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2025-02-14
Trump: «Buone possibilità di intesa». Putin lo vuole al Cremlino il 9 maggio
Donald Trump e Vladimir Putin in una foto d'archivio (Ansa)
Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce».
Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.
Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto.
Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.
A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».
Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».
A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.
Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica
I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni.
Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione).
Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente.
Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni.
Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione».
A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
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Volodymyr Zelensky stizzito («Donald non mi ha chiamato per primo»), ma ammette di aver perso due terzi del Kursk. Dmitry Peskov irride gli europei: «Se sperano di salvare il posto nelle trattative, devono parlare con Washington».Secondo il «Wsj», il Dragone vuole ritagliarsi un ruolo da pacificatore ma zar e tycoon snobbano l’offerta. Pechino accusa gli Usa di puntare a sfruttare le risorse minerarie.Lo speciale contiene due articoli.Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce». Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto. Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-putin-buone-possibilita-intesa-2671154850.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="asse-mosca-casa-bianca-xi-rosica" data-post-id="2671154850" data-published-at="1739500066" data-use-pagination="False"> Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni. Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione). Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente. Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni. Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione». A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
Ansa
È tornato a farsi in salita il processo diplomatico tra Washington e Teheran. Domenica sera, gli Stati Uniti hanno reso noto di aver condotto degli attacchi di natura ritorsiva contro alcune postazioni militari in Iran. «Il Comando centrale degli Stati Uniti ha condotto attacchi di autodifesa contro radar iraniani e siti di comando e controllo per droni a Goruk, in Iran, e sull’isola di Qeshm questo fine settimana», ha dichiarato Centcom, per poi aggiungere: «Gli attacchi mirati e deliberati sono avvenuti in risposta alle azioni aggressive dell’Iran, tra cui l’abbattimento di un drone statunitense Mq-1 che operava su acque internazionali». Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran contro le forze americane in Kuwait. Si tratta di attacchi, quelli di Teheran contro il Kuwait, che sono stati condannati dal Consiglio di cooperazione del Golfo.
In tutto questo, la crisi libanese continua a intersecarsi con quella iraniana. «Il cessate il fuoco tra Iran e Usa è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso quello libanese. La sua violazione su un fronte equivale alla violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti», ha affermato, ieri, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi. «Usa e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione», ha aggiunto. Il riferimento era, in particolare, ai raid israeliani, ordinati da Benjamin Netanyahu nella parte meridionale di Beirut. E proprio per protestare sulla questione libanese, Teheran, secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, avrebbe interrotto ieri gli scambi di messaggi con Washington. Non solo. Per la medesima ragione, il regime khomeinista si sarebbe detto pronto a chiudere completamente Hormuz, oltre a Bab el-Mandeb (lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden). Nelle stesse ore, la televisione di Stato riportava che, nel caso gli attacchi israeliani in Libano non si fossero fermati, sarebbe aumentata la probabilità di un crollo della tregua tra Washington e Teheran. Tuttavia, nonostante la voce grossa, Araghchi, in una telefonata con l’omologo pakistano Ishaq Dar, ha chiesto a Islamabad di impegnarsi per mantenere in vigore la tregua.
«Non ce l’hanno comunicato», ha affermato ieri Donald Trump, riferendosi alla notizia secondo cui gli iraniani avrebbero deciso di sospendere i negoziati. «Questo non significa che inizieremo a sganciare bombe dappertutto», ha proseguito, parlando con Nbc News. «Manterremo il blocco», ha comunque precisato l’inquilino della Casa Bianca, sottolineando che gli Stati Uniti possono attendere «per tutto il tempo che vorranno». «Non mi interessa se le trattative sono finite», ha anche detto, aggiungendo di voler chiedere a Netanyahu «che cosa sta succedendo in Libano». Tuttavia, in serata, il presidente americano è sembrato smentire i media iraniani, dicendo che i colloqui con Teheran stavano «procedendo a ritmo spedito».
A complicare ulteriormente la situazione, anche le spaccature in seno al regime khomeinista. Secondo Iran international, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian avrebbe rassegnato le proprie dimissioni alla Guida suprema, Mojtaba Khamenei, sostenendo che i pasdaran lo avrebbero estromesso dai processi decisionali. Non è un mistero che Pezeshkian (da sempre preoccupato per gli effetti economici della pressione americana) sia a capo della corrente favorevole a trattare con Washington. Le Guardie della rivoluzione, al contrario, premono per mantenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti, con l’obiettivo di tenere alto il costo dell’energia e danneggiare così il Partito repubblicano statunitense in vista delle Midterm di novembre. Fino a ieri sera, non era comunque ancora chiaro se Khamenei avesse intenzione di accettare o meno le dimissioni del presidente iraniano.
Insomma, la diplomazia è rientrata in una fase turbolenta. Il che rappresenta un problema tanto per la Repubblica islamica quanto per Trump. La prima continua a scontare il peso delle sanzioni e l’assenza di un accordo mette seriamente a rischio la sua già fragile economia. Per questa ragione, ieri, il Times of Israel riferiva che Teheran punterebbe a un’intesa limitata con Washington, per allentare le sanzioni e sbloccare i fondi congelati, pur senza impegni troppo precisi sul nucleare. Il presidente americano, come accennato, ha invece bisogno di ridurre in fretta il costo dell’energia, se vuole rafforzare il Partito repubblicano durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato. Domenica, Trump si è sentito con il leader siriano, Ahmed al-Sharaa, che, secondo Foreign policy, avrebbe intenzione di rispolverare il progetto «Quattro mari», per rendere la Siria un hub energetico in grado di sostituire Hormuz. Il punto è che, nonostante attualmente i rapporti tra Washington e Damasco siano positivi, tale iniziativa non potrà essere eventualmente concretizzata dall’oggi al domani.
Nei prossimi giorni, Trump cercherà quindi di muoversi cautamente, sfruttando le debolezze economiche di Teheran e, al contempo, tentando di raffrenare almeno in parte Netanyahu, che ha sovente guardato con freddezza ai negoziati tra Usa e Iran.
Netanyahu spinge per l’assalto a Beirut
I combattimenti fra Israele ed Hezbollah in Libano complicano il quadro mediorientale, anche se nel tardo pomeriggio di ieri indiscrezioni di Axios davano per possibile un «cessate il fuoco totale e immediato» e, verso sera, si aveva notizia di una telefonata con cui il presidente Usa Donald Trump intendeva chiedere al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «cosa succede in Libano». Per poi rassicurare: «I combattimenti finiranno».
Ali Hamdan, vicino a Hezbollah e consigliere del presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, ha fatto sapere ad Axios: «Ho chiamato l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, e gli ho detto a nome del presidente Berri che Hezbollah sarà pronto a impegnarsi totalmente per un cessate il fuoco completo e siamo pronti a garantirlo». Per ora, tuttavia, non si intravedono indizi concreti. Mentre le truppe di Israele avanzavano nel Sud del Paese, il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito ad Al Jazeera che «non c’è alternativa al negoziare con gli israeliani». Ma Beirut non ha controllo su Hezbollah, il partito armato sciita filoiraniano che è uno «Stato nello Stato». E finché gli sciiti spareranno ordigni sul Nord di Israele, le truppe con la stella di Davide continueranno i combattimenti a terra e i raid dal cielo. Lo ha ricordato anche il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver parlato con Aoun e Netanyahu: «Hezbollah per prima deve cessare gli attacchi su Israele».
Per la serata era prevista una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, richiesta dalla Francia, ex-potenza mandataria del Libano in epoca coloniale. Ieri Netanyahu ha ordinato nuovi attacchi aerei sulla periferia Sud di Beirut, il quartiere Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, sollecitandone l’evacuazione. È la rappresaglia per il raid con droni di Hezbollah che ha ucciso il sergente maggiore israeliano Adam Tzarfati, 20 anni, e ne ha feriti altri due vicino all’antico castello crociato di Beaufort, ruderi dell’ancora preziosa posizione strategica, che nelle ore precedenti era stato strappato ai guerriglieri filoiraniani.
Hezbollah ha però dichiarato ieri che «i combattimenti nell’area di Beaufort proseguono» poiché sta conducendo «una battaglia di logoramento». Intanto il ministro della Difesa ebraico, Israel Katz, è stato chiaro: «Se non c’è pace al Nord d’Israele, non ci sarà pace a Beirut». Ha precisato che «il nostro obiettivo è mettere sotto controllo l’area del fiume Litani». L’esercito ebraico è avanzato di 25 km oltre il fiume e ha dichiarato «zona di guerra» una fascia fino a 50 km. Media israeliani come Channel 12 hanno sostenuto che per ora non ci sarebbe un ok degli Stati Uniti all’espansione delle operazioni israeliane in Libano, ma i24 News riporta invece voci da un «funzionario statunitense» secondo il quale il via libera ci sarebbe. Ieri si segnalavano almeno due ulteriori droni sciiti lanciati su Israele, uno caduto senza vittime vicino a una base militare a Shomera, l’altro intercettato, mentre un terzo drone ha fatto scattare l’allarme ma non ha passato la frontiera. Razzi sciiti hanno inoltre fatto suonare le sirene a Margaliot e Kiryat Shmona. Nonostante i sistemi di difesa come l’Iron Dome abbattano la maggior parte degli ordigni, Israele reputa vitale una fascia di sicurezza oltre il confine.
Vero è, però, che ieri è stato deciso il ritiro di una divisione israeliana, la 146 dal fronte libanese, il che lascerebbe ora schierate sul campo solo le divisioni 91 e 36. Fra le azioni israeliane, soldati della Brigata Givati hanno ucciso con droni tre miliziani di Hezbollah a Nord del fiume Litani, mentre incursioni aeree su un incrocio stradale e un edificio vicino all’ospedale Jabal Amel di Tiro hanno causato 6 morti e 23 feriti.
Da quando il 2 marzo è iniziata la nuova fase della perenne guerra fra Israele ed Hezbollah, a seguito dei lanci di missili dal Libano in solidarietà all’Iran, il ministero della Sanità di Beirut ha stimato che i raid abbiano causato 3.433 morti e 7.755 feriti, mentre Israele afferma, dal canto suo, di aver ucciso «900 terroristi di Hezbollah».
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Kanye West (Ansa)
Una figuraccia epica per il Pd locale, che aveva puntato tantissimo sull’Hellwatt festival, con in programma i concerti di West e Scott, per rilanciare l’arena, realizzata con fondi (anche) della Regione Emilia-Romagna. E invece, è andata male: il festival ha dovuto cambiare nome per evitate guai legali dopo il licenziamento del direttore artistico, e adesso, con la cancellazione dei due concerti di maggior richiamo, la frittata è fatta. L’annullamento del concerto di West, in particolare, è frutto delle sue prese di posizione antisemite (poi rinnegate), come si legge nel comunicato della Prefettura: «Il Prefetto di Reggio Emilia, Salvatore Angieri», recita la nota, «a seguito delle istanze presentate dal Codacons e dalla Comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia, che hanno espresso rilievi in merito al concerto del rapper Kanye West previsto per il 18 luglio presso la Rcf Arena di Reggio Emilia, ha convocato il 25 maggio 2026 una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. L’incontro è stato dedicato all’esame dei profili di ordine e sicurezza pubblica connessi al concerto dell’artista statunitense e all’evento di Travis Scott, anch’esso programmato presso la Rcf Arena.
Sulla base delle valutazioni emerse nel corso del Comitato e degli ulteriori approfondimenti istruttori relativi agli aspetti di safety e security, il Prefetto ha adottato un provvedimento disponendo il divieto di entrambi i concerti. La decisione riguarda due eventi previsti in date consecutive ed è stata assunta per esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, tenuto conto della stretta connessione temporale tra le manifestazioni e dell’elevato afflusso di pubblico previsto nell’arco di 24 ore. Sulla valutazione complessiva hanno, inoltre, assunto rilievo l’annullamento di precedenti concerti del rapper statunitense in altri Paesi e il concreto rischio di contromanifestazioni». Tutto annullato, dunque. Il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, va in tilt: non si schiera contro la decisione della Prefettura, e del resto già le prime critiche sulla presenza di West avevano convinto la sinistra cittadina a fare retromarcia rispetto all’entusiasmo delle prime dichiarazioni. «Prendiamo atto della decisione», dichiara Massari, «presa per questioni di sicurezza e ordine pubblico.
Si tratta di problematiche che possono emergere anche a ridosso degli eventi stessi e suggerire scelte di prudenza e responsabilità. Resta certamente il rammarico per non poter ospitare questi eventi di rilievo, che la nostra città ha già dimostrato di poter gestire. È evidente anche che artisti così discussi, sulle cui posizioni avevamo da tempo espresso perplessità, possano generare problemi aggiuntivi: è successo in altri contesti europei e internazionali, ora succede qui». Ma che gli artisti fossero discussi, non si sapeva pure prima? Certo che sì. Il problema del Pd, è sempre lo stesso, come accaduto per la Biennale di Venezia: quello che si dice oggi è il contrario di ciò che si diceva ieri.
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I carabinieri all'esterno della casa di Emanuela Aiello (Ansa)
Si tratta di racconti riferiti tra lacrime e angoscia contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Manuel Iannuzzi. L’uomo è il compagno di Emanuela Aiello, 43 anni, mamma della bimba uccisa. La donna è in carcere da febbraio per la morte della figlia. Intanto, è stato disposto il trasferimento di Iannuzzi dal carcere di Valle Armea a Sanremo a quello di Genova Pontedecimo dove adesso si trova in isolamento. Il trasferimento si è reso necessario perché nel penitenziario dell’Imperiese è detenuto anche il padre di Iannuzzi, arrestato nello stesso giorno per il possesso di 2 chili di tritolo e della relativa miccia, trovati dai carabinieri nella cantina durante la perquisizione avvenuta nel momento dell’arresto del figlio.
Ma nel carcere di Valle Armea è detenuto anche Maurizio Rao, padre naturale delle bambine di Aiello: Rao aveva dato mandato al suo legale di depositare una denuncia per omissione di soccorso nei confronti di Emanuel Iannuzzi. Per questi motivi, la presenza del quarantaduenne nel carcere di Villa Armea non è compatibile. Domani si svolgeranno gli interrogatori di convalida dell’arresto di Iannuzzi e di Emanuela Aiello. Il primo a comparire davanti agli inquirenti sarà Iannuzzi. L’uomo è assistito dagli avvocati Maria Gioffré e Cristian Urbini. Poi sarà sentita la mamma della piccola, assistita dai legali Laura Corbetta e Bruno Di Giovanni. Inizialmente la donna era accusata di omicidio preterintenzionale in concorso.
Poi l’ipotesi di reato è stata modificata in maltrattamenti aggravati che hanno causato la morte di Beatrice. Per il procuratore di Imperia Alberto Lari si è trattato di un aggravamento del reato. Dalle indagini, scaturite dopo la morte della piccola, emerge uno spaccato «agghiacciante» di una famiglia «fragile»: il padre naturale della vittima e delle sorelline è detenuto in carcere, la mamma «lasciava pressoché quotidianamente da sole le figlie nella casa di Bordighera» per raggiungere l’abitazione del compagno a Perinaldo. Quando le forze dell’ordine sono entrate in casa hanno riscontrato «una situazione di grave degrado, incuria e sporcizia inidonea e incompatibile con la presenza di tre bambine e il loro sereno sviluppo psicofisico».
Eppure rimane pesante l’interrogativo sul perché i servizi sociali non siano intervenuti per sanare questa condizione di disagio per i minori. Da quanto emerge, non ci sarebbe stato in passato nessun monitoraggio sulle condizioni in cui viveva la donna con le sue bimbe. Iannuzzi, picchiava le piccole. E la sorellina di Beatrice lo racconta tra le lacrime agli inquirenti con dovizia di particolari: «Bea quando l’ha presa da sopra era nuda. Cioè aveva il pannolino ma era nuda. L’ha messa subito nella doccia. Io Bea la sentivo urlare, Emanuel diceva “stai zitta stai, zitta che non è niente”. Subito pensavo gli bruciano gli occhi e poi sentivo tipo (batte con la mano destra aperta sulla scrivania, ndr) così sulla pelle di Bea. Е poi quando sono andata a vedere la porta era aperta. Bea era così sulla vasca che sanguinava dal naso. Però aveva già gli occhi chiusi e faceva così (mima col capo un movimento dall’alto verso il basso, ndr). Cioè più la teneva su e più lei faceva così cioè col collo così poi aveva tutto il corpo viola più o meno tutto il corpo viola e le labbra viola».
Emanuela Aiello non ha mai portato la bimba deceduta in pronto soccorso, nonostante le diverse lesioni riportate. Tale comportamento, per gli inquirenti, denota un’evidente «ritrosia» nel rivolgersi ai sanitari probabilmente per timore delle domande che le avrebbero potuto rivolgere.
Il medico legale, intervenuto al momento del decesso, ha ritenuto «inverosimili» le spiegazioni fornite dalla mamma: «In relazione all’ipotesi di una caduta dalle scale avvenuta 2-3 giorni prima del decesso, le lesioni non presentano la classica natura e disposizione derivante da tale dinamica, poiché generalmente in questi casi sono presenti escoriazioni, dovute al contatto con la superficie spigolosa e ruvida dei gradini, a livello dei distretti corporei più esposti durante il ruzzolamento, vale a dire capo, gomiti e ginocchia. Mentre nel caso di specie, in tali sedi, sono presenti solo ecchimosi mentre le escoriazioni sono tutte concentrate alla regione cervico-dorsale. Peraltro, è anche inverosimile l’ipotesi che la bimba sia caduta, riportando tali lesioni, e poi sia stata in apparente benessere per due giorni, per poi andare precipitosamente incontro al decesso dopo tale periodo». Secondo le indagini, Iannuzzi più volte si sarebbe accanito contro la piccola deceduta minacciandola con frasi del tipo: «Guarda che ti vengo a picchiare se non smetti di piangere», ma anche: «Stai zitta che adesso arrivano i miei nipotini, mia mamma e mia sorella, se non stai zitta guarda che ti chiudo in camera e non esci».
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Matteo Berrettini dopo la vittoria agli ottavi di finale del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo (Ansa)
Berrettini, Arnaldi e Cobolli firmano una giornata storica sulla terra rossa parigina. Il derby tra i due Matteo garantirà all'Italia almeno un semifinalista, mentre Cobolli sogna un'altra impresa contro Felix Auger-Aliassime. E tutto questo senza Sinner e Musetti.
Non ci sono Jannik Sinner, eliminato a sorpresa nei primi turni, né Lorenzo Musetti, l'altro uomo più atteso del tennis azzurro sulla terra battuta. Eppure l'Italia si ritrova con tre giocatori nei quarti di finale del Roland Garros. Una giornata che entra di diritto nella storia del tennis italiano quella andata in scena a Parigi, dove Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Flavio Cobolli hanno conquistato un posto tra i primi otto del torneo. Un risultato che certifica la profondità raggiunta dal movimento azzurro e che garantisce già la presenza di almeno un italiano in semifinale grazie al derby che metterà di fronte Berrettini e Arnaldi.
Se il percorso di Cobolli conferma la crescita di uno dei giocatori più continui dell'ultimo anno, le imprese dei due Matteo raccontano invece due storie diverse ma ugualmente significative. Berrettini è tornato a spingersi fino ai quarti di finale del Roland Garros cinque anni dopo la sua precedente apparizione a questo livello, mentre Arnaldi ha raggiunto per la prima volta in carriera i quarti di uno Slam al termine di una maratona destinata a restare tra le partite più importanti della sua carriera.
Il successo più netto è stato quello di Berrettini contro l'argentino Juan Manuel Cerundolo, l'uomo che pochi giorni fa aveva eliminato Sinner. Il romano ha gestito la partita con autorevolezza, imponendosi in tre set e mostrando solidità soprattutto nei momenti decisivi. Dopo aver controllato i primi due parziali, nel terzo ha saputo reagire a un passaggio complicato, recuperando un break di svantaggio e annullando tre set point consecutivi nel tie-break prima di chiudere l'incontro. Molto più sofferta la qualificazione di Arnaldi. Il ligure ha superato Frances Tiafoe dopo oltre cinque ore di battaglia e una rimonta che sembrava impossibile. Sotto di due break nel quarto set e a pochi giochi dall'eliminazione, il sanremese ha trovato le energie per ribaltare l'inerzia della partita, trascinarla al quinto e completare l'opera con un ultimo sforzo decisivo. Una vittoria che vale i primi quarti Slam della carriera e che gli regala adesso la sfida tutta italiana contro Berrettini. In precedenza era stato Cobolli ad aprire la giornata azzurra sul Philippe Chatrier. Il romano ha superato in quattro set lo statunitense Zachary Svajda, dominando a lungo l'incontro prima di complicarsi la vita nel finale del quarto parziale. Avanti di due set e poi sul 5-1, Cobolli ha subito il ritorno dell'avversario fino al tie-break, dove però ha ritrovato lucidità e aggressività per evitare il quinto set. Adesso lo attende un esame durissimo contro Felix Auger-Aliassime, quarta testa di serie del torneo.
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