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2025-02-11
In sei a processo per la manifestazione anti green pass al porto di Trieste
La polizia usa gli idranti contro i manifestanti al porto di Trieste il 18 ottobre 2021 (Ansa)
Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer.
Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara».
Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;
Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità».
Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco.
Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro.
Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».
Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.
Anche Crisanti prende soldi dalla fondazione di Gates
Mentre è scattato il conto alla rovescia per la notte di San Valentino a villa Crisanti di San Germano dei Berici, nel Vicentino, affittata a una coppia di ricchi romantici per la cifra di 2.450 euro, sui social rimane alto l’interesse a commentare con ironia l’iniziativa alberghiera del microbiologo oggi senatore del Pd. I riflettori sono puntati sulla location, come si dice in gergo immobiliare, ovvero la cinquecentesca Cà Priuli a San Germano dei Berici, nel Vicentino, acquistata nel 2022 da Andrea Crisanti e consorte.
Uno splendore di dimora, attribuita al più grande allievo del Palladio, Vincenzo Scamozzi, con otto camere da letto, 7 bagni, 4 saloni affrescati dal Tiepolo, mobili e finiture di pregio, circondata da giardini all’italiana. Anche il senatore della Lega, Claudio Borghi, si è divertito a pubblicare una serie di post pepati. «Piccolo indizio: la villa Palladiana con il lauto stipendio da parlamentare non si compra. Nemmeno la casa del custode. Con i finanziamenti della Bill e Melinda Gates foundation già è più probabile», aveva scritto.
Per poi tornare sulla questione: «Alcune reazioni stizzite sul messaggio della villa Palladiana di Crisanti mi hanno fatto capire che in molti non sanno che il collega non fa solo il senatore, come secondo me si dovrebbe fare ma come, ahimè molti non fanno, e che il suo laboratorio di ricerca Crisantilab riceve finanziamenti dalla Fondazione Bill Gates. Niente di male, basta saperlo, e infatti la cosa è correttamente indicata sul sito del laboratorio», aveva scritto ieri il senatore della Lega.
Puntuale era intervenuto Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia presso l’Ospedale San Raffaele, ospite fisso del salotto televisivo di Fabio Fazio sulla Nove e dei teatrini social. «Crisanti ha fondato in Uk una delle più interessanti startup biotecnologiche attiva nel campo del controllo delle malattie trasmesse dagli insetti, con potenziali ricadute positive per la salute pubblica. Penso che per questo gli si debba dire grazie», postava piccato. Pronta arrivava la replica di Borghi che ringraziava per la precisazione: «Ottimo, bravissimo. Noto che i fondi di seed (primi fondi, ndr) per la startup Biocentis sono arrivati nel 2023 (dopo la villa). Comunque quindi ora sappiamo che i lavori di Crisanti adesso sono tre. Congratulazioni a lui. Sono io a non aver capito nulla, bisogna fare altro oltre che il senatore». Per poi aggiungere: «Ora che ci penso i lavori sono quattro perché da adesso c’è anche l’albergatore».
«Il nostro team scientifico è stato pioniere e ha fatto progredire il campo del controllo genetico degli insetti per oltre due decenni», si legge sul portale di Biocentis (dal 2022 spinout dell’Imperial College London), attiva in Italia, Regno Unito e Stati Uniti e di cui Crisanti è co-fondatore e consulente principale. «La nostra missione in Biocentis è chiara: rivoluzionare il modo in cui controlliamo gli insetti nocivi», dichiarano.
Burioni, non soddisfatto delle risposte del senatore leghista, proseguiva nella difesa di Crisanti di cui deve sentirsi paladino. «Peraltro è difficile anche solo immaginare cosa c’entri una startup che vuole ostacolare la diffusione delle zanzare pericolose per l’uomo con il Covid», scriveva su X, commettendo così un passo falso che non è passato inosservato a Borghi. «Il Covid l’ha nominato lei adesso... non io. Coda di paglia?», replicava il parlamentare, con tanto di emoticon che sghignazzava.
Tace per il momento il senatore dem. Già aveva fatto sapere che avrebbe trascorso il 14 febbraio a Londra, dove lavora pure la moglie Nicoletta Catteruccia. Lasciano la loro suite alla coppia selezionata che paga per alloggio, cena esclusiva, un mazzo di rose e una bottiglia di champagne. Una delle iniziative imprenditoriali firmate Crisanti.
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Cinque rinvii a giudizio e un rito abbreviato per i fatti del 2021, quando furono usati gli idranti contro i dimostranti pacifici.Bill Gates è tra i finanziatori del laboratorio della virostar Crisanti. Che, intanto, ha affittato la sua villa palladiana per San Valentino.Lo speciale contiene due articoli.Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer. Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara». Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità». Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco. Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro. Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-no-green-pass-processo-2671132210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-crisanti-prende-soldi-dalla-fondazione-di-gates" data-post-id="2671132210" data-published-at="1739273126" data-use-pagination="False"> Anche Crisanti prende soldi dalla fondazione di Gates Mentre è scattato il conto alla rovescia per la notte di San Valentino a villa Crisanti di San Germano dei Berici, nel Vicentino, affittata a una coppia di ricchi romantici per la cifra di 2.450 euro, sui social rimane alto l’interesse a commentare con ironia l’iniziativa alberghiera del microbiologo oggi senatore del Pd. I riflettori sono puntati sulla location, come si dice in gergo immobiliare, ovvero la cinquecentesca Cà Priuli a San Germano dei Berici, nel Vicentino, acquistata nel 2022 da Andrea Crisanti e consorte. Uno splendore di dimora, attribuita al più grande allievo del Palladio, Vincenzo Scamozzi, con otto camere da letto, 7 bagni, 4 saloni affrescati dal Tiepolo, mobili e finiture di pregio, circondata da giardini all’italiana. Anche il senatore della Lega, Claudio Borghi, si è divertito a pubblicare una serie di post pepati. «Piccolo indizio: la villa Palladiana con il lauto stipendio da parlamentare non si compra. Nemmeno la casa del custode. Con i finanziamenti della Bill e Melinda Gates foundation già è più probabile», aveva scritto. Per poi tornare sulla questione: «Alcune reazioni stizzite sul messaggio della villa Palladiana di Crisanti mi hanno fatto capire che in molti non sanno che il collega non fa solo il senatore, come secondo me si dovrebbe fare ma come, ahimè molti non fanno, e che il suo laboratorio di ricerca Crisantilab riceve finanziamenti dalla Fondazione Bill Gates. Niente di male, basta saperlo, e infatti la cosa è correttamente indicata sul sito del laboratorio», aveva scritto ieri il senatore della Lega. Puntuale era intervenuto Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia presso l’Ospedale San Raffaele, ospite fisso del salotto televisivo di Fabio Fazio sulla Nove e dei teatrini social. «Crisanti ha fondato in Uk una delle più interessanti startup biotecnologiche attiva nel campo del controllo delle malattie trasmesse dagli insetti, con potenziali ricadute positive per la salute pubblica. Penso che per questo gli si debba dire grazie», postava piccato. Pronta arrivava la replica di Borghi che ringraziava per la precisazione: «Ottimo, bravissimo. Noto che i fondi di seed (primi fondi, ndr) per la startup Biocentis sono arrivati nel 2023 (dopo la villa). Comunque quindi ora sappiamo che i lavori di Crisanti adesso sono tre. Congratulazioni a lui. Sono io a non aver capito nulla, bisogna fare altro oltre che il senatore». Per poi aggiungere: «Ora che ci penso i lavori sono quattro perché da adesso c’è anche l’albergatore». «Il nostro team scientifico è stato pioniere e ha fatto progredire il campo del controllo genetico degli insetti per oltre due decenni», si legge sul portale di Biocentis (dal 2022 spinout dell’Imperial College London), attiva in Italia, Regno Unito e Stati Uniti e di cui Crisanti è co-fondatore e consulente principale. «La nostra missione in Biocentis è chiara: rivoluzionare il modo in cui controlliamo gli insetti nocivi», dichiarano. Burioni, non soddisfatto delle risposte del senatore leghista, proseguiva nella difesa di Crisanti di cui deve sentirsi paladino. «Peraltro è difficile anche solo immaginare cosa c’entri una startup che vuole ostacolare la diffusione delle zanzare pericolose per l’uomo con il Covid», scriveva su X, commettendo così un passo falso che non è passato inosservato a Borghi. «Il Covid l’ha nominato lei adesso... non io. Coda di paglia?», replicava il parlamentare, con tanto di emoticon che sghignazzava. Tace per il momento il senatore dem. Già aveva fatto sapere che avrebbe trascorso il 14 febbraio a Londra, dove lavora pure la moglie Nicoletta Catteruccia. Lasciano la loro suite alla coppia selezionata che paga per alloggio, cena esclusiva, un mazzo di rose e una bottiglia di champagne. Una delle iniziative imprenditoriali firmate Crisanti.
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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