduti sugli edifici residenziali. Il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov ha accusato Mosca di aver preso di mira deliberatamente i quartieri abitati da civili: «Si è trattato di un attacco molto pericoloso che ha ucciso e ferito persone innocenti, danneggiato linee elettriche e gasdotti, interrotto l’approvvigionamento idrico. Lo Stato terrorista sta deliberatamente prendendo di mira le infrastrutture critiche e i quartieri residenziali, dimostrando che la Russia non fermerà la sua aggressione finché non la fermeremo noi».
Non solo Kiev è stata coinvolta dai raid aerei russi. Le sirene di allarme sono scattate anche negli oblast di Kherson, Mykolaiv, Vinnitsa, Zhytomyr, Kirovohrad, Poltava, Cherkasy e Chernihiv. Il violento attacco russo ha fatto scattare lo stato di allerta anche in Polonia. Varsavia, dopo che cinque giorni fa un oggetto aereo non identificato aveva violato lo spazio aereo polacco, ha deciso di schierare una pattuglia di F16 per monitorare la frontiera. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky tenta di tenere la barra dritta dicendo che «la Russia non sta vincendo la guerra». Una dichiarazione necessaria per tenere alta l’attenzione dell’Occidente sull’Ucraina, in particolar modo sulla questione aiuti. «L’idea che la Russia stia vincendo è solo una sensazione», ha detto il presidente ucraino in un’intervista all’Economist, «forse non tutto sta accadendo così velocemente come qualcuno aveva immaginato, ma la Russia sta ancora subendo gravi perdite».
Zelensky ha poi fatto intendere come eventuali negoziati per una risoluzione pacifica del conflitto siano ancora molto lontani: «Non ci sono segnali reali. Vedo solo i passi di un Paese terrorista». Nel suo discorso di inizio anno, Vladimir Putin aveva aperto uno spiraglio, seppur dicendo di essere disponibile alla pace, ma solo alle sue condizioni.
Ieri, si è fatto sentire Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su X che a «chiunque creda alle voci in base alle quali la Russia sarebbe realmente interessata a colloqui di pace, il numero record di droni sparati nelle ultime 24 ore contro l’Ucraina dimostra la vera intenzione di Mosca», aggiungendo che «l’Ue è al fianco dell’Ucraina». Aiuti che però tardano ad arrivare. Il pacchetto europeo è in stand by a causa del veto imposto dall’Ungheria, quello americano è bloccato dalle lotte al Congresso tra dem e repubblicani. Zelensky, nella sua intervista all’Economist, in cui dice che «la Crimea e il Mar Nero diventeranno presto il centro di gravità della guerra», è tornato sull’argomento armi: «L’isolamento della Crimea e l’indebolimento del potenziale militare russo in quell’area è estremamente importante per noi, perché è un modo per ridurre il numero di attacchi da questa regione. Ma la velocità di qualsiasi successo dipenderà dall’assistenza militare che l’Ucraina riceverà dai suoi partner occidentali».
E a proposito di Crimea e territori contesi, la rivista americana Newsweek ha pubblicato uno studio elaborato dall’Institute for the study of war, autorevole think tank con sede a Washington, secondo cui l’Ucraina dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cedere porzioni di territorio per porre fine alla guerra.
Ucciso il numero 2 di Hamas a Beirut
Nel tardo pomeriggio di ieri alcuni media statali libanesi hanno affermato che Israele ha colpito l’ufficio di Hamas alla periferia di Beirut. Si è trattato di un’operazione mirata per uccidere Saleh al-Arouri, alto funzionario di Hamas e vicecapo del cosiddetto Politburo, l’ala politica dell’organizzazione palestinese, considerato il numero due del gruppo. La sua morte è stata confermata dagli Hezbollah a L’Orient-Le Jour. In precedenza, come riferito dalla Reuters, un’esplosione si era udita a Dahieh, un sobborgo a sud di Beirut e roccaforte degli Hezbollah.
Viste le circostanze c’è molta attesa per quello che dirà oggi alle 18 il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che terrà un discorso in occasione del quarto anniversario della morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle Forze popolari di mobilitazione irachene Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi entrambi da droni statunitensi presso l’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020.
Secondo la stampa libanese i temi principali del discorso di Nasrallah saranno (ovviamente) gli ultimi sviluppi della guerra a Gaza, e gli scontri in corso tra Hezbollah e le Forze di difesa israeliane (Idf). Mentre Israele ha annunciato che si presenterà davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendersi dalle accuse di genocidio mossegli la settimana scorsa dal Sudafrica, in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza, riferisce Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, la decisione è stata presa durante un incontro presieduto dal primo ministro Benjamin Netanyahu e ha fatto seguito a consultazioni con il ministero della Giustizia, l’Idf e il Consiglio di sicurezza nazionale. Lo Stato ebraico ora cercherà di impedire alla Corte di emettere un ordine provvisorio per fermare la sua campagna a Gaza, secondo quanto riportato sempre da Haaretz. Il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi ha dichiarato che «Israele non boicotta i procedimenti avviati dal Sudafrica, siamo firmatari di lunga data della Convenzione sul genocidio. Parteciperemo e confuteremo questa assurda accusa che equivale a una diffamazione di sangue».
L’Iran ha affermato che l’uccisione infiammerà ulteriormente la situazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani ha detto: «Il sangue del martire rafforzerà senza dubbio la motivazione a combattere» contro Israele «non solo in Palestina ma anche nella regione».
Intanto, l’Idf ha annunciato di aver preso il controllo di una fortezza di Hamas situata nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza city. Questo complesso, costituito da 37 edifici nel cuore di Gaza, comprende una scuola, un ospedale e una moschea «utilizzata come punto di incontro da Hamas».
L’organizzazione terroristica sempre più con le spalle al muro, secondo quanto riportato da un articolo dell’agenzia Arab world press, avrebbe manifestato la disponibilità a liberare 40 ostaggi detenuti a Gaza in cambio del rilascio di 120 palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Le fonti indicano che i negoziatori di Hamas avrebbero proposto un giorno di cessate il fuoco per ogni ostaggio liberato, richiesta che Israele avrebbe respinto. Le trattative che coinvolgono Egitto, Qatar, Stati Uniti, Israele e Hamas sono in corso, ma finora non è stato raggiunto alcun accordo, secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti che hanno aggiunto che «i colloqui hanno registrato un significativo aumento di velocità nelle ultime ore grazie agli sforzi continui da parte di Cairo e Doha».
Ieri ha parlato degli ostaggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che in un discorso televisivo ha detto che «gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza saranno liberati solamente secondo le condizioni stabilite da noi. I prigionieri del nemico saranno rilasciati solo alle condizioni fissate dalla resistenza».
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I missili russi lasciano la capitale senza luce e acqua. La Polonia fa alzare gli F-16. Anche dall’Inghilterra ora avvertono Volodymyr Zelensky: dovrà accordarsi sui nuovi confini.Droni israeliani contro una sede del gruppo terroristico in Libano: sei morti. Oggi parla il leader di Hezbollah. Gerusalemme si difenderà all’Aia dalle accuse di genocidio.Lo speciale contiene due articoli.Il 2024 per l’Ucraina si preannuncia ancora più difficoltoso e incerto di quanto lo siano stati gli ultimi due anni. In questi giorni, infatti, il Paese invaso dall’esercito russo il 24 febbraio 2022 si trova sottoposto a fronteggiare intensi attacchi condotti dalle forze di Mosca con lancio di missili e droni su tutto il territorio: è stata proclamata l’allerta in sette regioni, Kiev inclusa. La capitale è ripiombata nell’incubo di inizio conflitto, con numerose e forti esplosioni che, stando a quanto comunicato dal procuratore generale Andriy Kostin su X, hanno provocato almeno 5 morti e 115 feriti. Oltre a questo, si contano oltre 250.000 persone rimaste senza luce e acqua. Già nelle prime ore dell’alba l’allarme antiaereo era risuonato in tutta la regione della capitale, con l’Aeronautica militare ucraina che ha immediatamente diffuso sui propri canali Telegram il seguente messaggio: «Pericolo missilistico nelle zone di allerta. Minaccia dei lanci di missili da crociera dagli aerei Tu-95ms. Sono in volo complessivamente 16 bombardieri strategici. Mettetevi al riparo». Una stima che quantifica la portata dell’ultimo attacco russo è stata pubblicata ieri da Forbes. Secondo la rivista americana, l’operazione è costata a Mosca l’equivalente di 620 milioni di dollari, utilizzati per 35 droni Shahed 136/131, 70 missili da crociera Kh-101, Kh-555 e Kh-55, dieci missili Kinzhal Kh-47M2 lanciati dai caccia Mig-31K, tre missili da crociera Kalibr, 12 missili Iskander M/S-300 e S-400 e quattro missili anti radar Kh-31-P. Un totale di 99 missili e 35 droni lanciati in una sola notte che dimostra quanto la Russia abbia innalzato il livello di scontro negli ultimi giorni. E anche se la contraerea ucraina è riuscita a intercettare e ad abbattere la maggior parte dei missili, 72 su 99, rimane il problema dei danni provocati dai detriti caduti sugli edifici residenziali. Il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov ha accusato Mosca di aver preso di mira deliberatamente i quartieri abitati da civili: «Si è trattato di un attacco molto pericoloso che ha ucciso e ferito persone innocenti, danneggiato linee elettriche e gasdotti, interrotto l’approvvigionamento idrico. Lo Stato terrorista sta deliberatamente prendendo di mira le infrastrutture critiche e i quartieri residenziali, dimostrando che la Russia non fermerà la sua aggressione finché non la fermeremo noi». Non solo Kiev è stata coinvolta dai raid aerei russi. Le sirene di allarme sono scattate anche negli oblast di Kherson, Mykolaiv, Vinnitsa, Zhytomyr, Kirovohrad, Poltava, Cherkasy e Chernihiv. Il violento attacco russo ha fatto scattare lo stato di allerta anche in Polonia. Varsavia, dopo che cinque giorni fa un oggetto aereo non identificato aveva violato lo spazio aereo polacco, ha deciso di schierare una pattuglia di F16 per monitorare la frontiera. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky tenta di tenere la barra dritta dicendo che «la Russia non sta vincendo la guerra». Una dichiarazione necessaria per tenere alta l’attenzione dell’Occidente sull’Ucraina, in particolar modo sulla questione aiuti. «L’idea che la Russia stia vincendo è solo una sensazione», ha detto il presidente ucraino in un’intervista all’Economist, «forse non tutto sta accadendo così velocemente come qualcuno aveva immaginato, ma la Russia sta ancora subendo gravi perdite». Zelensky ha poi fatto intendere come eventuali negoziati per una risoluzione pacifica del conflitto siano ancora molto lontani: «Non ci sono segnali reali. Vedo solo i passi di un Paese terrorista». Nel suo discorso di inizio anno, Vladimir Putin aveva aperto uno spiraglio, seppur dicendo di essere disponibile alla pace, ma solo alle sue condizioni. Ieri, si è fatto sentire Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su X che a «chiunque creda alle voci in base alle quali la Russia sarebbe realmente interessata a colloqui di pace, il numero record di droni sparati nelle ultime 24 ore contro l’Ucraina dimostra la vera intenzione di Mosca», aggiungendo che «l’Ue è al fianco dell’Ucraina». Aiuti che però tardano ad arrivare. Il pacchetto europeo è in stand by a causa del veto imposto dall’Ungheria, quello americano è bloccato dalle lotte al Congresso tra dem e repubblicani. Zelensky, nella sua intervista all’Economist, in cui dice che «la Crimea e il Mar Nero diventeranno presto il centro di gravità della guerra», è tornato sull’argomento armi: «L’isolamento della Crimea e l’indebolimento del potenziale militare russo in quell’area è estremamente importante per noi, perché è un modo per ridurre il numero di attacchi da questa regione. Ma la velocità di qualsiasi successo dipenderà dall’assistenza militare che l’Ucraina riceverà dai suoi partner occidentali». E a proposito di Crimea e territori contesi, la rivista americana Newsweek ha pubblicato uno studio elaborato dall’Institute for the study of war, autorevole think tank con sede a Washington, secondo cui l’Ucraina dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cedere porzioni di territorio per porre fine alla guerra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-libano-guerre-2666857421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ucciso-il-numero-2-di-hamas-a-beirut" data-post-id="2666857421" data-published-at="1704282815" data-use-pagination="False"> Ucciso il numero 2 di Hamas a Beirut Nel tardo pomeriggio di ieri alcuni media statali libanesi hanno affermato che Israele ha colpito l’ufficio di Hamas alla periferia di Beirut. Si è trattato di un’operazione mirata per uccidere Saleh al-Arouri, alto funzionario di Hamas e vicecapo del cosiddetto Politburo, l’ala politica dell’organizzazione palestinese, considerato il numero due del gruppo. La sua morte è stata confermata dagli Hezbollah a L’Orient-Le Jour. In precedenza, come riferito dalla Reuters, un’esplosione si era udita a Dahieh, un sobborgo a sud di Beirut e roccaforte degli Hezbollah. Viste le circostanze c’è molta attesa per quello che dirà oggi alle 18 il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che terrà un discorso in occasione del quarto anniversario della morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle Forze popolari di mobilitazione irachene Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi entrambi da droni statunitensi presso l’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020. Secondo la stampa libanese i temi principali del discorso di Nasrallah saranno (ovviamente) gli ultimi sviluppi della guerra a Gaza, e gli scontri in corso tra Hezbollah e le Forze di difesa israeliane (Idf). Mentre Israele ha annunciato che si presenterà davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendersi dalle accuse di genocidio mossegli la settimana scorsa dal Sudafrica, in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza, riferisce Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, la decisione è stata presa durante un incontro presieduto dal primo ministro Benjamin Netanyahu e ha fatto seguito a consultazioni con il ministero della Giustizia, l’Idf e il Consiglio di sicurezza nazionale. Lo Stato ebraico ora cercherà di impedire alla Corte di emettere un ordine provvisorio per fermare la sua campagna a Gaza, secondo quanto riportato sempre da Haaretz. Il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi ha dichiarato che «Israele non boicotta i procedimenti avviati dal Sudafrica, siamo firmatari di lunga data della Convenzione sul genocidio. Parteciperemo e confuteremo questa assurda accusa che equivale a una diffamazione di sangue». L’Iran ha affermato che l’uccisione infiammerà ulteriormente la situazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani ha detto: «Il sangue del martire rafforzerà senza dubbio la motivazione a combattere» contro Israele «non solo in Palestina ma anche nella regione». Intanto, l’Idf ha annunciato di aver preso il controllo di una fortezza di Hamas situata nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza city. Questo complesso, costituito da 37 edifici nel cuore di Gaza, comprende una scuola, un ospedale e una moschea «utilizzata come punto di incontro da Hamas». L’organizzazione terroristica sempre più con le spalle al muro, secondo quanto riportato da un articolo dell’agenzia Arab world press, avrebbe manifestato la disponibilità a liberare 40 ostaggi detenuti a Gaza in cambio del rilascio di 120 palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Le fonti indicano che i negoziatori di Hamas avrebbero proposto un giorno di cessate il fuoco per ogni ostaggio liberato, richiesta che Israele avrebbe respinto. Le trattative che coinvolgono Egitto, Qatar, Stati Uniti, Israele e Hamas sono in corso, ma finora non è stato raggiunto alcun accordo, secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti che hanno aggiunto che «i colloqui hanno registrato un significativo aumento di velocità nelle ultime ore grazie agli sforzi continui da parte di Cairo e Doha». Ieri ha parlato degli ostaggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che in un discorso televisivo ha detto che «gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza saranno liberati solamente secondo le condizioni stabilite da noi. I prigionieri del nemico saranno rilasciati solo alle condizioni fissate dalla resistenza».
Ilaria Salis (al centro) con il gruppo The Left all'Europarlamento
Uno in particolare sottolineava «la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti». Una proposta che chiedeva sostanzialmente la legalizzazione delle occupazioni abusive in determinati casi, tra l’altro non distinguendo chi possiede immensi patrimoni immobiliari da chi può contare su due o tre abitazioni di famiglia.
«Gli emendamenti di Ilaria Salis e dei suoi colleghi», commenta con La Verità il presidente nazionale di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «chiedevano in sostanza di sopprimere il diritto di proprietà attraverso la legittimazione di un reato, il furto di case, e della violazione dei contratti, col divieto di sfratto per morosità in alcuni casi. Respingerli era il minimo che si potesse fare, trattandosi di misure che non fatico a definire eversive. Il problema è che a risultati simili a quelli indicati negli emendamenti si giunge quotidianamente, almeno in Italia, attraverso comportamenti di fatto che sono frutto di mentalità diffuse e dure a morire». Soddisfatta la vicepresidente del Parlamento europeo ed eurodeputata di Fratelli d’Italia Antonella Sberna: «Con il voto sulla relazione del Parlamento europeo sulla crisi abitativa», sottolinea la Sberna, «abbiamo portato la casa in una nuova prospettiva e messo fine all’egemonia della sinistra sul tema. Lo dimostrano il voto contrario di Verdi e Sinistra al testo finale e la bocciatura degli emendamenti presentati dall’eurodeputata Ilaria Salis e dai suoi colleghi, che sostengono l’esproprio delle multiproprietà pubbliche e private e legittimano le occupazioni abusive. Proprio quegli emendamenti rappresentano una distorsione inaccettabile del diritto alla casa, soprattutto nei confronti di tutti coloro che ogni giorno lavorano duramente per pagare un affitto o la rata di un mutuo. Senza considerare che, dove si verificano occupazioni abusive, i quartieri diventano più insicuri».
Esprime apprezzamento per la bocciatura degli emendamenti presentati dalla Salis anche la eurodeputata della Lega Anna Cisint: «Abbiamo votato no all’ennesima proposta ideologica della sinistra europea», argomenta la Cisint, «che rappresenta una vera e propria invasione di campo dell’Ue nelle politiche abitative nazionali, che devono invece rimanere in mano agli Stati. E quando si parla di case non poteva mancare una delle geniali proposte di Ilaria Salis e di The Left: la legalizzazione dei ladri di case, la possibilità di occupare le seconde abitazioni per chi commette la “colpa” di lasciarle sfitte e persino uno scudo economico europeo per chi non paga l’affitto. Una vergognosa idea tipica della sinistra», sottolinea la Cisint, «avanzata da colei che ha fatto dell’occupazione delle case altrui una battaglia politica sulle pelle dei cittadini che rispettano la legge». «La proprietà privata non si tocca e gli sgomberi delle case occupate abusivamente non possono essere messi in discussione, con buona pace della collega Salis», ha ribadito la collega leghista Isabella Tovaglieri.
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Danni alle strutture del circolo Meazza di Milano
Secondo quanto riferito dal consigliere regionale Chiara Valcepina e dal consigliere comunale Francesco Rocca, nella notte alcuni individui sono entrati nei locali del circolo, in via Michele Lessona 21, sfondando i vetri e devastando parte degli spazi. Oltre ai danni alle strutture e alle attrezzature, sarebbero stati rubati i soldi della cassa, alcuni oggetti e un computer. Su una cattedra è stata anche lasciata la scritta «fascista». Il conto complessivo dei danni, spiegano gli organizzatori, si aggirerebbe intorno ai cinquemila euro.
Il circolo avrebbe dovuto ospitare questa sera alle 18.30 un incontro intitolato «Referendum Giustizia: le ragioni del Sì», con la partecipazione di esponenti politici e di alcuni avvocati. La locandina dell’evento era stata esposta nei giorni scorsi all’interno dello spazio.
Il Circolo culturale Meazza, attivo dal 1967 nel quartiere di Quarto Oggiaro, si definisce apolitico e apartitico e negli anni ha svolto attività sociali e ricreative nella zona. Nel 2022 gli è stato conferito l’Ambrogino d’Oro per l’impegno sociale nel quartiere.
Valcepina ha espresso «profonda indignazione» per quanto accaduto, definendo il circolo una realtà storica del territorio e auspicando che le forze dell’ordine possano fare rapidamente chiarezza sull’episodio e individuare i responsabili. Il consigliere regionale ha aggiunto di voler credere che non si tratti di un atto intimidatorio legato all’incontro previsto per la serata.
Di diverso avviso Rocca, che parla invece di «vile atto intimidatorio» compiuto durante la notte ai danni di uno spazio sociale attivo da decenni a Quarto Oggiaro. Il consigliere comunale sottolinea che il circolo negli anni ha ospitato iniziative di vario tipo e che l’episodio verrà portato all’attenzione del Consiglio comunale e del Municipio 8, oltre alla denuncia per i danni subiti.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza, capodelegazione del partito al Parlamento europeo. Fidanza sostiene che l’assalto al circolo sarebbe legato alla decisione di ospitare l’incontro sul referendum e parla di «clima di odio e intolleranza». Nonostante i danni e i furti, l’appuntamento previsto per questa sera dovrebbe svolgersi comunque.
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Il tribunale dei minori de L'Aquila. Nel riquadro, il giudice Cecilia Angrisano (Ansa)
La toga era finita nell’occhio del ciclone in seguito all’ordinanza con cui dispose la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti dei coniugi Trevallion, la cosiddetta «famiglia del bosco», e il conseguente allontanamento, nel novembre scorso, dei tre figli in una casa famiglia. L’accelerazione sulle misure di protezione, che arriva a distanza dalle motivazioni trapelate, sembra però più verosimilmente collegata alle nuove polemiche - con annesso annuncio da parte del Guardasigilli Carlo Nordio di invio degli ispettori- scoppiate dopo l’ordinanza del tribunale dei minori che ha disposto l’allontanamento della madre di piccoli Trevallion dalla casa famiglia di Vasto che ospitava la donna insieme ai figli. Polemiche alle quali la Angrisano e il procuratore della Repubblica, David Mancini, hanno risposto con una nota: «In considerazione del clamore mediatico suscitato da recenti vicende giudiziarie, tuttora in fase istruttoria da più parti commentate anche con toni aggressivi e non continenti, è premura dei magistrati che lavorano presso gli uffici giudiziari minorili ed in particolare, presso il tribunale per i minorenni di L’Aquila e la Procura minorile di L’Aquila, affermare che ogni iniziativa giudiziaria di loro competenza è ispirata esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale». Parole che ricordano da vicino quelle pronunciate dalla Angrisano durante un convegno, riprese da un servizio di Fuori dal coro che raccontava il caso di un altro controverso allontanamento di minori dalla famiglia ad opera delle forze dell’ordine, disposto sempre dal tribunale dei minori aquilano. Nel video si vede la toga affermare: «I figli non sono proprietà di nessuno. [...] Ma voi siete davvero sicuri che sia diritto dei genitori disporre della vita dei figli?».
Del resto, la lunga (è in magistratura da 33 anni) carriera della Angrisano, in larga misura dedicata alla gestione di casi che riguardavano minori o abusi di vario genere nei confronti di soggetti deboli, si è principalmente svolta in ambito penale. Dove, per definizione, la mediazione non la fa di certo da padrona. Nel 2007, ad esempio, è lei, che come gip del tribunale di Tivoli (subentrata a una collega che aveva lasciato l’incarico) nel pieno del caos della vicenda dei presunti abusi sui bambini di Rignano Flaminio, presiede l’incidente probatorio, mentre l’Italia si divide tra chi vede riti satanici e chi parla di una delle più grandi psicosi giudiziarie della storia repubblicana. Una psicosi che, in quel caso, vedeva come principali protagonisti i genitori, convinti degli abusi contro i figli, anche se alla fine gli imputati usciranno dal processo assolti, ma con la vita segnata per sempre. E sempre a Tivoli, nel 2010 emette l’ordinanza che manda in carcere Danilo Speranza, il cosiddetto «guru di San Lorenzo», a capo della setta Maya, accusato di aver abusato di alcune bambine parlando di «karma negativo» e «Dna curativo». Alla fine del lungo processo l’uomo verrà condannato con sentenza definitiva nel 2020 dalla Cassazione, ma per un curioso scherzo del destino, Speranza è morto proprio il giorno della decisione delle toghe.
Quando nel 2017 diventa presidente del tribunale per i minorenni dell’Aquila, Angrisano si trova davanti a dinamiche completamente diverse, basate sul ricorso a comunità educative, case famiglia, supporto di relazioni di servizi sociali invece che di informative della polizia giudiziaria. Che forse la toga potrebbe affrontare senza essersi liberata del tutto del suo vecchio ruolo in ambito penale, almeno stando a una sua considerazione espressa pubblicamente: «Bisogna interrogare il mondo degli adulti». Un approccio che, nei provvedimenti giudiziari e in vicende come quelle della famiglia del bosco, si trasforma in osservazioni, allontanamenti temporanei, collocamenti in comunità, valutazioni psicologiche e psicosociali. Tutte cose che segnano per sempre le famiglie che finiscono coinvolte.
E soprattutto, un approccio forse eccessivamente pragmatico. Che porta la toga, intervistata dai media a margine di un evento svolto davanti a una platea di adolescenti, a elargire consigli rivolti alle ragazze su come evitare il rischio del revenge porn: «Un messaggio che lancio sempre è: “Fate come gli uomini, mandate particolari anatomici, se non ne potete fare a meno non ci mettete la faccia”». Un suggerimento certamente efficace, ma forse un po’ sopra le righe se espresso da un magistrato.
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Golfo Persico, crisi petrolifera, scontro nell’AI, elezioni e lavoro: la settimana dei giornali americani tra geopolitica e tensioni interne.