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2022-08-25
Tutti i lati oscuri dei «cacciatori di bufale»
Mark Zuckerberg (Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social.
Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.
Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino?
Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.
Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea.
Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente
«Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti.
Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società.
Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
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Uno studio smonta le operazioni di fact checking lanciate da Mark Zuckerberg: presunti esperti scelti a priori in base ai follower e non alle competenze sul tema e già schierati pubblicamente. Prof di Harvard fa causa a Joe Biden: «Negata la libertà di espressione».Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente. Malfunzionamento della bacheca. Sulla piattaforma rivale impazza un hashtag ad hoc.Lo speciale comprende due articoli.Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social. Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino? Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-lati-oscuri-dei-cacciatori-di-bufale-2657935598.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guerra-social-facebook-impazzisce-e-twitter-gongola-per-lincidente" data-post-id="2657935598" data-published-at="1661371308" data-use-pagination="False"> Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente «Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti. Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società. Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
Ansa
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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Getty Images
Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
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