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2022-04-21
Tutte le sponde dei Benetton nell’esecutivo
Enrico Giovannini (Imagoeconomica)
Certo non è come ai bei vecchi tempi, quando le porte tra i cda delle società dei Benetton e i centri del potere politico, più che girevoli, erano assenti. Però, a mettere in fila gli eventi succedutisi dopo la tragedia del ponte Morandi, una cosa è certa: i magliai di Ponzano veneto possono ancora contare su un gruppo di politici o grand commis molto sensibili ai loro desiderata e, in generale, a quelli dei concessionari autostradali. La storia degli ultimi anni è a dir poco beffarda, se si pensa alla famosa «caducazione» invocata dall’allora premier Giuseppe Conte dopo il crollo del Polcevera rispetto alle concessioni autostradali di Aspi, terminata a tarallucci e vino con miliardi cash nelle tasche dei Benetton e ora culminata con un ricco rimborso di un miliardo per i mancati introiti durante la pandemia. O all’altrettanto surreale, per non dire onirica, vicenda delle proroghe della concessione della Brescia-Padova, avallata poco più di una paio di anni fa dalla ministra dem Paola De Micheli e perpetuata dall’attuale titolare delle Infrastrutture Enrico Giovannini.
Si tratta, però, di una storia che viene da lontano, e siccome è cosa ben nota che nelle dinamiche di potere del nostro Paese poco si crea e pochissimo si distrugge, se ne deduce facilmente l’impossibilità per la famiglia Benetton di interfacciarsi con un establishment ostile. Ora, senza bisogno di partire ab ovo, si può tra gli altri ricordare Paolo Costa, titolare dell’allora dicastero dei Lavori pubblici, alla metà degli anni Novanta nel primo governo presieduto da Romano Prodi, che qualche anno dopo fu chiamato dallo stesso professore a guidare il cda di Spea engineering, società del gruppo Atlantia. La defenestrazione di Prodi a opera di Massimo D’Alema, per usare un eufemismo, non determinò un rallentamento degli affari della famiglia di Ponzano Veneto, al contrario creò le basi, con la storia dei «Capitani coraggiosi», della svendita agli amici degli amici degli asset statali più preziosi tra cui, appunto le autostrade.
Se vogliamo indugiare nell’esplorazione dei settori dalemiani e del loro rapporto storico con i Benetton, potremmo senz'altro citare Claudio De Vincenti, ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi, affacciatosi anni fa sulla scena politica in qualità di consulente economico del leader del Pds, finito alla testa di Aeroporti di Roma, società controllata da Atlantia. Come visto per Prodi, anche il ramo cattolico della sinistra italiana non ha lesinato sponde politiche nel corso degli anni, e alcune cointeressenze o collaborazioni del passato non possono non risultare utili oggi. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta tra il 2005 e il 2013 ha avuto tra i maggior sponsor del suo think tank Vedrò proprio la famiglia Benetton, prima di entrare, tre anni dopo, nel consiglio di amministrazione di Abertis, uscendone al momento dell’acquisizione da parte di Atlantia ma ben dopo la scalata alla A4 Brescia-Padova, portata a termine nel 2017 dal gruppo spagnolo, con l’85% del pacchetto azionario.
Erano quelli che si possono definire per i Benetton gli anni d’oro, con volti amici nelle posizioni chiave dell’esecutivo e della macchina burocratica, coltivate a dovere grazie a una politica molto generosa di finanziamenti e donazioni a forze politiche e fondazioni a loro riferibili: sempre per fare un esempio, nel solo 2006 le risorse stanziate dalla famiglia per finanziare la politica ammontarono a 1,1 milioni di euro. Anni di vacche grasse, grandi profitti e spese per investimenti e manutenzione ridotte all’osso, sfociati nel disastro del 14 agosto 2018 e nei 43 morti, cui fece seguito la levata di scudi di Conte e del M5s per la revoca della concessione, risoltasi con un esito tra i più vantaggiosi che si potessero immaginare, come ampiamente documentato dal nostro giornale anche negli ultimi giorni.
Ma anche nel pieno della tempesta, i proprietari di Atlantia, apparentemente messi all’indice, non sono rimasti in balia dei flutti: il più scettico sulla revoca si era mostrato Matteo Renzi, che caldeggiò la strada del maxi indennizzo e che qualche mese dopo l’uscita da Autostrade percepì un onorario di 19.000 euro dalla 21 investimenti sgr di Alessandro Benetton per uno speech al meeting Eccellenze Made in Italy. E anche Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ha uno storico rapporto di dialogo con i Benetton.
Una volta passata la tempesta e cambiato il clima politico, deve aver fatto piacere constatare alla dinastia veneta che le cose, a Porta Pia, non sono cambiate di molto dall’età aurea, se è vero che alla corte di Giovannini, come capo di gabinetto, c’è ancora Alberto Stancanelli (già in carica con la De Micheli) e come capo dipartimento dei trasporti da un anno c’è Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto di Graziano Delrio, noto agli addetti ai lavori per avere sempre assunto decisioni gradite ai concessionari di autostrade, tra cui quella della proroga della Brescia-Padova.
Fondazione Crt al fianco di Ponzano
Proseguono i movimenti per il riassetto dell’impero dei Benetton e per l’Opa lanciata dalla famiglia di Ponzano Veneto su Atlantia per fermare la cordata ostile formata dai fondi Gip e Brookfield, alleate della Acs di Florentino Pérez, socio della stessa Atlantia nel gruppo spagnolo Abertis. La Fondazione Crt, guidata dal presidente Giovanni Quaglia, dopo aver annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aderito all’offerta pubblica di acquisto promossa da Edizione e Blackstone per il totale della propria partecipazione, pari al 4,54%, ieri ha diffuso i dettagli dell’operazione. In particolare, una quota pari al 3% del capitale sociale sarà reinvestita in Holdco (Schemaquarantadue spa), mentre il rimanente 1,54% sarà monetizzato.
Per lanciare l’Opa su Atlantia i Benetton e il fondo Blackstone hanno costituito due società ad hoc: Schemaquarantatrè, la prima, che lancia l’Opa (detta Bidco), interamente controllata da Schemaquarantadue, la seconda, una holding (Holdco) controllata al 65% da Sintonia (la subholding di Edizione, che conserva le partecipazioni finanziarie della famiglia Benetton) e al 35% da Blackstone (attraverso due accomandite lussemburghesi, Bip-V hogan che attualmente detiene il 5,25% e Bip hogan che ha il 29,75%).
Dopo il via libera del cda di Fondazione Crt all’adesione immediata all’Opa con sottoscrizione di azioni Holdco per l’ammontare di propria competenza, corrispondente allo 0,76% del capitale sociale di Atlantia (143,8 milioni di euro in base al prezzo dell’Opa), ieri il consiglio di indirizzo ha votato all’unanimità l’ulteriore adesione per il 3,78% della partecipazione (718 milioni di euro), con reinvestimento del 2,24% in Holdco e monetizzazione del restante 1,54%. L’adesione all’offerta potrebbe essere nettata dello 0,15% alla luce dei contratti opzionali in essere.
Per quel che riguarda il futuro della nuova società post Opa, avrà un cda di nove membri, sei di espressione dei Benetton e tre di Blackstone, che potrebbe salire a dieci con un membro di Fondazione Crt nel caso l’ente reinvesta almeno fino al 3% nel capitale di Atlantia. Presidente, vice presidente e ad saranno designati da Ponzano Veneto, il cfo dal fondo americano. Ci sarà un periodo di lock up di cinque anni al termine del quale sarà possibile richiedere l’avvio del processo di Ipo, come rivela il contenuto del patto parasociale tra Sintonia e Blackstone.
Ieri, inoltre, novità anche sul fronte della cessione di Aspi: il consiglio di Cassa depositi e prestiti ha approvato la lista di membri del cda di Autostrade per l’Italia in vista del closing dell’operazione di acquisizione da 8 miliardi, previsto per il prossimo 5 maggio, in base ai patti parasociali con i fondi Blackstone e Macquarie. Nel dettaglio, Elisabetta Oliveri è stata nominata presidente al posto di Giuliano Mari, mentre Roberto Tomasi è stato confermato amministratore delegato. Tomasi, già direttore generale del gruppo, era stato scelto dalla famiglia Benetton per sostituire Giovanni Castellucci nel gennaio 2019. La lista è inoltre composta da Massimo Romano, Francesca Pace, Roberta Battaglia e Fabio Massoli.
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Da sempre la famiglia gode di buoni rapporti con il Tesoro e i politici dem, tanto da finanziare la fondazione di Enrico Letta e «assumere» Matteo Renzi come oratore. Al ministero dei Trasporti, Enrico Giovannini ha confermato in ruoli chiave gli uomini di Graziano Delrio e Paola De Micheli.Fondazione Crt al fianco di Ponzano. Il cda aderisce alla cordata dei Benetton, che sceglieranno ad e presidente Cdp nomina i nuovi vertici di Aspi: Roberto Tomasi confermato amministratore delegato. Lo speciale comprende due articoli.Certo non è come ai bei vecchi tempi, quando le porte tra i cda delle società dei Benetton e i centri del potere politico, più che girevoli, erano assenti. Però, a mettere in fila gli eventi succedutisi dopo la tragedia del ponte Morandi, una cosa è certa: i magliai di Ponzano veneto possono ancora contare su un gruppo di politici o grand commis molto sensibili ai loro desiderata e, in generale, a quelli dei concessionari autostradali. La storia degli ultimi anni è a dir poco beffarda, se si pensa alla famosa «caducazione» invocata dall’allora premier Giuseppe Conte dopo il crollo del Polcevera rispetto alle concessioni autostradali di Aspi, terminata a tarallucci e vino con miliardi cash nelle tasche dei Benetton e ora culminata con un ricco rimborso di un miliardo per i mancati introiti durante la pandemia. O all’altrettanto surreale, per non dire onirica, vicenda delle proroghe della concessione della Brescia-Padova, avallata poco più di una paio di anni fa dalla ministra dem Paola De Micheli e perpetuata dall’attuale titolare delle Infrastrutture Enrico Giovannini.Si tratta, però, di una storia che viene da lontano, e siccome è cosa ben nota che nelle dinamiche di potere del nostro Paese poco si crea e pochissimo si distrugge, se ne deduce facilmente l’impossibilità per la famiglia Benetton di interfacciarsi con un establishment ostile. Ora, senza bisogno di partire ab ovo, si può tra gli altri ricordare Paolo Costa, titolare dell’allora dicastero dei Lavori pubblici, alla metà degli anni Novanta nel primo governo presieduto da Romano Prodi, che qualche anno dopo fu chiamato dallo stesso professore a guidare il cda di Spea engineering, società del gruppo Atlantia. La defenestrazione di Prodi a opera di Massimo D’Alema, per usare un eufemismo, non determinò un rallentamento degli affari della famiglia di Ponzano Veneto, al contrario creò le basi, con la storia dei «Capitani coraggiosi», della svendita agli amici degli amici degli asset statali più preziosi tra cui, appunto le autostrade. Se vogliamo indugiare nell’esplorazione dei settori dalemiani e del loro rapporto storico con i Benetton, potremmo senz'altro citare Claudio De Vincenti, ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi, affacciatosi anni fa sulla scena politica in qualità di consulente economico del leader del Pds, finito alla testa di Aeroporti di Roma, società controllata da Atlantia. Come visto per Prodi, anche il ramo cattolico della sinistra italiana non ha lesinato sponde politiche nel corso degli anni, e alcune cointeressenze o collaborazioni del passato non possono non risultare utili oggi. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta tra il 2005 e il 2013 ha avuto tra i maggior sponsor del suo think tank Vedrò proprio la famiglia Benetton, prima di entrare, tre anni dopo, nel consiglio di amministrazione di Abertis, uscendone al momento dell’acquisizione da parte di Atlantia ma ben dopo la scalata alla A4 Brescia-Padova, portata a termine nel 2017 dal gruppo spagnolo, con l’85% del pacchetto azionario. Erano quelli che si possono definire per i Benetton gli anni d’oro, con volti amici nelle posizioni chiave dell’esecutivo e della macchina burocratica, coltivate a dovere grazie a una politica molto generosa di finanziamenti e donazioni a forze politiche e fondazioni a loro riferibili: sempre per fare un esempio, nel solo 2006 le risorse stanziate dalla famiglia per finanziare la politica ammontarono a 1,1 milioni di euro. Anni di vacche grasse, grandi profitti e spese per investimenti e manutenzione ridotte all’osso, sfociati nel disastro del 14 agosto 2018 e nei 43 morti, cui fece seguito la levata di scudi di Conte e del M5s per la revoca della concessione, risoltasi con un esito tra i più vantaggiosi che si potessero immaginare, come ampiamente documentato dal nostro giornale anche negli ultimi giorni. Ma anche nel pieno della tempesta, i proprietari di Atlantia, apparentemente messi all’indice, non sono rimasti in balia dei flutti: il più scettico sulla revoca si era mostrato Matteo Renzi, che caldeggiò la strada del maxi indennizzo e che qualche mese dopo l’uscita da Autostrade percepì un onorario di 19.000 euro dalla 21 investimenti sgr di Alessandro Benetton per uno speech al meeting Eccellenze Made in Italy. E anche Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ha uno storico rapporto di dialogo con i Benetton.Una volta passata la tempesta e cambiato il clima politico, deve aver fatto piacere constatare alla dinastia veneta che le cose, a Porta Pia, non sono cambiate di molto dall’età aurea, se è vero che alla corte di Giovannini, come capo di gabinetto, c’è ancora Alberto Stancanelli (già in carica con la De Micheli) e come capo dipartimento dei trasporti da un anno c’è Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto di Graziano Delrio, noto agli addetti ai lavori per avere sempre assunto decisioni gradite ai concessionari di autostrade, tra cui quella della proroga della Brescia-Padova. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-sponde-dei-benetton-nellesecutivo-2657186594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondazione-crt-al-fianco-di-ponzano" data-post-id="2657186594" data-published-at="1650482035" data-use-pagination="False"> Fondazione Crt al fianco di Ponzano Proseguono i movimenti per il riassetto dell’impero dei Benetton e per l’Opa lanciata dalla famiglia di Ponzano Veneto su Atlantia per fermare la cordata ostile formata dai fondi Gip e Brookfield, alleate della Acs di Florentino Pérez, socio della stessa Atlantia nel gruppo spagnolo Abertis. La Fondazione Crt, guidata dal presidente Giovanni Quaglia, dopo aver annunciato nei giorni scorsi che avrebbe aderito all’offerta pubblica di acquisto promossa da Edizione e Blackstone per il totale della propria partecipazione, pari al 4,54%, ieri ha diffuso i dettagli dell’operazione. In particolare, una quota pari al 3% del capitale sociale sarà reinvestita in Holdco (Schemaquarantadue spa), mentre il rimanente 1,54% sarà monetizzato. Per lanciare l’Opa su Atlantia i Benetton e il fondo Blackstone hanno costituito due società ad hoc: Schemaquarantatrè, la prima, che lancia l’Opa (detta Bidco), interamente controllata da Schemaquarantadue, la seconda, una holding (Holdco) controllata al 65% da Sintonia (la subholding di Edizione, che conserva le partecipazioni finanziarie della famiglia Benetton) e al 35% da Blackstone (attraverso due accomandite lussemburghesi, Bip-V hogan che attualmente detiene il 5,25% e Bip hogan che ha il 29,75%). Dopo il via libera del cda di Fondazione Crt all’adesione immediata all’Opa con sottoscrizione di azioni Holdco per l’ammontare di propria competenza, corrispondente allo 0,76% del capitale sociale di Atlantia (143,8 milioni di euro in base al prezzo dell’Opa), ieri il consiglio di indirizzo ha votato all’unanimità l’ulteriore adesione per il 3,78% della partecipazione (718 milioni di euro), con reinvestimento del 2,24% in Holdco e monetizzazione del restante 1,54%. L’adesione all’offerta potrebbe essere nettata dello 0,15% alla luce dei contratti opzionali in essere. Per quel che riguarda il futuro della nuova società post Opa, avrà un cda di nove membri, sei di espressione dei Benetton e tre di Blackstone, che potrebbe salire a dieci con un membro di Fondazione Crt nel caso l’ente reinvesta almeno fino al 3% nel capitale di Atlantia. Presidente, vice presidente e ad saranno designati da Ponzano Veneto, il cfo dal fondo americano. Ci sarà un periodo di lock up di cinque anni al termine del quale sarà possibile richiedere l’avvio del processo di Ipo, come rivela il contenuto del patto parasociale tra Sintonia e Blackstone. Ieri, inoltre, novità anche sul fronte della cessione di Aspi: il consiglio di Cassa depositi e prestiti ha approvato la lista di membri del cda di Autostrade per l’Italia in vista del closing dell’operazione di acquisizione da 8 miliardi, previsto per il prossimo 5 maggio, in base ai patti parasociali con i fondi Blackstone e Macquarie. Nel dettaglio, Elisabetta Oliveri è stata nominata presidente al posto di Giuliano Mari, mentre Roberto Tomasi è stato confermato amministratore delegato. Tomasi, già direttore generale del gruppo, era stato scelto dalla famiglia Benetton per sostituire Giovanni Castellucci nel gennaio 2019. La lista è inoltre composta da Massimo Romano, Francesca Pace, Roberta Battaglia e Fabio Massoli.
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.