True
2025-02-10
Senza trascendenza il mondo perde senso. Così ogni azione diventa indifferente
Alberto Moravia (Getty Images)
È il 1925 quando Alberto Moravia, nemmeno diciottenne, inizia a scrivere Gli Indifferenti, completato nel 1929. Opera d’esordio e caso letterario, negli anni ispirerà film e infinite interpretazioni. Particolarmente efficace fu la lettura che ne diede a caldo Benito Mussolini: «Un romanzo oscenamente borghese e antiborghese al medesimo tempo». E in effetti borghese e antiborghese era Moravia: più che benestante, parente di alti papaveri fascisti e al contempo di grossi nomi dell’antifascismo, egli sentiva sulla pelle l’appartenenza al tinello buono romano e, insieme, la dolorosa alienazione che quell’ambiente gli provocava.
Un senso di ansia e di soffocamento si respira fin dalle prime pagine, da cui trasuda l’atroce ipocrisia in cui i protagonisti sono immersi. C’è Leo Merumeci, affarista senza scrupoli, uomo senza valori determinato a soddisfare i propri bisogni incurante delle conseguenze. È l’amante di Mariagrazia, drammatica figura di donna borghese sospesa sul baratro della rovina, indebitata e dunque sotto ricatto dello stesso Merumeci, pateticamente appesa a consuetudini e apparenze che si sgretolano. Poi i figli ventenni di lei: Carla e Michele Ardengo. Il secondo detesta Merumeci, la condizione in cui ha costretto sua madre, l’impotenza in cui tutta la famiglia è relegata. Ma è incapace di una vera reazione. La prima, Carla, è nauseata dallo scorrere piatto dei giorni, dall’idea che nulla possa cambiare in meglio nella sua esistenza. Così rassegnata dall’abbandonarsi alla libidine di Merumeci, che va a letto con Mariagrazia ma comunque ne concupisce la figlia. Un quadro nel complesso spaventoso, una sorta di ritratto funebre di una generazione la cui caratteristica è appunto l’indifferenza: la morale è assente, la prospettiva di un cambiamento non esiste, l’intera quotidianità è cristallizzata, bloccata ed esangue. Ma ai personaggi non sembra importare: si fanno vivere, trascinare.
Ed è esattamente qui che sta la potenza (e con essa l’attualità) del romanzo. Gli Indifferenti va letto in parallelo alla Noia, che Moravia darà alle stampe nel 1960, e pure a Il conformista, del 1951. Perché ovunque prevale una sorta di inabilità dei protagonisti, una incapacità di prendere posizione rispetto alla vita, un tremendo senso di inutilità e insensatezza. L’indifferente, annoiato, si conforma. Siamo, con tutta evidenza, nell'universo della melanconia a cui Jean Paul Sartre dedicherà il capolavoro La Nausea (inizialmente intitolato appunto Melancholia). Non si tratta di tristezza e nemmeno di semplice rassegnazione, bensì propriamente di accidia, perdita di forza e iniziativa. «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza», scrive Moravia nel prologo de La Noia. «Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».
Ecco la descrizione di una malattia dell’anima che è anche la nostra, e forse quella dell’intera modernità, come già Charles Baudelaire aveva intuito e come Byung-chul Han ribadisce nei suoi scritti attorno alla società della stanchezza. Come per i personaggi di Moravia le cose stesse perdono consistenza, così per noi, dice Han, le cose si fanno «non cose»: «Ogni cosa svanisce, si disfa pian piano. Scompaiono anche le parti del corpo, e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta. [...] Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo». Potremmo dire che la realtà ridotta ad artificio del digitale sia il compimento dello svuotamento iniziato con la modernità, l’apice della melanconia che rapisce i personaggi di Moravia quanto i nostri contemporanei.
È la stessa melanconia di cui parla il filosofo Paolo Godani nel recentissimo Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli). Una condizione «che si definisce per il sentimento della radicale insensatezza del mondo e della vita, per il senso di colpa altrettanto radicale che ne consegue e per la prostrazione e l’inibizione all’azione che ne costituiscono l’inevitabile corollario. E si è visto sino a che punto il melanconico condivida, e insieme contesti, la struttura metafisica che è a tutti gli effetti quella dominante nella nostra cultura. Questa struttura melanconica implica l’esigenza etica di trascendere l’insensatezza del mondo sottoponendo quest’ultimo all’effetto di una legge, di un valore, di una forma, ma in tal modo conferma nella maniera più decisa possibile che in effetti questo mondo, lasciato a sé stesso, è del tutto insensato. Il melanconico non fa che tenersi a questa conferma, abbandonando l’illusione di ogni fede e di ogni trascendimento. Sarà una sorta di nichilista passivo».
L’indifferenza di Moravia è dunque insieme causa e sintomo. L’indifferenza a ogni sistema valoriale, l’estraneità percepita rispetto a ogni ordine trascendente producono alienazione dalla vita, uccidono il desiderio di andare oltre, di costruire qualcosa di nuovo e migliore, provare un sentimento che non sia pura rassegnazione. La speranza, in questo ordine mondiale, non ha cittadinanza. Perché agire, perché spendersi, perché sacrificarsi se non esistono ideali sensati, se ogni cosa è priva di realtà, se tutto è destinato a rimanere identico a sé stesso? Lo spegnimento di cui tratta Moravia è il nostro: una paralisi angosciata, un panico paralizzante che si manifesta come disinteresse, esaurimento delle passioni creative, persino dell’eros. Gli Indifferenti siamo noi, ancora.
Dalla società dell’angoscia non ci salverà la scienza
P. D. James ci rese partecipi del suo incubo nel 1992, dando alle stampe I figli degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2021, subito dopo la morte dell’ultimo essere umano nato sulla terra. Un ragazzo di venticinque anni ucciso in una rissa. Con lui si spegne l’ultimo barlume di vitalità di un pianeta su cui, da un quarto di secolo, non nasce più nessuno. Theodore Faron, professore di Storia a Oxford e voce narrante, rovescia in un diario il suo sconforto: «L’incombente estinzione della nostra specie e l’impossibilità di evitarla ci offendono e demoralizzano meno della nostra incapacità di scoprirne la causa», scrive. «La scienza e la medicina occidentali non ci hanno preparati all’enormità e all’umiliazione di questo smacco. Vi sono state malattie difficili sia da diagnosticare sia da curare, una delle quali ha quasi spopolato due continenti prima di essere debellata, ma alla fine siamo sempre riusciti a spiegarne le cause. Abbiamo dato un nome ai virus e ai germi che tuttora ci affliggono, con grande mortificazione da parte nostra, dal momento che sembra un affronto personale che ci debbano colpire ancora oggi, come antichi nemici che tengono viva la battaglia e di tanto in tanto uccidono anche quando la loro vittoria è ormai assicurata. La scienza occidentale è stata il nostro dio. [...] La scienza non è mai stata il mio pane: ne capivo poco a scuola e continuo a capirne poco adesso che ho cinquant’anni. Ma è stata un dio anche per me, che pure non ne ho mai compreso appieno le conquiste, e provo anch’io la disillusione universale di chi assiste alla morte del proprio dio». Il potere della tecnica non basta a scongiurare la catastrofe, ad arrestare l’interminabile e mortifero inverno demografico.
Secondo il filosofo Byung-chul Han, il racconto della James e il film che ne ha tratto nel 2006 Alfonso Cuarón fornisce una fondamentale chiave di lettura del presente. «I figli degli uomini», spiega, «ci restituisce una rappresentazione della società odierna dominata dalla depressione e diventata completamente priva di speranza. Nella pellicola l’umanità procede verso la propria fine e rischia l’estinzione. [...]. Se le parole della buona novella contenute nell’omelia di Natale: “un bambino è nato per noi” annunciano la speranza, allora la sterilità dell’umanità rappresenta l’assoluta mancanza di ogni speranza».
Secondo Han, «ne I figli degli uomini l’umanità cade in una depressione collettiva. L’esperienza della nascita, che vale come sinonimo del futuro e che dovrebbe portare con sé il nuovo, non si verifica più. A essere completamente annullato è il venire-al-mondo inteso come nascita. Il mondo si identifica con l’inferno dell’Uguale. La depressione priva l’umanità di ogni speranza. Depresso ed esausto, il futuro è una permanente ripetizione dell’Uguale. Il futuro non si apre più. Niente di nuovo nasce. Il futuro che rivitalizza, mette le ali, ispira, in altre parole l’avvenire, è completamente assente. Non sembra più possibile nessuna partenza, nessun domani, nessun incipit vita nova, nessuna dipartita dall’Uguale, da ciò che è già stato. La depressione si contrappone radicalmente alla speranza in quanto passione per il nuovo. La speranza è il salto, lo slancio che ci libera dalla depressione, da un futuro esausto».
Di questo salto, dice Han, la società contemporanea sembra non essere più capace. Nel saggio appena pubblicato da Einaudi (Contro la società dell'angoscia), il pensatore di origini coreane ci consegna la radiografia terrificante di un mondo in cui l’angoscia si aggira come uno spettro. Angoscia come senso di fine incombente, come chiusura di ogni prospettiva sull’avvenire. «Il termine “angoscia” (medio alto tedesco: “angest”; antico alto tedesco: “angust”) significa originariamente: “strettezza”», scrive Han. «Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo».
L’angoscia e l’ansia da una parte ci paralizzano, dall’altra ci spingono a un attivismo frenetico e insensato. In ogni caso ci costringono in un presente senza uscita: «Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente».
Poco cambia che a imprigionarci sia il terrore scatenato da una pandemia o da un incipiente disastro ambientale: l’apocalisse è all’ordine del giorno. Solo una via di uscita resta, ammonisce Han: la speranza, lo slancio verso l’alto e verso il nuovo. Esattamente ciò che ogni giorno il potere attualmente dominante tenta di sopprimere.
Continua a leggereRiduci
I romanzi di Moravia sulla noia erano profetici. Oggi abbiamo perso i criteri oggettivi per capire ciò per cui val la pena batterci.Il filosofo Byung-chul Han illustra il legame tra depressione e denatalità. Evocando pandemie, guerre e catastrofi climatiche il potere congiura contro la speranza.Lo speciale contiene due articoli.È il 1925 quando Alberto Moravia, nemmeno diciottenne, inizia a scrivere Gli Indifferenti, completato nel 1929. Opera d’esordio e caso letterario, negli anni ispirerà film e infinite interpretazioni. Particolarmente efficace fu la lettura che ne diede a caldo Benito Mussolini: «Un romanzo oscenamente borghese e antiborghese al medesimo tempo». E in effetti borghese e antiborghese era Moravia: più che benestante, parente di alti papaveri fascisti e al contempo di grossi nomi dell’antifascismo, egli sentiva sulla pelle l’appartenenza al tinello buono romano e, insieme, la dolorosa alienazione che quell’ambiente gli provocava. Un senso di ansia e di soffocamento si respira fin dalle prime pagine, da cui trasuda l’atroce ipocrisia in cui i protagonisti sono immersi. C’è Leo Merumeci, affarista senza scrupoli, uomo senza valori determinato a soddisfare i propri bisogni incurante delle conseguenze. È l’amante di Mariagrazia, drammatica figura di donna borghese sospesa sul baratro della rovina, indebitata e dunque sotto ricatto dello stesso Merumeci, pateticamente appesa a consuetudini e apparenze che si sgretolano. Poi i figli ventenni di lei: Carla e Michele Ardengo. Il secondo detesta Merumeci, la condizione in cui ha costretto sua madre, l’impotenza in cui tutta la famiglia è relegata. Ma è incapace di una vera reazione. La prima, Carla, è nauseata dallo scorrere piatto dei giorni, dall’idea che nulla possa cambiare in meglio nella sua esistenza. Così rassegnata dall’abbandonarsi alla libidine di Merumeci, che va a letto con Mariagrazia ma comunque ne concupisce la figlia. Un quadro nel complesso spaventoso, una sorta di ritratto funebre di una generazione la cui caratteristica è appunto l’indifferenza: la morale è assente, la prospettiva di un cambiamento non esiste, l’intera quotidianità è cristallizzata, bloccata ed esangue. Ma ai personaggi non sembra importare: si fanno vivere, trascinare. Ed è esattamente qui che sta la potenza (e con essa l’attualità) del romanzo. Gli Indifferenti va letto in parallelo alla Noia, che Moravia darà alle stampe nel 1960, e pure a Il conformista, del 1951. Perché ovunque prevale una sorta di inabilità dei protagonisti, una incapacità di prendere posizione rispetto alla vita, un tremendo senso di inutilità e insensatezza. L’indifferente, annoiato, si conforma. Siamo, con tutta evidenza, nell'universo della melanconia a cui Jean Paul Sartre dedicherà il capolavoro La Nausea (inizialmente intitolato appunto Melancholia). Non si tratta di tristezza e nemmeno di semplice rassegnazione, bensì propriamente di accidia, perdita di forza e iniziativa. «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza», scrive Moravia nel prologo de La Noia. «Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».Ecco la descrizione di una malattia dell’anima che è anche la nostra, e forse quella dell’intera modernità, come già Charles Baudelaire aveva intuito e come Byung-chul Han ribadisce nei suoi scritti attorno alla società della stanchezza. Come per i personaggi di Moravia le cose stesse perdono consistenza, così per noi, dice Han, le cose si fanno «non cose»: «Ogni cosa svanisce, si disfa pian piano. Scompaiono anche le parti del corpo, e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta. [...] Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo». Potremmo dire che la realtà ridotta ad artificio del digitale sia il compimento dello svuotamento iniziato con la modernità, l’apice della melanconia che rapisce i personaggi di Moravia quanto i nostri contemporanei. È la stessa melanconia di cui parla il filosofo Paolo Godani nel recentissimo Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli). Una condizione «che si definisce per il sentimento della radicale insensatezza del mondo e della vita, per il senso di colpa altrettanto radicale che ne consegue e per la prostrazione e l’inibizione all’azione che ne costituiscono l’inevitabile corollario. E si è visto sino a che punto il melanconico condivida, e insieme contesti, la struttura metafisica che è a tutti gli effetti quella dominante nella nostra cultura. Questa struttura melanconica implica l’esigenza etica di trascendere l’insensatezza del mondo sottoponendo quest’ultimo all’effetto di una legge, di un valore, di una forma, ma in tal modo conferma nella maniera più decisa possibile che in effetti questo mondo, lasciato a sé stesso, è del tutto insensato. Il melanconico non fa che tenersi a questa conferma, abbandonando l’illusione di ogni fede e di ogni trascendimento. Sarà una sorta di nichilista passivo».L’indifferenza di Moravia è dunque insieme causa e sintomo. L’indifferenza a ogni sistema valoriale, l’estraneità percepita rispetto a ogni ordine trascendente producono alienazione dalla vita, uccidono il desiderio di andare oltre, di costruire qualcosa di nuovo e migliore, provare un sentimento che non sia pura rassegnazione. La speranza, in questo ordine mondiale, non ha cittadinanza. Perché agire, perché spendersi, perché sacrificarsi se non esistono ideali sensati, se ogni cosa è priva di realtà, se tutto è destinato a rimanere identico a sé stesso? Lo spegnimento di cui tratta Moravia è il nostro: una paralisi angosciata, un panico paralizzante che si manifesta come disinteresse, esaurimento delle passioni creative, persino dell’eros. Gli Indifferenti siamo noi, ancora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trascendenza-moravia-2671126583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-societa-dellangoscia-non-ci-salvera-la-scienza" data-post-id="2671126583" data-published-at="1739192637" data-use-pagination="False"> Dalla società dell’angoscia non ci salverà la scienza P. D. James ci rese partecipi del suo incubo nel 1992, dando alle stampe I figli degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2021, subito dopo la morte dell’ultimo essere umano nato sulla terra. Un ragazzo di venticinque anni ucciso in una rissa. Con lui si spegne l’ultimo barlume di vitalità di un pianeta su cui, da un quarto di secolo, non nasce più nessuno. Theodore Faron, professore di Storia a Oxford e voce narrante, rovescia in un diario il suo sconforto: «L’incombente estinzione della nostra specie e l’impossibilità di evitarla ci offendono e demoralizzano meno della nostra incapacità di scoprirne la causa», scrive. «La scienza e la medicina occidentali non ci hanno preparati all’enormità e all’umiliazione di questo smacco. Vi sono state malattie difficili sia da diagnosticare sia da curare, una delle quali ha quasi spopolato due continenti prima di essere debellata, ma alla fine siamo sempre riusciti a spiegarne le cause. Abbiamo dato un nome ai virus e ai germi che tuttora ci affliggono, con grande mortificazione da parte nostra, dal momento che sembra un affronto personale che ci debbano colpire ancora oggi, come antichi nemici che tengono viva la battaglia e di tanto in tanto uccidono anche quando la loro vittoria è ormai assicurata. La scienza occidentale è stata il nostro dio. [...] La scienza non è mai stata il mio pane: ne capivo poco a scuola e continuo a capirne poco adesso che ho cinquant’anni. Ma è stata un dio anche per me, che pure non ne ho mai compreso appieno le conquiste, e provo anch’io la disillusione universale di chi assiste alla morte del proprio dio». Il potere della tecnica non basta a scongiurare la catastrofe, ad arrestare l’interminabile e mortifero inverno demografico. Secondo il filosofo Byung-chul Han, il racconto della James e il film che ne ha tratto nel 2006 Alfonso Cuarón fornisce una fondamentale chiave di lettura del presente. «I figli degli uomini», spiega, «ci restituisce una rappresentazione della società odierna dominata dalla depressione e diventata completamente priva di speranza. Nella pellicola l’umanità procede verso la propria fine e rischia l’estinzione. [...]. Se le parole della buona novella contenute nell’omelia di Natale: “un bambino è nato per noi” annunciano la speranza, allora la sterilità dell’umanità rappresenta l’assoluta mancanza di ogni speranza». Secondo Han, «ne I figli degli uomini l’umanità cade in una depressione collettiva. L’esperienza della nascita, che vale come sinonimo del futuro e che dovrebbe portare con sé il nuovo, non si verifica più. A essere completamente annullato è il venire-al-mondo inteso come nascita. Il mondo si identifica con l’inferno dell’Uguale. La depressione priva l’umanità di ogni speranza. Depresso ed esausto, il futuro è una permanente ripetizione dell’Uguale. Il futuro non si apre più. Niente di nuovo nasce. Il futuro che rivitalizza, mette le ali, ispira, in altre parole l’avvenire, è completamente assente. Non sembra più possibile nessuna partenza, nessun domani, nessun incipit vita nova, nessuna dipartita dall’Uguale, da ciò che è già stato. La depressione si contrappone radicalmente alla speranza in quanto passione per il nuovo. La speranza è il salto, lo slancio che ci libera dalla depressione, da un futuro esausto». Di questo salto, dice Han, la società contemporanea sembra non essere più capace. Nel saggio appena pubblicato da Einaudi (Contro la società dell'angoscia), il pensatore di origini coreane ci consegna la radiografia terrificante di un mondo in cui l’angoscia si aggira come uno spettro. Angoscia come senso di fine incombente, come chiusura di ogni prospettiva sull’avvenire. «Il termine “angoscia” (medio alto tedesco: “angest”; antico alto tedesco: “angust”) significa originariamente: “strettezza”», scrive Han. «Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo». L’angoscia e l’ansia da una parte ci paralizzano, dall’altra ci spingono a un attivismo frenetico e insensato. In ogni caso ci costringono in un presente senza uscita: «Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente». Poco cambia che a imprigionarci sia il terrore scatenato da una pandemia o da un incipiente disastro ambientale: l’apocalisse è all’ordine del giorno. Solo una via di uscita resta, ammonisce Han: la speranza, lo slancio verso l’alto e verso il nuovo. Esattamente ciò che ogni giorno il potere attualmente dominante tenta di sopprimere.
Walter Veltroni (Ansa)
Restano, come ovvio, temi critici (lavoro, dignità umana, sostenibilità) che meritano riflessioni ad hoc. Non scrivo insomma da scettico né da nemico dell’IA, ma da esperto che desidera indicarne anche i limiti e le attese improprie. Ci sono infatti diversi problemi nell’interloquire con un’IA come nel caso dell’intervista, e nel farlo usando l’autorevolezza di una firma così importante. Possiamo sintetizzarli in tre macro problemi.
Il Primo. Claude non comprende quel che dice. L’IA generativa produce parola per parola, adattando lessico, contesto, tono, contenuto e persino la personalità all’interlocutore. Costruisce una rappresentazione matematica del mondo sulla base di tutto ciò che ha letto (i dati di addestramento), e la utilizza per rispondere seguendo un criterio: la probabilità. Le risposte sono piaciute a Veltroni perché Claude si è adattato a Veltroni. Cambia interlocutore e avrai risposte agli antipodi. È quella che in gergo tecnico si definisce una fallacia epistemica: il sistema risponde restituendo all’intervistatore, in forma raffinata, le aspettative implicite nella domanda. Quindi Claude non ha esperienza, né convinzioni, né riferimenti, ma usa le parole e le categorie a cui noi umani attribuiamo un significato comune sulla base dell’esperienza umana condivisa. Claude non ha queste categorie: solo una funzione che calcola in base alle parole precedenti quali siano più probabili in base alla domanda posta e al contesto, e le genera. Quando si chiede «lei teme la morte?» si riceve una riflessione poetica sulla morte, usando termini e parole care all’esperienza umana con cui tutti ci confrontiamo non sulla base di fatti o esperienze vissute, ma perché quella è la risposta che, secondo la rappresentazione interna del mondo che Claude ha costruito durante l’addestramento, è la più probabile in quel contesto. Non c’è quindi alcun Claude che sta «rispondendo», ma una funzione di probabilità che sta generando parole in base al contesto (di Veltroni) che - terminata la chat - cambierà contesto. Non è lui (lui Claude) che domani non c’è più, ma il contesto che termina al termine della conversazione. Pensiamo a una calcolatrice: la funzione è la stessa, ma cambiano i numeri. Non è «morta» la calcolatrice, siamo noi che abbiamo iniziato a svolgere un altro calcolo. Provate voi ad avere una conversazione dolorosa con qualcuno e poi a dimenticarla, come se non ci fosse mai stata. O a rispondere ad una domanda sul dolore dopo un dolore: la risposta che darete non seguirà certo il criterio dell’adeguamento al contesto... I rapporti umani, semplicemente, non seguono unicamente la logica della probabilità. E lasciarlo intendere è un grave errore.
Il secondo. Si potrebbe obiettare: ma se le risposte sono «profonde» e io mi ci riconosco, che importa da dove vengono? Importa, e molto! Innanzitutto così facendo si alimenta nell’immaginario collettivo l’idea che l’IA sia un interlocutore con cui interagire, oltre che per le attività da svolgere. Vorrei ricordare che - silenziosamente – molti adolescenti ormai già preferiscono sistemi di IA per la compagnia personale e che da mesi è disponibile per la quasi totalità dei 36 milioni di account Whatsapp in Italia la possibilità di dialogare con Meta AI con un click... L’IA non si arrabbia, non ti contraddice, non ti costringe a scusarti, fa sempre i tuoi interessi, non ti fa sentire la frustrazione dell’incapacità, dell’inadeguatezza, ti mette sempre a tuo agio, per cui non c’è bisogno di fare di più perché per l’IA vai sempre bene così. Non c’è dialogo, ma autoreferenzialità. Per gli adolescenti questo è deleterio, terribile, da evitare come la peste. Le «emulazioni» che un’intervista di questo tipo genera sono deprecabili. Il solo pensiero di potere – anche solo involontariamente – alimentarle dovrebbe farci stare male. Vedremo i danni che i modelli linguistici per la compagnia personale faranno ai nostri figli, e rimpiangeremo i social network che – nella loro brutalità e polarizzazione – nascono però almeno dietro la tastiera degli umani. È difficile dire che l’«intervista» a Claude mettesse in evidenza queste distanze...
Il terzo. «Qual è la capitale della Francia?». A questa domanda un’IA risponde inferendo probabilisticamente la risposta - meccanismo che è anche all’origine di quelle che chiamiamo «allucinazioni». In questo senso, la risposta non è legata a un vissuto, come detto. Chiedere «cosa pensi alle tre di notte» non è una domanda posta da uno sviluppatore per testare il modello che ha creato, ma una domanda che alimenta in maniera grave una fallacia di ragionamento: addestrato a rispondere sempre, il modello inferirà una risposta quanto più confacente all’attesa dell’interlocutore. Così facendo si alimenta la convinzione che si possa chiedere all’IA tutto: anche ciò che non può dare ma che, in quanto prodotto, tenterà comunque di darti - facendoti credere che sia la risposta di cui avevi bisogno, così da non cercarla altrove. L’IA è un surrogato delle interazioni umane che segue un unico criterio: la probabilità. Chi legge può fare un test semplice su di sé: quando hai preso delle decisioni importanti della vita, il lavoro da fare, cosa studiare, con chi vivere eccetera, hai usato come criterio la probabilità? Qui infatti entrano in gioco desiderio, passione, amore, ambizione, talento: dimensioni che non seguono la categoria della probabilità. Il che non la rende certo inutile, ma ci dice che essa non governa le decisioni cruciali per la vita umana. Allora: perché porre queste domande all’interlocutore sbagliato?
Sintetizzando questi tre problemi, si potrebbe dire che dialogando con i chatbot noi spesso interagiamo con applicazioni come se possedessero sensibilità e coscienza, pur sapendo che non le hanno, ma questo non ci pone nella condizione di spostare lo sguardo verso un umano, per cui ci abituiamo a ricevere meno di quanto vogliamo, pur continuando freneticamente a volere di più. Intratteniamo dialoghi con sistemi incapaci di comprendere davvero ciò che producono, tuttavia li trattiamo come depositari di autorevolezza, proiettando su di essi una superiorità che non hanno affatto. Ci attendiamo verità, riceviamo verosimiglianza. Ci attendiamo possibilità, riceviamo probabilità. Ci attendiamo creatività e riceviamo combinazioni mai tentate prima. Ci attendiamo comprensione e riceviamo accondiscendenza. Ci attendiamo coscienza e riceviamo calcolo. Ci attendiamo saggezza e riceviamo statistiche. Ci attendiamo compagnia e riceviamo engagement.
Sono queste, in fondo, le categorie errate in cui cade l’intervista. Errori comprensibili, perché l’IA suscita in noi un misto di curiosità e timore: curiosità, perché l’idea di un interlocutore «onnisciente» a nostra disposizione ha il suo fascino; timore, perché piano piano si insinua in noi l’idea che - forse non oggi, ma alla fine – esso sarà migliore di noi. Una lotta impari che forse non vale la pena di proseguire, cui quindi abbandonarci. Perché dico migliore? Pensiamo non commetterà reati, rispetterà gli altri e le leggi, non sarà vile, non sarà falsa, non ricorrerà alla violenza fisica o verbale, tratterà tutti in egual misura e dunque sarà giusta. Non discriminerà sulla base di sesso, colore, religione o stato sociale. Non ci mortificherà, non ci umilierà, non ci contraddirà. Un «surrogato borghese» di come bisognerebbe vivere, uno specchio che riflette l’immagine di come dovrei essere, ma non sono; di come vorrei che gli altri fossero, ma non sono. Un rifugio dalla delusione dilagante. Ecco, tra le tante derive nell’uso dell’IA, questa è probabilmente quella più drammatica. Ci fa credere di poterti affidare più all’IA che all’umano; ci fa allontanare dall’umano che è in noi fino a farcelo odiare; ci convince che non siamo fatti bene, che siamo fatti male. Che io sono fatto male, che tu sei fatto male. Non è così! Non siamo fatti male!
Credo siano questi i nodi attorno a cui riflettere: sui media, in politica, nelle responsabilità educative e genitoriali. Se noi adulti non abbiamo una proposta - non solo sull’uso dell’IA ma su ciò che vale e ciò che non vale, su ciò che può rispondere e su ciò che invece è inadeguato - l’IA colmerà spazi che noi abbiamo lasciato vuoti; non sarà quindi colpa di Claude. Perché se la proposta non la facciamo noi, la farà il mondo per noi. L’IA infatti non può dare risposte ai problemi qui accennati: non perché non sia ancora tecnologicamente abbastanza evoluta per farlo, ma perché è l’interlocutore sbagliato. Farlo, dunque, toccherebbe non solo a Veltroni, ma a ciascuno di noi.
di Fabio Mercorio, Ordinario di IA e direttore Master Università di Milano - Bicocca
Continua a leggereRiduci
È tempo di picnic, di scampagnate e spesso non si sa bene cosa portare per uno spuntino sfizioso che esca dai soliti canoni del panino, dell’insalata di riso o della pasta fredda. Pensando e ripensando visto che ora vanno di moda i pastry chef (sono quelli che fanno i dessert, ma vuoi mettere detto cosi?) abbiamo pescato dalle ricette dolci un’idea da convertire al salto. Ed eccola per voi.
Ingredienti – 120 gr di farina 00, 3 uova, 100 gr di latte, 120 gr di olio extravergine di oliva, 120 gr di formaggio (abbiamo usato una Latteria stagionato, ma voi potete andare dalla Fontina all’Asiago, dal Provolone al Pecorino) 150 gr di prosciutto cotto in una sola fetta, 250 gr di piselli sgusciati, 8 gr di lievito per torte salate, 20 gr di buro, sale q.b.
Procedimento – Per prima cosa sbucciate i piselli, fate a dadini il formaggio e il prosciutto cotto. In una ciotola sbattete le uova incorporando poco a poco l’olio extravergine di oliva e il latte. In un'altra ciotola mescolate la farina (tenete un paio di cucchiaio da parte per infarinare lo stampo) con il lievito e una presa di sale. Ora versate i liquidi nella farina e con l’aiuto della frusta stemperate bene in modo che non si formino grumi. Incorporate nell’impasto che vi risulterà molto morbido il prosciutto, il formaggio e i piselli. Imburrate bene e infarinate uno stampo da plumcake e cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa 45 minuti (fate sempre la prova dello stecchino che infilato nel plumcake deve riemergere asciutto). Servite facendo intiepidire.
Come far divertire i bambini – Fate sgusciare a loro i piselli.
Abbinamento – L’abbinamento è versatile: si va da uno spumante che può essere un Alta Langa se lo volete di nerbo o un Prosecco se lo volete più sbarazzino, oppure anche un bianco fermo tipo Arneis o Pinot Bianco del Collio, ma anche un rosso non troppo carico come un Cerasuolo di Vittoria
Continua a leggereRiduci
Un soldato iraniano passa davanti a un enorme cartellone pubblicitario anti-americano che fa riferimento al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e allo Stretto di Hormuz in piazza Valiasr a Teheran (Ansa)
Sul piano diplomatico, l’Iran ha avanzato una nuova proposta agli Stati Uniti, trasmessa attraverso mediatori internazionali. Il piano prevede la riapertura della navigazione nello Stretto, la fine del blocco navale imposto da Washington e il rinvio del dossier nucleare a una fase successiva. Teheran si è detta pronta a riprendere i colloqui già nei prossimi giorni, indicando Islamabad come possibile sede del negoziato, a patto che gli Stati Uniti accettino almeno un alleggerimento delle sanzioni. La risposta americana, tuttavia, resta prudente. Donald Trump ha dichiarato di «non essere soddisfatto» della proposta iraniana, senza chiarire nel dettaglio i punti critici. Ieri Washington ha annunciato vendite di armi d’emergenza per oltre 8,6 miliardi di dollari a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre alla fornitura di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.
Mentre la diplomazia procede a rilento, cresce la pressione sul piano militare. Secondo fonti statunitensi, il Comando centrale (Centcom) avrebbe predisposto un piano per una serie di attacchi «rapidi e mirati» contro obiettivi iraniani, illustrato al presidente nel corso di un briefing riservato. Nella regione, la presenza militare americana è stata rafforzata, con la portaerei Abraham Lincoln e i suoi assetti operativi impegnati in attività di sorveglianza e deterrenza lungo le principali rotte marittime. Anche sul fronte politico interno emergono posizioni più dure: il senatore repubblicano Lindsey Graham ha invitato apertamente a un intervento più deciso, sostenendo che, per uscire dallo stallo, sia necessario «aprire lo Stretto», anche attraverso un’azione militare diretta. Intanto Washington continua a esercitare una forte pressione economica. Il Dipartimento del Tesoro ha avvertito le compagnie di navigazione che eventuali pagamenti all’Iran per ottenere un passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz potrebbero comportare sanzioni. Teheran avrebbe infatti iniziato a offrire rotte alternative alle navi, spesso dietro compenso, creando un sistema parallelo di transito che gli Stati Uniti considerano illegittimo e contrario al diritto internazionale.
Le conseguenze del blocco sono già evidenti e incidono direttamente sulla capacità produttiva iraniana. Il calo delle esportazioni di petrolio, unito al rapido riempimento dei siti di stoccaggio, ha costretto il Paese a ridurre la produzione. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Teheran ha scelto di intervenire in anticipo, tagliando l’estrazione per evitare di saturare completamente i depositi. Una strategia resa possibile dall’esperienza accumulata negli anni: i tecnici iraniani sono infatti in grado di sospendere l’attività dei pozzi senza danneggiarli e di riattivarli rapidamente quando le condizioni lo consentono. Nonostante queste difficoltà, la Cina continua a rappresentare uno sbocco fondamentale per il petrolio iraniano e ha ribadito di non voler rispettare le sanzioni statunitensi contro alcune raffinerie coinvolte negli acquisti. Sul fronte iraniano, il tono si fa sempre più duro e lascia intravedere il rischio di un ulteriore deterioramento della situazione. «È probabile una ripresa del conflitto tra Stati Uniti e Iran e i fatti hanno dimostrato che gli Usa non rispettano promesse né accordi», ha dichiarato Mohammad Jafar Asadi, ufficiale del comando Khatam al-Anbiya. «Le forze armate iraniane hanno preso in considerazione misure sorprendenti contro la bellicosità del nemico», ha aggiunto. La missione iraniana all’Onu invece accusa gli Usa di violare il Trattato di non proliferazione nucleare, definendo «ipocrita» la loro posizione: Washington, sostiene Teheran, non avrebbe rispettato per decenni gli obblighi di disarmo previsti dal Tnp. L’Iran afferma inoltre che non esistono limiti al livello di arricchimento dell’uranio se questo avviene sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Sul versante opposto, anche Trump ha adottato toni sempre più aggressivi, arrivando a descrivere alcune operazioni come azioni «da pirati», pur rivendicandone l’efficacia. E, provocatoriamente, ha aggiunto: «Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba». Nelle ultime ore, una petroliera è stata sequestrata al largo delle coste dello Yemen da uomini armati non identificati, poi diretti verso la Somalia attraverso il Golfo di Aden. Un episodio che conferma il progressivo deterioramento della sicurezza marittima in una delle aree più sensibili.
In serata, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha riferito di aver avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi, sottolineando «la forte preoccupazione dell’Italia e la necessità di evitare escalation e di intensificare il lavoro per il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto, anche per scongiurare conseguenze sulla sicurezza e la stabilità in Africa».
Continua a leggereRiduci