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2020-02-23
Tre focolai spaccano il Nord. E in nessun caso si è capito chi sia il portatore del virus
Né in Lombardia né in Veneto è ancora saltato fuori il paziente zero. L'uomo dal quale sarebbe partito il contagio del Covid-19, che ha infettato al momento 39 persone tra Codogno, Pizzighettone e Lodi. Anche l'anziana di 76 anni, di Casalpusterlengo, deceduta ieri, era passata per il pronto soccorso del principale centro del Basso Lodigiano.
Pure in Veneto, nebbia assoluta. Non si sa chi abbia seminato il coronavirus tra i 12 cittadini risultati al momento positivi al test, uno dei quali era il settantasettenne deceduto venerdì a Schiavonia, nel Padovano. Un altro contagiato di 67 anni vive a Mira, nel Veneziano, ma era stato ricoverato all'ospedale di Dolo per quelli che sembravano sintomi di una forte forma influenzale. «Questo ultimo caso è un altro caso che fa scuola perché non c'è alcun contatto da portatore primario e quindi si può dire che il virus è ubiquitario come accade per la sindrome influenzale che non si sa da chi la si è presa» ha rilevato il governatore veneto, Luca Zaia.
Gli altri sono tutti residenti a Vo' Euganeo, in provincia di Padova, come il pensionato di 68 anni risultato pure lui positivo al test, amico della prima vittima del coronavirus in Italia.
Il paese dei Colli Euganei dove i due giocavano a carte, da ieri è diventato un borgo fantasma, scuole e locali pubblici chiusi, divieti di spostamenti anche per lavoro, così come è accaduto a Codogno e in altri nove Comuni del Lodigiano. Ma se l'assessore lombardo alla Sanità, Giulio Gallera, ha detto di avere «la conferma che l'area del Basso Lodigiano è centro di un focolaio. Possiamo dirlo in maniera abbastanza certa, tutte le situazioni di positività hanno o hanno avuto contatti nei giorni 18 e 19 con il pronto soccorso e l'ospedale di Codogno», in Veneto non ci sono cordoni sanitari estesi a più Comuni. In Lombardia, un sospetto c'era, il manager di 41 anni che vive da sette anni a Shanghai dove lavora per la Mae di Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza. Arrivato in Italia il 21 gennaio con un volo Air China per trovare gli amici in Italia, come ha raccontato il padre al Corriere della Sera, non ha più potuto rientrare per l'emergenza coronavirus.
Tra l'1 e l'8 febbraio si sarebbe visto più volte con il trentottenne di Codogno attualmente ricoverato in terapia intensiva e in gravissime condizioni. Ma non sarebbe stato lui a infettare il paziente uno e la moglie del giovane, incinta di otto mesi, anch'essa sotto stretta osservazione, però all'ospedale Sacco di Milano. Il manager aveva manifestato sintomi influenzali proprio quando incontrava l'amico di Codogno. Si pensava che avesse contratto il virus e fosse guarito. Dai test effettuati «è emerso che non ha sviluppato gli anticorpi», ha chiarito invece ieri sera il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri.
In Veneto, ieri il governatore Luca Zaia annunciava la restrizione del movimento di persone solo a Vo' Euganeo. «In via preventiva faremo il tampone a tutti quelli che si presenteranno nei ricoveri ospedalieri del Veneto con sintomi influenzali importanti», dichiarava il presidente della Regione, ammettendo che «dobbiamo ancora capire chi sia il contagio primario, chi sia stato a contagiare le due persone, delle quali sappiamo solo una cosa, che giocavano a carte insieme in un bar». Zaia ha detto che tutti i bar di Vo' saranno chiusi, però il panico si sta diffondendo.
Adriano Trevisan, 78 anni, padre dell'ex sindaco di Vo', Vanessa Trevisan, era ricoverato all'ospedale di Schiavonia da diversi giorni. I medici non avevano sospetti, sapevano che l'uomo non aveva fatto viaggi in Cina. Quando anche l'amico venne ricoverato, i sintomi che i due uomini accusavano cominciarono a preoccupare i sanitari e subito vennero fatti i test, risultati positivi. Trevisan è deceduto, l'amico con cui giocava a carte è nel reparto di malattie infettive dell'ospedale di Padova perché quello di Schiavonia è stato chiuso per bonificare l'intera struttura. Si stanno controllando tutti i movimenti dei due pensionati, cercando di scoprire collegamenti con persone tornate dalla Cina o che avessero presentato sintomi influenzali. Da ieri, otto cinesi tra i quali una donna che svolgono un'attività imprenditoriale a Vo' Euganeo, sono sotto controllo clinico. Alcuni di loro frequentavano lo stesso bar dei pensionati, forse potrebbero essere il punto di origine del contagio. Sempre ieri è scattato il cordone sanitario attorno al paese dei Colli Euganei, ma dopo l'annuncio di un caso di Covid-19 anche nel Veneziano, la paura è proprio quella di un contagio fuori controllo.
A Dolo ieri c'era l'assalto ai supermercati per far scorta di generi alimentari, nel timore che i negozi vengano chiusi nei prossimi giorni. Il sindaco di Mira, Marco Dori, ha detto che il Municipio non veniva al momento isolato, che amici e parenti del contagiato si stanno sottoponendo ad accertamenti e ha invitato «a restare a casa, in questa fase, e a limitare il più possibile i contatti esterni». Intanto l'allarme coronavirus fa sospendere le lezioni negli atenei, la prossima settimana tutte le università del Veneto resteranno chiuse, mentre la Federazione italiana pallacanestro ha deciso di sospendere tutte le gare gestite dal Comitato regionale Veneto fino a mercoledì prossimo. Nel frattempo, caccia aperta al paziente zero.
Ad Adriano è stata fatale la briscola. Per Giovanna diagnosi post mortem
Entrambi pensionati. Entrambi indeboliti da altre patologie e debilitati. La diagnosi di infezione da coronavirus per loro è arrivata tardi. E sono stati curati per altre malattie. Ci hanno lasciato le penne. Adriano Trevisan, 78 anni, di Vo' Euganeo, sui Colli, a pochi chilometri da Padova, era padre di tre figli, tra cui Vanessa, l'ex sindaco di Vo'. È morto alle 23 di venerdì all'ospedale di Schiavonia. Causa della morte: contagio da coronavirus. I sanitari non hanno fatto in tempo a trasferirlo al reparto malattie infettive dell'ospedale di Padova. Era ricoverato in quello di Schiavonia insieme a un suo concittadino, prima che si scoprisse che si trattava - per entrambi - di coronavirus. Trevisan è stato ricoverato per diversi giorni e non era considerato un paziente a rischio, perché non risultavano viaggi in Cina o contatti con persone provenienti dalla Cina. La patologia è stata quindi curata come una normale influenza. Quando, però, è arrivato in ospedale il secondo malato da Vo' Euganeo, con gli stessi sintomi, ai sanitari è bastato fare qualche domanda per scoprire che la situazione era più critica del previsto. I due contagiati frequentavano gli stessi bar, dove giocavano a carte con altri avventori. Trascorrevano le serate sfidandosi a due giochi molto popolari: briscola e battere il fante. Ed erano habituè del Mio bar e della Locanda al sole, due locali distanti poco più di 100 metri l'uno dall'altro. Si sono ammalati 15 giorni fa, ma il risultato del test di laboratorio è arrivato solo ieri. Per entrambi il test ha dato esito positivo. È scattata, quindi, la caccia ai contagiati. Per tutta la giornata di ieri le autorità hanno lavorato per mappare gli spostamenti dei due pazienti di Vo' Euganeo, partendo dai bar che frequentavano. È da lì che si comincerà con i tamponi, per individuare gli altri giocatori che si sono seduti al tavolo da gioco con lo sventurato signor Adriano. Giovanna Carminati, la vittima numero due, era quasi coetanea di Trevisan: 78 anni, di Casalpusterlengo, nel Lodigiano. Era stata ricoverata con una diagnosi di polmonite. È morta mentre era in attesa dei risultati del test per il coronavirus che, poi, si è rivelato positivo. Ufficialmente, sulla cartella clinica, infatti, le cause della morte vengono ricondotte ad arresto cardiocircolatorio. Le verifiche effettuate a decesso avvenuto, però, hanno confermato il contagio. Sono in corso accertamenti per verificare dove abbia potuto infettarsi. Stando ad alcune indiscrezioni - non confermate però da fonti ufficiali - la vittima sarebbe la madre di un amico del trentottenne di Codogno indicato come il «paziente uno», l'uomo ricoverato in gravi condizioni da cui sarebbe partito il focolaio. E proprio a Codogno la vittima si era recata al pronto soccorso nei giorni scorsi. La stessa struttura in cui si era presentato il trentottenne con l'insorgenza dei primi sintomi. «Con i dati in possesso», ha spiegato l'assessore lombardo alla Salute, Giulio Gallera, «non possiamo dire se la signora sia morta a causa del coronavirus o se sia stata sopraffatta da altre patologie». Per precauzione, comunque, l'abitazione della donna a Casalpusterlengo è in isolamento. Le persone che sono entrate in contatto con lei, compresi medici e infermieri che l'hanno curata negli ultimi giorni, vengono monitorate costantemente. Al momento, però, le autorità non hanno notizia di ulteriori contagi nella stretta cerchia della paziente deceduta.
Ma la Appendino vieta le mascherine
C'è un primo caso di contagio da coronavirus a Torino eppure il sindaco grillino, Chiara Appendino, sembra più preoccupata del razzismo che di proteggere i dipendenti comunali. Ieri una donna avrebbe denunciato di aver subito un'aggressione in quanto cinese e la Appendino ha subito twittato: «Un gesto ignobile e di rara violenza verso una nostra concittadina, alla quale mando l'abbraccio mio personale e di tutta la comunità. A Torino non può esserci spazio per questi comportamenti».
Intanto però il Comune proibisce ai dipendenti l'uso delle mascherine perché provocano «allarmismo», come affermano Augusta Montaruli, parlamentare di Fratelli d'Italia, e Maurizio Marrone, capogruppo Fdi in Regione. «Tanti dipendenti comunali a contatto diretto con il pubblico ci stanno contattando indignati e impauriti per una circolare arrivata dalla direzione generale che vieta l'uso delle mascherine bollandolo come allarmismo e comportamento iper cautelativo: incredibilmente la nota dell'Istituto Biomedico allegata così come la direttiva comunale risalgono al 20 febbraio, prima dell'evolversi dell'epidemia, tanto che ancora sostiene l'assenza di casi di diffusione del coronavirus in Italia a parte persone cinesi provenienti dal loro Paese. Come fa il sindaco Appendino a essere così irresponsabile da esporre i suoi dipendenti al rischio di contagio solo per lentezza burocratica?».
Le contromisure prese dalla Regione Lombardia e dai Comuni focolaio del coronavirus lombardo hanno indotto il sindaco di Milano, Beppe Sala, a prendere decisioni analoghe. «Al momento abbiamo dato attuazione all'ordinanza del ministero della Salute e della Regione», ha detto Sala, «e abbiamo sospeso dalle attività i lavoratori dipendenti del Comune e delle nostre controllate che provengono dalla zona ove sussiste un cluster di infezione». «Non ci sono emergenze ed evidenze tali da farci pensare alla chiusura dei servizi pubblici. Molte imprese e molti uffici potranno fare ricorso al telelavoro per ridurre la mobilità territoriale», ha detto ieri pomeriggio il prefetto di Milano, Renato Saccone, al termine del vertice con il sindaco e l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. E Sala ha aggiunto: «Noi consigliamo ai milanesi non di stare a casa ma di limitare più possibile, di ridurre la socialità e di avere norme igieniche. Siamo in attesa di avere chiarimenti a livello nazionale. Navighiamo a vista e domani (oggi per chi legge, ndr) alle 10 ci rivediamo qui». E comunque, per tutti i cittadini del capoluogo meneghino, le informazioni saranno disponibili sul sito del Comune. Resterà invece chiuso da domani e fino a nuova disposizione il tribunale di Milano. La Corte d'Appello ha disposto che si asterrà dall'attività presso tutti gli uffici giudiziari del distretto sino a nuova disposizione, il personale di magistratura, togati e onorari, il personale amministrativo nonché tutte le persone che svolgono stage formativi presso gli uffici e che siano residenti nei Comuni del focolaio.
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Tutto da rifare nel Lodigiano: il manager rientrato da Shanghai non ha mai contratto la malattia. Anche i veneti brancolano nel buio: zero indizi sull'origine del contagio.Il signor Trevisan si è infettato al bar, la donna di Lodi forse in contatto col «paziente 1».A Torino c'è il primo caso, eppure una circolare del Comune bandisce le protezioni per il viso: «Generano allarmismo». Giuseppe Sala deve ammettere: «Navighiamo a vista».Lo speciale contiene tre articoli. Né in Lombardia né in Veneto è ancora saltato fuori il paziente zero. L'uomo dal quale sarebbe partito il contagio del Covid-19, che ha infettato al momento 39 persone tra Codogno, Pizzighettone e Lodi. Anche l'anziana di 76 anni, di Casalpusterlengo, deceduta ieri, era passata per il pronto soccorso del principale centro del Basso Lodigiano. Pure in Veneto, nebbia assoluta. Non si sa chi abbia seminato il coronavirus tra i 12 cittadini risultati al momento positivi al test, uno dei quali era il settantasettenne deceduto venerdì a Schiavonia, nel Padovano. Un altro contagiato di 67 anni vive a Mira, nel Veneziano, ma era stato ricoverato all'ospedale di Dolo per quelli che sembravano sintomi di una forte forma influenzale. «Questo ultimo caso è un altro caso che fa scuola perché non c'è alcun contatto da portatore primario e quindi si può dire che il virus è ubiquitario come accade per la sindrome influenzale che non si sa da chi la si è presa» ha rilevato il governatore veneto, Luca Zaia. Gli altri sono tutti residenti a Vo' Euganeo, in provincia di Padova, come il pensionato di 68 anni risultato pure lui positivo al test, amico della prima vittima del coronavirus in Italia. Il paese dei Colli Euganei dove i due giocavano a carte, da ieri è diventato un borgo fantasma, scuole e locali pubblici chiusi, divieti di spostamenti anche per lavoro, così come è accaduto a Codogno e in altri nove Comuni del Lodigiano. Ma se l'assessore lombardo alla Sanità, Giulio Gallera, ha detto di avere «la conferma che l'area del Basso Lodigiano è centro di un focolaio. Possiamo dirlo in maniera abbastanza certa, tutte le situazioni di positività hanno o hanno avuto contatti nei giorni 18 e 19 con il pronto soccorso e l'ospedale di Codogno», in Veneto non ci sono cordoni sanitari estesi a più Comuni. In Lombardia, un sospetto c'era, il manager di 41 anni che vive da sette anni a Shanghai dove lavora per la Mae di Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza. Arrivato in Italia il 21 gennaio con un volo Air China per trovare gli amici in Italia, come ha raccontato il padre al Corriere della Sera, non ha più potuto rientrare per l'emergenza coronavirus. Tra l'1 e l'8 febbraio si sarebbe visto più volte con il trentottenne di Codogno attualmente ricoverato in terapia intensiva e in gravissime condizioni. Ma non sarebbe stato lui a infettare il paziente uno e la moglie del giovane, incinta di otto mesi, anch'essa sotto stretta osservazione, però all'ospedale Sacco di Milano. Il manager aveva manifestato sintomi influenzali proprio quando incontrava l'amico di Codogno. Si pensava che avesse contratto il virus e fosse guarito. Dai test effettuati «è emerso che non ha sviluppato gli anticorpi», ha chiarito invece ieri sera il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri. In Veneto, ieri il governatore Luca Zaia annunciava la restrizione del movimento di persone solo a Vo' Euganeo. «In via preventiva faremo il tampone a tutti quelli che si presenteranno nei ricoveri ospedalieri del Veneto con sintomi influenzali importanti», dichiarava il presidente della Regione, ammettendo che «dobbiamo ancora capire chi sia il contagio primario, chi sia stato a contagiare le due persone, delle quali sappiamo solo una cosa, che giocavano a carte insieme in un bar». Zaia ha detto che tutti i bar di Vo' saranno chiusi, però il panico si sta diffondendo.Adriano Trevisan, 78 anni, padre dell'ex sindaco di Vo', Vanessa Trevisan, era ricoverato all'ospedale di Schiavonia da diversi giorni. I medici non avevano sospetti, sapevano che l'uomo non aveva fatto viaggi in Cina. Quando anche l'amico venne ricoverato, i sintomi che i due uomini accusavano cominciarono a preoccupare i sanitari e subito vennero fatti i test, risultati positivi. Trevisan è deceduto, l'amico con cui giocava a carte è nel reparto di malattie infettive dell'ospedale di Padova perché quello di Schiavonia è stato chiuso per bonificare l'intera struttura. Si stanno controllando tutti i movimenti dei due pensionati, cercando di scoprire collegamenti con persone tornate dalla Cina o che avessero presentato sintomi influenzali. Da ieri, otto cinesi tra i quali una donna che svolgono un'attività imprenditoriale a Vo' Euganeo, sono sotto controllo clinico. Alcuni di loro frequentavano lo stesso bar dei pensionati, forse potrebbero essere il punto di origine del contagio. Sempre ieri è scattato il cordone sanitario attorno al paese dei Colli Euganei, ma dopo l'annuncio di un caso di Covid-19 anche nel Veneziano, la paura è proprio quella di un contagio fuori controllo. A Dolo ieri c'era l'assalto ai supermercati per far scorta di generi alimentari, nel timore che i negozi vengano chiusi nei prossimi giorni. Il sindaco di Mira, Marco Dori, ha detto che il Municipio non veniva al momento isolato, che amici e parenti del contagiato si stanno sottoponendo ad accertamenti e ha invitato «a restare a casa, in questa fase, e a limitare il più possibile i contatti esterni». Intanto l'allarme coronavirus fa sospendere le lezioni negli atenei, la prossima settimana tutte le università del Veneto resteranno chiuse, mentre la Federazione italiana pallacanestro ha deciso di sospendere tutte le gare gestite dal Comitato regionale Veneto fino a mercoledì prossimo. 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Causa della morte: contagio da coronavirus. I sanitari non hanno fatto in tempo a trasferirlo al reparto malattie infettive dell'ospedale di Padova. Era ricoverato in quello di Schiavonia insieme a un suo concittadino, prima che si scoprisse che si trattava - per entrambi - di coronavirus. Trevisan è stato ricoverato per diversi giorni e non era considerato un paziente a rischio, perché non risultavano viaggi in Cina o contatti con persone provenienti dalla Cina. La patologia è stata quindi curata come una normale influenza. Quando, però, è arrivato in ospedale il secondo malato da Vo' Euganeo, con gli stessi sintomi, ai sanitari è bastato fare qualche domanda per scoprire che la situazione era più critica del previsto. I due contagiati frequentavano gli stessi bar, dove giocavano a carte con altri avventori. Trascorrevano le serate sfidandosi a due giochi molto popolari: briscola e battere il fante. Ed erano habituè del Mio bar e della Locanda al sole, due locali distanti poco più di 100 metri l'uno dall'altro. Si sono ammalati 15 giorni fa, ma il risultato del test di laboratorio è arrivato solo ieri. Per entrambi il test ha dato esito positivo. È scattata, quindi, la caccia ai contagiati. Per tutta la giornata di ieri le autorità hanno lavorato per mappare gli spostamenti dei due pazienti di Vo' Euganeo, partendo dai bar che frequentavano. È da lì che si comincerà con i tamponi, per individuare gli altri giocatori che si sono seduti al tavolo da gioco con lo sventurato signor Adriano. Giovanna Carminati, la vittima numero due, era quasi coetanea di Trevisan: 78 anni, di Casalpusterlengo, nel Lodigiano. Era stata ricoverata con una diagnosi di polmonite. È morta mentre era in attesa dei risultati del test per il coronavirus che, poi, si è rivelato positivo. Ufficialmente, sulla cartella clinica, infatti, le cause della morte vengono ricondotte ad arresto cardiocircolatorio. Le verifiche effettuate a decesso avvenuto, però, hanno confermato il contagio. Sono in corso accertamenti per verificare dove abbia potuto infettarsi. Stando ad alcune indiscrezioni - non confermate però da fonti ufficiali - la vittima sarebbe la madre di un amico del trentottenne di Codogno indicato come il «paziente uno», l'uomo ricoverato in gravi condizioni da cui sarebbe partito il focolaio. E proprio a Codogno la vittima si era recata al pronto soccorso nei giorni scorsi. La stessa struttura in cui si era presentato il trentottenne con l'insorgenza dei primi sintomi. «Con i dati in possesso», ha spiegato l'assessore lombardo alla Salute, Giulio Gallera, «non possiamo dire se la signora sia morta a causa del coronavirus o se sia stata sopraffatta da altre patologie». Per precauzione, comunque, l'abitazione della donna a Casalpusterlengo è in isolamento. 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Ieri una donna avrebbe denunciato di aver subito un'aggressione in quanto cinese e la Appendino ha subito twittato: «Un gesto ignobile e di rara violenza verso una nostra concittadina, alla quale mando l'abbraccio mio personale e di tutta la comunità. A Torino non può esserci spazio per questi comportamenti». Intanto però il Comune proibisce ai dipendenti l'uso delle mascherine perché provocano «allarmismo», come affermano Augusta Montaruli, parlamentare di Fratelli d'Italia, e Maurizio Marrone, capogruppo Fdi in Regione. «Tanti dipendenti comunali a contatto diretto con il pubblico ci stanno contattando indignati e impauriti per una circolare arrivata dalla direzione generale che vieta l'uso delle mascherine bollandolo come allarmismo e comportamento iper cautelativo: incredibilmente la nota dell'Istituto Biomedico allegata così come la direttiva comunale risalgono al 20 febbraio, prima dell'evolversi dell'epidemia, tanto che ancora sostiene l'assenza di casi di diffusione del coronavirus in Italia a parte persone cinesi provenienti dal loro Paese. Come fa il sindaco Appendino a essere così irresponsabile da esporre i suoi dipendenti al rischio di contagio solo per lentezza burocratica?». Le contromisure prese dalla Regione Lombardia e dai Comuni focolaio del coronavirus lombardo hanno indotto il sindaco di Milano, Beppe Sala, a prendere decisioni analoghe. «Al momento abbiamo dato attuazione all'ordinanza del ministero della Salute e della Regione», ha detto Sala, «e abbiamo sospeso dalle attività i lavoratori dipendenti del Comune e delle nostre controllate che provengono dalla zona ove sussiste un cluster di infezione». «Non ci sono emergenze ed evidenze tali da farci pensare alla chiusura dei servizi pubblici. Molte imprese e molti uffici potranno fare ricorso al telelavoro per ridurre la mobilità territoriale», ha detto ieri pomeriggio il prefetto di Milano, Renato Saccone, al termine del vertice con il sindaco e l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. E Sala ha aggiunto: «Noi consigliamo ai milanesi non di stare a casa ma di limitare più possibile, di ridurre la socialità e di avere norme igieniche. Siamo in attesa di avere chiarimenti a livello nazionale. Navighiamo a vista e domani (oggi per chi legge, ndr) alle 10 ci rivediamo qui». E comunque, per tutti i cittadini del capoluogo meneghino, le informazioni saranno disponibili sul sito del Comune. Resterà invece chiuso da domani e fino a nuova disposizione il tribunale di Milano. La Corte d'Appello ha disposto che si asterrà dall'attività presso tutti gli uffici giudiziari del distretto sino a nuova disposizione, il personale di magistratura, togati e onorari, il personale amministrativo nonché tutte le persone che svolgono stage formativi presso gli uffici e che siano residenti nei Comuni del focolaio.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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