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2022-08-25
Tutti i lati oscuri dei «cacciatori di bufale»
Mark Zuckerberg (Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social.
Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.
Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino?
Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.
Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea.
Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente
«Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti.
Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società.
Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
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Uno studio smonta le operazioni di fact checking lanciate da Mark Zuckerberg: presunti esperti scelti a priori in base ai follower e non alle competenze sul tema e già schierati pubblicamente. Prof di Harvard fa causa a Joe Biden: «Negata la libertà di espressione».Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente. Malfunzionamento della bacheca. Sulla piattaforma rivale impazza un hashtag ad hoc.Lo speciale comprende due articoli.Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social. Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino? Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-lati-oscuri-dei-cacciatori-di-bufale-2657935598.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guerra-social-facebook-impazzisce-e-twitter-gongola-per-lincidente" data-post-id="2657935598" data-published-at="1661371308" data-use-pagination="False"> Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente «Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti. Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società. Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.