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2025-02-14
Trump: «Buone possibilità di intesa». Putin lo vuole al Cremlino il 9 maggio
Donald Trump e Vladimir Putin in una foto d'archivio (Ansa)
Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce».
Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.
Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto.
Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.
A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».
Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».
A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.
Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica
I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni.
Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione).
Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente.
Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni.
Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione».
A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
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Volodymyr Zelensky stizzito («Donald non mi ha chiamato per primo»), ma ammette di aver perso due terzi del Kursk. Dmitry Peskov irride gli europei: «Se sperano di salvare il posto nelle trattative, devono parlare con Washington».Secondo il «Wsj», il Dragone vuole ritagliarsi un ruolo da pacificatore ma zar e tycoon snobbano l’offerta. Pechino accusa gli Usa di puntare a sfruttare le risorse minerarie.Lo speciale contiene due articoli.Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce». Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto. Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-putin-buone-possibilita-intesa-2671154850.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="asse-mosca-casa-bianca-xi-rosica" data-post-id="2671154850" data-published-at="1739500066" data-use-pagination="False"> Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni. Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione). Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente. Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni. Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione». A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
All’esito della ricerca, i finanzieri del Gruppo Giugliano in Campania, del 1° Nucleo Operativo Metropolitano Napoli e della Compagnia Casalnuovo di Napoli hanno complessivamente individuato 8 soggetti che eseguivano autonomamente prestazioni di chirurgia e medicina estetica, senza le previste autorizzazioni.
In particolare, i medici abusivi pubblicizzavano, su profili di «TikTok», trattamenti estetici invasivi - consistenti principalmente in iniezioni sottocutanee di botulino e acido ialuronico - che, per legge, devono essere effettuati da un medico chirurgo specializzato.
I clienti venivano ricevuti presso locali appositamente adibiti o abitazioni private che, seppur dotati di lettini, luci e attrezzature professionali, sono apparsi in condizioni igieniche sanitarie precarie, nonché privi di dispositivi medici idonei ad affrontare eventuali complicazioni emerse nel corso dei trattamenti.
I responsabili, peraltro alcuni fruitori di reddito di cittadinanza o di assegno di inclusione, proponevano su rete i propri servizi a prezzi economicamente più vantaggiosi rispetto a quelli di mercato, in totale evasione di imposte.
Al termine dei controlli, sotto il costante coordinamento delle Procure della Repubblica competenti territorialmente di Napoli, Napoli Nord e Nola, le Fiamme Gialle hanno denunciato gli 8 responsabili per esercizio abusivo della professione medica e sequestrato 3 locali commerciali nella loro disponibilità, circa 3.000 euro in contanti, le attrezzature e le sostanze pericolose utilizzate, tra cui 130 fiale iniettabili di botulino, decine di confezioni di filler dermico e rimodellante iniettabile, oltre 160 siringhe di acido ialuronico, etichette di medicinale già somministrato, nonché oltre 3.000 tra aghi, siringhe sterili, provette, flaconi e tubetti di pomata anestetica.
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Imagoeconomica
È di tutta evidenza che buona parte di quegli indagati avrebbe evitato la gogna e gli arresti se non fosse stato predisposto un meccanismo di rapporti tra la Procura e l’ufficio gip, tale da garantire alla prima di avere un gip di esclusivo e prevedibile riferimento.
E quello di Mani pulite non è stato e non è l’unico caso. È solo il più noto. In diversi tribunali l’ufficio del gip è organizzato in modo tale che la Procura abbia un interlocutore privilegiato.
Quale garanzia può derivare al cittadino se l’organizzazione della giustizia può essere usata per far sì che le richieste delle Procure vadano ai giudici che sono, a torto o a ragione, neanche questo importa, predisposti ad accoglierle?
Ognuno vede come la riforma di questo sistema, che impedisce che l’indagato debba difendersi da un’opinione già fatta tra giudice e pubblico ministero, non può che giovare al cittadino sottoposto a indagini, così come avrebbe giovato agli indagati di Mani pulite, poi assolti, ma, nel frattempo, condotti alla gogna e alla galera, da un sistema precostituito allo scopo di aumentare le probabilità che le richieste della Procura trovassero esito positivo.
Si obietta che, in tal modo, il pm diventa un poliziotto, una parte privata dedita a vincere le cause piuttosto che a ricercare la verità, come avvererebbe oggi. Obiezione a cui è semplice replicare che l’azione del pm resta quella di sempre, regolata dalle norme della procedura penale, che non cambiano e che gli impongono di chiedere l’archiviazione se non ha niente in mano contro l’indagato. Oggi il pm è obbligato a chiedere l’archiviazione in assenza di sufficienti elementi non dalle norme che la riforma intende cambiare, ma dalle regole del processo, e domani lo sarà ugualmente, con il vantaggio, però, che la sua separazione dalla componente giudicante inciderà significativamente sul rispetto del contraddittorio nella fase delle indagini.
Resta, poi, come lo è adesso, l’obbligatorietà dell’azione penale, che impone al pm di indagare davanti alla notizia di un reato e che rende ininfluente ogni possibile ed astratta ingerenza del potere politico nei suoi confronti: alla telefonata del potente che gli chiedesse di non indagare sul tale politico, il pm, oggi come domani, potrà opporre che egli è obbligato a farlo dalla Costituzione. E la Costituzione egli continuerà ad avere dalla sua parte.
Nessun rischio di controllo politico, dunque, ma semmai, e piuttosto, solo il vantaggio di avere un organo dell’accusa che agisce in contraddittorio con la difesa prima ancora che in preordinato accordo con il giudice.
Le cronache di questi decenni riportano notizie di operazioni giudiziarie che hanno coinvolto centinaia di cittadini in indagini poi finite in maggior parte con assoluzioni. Cronache recenti e meno recenti dimostrano, dunque, che è oggi che alcuni procuratori non hanno la sbandierata «cultura della giurisdizione», ossia l’attitudine a valutare obiettivamente gli indizi e le prove, che, invece, secondo i detrattori della riforma, andrà definitivamente perduta con un pubblico ministero staccato dall’ordine dei giudicanti e messo da solo ad indagare. Il fatto è che, proprio oggi, con questo sistema, circa la metà delle accuse viene rigettata e, incomprensibilmente, secondo alcuni ciò sarebbe indizio di ottimo funzionamento del sistema (vallo a dire a chi lo ha subito…); dunque, il fatto che proprio oggi si producano questi risultati è segno che, con questo sistema, non c’è affatto «cultura della giurisdizione».
Se un pubblico ministero, come è ripetutamente accaduto fino a giorni recenti, dopo aver ottenuto la custodia cautelare di un indagato, dopo averne chiesto la condanna, una volta che quell’imputato sia assolto, non impugna l’assoluzione, si può dire che una tale situazione è indice di un sistema che funziona adeguatamente e che non va cambiato oppure è segno del fatto che i procuratori sono inseriti in una organizzazione giudiziaria nella quale diluiscono le loro responsabilità? Quante volte in questi casi abbiamo sentito il pubblico ministero scusarsi dicendo che non è stato lui ad applicare la custodia cautelare, che lui l’ha soltanto chiesta, e che poi è stato il giudice a concederla? Non si direbbe, ma tutto ciò è il frutto di un pubblico ministero che, oggi, con questo ordinamento giudiziario, agisce come parte spuria, ossia come un organo che, alla fine, fa parte di un ordinamento in cui ci sono altri che decidono e in cui lui ha solo un ruolo di impulso.
Il pubblico ministero, dunque, oggi, non domani a causa di questa riforma, dispone di centinaia, e in alcuni casi migliaia, di uomini di polizia giudiziaria, che muove alla ricerca di elementi di reati, che poi riversa su un giudice delle indagini preliminari, a cui chiede un provvedimento nei confronti dell’indagato, e quando tutto finisce nel nulla, quando l’indagato è assolto, la spiegazione è che è stato il giudice a far fare la galera preventiva.
È il sistema attuale, non quello che si vuole introdurre, che istituisce un pubblico ministero irresponsabile, non tanto disciplinarmente, ma proprio deontologicamente, che è cosa più grave. È il sistema attuale che mimetizza il pubblico ministero in un ordinamento unico con il giudice, e fa sì che le sue azioni si confondano con quelle del giudice.
Si obietta che in realtà ciò accade in casi sporadici e che, invece, nella maggior parte degli altri casi i comportamenti sono virtuosi, si tengono nel rispetto dei diritti, delle garanzie e delle procedure; che, dunque, il fatto che ci siano errori non può giustificare una riforma così incisiva, e che, piuttosto, basterebbe correggere gli errori.
Ecco, questo è un altro argomento propagandistico, per almeno due ragioni. La prima è che non si tratta affatto soltanto di errori (e neanche sporadici), ma di situazioni favorite dal sistema. L’errore è l’esito di una colpa umana, mentre qui siamo davanti a una distorsione che questo sistema di integrazione tra pubblici ministeri e giudici consente e favorisce. La seconda ragione è che le riforme si fanno per cambiare le prassi distorte, non quelle virtuose; se c’è una piena maggioranza di pubblici ministeri che fa benissimo il suo lavoro, ed è vero, ma una minoranza che approfitta del sistema abusandone, la riforma è giustificata da questi ultimi, e non può essere impedita dal fatto che gli altri lavorano bene.
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Maria Chiara Prodi (Ansa)
Di certo l’attenzione alle spese non manca, specialmente se sono le proprie. Invitata a partecipare alla prima Conferenza internazionale dell’italofonia tenutasi a Roma il 18 e il 19 novembre, la segretaria del Cgie ha più volte sollecitato il comitato di presidenza affinché organizzasse una riunione a Roma negli stessi giorni. «Ufficialmente» allo scopo di interloquire col Parlamento sulla legge di bilancio, cosa peraltro mai avvenuta. Il vero motivo in effetti lo ha spiegato la stessa Prodi nella riunione del 2 ottobre. In quella occasione fa presente che le date individuate le consentirebbero «di partecipare alla Conferenza internazionale dell’italofonia senza dover sborsare il denaro necessario all’acquisto dei titoli di viaggio e al soggiorno poiché altrimenti non potrebbe godere del rimborso». Richiesta prontamente accolta dal comitato di presidenza, 9 membri di cui 4 provenienti da Nord e Sudamerica e che dati i voli transoceanici, portano la spesa di ogni riunione a Roma ad un costo di circa 60.000 euro. Nulla che non sia previsto dallo statuto, per carità. Le riunioni in presenza nella Capitale devono essere fatte, almeno 6 all’anno, ma l’approccio personalistico a un ente pubblico non è passato inosservato. Specialmente tra i consiglieri di area opposta.
Così come la decisione di eliminare dal sito del Cgie un documento pubblico, il resoconto della riunione del comitato di presidenza nei giorni 18 e 19 novembre, dopo che Federica Onori, ex M5s passata ad Azione, ne avrebbe fatto richiesta verbale alla stessa. Dunque senza alcun passaggio collegiale come prevederebbe il regolamento.
Intanto, il dibattito sulla riforma della giustizia entra anche tra le mura della Maison. A discutere «sull’oggetto del quesito e sui possibili esiti» c’è Isabelle Bocoubza, ordinaria di diritto pubblico presso l’Università di Nanterre e specialista delle riforme della giustizia in Italia. Voce sicuramente articolata ma anche critica rispetto alla riforma Nordio che, secondo la Bocoubza, non sarebbe davvero in grado di separare le carriere. Da tempo inoltre, la docente si schiera contro le accuse di politicizzazione della magistratura da parte del governo italiano. Considerando che la Maison è finanziata con soldi pubblici per offrire un servizio all’intera comunità accademica, non certo per svolgere un ruolo di indirizzamento politico, siamo certi che seguirà l’invito ad una voce per il Sì. Sempre che la par condicio sia di casa.
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Il physique du rôle non manca anche all’attuale segretaria generale, Maria Chiara Prodi, nipote di Romano. Militante del circolo Pd di Parigi da lei fondato, la Prodi è anche presidente delle Acli Francia. Patronato nella cui sede, per capirci, ha trovato posto anche ResQ, la Ong fondata dal magistrato Gherardo Colombo per soccorrere i migranti che partono dall’Africa. E quindi, anche se il Cgie dovrebbe occuparsi dei quasi 7 milioni di connazionali sparsi nel mondo, svolgendo un fondamentale ruolo di garanzia senza colori politici, attualmente si configura come un’enclave di area principalmente progressista in grado di egemonizzare la diaspora italiana e assicurarsi i voti. E che ben volentieri indulge in progetti a favore di sé stessa o della propria cerchia.
Come durante il periodo Covid con l’allora segretario generale Michele Schiavone, figura di riferimento della sinistra poi confluito nel Pd. Quando la pandemia mette uno stop a riunioni in presenza e costose trasferte transoceaniche, c’è un surplus di finanziamenti. Ma anziché restituirli al Mef come da prassi, decide di usarli fino all’ultimo centesimo imbastendo una serie di pubblicazioni sull’emigrazione italiana. E così, nel biennio 2020-2021 vengono stanziati circa 40.000 euro per una collana sulle diaspore italiane nel mondo a cura della consigliera del Cgie in quota Pd, Silvana Mangione. Altrettanti vanno a una serie speciale sulla Storia dell’emigrazione italiana in Europa diretta dall’esperto di migrazioni Toni Ricciardi, all’epoca segretario nazionale del Partito democratico Svizzera e oggi deputato pd e consigliere del Cgie. Quattro volumi di cui ad oggi ne risultano pubblicati metà. L’anno successivo è la volta di altri 4 volumi dedicati alle reti associative italiane all’estero: 35.464 euro che finiscono alla casa editrice Futura della Cgil «casualmente» quando nel Cgie, in rappresentanza dello stesso sindacato, c’è il consigliere Rodolfo Ricci, che ne cura la prefazione.
Almeno 106.000 euro spesi nel 2020 e 143.189 nel 2021, a fronte di soli 700 euro stanziati per le pubblicazioni nel 2016 e 1.000 nel 2018. Uno slancio editoriale senza precedenti per stanziamenti che non superano mai i 40.000 euro, così da procedere con affidamenti diretti. Come rilevato dall’Ufficio centrale di bilancio.
Unità d’intenti che deve aver ispirato anche l’ultima iniziativa sul tavolo del Cgie deciso a firmare un accordo con il Mei, Museo dell’emigrazione di Genova, «per portare la storia e l’attualità dell’emigrazione italiana nelle scuole». Il museo è presieduto da Paolo Masini, noto esponente del Pd romano e ideatore del progetto Migrarti rivolto alle comunità di immigrati in Italia, e già dal sito la filosofia è chiara. Passare da «emigranti» a «migranti italiani» è un attimo. Anche quando si parla di milioni di connazionali che nel 1800 andarono nelle Americhe. Perché «siamo tutti migranti», in linea con le politiche di Acli e Migrantes con cui il museo collabora.
Tra i pensieri dominanti c’è poi la battaglia per la cittadinanza italiana iure sanguinis, in chiave estensiva e dunque contraria alla stretta voluta dal ministro degli Esseri Antonio Tajani un anno fa, dopo la scoperta di una corsa al passaporto tricolore principalmente da parte di cittadini del Sudamerica. E non certo per nostalgia delle proprie radici o trasferirsi in Italia. Bensì per entrare negli Usa o in Europa senza visto. Non a caso, il passaporto italiano è uno dei più ambiti consentendo l’ingresso in 189 Paesi nel mondo. Basta rintracciare un avo italiano nel proprio albero genealogico e il gioco è fatto. Pensano a tutto le agenzie, in Italia o all’estero. Attivissime sui social nel promuovere la «cidadania italiana». E così che tra il 2020 e il 2024 sono emersi 247.000 nuovi cittadini italiani. Un business da miliardi di dollari, con tanto di truffe, infiltrazioni della criminalità organizzata e tribunali intasati di pratiche. E soprattutto, con 60 milioni di italo discendenti nel mondo, il rischio di creare uno Stato fuori dallo Stato, un bacino di potenziali elettori che incide sul quorum dei referendum. Che inevitabilmente si alza. Da Inca Cgil, da Ital Uil ad Enasco, c’è chi poi con le pratiche di cittadinanza ci lavora. E quando i servizi offerti non entrano nel sistema a punti del contributo previsto dal ministero del Lavoro, può subentrare una società di servizi che fattura pratiche ad hoc.
Un fenomeno che il governo ha cercato di contenere limitando l’ottenimento della cittadinanza di sangue a due generazioni, scelta che aveva scatenato l’ira del Cgie e di una parte dell’associazionismo degli italiani all’estero. Fino a parlare di una presunta «apertura»da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo che a un incontro dello scorso giugno con il Cgie aveva detto che occorreva seguire con attenzione la riflessione che si sarebbe aperta sul tema, «per favorire una meditata considerazione ed eventualmente riconsiderazione dei temi che si sono aperti». Parole più volte richiamate dalla stessa segretaria generale del Cgie e che erano state interpretate alla stregua di un implicito incoraggiamento a rimettere in discussione il «decreto della vergogna», come ribattezzato da una parte politica. Nonostante il presidente della Repubblica lo avesse regolarmente promulgato proprio qualche settimana prima.
Dubbi sulla legittimità del decreto che lo scorso 12 marzo sono stati del tutto respinti dalla Corte costituzionale. Con buona pace di chi puntava sull’allargamento della platea estera. Come i patronati, visto che se vogliono mantenere circa 375 milioni di finanziamenti all’anno da parte del ministero del Lavoro, tra invecchiamento della popolazione, e inverno demografico, devono garantirsi nuova clientela. E se in Italia più che puntare sul rientro degli emigrati si guarda a stranieri e migranti, all’estero si spera nei nuovi italiani. Poco importa che magari non sappiano nulla dell’Italia. Sono tutti potenziali clienti ed elettori.
Sempre nella direzione di un allargamento del bacino di connazionali all’estero, sono andate anche alcune iniziative che avrebbero dovuto favorirne il rientro in Italia, come il progetto Turismo delle radici, ideato dal Maeci nel governo Conte II con 20 milioni di euro del Pnrr. Stando a quanto riferito al Cgie dall’allora direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, almeno il 50% degli accessi alla piattaforma dedicata sarebbe servito a italo discendenti per organizzare viaggi finalizzati a ricostruire la propria genealogia. E quindi chiedere l’ambito passaporto italiano. Non certo per trasferirsi nel Bel Paese.
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