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2025-02-14
Trump: «Buone possibilità di intesa». Putin lo vuole al Cremlino il 9 maggio
Donald Trump e Vladimir Putin in una foto d'archivio (Ansa)
Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce».
Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.
Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto.
Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.
A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».
Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».
A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.
Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica
I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni.
Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione).
Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente.
Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni.
Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione».
A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
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Volodymyr Zelensky stizzito («Donald non mi ha chiamato per primo»), ma ammette di aver perso due terzi del Kursk. Dmitry Peskov irride gli europei: «Se sperano di salvare il posto nelle trattative, devono parlare con Washington».Secondo il «Wsj», il Dragone vuole ritagliarsi un ruolo da pacificatore ma zar e tycoon snobbano l’offerta. Pechino accusa gli Usa di puntare a sfruttare le risorse minerarie.Lo speciale contiene due articoli.Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce». Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto. Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-putin-buone-possibilita-intesa-2671154850.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="asse-mosca-casa-bianca-xi-rosica" data-post-id="2671154850" data-published-at="1739500066" data-use-pagination="False"> Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni. Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione). Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente. Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni. Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione». A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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