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2022-08-25
Tutti i lati oscuri dei «cacciatori di bufale»
Mark Zuckerberg (Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social.
Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.
Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino?
Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.
Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea.
Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente
«Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti.
Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società.
Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
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Uno studio smonta le operazioni di fact checking lanciate da Mark Zuckerberg: presunti esperti scelti a priori in base ai follower e non alle competenze sul tema e già schierati pubblicamente. Prof di Harvard fa causa a Joe Biden: «Negata la libertà di espressione».Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente. Malfunzionamento della bacheca. Sulla piattaforma rivale impazza un hashtag ad hoc.Lo speciale comprende due articoli.Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social. Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino? Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-lati-oscuri-dei-cacciatori-di-bufale-2657935598.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guerra-social-facebook-impazzisce-e-twitter-gongola-per-lincidente" data-post-id="2657935598" data-published-at="1661371308" data-use-pagination="False"> Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente «Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti. Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società. Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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