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2025-02-11
In sei a processo per la manifestazione anti green pass al porto di Trieste
La polizia usa gli idranti contro i manifestanti al porto di Trieste il 18 ottobre 2021 (Ansa)
Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer.
Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara».
Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;
Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità».
Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco.
Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro.
Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».
Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.
Anche Crisanti prende soldi dalla fondazione di Gates
Mentre è scattato il conto alla rovescia per la notte di San Valentino a villa Crisanti di San Germano dei Berici, nel Vicentino, affittata a una coppia di ricchi romantici per la cifra di 2.450 euro, sui social rimane alto l’interesse a commentare con ironia l’iniziativa alberghiera del microbiologo oggi senatore del Pd. I riflettori sono puntati sulla location, come si dice in gergo immobiliare, ovvero la cinquecentesca Cà Priuli a San Germano dei Berici, nel Vicentino, acquistata nel 2022 da Andrea Crisanti e consorte.
Uno splendore di dimora, attribuita al più grande allievo del Palladio, Vincenzo Scamozzi, con otto camere da letto, 7 bagni, 4 saloni affrescati dal Tiepolo, mobili e finiture di pregio, circondata da giardini all’italiana. Anche il senatore della Lega, Claudio Borghi, si è divertito a pubblicare una serie di post pepati. «Piccolo indizio: la villa Palladiana con il lauto stipendio da parlamentare non si compra. Nemmeno la casa del custode. Con i finanziamenti della Bill e Melinda Gates foundation già è più probabile», aveva scritto.
Per poi tornare sulla questione: «Alcune reazioni stizzite sul messaggio della villa Palladiana di Crisanti mi hanno fatto capire che in molti non sanno che il collega non fa solo il senatore, come secondo me si dovrebbe fare ma come, ahimè molti non fanno, e che il suo laboratorio di ricerca Crisantilab riceve finanziamenti dalla Fondazione Bill Gates. Niente di male, basta saperlo, e infatti la cosa è correttamente indicata sul sito del laboratorio», aveva scritto ieri il senatore della Lega.
Puntuale era intervenuto Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia presso l’Ospedale San Raffaele, ospite fisso del salotto televisivo di Fabio Fazio sulla Nove e dei teatrini social. «Crisanti ha fondato in Uk una delle più interessanti startup biotecnologiche attiva nel campo del controllo delle malattie trasmesse dagli insetti, con potenziali ricadute positive per la salute pubblica. Penso che per questo gli si debba dire grazie», postava piccato. Pronta arrivava la replica di Borghi che ringraziava per la precisazione: «Ottimo, bravissimo. Noto che i fondi di seed (primi fondi, ndr) per la startup Biocentis sono arrivati nel 2023 (dopo la villa). Comunque quindi ora sappiamo che i lavori di Crisanti adesso sono tre. Congratulazioni a lui. Sono io a non aver capito nulla, bisogna fare altro oltre che il senatore». Per poi aggiungere: «Ora che ci penso i lavori sono quattro perché da adesso c’è anche l’albergatore».
«Il nostro team scientifico è stato pioniere e ha fatto progredire il campo del controllo genetico degli insetti per oltre due decenni», si legge sul portale di Biocentis (dal 2022 spinout dell’Imperial College London), attiva in Italia, Regno Unito e Stati Uniti e di cui Crisanti è co-fondatore e consulente principale. «La nostra missione in Biocentis è chiara: rivoluzionare il modo in cui controlliamo gli insetti nocivi», dichiarano.
Burioni, non soddisfatto delle risposte del senatore leghista, proseguiva nella difesa di Crisanti di cui deve sentirsi paladino. «Peraltro è difficile anche solo immaginare cosa c’entri una startup che vuole ostacolare la diffusione delle zanzare pericolose per l’uomo con il Covid», scriveva su X, commettendo così un passo falso che non è passato inosservato a Borghi. «Il Covid l’ha nominato lei adesso... non io. Coda di paglia?», replicava il parlamentare, con tanto di emoticon che sghignazzava.
Tace per il momento il senatore dem. Già aveva fatto sapere che avrebbe trascorso il 14 febbraio a Londra, dove lavora pure la moglie Nicoletta Catteruccia. Lasciano la loro suite alla coppia selezionata che paga per alloggio, cena esclusiva, un mazzo di rose e una bottiglia di champagne. Una delle iniziative imprenditoriali firmate Crisanti.
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Cinque rinvii a giudizio e un rito abbreviato per i fatti del 2021, quando furono usati gli idranti contro i dimostranti pacifici.Bill Gates è tra i finanziatori del laboratorio della virostar Crisanti. Che, intanto, ha affittato la sua villa palladiana per San Valentino.Lo speciale contiene due articoli.Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer. Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara». Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità». Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco. Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro. Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-no-green-pass-processo-2671132210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-crisanti-prende-soldi-dalla-fondazione-di-gates" data-post-id="2671132210" data-published-at="1739273126" data-use-pagination="False"> Anche Crisanti prende soldi dalla fondazione di Gates Mentre è scattato il conto alla rovescia per la notte di San Valentino a villa Crisanti di San Germano dei Berici, nel Vicentino, affittata a una coppia di ricchi romantici per la cifra di 2.450 euro, sui social rimane alto l’interesse a commentare con ironia l’iniziativa alberghiera del microbiologo oggi senatore del Pd. I riflettori sono puntati sulla location, come si dice in gergo immobiliare, ovvero la cinquecentesca Cà Priuli a San Germano dei Berici, nel Vicentino, acquistata nel 2022 da Andrea Crisanti e consorte. Uno splendore di dimora, attribuita al più grande allievo del Palladio, Vincenzo Scamozzi, con otto camere da letto, 7 bagni, 4 saloni affrescati dal Tiepolo, mobili e finiture di pregio, circondata da giardini all’italiana. Anche il senatore della Lega, Claudio Borghi, si è divertito a pubblicare una serie di post pepati. «Piccolo indizio: la villa Palladiana con il lauto stipendio da parlamentare non si compra. Nemmeno la casa del custode. Con i finanziamenti della Bill e Melinda Gates foundation già è più probabile», aveva scritto. Per poi tornare sulla questione: «Alcune reazioni stizzite sul messaggio della villa Palladiana di Crisanti mi hanno fatto capire che in molti non sanno che il collega non fa solo il senatore, come secondo me si dovrebbe fare ma come, ahimè molti non fanno, e che il suo laboratorio di ricerca Crisantilab riceve finanziamenti dalla Fondazione Bill Gates. Niente di male, basta saperlo, e infatti la cosa è correttamente indicata sul sito del laboratorio», aveva scritto ieri il senatore della Lega. Puntuale era intervenuto Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia presso l’Ospedale San Raffaele, ospite fisso del salotto televisivo di Fabio Fazio sulla Nove e dei teatrini social. «Crisanti ha fondato in Uk una delle più interessanti startup biotecnologiche attiva nel campo del controllo delle malattie trasmesse dagli insetti, con potenziali ricadute positive per la salute pubblica. Penso che per questo gli si debba dire grazie», postava piccato. Pronta arrivava la replica di Borghi che ringraziava per la precisazione: «Ottimo, bravissimo. Noto che i fondi di seed (primi fondi, ndr) per la startup Biocentis sono arrivati nel 2023 (dopo la villa). Comunque quindi ora sappiamo che i lavori di Crisanti adesso sono tre. Congratulazioni a lui. Sono io a non aver capito nulla, bisogna fare altro oltre che il senatore». Per poi aggiungere: «Ora che ci penso i lavori sono quattro perché da adesso c’è anche l’albergatore». «Il nostro team scientifico è stato pioniere e ha fatto progredire il campo del controllo genetico degli insetti per oltre due decenni», si legge sul portale di Biocentis (dal 2022 spinout dell’Imperial College London), attiva in Italia, Regno Unito e Stati Uniti e di cui Crisanti è co-fondatore e consulente principale. «La nostra missione in Biocentis è chiara: rivoluzionare il modo in cui controlliamo gli insetti nocivi», dichiarano. Burioni, non soddisfatto delle risposte del senatore leghista, proseguiva nella difesa di Crisanti di cui deve sentirsi paladino. «Peraltro è difficile anche solo immaginare cosa c’entri una startup che vuole ostacolare la diffusione delle zanzare pericolose per l’uomo con il Covid», scriveva su X, commettendo così un passo falso che non è passato inosservato a Borghi. «Il Covid l’ha nominato lei adesso... non io. Coda di paglia?», replicava il parlamentare, con tanto di emoticon che sghignazzava. Tace per il momento il senatore dem. Già aveva fatto sapere che avrebbe trascorso il 14 febbraio a Londra, dove lavora pure la moglie Nicoletta Catteruccia. Lasciano la loro suite alla coppia selezionata che paga per alloggio, cena esclusiva, un mazzo di rose e una bottiglia di champagne. Una delle iniziative imprenditoriali firmate Crisanti.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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