
«Vieni avanti parigino». Donald Trump sembra Carlo Campanini nella famosa gag degli anni Settanta, felice di infierire su Emmanuel Macron, che immaginiamo con la bombetta calzata sulle orecchie come il mononeuronico Walter Chiari. Lampi da avanspettacolo che susciterebbero tenerezza se non avessero come teatro la geopolitica mondiale. Ma questa è la realtà, per fissarla basta dare conto degli ultimi scambi diplomatici fra i due, con il presidente americano impegnato a trattare quello francese come uno zerbino (nel suo immaginario ha preso il posto di Volodymyr Zelensky) e l’inquilino dell’Eliseo a meritare in pieno il ruolo, per via del mix di velleitaria supponenza pubblica e sudditanza da Fracchia che lo contraddistingue.
Il ring è sulle nevi vip di Davos, dove ieri si è esibito Macron e oggi tocca a Trump, in una staffetta al veleno che trasforma il World economic forum in un luna park. L’escalation fra i due è cominciata con il rifiuto del presidente francese di partecipare domani nella località svizzera alla cerimonia di firma del «Board of peace» per Gaza, la formalizzazione della strategia di ricostruzione, fortemente voluta da The Donald con annessa fiche da un miliardo di dollari da parte di chi aderisce. «Suscita interrogativi importanti e va oltre il mandato dell’Onu», è la spiegazione del No di Parigi.
Trump l’ha presa malissimo. Era già maldisposto per via della missione «Arctic Endurance» con truppe francesi (e tedesche) in Groenlandia, definita «una provocazione» dal Pentagono, e ha deciso di passare alla controffensiva a modo suo. Ha risposto con un ceffone al voltafaccia su Gaza: «Nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così. Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà al board, ma non è obbligato a farlo». Liquidato come un comprimario. Poi ha diffuso a tradimento lo screenshot di un messaggio privato inopportuno per Macron, che rivela la doppia morale di un politico al capolinea. Eccolo.
«Caro amico, siamo perfettamente in linea rispetto alla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco quello che stai facendo sulla Groenlandia. Posso organizzare una riunione del G7 dopo Davos, a Parigi, giovedì pomeriggio (domani, ndr). Posso invitare gli ucraini, i danesi, i siriani e i russi a margine», scrive Macron nel tentativo di tornare al centro della diplomazia internazionale coinvolgendo Vladimir Putin che ufficialmente viene da lui rappresentato come Adolf Hitler. Con un invito finale da mellifluo cerchiobottista: «Ceniamo insieme a Parigi giovedì, prima che torni negli Stati Uniti. Firmato Emmanuel».
Autonominatosi nuovo amico del cuore del presidente americano, voleva fare passerella, accreditarsi ancora una volta come il leader della vecchia Europa, tentare di piazzare la sua sedia accanto a quella di Trump e Zelensky come accadde ai funerali di papa Francesco in San Pietro. Vizi privati e pubbliche virtù, soldati a Nuuk e inviti a cena all’Eliseo a base di homard alla Thermidor. La figura da imbucato speciale smascherato è imbarazzante. Il compagnone Emmanuel coglie il senso dello sputtanamento e dopo aver cancellato l’ipotesi di un G7 parigino a sorpresa «anche con i russi», nel pomeriggio si presenta sul palco di Davos con il volto della vendetta, solo parzialmente coperto da occhiali a specchio in puro stile «top gun ganassa» per via di un orzaiolo. E si sfoga.
«Stiamo raggiungendo una fase di instabilità e squilibrio, con oltre 50 guerre anche se mi dicono che alcune sono risolte… Ma l’Europa deve essere il cardine del multilateralismo. Preferiamo il rispetto ai bulli e lo Stato di diritto alla brutalità. Stiamo scivolando verso un mondo senza legge, dove il diritto internazionale viene calpestato e riemergono ambizioni imperiali. Il dispiegamento di soldati in Groenlandia significa che Francia ed Europa danno la massima importanza alla sovranità e all’indipendenza. Accettare una sorta di nuovo approccio coloniale non ha senso. E tutti i capi di Stato e di governo compiacenti con tale approccio si assumeranno una grande responsabilità». Macron veste l’abito da statista dimenticandosi - a proposito di sovranità - l’erosione continua di quella degli Stati da parte dell’Unione europea. E a proposito di neocolonialismo, di avere mandato le truppe prima in Mauritania, poi in Mali e adesso in Niger.
Il timore di avere sottocasa, oltre agli agricoltori infuriati per il Mercosur, anche i produttori di champagne, lo rende nervoso. Così continua a rosicare nella neve dei Grigioni: «Le minacce di nuovi dazi sono inaccettabili e inefficaci, soprattutto perché questi vengono usati come leva contro la sovranità territoriale. Non dobbiamo inseguire idee folli». Però è lui a buttare lì l’idea più folle, quella di attivare il pacchetto di misure anti coercizione, già evocato nel luglio scorso, per limitare l’accesso delle aziende e dei gruppi finanziari americani ai mercati europei (senza prevedere una devastante reciprocità). «La cosa assurda è che si potrebbe usare il meccanismo anti coercizione contro gli Stati Uniti e me ne rammarico profondamente. Dobbiamo mantenere tutti la calma».
Il piccolo Napoleone lo dice fremendo, con i Rayban appannati a nascondere gli occhi neri metaforici da Brigitte Donald. Lui non è per niente calmo, consapevole di essere con le spalle al muro. Prigioniero dell’Eliseo, con un governo appeso a un filo, rappresentante solo di sé stesso, senza amici a Washington. E senza nessuno da invitare domani sera a cena.






