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2025-02-14
Trump: «Buone possibilità di intesa». Putin lo vuole al Cremlino il 9 maggio
Donald Trump e Vladimir Putin in una foto d'archivio (Ansa)
Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce».
Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.
Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto.
Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.
A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».
Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».
A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.
Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica
I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni.
Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione).
Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente.
Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni.
Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione».
A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
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Volodymyr Zelensky stizzito («Donald non mi ha chiamato per primo»), ma ammette di aver perso due terzi del Kursk. Dmitry Peskov irride gli europei: «Se sperano di salvare il posto nelle trattative, devono parlare con Washington».Secondo il «Wsj», il Dragone vuole ritagliarsi un ruolo da pacificatore ma zar e tycoon snobbano l’offerta. Pechino accusa gli Usa di puntare a sfruttare le risorse minerarie.Lo speciale contiene due articoli.Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce». Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto. Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-putin-buone-possibilita-intesa-2671154850.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="asse-mosca-casa-bianca-xi-rosica" data-post-id="2671154850" data-published-at="1739500066" data-use-pagination="False"> Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni. Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione). Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente. Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni. Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione». A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
Il pianista Andrea Vizzini presenta il progetto Pianolink, dedicato ai musicisti amatori. Dal Festival Miamor (dal 4 al 13 giugno a Milano) al concorso con una giuria di livello mondiale: un palco che mette insieme pianisti che suonano per amore e affermati professori d'orchestra.
Il viceministro dell’Energia Vannia Gava (Imagoeconomica)
Il viceministro Vannia Gava è solitamente schivo e poco propenso alle interviste. Vista la delicatezza dei dossier sul tavolo ha scelto La Verità per chiarire la sua posizione e quella del governo.
Viceministro, iniziamo dall’attualità: crisi energetica e trattativa con l’Europa affinché liberi un’aggiunta di spesa per tamponare gli effetti della chiusura di Hormuz sulle bollette e sui prezzi dei carburanti. Nonostante il pressing della Meloni, Bruxelles non cede.
«Guardi, la chiusura di Hormuz ha provocato una crisi geopolitica con effetti dirompenti e non può essere trattata come una crisi qualsiasi. Il tema centrale è mettere in sicurezza il comparto industriale, le piccole e medie aziende e le nostre famiglie dai rincari diretti e indiretti che questo choc sta portando. Se l’Europa non reagisce nell’immediato e prende coscienza che deve allentare vincoli troppo stringenti, qui rischiamo di perdere tutto il sistema economico. La sicurezza energetica è sicurezza economica. La richiesta di flessibilità deve essere letta come un investimento sulla nostra forza attuale, non un regalo al deficit».
L’obiettivo resta avere il via libera a uno scostamento di bilancio che liberi almeno 5-6 miliardi di risorse aggiuntive per l’energia?
«Mi sembra una cosa di buon senso».
Se continua il no allo scostamento tirerete dritto?
«Sarà una decisione che il ministero dell’Economia assumerà insieme a governo e Parlamento. In ogni caso, non si tratta di andare dritti o contro qualcuno ma di andare incontro a 26 milioni di famiglie e a 5 milioni di imprese che non possono più aspettare. Abbiamo introdotto diversi provvedimenti di emergenza e, parallelamente, stiamo lavorando a soluzioni di più lungo respiro ma il momento attuale richiede interventi straordinari».
È d’accordo con la Meloni: le bollette vengono prima dei droni?
«È una posizione di buon senso che la Lega porta avanti dall’inizio della crisi. Che non significa venir meno agli impegni che abbiamo assunto in ambito internazionale, bensì prendere atto che oggi famiglie e imprese stanno affrontando una crisi energetica che richiede risposte immediate e concrete. Investire in difesa ha senso solo se regge il sistema produttivo e sociale che quella difesa deve proteggere. Un’Europa energeticamente vulnerabile è anche economicamente vulnerabile».
Sarebbe corretto usare i fondi di coesione per risolvere l’allarme energetico?
«I fondi di coesione sono fondamentali per il medio-lungo periodo indubbiamente, ma una maggiore flessibilità ci permetterebbe spesa corrente per rispondere alle esigenze immediate. L’Europa deve fare un passo ulteriore, servono risorse ulteriori rispetto a quelle già stanziate. Famiglie e imprese non possono aspettare. Ogni euro che arriva nelle loro tasche non è mai una spesa, è sempre un investimento».
Passiamo al nucleare. La linea del governo è chiara: per colmare il gap energetico le centrali sono indispensabili. Può scandirci i tempi? Il 3 giugno inizia la discussione alla Camera sul ddl, quando terminerà l’iter. Quando ripartirà la produzione?
«Il nostro obiettivo è chiaro: l’approvazione della legge delega entro l’estate, subito dopo inizieranno i lavori per i decreti attuativi. Il governo è in prima linea per fare la propria parte in modo serio e puntuale, dando agli investitori un quadro regolatorio chiaro e stabile. Poi è naturale che serviranno alcuni anni affinché siano completati tutti gli investimenti necessari. Un ruolo fondamentale spetta al mondo dell’industria e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni Paesi hanno già autorizzato i primi Small modular reactor, che sono in fase di realizzazione».
Qualcuno ha parlato di referendum. Anche secondo lei sarà inevitabile andare in quella direzione?
«Penso che, referendum o no, il Paese abbia già compreso che si tratta di una scelta di buonsenso assolutamente necessaria. Stiamo parlando di una tecnologia avanzata e sicura, che consentirà all’Italia di accedere ad una fonte di energia pulita e programmabile, rafforzando al tempo stesso l’indipendenza nazionale e riducendo l’esposizione a choc geopolitici come quello che stiamo vivendo».
Oggi la maggioranza degli italiani è favorevole al nucleare?
«La consapevolezza degli italiani è cambiata anche grazie a una comunicazione più seria e concreta sulla fragilità del nostro Paese sul fronte energetico, emersa con forza dopo il conflitto russo-ucraino e con primi timori legati agli approvvigionamenti. Abbiamo spiegato in modo chiaro che si tratta di una tecnologia completamente diversa da quella di quarant’anni fa: parliamo di impianti sicuri e a emissioni zero. Il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, ha bisogno di energia: gli italiani lo sanno meglio di chiunque altro».
Infine il green. Pechino sta conquistando il mercato dell’automotive europeo. Persino Landini vede l’arrivo dei cinesi come unica soluzione per non chiudere gli stabilimenti Stellantis. È d’accordo?
«Certo che no. Aprire ai cinesi sarebbe la resa incondizionata. Abbiamo già fatto abbastanza con il passaggio forzato all’elettrico, mentre le tecnologie e le materie prime erano già sotto il controllo di Pechino. Quello dell’automobile è stato per decenni uno dei terreni di competizione più serrata tra i paesi europei, una corsa che ha portato a storie imprenditoriali memorabili e a modelli iconici che hanno fatto la storia del made in Italy. Non possiamo accettare l’idea che le grandi case automobilistiche italiane ed europee diventino centri di assemblaggio di componenti cinesi».
Cosa si può fare adesso per aiutare il comparto? La misura dei dazi ha ancora un senso?
«I dazi non possono sostituirsi a una politica di rilancio industriale ma possono rappresentare uno strumento temporaneo di difesa contro il dumping. A livello europeo è stato introdotto uno strumento fiscale ambientale con finalità analoghe, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), pensato per contrastare la delocalizzazione e restituire competitività alle imprese europee. Il paradosso è che ad oggi, anche a causa della complessità di applicazione, il meccanismo è finito col gravare ulteriormente su molte nostre imprese, che ci stanno chiedendo di eliminarlo».
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