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2025-02-11
In sei a processo per la manifestazione anti green pass al porto di Trieste
La polizia usa gli idranti contro i manifestanti al porto di Trieste il 18 ottobre 2021 (Ansa)
Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer.
Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara».
Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;
Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità».
Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco.
Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro.
Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».
Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.
Anche Crisanti prende soldi dalla fondazione di Gates
Mentre è scattato il conto alla rovescia per la notte di San Valentino a villa Crisanti di San Germano dei Berici, nel Vicentino, affittata a una coppia di ricchi romantici per la cifra di 2.450 euro, sui social rimane alto l’interesse a commentare con ironia l’iniziativa alberghiera del microbiologo oggi senatore del Pd. I riflettori sono puntati sulla location, come si dice in gergo immobiliare, ovvero la cinquecentesca Cà Priuli a San Germano dei Berici, nel Vicentino, acquistata nel 2022 da Andrea Crisanti e consorte.
Uno splendore di dimora, attribuita al più grande allievo del Palladio, Vincenzo Scamozzi, con otto camere da letto, 7 bagni, 4 saloni affrescati dal Tiepolo, mobili e finiture di pregio, circondata da giardini all’italiana. Anche il senatore della Lega, Claudio Borghi, si è divertito a pubblicare una serie di post pepati. «Piccolo indizio: la villa Palladiana con il lauto stipendio da parlamentare non si compra. Nemmeno la casa del custode. Con i finanziamenti della Bill e Melinda Gates foundation già è più probabile», aveva scritto.
Per poi tornare sulla questione: «Alcune reazioni stizzite sul messaggio della villa Palladiana di Crisanti mi hanno fatto capire che in molti non sanno che il collega non fa solo il senatore, come secondo me si dovrebbe fare ma come, ahimè molti non fanno, e che il suo laboratorio di ricerca Crisantilab riceve finanziamenti dalla Fondazione Bill Gates. Niente di male, basta saperlo, e infatti la cosa è correttamente indicata sul sito del laboratorio», aveva scritto ieri il senatore della Lega.
Puntuale era intervenuto Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia presso l’Ospedale San Raffaele, ospite fisso del salotto televisivo di Fabio Fazio sulla Nove e dei teatrini social. «Crisanti ha fondato in Uk una delle più interessanti startup biotecnologiche attiva nel campo del controllo delle malattie trasmesse dagli insetti, con potenziali ricadute positive per la salute pubblica. Penso che per questo gli si debba dire grazie», postava piccato. Pronta arrivava la replica di Borghi che ringraziava per la precisazione: «Ottimo, bravissimo. Noto che i fondi di seed (primi fondi, ndr) per la startup Biocentis sono arrivati nel 2023 (dopo la villa). Comunque quindi ora sappiamo che i lavori di Crisanti adesso sono tre. Congratulazioni a lui. Sono io a non aver capito nulla, bisogna fare altro oltre che il senatore». Per poi aggiungere: «Ora che ci penso i lavori sono quattro perché da adesso c’è anche l’albergatore».
«Il nostro team scientifico è stato pioniere e ha fatto progredire il campo del controllo genetico degli insetti per oltre due decenni», si legge sul portale di Biocentis (dal 2022 spinout dell’Imperial College London), attiva in Italia, Regno Unito e Stati Uniti e di cui Crisanti è co-fondatore e consulente principale. «La nostra missione in Biocentis è chiara: rivoluzionare il modo in cui controlliamo gli insetti nocivi», dichiarano.
Burioni, non soddisfatto delle risposte del senatore leghista, proseguiva nella difesa di Crisanti di cui deve sentirsi paladino. «Peraltro è difficile anche solo immaginare cosa c’entri una startup che vuole ostacolare la diffusione delle zanzare pericolose per l’uomo con il Covid», scriveva su X, commettendo così un passo falso che non è passato inosservato a Borghi. «Il Covid l’ha nominato lei adesso... non io. Coda di paglia?», replicava il parlamentare, con tanto di emoticon che sghignazzava.
Tace per il momento il senatore dem. Già aveva fatto sapere che avrebbe trascorso il 14 febbraio a Londra, dove lavora pure la moglie Nicoletta Catteruccia. Lasciano la loro suite alla coppia selezionata che paga per alloggio, cena esclusiva, un mazzo di rose e una bottiglia di champagne. Una delle iniziative imprenditoriali firmate Crisanti.
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Cinque rinvii a giudizio e un rito abbreviato per i fatti del 2021, quando furono usati gli idranti contro i dimostranti pacifici.Bill Gates è tra i finanziatori del laboratorio della virostar Crisanti. Che, intanto, ha affittato la sua villa palladiana per San Valentino.Lo speciale contiene due articoli.Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer. Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara». Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità». Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco. Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro. Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-no-green-pass-processo-2671132210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-crisanti-prende-soldi-dalla-fondazione-di-gates" data-post-id="2671132210" data-published-at="1739273126" data-use-pagination="False"> Anche Crisanti prende soldi dalla fondazione di Gates Mentre è scattato il conto alla rovescia per la notte di San Valentino a villa Crisanti di San Germano dei Berici, nel Vicentino, affittata a una coppia di ricchi romantici per la cifra di 2.450 euro, sui social rimane alto l’interesse a commentare con ironia l’iniziativa alberghiera del microbiologo oggi senatore del Pd. I riflettori sono puntati sulla location, come si dice in gergo immobiliare, ovvero la cinquecentesca Cà Priuli a San Germano dei Berici, nel Vicentino, acquistata nel 2022 da Andrea Crisanti e consorte. Uno splendore di dimora, attribuita al più grande allievo del Palladio, Vincenzo Scamozzi, con otto camere da letto, 7 bagni, 4 saloni affrescati dal Tiepolo, mobili e finiture di pregio, circondata da giardini all’italiana. Anche il senatore della Lega, Claudio Borghi, si è divertito a pubblicare una serie di post pepati. «Piccolo indizio: la villa Palladiana con il lauto stipendio da parlamentare non si compra. Nemmeno la casa del custode. Con i finanziamenti della Bill e Melinda Gates foundation già è più probabile», aveva scritto. Per poi tornare sulla questione: «Alcune reazioni stizzite sul messaggio della villa Palladiana di Crisanti mi hanno fatto capire che in molti non sanno che il collega non fa solo il senatore, come secondo me si dovrebbe fare ma come, ahimè molti non fanno, e che il suo laboratorio di ricerca Crisantilab riceve finanziamenti dalla Fondazione Bill Gates. Niente di male, basta saperlo, e infatti la cosa è correttamente indicata sul sito del laboratorio», aveva scritto ieri il senatore della Lega. Puntuale era intervenuto Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia presso l’Ospedale San Raffaele, ospite fisso del salotto televisivo di Fabio Fazio sulla Nove e dei teatrini social. «Crisanti ha fondato in Uk una delle più interessanti startup biotecnologiche attiva nel campo del controllo delle malattie trasmesse dagli insetti, con potenziali ricadute positive per la salute pubblica. Penso che per questo gli si debba dire grazie», postava piccato. Pronta arrivava la replica di Borghi che ringraziava per la precisazione: «Ottimo, bravissimo. Noto che i fondi di seed (primi fondi, ndr) per la startup Biocentis sono arrivati nel 2023 (dopo la villa). Comunque quindi ora sappiamo che i lavori di Crisanti adesso sono tre. Congratulazioni a lui. Sono io a non aver capito nulla, bisogna fare altro oltre che il senatore». Per poi aggiungere: «Ora che ci penso i lavori sono quattro perché da adesso c’è anche l’albergatore». «Il nostro team scientifico è stato pioniere e ha fatto progredire il campo del controllo genetico degli insetti per oltre due decenni», si legge sul portale di Biocentis (dal 2022 spinout dell’Imperial College London), attiva in Italia, Regno Unito e Stati Uniti e di cui Crisanti è co-fondatore e consulente principale. «La nostra missione in Biocentis è chiara: rivoluzionare il modo in cui controlliamo gli insetti nocivi», dichiarano. Burioni, non soddisfatto delle risposte del senatore leghista, proseguiva nella difesa di Crisanti di cui deve sentirsi paladino. «Peraltro è difficile anche solo immaginare cosa c’entri una startup che vuole ostacolare la diffusione delle zanzare pericolose per l’uomo con il Covid», scriveva su X, commettendo così un passo falso che non è passato inosservato a Borghi. «Il Covid l’ha nominato lei adesso... non io. Coda di paglia?», replicava il parlamentare, con tanto di emoticon che sghignazzava. Tace per il momento il senatore dem. Già aveva fatto sapere che avrebbe trascorso il 14 febbraio a Londra, dove lavora pure la moglie Nicoletta Catteruccia. Lasciano la loro suite alla coppia selezionata che paga per alloggio, cena esclusiva, un mazzo di rose e una bottiglia di champagne. Una delle iniziative imprenditoriali firmate Crisanti.
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
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La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
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Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
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