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2020-02-23
Tre focolai spaccano il Nord. E in nessun caso si è capito chi sia il portatore del virus
Né in Lombardia né in Veneto è ancora saltato fuori il paziente zero. L'uomo dal quale sarebbe partito il contagio del Covid-19, che ha infettato al momento 39 persone tra Codogno, Pizzighettone e Lodi. Anche l'anziana di 76 anni, di Casalpusterlengo, deceduta ieri, era passata per il pronto soccorso del principale centro del Basso Lodigiano.
Pure in Veneto, nebbia assoluta. Non si sa chi abbia seminato il coronavirus tra i 12 cittadini risultati al momento positivi al test, uno dei quali era il settantasettenne deceduto venerdì a Schiavonia, nel Padovano. Un altro contagiato di 67 anni vive a Mira, nel Veneziano, ma era stato ricoverato all'ospedale di Dolo per quelli che sembravano sintomi di una forte forma influenzale. «Questo ultimo caso è un altro caso che fa scuola perché non c'è alcun contatto da portatore primario e quindi si può dire che il virus è ubiquitario come accade per la sindrome influenzale che non si sa da chi la si è presa» ha rilevato il governatore veneto, Luca Zaia.
Gli altri sono tutti residenti a Vo' Euganeo, in provincia di Padova, come il pensionato di 68 anni risultato pure lui positivo al test, amico della prima vittima del coronavirus in Italia.
Il paese dei Colli Euganei dove i due giocavano a carte, da ieri è diventato un borgo fantasma, scuole e locali pubblici chiusi, divieti di spostamenti anche per lavoro, così come è accaduto a Codogno e in altri nove Comuni del Lodigiano. Ma se l'assessore lombardo alla Sanità, Giulio Gallera, ha detto di avere «la conferma che l'area del Basso Lodigiano è centro di un focolaio. Possiamo dirlo in maniera abbastanza certa, tutte le situazioni di positività hanno o hanno avuto contatti nei giorni 18 e 19 con il pronto soccorso e l'ospedale di Codogno», in Veneto non ci sono cordoni sanitari estesi a più Comuni. In Lombardia, un sospetto c'era, il manager di 41 anni che vive da sette anni a Shanghai dove lavora per la Mae di Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza. Arrivato in Italia il 21 gennaio con un volo Air China per trovare gli amici in Italia, come ha raccontato il padre al Corriere della Sera, non ha più potuto rientrare per l'emergenza coronavirus.
Tra l'1 e l'8 febbraio si sarebbe visto più volte con il trentottenne di Codogno attualmente ricoverato in terapia intensiva e in gravissime condizioni. Ma non sarebbe stato lui a infettare il paziente uno e la moglie del giovane, incinta di otto mesi, anch'essa sotto stretta osservazione, però all'ospedale Sacco di Milano. Il manager aveva manifestato sintomi influenzali proprio quando incontrava l'amico di Codogno. Si pensava che avesse contratto il virus e fosse guarito. Dai test effettuati «è emerso che non ha sviluppato gli anticorpi», ha chiarito invece ieri sera il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri.
In Veneto, ieri il governatore Luca Zaia annunciava la restrizione del movimento di persone solo a Vo' Euganeo. «In via preventiva faremo il tampone a tutti quelli che si presenteranno nei ricoveri ospedalieri del Veneto con sintomi influenzali importanti», dichiarava il presidente della Regione, ammettendo che «dobbiamo ancora capire chi sia il contagio primario, chi sia stato a contagiare le due persone, delle quali sappiamo solo una cosa, che giocavano a carte insieme in un bar». Zaia ha detto che tutti i bar di Vo' saranno chiusi, però il panico si sta diffondendo.
Adriano Trevisan, 78 anni, padre dell'ex sindaco di Vo', Vanessa Trevisan, era ricoverato all'ospedale di Schiavonia da diversi giorni. I medici non avevano sospetti, sapevano che l'uomo non aveva fatto viaggi in Cina. Quando anche l'amico venne ricoverato, i sintomi che i due uomini accusavano cominciarono a preoccupare i sanitari e subito vennero fatti i test, risultati positivi. Trevisan è deceduto, l'amico con cui giocava a carte è nel reparto di malattie infettive dell'ospedale di Padova perché quello di Schiavonia è stato chiuso per bonificare l'intera struttura. Si stanno controllando tutti i movimenti dei due pensionati, cercando di scoprire collegamenti con persone tornate dalla Cina o che avessero presentato sintomi influenzali. Da ieri, otto cinesi tra i quali una donna che svolgono un'attività imprenditoriale a Vo' Euganeo, sono sotto controllo clinico. Alcuni di loro frequentavano lo stesso bar dei pensionati, forse potrebbero essere il punto di origine del contagio. Sempre ieri è scattato il cordone sanitario attorno al paese dei Colli Euganei, ma dopo l'annuncio di un caso di Covid-19 anche nel Veneziano, la paura è proprio quella di un contagio fuori controllo.
A Dolo ieri c'era l'assalto ai supermercati per far scorta di generi alimentari, nel timore che i negozi vengano chiusi nei prossimi giorni. Il sindaco di Mira, Marco Dori, ha detto che il Municipio non veniva al momento isolato, che amici e parenti del contagiato si stanno sottoponendo ad accertamenti e ha invitato «a restare a casa, in questa fase, e a limitare il più possibile i contatti esterni». Intanto l'allarme coronavirus fa sospendere le lezioni negli atenei, la prossima settimana tutte le università del Veneto resteranno chiuse, mentre la Federazione italiana pallacanestro ha deciso di sospendere tutte le gare gestite dal Comitato regionale Veneto fino a mercoledì prossimo. Nel frattempo, caccia aperta al paziente zero.
Ad Adriano è stata fatale la briscola. Per Giovanna diagnosi post mortem
Entrambi pensionati. Entrambi indeboliti da altre patologie e debilitati. La diagnosi di infezione da coronavirus per loro è arrivata tardi. E sono stati curati per altre malattie. Ci hanno lasciato le penne. Adriano Trevisan, 78 anni, di Vo' Euganeo, sui Colli, a pochi chilometri da Padova, era padre di tre figli, tra cui Vanessa, l'ex sindaco di Vo'. È morto alle 23 di venerdì all'ospedale di Schiavonia. Causa della morte: contagio da coronavirus. I sanitari non hanno fatto in tempo a trasferirlo al reparto malattie infettive dell'ospedale di Padova. Era ricoverato in quello di Schiavonia insieme a un suo concittadino, prima che si scoprisse che si trattava - per entrambi - di coronavirus. Trevisan è stato ricoverato per diversi giorni e non era considerato un paziente a rischio, perché non risultavano viaggi in Cina o contatti con persone provenienti dalla Cina. La patologia è stata quindi curata come una normale influenza. Quando, però, è arrivato in ospedale il secondo malato da Vo' Euganeo, con gli stessi sintomi, ai sanitari è bastato fare qualche domanda per scoprire che la situazione era più critica del previsto. I due contagiati frequentavano gli stessi bar, dove giocavano a carte con altri avventori. Trascorrevano le serate sfidandosi a due giochi molto popolari: briscola e battere il fante. Ed erano habituè del Mio bar e della Locanda al sole, due locali distanti poco più di 100 metri l'uno dall'altro. Si sono ammalati 15 giorni fa, ma il risultato del test di laboratorio è arrivato solo ieri. Per entrambi il test ha dato esito positivo. È scattata, quindi, la caccia ai contagiati. Per tutta la giornata di ieri le autorità hanno lavorato per mappare gli spostamenti dei due pazienti di Vo' Euganeo, partendo dai bar che frequentavano. È da lì che si comincerà con i tamponi, per individuare gli altri giocatori che si sono seduti al tavolo da gioco con lo sventurato signor Adriano. Giovanna Carminati, la vittima numero due, era quasi coetanea di Trevisan: 78 anni, di Casalpusterlengo, nel Lodigiano. Era stata ricoverata con una diagnosi di polmonite. È morta mentre era in attesa dei risultati del test per il coronavirus che, poi, si è rivelato positivo. Ufficialmente, sulla cartella clinica, infatti, le cause della morte vengono ricondotte ad arresto cardiocircolatorio. Le verifiche effettuate a decesso avvenuto, però, hanno confermato il contagio. Sono in corso accertamenti per verificare dove abbia potuto infettarsi. Stando ad alcune indiscrezioni - non confermate però da fonti ufficiali - la vittima sarebbe la madre di un amico del trentottenne di Codogno indicato come il «paziente uno», l'uomo ricoverato in gravi condizioni da cui sarebbe partito il focolaio. E proprio a Codogno la vittima si era recata al pronto soccorso nei giorni scorsi. La stessa struttura in cui si era presentato il trentottenne con l'insorgenza dei primi sintomi. «Con i dati in possesso», ha spiegato l'assessore lombardo alla Salute, Giulio Gallera, «non possiamo dire se la signora sia morta a causa del coronavirus o se sia stata sopraffatta da altre patologie». Per precauzione, comunque, l'abitazione della donna a Casalpusterlengo è in isolamento. Le persone che sono entrate in contatto con lei, compresi medici e infermieri che l'hanno curata negli ultimi giorni, vengono monitorate costantemente. Al momento, però, le autorità non hanno notizia di ulteriori contagi nella stretta cerchia della paziente deceduta.
Ma la Appendino vieta le mascherine
C'è un primo caso di contagio da coronavirus a Torino eppure il sindaco grillino, Chiara Appendino, sembra più preoccupata del razzismo che di proteggere i dipendenti comunali. Ieri una donna avrebbe denunciato di aver subito un'aggressione in quanto cinese e la Appendino ha subito twittato: «Un gesto ignobile e di rara violenza verso una nostra concittadina, alla quale mando l'abbraccio mio personale e di tutta la comunità. A Torino non può esserci spazio per questi comportamenti».
Intanto però il Comune proibisce ai dipendenti l'uso delle mascherine perché provocano «allarmismo», come affermano Augusta Montaruli, parlamentare di Fratelli d'Italia, e Maurizio Marrone, capogruppo Fdi in Regione. «Tanti dipendenti comunali a contatto diretto con il pubblico ci stanno contattando indignati e impauriti per una circolare arrivata dalla direzione generale che vieta l'uso delle mascherine bollandolo come allarmismo e comportamento iper cautelativo: incredibilmente la nota dell'Istituto Biomedico allegata così come la direttiva comunale risalgono al 20 febbraio, prima dell'evolversi dell'epidemia, tanto che ancora sostiene l'assenza di casi di diffusione del coronavirus in Italia a parte persone cinesi provenienti dal loro Paese. Come fa il sindaco Appendino a essere così irresponsabile da esporre i suoi dipendenti al rischio di contagio solo per lentezza burocratica?».
Le contromisure prese dalla Regione Lombardia e dai Comuni focolaio del coronavirus lombardo hanno indotto il sindaco di Milano, Beppe Sala, a prendere decisioni analoghe. «Al momento abbiamo dato attuazione all'ordinanza del ministero della Salute e della Regione», ha detto Sala, «e abbiamo sospeso dalle attività i lavoratori dipendenti del Comune e delle nostre controllate che provengono dalla zona ove sussiste un cluster di infezione». «Non ci sono emergenze ed evidenze tali da farci pensare alla chiusura dei servizi pubblici. Molte imprese e molti uffici potranno fare ricorso al telelavoro per ridurre la mobilità territoriale», ha detto ieri pomeriggio il prefetto di Milano, Renato Saccone, al termine del vertice con il sindaco e l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. E Sala ha aggiunto: «Noi consigliamo ai milanesi non di stare a casa ma di limitare più possibile, di ridurre la socialità e di avere norme igieniche. Siamo in attesa di avere chiarimenti a livello nazionale. Navighiamo a vista e domani (oggi per chi legge, ndr) alle 10 ci rivediamo qui». E comunque, per tutti i cittadini del capoluogo meneghino, le informazioni saranno disponibili sul sito del Comune. Resterà invece chiuso da domani e fino a nuova disposizione il tribunale di Milano. La Corte d'Appello ha disposto che si asterrà dall'attività presso tutti gli uffici giudiziari del distretto sino a nuova disposizione, il personale di magistratura, togati e onorari, il personale amministrativo nonché tutte le persone che svolgono stage formativi presso gli uffici e che siano residenti nei Comuni del focolaio.
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Tutto da rifare nel Lodigiano: il manager rientrato da Shanghai non ha mai contratto la malattia. Anche i veneti brancolano nel buio: zero indizi sull'origine del contagio.Il signor Trevisan si è infettato al bar, la donna di Lodi forse in contatto col «paziente 1».A Torino c'è il primo caso, eppure una circolare del Comune bandisce le protezioni per il viso: «Generano allarmismo». Giuseppe Sala deve ammettere: «Navighiamo a vista».Lo speciale contiene tre articoli. Né in Lombardia né in Veneto è ancora saltato fuori il paziente zero. L'uomo dal quale sarebbe partito il contagio del Covid-19, che ha infettato al momento 39 persone tra Codogno, Pizzighettone e Lodi. Anche l'anziana di 76 anni, di Casalpusterlengo, deceduta ieri, era passata per il pronto soccorso del principale centro del Basso Lodigiano. Pure in Veneto, nebbia assoluta. Non si sa chi abbia seminato il coronavirus tra i 12 cittadini risultati al momento positivi al test, uno dei quali era il settantasettenne deceduto venerdì a Schiavonia, nel Padovano. Un altro contagiato di 67 anni vive a Mira, nel Veneziano, ma era stato ricoverato all'ospedale di Dolo per quelli che sembravano sintomi di una forte forma influenzale. «Questo ultimo caso è un altro caso che fa scuola perché non c'è alcun contatto da portatore primario e quindi si può dire che il virus è ubiquitario come accade per la sindrome influenzale che non si sa da chi la si è presa» ha rilevato il governatore veneto, Luca Zaia. Gli altri sono tutti residenti a Vo' Euganeo, in provincia di Padova, come il pensionato di 68 anni risultato pure lui positivo al test, amico della prima vittima del coronavirus in Italia. Il paese dei Colli Euganei dove i due giocavano a carte, da ieri è diventato un borgo fantasma, scuole e locali pubblici chiusi, divieti di spostamenti anche per lavoro, così come è accaduto a Codogno e in altri nove Comuni del Lodigiano. Ma se l'assessore lombardo alla Sanità, Giulio Gallera, ha detto di avere «la conferma che l'area del Basso Lodigiano è centro di un focolaio. Possiamo dirlo in maniera abbastanza certa, tutte le situazioni di positività hanno o hanno avuto contatti nei giorni 18 e 19 con il pronto soccorso e l'ospedale di Codogno», in Veneto non ci sono cordoni sanitari estesi a più Comuni. In Lombardia, un sospetto c'era, il manager di 41 anni che vive da sette anni a Shanghai dove lavora per la Mae di Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza. Arrivato in Italia il 21 gennaio con un volo Air China per trovare gli amici in Italia, come ha raccontato il padre al Corriere della Sera, non ha più potuto rientrare per l'emergenza coronavirus. Tra l'1 e l'8 febbraio si sarebbe visto più volte con il trentottenne di Codogno attualmente ricoverato in terapia intensiva e in gravissime condizioni. Ma non sarebbe stato lui a infettare il paziente uno e la moglie del giovane, incinta di otto mesi, anch'essa sotto stretta osservazione, però all'ospedale Sacco di Milano. Il manager aveva manifestato sintomi influenzali proprio quando incontrava l'amico di Codogno. Si pensava che avesse contratto il virus e fosse guarito. Dai test effettuati «è emerso che non ha sviluppato gli anticorpi», ha chiarito invece ieri sera il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri. In Veneto, ieri il governatore Luca Zaia annunciava la restrizione del movimento di persone solo a Vo' Euganeo. «In via preventiva faremo il tampone a tutti quelli che si presenteranno nei ricoveri ospedalieri del Veneto con sintomi influenzali importanti», dichiarava il presidente della Regione, ammettendo che «dobbiamo ancora capire chi sia il contagio primario, chi sia stato a contagiare le due persone, delle quali sappiamo solo una cosa, che giocavano a carte insieme in un bar». Zaia ha detto che tutti i bar di Vo' saranno chiusi, però il panico si sta diffondendo.Adriano Trevisan, 78 anni, padre dell'ex sindaco di Vo', Vanessa Trevisan, era ricoverato all'ospedale di Schiavonia da diversi giorni. I medici non avevano sospetti, sapevano che l'uomo non aveva fatto viaggi in Cina. Quando anche l'amico venne ricoverato, i sintomi che i due uomini accusavano cominciarono a preoccupare i sanitari e subito vennero fatti i test, risultati positivi. Trevisan è deceduto, l'amico con cui giocava a carte è nel reparto di malattie infettive dell'ospedale di Padova perché quello di Schiavonia è stato chiuso per bonificare l'intera struttura. Si stanno controllando tutti i movimenti dei due pensionati, cercando di scoprire collegamenti con persone tornate dalla Cina o che avessero presentato sintomi influenzali. Da ieri, otto cinesi tra i quali una donna che svolgono un'attività imprenditoriale a Vo' Euganeo, sono sotto controllo clinico. Alcuni di loro frequentavano lo stesso bar dei pensionati, forse potrebbero essere il punto di origine del contagio. Sempre ieri è scattato il cordone sanitario attorno al paese dei Colli Euganei, ma dopo l'annuncio di un caso di Covid-19 anche nel Veneziano, la paura è proprio quella di un contagio fuori controllo. A Dolo ieri c'era l'assalto ai supermercati per far scorta di generi alimentari, nel timore che i negozi vengano chiusi nei prossimi giorni. Il sindaco di Mira, Marco Dori, ha detto che il Municipio non veniva al momento isolato, che amici e parenti del contagiato si stanno sottoponendo ad accertamenti e ha invitato «a restare a casa, in questa fase, e a limitare il più possibile i contatti esterni». Intanto l'allarme coronavirus fa sospendere le lezioni negli atenei, la prossima settimana tutte le università del Veneto resteranno chiuse, mentre la Federazione italiana pallacanestro ha deciso di sospendere tutte le gare gestite dal Comitato regionale Veneto fino a mercoledì prossimo. 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Causa della morte: contagio da coronavirus. I sanitari non hanno fatto in tempo a trasferirlo al reparto malattie infettive dell'ospedale di Padova. Era ricoverato in quello di Schiavonia insieme a un suo concittadino, prima che si scoprisse che si trattava - per entrambi - di coronavirus. Trevisan è stato ricoverato per diversi giorni e non era considerato un paziente a rischio, perché non risultavano viaggi in Cina o contatti con persone provenienti dalla Cina. La patologia è stata quindi curata come una normale influenza. Quando, però, è arrivato in ospedale il secondo malato da Vo' Euganeo, con gli stessi sintomi, ai sanitari è bastato fare qualche domanda per scoprire che la situazione era più critica del previsto. I due contagiati frequentavano gli stessi bar, dove giocavano a carte con altri avventori. Trascorrevano le serate sfidandosi a due giochi molto popolari: briscola e battere il fante. Ed erano habituè del Mio bar e della Locanda al sole, due locali distanti poco più di 100 metri l'uno dall'altro. Si sono ammalati 15 giorni fa, ma il risultato del test di laboratorio è arrivato solo ieri. Per entrambi il test ha dato esito positivo. È scattata, quindi, la caccia ai contagiati. Per tutta la giornata di ieri le autorità hanno lavorato per mappare gli spostamenti dei due pazienti di Vo' Euganeo, partendo dai bar che frequentavano. È da lì che si comincerà con i tamponi, per individuare gli altri giocatori che si sono seduti al tavolo da gioco con lo sventurato signor Adriano. Giovanna Carminati, la vittima numero due, era quasi coetanea di Trevisan: 78 anni, di Casalpusterlengo, nel Lodigiano. Era stata ricoverata con una diagnosi di polmonite. È morta mentre era in attesa dei risultati del test per il coronavirus che, poi, si è rivelato positivo. Ufficialmente, sulla cartella clinica, infatti, le cause della morte vengono ricondotte ad arresto cardiocircolatorio. Le verifiche effettuate a decesso avvenuto, però, hanno confermato il contagio. Sono in corso accertamenti per verificare dove abbia potuto infettarsi. Stando ad alcune indiscrezioni - non confermate però da fonti ufficiali - la vittima sarebbe la madre di un amico del trentottenne di Codogno indicato come il «paziente uno», l'uomo ricoverato in gravi condizioni da cui sarebbe partito il focolaio. E proprio a Codogno la vittima si era recata al pronto soccorso nei giorni scorsi. La stessa struttura in cui si era presentato il trentottenne con l'insorgenza dei primi sintomi. «Con i dati in possesso», ha spiegato l'assessore lombardo alla Salute, Giulio Gallera, «non possiamo dire se la signora sia morta a causa del coronavirus o se sia stata sopraffatta da altre patologie». Per precauzione, comunque, l'abitazione della donna a Casalpusterlengo è in isolamento. Le persone che sono entrate in contatto con lei, compresi medici e infermieri che l'hanno curata negli ultimi giorni, vengono monitorate costantemente. Al momento, però, le autorità non hanno notizia di ulteriori contagi nella stretta cerchia della paziente deceduta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tre-focolai-spaccano-il-nord-e-in-nessun-caso-si-e-capito-chi-sia-il-portatore-del-virus-2645224406.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-la-appendino-vieta-le-mascherine" data-post-id="2645224406" data-published-at="1778154868" data-use-pagination="False"> Ma la Appendino vieta le mascherine C'è un primo caso di contagio da coronavirus a Torino eppure il sindaco grillino, Chiara Appendino, sembra più preoccupata del razzismo che di proteggere i dipendenti comunali. Ieri una donna avrebbe denunciato di aver subito un'aggressione in quanto cinese e la Appendino ha subito twittato: «Un gesto ignobile e di rara violenza verso una nostra concittadina, alla quale mando l'abbraccio mio personale e di tutta la comunità. A Torino non può esserci spazio per questi comportamenti». Intanto però il Comune proibisce ai dipendenti l'uso delle mascherine perché provocano «allarmismo», come affermano Augusta Montaruli, parlamentare di Fratelli d'Italia, e Maurizio Marrone, capogruppo Fdi in Regione. «Tanti dipendenti comunali a contatto diretto con il pubblico ci stanno contattando indignati e impauriti per una circolare arrivata dalla direzione generale che vieta l'uso delle mascherine bollandolo come allarmismo e comportamento iper cautelativo: incredibilmente la nota dell'Istituto Biomedico allegata così come la direttiva comunale risalgono al 20 febbraio, prima dell'evolversi dell'epidemia, tanto che ancora sostiene l'assenza di casi di diffusione del coronavirus in Italia a parte persone cinesi provenienti dal loro Paese. Come fa il sindaco Appendino a essere così irresponsabile da esporre i suoi dipendenti al rischio di contagio solo per lentezza burocratica?». Le contromisure prese dalla Regione Lombardia e dai Comuni focolaio del coronavirus lombardo hanno indotto il sindaco di Milano, Beppe Sala, a prendere decisioni analoghe. «Al momento abbiamo dato attuazione all'ordinanza del ministero della Salute e della Regione», ha detto Sala, «e abbiamo sospeso dalle attività i lavoratori dipendenti del Comune e delle nostre controllate che provengono dalla zona ove sussiste un cluster di infezione». «Non ci sono emergenze ed evidenze tali da farci pensare alla chiusura dei servizi pubblici. Molte imprese e molti uffici potranno fare ricorso al telelavoro per ridurre la mobilità territoriale», ha detto ieri pomeriggio il prefetto di Milano, Renato Saccone, al termine del vertice con il sindaco e l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. E Sala ha aggiunto: «Noi consigliamo ai milanesi non di stare a casa ma di limitare più possibile, di ridurre la socialità e di avere norme igieniche. Siamo in attesa di avere chiarimenti a livello nazionale. Navighiamo a vista e domani (oggi per chi legge, ndr) alle 10 ci rivediamo qui». E comunque, per tutti i cittadini del capoluogo meneghino, le informazioni saranno disponibili sul sito del Comune. Resterà invece chiuso da domani e fino a nuova disposizione il tribunale di Milano. La Corte d'Appello ha disposto che si asterrà dall'attività presso tutti gli uffici giudiziari del distretto sino a nuova disposizione, il personale di magistratura, togati e onorari, il personale amministrativo nonché tutte le persone che svolgono stage formativi presso gli uffici e che siano residenti nei Comuni del focolaio.
Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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