True
2024-01-03
Putin fa martellare l’Ucraina: «Per arrivare alla pace Kiev deve cedere territori»
Kiev, 2 gennaio 2024. Edifici colpiti dai missili russi (Ansa)
Il 2024 per l’Ucraina si preannuncia ancora più difficoltoso e incerto di quanto lo siano stati gli ultimi due anni. In questi giorni, infatti, il Paese invaso dall’esercito russo il 24 febbraio 2022 si trova sottoposto a fronteggiare intensi attacchi condotti dalle forze di Mosca con lancio di missili e droni su tutto il territorio: è stata proclamata l’allerta in sette regioni, Kiev inclusa. La capitale è ripiombata nell’incubo di inizio conflitto, con numerose e forti esplosioni che, stando a quanto comunicato dal procuratore generale Andriy Kostin su X, hanno provocato almeno 5 morti e 115 feriti. Oltre a questo, si contano oltre 250.000 persone rimaste senza luce e acqua. Già nelle prime ore dell’alba l’allarme antiaereo era risuonato in tutta la regione della capitale, con l’Aeronautica militare ucraina che ha immediatamente diffuso sui propri canali Telegram il seguente messaggio: «Pericolo missilistico nelle zone di allerta. Minaccia dei lanci di missili da crociera dagli aerei Tu-95ms. Sono in volo complessivamente 16 bombardieri strategici. Mettetevi al riparo».
Una stima che quantifica la portata dell’ultimo attacco russo è stata pubblicata ieri da Forbes. Secondo la rivista americana, l’operazione è costata a Mosca l’equivalente di 620 milioni di dollari, utilizzati per 35 droni Shahed 136/131, 70 missili da crociera Kh-101, Kh-555 e Kh-55, dieci missili Kinzhal Kh-47M2 lanciati dai caccia Mig-31K, tre missili da crociera Kalibr, 12 missili Iskander M/S-300 e S-400 e quattro missili anti radar Kh-31-P. Un totale di 99 missili e 35 droni lanciati in una sola notte che dimostra quanto la Russia abbia innalzato il livello di scontro negli ultimi giorni. E anche se la contraerea ucraina è riuscita a intercettare e ad abbattere la maggior parte dei missili, 72 su 99, rimane il problema dei danni provocati dai detriti caduti sugli edifici residenziali. Il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov ha accusato Mosca di aver preso di mira deliberatamente i quartieri abitati da civili: «Si è trattato di un attacco molto pericoloso che ha ucciso e ferito persone innocenti, danneggiato linee elettriche e gasdotti, interrotto l’approvvigionamento idrico. Lo Stato terrorista sta deliberatamente prendendo di mira le infrastrutture critiche e i quartieri residenziali, dimostrando che la Russia non fermerà la sua aggressione finché non la fermeremo noi».
Non solo Kiev è stata coinvolta dai raid aerei russi. Le sirene di allarme sono scattate anche negli oblast di Kherson, Mykolaiv, Vinnitsa, Zhytomyr, Kirovohrad, Poltava, Cherkasy e Chernihiv. Il violento attacco russo ha fatto scattare lo stato di allerta anche in Polonia. Varsavia, dopo che cinque giorni fa un oggetto aereo non identificato aveva violato lo spazio aereo polacco, ha deciso di schierare una pattuglia di F16 per monitorare la frontiera. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky tenta di tenere la barra dritta dicendo che «la Russia non sta vincendo la guerra». Una dichiarazione necessaria per tenere alta l’attenzione dell’Occidente sull’Ucraina, in particolar modo sulla questione aiuti. «L’idea che la Russia stia vincendo è solo una sensazione», ha detto il presidente ucraino in un’intervista all’Economist, «forse non tutto sta accadendo così velocemente come qualcuno aveva immaginato, ma la Russia sta ancora subendo gravi perdite».
Zelensky ha poi fatto intendere come eventuali negoziati per una risoluzione pacifica del conflitto siano ancora molto lontani: «Non ci sono segnali reali. Vedo solo i passi di un Paese terrorista». Nel suo discorso di inizio anno, Vladimir Putin aveva aperto uno spiraglio, seppur dicendo di essere disponibile alla pace, ma solo alle sue condizioni.
Ieri, si è fatto sentire Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su X che a «chiunque creda alle voci in base alle quali la Russia sarebbe realmente interessata a colloqui di pace, il numero record di droni sparati nelle ultime 24 ore contro l’Ucraina dimostra la vera intenzione di Mosca», aggiungendo che «l’Ue è al fianco dell’Ucraina». Aiuti che però tardano ad arrivare. Il pacchetto europeo è in stand by a causa del veto imposto dall’Ungheria, quello americano è bloccato dalle lotte al Congresso tra dem e repubblicani. Zelensky, nella sua intervista all’Economist, in cui dice che «la Crimea e il Mar Nero diventeranno presto il centro di gravità della guerra», è tornato sull’argomento armi: «L’isolamento della Crimea e l’indebolimento del potenziale militare russo in quell’area è estremamente importante per noi, perché è un modo per ridurre il numero di attacchi da questa regione. Ma la velocità di qualsiasi successo dipenderà dall’assistenza militare che l’Ucraina riceverà dai suoi partner occidentali».
E a proposito di Crimea e territori contesi, la rivista americana Newsweek ha pubblicato uno studio elaborato dall’Institute for the study of war, autorevole think tank con sede a Washington, secondo cui l’Ucraina dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cedere porzioni di territorio per porre fine alla guerra.
Ucciso il numero 2 di Hamas a Beirut
Nel tardo pomeriggio di ieri alcuni media statali libanesi hanno affermato che Israele ha colpito l’ufficio di Hamas alla periferia di Beirut. Si è trattato di un’operazione mirata per uccidere Saleh al-Arouri, alto funzionario di Hamas e vicecapo del cosiddetto Politburo, l’ala politica dell’organizzazione palestinese, considerato il numero due del gruppo. La sua morte è stata confermata dagli Hezbollah a L’Orient-Le Jour. In precedenza, come riferito dalla Reuters, un’esplosione si era udita a Dahieh, un sobborgo a sud di Beirut e roccaforte degli Hezbollah.
Viste le circostanze c’è molta attesa per quello che dirà oggi alle 18 il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che terrà un discorso in occasione del quarto anniversario della morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle Forze popolari di mobilitazione irachene Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi entrambi da droni statunitensi presso l’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020.
Secondo la stampa libanese i temi principali del discorso di Nasrallah saranno (ovviamente) gli ultimi sviluppi della guerra a Gaza, e gli scontri in corso tra Hezbollah e le Forze di difesa israeliane (Idf). Mentre Israele ha annunciato che si presenterà davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendersi dalle accuse di genocidio mossegli la settimana scorsa dal Sudafrica, in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza, riferisce Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, la decisione è stata presa durante un incontro presieduto dal primo ministro Benjamin Netanyahu e ha fatto seguito a consultazioni con il ministero della Giustizia, l’Idf e il Consiglio di sicurezza nazionale. Lo Stato ebraico ora cercherà di impedire alla Corte di emettere un ordine provvisorio per fermare la sua campagna a Gaza, secondo quanto riportato sempre da Haaretz. Il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi ha dichiarato che «Israele non boicotta i procedimenti avviati dal Sudafrica, siamo firmatari di lunga data della Convenzione sul genocidio. Parteciperemo e confuteremo questa assurda accusa che equivale a una diffamazione di sangue».
L’Iran ha affermato che l’uccisione infiammerà ulteriormente la situazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani ha detto: «Il sangue del martire rafforzerà senza dubbio la motivazione a combattere» contro Israele «non solo in Palestina ma anche nella regione».
Intanto, l’Idf ha annunciato di aver preso il controllo di una fortezza di Hamas situata nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza city. Questo complesso, costituito da 37 edifici nel cuore di Gaza, comprende una scuola, un ospedale e una moschea «utilizzata come punto di incontro da Hamas».
L’organizzazione terroristica sempre più con le spalle al muro, secondo quanto riportato da un articolo dell’agenzia Arab world press, avrebbe manifestato la disponibilità a liberare 40 ostaggi detenuti a Gaza in cambio del rilascio di 120 palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Le fonti indicano che i negoziatori di Hamas avrebbero proposto un giorno di cessate il fuoco per ogni ostaggio liberato, richiesta che Israele avrebbe respinto. Le trattative che coinvolgono Egitto, Qatar, Stati Uniti, Israele e Hamas sono in corso, ma finora non è stato raggiunto alcun accordo, secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti che hanno aggiunto che «i colloqui hanno registrato un significativo aumento di velocità nelle ultime ore grazie agli sforzi continui da parte di Cairo e Doha».
Ieri ha parlato degli ostaggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che in un discorso televisivo ha detto che «gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza saranno liberati solamente secondo le condizioni stabilite da noi. I prigionieri del nemico saranno rilasciati solo alle condizioni fissate dalla resistenza».
Continua a leggereRiduci
I missili russi lasciano la capitale senza luce e acqua. La Polonia fa alzare gli F-16. Anche dall’Inghilterra ora avvertono Volodymyr Zelensky: dovrà accordarsi sui nuovi confini.Droni israeliani contro una sede del gruppo terroristico in Libano: sei morti. Oggi parla il leader di Hezbollah. Gerusalemme si difenderà all’Aia dalle accuse di genocidio.Lo speciale contiene due articoli.Il 2024 per l’Ucraina si preannuncia ancora più difficoltoso e incerto di quanto lo siano stati gli ultimi due anni. In questi giorni, infatti, il Paese invaso dall’esercito russo il 24 febbraio 2022 si trova sottoposto a fronteggiare intensi attacchi condotti dalle forze di Mosca con lancio di missili e droni su tutto il territorio: è stata proclamata l’allerta in sette regioni, Kiev inclusa. La capitale è ripiombata nell’incubo di inizio conflitto, con numerose e forti esplosioni che, stando a quanto comunicato dal procuratore generale Andriy Kostin su X, hanno provocato almeno 5 morti e 115 feriti. Oltre a questo, si contano oltre 250.000 persone rimaste senza luce e acqua. Già nelle prime ore dell’alba l’allarme antiaereo era risuonato in tutta la regione della capitale, con l’Aeronautica militare ucraina che ha immediatamente diffuso sui propri canali Telegram il seguente messaggio: «Pericolo missilistico nelle zone di allerta. Minaccia dei lanci di missili da crociera dagli aerei Tu-95ms. Sono in volo complessivamente 16 bombardieri strategici. Mettetevi al riparo». Una stima che quantifica la portata dell’ultimo attacco russo è stata pubblicata ieri da Forbes. Secondo la rivista americana, l’operazione è costata a Mosca l’equivalente di 620 milioni di dollari, utilizzati per 35 droni Shahed 136/131, 70 missili da crociera Kh-101, Kh-555 e Kh-55, dieci missili Kinzhal Kh-47M2 lanciati dai caccia Mig-31K, tre missili da crociera Kalibr, 12 missili Iskander M/S-300 e S-400 e quattro missili anti radar Kh-31-P. Un totale di 99 missili e 35 droni lanciati in una sola notte che dimostra quanto la Russia abbia innalzato il livello di scontro negli ultimi giorni. E anche se la contraerea ucraina è riuscita a intercettare e ad abbattere la maggior parte dei missili, 72 su 99, rimane il problema dei danni provocati dai detriti caduti sugli edifici residenziali. Il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov ha accusato Mosca di aver preso di mira deliberatamente i quartieri abitati da civili: «Si è trattato di un attacco molto pericoloso che ha ucciso e ferito persone innocenti, danneggiato linee elettriche e gasdotti, interrotto l’approvvigionamento idrico. Lo Stato terrorista sta deliberatamente prendendo di mira le infrastrutture critiche e i quartieri residenziali, dimostrando che la Russia non fermerà la sua aggressione finché non la fermeremo noi». Non solo Kiev è stata coinvolta dai raid aerei russi. Le sirene di allarme sono scattate anche negli oblast di Kherson, Mykolaiv, Vinnitsa, Zhytomyr, Kirovohrad, Poltava, Cherkasy e Chernihiv. Il violento attacco russo ha fatto scattare lo stato di allerta anche in Polonia. Varsavia, dopo che cinque giorni fa un oggetto aereo non identificato aveva violato lo spazio aereo polacco, ha deciso di schierare una pattuglia di F16 per monitorare la frontiera. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky tenta di tenere la barra dritta dicendo che «la Russia non sta vincendo la guerra». Una dichiarazione necessaria per tenere alta l’attenzione dell’Occidente sull’Ucraina, in particolar modo sulla questione aiuti. «L’idea che la Russia stia vincendo è solo una sensazione», ha detto il presidente ucraino in un’intervista all’Economist, «forse non tutto sta accadendo così velocemente come qualcuno aveva immaginato, ma la Russia sta ancora subendo gravi perdite». Zelensky ha poi fatto intendere come eventuali negoziati per una risoluzione pacifica del conflitto siano ancora molto lontani: «Non ci sono segnali reali. Vedo solo i passi di un Paese terrorista». Nel suo discorso di inizio anno, Vladimir Putin aveva aperto uno spiraglio, seppur dicendo di essere disponibile alla pace, ma solo alle sue condizioni. Ieri, si è fatto sentire Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su X che a «chiunque creda alle voci in base alle quali la Russia sarebbe realmente interessata a colloqui di pace, il numero record di droni sparati nelle ultime 24 ore contro l’Ucraina dimostra la vera intenzione di Mosca», aggiungendo che «l’Ue è al fianco dell’Ucraina». Aiuti che però tardano ad arrivare. Il pacchetto europeo è in stand by a causa del veto imposto dall’Ungheria, quello americano è bloccato dalle lotte al Congresso tra dem e repubblicani. Zelensky, nella sua intervista all’Economist, in cui dice che «la Crimea e il Mar Nero diventeranno presto il centro di gravità della guerra», è tornato sull’argomento armi: «L’isolamento della Crimea e l’indebolimento del potenziale militare russo in quell’area è estremamente importante per noi, perché è un modo per ridurre il numero di attacchi da questa regione. Ma la velocità di qualsiasi successo dipenderà dall’assistenza militare che l’Ucraina riceverà dai suoi partner occidentali». E a proposito di Crimea e territori contesi, la rivista americana Newsweek ha pubblicato uno studio elaborato dall’Institute for the study of war, autorevole think tank con sede a Washington, secondo cui l’Ucraina dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cedere porzioni di territorio per porre fine alla guerra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-libano-guerre-2666857421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ucciso-il-numero-2-di-hamas-a-beirut" data-post-id="2666857421" data-published-at="1704282815" data-use-pagination="False"> Ucciso il numero 2 di Hamas a Beirut Nel tardo pomeriggio di ieri alcuni media statali libanesi hanno affermato che Israele ha colpito l’ufficio di Hamas alla periferia di Beirut. Si è trattato di un’operazione mirata per uccidere Saleh al-Arouri, alto funzionario di Hamas e vicecapo del cosiddetto Politburo, l’ala politica dell’organizzazione palestinese, considerato il numero due del gruppo. La sua morte è stata confermata dagli Hezbollah a L’Orient-Le Jour. In precedenza, come riferito dalla Reuters, un’esplosione si era udita a Dahieh, un sobborgo a sud di Beirut e roccaforte degli Hezbollah. Viste le circostanze c’è molta attesa per quello che dirà oggi alle 18 il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che terrà un discorso in occasione del quarto anniversario della morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle Forze popolari di mobilitazione irachene Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi entrambi da droni statunitensi presso l’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020. Secondo la stampa libanese i temi principali del discorso di Nasrallah saranno (ovviamente) gli ultimi sviluppi della guerra a Gaza, e gli scontri in corso tra Hezbollah e le Forze di difesa israeliane (Idf). Mentre Israele ha annunciato che si presenterà davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendersi dalle accuse di genocidio mossegli la settimana scorsa dal Sudafrica, in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza, riferisce Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, la decisione è stata presa durante un incontro presieduto dal primo ministro Benjamin Netanyahu e ha fatto seguito a consultazioni con il ministero della Giustizia, l’Idf e il Consiglio di sicurezza nazionale. Lo Stato ebraico ora cercherà di impedire alla Corte di emettere un ordine provvisorio per fermare la sua campagna a Gaza, secondo quanto riportato sempre da Haaretz. Il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi ha dichiarato che «Israele non boicotta i procedimenti avviati dal Sudafrica, siamo firmatari di lunga data della Convenzione sul genocidio. Parteciperemo e confuteremo questa assurda accusa che equivale a una diffamazione di sangue». L’Iran ha affermato che l’uccisione infiammerà ulteriormente la situazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani ha detto: «Il sangue del martire rafforzerà senza dubbio la motivazione a combattere» contro Israele «non solo in Palestina ma anche nella regione». Intanto, l’Idf ha annunciato di aver preso il controllo di una fortezza di Hamas situata nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza city. Questo complesso, costituito da 37 edifici nel cuore di Gaza, comprende una scuola, un ospedale e una moschea «utilizzata come punto di incontro da Hamas». L’organizzazione terroristica sempre più con le spalle al muro, secondo quanto riportato da un articolo dell’agenzia Arab world press, avrebbe manifestato la disponibilità a liberare 40 ostaggi detenuti a Gaza in cambio del rilascio di 120 palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Le fonti indicano che i negoziatori di Hamas avrebbero proposto un giorno di cessate il fuoco per ogni ostaggio liberato, richiesta che Israele avrebbe respinto. Le trattative che coinvolgono Egitto, Qatar, Stati Uniti, Israele e Hamas sono in corso, ma finora non è stato raggiunto alcun accordo, secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti che hanno aggiunto che «i colloqui hanno registrato un significativo aumento di velocità nelle ultime ore grazie agli sforzi continui da parte di Cairo e Doha». Ieri ha parlato degli ostaggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che in un discorso televisivo ha detto che «gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza saranno liberati solamente secondo le condizioni stabilite da noi. I prigionieri del nemico saranno rilasciati solo alle condizioni fissate dalla resistenza».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
Continua a leggereRiduci
«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
Continua a leggereRiduci
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
Continua a leggereRiduci
In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.