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2019-04-06
Trovato il nuovo leader del Pd: Simone, 15 anni
Ansa
Fra i ragazzi della via Pal mancava Simone, il posto era visibilmente vuoto. Così oggi i leader e gli house organ del Pd hanno arruolato anche lui e siamo tutti più tranquilli. Simone, il giovane di 15 anni che a Torre Maura ha detto la sua davanti ai militanti di Casapound («'Sta cosa di anda' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene, nessuno dev'essere lasciato indietro») è l'eroe della settimana a sinistra. Nicola Zingaretti non vede l'ora di inserirlo in organico al posto dei giovani turchi e Fabio Fazio ha svoltato nella scelta del prossimo ospite di Che tempo che fa.
Ormai, in barba alla legge contro l'utilizzo dei minori in pubblicità, è un riflesso condizionato. Dopo le dolci trecce di Greta Thunberg sfoderate contro il riscaldamento globale; dopo Adam e Remi assurti al ruolo di Starsky e Hutch nello sventare la strage del marocchino cattivo e nuovi testimonial dello ius soli, ecco che un'altra casella è riempita. È quella dell'innocente progressista inconsapevole che si ribella alla strumentalizzazione politica delle minoranze, tema chiave sul quale il partito balbetta perché in prima fila nello strumentalizzare tutto il resto.
Nel video che si può vedere ovunque (la Repubblica lo sta replicando come se fosse un discorso inedito di Enrico Berlinguer) Simone è stato bravissimo, con una lucidità strategica che Laura Boldrini si sogna, una proprietà di linguaggio da far impallidire Matteo Orfini, una profondità di pensiero irraggiungibile per Luigi Marattin e una conoscenza delle periferie da dare lezioni a Carlo Calenda. Cortese, per niente intimorito ma pacato, il ragazzino ha detto ai grandi cose condivisibili con educazione e rispetto, dimostrando di aver letto libri cult come L'amico ritrovato e Oliver Twist. Soprattutto confermando che per parlare di un argomento è necessario conoscerlo, e lui i disagi dei quartieri dimenticati ai margini della metropoli li conosce bene.
Qui finisce la spontaneità di un gesto e comincia la pelosa appropriazione indebita da parte di chi, a pranzo e a cena, va in televisione a spaccare il capello in quattro sulla protezione dei minori (quando sono migranti). E agita la Carta di Treviso come se fosse la Costituzione, senza mai averla letta. Il meccanismo che scatta è sempre lo stesso: il testimonial politico Simone interessa e deve andare in passerella oggi; l'adolescente di 15 anni Simone, con i suoi sacrosanti diritti, da domani sarà un vuoto a perdere. Come tanti a Torre Maura, comune di Roma. Ieri un articolo di Repubblica, quotidiano in prima fila contro coloro che «cavalcano la paura», insinuava con piglio retorico: «Ora c'è paura di ripercussioni?». Come se già si preannunciassero spedizioni punitive contro il ragazzo; come se ci fosse la necessità di concedere una scorta alla Roberto Saviano in questo paese di presunti picchiatori fascisti. Retropensiero, questo sì, da perfetti cavalieri della paura.
Se proprio dovessimo proteggere Simone, lo faremmo per evitargli la macchiettizzazione, l'omologazione politica e i cappelli da carabiniere finiti sulla testa di Adam e Remi davanti al curato Fazio, il re dell'infotainment spaghetti-mandolino. C'è più populismo in quell'immagine da volemose bene umanitario e nel ritratto di Simone protettore dei rom che nel reddito di cittadinanza. Certo, costa meno. Il problema è che siamo portati a giustificare ciò che ci fa comodo. A raffreddare gli entusiasmi a sinistra sono arrivate le parole lapidarie (è un pregio di famiglia) di Walter, operaio e padre dell'adolescente, che ha colto al volo il rischio. «Non strumentalizzate mio figlio. Forse la sinistra non ha ancora capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra. Non può accontentarsi dell'eroe di turno.
Oggi Simone, ieri Mimmo Lucano, l'altroieri il consigliere di Rocca di Papa; la persona che scalda gli animi per qualche ora, non un vero lavoro di organizzazione». La fotografia è perfetta, da pensiero forte rispetto ai vacui tweet renziani e agli sdruciti slogan post-renziani. Greta, Adam, Remi, Simone: fargli scivolare in tasca una tessera è una pratica meschina. La società di oggi pone molte domande e la divinizzazione dei baby filosofi sa tanto di resa. Non avendo più scuole di partito né teste ammobiliate di pensiero, il Pd cerca le risposte all'asilo.
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Il ragazzino critica Casapound e subito diventa un eroe. Cioè l'ennesimo minorenne da strumentalizzare.Il sito di Panorama pone ai lettori la domanda più diretta: «Voi li accettereste?». In poche ore arrivano migliaia di risposte via social. E la grande maggioranza dice no.Lo speciale contiene due articoliFra i ragazzi della via Pal mancava Simone, il posto era visibilmente vuoto. Così oggi i leader e gli house organ del Pd hanno arruolato anche lui e siamo tutti più tranquilli. Simone, il giovane di 15 anni che a Torre Maura ha detto la sua davanti ai militanti di Casapound («'Sta cosa di anda' sempre contro le minoranze a me nun me sta bene, nessuno dev'essere lasciato indietro») è l'eroe della settimana a sinistra. Nicola Zingaretti non vede l'ora di inserirlo in organico al posto dei giovani turchi e Fabio Fazio ha svoltato nella scelta del prossimo ospite di Che tempo che fa.Ormai, in barba alla legge contro l'utilizzo dei minori in pubblicità, è un riflesso condizionato. Dopo le dolci trecce di Greta Thunberg sfoderate contro il riscaldamento globale; dopo Adam e Remi assurti al ruolo di Starsky e Hutch nello sventare la strage del marocchino cattivo e nuovi testimonial dello ius soli, ecco che un'altra casella è riempita. È quella dell'innocente progressista inconsapevole che si ribella alla strumentalizzazione politica delle minoranze, tema chiave sul quale il partito balbetta perché in prima fila nello strumentalizzare tutto il resto. Nel video che si può vedere ovunque (la Repubblica lo sta replicando come se fosse un discorso inedito di Enrico Berlinguer) Simone è stato bravissimo, con una lucidità strategica che Laura Boldrini si sogna, una proprietà di linguaggio da far impallidire Matteo Orfini, una profondità di pensiero irraggiungibile per Luigi Marattin e una conoscenza delle periferie da dare lezioni a Carlo Calenda. Cortese, per niente intimorito ma pacato, il ragazzino ha detto ai grandi cose condivisibili con educazione e rispetto, dimostrando di aver letto libri cult come L'amico ritrovato e Oliver Twist. Soprattutto confermando che per parlare di un argomento è necessario conoscerlo, e lui i disagi dei quartieri dimenticati ai margini della metropoli li conosce bene. Qui finisce la spontaneità di un gesto e comincia la pelosa appropriazione indebita da parte di chi, a pranzo e a cena, va in televisione a spaccare il capello in quattro sulla protezione dei minori (quando sono migranti). E agita la Carta di Treviso come se fosse la Costituzione, senza mai averla letta. Il meccanismo che scatta è sempre lo stesso: il testimonial politico Simone interessa e deve andare in passerella oggi; l'adolescente di 15 anni Simone, con i suoi sacrosanti diritti, da domani sarà un vuoto a perdere. Come tanti a Torre Maura, comune di Roma. Ieri un articolo di Repubblica, quotidiano in prima fila contro coloro che «cavalcano la paura», insinuava con piglio retorico: «Ora c'è paura di ripercussioni?». Come se già si preannunciassero spedizioni punitive contro il ragazzo; come se ci fosse la necessità di concedere una scorta alla Roberto Saviano in questo paese di presunti picchiatori fascisti. Retropensiero, questo sì, da perfetti cavalieri della paura. Se proprio dovessimo proteggere Simone, lo faremmo per evitargli la macchiettizzazione, l'omologazione politica e i cappelli da carabiniere finiti sulla testa di Adam e Remi davanti al curato Fazio, il re dell'infotainment spaghetti-mandolino. C'è più populismo in quell'immagine da volemose bene umanitario e nel ritratto di Simone protettore dei rom che nel reddito di cittadinanza. Certo, costa meno. Il problema è che siamo portati a giustificare ciò che ci fa comodo. A raffreddare gli entusiasmi a sinistra sono arrivate le parole lapidarie (è un pregio di famiglia) di Walter, operaio e padre dell'adolescente, che ha colto al volo il rischio. «Non strumentalizzate mio figlio. Forse la sinistra non ha ancora capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra. Non può accontentarsi dell'eroe di turno. Oggi Simone, ieri Mimmo Lucano, l'altroieri il consigliere di Rocca di Papa; la persona che scalda gli animi per qualche ora, non un vero lavoro di organizzazione». La fotografia è perfetta, da pensiero forte rispetto ai vacui tweet renziani e agli sdruciti slogan post-renziani. Greta, Adam, Remi, Simone: fargli scivolare in tasca una tessera è una pratica meschina. La società di oggi pone molte domande e la divinizzazione dei baby filosofi sa tanto di resa. Non avendo più scuole di partito né teste ammobiliate di pensiero, il Pd cerca le risposte all'asilo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trovato-il-nuovo-leader-del-pd-simone-15-anni-2633811768.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2633811768" data-published-at="1768776078" data-use-pagination="False"> I rom da Torre Maura sono stati tutti trasferiti, ma la vera domanda rimane aperta: «Voi, li vorreste sotto casa vostra?». La protesta dei residenti del quartiere romano ha riaperto il dibattito su un tema difficile: il rapporto degli italiani con i rom, una relazione parecchio complicata e non certo da adesso. Da decenni, in tutta Italia, anche le amministrazioni più buoniste e antirazziste le hanno provate tutte per trovare alle roulotte delle famiglie romanì una sistemazione che non finisse per creare problemi insanabili. Prima con i campi, poi con le aree, diventate microaree, gruppi monofamiliari e, infine, addirittura con i singoli nuclei sistemati nelle case popolari. Per poi tornare, sconfitti, ai centri di grandi dimensioni, come hanno provato a fare a Roma tre giorni fa, scegliendo, certamente non a caso, uno dei quartieri più poveri e degradati della città. E così, quando c'è stata la rivolta, quando gli abitanti dei palazzoni fatiscenti di Torre Maura sono scesi in strada per presidiare quel pezzetto di quartiere dall'ennesima imposizione, sono molti quelli che hanno puntato il dito parlando di razzismo intolleranza o, ancor peggio, di guerra tra poveri. Come se chi ha poco o nulla non avesse il diritto di difenderlo. Nessuno dei benpensanti si è però posto la vera domanda. Ovvero il quesito che ha lanciato il sito di Panorama: «Ma voi vorreste i rom sotto casa vostra?». 50.000 persone raggiunte, tramite i social, in poche ore, con centinaia di commenti e condivisioni. Il risultato? La maggioranza di chi ha risposto e commentato ha detto «no». E gli altri, per dire la verità, hanno glissato ponendo alternative del tipo «…di certo non vorrei dei fascisti» o «non vorrei nemmeno quelle donne volgari borgatare che strillavano come galline contro persone che stanno facendo un percorso di integrazione», o ancora «ma che cavolo siete diventati, la rivista ufficiale dei razzisti come lo Der Sturmer nazista?». Il dibattito via social è ancora acceso, ma di lettori dichiaratamente favorevoli ad avere i rom sotto casa non ne abbiamo trovati. Intanto, la risposta più gettonata ha sintetizzato, in modo semplice, la vera contraddizione di chi parla di razzismo. «Portateli ai Parioli, in piazza San Pietro, alla Barcaccia o piazza Navona o a casa di Gad Lerner e falsi buonisti invece che continuare a massacrare la periferia», ha suggerito Anna Rita. «Un centro di accoglienza subito ai Parioli, per gli zingari e per i richiedenti asilo», ha rimarcato Angelo. «In piazza del Vaticano… Francesco approverebbe», ha aggiunto Giovanni. «Io ho abitato per 20 anni a Piazzale delle Muse pieno Parioli ed abbiamo avuto i rom a Monte Antenne poi spostati sul greto del Tevere. Ci hanno rubato tutto e ammazzato gli animali come cani e gatti… altro che razzismo», ha commentato Massimo. «La domanda è ovviamente, palesemente retorica. È ovvio che nessuno vuole gli zingari sotto casa sua», ha aggiunto Bruna «ma le risposte sarebbero state ancora più chiare se fosse stata formulata così: “Chi vuole un bell'accampamento rom sotto casa sua… faccia regolare domanda al Comune"».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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