True
2019-04-06
Trovato il nuovo leader del Pd: Simone, 15 anni
Ansa
Fra i ragazzi della via Pal mancava Simone, il posto era visibilmente vuoto. Così oggi i leader e gli house organ del Pd hanno arruolato anche lui e siamo tutti più tranquilli. Simone, il giovane di 15 anni che a Torre Maura ha detto la sua davanti ai militanti di Casapound («'Sta cosa di anda' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene, nessuno dev'essere lasciato indietro») è l'eroe della settimana a sinistra. Nicola Zingaretti non vede l'ora di inserirlo in organico al posto dei giovani turchi e Fabio Fazio ha svoltato nella scelta del prossimo ospite di Che tempo che fa.
Ormai, in barba alla legge contro l'utilizzo dei minori in pubblicità, è un riflesso condizionato. Dopo le dolci trecce di Greta Thunberg sfoderate contro il riscaldamento globale; dopo Adam e Remi assurti al ruolo di Starsky e Hutch nello sventare la strage del marocchino cattivo e nuovi testimonial dello ius soli, ecco che un'altra casella è riempita. È quella dell'innocente progressista inconsapevole che si ribella alla strumentalizzazione politica delle minoranze, tema chiave sul quale il partito balbetta perché in prima fila nello strumentalizzare tutto il resto.
Nel video che si può vedere ovunque (la Repubblica lo sta replicando come se fosse un discorso inedito di Enrico Berlinguer) Simone è stato bravissimo, con una lucidità strategica che Laura Boldrini si sogna, una proprietà di linguaggio da far impallidire Matteo Orfini, una profondità di pensiero irraggiungibile per Luigi Marattin e una conoscenza delle periferie da dare lezioni a Carlo Calenda. Cortese, per niente intimorito ma pacato, il ragazzino ha detto ai grandi cose condivisibili con educazione e rispetto, dimostrando di aver letto libri cult come L'amico ritrovato e Oliver Twist. Soprattutto confermando che per parlare di un argomento è necessario conoscerlo, e lui i disagi dei quartieri dimenticati ai margini della metropoli li conosce bene.
Qui finisce la spontaneità di un gesto e comincia la pelosa appropriazione indebita da parte di chi, a pranzo e a cena, va in televisione a spaccare il capello in quattro sulla protezione dei minori (quando sono migranti). E agita la Carta di Treviso come se fosse la Costituzione, senza mai averla letta. Il meccanismo che scatta è sempre lo stesso: il testimonial politico Simone interessa e deve andare in passerella oggi; l'adolescente di 15 anni Simone, con i suoi sacrosanti diritti, da domani sarà un vuoto a perdere. Come tanti a Torre Maura, comune di Roma. Ieri un articolo di Repubblica, quotidiano in prima fila contro coloro che «cavalcano la paura», insinuava con piglio retorico: «Ora c'è paura di ripercussioni?». Come se già si preannunciassero spedizioni punitive contro il ragazzo; come se ci fosse la necessità di concedere una scorta alla Roberto Saviano in questo paese di presunti picchiatori fascisti. Retropensiero, questo sì, da perfetti cavalieri della paura.
Se proprio dovessimo proteggere Simone, lo faremmo per evitargli la macchiettizzazione, l'omologazione politica e i cappelli da carabiniere finiti sulla testa di Adam e Remi davanti al curato Fazio, il re dell'infotainment spaghetti-mandolino. C'è più populismo in quell'immagine da volemose bene umanitario e nel ritratto di Simone protettore dei rom che nel reddito di cittadinanza. Certo, costa meno. Il problema è che siamo portati a giustificare ciò che ci fa comodo. A raffreddare gli entusiasmi a sinistra sono arrivate le parole lapidarie (è un pregio di famiglia) di Walter, operaio e padre dell'adolescente, che ha colto al volo il rischio. «Non strumentalizzate mio figlio. Forse la sinistra non ha ancora capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra. Non può accontentarsi dell'eroe di turno.
Oggi Simone, ieri Mimmo Lucano, l'altroieri il consigliere di Rocca di Papa; la persona che scalda gli animi per qualche ora, non un vero lavoro di organizzazione». La fotografia è perfetta, da pensiero forte rispetto ai vacui tweet renziani e agli sdruciti slogan post-renziani. Greta, Adam, Remi, Simone: fargli scivolare in tasca una tessera è una pratica meschina. La società di oggi pone molte domande e la divinizzazione dei baby filosofi sa tanto di resa. Non avendo più scuole di partito né teste ammobiliate di pensiero, il Pd cerca le risposte all'asilo.
Continua a leggereRiduci
Il ragazzino critica Casapound e subito diventa un eroe. Cioè l'ennesimo minorenne da strumentalizzare.Il sito di Panorama pone ai lettori la domanda più diretta: «Voi li accettereste?». In poche ore arrivano migliaia di risposte via social. E la grande maggioranza dice no.Lo speciale contiene due articoliFra i ragazzi della via Pal mancava Simone, il posto era visibilmente vuoto. Così oggi i leader e gli house organ del Pd hanno arruolato anche lui e siamo tutti più tranquilli. Simone, il giovane di 15 anni che a Torre Maura ha detto la sua davanti ai militanti di Casapound («'Sta cosa di anda' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene, nessuno dev'essere lasciato indietro») è l'eroe della settimana a sinistra. Nicola Zingaretti non vede l'ora di inserirlo in organico al posto dei giovani turchi e Fabio Fazio ha svoltato nella scelta del prossimo ospite di Che tempo che fa.Ormai, in barba alla legge contro l'utilizzo dei minori in pubblicità, è un riflesso condizionato. Dopo le dolci trecce di Greta Thunberg sfoderate contro il riscaldamento globale; dopo Adam e Remi assurti al ruolo di Starsky e Hutch nello sventare la strage del marocchino cattivo e nuovi testimonial dello ius soli, ecco che un'altra casella è riempita. È quella dell'innocente progressista inconsapevole che si ribella alla strumentalizzazione politica delle minoranze, tema chiave sul quale il partito balbetta perché in prima fila nello strumentalizzare tutto il resto. Nel video che si può vedere ovunque (la Repubblica lo sta replicando come se fosse un discorso inedito di Enrico Berlinguer) Simone è stato bravissimo, con una lucidità strategica che Laura Boldrini si sogna, una proprietà di linguaggio da far impallidire Matteo Orfini, una profondità di pensiero irraggiungibile per Luigi Marattin e una conoscenza delle periferie da dare lezioni a Carlo Calenda. Cortese, per niente intimorito ma pacato, il ragazzino ha detto ai grandi cose condivisibili con educazione e rispetto, dimostrando di aver letto libri cult come L'amico ritrovato e Oliver Twist. Soprattutto confermando che per parlare di un argomento è necessario conoscerlo, e lui i disagi dei quartieri dimenticati ai margini della metropoli li conosce bene. Qui finisce la spontaneità di un gesto e comincia la pelosa appropriazione indebita da parte di chi, a pranzo e a cena, va in televisione a spaccare il capello in quattro sulla protezione dei minori (quando sono migranti). E agita la Carta di Treviso come se fosse la Costituzione, senza mai averla letta. Il meccanismo che scatta è sempre lo stesso: il testimonial politico Simone interessa e deve andare in passerella oggi; l'adolescente di 15 anni Simone, con i suoi sacrosanti diritti, da domani sarà un vuoto a perdere. Come tanti a Torre Maura, comune di Roma. Ieri un articolo di Repubblica, quotidiano in prima fila contro coloro che «cavalcano la paura», insinuava con piglio retorico: «Ora c'è paura di ripercussioni?». Come se già si preannunciassero spedizioni punitive contro il ragazzo; come se ci fosse la necessità di concedere una scorta alla Roberto Saviano in questo paese di presunti picchiatori fascisti. Retropensiero, questo sì, da perfetti cavalieri della paura. Se proprio dovessimo proteggere Simone, lo faremmo per evitargli la macchiettizzazione, l'omologazione politica e i cappelli da carabiniere finiti sulla testa di Adam e Remi davanti al curato Fazio, il re dell'infotainment spaghetti-mandolino. C'è più populismo in quell'immagine da volemose bene umanitario e nel ritratto di Simone protettore dei rom che nel reddito di cittadinanza. Certo, costa meno. Il problema è che siamo portati a giustificare ciò che ci fa comodo. A raffreddare gli entusiasmi a sinistra sono arrivate le parole lapidarie (è un pregio di famiglia) di Walter, operaio e padre dell'adolescente, che ha colto al volo il rischio. «Non strumentalizzate mio figlio. Forse la sinistra non ha ancora capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra. Non può accontentarsi dell'eroe di turno. Oggi Simone, ieri Mimmo Lucano, l'altroieri il consigliere di Rocca di Papa; la persona che scalda gli animi per qualche ora, non un vero lavoro di organizzazione». La fotografia è perfetta, da pensiero forte rispetto ai vacui tweet renziani e agli sdruciti slogan post-renziani. Greta, Adam, Remi, Simone: fargli scivolare in tasca una tessera è una pratica meschina. La società di oggi pone molte domande e la divinizzazione dei baby filosofi sa tanto di resa. Non avendo più scuole di partito né teste ammobiliate di pensiero, il Pd cerca le risposte all'asilo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trovato-il-nuovo-leader-del-pd-simone-15-anni-2633811768.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2633811768" data-published-at="1771974871" data-use-pagination="False"> I rom da Torre Maura sono stati tutti trasferiti, ma la vera domanda rimane aperta: «Voi, li vorreste sotto casa vostra?». La protesta dei residenti del quartiere romano ha riaperto il dibattito su un tema difficile: il rapporto degli italiani con i rom, una relazione parecchio complicata e non certo da adesso. Da decenni, in tutta Italia, anche le amministrazioni più buoniste e antirazziste le hanno provate tutte per trovare alle roulotte delle famiglie romanì una sistemazione che non finisse per creare problemi insanabili. Prima con i campi, poi con le aree, diventate microaree, gruppi monofamiliari e, infine, addirittura con i singoli nuclei sistemati nelle case popolari. Per poi tornare, sconfitti, ai centri di grandi dimensioni, come hanno provato a fare a Roma tre giorni fa, scegliendo, certamente non a caso, uno dei quartieri più poveri e degradati della città. E così, quando c'è stata la rivolta, quando gli abitanti dei palazzoni fatiscenti di Torre Maura sono scesi in strada per presidiare quel pezzetto di quartiere dall'ennesima imposizione, sono molti quelli che hanno puntato il dito parlando di razzismo intolleranza o, ancor peggio, di guerra tra poveri. Come se chi ha poco o nulla non avesse il diritto di difenderlo. Nessuno dei benpensanti si è però posto la vera domanda. Ovvero il quesito che ha lanciato il sito di Panorama: «Ma voi vorreste i rom sotto casa vostra?». 50.000 persone raggiunte, tramite i social, in poche ore, con centinaia di commenti e condivisioni. Il risultato? La maggioranza di chi ha risposto e commentato ha detto «no». E gli altri, per dire la verità, hanno glissato ponendo alternative del tipo «…di certo non vorrei dei fascisti» o «non vorrei nemmeno quelle donne volgari borgatare che strillavano come galline contro persone che stanno facendo un percorso di integrazione», o ancora «ma che cavolo siete diventati, la rivista ufficiale dei razzisti come lo Der Sturmer nazista?». Il dibattito via social è ancora acceso, ma di lettori dichiaratamente favorevoli ad avere i rom sotto casa non ne abbiamo trovati. Intanto, la risposta più gettonata ha sintetizzato, in modo semplice, la vera contraddizione di chi parla di razzismo. «Portateli ai Parioli, in piazza San Pietro, alla Barcaccia o piazza Navona o a casa di Gad Lerner e falsi buonisti invece che continuare a massacrare la periferia», ha suggerito Anna Rita. «Un centro di accoglienza subito ai Parioli, per gli zingari e per i richiedenti asilo», ha rimarcato Angelo. «In piazza del Vaticano… Francesco approverebbe», ha aggiunto Giovanni. «Io ho abitato per 20 anni a Piazzale delle Muse pieno Parioli ed abbiamo avuto i rom a Monte Antenne poi spostati sul greto del Tevere. Ci hanno rubato tutto e ammazzato gli animali come cani e gatti… altro che razzismo», ha commentato Massimo. «La domanda è ovviamente, palesemente retorica. È ovvio che nessuno vuole gli zingari sotto casa sua», ha aggiunto Bruna «ma le risposte sarebbero state ancora più chiare se fosse stata formulata così: “Chi vuole un bell'accampamento rom sotto casa sua… faccia regolare domanda al Comune"».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
Continua a leggereRiduci
«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
Continua a leggereRiduci
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
Continua a leggereRiduci
In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.