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2022-04-21
Tutte le sponde dei Benetton nell’esecutivo
Enrico Giovannini (Imagoeconomica)
Certo non è come ai bei vecchi tempi, quando le porte tra i cda delle società dei Benetton e i centri del potere politico, più che girevoli, erano assenti. Però, a mettere in fila gli eventi succedutisi dopo la tragedia del ponte Morandi, una cosa è certa: i magliai di Ponzano veneto possono ancora contare su un gruppo di politici o grand commis molto sensibili ai loro desiderata e, in generale, a quelli dei concessionari autostradali. La storia degli ultimi anni è a dir poco beffarda, se si pensa alla famosa «caducazione» invocata dall’allora premier Giuseppe Conte dopo il crollo del Polcevera rispetto alle concessioni autostradali di Aspi, terminata a tarallucci e vino con miliardi cash nelle tasche dei Benetton e ora culminata con un ricco rimborso di un miliardo per i mancati introiti durante la pandemia. O all’altrettanto surreale, per non dire onirica, vicenda delle proroghe della concessione della Brescia-Padova, avallata poco più di una paio di anni fa dalla ministra dem Paola De Micheli e perpetuata dall’attuale titolare delle Infrastrutture Enrico Giovannini.
Si tratta, però, di una storia che viene da lontano, e siccome è cosa ben nota che nelle dinamiche di potere del nostro Paese poco si crea e pochissimo si distrugge, se ne deduce facilmente l’impossibilità per la famiglia Benetton di interfacciarsi con un establishment ostile. Ora, senza bisogno di partire ab ovo, si può tra gli altri ricordare Paolo Costa, titolare dell’allora dicastero dei Lavori pubblici, alla metà degli anni Novanta nel primo governo presieduto da Romano Prodi, che qualche anno dopo fu chiamato dallo stesso professore a guidare il cda di Spea engineering, società del gruppo Atlantia. La defenestrazione di Prodi a opera di Massimo D’Alema, per usare un eufemismo, non determinò un rallentamento degli affari della famiglia di Ponzano Veneto, al contrario creò le basi, con la storia dei «Capitani coraggiosi», della svendita agli amici degli amici degli asset statali più preziosi tra cui, appunto le autostrade.
Se vogliamo indugiare nell’esplorazione dei settori dalemiani e del loro rapporto storico con i Benetton, potremmo senz'altro citare Claudio De Vincenti, ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi, affacciatosi anni fa sulla scena politica in qualità di consulente economico del leader del Pds, finito alla testa di Aeroporti di Roma, società controllata da Atlantia. Come visto per Prodi, anche il ramo cattolico della sinistra italiana non ha lesinato sponde politiche nel corso degli anni, e alcune cointeressenze o collaborazioni del passato non possono non risultare utili oggi. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta tra il 2005 e il 2013 ha avuto tra i maggior sponsor del suo think tank Vedrò proprio la famiglia Benetton, prima di entrare, tre anni dopo, nel consiglio di amministrazione di Abertis, uscendone al momento dell’acquisizione da parte di Atlantia ma ben dopo la scalata alla A4 Brescia-Padova, portata a termine nel 2017 dal gruppo spagnolo, con l’85% del pacchetto azionario.
Erano quelli che si possono definire per i Benetton gli anni d’oro, con volti amici nelle posizioni chiave dell’esecutivo e della macchina burocratica, coltivate a dovere grazie a una politica molto generosa di finanziamenti e donazioni a forze politiche e fondazioni a loro riferibili: sempre per fare un esempio, nel solo 2006 le risorse stanziate dalla famiglia per finanziare la politica ammontarono a 1,1 milioni di euro. Anni di vacche grasse, grandi profitti e spese per investimenti e manutenzione ridotte all’osso, sfociati nel disastro del 14 agosto 2018 e nei 43 morti, cui fece seguito la levata di scudi di Conte e del M5s per la revoca della concessione, risoltasi con un esito tra i più vantaggiosi che si potessero immaginare, come ampiamente documentato dal nostro giornale anche negli ultimi giorni.
Ma anche nel pieno della tempesta, i proprietari di Atlantia, apparentemente messi all’indice, non sono rimasti in balia dei flutti: il più scettico sulla revoca si era mostrato Matteo Renzi, che caldeggiò la strada del maxi indennizzo e che qualche mese dopo l’uscita da Autostrade percepì un onorario di 19.000 euro dalla 21 investimenti sgr di Alessandro Benetton per uno speech al meeting Eccellenze Made in Italy. E anche Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ha uno storico rapporto di dialogo con i Benetton.
Una volta passata la tempesta e cambiato il clima politico, deve aver fatto piacere constatare alla dinastia veneta che le cose, a Porta Pia, non sono cambiate di molto dall’età aurea, se è vero che alla corte di Giovannini, come capo di gabinetto, c’è ancora Alberto Stancanelli (già in carica con la De Micheli) e come capo dipartimento dei trasporti da un anno c’è Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto di Graziano Delrio, noto agli addetti ai lavori per avere sempre assunto decisioni gradite ai concessionari di autostrade, tra cui quella della proroga della Brescia-Padova.
Fondazione Crt al fianco di Ponzano
Proseguono i movimenti per il riassetto dell’impero dei Benetton e per l’Opa lanciata dalla famiglia di Ponzano Veneto su Atlantia per fermare la cordata ostile formata dai fondi Gip e Brookfield, alleate della Acs di Florentino Pérez, socio della stessa Atlantia nel gruppo spagnolo Abertis. La Fondazione Crt, guidata dal presidente Giovanni Quaglia, dopo aver annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aderito all’offerta pubblica di acquisto promossa da Edizione e Blackstone per il totale della propria partecipazione, pari al 4,54%, ieri ha diffuso i dettagli dell’operazione. In particolare, una quota pari al 3% del capitale sociale sarà reinvestita in Holdco (Schemaquarantadue spa), mentre il rimanente 1,54% sarà monetizzato.
Per lanciare l’Opa su Atlantia i Benetton e il fondo Blackstone hanno costituito due società ad hoc: Schemaquarantatrè, la prima, che lancia l’Opa (detta Bidco), interamente controllata da Schemaquarantadue, la seconda, una holding (Holdco) controllata al 65% da Sintonia (la subholding di Edizione, che conserva le partecipazioni finanziarie della famiglia Benetton) e al 35% da Blackstone (attraverso due accomandite lussemburghesi, Bip-V hogan che attualmente detiene il 5,25% e Bip hogan che ha il 29,75%).
Dopo il via libera del cda di Fondazione Crt all’adesione immediata all’Opa con sottoscrizione di azioni Holdco per l’ammontare di propria competenza, corrispondente allo 0,76% del capitale sociale di Atlantia (143,8 milioni di euro in base al prezzo dell’Opa), ieri il consiglio di indirizzo ha votato all’unanimità l’ulteriore adesione per il 3,78% della partecipazione (718 milioni di euro), con reinvestimento del 2,24% in Holdco e monetizzazione del restante 1,54%. L’adesione all’offerta potrebbe essere nettata dello 0,15% alla luce dei contratti opzionali in essere.
Per quel che riguarda il futuro della nuova società post Opa, avrà un cda di nove membri, sei di espressione dei Benetton e tre di Blackstone, che potrebbe salire a dieci con un membro di Fondazione Crt nel caso l’ente reinvesta almeno fino al 3% nel capitale di Atlantia. Presidente, vice presidente e ad saranno designati da Ponzano Veneto, il cfo dal fondo americano. Ci sarà un periodo di lock up di cinque anni al termine del quale sarà possibile richiedere l’avvio del processo di Ipo, come rivela il contenuto del patto parasociale tra Sintonia e Blackstone.
Ieri, inoltre, novità anche sul fronte della cessione di Aspi: il consiglio di Cassa depositi e prestiti ha approvato la lista di membri del cda di Autostrade per l’Italia in vista del closing dell’operazione di acquisizione da 8 miliardi, previsto per il prossimo 5 maggio, in base ai patti parasociali con i fondi Blackstone e Macquarie. Nel dettaglio, Elisabetta Oliveri è stata nominata presidente al posto di Giuliano Mari, mentre Roberto Tomasi è stato confermato amministratore delegato. Tomasi, già direttore generale del gruppo, era stato scelto dalla famiglia Benetton per sostituire Giovanni Castellucci nel gennaio 2019. La lista è inoltre composta da Massimo Romano, Francesca Pace, Roberta Battaglia e Fabio Massoli.
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Da sempre la famiglia gode di buoni rapporti con il Tesoro e i politici dem, tanto da finanziare la fondazione di Enrico Letta e «assumere» Matteo Renzi come oratore. Al ministero dei Trasporti, Enrico Giovannini ha confermato in ruoli chiave gli uomini di Graziano Delrio e Paola De Micheli.Fondazione Crt al fianco di Ponzano. Il cda aderisce alla cordata dei Benetton, che sceglieranno ad e presidente Cdp nomina i nuovi vertici di Aspi: Roberto Tomasi confermato amministratore delegato. Lo speciale comprende due articoli.Certo non è come ai bei vecchi tempi, quando le porte tra i cda delle società dei Benetton e i centri del potere politico, più che girevoli, erano assenti. Però, a mettere in fila gli eventi succedutisi dopo la tragedia del ponte Morandi, una cosa è certa: i magliai di Ponzano veneto possono ancora contare su un gruppo di politici o grand commis molto sensibili ai loro desiderata e, in generale, a quelli dei concessionari autostradali. La storia degli ultimi anni è a dir poco beffarda, se si pensa alla famosa «caducazione» invocata dall’allora premier Giuseppe Conte dopo il crollo del Polcevera rispetto alle concessioni autostradali di Aspi, terminata a tarallucci e vino con miliardi cash nelle tasche dei Benetton e ora culminata con un ricco rimborso di un miliardo per i mancati introiti durante la pandemia. O all’altrettanto surreale, per non dire onirica, vicenda delle proroghe della concessione della Brescia-Padova, avallata poco più di una paio di anni fa dalla ministra dem Paola De Micheli e perpetuata dall’attuale titolare delle Infrastrutture Enrico Giovannini.Si tratta, però, di una storia che viene da lontano, e siccome è cosa ben nota che nelle dinamiche di potere del nostro Paese poco si crea e pochissimo si distrugge, se ne deduce facilmente l’impossibilità per la famiglia Benetton di interfacciarsi con un establishment ostile. Ora, senza bisogno di partire ab ovo, si può tra gli altri ricordare Paolo Costa, titolare dell’allora dicastero dei Lavori pubblici, alla metà degli anni Novanta nel primo governo presieduto da Romano Prodi, che qualche anno dopo fu chiamato dallo stesso professore a guidare il cda di Spea engineering, società del gruppo Atlantia. La defenestrazione di Prodi a opera di Massimo D’Alema, per usare un eufemismo, non determinò un rallentamento degli affari della famiglia di Ponzano Veneto, al contrario creò le basi, con la storia dei «Capitani coraggiosi», della svendita agli amici degli amici degli asset statali più preziosi tra cui, appunto le autostrade. Se vogliamo indugiare nell’esplorazione dei settori dalemiani e del loro rapporto storico con i Benetton, potremmo senz'altro citare Claudio De Vincenti, ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi, affacciatosi anni fa sulla scena politica in qualità di consulente economico del leader del Pds, finito alla testa di Aeroporti di Roma, società controllata da Atlantia. Come visto per Prodi, anche il ramo cattolico della sinistra italiana non ha lesinato sponde politiche nel corso degli anni, e alcune cointeressenze o collaborazioni del passato non possono non risultare utili oggi. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta tra il 2005 e il 2013 ha avuto tra i maggior sponsor del suo think tank Vedrò proprio la famiglia Benetton, prima di entrare, tre anni dopo, nel consiglio di amministrazione di Abertis, uscendone al momento dell’acquisizione da parte di Atlantia ma ben dopo la scalata alla A4 Brescia-Padova, portata a termine nel 2017 dal gruppo spagnolo, con l’85% del pacchetto azionario. Erano quelli che si possono definire per i Benetton gli anni d’oro, con volti amici nelle posizioni chiave dell’esecutivo e della macchina burocratica, coltivate a dovere grazie a una politica molto generosa di finanziamenti e donazioni a forze politiche e fondazioni a loro riferibili: sempre per fare un esempio, nel solo 2006 le risorse stanziate dalla famiglia per finanziare la politica ammontarono a 1,1 milioni di euro. Anni di vacche grasse, grandi profitti e spese per investimenti e manutenzione ridotte all’osso, sfociati nel disastro del 14 agosto 2018 e nei 43 morti, cui fece seguito la levata di scudi di Conte e del M5s per la revoca della concessione, risoltasi con un esito tra i più vantaggiosi che si potessero immaginare, come ampiamente documentato dal nostro giornale anche negli ultimi giorni. Ma anche nel pieno della tempesta, i proprietari di Atlantia, apparentemente messi all’indice, non sono rimasti in balia dei flutti: il più scettico sulla revoca si era mostrato Matteo Renzi, che caldeggiò la strada del maxi indennizzo e che qualche mese dopo l’uscita da Autostrade percepì un onorario di 19.000 euro dalla 21 investimenti sgr di Alessandro Benetton per uno speech al meeting Eccellenze Made in Italy. E anche Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ha uno storico rapporto di dialogo con i Benetton.Una volta passata la tempesta e cambiato il clima politico, deve aver fatto piacere constatare alla dinastia veneta che le cose, a Porta Pia, non sono cambiate di molto dall’età aurea, se è vero che alla corte di Giovannini, come capo di gabinetto, c’è ancora Alberto Stancanelli (già in carica con la De Micheli) e come capo dipartimento dei trasporti da un anno c’è Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto di Graziano Delrio, noto agli addetti ai lavori per avere sempre assunto decisioni gradite ai concessionari di autostrade, tra cui quella della proroga della Brescia-Padova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-sponde-dei-benetton-nellesecutivo-2657186594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondazione-crt-al-fianco-di-ponzano" data-post-id="2657186594" data-published-at="1650482035" data-use-pagination="False"> Fondazione Crt al fianco di Ponzano Proseguono i movimenti per il riassetto dell’impero dei Benetton e per l’Opa lanciata dalla famiglia di Ponzano Veneto su Atlantia per fermare la cordata ostile formata dai fondi Gip e Brookfield, alleate della Acs di Florentino Pérez, socio della stessa Atlantia nel gruppo spagnolo Abertis. La Fondazione Crt, guidata dal presidente Giovanni Quaglia, dopo aver annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aderito all’offerta pubblica di acquisto promossa da Edizione e Blackstone per il totale della propria partecipazione, pari al 4,54%, ieri ha diffuso i dettagli dell’operazione. In particolare, una quota pari al 3% del capitale sociale sarà reinvestita in Holdco (Schemaquarantadue spa), mentre il rimanente 1,54% sarà monetizzato. Per lanciare l’Opa su Atlantia i Benetton e il fondo Blackstone hanno costituito due società ad hoc: Schemaquarantatrè, la prima, che lancia l’Opa (detta Bidco), interamente controllata da Schemaquarantadue, la seconda, una holding (Holdco) controllata al 65% da Sintonia (la subholding di Edizione, che conserva le partecipazioni finanziarie della famiglia Benetton) e al 35% da Blackstone (attraverso due accomandite lussemburghesi, Bip-V hogan che attualmente detiene il 5,25% e Bip hogan che ha il 29,75%). Dopo il via libera del cda di Fondazione Crt all’adesione immediata all’Opa con sottoscrizione di azioni Holdco per l’ammontare di propria competenza, corrispondente allo 0,76% del capitale sociale di Atlantia (143,8 milioni di euro in base al prezzo dell’Opa), ieri il consiglio di indirizzo ha votato all’unanimità l’ulteriore adesione per il 3,78% della partecipazione (718 milioni di euro), con reinvestimento del 2,24% in Holdco e monetizzazione del restante 1,54%. L’adesione all’offerta potrebbe essere nettata dello 0,15% alla luce dei contratti opzionali in essere. Per quel che riguarda il futuro della nuova società post Opa, avrà un cda di nove membri, sei di espressione dei Benetton e tre di Blackstone, che potrebbe salire a dieci con un membro di Fondazione Crt nel caso l’ente reinvesta almeno fino al 3% nel capitale di Atlantia. Presidente, vice presidente e ad saranno designati da Ponzano Veneto, il cfo dal fondo americano. Ci sarà un periodo di lock up di cinque anni al termine del quale sarà possibile richiedere l’avvio del processo di Ipo, come rivela il contenuto del patto parasociale tra Sintonia e Blackstone. Ieri, inoltre, novità anche sul fronte della cessione di Aspi: il consiglio di Cassa depositi e prestiti ha approvato la lista di membri del cda di Autostrade per l’Italia in vista del closing dell’operazione di acquisizione da 8 miliardi, previsto per il prossimo 5 maggio, in base ai patti parasociali con i fondi Blackstone e Macquarie. Nel dettaglio, Elisabetta Oliveri è stata nominata presidente al posto di Giuliano Mari, mentre Roberto Tomasi è stato confermato amministratore delegato. Tomasi, già direttore generale del gruppo, era stato scelto dalla famiglia Benetton per sostituire Giovanni Castellucci nel gennaio 2019. La lista è inoltre composta da Massimo Romano, Francesca Pace, Roberta Battaglia e Fabio Massoli.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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