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2019-04-06
Trovato il nuovo leader del Pd: Simone, 15 anni
Ansa
Fra i ragazzi della via Pal mancava Simone, il posto era visibilmente vuoto. Così oggi i leader e gli house organ del Pd hanno arruolato anche lui e siamo tutti più tranquilli. Simone, il giovane di 15 anni che a Torre Maura ha detto la sua davanti ai militanti di Casapound («'Sta cosa di anda' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene, nessuno dev'essere lasciato indietro») è l'eroe della settimana a sinistra. Nicola Zingaretti non vede l'ora di inserirlo in organico al posto dei giovani turchi e Fabio Fazio ha svoltato nella scelta del prossimo ospite di Che tempo che fa.
Ormai, in barba alla legge contro l'utilizzo dei minori in pubblicità, è un riflesso condizionato. Dopo le dolci trecce di Greta Thunberg sfoderate contro il riscaldamento globale; dopo Adam e Remi assurti al ruolo di Starsky e Hutch nello sventare la strage del marocchino cattivo e nuovi testimonial dello ius soli, ecco che un'altra casella è riempita. È quella dell'innocente progressista inconsapevole che si ribella alla strumentalizzazione politica delle minoranze, tema chiave sul quale il partito balbetta perché in prima fila nello strumentalizzare tutto il resto.
Nel video che si può vedere ovunque (la Repubblica lo sta replicando come se fosse un discorso inedito di Enrico Berlinguer) Simone è stato bravissimo, con una lucidità strategica che Laura Boldrini si sogna, una proprietà di linguaggio da far impallidire Matteo Orfini, una profondità di pensiero irraggiungibile per Luigi Marattin e una conoscenza delle periferie da dare lezioni a Carlo Calenda. Cortese, per niente intimorito ma pacato, il ragazzino ha detto ai grandi cose condivisibili con educazione e rispetto, dimostrando di aver letto libri cult come L'amico ritrovato e Oliver Twist. Soprattutto confermando che per parlare di un argomento è necessario conoscerlo, e lui i disagi dei quartieri dimenticati ai margini della metropoli li conosce bene.
Qui finisce la spontaneità di un gesto e comincia la pelosa appropriazione indebita da parte di chi, a pranzo e a cena, va in televisione a spaccare il capello in quattro sulla protezione dei minori (quando sono migranti). E agita la Carta di Treviso come se fosse la Costituzione, senza mai averla letta. Il meccanismo che scatta è sempre lo stesso: il testimonial politico Simone interessa e deve andare in passerella oggi; l'adolescente di 15 anni Simone, con i suoi sacrosanti diritti, da domani sarà un vuoto a perdere. Come tanti a Torre Maura, comune di Roma. Ieri un articolo di Repubblica, quotidiano in prima fila contro coloro che «cavalcano la paura», insinuava con piglio retorico: «Ora c'è paura di ripercussioni?». Come se già si preannunciassero spedizioni punitive contro il ragazzo; come se ci fosse la necessità di concedere una scorta alla Roberto Saviano in questo paese di presunti picchiatori fascisti. Retropensiero, questo sì, da perfetti cavalieri della paura.
Se proprio dovessimo proteggere Simone, lo faremmo per evitargli la macchiettizzazione, l'omologazione politica e i cappelli da carabiniere finiti sulla testa di Adam e Remi davanti al curato Fazio, il re dell'infotainment spaghetti-mandolino. C'è più populismo in quell'immagine da volemose bene umanitario e nel ritratto di Simone protettore dei rom che nel reddito di cittadinanza. Certo, costa meno. Il problema è che siamo portati a giustificare ciò che ci fa comodo. A raffreddare gli entusiasmi a sinistra sono arrivate le parole lapidarie (è un pregio di famiglia) di Walter, operaio e padre dell'adolescente, che ha colto al volo il rischio. «Non strumentalizzate mio figlio. Forse la sinistra non ha ancora capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra. Non può accontentarsi dell'eroe di turno.
Oggi Simone, ieri Mimmo Lucano, l'altroieri il consigliere di Rocca di Papa; la persona che scalda gli animi per qualche ora, non un vero lavoro di organizzazione». La fotografia è perfetta, da pensiero forte rispetto ai vacui tweet renziani e agli sdruciti slogan post-renziani. Greta, Adam, Remi, Simone: fargli scivolare in tasca una tessera è una pratica meschina. La società di oggi pone molte domande e la divinizzazione dei baby filosofi sa tanto di resa. Non avendo più scuole di partito né teste ammobiliate di pensiero, il Pd cerca le risposte all'asilo.
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Il ragazzino critica Casapound e subito diventa un eroe. Cioè l'ennesimo minorenne da strumentalizzare.Il sito di Panorama pone ai lettori la domanda più diretta: «Voi li accettereste?». In poche ore arrivano migliaia di risposte via social. E la grande maggioranza dice no.Lo speciale contiene due articoliFra i ragazzi della via Pal mancava Simone, il posto era visibilmente vuoto. Così oggi i leader e gli house organ del Pd hanno arruolato anche lui e siamo tutti più tranquilli. Simone, il giovane di 15 anni che a Torre Maura ha detto la sua davanti ai militanti di Casapound («'Sta cosa di anda' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene, nessuno dev'essere lasciato indietro») è l'eroe della settimana a sinistra. Nicola Zingaretti non vede l'ora di inserirlo in organico al posto dei giovani turchi e Fabio Fazio ha svoltato nella scelta del prossimo ospite di Che tempo che fa.Ormai, in barba alla legge contro l'utilizzo dei minori in pubblicità, è un riflesso condizionato. Dopo le dolci trecce di Greta Thunberg sfoderate contro il riscaldamento globale; dopo Adam e Remi assurti al ruolo di Starsky e Hutch nello sventare la strage del marocchino cattivo e nuovi testimonial dello ius soli, ecco che un'altra casella è riempita. È quella dell'innocente progressista inconsapevole che si ribella alla strumentalizzazione politica delle minoranze, tema chiave sul quale il partito balbetta perché in prima fila nello strumentalizzare tutto il resto. Nel video che si può vedere ovunque (la Repubblica lo sta replicando come se fosse un discorso inedito di Enrico Berlinguer) Simone è stato bravissimo, con una lucidità strategica che Laura Boldrini si sogna, una proprietà di linguaggio da far impallidire Matteo Orfini, una profondità di pensiero irraggiungibile per Luigi Marattin e una conoscenza delle periferie da dare lezioni a Carlo Calenda. Cortese, per niente intimorito ma pacato, il ragazzino ha detto ai grandi cose condivisibili con educazione e rispetto, dimostrando di aver letto libri cult come L'amico ritrovato e Oliver Twist. Soprattutto confermando che per parlare di un argomento è necessario conoscerlo, e lui i disagi dei quartieri dimenticati ai margini della metropoli li conosce bene. Qui finisce la spontaneità di un gesto e comincia la pelosa appropriazione indebita da parte di chi, a pranzo e a cena, va in televisione a spaccare il capello in quattro sulla protezione dei minori (quando sono migranti). E agita la Carta di Treviso come se fosse la Costituzione, senza mai averla letta. Il meccanismo che scatta è sempre lo stesso: il testimonial politico Simone interessa e deve andare in passerella oggi; l'adolescente di 15 anni Simone, con i suoi sacrosanti diritti, da domani sarà un vuoto a perdere. Come tanti a Torre Maura, comune di Roma. Ieri un articolo di Repubblica, quotidiano in prima fila contro coloro che «cavalcano la paura», insinuava con piglio retorico: «Ora c'è paura di ripercussioni?». Come se già si preannunciassero spedizioni punitive contro il ragazzo; come se ci fosse la necessità di concedere una scorta alla Roberto Saviano in questo paese di presunti picchiatori fascisti. Retropensiero, questo sì, da perfetti cavalieri della paura. Se proprio dovessimo proteggere Simone, lo faremmo per evitargli la macchiettizzazione, l'omologazione politica e i cappelli da carabiniere finiti sulla testa di Adam e Remi davanti al curato Fazio, il re dell'infotainment spaghetti-mandolino. C'è più populismo in quell'immagine da volemose bene umanitario e nel ritratto di Simone protettore dei rom che nel reddito di cittadinanza. Certo, costa meno. Il problema è che siamo portati a giustificare ciò che ci fa comodo. A raffreddare gli entusiasmi a sinistra sono arrivate le parole lapidarie (è un pregio di famiglia) di Walter, operaio e padre dell'adolescente, che ha colto al volo il rischio. «Non strumentalizzate mio figlio. Forse la sinistra non ha ancora capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra. Non può accontentarsi dell'eroe di turno. Oggi Simone, ieri Mimmo Lucano, l'altroieri il consigliere di Rocca di Papa; la persona che scalda gli animi per qualche ora, non un vero lavoro di organizzazione». La fotografia è perfetta, da pensiero forte rispetto ai vacui tweet renziani e agli sdruciti slogan post-renziani. Greta, Adam, Remi, Simone: fargli scivolare in tasca una tessera è una pratica meschina. La società di oggi pone molte domande e la divinizzazione dei baby filosofi sa tanto di resa. Non avendo più scuole di partito né teste ammobiliate di pensiero, il Pd cerca le risposte all'asilo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trovato-il-nuovo-leader-del-pd-simone-15-anni-2633811768.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2633811768" data-published-at="1781248885" data-use-pagination="False"> I rom da Torre Maura sono stati tutti trasferiti, ma la vera domanda rimane aperta: «Voi, li vorreste sotto casa vostra?». La protesta dei residenti del quartiere romano ha riaperto il dibattito su un tema difficile: il rapporto degli italiani con i rom, una relazione parecchio complicata e non certo da adesso. Da decenni, in tutta Italia, anche le amministrazioni più buoniste e antirazziste le hanno provate tutte per trovare alle roulotte delle famiglie romanì una sistemazione che non finisse per creare problemi insanabili. Prima con i campi, poi con le aree, diventate microaree, gruppi monofamiliari e, infine, addirittura con i singoli nuclei sistemati nelle case popolari. Per poi tornare, sconfitti, ai centri di grandi dimensioni, come hanno provato a fare a Roma tre giorni fa, scegliendo, certamente non a caso, uno dei quartieri più poveri e degradati della città. E così, quando c'è stata la rivolta, quando gli abitanti dei palazzoni fatiscenti di Torre Maura sono scesi in strada per presidiare quel pezzetto di quartiere dall'ennesima imposizione, sono molti quelli che hanno puntato il dito parlando di razzismo intolleranza o, ancor peggio, di guerra tra poveri. Come se chi ha poco o nulla non avesse il diritto di difenderlo. Nessuno dei benpensanti si è però posto la vera domanda. Ovvero il quesito che ha lanciato il sito di Panorama: «Ma voi vorreste i rom sotto casa vostra?». 50.000 persone raggiunte, tramite i social, in poche ore, con centinaia di commenti e condivisioni. Il risultato? La maggioranza di chi ha risposto e commentato ha detto «no». E gli altri, per dire la verità, hanno glissato ponendo alternative del tipo «…di certo non vorrei dei fascisti» o «non vorrei nemmeno quelle donne volgari borgatare che strillavano come galline contro persone che stanno facendo un percorso di integrazione», o ancora «ma che cavolo siete diventati, la rivista ufficiale dei razzisti come lo Der Sturmer nazista?». Il dibattito via social è ancora acceso, ma di lettori dichiaratamente favorevoli ad avere i rom sotto casa non ne abbiamo trovati. Intanto, la risposta più gettonata ha sintetizzato, in modo semplice, la vera contraddizione di chi parla di razzismo. «Portateli ai Parioli, in piazza San Pietro, alla Barcaccia o piazza Navona o a casa di Gad Lerner e falsi buonisti invece che continuare a massacrare la periferia», ha suggerito Anna Rita. «Un centro di accoglienza subito ai Parioli, per gli zingari e per i richiedenti asilo», ha rimarcato Angelo. «In piazza del Vaticano… Francesco approverebbe», ha aggiunto Giovanni. «Io ho abitato per 20 anni a Piazzale delle Muse pieno Parioli ed abbiamo avuto i rom a Monte Antenne poi spostati sul greto del Tevere. Ci hanno rubato tutto e ammazzato gli animali come cani e gatti… altro che razzismo», ha commentato Massimo. «La domanda è ovviamente, palesemente retorica. È ovvio che nessuno vuole gli zingari sotto casa sua», ha aggiunto Bruna «ma le risposte sarebbero state ancora più chiare se fosse stata formulata così: “Chi vuole un bell'accampamento rom sotto casa sua… faccia regolare domanda al Comune"».
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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