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2024-01-03
Putin fa martellare l’Ucraina: «Per arrivare alla pace Kiev deve cedere territori»
Kiev, 2 gennaio 2024. Edifici colpiti dai missili russi (Ansa)
Il 2024 per l’Ucraina si preannuncia ancora più difficoltoso e incerto di quanto lo siano stati gli ultimi due anni. In questi giorni, infatti, il Paese invaso dall’esercito russo il 24 febbraio 2022 si trova sottoposto a fronteggiare intensi attacchi condotti dalle forze di Mosca con lancio di missili e droni su tutto il territorio: è stata proclamata l’allerta in sette regioni, Kiev inclusa. La capitale è ripiombata nell’incubo di inizio conflitto, con numerose e forti esplosioni che, stando a quanto comunicato dal procuratore generale Andriy Kostin su X, hanno provocato almeno 5 morti e 115 feriti. Oltre a questo, si contano oltre 250.000 persone rimaste senza luce e acqua. Già nelle prime ore dell’alba l’allarme antiaereo era risuonato in tutta la regione della capitale, con l’Aeronautica militare ucraina che ha immediatamente diffuso sui propri canali Telegram il seguente messaggio: «Pericolo missilistico nelle zone di allerta. Minaccia dei lanci di missili da crociera dagli aerei Tu-95ms. Sono in volo complessivamente 16 bombardieri strategici. Mettetevi al riparo».
Una stima che quantifica la portata dell’ultimo attacco russo è stata pubblicata ieri da Forbes. Secondo la rivista americana, l’operazione è costata a Mosca l’equivalente di 620 milioni di dollari, utilizzati per 35 droni Shahed 136/131, 70 missili da crociera Kh-101, Kh-555 e Kh-55, dieci missili Kinzhal Kh-47M2 lanciati dai caccia Mig-31K, tre missili da crociera Kalibr, 12 missili Iskander M/S-300 e S-400 e quattro missili anti radar Kh-31-P. Un totale di 99 missili e 35 droni lanciati in una sola notte che dimostra quanto la Russia abbia innalzato il livello di scontro negli ultimi giorni. E anche se la contraerea ucraina è riuscita a intercettare e ad abbattere la maggior parte dei missili, 72 su 99, rimane il problema dei danni provocati dai detriti caduti sugli edifici residenziali. Il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov ha accusato Mosca di aver preso di mira deliberatamente i quartieri abitati da civili: «Si è trattato di un attacco molto pericoloso che ha ucciso e ferito persone innocenti, danneggiato linee elettriche e gasdotti, interrotto l’approvvigionamento idrico. Lo Stato terrorista sta deliberatamente prendendo di mira le infrastrutture critiche e i quartieri residenziali, dimostrando che la Russia non fermerà la sua aggressione finché non la fermeremo noi».
Non solo Kiev è stata coinvolta dai raid aerei russi. Le sirene di allarme sono scattate anche negli oblast di Kherson, Mykolaiv, Vinnitsa, Zhytomyr, Kirovohrad, Poltava, Cherkasy e Chernihiv. Il violento attacco russo ha fatto scattare lo stato di allerta anche in Polonia. Varsavia, dopo che cinque giorni fa un oggetto aereo non identificato aveva violato lo spazio aereo polacco, ha deciso di schierare una pattuglia di F16 per monitorare la frontiera. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky tenta di tenere la barra dritta dicendo che «la Russia non sta vincendo la guerra». Una dichiarazione necessaria per tenere alta l’attenzione dell’Occidente sull’Ucraina, in particolar modo sulla questione aiuti. «L’idea che la Russia stia vincendo è solo una sensazione», ha detto il presidente ucraino in un’intervista all’Economist, «forse non tutto sta accadendo così velocemente come qualcuno aveva immaginato, ma la Russia sta ancora subendo gravi perdite».
Zelensky ha poi fatto intendere come eventuali negoziati per una risoluzione pacifica del conflitto siano ancora molto lontani: «Non ci sono segnali reali. Vedo solo i passi di un Paese terrorista». Nel suo discorso di inizio anno, Vladimir Putin aveva aperto uno spiraglio, seppur dicendo di essere disponibile alla pace, ma solo alle sue condizioni.
Ieri, si è fatto sentire Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su X che a «chiunque creda alle voci in base alle quali la Russia sarebbe realmente interessata a colloqui di pace, il numero record di droni sparati nelle ultime 24 ore contro l’Ucraina dimostra la vera intenzione di Mosca», aggiungendo che «l’Ue è al fianco dell’Ucraina». Aiuti che però tardano ad arrivare. Il pacchetto europeo è in stand by a causa del veto imposto dall’Ungheria, quello americano è bloccato dalle lotte al Congresso tra dem e repubblicani. Zelensky, nella sua intervista all’Economist, in cui dice che «la Crimea e il Mar Nero diventeranno presto il centro di gravità della guerra», è tornato sull’argomento armi: «L’isolamento della Crimea e l’indebolimento del potenziale militare russo in quell’area è estremamente importante per noi, perché è un modo per ridurre il numero di attacchi da questa regione. Ma la velocità di qualsiasi successo dipenderà dall’assistenza militare che l’Ucraina riceverà dai suoi partner occidentali».
E a proposito di Crimea e territori contesi, la rivista americana Newsweek ha pubblicato uno studio elaborato dall’Institute for the study of war, autorevole think tank con sede a Washington, secondo cui l’Ucraina dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cedere porzioni di territorio per porre fine alla guerra.
Ucciso il numero 2 di Hamas a Beirut
Nel tardo pomeriggio di ieri alcuni media statali libanesi hanno affermato che Israele ha colpito l’ufficio di Hamas alla periferia di Beirut. Si è trattato di un’operazione mirata per uccidere Saleh al-Arouri, alto funzionario di Hamas e vicecapo del cosiddetto Politburo, l’ala politica dell’organizzazione palestinese, considerato il numero due del gruppo. La sua morte è stata confermata dagli Hezbollah a L’Orient-Le Jour. In precedenza, come riferito dalla Reuters, un’esplosione si era udita a Dahieh, un sobborgo a sud di Beirut e roccaforte degli Hezbollah.
Viste le circostanze c’è molta attesa per quello che dirà oggi alle 18 il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che terrà un discorso in occasione del quarto anniversario della morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle Forze popolari di mobilitazione irachene Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi entrambi da droni statunitensi presso l’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020.
Secondo la stampa libanese i temi principali del discorso di Nasrallah saranno (ovviamente) gli ultimi sviluppi della guerra a Gaza, e gli scontri in corso tra Hezbollah e le Forze di difesa israeliane (Idf). Mentre Israele ha annunciato che si presenterà davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendersi dalle accuse di genocidio mossegli la settimana scorsa dal Sudafrica, in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza, riferisce Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, la decisione è stata presa durante un incontro presieduto dal primo ministro Benjamin Netanyahu e ha fatto seguito a consultazioni con il ministero della Giustizia, l’Idf e il Consiglio di sicurezza nazionale. Lo Stato ebraico ora cercherà di impedire alla Corte di emettere un ordine provvisorio per fermare la sua campagna a Gaza, secondo quanto riportato sempre da Haaretz. Il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi ha dichiarato che «Israele non boicotta i procedimenti avviati dal Sudafrica, siamo firmatari di lunga data della Convenzione sul genocidio. Parteciperemo e confuteremo questa assurda accusa che equivale a una diffamazione di sangue».
L’Iran ha affermato che l’uccisione infiammerà ulteriormente la situazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani ha detto: «Il sangue del martire rafforzerà senza dubbio la motivazione a combattere» contro Israele «non solo in Palestina ma anche nella regione».
Intanto, l’Idf ha annunciato di aver preso il controllo di una fortezza di Hamas situata nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza city. Questo complesso, costituito da 37 edifici nel cuore di Gaza, comprende una scuola, un ospedale e una moschea «utilizzata come punto di incontro da Hamas».
L’organizzazione terroristica sempre più con le spalle al muro, secondo quanto riportato da un articolo dell’agenzia Arab world press, avrebbe manifestato la disponibilità a liberare 40 ostaggi detenuti a Gaza in cambio del rilascio di 120 palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Le fonti indicano che i negoziatori di Hamas avrebbero proposto un giorno di cessate il fuoco per ogni ostaggio liberato, richiesta che Israele avrebbe respinto. Le trattative che coinvolgono Egitto, Qatar, Stati Uniti, Israele e Hamas sono in corso, ma finora non è stato raggiunto alcun accordo, secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti che hanno aggiunto che «i colloqui hanno registrato un significativo aumento di velocità nelle ultime ore grazie agli sforzi continui da parte di Cairo e Doha».
Ieri ha parlato degli ostaggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che in un discorso televisivo ha detto che «gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza saranno liberati solamente secondo le condizioni stabilite da noi. I prigionieri del nemico saranno rilasciati solo alle condizioni fissate dalla resistenza».
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I missili russi lasciano la capitale senza luce e acqua. La Polonia fa alzare gli F-16. Anche dall’Inghilterra ora avvertono Volodymyr Zelensky: dovrà accordarsi sui nuovi confini.Droni israeliani contro una sede del gruppo terroristico in Libano: sei morti. Oggi parla il leader di Hezbollah. Gerusalemme si difenderà all’Aia dalle accuse di genocidio.Lo speciale contiene due articoli.Il 2024 per l’Ucraina si preannuncia ancora più difficoltoso e incerto di quanto lo siano stati gli ultimi due anni. In questi giorni, infatti, il Paese invaso dall’esercito russo il 24 febbraio 2022 si trova sottoposto a fronteggiare intensi attacchi condotti dalle forze di Mosca con lancio di missili e droni su tutto il territorio: è stata proclamata l’allerta in sette regioni, Kiev inclusa. La capitale è ripiombata nell’incubo di inizio conflitto, con numerose e forti esplosioni che, stando a quanto comunicato dal procuratore generale Andriy Kostin su X, hanno provocato almeno 5 morti e 115 feriti. Oltre a questo, si contano oltre 250.000 persone rimaste senza luce e acqua. Già nelle prime ore dell’alba l’allarme antiaereo era risuonato in tutta la regione della capitale, con l’Aeronautica militare ucraina che ha immediatamente diffuso sui propri canali Telegram il seguente messaggio: «Pericolo missilistico nelle zone di allerta. Minaccia dei lanci di missili da crociera dagli aerei Tu-95ms. Sono in volo complessivamente 16 bombardieri strategici. Mettetevi al riparo». Una stima che quantifica la portata dell’ultimo attacco russo è stata pubblicata ieri da Forbes. Secondo la rivista americana, l’operazione è costata a Mosca l’equivalente di 620 milioni di dollari, utilizzati per 35 droni Shahed 136/131, 70 missili da crociera Kh-101, Kh-555 e Kh-55, dieci missili Kinzhal Kh-47M2 lanciati dai caccia Mig-31K, tre missili da crociera Kalibr, 12 missili Iskander M/S-300 e S-400 e quattro missili anti radar Kh-31-P. Un totale di 99 missili e 35 droni lanciati in una sola notte che dimostra quanto la Russia abbia innalzato il livello di scontro negli ultimi giorni. E anche se la contraerea ucraina è riuscita a intercettare e ad abbattere la maggior parte dei missili, 72 su 99, rimane il problema dei danni provocati dai detriti caduti sugli edifici residenziali. Il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov ha accusato Mosca di aver preso di mira deliberatamente i quartieri abitati da civili: «Si è trattato di un attacco molto pericoloso che ha ucciso e ferito persone innocenti, danneggiato linee elettriche e gasdotti, interrotto l’approvvigionamento idrico. Lo Stato terrorista sta deliberatamente prendendo di mira le infrastrutture critiche e i quartieri residenziali, dimostrando che la Russia non fermerà la sua aggressione finché non la fermeremo noi». Non solo Kiev è stata coinvolta dai raid aerei russi. Le sirene di allarme sono scattate anche negli oblast di Kherson, Mykolaiv, Vinnitsa, Zhytomyr, Kirovohrad, Poltava, Cherkasy e Chernihiv. Il violento attacco russo ha fatto scattare lo stato di allerta anche in Polonia. Varsavia, dopo che cinque giorni fa un oggetto aereo non identificato aveva violato lo spazio aereo polacco, ha deciso di schierare una pattuglia di F16 per monitorare la frontiera. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky tenta di tenere la barra dritta dicendo che «la Russia non sta vincendo la guerra». Una dichiarazione necessaria per tenere alta l’attenzione dell’Occidente sull’Ucraina, in particolar modo sulla questione aiuti. «L’idea che la Russia stia vincendo è solo una sensazione», ha detto il presidente ucraino in un’intervista all’Economist, «forse non tutto sta accadendo così velocemente come qualcuno aveva immaginato, ma la Russia sta ancora subendo gravi perdite». Zelensky ha poi fatto intendere come eventuali negoziati per una risoluzione pacifica del conflitto siano ancora molto lontani: «Non ci sono segnali reali. Vedo solo i passi di un Paese terrorista». Nel suo discorso di inizio anno, Vladimir Putin aveva aperto uno spiraglio, seppur dicendo di essere disponibile alla pace, ma solo alle sue condizioni. Ieri, si è fatto sentire Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su X che a «chiunque creda alle voci in base alle quali la Russia sarebbe realmente interessata a colloqui di pace, il numero record di droni sparati nelle ultime 24 ore contro l’Ucraina dimostra la vera intenzione di Mosca», aggiungendo che «l’Ue è al fianco dell’Ucraina». Aiuti che però tardano ad arrivare. Il pacchetto europeo è in stand by a causa del veto imposto dall’Ungheria, quello americano è bloccato dalle lotte al Congresso tra dem e repubblicani. Zelensky, nella sua intervista all’Economist, in cui dice che «la Crimea e il Mar Nero diventeranno presto il centro di gravità della guerra», è tornato sull’argomento armi: «L’isolamento della Crimea e l’indebolimento del potenziale militare russo in quell’area è estremamente importante per noi, perché è un modo per ridurre il numero di attacchi da questa regione. Ma la velocità di qualsiasi successo dipenderà dall’assistenza militare che l’Ucraina riceverà dai suoi partner occidentali». E a proposito di Crimea e territori contesi, la rivista americana Newsweek ha pubblicato uno studio elaborato dall’Institute for the study of war, autorevole think tank con sede a Washington, secondo cui l’Ucraina dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cedere porzioni di territorio per porre fine alla guerra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-libano-guerre-2666857421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ucciso-il-numero-2-di-hamas-a-beirut" data-post-id="2666857421" data-published-at="1704282815" data-use-pagination="False"> Ucciso il numero 2 di Hamas a Beirut Nel tardo pomeriggio di ieri alcuni media statali libanesi hanno affermato che Israele ha colpito l’ufficio di Hamas alla periferia di Beirut. Si è trattato di un’operazione mirata per uccidere Saleh al-Arouri, alto funzionario di Hamas e vicecapo del cosiddetto Politburo, l’ala politica dell’organizzazione palestinese, considerato il numero due del gruppo. La sua morte è stata confermata dagli Hezbollah a L’Orient-Le Jour. In precedenza, come riferito dalla Reuters, un’esplosione si era udita a Dahieh, un sobborgo a sud di Beirut e roccaforte degli Hezbollah. Viste le circostanze c’è molta attesa per quello che dirà oggi alle 18 il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che terrà un discorso in occasione del quarto anniversario della morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle Forze popolari di mobilitazione irachene Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi entrambi da droni statunitensi presso l’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020. Secondo la stampa libanese i temi principali del discorso di Nasrallah saranno (ovviamente) gli ultimi sviluppi della guerra a Gaza, e gli scontri in corso tra Hezbollah e le Forze di difesa israeliane (Idf). Mentre Israele ha annunciato che si presenterà davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendersi dalle accuse di genocidio mossegli la settimana scorsa dal Sudafrica, in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza, riferisce Haaretz. Secondo il quotidiano israeliano, la decisione è stata presa durante un incontro presieduto dal primo ministro Benjamin Netanyahu e ha fatto seguito a consultazioni con il ministero della Giustizia, l’Idf e il Consiglio di sicurezza nazionale. Lo Stato ebraico ora cercherà di impedire alla Corte di emettere un ordine provvisorio per fermare la sua campagna a Gaza, secondo quanto riportato sempre da Haaretz. Il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi ha dichiarato che «Israele non boicotta i procedimenti avviati dal Sudafrica, siamo firmatari di lunga data della Convenzione sul genocidio. Parteciperemo e confuteremo questa assurda accusa che equivale a una diffamazione di sangue». L’Iran ha affermato che l’uccisione infiammerà ulteriormente la situazione. Il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani ha detto: «Il sangue del martire rafforzerà senza dubbio la motivazione a combattere» contro Israele «non solo in Palestina ma anche nella regione». Intanto, l’Idf ha annunciato di aver preso il controllo di una fortezza di Hamas situata nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza city. Questo complesso, costituito da 37 edifici nel cuore di Gaza, comprende una scuola, un ospedale e una moschea «utilizzata come punto di incontro da Hamas». L’organizzazione terroristica sempre più con le spalle al muro, secondo quanto riportato da un articolo dell’agenzia Arab world press, avrebbe manifestato la disponibilità a liberare 40 ostaggi detenuti a Gaza in cambio del rilascio di 120 palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Le fonti indicano che i negoziatori di Hamas avrebbero proposto un giorno di cessate il fuoco per ogni ostaggio liberato, richiesta che Israele avrebbe respinto. Le trattative che coinvolgono Egitto, Qatar, Stati Uniti, Israele e Hamas sono in corso, ma finora non è stato raggiunto alcun accordo, secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti che hanno aggiunto che «i colloqui hanno registrato un significativo aumento di velocità nelle ultime ore grazie agli sforzi continui da parte di Cairo e Doha». Ieri ha parlato degli ostaggi il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che in un discorso televisivo ha detto che «gli ostaggi israeliani detenuti a Gaza saranno liberati solamente secondo le condizioni stabilite da noi. I prigionieri del nemico saranno rilasciati solo alle condizioni fissate dalla resistenza».
Il cacciamine italiano M-5554 «Gaeta» (Ansa)
Alla Spezia, a poca distanza dai cantieri dove sono stati costruiti e varati varati, lì hanno la propria base i cacciamine italiani che oggi potrebbero essere utilizzati per la bonifica dello stretto di Hormuz. In particolare sono due le navi della Marina Militare designati per la missione: il «Rimini» (classe «Gaeta») e il «Crotone» (classe «Lerici»), varate rispettivamente nel 1994 e 1992 nei cantieri della Italmarine di Sarzana.
La storia dei cacciamine italiani è relativamente recente. Dal dopoguerra fino agli anni ’80 operarono prevalentemente navi dragamine, dalle caratteristiche molto diverse e meno tecnologiche, adatte alla bonifica di ordigni a loro volta meno evoluti delle mine moderne.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Marina, il cui naviglio era stato decimato nel conflitto, ereditò dagli Stati Uniti alcune navi dragamine e riparò i pochi RDV (Dragamine veloci) superstiti per le necessità urgenti di bonifica delle acque territoriali dopo il conflitto. I dragamine americani consegnati alla Marina italiana dagli anni '50 facevano parte della classe «Adjutant», di ridotte dimensioni e dallo scafo in legno per cancellare ogni traccia magnetica della nave. Per questa caratteristica fu battezzata la classe «Legni». L’imbarcazione trainava cavi d’acciaio che tranciavano i cavi di ancoraggio delle vecchie mine facendole risalire in superficie per poi essere neutralizzate manualmente dall’equipaggio. Per le mine più evolute, sensibili al rumore o ai campi magnetici, i dragamine utilizzavano sistemi di simulazione: per gli ordigni sensibili ai campi magnetici utilizzavano cavi elettrificati che «ingannavano» la mina facendola esplodere in lontananza, mentre per quelli sensibili ai rumori i dragamine italiani utilizzavano dei simulatori acustici che riproducevano le onde sonore delle eliche. Su licenza statunitense, negli anni ’50 furono costruiti in Italia diversi dragamine con scafo ligneo delle classi «Agave»e «Bambù».
A partire dagli anni Settanta, i dragamine furono ritenuti tecnologicamente arretrati rispetto all’evoluzione delle mine marine. In quel periodo i dragamine furono equipaggiati con nuovi strumenti che li trasformarono gradualmente in cacciamine con l’adozione di strumenti come i sonar e la presenza di sommozzatori specializzati.
Il salto si ebbe alla fine del decennio con la classe «Lerici», che rappresentò il primo lotto di veri cacciamine, in grado di individuare e neutralizzare singolarmente le mine, realizzati dai cantieri Intermarine. Dotate di scafo in vetroresina monoblocco (migliore del legno in termini di amagneticità), le «Lerici» sono lunghe 52 metri e dotate di sonar antimina a profondità variabile e multifrequenza (sonar a caccia). Sono spinte da 4 eliche, di cui una principale a passo variabile e le altre 3 intubate ed orientabili, collegate a motori idraulici per l’uso silenzioso in «caccia». Il primo cacciamine fu il capostipite «Lerici» (M-5550), consegnato alla Marina Militare nel 1982. Operanti in ambito Nato, i cacciamine hanno partecipato a diverse operazioni di bonifica bellica nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Adriatico per lo sminamento delle coste dopo i conflitti in ex Jugoslavia e Kosovo. La classe «Lerici» è stata affiancata dalla ancora più evoluta classe «Gaeta» dal 1992, cacciamine dotati di sonar potenziati, sistema di navigazione automatizzato e veicoli filoguidati (ROV) in grado di individuare e neutralizzare le mine subacquee a distanza. Per la loro efficienza operativa e per la tecnologia avanzata, i cacciamine classe «Lerici» nati a Sarzana sono stati particolarmente apprezzati dalla Us Navy. Dal progetto italiano sono nati i «minehunters» della classe «Osprey», costruiti dalla filiale americana della Intermarine. La Marina Finlandese dal 2015 ha ricevuto da Intermarine 3 cacciamine classe Katanpåå, direttamente derivanti dai cacciamine classe Lat Ya della Marina Thailandese anche questi ultimi derivati dalla classe «Lerici».
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