True
2022-04-21
Tutte le sponde dei Benetton nell’esecutivo
Enrico Giovannini (Imagoeconomica)
Certo non è come ai bei vecchi tempi, quando le porte tra i cda delle società dei Benetton e i centri del potere politico, più che girevoli, erano assenti. Però, a mettere in fila gli eventi succedutisi dopo la tragedia del ponte Morandi, una cosa è certa: i magliai di Ponzano veneto possono ancora contare su un gruppo di politici o grand commis molto sensibili ai loro desiderata e, in generale, a quelli dei concessionari autostradali. La storia degli ultimi anni è a dir poco beffarda, se si pensa alla famosa «caducazione» invocata dall’allora premier Giuseppe Conte dopo il crollo del Polcevera rispetto alle concessioni autostradali di Aspi, terminata a tarallucci e vino con miliardi cash nelle tasche dei Benetton e ora culminata con un ricco rimborso di un miliardo per i mancati introiti durante la pandemia. O all’altrettanto surreale, per non dire onirica, vicenda delle proroghe della concessione della Brescia-Padova, avallata poco più di una paio di anni fa dalla ministra dem Paola De Micheli e perpetuata dall’attuale titolare delle Infrastrutture Enrico Giovannini.
Si tratta, però, di una storia che viene da lontano, e siccome è cosa ben nota che nelle dinamiche di potere del nostro Paese poco si crea e pochissimo si distrugge, se ne deduce facilmente l’impossibilità per la famiglia Benetton di interfacciarsi con un establishment ostile. Ora, senza bisogno di partire ab ovo, si può tra gli altri ricordare Paolo Costa, titolare dell’allora dicastero dei Lavori pubblici, alla metà degli anni Novanta nel primo governo presieduto da Romano Prodi, che qualche anno dopo fu chiamato dallo stesso professore a guidare il cda di Spea engineering, società del gruppo Atlantia. La defenestrazione di Prodi a opera di Massimo D’Alema, per usare un eufemismo, non determinò un rallentamento degli affari della famiglia di Ponzano Veneto, al contrario creò le basi, con la storia dei «Capitani coraggiosi», della svendita agli amici degli amici degli asset statali più preziosi tra cui, appunto le autostrade.
Se vogliamo indugiare nell’esplorazione dei settori dalemiani e del loro rapporto storico con i Benetton, potremmo senz'altro citare Claudio De Vincenti, ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi, affacciatosi anni fa sulla scena politica in qualità di consulente economico del leader del Pds, finito alla testa di Aeroporti di Roma, società controllata da Atlantia. Come visto per Prodi, anche il ramo cattolico della sinistra italiana non ha lesinato sponde politiche nel corso degli anni, e alcune cointeressenze o collaborazioni del passato non possono non risultare utili oggi. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta tra il 2005 e il 2013 ha avuto tra i maggior sponsor del suo think tank Vedrò proprio la famiglia Benetton, prima di entrare, tre anni dopo, nel consiglio di amministrazione di Abertis, uscendone al momento dell’acquisizione da parte di Atlantia ma ben dopo la scalata alla A4 Brescia-Padova, portata a termine nel 2017 dal gruppo spagnolo, con l’85% del pacchetto azionario.
Erano quelli che si possono definire per i Benetton gli anni d’oro, con volti amici nelle posizioni chiave dell’esecutivo e della macchina burocratica, coltivate a dovere grazie a una politica molto generosa di finanziamenti e donazioni a forze politiche e fondazioni a loro riferibili: sempre per fare un esempio, nel solo 2006 le risorse stanziate dalla famiglia per finanziare la politica ammontarono a 1,1 milioni di euro. Anni di vacche grasse, grandi profitti e spese per investimenti e manutenzione ridotte all’osso, sfociati nel disastro del 14 agosto 2018 e nei 43 morti, cui fece seguito la levata di scudi di Conte e del M5s per la revoca della concessione, risoltasi con un esito tra i più vantaggiosi che si potessero immaginare, come ampiamente documentato dal nostro giornale anche negli ultimi giorni.
Ma anche nel pieno della tempesta, i proprietari di Atlantia, apparentemente messi all’indice, non sono rimasti in balia dei flutti: il più scettico sulla revoca si era mostrato Matteo Renzi, che caldeggiò la strada del maxi indennizzo e che qualche mese dopo l’uscita da Autostrade percepì un onorario di 19.000 euro dalla 21 investimenti sgr di Alessandro Benetton per uno speech al meeting Eccellenze Made in Italy. E anche Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ha uno storico rapporto di dialogo con i Benetton.
Una volta passata la tempesta e cambiato il clima politico, deve aver fatto piacere constatare alla dinastia veneta che le cose, a Porta Pia, non sono cambiate di molto dall’età aurea, se è vero che alla corte di Giovannini, come capo di gabinetto, c’è ancora Alberto Stancanelli (già in carica con la De Micheli) e come capo dipartimento dei trasporti da un anno c’è Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto di Graziano Delrio, noto agli addetti ai lavori per avere sempre assunto decisioni gradite ai concessionari di autostrade, tra cui quella della proroga della Brescia-Padova.
Fondazione Crt al fianco di Ponzano
Proseguono i movimenti per il riassetto dell’impero dei Benetton e per l’Opa lanciata dalla famiglia di Ponzano Veneto su Atlantia per fermare la cordata ostile formata dai fondi Gip e Brookfield, alleate della Acs di Florentino Pérez, socio della stessa Atlantia nel gruppo spagnolo Abertis. La Fondazione Crt, guidata dal presidente Giovanni Quaglia, dopo aver annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aderito all’offerta pubblica di acquisto promossa da Edizione e Blackstone per il totale della propria partecipazione, pari al 4,54%, ieri ha diffuso i dettagli dell’operazione. In particolare, una quota pari al 3% del capitale sociale sarà reinvestita in Holdco (Schemaquarantadue spa), mentre il rimanente 1,54% sarà monetizzato.
Per lanciare l’Opa su Atlantia i Benetton e il fondo Blackstone hanno costituito due società ad hoc: Schemaquarantatrè, la prima, che lancia l’Opa (detta Bidco), interamente controllata da Schemaquarantadue, la seconda, una holding (Holdco) controllata al 65% da Sintonia (la subholding di Edizione, che conserva le partecipazioni finanziarie della famiglia Benetton) e al 35% da Blackstone (attraverso due accomandite lussemburghesi, Bip-V hogan che attualmente detiene il 5,25% e Bip hogan che ha il 29,75%).
Dopo il via libera del cda di Fondazione Crt all’adesione immediata all’Opa con sottoscrizione di azioni Holdco per l’ammontare di propria competenza, corrispondente allo 0,76% del capitale sociale di Atlantia (143,8 milioni di euro in base al prezzo dell’Opa), ieri il consiglio di indirizzo ha votato all’unanimità l’ulteriore adesione per il 3,78% della partecipazione (718 milioni di euro), con reinvestimento del 2,24% in Holdco e monetizzazione del restante 1,54%. L’adesione all’offerta potrebbe essere nettata dello 0,15% alla luce dei contratti opzionali in essere.
Per quel che riguarda il futuro della nuova società post Opa, avrà un cda di nove membri, sei di espressione dei Benetton e tre di Blackstone, che potrebbe salire a dieci con un membro di Fondazione Crt nel caso l’ente reinvesta almeno fino al 3% nel capitale di Atlantia. Presidente, vice presidente e ad saranno designati da Ponzano Veneto, il cfo dal fondo americano. Ci sarà un periodo di lock up di cinque anni al termine del quale sarà possibile richiedere l’avvio del processo di Ipo, come rivela il contenuto del patto parasociale tra Sintonia e Blackstone.
Ieri, inoltre, novità anche sul fronte della cessione di Aspi: il consiglio di Cassa depositi e prestiti ha approvato la lista di membri del cda di Autostrade per l’Italia in vista del closing dell’operazione di acquisizione da 8 miliardi, previsto per il prossimo 5 maggio, in base ai patti parasociali con i fondi Blackstone e Macquarie. Nel dettaglio, Elisabetta Oliveri è stata nominata presidente al posto di Giuliano Mari, mentre Roberto Tomasi è stato confermato amministratore delegato. Tomasi, già direttore generale del gruppo, era stato scelto dalla famiglia Benetton per sostituire Giovanni Castellucci nel gennaio 2019. La lista è inoltre composta da Massimo Romano, Francesca Pace, Roberta Battaglia e Fabio Massoli.
Continua a leggereRiduci
Da sempre la famiglia gode di buoni rapporti con il Tesoro e i politici dem, tanto da finanziare la fondazione di Enrico Letta e «assumere» Matteo Renzi come oratore. Al ministero dei Trasporti, Enrico Giovannini ha confermato in ruoli chiave gli uomini di Graziano Delrio e Paola De Micheli.Fondazione Crt al fianco di Ponzano. Il cda aderisce alla cordata dei Benetton, che sceglieranno ad e presidente Cdp nomina i nuovi vertici di Aspi: Roberto Tomasi confermato amministratore delegato. Lo speciale comprende due articoli.Certo non è come ai bei vecchi tempi, quando le porte tra i cda delle società dei Benetton e i centri del potere politico, più che girevoli, erano assenti. Però, a mettere in fila gli eventi succedutisi dopo la tragedia del ponte Morandi, una cosa è certa: i magliai di Ponzano veneto possono ancora contare su un gruppo di politici o grand commis molto sensibili ai loro desiderata e, in generale, a quelli dei concessionari autostradali. La storia degli ultimi anni è a dir poco beffarda, se si pensa alla famosa «caducazione» invocata dall’allora premier Giuseppe Conte dopo il crollo del Polcevera rispetto alle concessioni autostradali di Aspi, terminata a tarallucci e vino con miliardi cash nelle tasche dei Benetton e ora culminata con un ricco rimborso di un miliardo per i mancati introiti durante la pandemia. O all’altrettanto surreale, per non dire onirica, vicenda delle proroghe della concessione della Brescia-Padova, avallata poco più di una paio di anni fa dalla ministra dem Paola De Micheli e perpetuata dall’attuale titolare delle Infrastrutture Enrico Giovannini.Si tratta, però, di una storia che viene da lontano, e siccome è cosa ben nota che nelle dinamiche di potere del nostro Paese poco si crea e pochissimo si distrugge, se ne deduce facilmente l’impossibilità per la famiglia Benetton di interfacciarsi con un establishment ostile. Ora, senza bisogno di partire ab ovo, si può tra gli altri ricordare Paolo Costa, titolare dell’allora dicastero dei Lavori pubblici, alla metà degli anni Novanta nel primo governo presieduto da Romano Prodi, che qualche anno dopo fu chiamato dallo stesso professore a guidare il cda di Spea engineering, società del gruppo Atlantia. La defenestrazione di Prodi a opera di Massimo D’Alema, per usare un eufemismo, non determinò un rallentamento degli affari della famiglia di Ponzano Veneto, al contrario creò le basi, con la storia dei «Capitani coraggiosi», della svendita agli amici degli amici degli asset statali più preziosi tra cui, appunto le autostrade. Se vogliamo indugiare nell’esplorazione dei settori dalemiani e del loro rapporto storico con i Benetton, potremmo senz'altro citare Claudio De Vincenti, ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi, affacciatosi anni fa sulla scena politica in qualità di consulente economico del leader del Pds, finito alla testa di Aeroporti di Roma, società controllata da Atlantia. Come visto per Prodi, anche il ramo cattolico della sinistra italiana non ha lesinato sponde politiche nel corso degli anni, e alcune cointeressenze o collaborazioni del passato non possono non risultare utili oggi. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta tra il 2005 e il 2013 ha avuto tra i maggior sponsor del suo think tank Vedrò proprio la famiglia Benetton, prima di entrare, tre anni dopo, nel consiglio di amministrazione di Abertis, uscendone al momento dell’acquisizione da parte di Atlantia ma ben dopo la scalata alla A4 Brescia-Padova, portata a termine nel 2017 dal gruppo spagnolo, con l’85% del pacchetto azionario. Erano quelli che si possono definire per i Benetton gli anni d’oro, con volti amici nelle posizioni chiave dell’esecutivo e della macchina burocratica, coltivate a dovere grazie a una politica molto generosa di finanziamenti e donazioni a forze politiche e fondazioni a loro riferibili: sempre per fare un esempio, nel solo 2006 le risorse stanziate dalla famiglia per finanziare la politica ammontarono a 1,1 milioni di euro. Anni di vacche grasse, grandi profitti e spese per investimenti e manutenzione ridotte all’osso, sfociati nel disastro del 14 agosto 2018 e nei 43 morti, cui fece seguito la levata di scudi di Conte e del M5s per la revoca della concessione, risoltasi con un esito tra i più vantaggiosi che si potessero immaginare, come ampiamente documentato dal nostro giornale anche negli ultimi giorni. Ma anche nel pieno della tempesta, i proprietari di Atlantia, apparentemente messi all’indice, non sono rimasti in balia dei flutti: il più scettico sulla revoca si era mostrato Matteo Renzi, che caldeggiò la strada del maxi indennizzo e che qualche mese dopo l’uscita da Autostrade percepì un onorario di 19.000 euro dalla 21 investimenti sgr di Alessandro Benetton per uno speech al meeting Eccellenze Made in Italy. E anche Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ha uno storico rapporto di dialogo con i Benetton.Una volta passata la tempesta e cambiato il clima politico, deve aver fatto piacere constatare alla dinastia veneta che le cose, a Porta Pia, non sono cambiate di molto dall’età aurea, se è vero che alla corte di Giovannini, come capo di gabinetto, c’è ancora Alberto Stancanelli (già in carica con la De Micheli) e come capo dipartimento dei trasporti da un anno c’è Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto di Graziano Delrio, noto agli addetti ai lavori per avere sempre assunto decisioni gradite ai concessionari di autostrade, tra cui quella della proroga della Brescia-Padova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-sponde-dei-benetton-nellesecutivo-2657186594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondazione-crt-al-fianco-di-ponzano" data-post-id="2657186594" data-published-at="1650482035" data-use-pagination="False"> Fondazione Crt al fianco di Ponzano Proseguono i movimenti per il riassetto dell’impero dei Benetton e per l’Opa lanciata dalla famiglia di Ponzano Veneto su Atlantia per fermare la cordata ostile formata dai fondi Gip e Brookfield, alleate della Acs di Florentino Pérez, socio della stessa Atlantia nel gruppo spagnolo Abertis. La Fondazione Crt, guidata dal presidente Giovanni Quaglia, dopo aver annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aderito all’offerta pubblica di acquisto promossa da Edizione e Blackstone per il totale della propria partecipazione, pari al 4,54%, ieri ha diffuso i dettagli dell’operazione. In particolare, una quota pari al 3% del capitale sociale sarà reinvestita in Holdco (Schemaquarantadue spa), mentre il rimanente 1,54% sarà monetizzato. Per lanciare l’Opa su Atlantia i Benetton e il fondo Blackstone hanno costituito due società ad hoc: Schemaquarantatrè, la prima, che lancia l’Opa (detta Bidco), interamente controllata da Schemaquarantadue, la seconda, una holding (Holdco) controllata al 65% da Sintonia (la subholding di Edizione, che conserva le partecipazioni finanziarie della famiglia Benetton) e al 35% da Blackstone (attraverso due accomandite lussemburghesi, Bip-V hogan che attualmente detiene il 5,25% e Bip hogan che ha il 29,75%). Dopo il via libera del cda di Fondazione Crt all’adesione immediata all’Opa con sottoscrizione di azioni Holdco per l’ammontare di propria competenza, corrispondente allo 0,76% del capitale sociale di Atlantia (143,8 milioni di euro in base al prezzo dell’Opa), ieri il consiglio di indirizzo ha votato all’unanimità l’ulteriore adesione per il 3,78% della partecipazione (718 milioni di euro), con reinvestimento del 2,24% in Holdco e monetizzazione del restante 1,54%. L’adesione all’offerta potrebbe essere nettata dello 0,15% alla luce dei contratti opzionali in essere. Per quel che riguarda il futuro della nuova società post Opa, avrà un cda di nove membri, sei di espressione dei Benetton e tre di Blackstone, che potrebbe salire a dieci con un membro di Fondazione Crt nel caso l’ente reinvesta almeno fino al 3% nel capitale di Atlantia. Presidente, vice presidente e ad saranno designati da Ponzano Veneto, il cfo dal fondo americano. Ci sarà un periodo di lock up di cinque anni al termine del quale sarà possibile richiedere l’avvio del processo di Ipo, come rivela il contenuto del patto parasociale tra Sintonia e Blackstone. Ieri, inoltre, novità anche sul fronte della cessione di Aspi: il consiglio di Cassa depositi e prestiti ha approvato la lista di membri del cda di Autostrade per l’Italia in vista del closing dell’operazione di acquisizione da 8 miliardi, previsto per il prossimo 5 maggio, in base ai patti parasociali con i fondi Blackstone e Macquarie. Nel dettaglio, Elisabetta Oliveri è stata nominata presidente al posto di Giuliano Mari, mentre Roberto Tomasi è stato confermato amministratore delegato. Tomasi, già direttore generale del gruppo, era stato scelto dalla famiglia Benetton per sostituire Giovanni Castellucci nel gennaio 2019. La lista è inoltre composta da Massimo Romano, Francesca Pace, Roberta Battaglia e Fabio Massoli.
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
Continua a leggereRiduci
Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
Per scaricare il numero di «Industria» basta cliccare sul link qui sotto.
INDUSTRIA 05-2026.pdf
Continua a leggereRiduci