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2025-02-14
Trump: «Buone possibilità di intesa». Putin lo vuole al Cremlino il 9 maggio
Donald Trump e Vladimir Putin in una foto d'archivio (Ansa)
Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce».
Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.
Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto.
Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.
A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».
Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».
A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.
Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica
I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni.
Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione).
Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente.
Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni.
Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione».
A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
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Volodymyr Zelensky stizzito («Donald non mi ha chiamato per primo»), ma ammette di aver perso due terzi del Kursk. Dmitry Peskov irride gli europei: «Se sperano di salvare il posto nelle trattative, devono parlare con Washington».Secondo il «Wsj», il Dragone vuole ritagliarsi un ruolo da pacificatore ma zar e tycoon snobbano l’offerta. Pechino accusa gli Usa di puntare a sfruttare le risorse minerarie.Lo speciale contiene due articoli.Commentando le telefonate di mercoledì, ieri Donald Trump, sul suo profilo Truth, ha parlato di «una bella chiacchierata con la Russia e l’Ucraina» e di «buone possibilità di mettere fine a quella orribile e sanguinosa guerra». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso apprezzamenti per il modo «educato» con cui il tycoon si è rivolto a Vladimir Putin, «una dimostrazione di come dovrebbe avvenire il dialogo con la Russia». Risultato che, ha aggiunto Lavrov, rappresenta «una dimostrazione di quanto lo staff dell’amministrazione Biden, guidata dal loro presidente, e i loro satelliti europei abbiano abbandonato il dialogo e la diplomazia come metodo di comunicazione con il mondo esterno, optando invece per le minacce». Per Volodymyr Zelensky, invece, non è stato «carino» che The Donald abbia telefonato prima allo zar che a lui. Trump, recrimina l’ex comico, gli aveva detto che avrebbe «voluto parlare con due presidenti contemporaneamente». Lo stesso Zelensky, ieri, ha anche dichiarato che Kiev non accetterà alcun accordo bilaterale raggiunto da Mosca e Washington in sua assenza, e ha chiesto che l’Europa partecipi ai negoziati. «Gli incontri tra Ucraina e America sono per noi la priorità», ha affermato durante una visita alla centrale nucleare di Khmelnitski. «E solo dopo questi incontri, dopo che sarà stato elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». «Siamo parte dell’Europa e saremo certamente membri dell’Unione europea», ha aggiunto. «Questo è importante per noi. Ci hanno aiutato molto». «Ho messo in guardia i leader mondiali dal fidarsi delle dichiarazioni di Putin di essere pronto a porre fine alla guerra», ha poi scritto su X.Non è mancata la risposta (a tratti sarcastica) della Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che l’Ucraina «in un modo o nell’altro» parteciperà ai colloqui per porre fine alla guerra, ma ha anche spiegato alla Tass che ci sarà un canale separato tra Stati Uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Europa, invece, Peskov ha detto che «deve parlare con Washington per salvare il proprio posto nei negoziati per una soluzione della situazione in Ucraina». Secondo il Financial Times, che ha consultato alti funzionari ucraini e occidentali, Trump e Putin vorrebbero arrivare a un cessate il fuoco entro due possibili date significative: una è la Pasqua, che quest’anno si terrà il 20 aprile sia per la Chiesa cattolica sia per quella ortodossa; l’altra è il 9 maggio, giorno in cui Mosca celebra la vittoria sulla Germania nazista e lo zar, secondo Peskov, sarebbe ben lieto di accogliere i leader stranieri, compreso il presidente degli Stati Uniti. Un obiettivo forse difficile da raggiungere, anche perché lo stesso Peskov ha spiegato che i preparativi per un possibile incontro tra due presidenti potrebbero durare alcune settimane o addirittura mesi. Entrambi, a quanto pare, avrebbero convenuto su Riad come possibile luogo adatto. Il portavoce del Cremlino, però, ha chiesto che si faccia in fretta: «C’è la necessità di organizzare questo incontro presto. I leader hanno molto di cui palare. Ci sono molte questioni in agenda che sono state brevemente citate nel colloquio telefonico» di mercoledì. Non ha escluso, inoltre, che Trump e Putin possano avere un’altra telefonata prima di vedersi di persona.A chi parla di cedimento del tycoon verso Mosca o, come il New York Times, di «grande vittoria» di Putin, Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha risposto che Trump è «il miglior negoziatore del pianeta» e che «solo lui può portare le potenze al tavolo». Nessun «tradimento» dell’Ucraina, dunque. «C’è un motivo», ha spiegato al termine della ministeriale Nato a Bruxelles, «per cui i negoziati si stanno svolgendo proprio adesso, solo poche settimane dopo che Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti: Vladimir Putin risponde alla forza». Dopo aver sottolineato che tutte le azioni aggressive del presidente russo sono avvenute sotto amministrazioni non guidate dall’attuale inquilino della Casa Bianca, Hegseth ha concluso che «qualsiasi ipotesi secondo la quale il presidente Trump starebbe facendo qualcosa di diverso dal negoziare da una posizione di forza è, evidentemente, astorica e falsa».Le mosse del tycoon, comunque, stanno mandando in fibrillazione mezzo mondo. «Noi continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», ha detto alla riunione della Nato il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, in modalità ultimo giapponese. Dal Regno Unito Nicholas Watt, responsabile della redazione politica di Newsnight, programma di approfondimento della Bbc, ha raccontato di aver raccolto reazioni indispettite tra le sue fonti all’interno della Difesa britannica: «Stanno facendo tutto passando sopra la testa di Zelensky», gli avrebbe detto in privato una di queste: «Stanno facendo proprio questo, i bastardi». Il segretario alla Difesa, John Healey, ha dichiarato che il Regno Unito sta accelerando la preparazione e il lavoro sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Secondo il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, «Trump ha chiamato Putin e ha chiamato Zelensky», a testimonianza che «sa perfettamente che deve parlare con due nazioni sovrane e cercare una soluzione che in qualche modo tenga conto dell’Ucraina».A questo punto, però, conta che cosa si ha da mettere sul piatto. Dal lato Usa, secondo la Cnn, Zelensky ha informato Trump che l’Ucraina ha ricevuto una bozza di accordo sulle terre rare e ha avviato l’analisi del documento. Dal lato Mosca, invece, Kiev ha ammesso di controllare soltanto un terzo del territorio del Kursk inizialmente conquistato durante l’offensiva dello scorso anno, circa 500 chilometri quadrati. Da scambiare, in termini di terre, c’è davvero poco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-putin-buone-possibilita-intesa-2671154850.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="asse-mosca-casa-bianca-xi-rosica" data-post-id="2671154850" data-published-at="1739500066" data-use-pagination="False"> Asse Mosca-Casa Bianca, Xi rosica I tanto attesi negoziati per porre fine al conflitto ucraino sono cominciati, ma la direzione che prenderanno è ancora ignota. Quello che è chiaro, al momento, è che Kiev non riavrà indietro i suoi confini pre-2014 e nemmeno entrerà nella Nato, al contrario di quanto affermato negli ultimi tre anni. Ad affermarlo è Pete Hegseth, il nuovo capo del Pentagono, il quale mercoledì li ha derubricati a obiettivi irrealistici. Al netto delle anche giuste invocazioni a coinvolgere l’Ucraina, inoltre, è abbastanza chiaro che Volodymyr Zelensky dovrà piegarsi al volere del suo principale partner, gli Stati Uniti, da cui dipende sotto ogni aspetto. La vera domanda, dunque, non è che ruolo avrà Kiev all’interno dei negoziati ma, piuttosto, che parte giocherà Pechino, ossia l’unica vera antagonista di Washington (ciò che rende Mosca ancora credibile come superpotenza, d’altra parte, sono «solo» le oltre 6.000 testate nucleari a sua disposizione). Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Xi Jinping ha ricevuto pressioni dall’Occidente per convincere Vladimir Putin a scendere a più miti consigli. Oltre a non aver mai partecipato alle varie condanne al Cremlino, però, il presidente cinese ha di fatto sostenuto l’economia russa in tutti questi anni, sostituendosi all’Europa come partner commerciale. Una mossa volta non solo a indebolire la Nato, ma che ha avuto, come conseguenza, anche quella di rendere Mosca sempre più dipendente dal Dragone. Per quanto, dunque, la Cina abbia dichiarato di essere «soddisfatta» nel vedere gli Stati Uniti e la Russia, due Stati «molto influenti», «rafforzare la comunicazione e il dialogo su una serie di questioni internazionali», è negli interessi di Pechino che Mosca rimanga il più possibile sotto la sua morsa. Anche volendo, naturalmente, ci vorrà tempo prima di poter vedere normalizzati i rapporti tra Usa e Russia, ma la collocazione di Mosca nella partita tra Cina e Stati Uniti non è indifferente. Ecco perché, di fronte ai sempre più assidui contatti diplomatici tra Donald Trump e Putin, il Dragone ora spinge per avere un ruolo da pacificatore. Secondo il Wall Street Journal, nelle ultime settimane i funzionari cinesi avrebbero proposto al team del tycoon di organizzare un vertice per facilitare «gli sforzi di mantenimento della pace dopo un’eventuale tregua». Secondo il quotidiano, Usa ed Europa, visti gli stretti legami tra Mosca e Pechino, guarderebbero con scetticismo all’iniziativa, tant’è che l’offerta è stata definita da un funzionario della Casa Bianca «per niente fattibile». Ma toni freddi arrivano anche da Mosca: «Per ora non è possibile dire nulla sulla configurazione delle parti, perché non ci sono stati ancora contatti sostanziali a livello operativo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, rispondendo a una domanda su queste indiscrezioni. Oltre al vertice, che non contemplerebbe la presenza di Zelensky, «una parte della proposta cinese per favorire un accordo di pace tra Russia e Ucraina», racconta sempre il Wsj, «prevede che Pechino agisca come “garante” inviando forze di peacekeeping nella regione». A dispetto dei toni pacati, un duro editoriale pubblicato dal Global Times, quotidiano emanazione del Partito comunista cinese, testimonia le preoccupazioni del Dragone. «In qualità di principale responsabile del conflitto tra Russia e Ucraina», si legge, «il cosiddetto “aiuto” degli Stati Uniti a Kiev non è altro che un sofisticato gioco di scambio di interessi». «Dagli “aiuti non rimborsabili” agli “scambi di risorse”», aggiunge, «dalla “responsabilità condivisa” al “pagamento da parte dell’Europa”, la strategia statunitense per aiutare l’Ucraina mette a nudo la sua ipocrisia». E conclude: «Gli Stati Uniti non hanno dato alcun contributo alla risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina; al contrario, hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Le risorse di terre rare dell’Ucraina e gli ordini di armi dell’Europa sono diventati tutti obiettivi di sfruttamento da parte degli Stati Uniti».
«Dino Zoff - Volevo solo fare bene il mio lavoro» (RaiPlay)
Mercoledì 10 giugno su Rai 1 la docufiction Volevo solo fare bene il mio lavoro ripercorre la vita di Dino Zoff, dall’infanzia in Friuli al Mondiale del 1982. Il ritratto di un portiere diventato simbolo di affidabilità e sobrietà nel calcio italiano.
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.