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2022-08-25
Tutti i lati oscuri dei «cacciatori di bufale»
Mark Zuckerberg (Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social.
Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.
Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino?
Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.
Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». Il convegno si è concluso con una delibera, chiara a tutti: combattere chi non si allinea.
Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente
«Su Facebook mi hanno fatto gli auguri di compleanno alcuni sconosciuti, peccato che non fosse il mio compleanno», scriveva divertito un utente su Twitter, mentre tra le pagine dell’uccellino cinguettante guadagnavano terreno gli hashtag #facebookdown e #facebookhacked, a testimonianza di un malfunzionamento che attanagliava ieri mattina il social network di Mark Zuckerberg. La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti.
Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società.
Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
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Uno studio smonta le operazioni di fact checking lanciate da Mark Zuckerberg: presunti esperti scelti a priori in base ai follower e non alle competenze sul tema e già schierati pubblicamente. Prof di Harvard fa causa a Joe Biden: «Negata la libertà di espressione».Guerra social: Facebook impazzisce e Twitter gongola per l’incidente. Malfunzionamento della bacheca. Sulla piattaforma rivale impazza un hashtag ad hoc.Lo speciale comprende due articoli.Chi controlla il controllore? Se la faccenda si trascina dai tempi di Giovenale, ed è rimasta irrisolta, i tentativi di verificare l’informazione pubblica e «sociale», oggi, attraverso i cosiddetti fact checker, nel migliore dei casi fanno sorridere. Nel peggiore, quello che stiamo vivendo oggi sotto pandemia, rasentano l’impudenza. Accade che buona parte dell’informazione (a partire da quella sul Covid) passi attraverso i social network, in particolare Facebook, e che questi si siano autoconferiti l’incarico di epurare ciò che non risponde alle «policies» del social. Vinay Prasad, professore associato di epidemiologia e biostatistica presso l’università della California, ha dedicato al tema uno studio, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista peer reviewed Digital Health, specializzata in assistenza sanitaria nel mondo digitale. La ricerca si è concentrata su Healthfeedback.org, una delle tante organizzazioni che esaminano articoli sui media per conto di Facebook. Lo studio ha stabilito che gli attuali processi di verifica dei fatti sembrano essere fortemente associati a revisori selezionati in base al numero di follower su Twitter: i fact checker sono nella maggioranza dei casi utenti Twitter con numerosi seguaci, che a volte dichiarano ostilità nei confronti degli argomenti che devono verificare già prima di effettuare la verifica. Controllori governati dal pregiudizio, insomma, al punto che l’autore invoca a gran voce «maggiore trasparenza nel processo che determina se un contenuto è ’disinformazione’ o no». Nella fattispecie, sostiene Prasad, oltre che sulla base del seguito su Twitter, i revisori sembrano essere selezionati in base a punti di vista a priori che raggiungono un vasto pubblico. Non è chiaro come vengano selezionati gli articoli per la revisione e come vengano scelti i revisori poiché il processo di selezione dei revisori non è specificato nel sito, né negli stessi articoli di debunking. Una pesantissima critica alle censure pandemiche è arrivata, lo scorso 3 agosto, anche da Martin Kulldorff, epidemiologo ad Harvard: «Ho citato in giudizio per violazione del primo emendamento il governo e il presidente Joe Biden, il Cdc e Anthony Fauci, in collusione con Twitter, Facebook, Linkedin e Youtube nell’aver censurato la nostra libertà di parola». Kulldorff, che firma il documento insieme con altri scienziati tra cui l’epidemiologo Jay Batthacharya, cita espressamente debunkers e fact checker.Anche in Italia il fact checking opera arbitrariamente: quando, il 17 settembre 2021 l’advisory committee di Fda sui vaccini decise, dopo una riunione fiume di 8 ore, di bloccare la somministrazione delle terze dosi con 16 (contro 2) espressioni contrarie, chi documentò quella riunione fu sospeso da Facebook. Anche adesso, molti utenti vengono bloccati perfino quando condividono articoli pubblicati su riviste scientifiche prestigiose come Bmj. Il fact checking è ora concentrato sulle elezioni. La prima a subire la cancellazione della pagina Facebook è stata l’europarlamentare Francesca Donato, il giorno dopo il suo voto contrario alle sanzioni alla Russia. Più recentemente, i fact checker hanno calato la mannaia su un utente colpevole di aver condiviso un post in cui si annunciava lo sciopero del 9 e 10 settembre dei sindacati Fisi (Pa, sanità e scuola), proclamato contro l’obbligo vaccinale: anche il diritto di sciopero è nel mirino? Come funzionino i blocchi, è noto: le piattaforme dichiarano che la prima scrematura è fatta da un algoritmo (quello che censura i nudi artistici come Le Déjeuner sur l’herbe del pittore Manet perché si intravede un seno), ma la selezione è eseguita, ovviamente, da persone in carne e ossa. Per Facebook, centinaia di dipendenti divisi tra India, Irlanda, Texas e California. Curiosamente, tra le aree di specializzazione non ce n’è una dedicata alle cosiddette fake news: le squadre si occupano di hate speech, hacker, pornografia e sicurezza. In Italia, così come in tanti altri Paesi, nessuno si occupa delle segnalazioni, che vengono date in gestione a società esterne (nel caso italiano, Open di Enrico Mentana). Il codice lessicale, che ormai abbiamo imparato a riconoscere («No! Non è vero che Mario Rossi ha i capelli castani! Li ha marroni!») è lo stesso ovunque, l’attenzione del fact checker si concentra su un dettaglio e su questo sviluppa il debunking.Gli acchiappa fakenews si prendono molto sul serio, al punto che qualche settimana fa a Oslo si è tenuta la conferenza dei fact checker «indipendenti» di tutto il mondo, organizzata da un’associazione di media dem americani. Nessuno ha parlato delle grandi fake che hanno spostato decine di milioni di voti, come quella che ha negato l’esistenza del laptop del figlio del presidente Joe Biden, riconosciuta dopo 18 mesi perfino dal New York Times. Nessun cenno neanche sulla grave censura operata da Twitter contro il famoso epidemiologo di Oxford Carl Henegan, «colpevole» di aver pubblicato uno studio che suggeriva che il conteggio dei decessi Covid era probabilmente «esagerato». 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La battaglia prendeva forma: Twitter si faceva beffe di Facebook, dileggiandone una falla di sistema attraverso i suoi iscritti. È quanto accaduto ieri e, in effetti, i contorni spassosi non mancavano: verso le 8.30 di mercoledì 24 agosto, diversi profili Facebook segnalavano la comparsa sulle loro bacheche di immagini e post di persone sconosciute, non incluse nella personale rete di amicizie o di frequentazioni virtuali, addirittura aggiornamenti di pagine vip, poco importa se da loro seguiti o meno. Da Cristiano Ronaldo a Shakira, passando per Rihanna. Non solo. Molte persone si sono ritrovate con una messe spropositata di auguri di felice compleanno da parte di personaggi misteriosi, inviti a eventi, messaggi su argomenti inediti. Il sito web specializzato Webdetector.com, in breve tempo, ha registrato migliaia di segnalazioni di questo tipo e numerosi utenti di Twitter, a loro volta iscritti pure su Facebook, paventavano il rischio di una violazione della privacy delle loro pagine dovuta a un attacco di pirati informatici. In giornata è arrivata la smentita: nessun attacco hacker a Facebook, era l’algoritmo - l’insieme di procedure matematiche in grado di mostrare all’utenza pagine e risultati sulla base delle tendenze personali e delle azioni compiute - a essere impazzito. Il motivo? Pare sia da ricercare in una modifica di configurazioni da parte dei tecnici di Meta, il marchio capeggiato da Zuckerberg. «Una modifica alla nostra configurazione ha provocato ad alcune persone problemi con le pagine del loro profilo Facebook. Abbiamo risolto il malfunzionamento il più rapidamente possibile e ci scusiamo per gli eventuali disagi», ha dichiarato un portavoce della società. Twitter probabilmente avrà fatto salti di gioia per l’improvvisa impennata di traffico tutta a suo vantaggio. «Facebook non funziona? Seguici su Twitter», si prodigavano a scrivere numerose pagine, anche di partiti politici impegnati nel diffondere messaggi pre elettorali. Del resto, la disfida tra i due social network è entrata nel vivo soprattutto da quando Elon Musk, patron di Tesla, aveva annunciato di voler acquisire il marchio con l’uccellino su sfondo azzurro e di volerne cambiare le regole, lasciando maggior libertà d’espressione agli utenti, senza sottoporli alle strette censure ideologiche stabilite dall’universo Zuckerberg e in generale dal mondo dei social. Per ora Musk detiene il 9,2% delle azioni, ma dopo aver avanzato un’offerta da 44 miliardi di dollari per acquisire il pacchetto completo si è defilato, e a dirimere la vicenda ci penserà la Corte della cancelleria del Delaware il 17 ottobre. Il motivo della marcia indietro di Musk è legato, pare, alla discrepanza tra il numero di utenti attivi sul social network e il numero dichiarato ufficialmente. Addirittura, il fondatore di Tesla avrebbe citato in giudizio Jack Dorsey, ex ad di Twitter, allo scopo di acquisire maggiori informazioni sulle cifre dell’azienda, sulle metriche utilizzate per il conteggio dei profili, e sulle misure di sicurezza adottate per proteggere la privacy degli iscritti. Insomma, se Atene Facebook piange, Sparta Twitter ride, ma non troppo.
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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INDUSTRIA 05-2026.pdf
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