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2025-02-10
Senza trascendenza il mondo perde senso. Così ogni azione diventa indifferente
Alberto Moravia (Getty Images)
È il 1925 quando Alberto Moravia, nemmeno diciottenne, inizia a scrivere Gli Indifferenti, completato nel 1929. Opera d’esordio e caso letterario, negli anni ispirerà film e infinite interpretazioni. Particolarmente efficace fu la lettura che ne diede a caldo Benito Mussolini: «Un romanzo oscenamente borghese e antiborghese al medesimo tempo». E in effetti borghese e antiborghese era Moravia: più che benestante, parente di alti papaveri fascisti e al contempo di grossi nomi dell’antifascismo, egli sentiva sulla pelle l’appartenenza al tinello buono romano e, insieme, la dolorosa alienazione che quell’ambiente gli provocava.
Un senso di ansia e di soffocamento si respira fin dalle prime pagine, da cui trasuda l’atroce ipocrisia in cui i protagonisti sono immersi. C’è Leo Merumeci, affarista senza scrupoli, uomo senza valori determinato a soddisfare i propri bisogni incurante delle conseguenze. È l’amante di Mariagrazia, drammatica figura di donna borghese sospesa sul baratro della rovina, indebitata e dunque sotto ricatto dello stesso Merumeci, pateticamente appesa a consuetudini e apparenze che si sgretolano. Poi i figli ventenni di lei: Carla e Michele Ardengo. Il secondo detesta Merumeci, la condizione in cui ha costretto sua madre, l’impotenza in cui tutta la famiglia è relegata. Ma è incapace di una vera reazione. La prima, Carla, è nauseata dallo scorrere piatto dei giorni, dall’idea che nulla possa cambiare in meglio nella sua esistenza. Così rassegnata dall’abbandonarsi alla libidine di Merumeci, che va a letto con Mariagrazia ma comunque ne concupisce la figlia. Un quadro nel complesso spaventoso, una sorta di ritratto funebre di una generazione la cui caratteristica è appunto l’indifferenza: la morale è assente, la prospettiva di un cambiamento non esiste, l’intera quotidianità è cristallizzata, bloccata ed esangue. Ma ai personaggi non sembra importare: si fanno vivere, trascinare.
Ed è esattamente qui che sta la potenza (e con essa l’attualità) del romanzo. Gli Indifferenti va letto in parallelo alla Noia, che Moravia darà alle stampe nel 1960, e pure a Il conformista, del 1951. Perché ovunque prevale una sorta di inabilità dei protagonisti, una incapacità di prendere posizione rispetto alla vita, un tremendo senso di inutilità e insensatezza. L’indifferente, annoiato, si conforma. Siamo, con tutta evidenza, nell'universo della melanconia a cui Jean Paul Sartre dedicherà il capolavoro La Nausea (inizialmente intitolato appunto Melancholia). Non si tratta di tristezza e nemmeno di semplice rassegnazione, bensì propriamente di accidia, perdita di forza e iniziativa. «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza», scrive Moravia nel prologo de La Noia. «Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».
Ecco la descrizione di una malattia dell’anima che è anche la nostra, e forse quella dell’intera modernità, come già Charles Baudelaire aveva intuito e come Byung-chul Han ribadisce nei suoi scritti attorno alla società della stanchezza. Come per i personaggi di Moravia le cose stesse perdono consistenza, così per noi, dice Han, le cose si fanno «non cose»: «Ogni cosa svanisce, si disfa pian piano. Scompaiono anche le parti del corpo, e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta. [...] Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo». Potremmo dire che la realtà ridotta ad artificio del digitale sia il compimento dello svuotamento iniziato con la modernità, l’apice della melanconia che rapisce i personaggi di Moravia quanto i nostri contemporanei.
È la stessa melanconia di cui parla il filosofo Paolo Godani nel recentissimo Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli). Una condizione «che si definisce per il sentimento della radicale insensatezza del mondo e della vita, per il senso di colpa altrettanto radicale che ne consegue e per la prostrazione e l’inibizione all’azione che ne costituiscono l’inevitabile corollario. E si è visto sino a che punto il melanconico condivida, e insieme contesti, la struttura metafisica che è a tutti gli effetti quella dominante nella nostra cultura. Questa struttura melanconica implica l’esigenza etica di trascendere l’insensatezza del mondo sottoponendo quest’ultimo all’effetto di una legge, di un valore, di una forma, ma in tal modo conferma nella maniera più decisa possibile che in effetti questo mondo, lasciato a sé stesso, è del tutto insensato. Il melanconico non fa che tenersi a questa conferma, abbandonando l’illusione di ogni fede e di ogni trascendimento. Sarà una sorta di nichilista passivo».
L’indifferenza di Moravia è dunque insieme causa e sintomo. L’indifferenza a ogni sistema valoriale, l’estraneità percepita rispetto a ogni ordine trascendente producono alienazione dalla vita, uccidono il desiderio di andare oltre, di costruire qualcosa di nuovo e migliore, provare un sentimento che non sia pura rassegnazione. La speranza, in questo ordine mondiale, non ha cittadinanza. Perché agire, perché spendersi, perché sacrificarsi se non esistono ideali sensati, se ogni cosa è priva di realtà, se tutto è destinato a rimanere identico a sé stesso? Lo spegnimento di cui tratta Moravia è il nostro: una paralisi angosciata, un panico paralizzante che si manifesta come disinteresse, esaurimento delle passioni creative, persino dell’eros. Gli Indifferenti siamo noi, ancora.
Dalla società dell’angoscia non ci salverà la scienza
P. D. James ci rese partecipi del suo incubo nel 1992, dando alle stampe I figli degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2021, subito dopo la morte dell’ultimo essere umano nato sulla terra. Un ragazzo di venticinque anni ucciso in una rissa. Con lui si spegne l’ultimo barlume di vitalità di un pianeta su cui, da un quarto di secolo, non nasce più nessuno. Theodore Faron, professore di Storia a Oxford e voce narrante, rovescia in un diario il suo sconforto: «L’incombente estinzione della nostra specie e l’impossibilità di evitarla ci offendono e demoralizzano meno della nostra incapacità di scoprirne la causa», scrive. «La scienza e la medicina occidentali non ci hanno preparati all’enormità e all’umiliazione di questo smacco. Vi sono state malattie difficili sia da diagnosticare sia da curare, una delle quali ha quasi spopolato due continenti prima di essere debellata, ma alla fine siamo sempre riusciti a spiegarne le cause. Abbiamo dato un nome ai virus e ai germi che tuttora ci affliggono, con grande mortificazione da parte nostra, dal momento che sembra un affronto personale che ci debbano colpire ancora oggi, come antichi nemici che tengono viva la battaglia e di tanto in tanto uccidono anche quando la loro vittoria è ormai assicurata. La scienza occidentale è stata il nostro dio. [...] La scienza non è mai stata il mio pane: ne capivo poco a scuola e continuo a capirne poco adesso che ho cinquant’anni. Ma è stata un dio anche per me, che pure non ne ho mai compreso appieno le conquiste, e provo anch’io la disillusione universale di chi assiste alla morte del proprio dio». Il potere della tecnica non basta a scongiurare la catastrofe, ad arrestare l’interminabile e mortifero inverno demografico.
Secondo il filosofo Byung-chul Han, il racconto della James e il film che ne ha tratto nel 2006 Alfonso Cuarón fornisce una fondamentale chiave di lettura del presente. «I figli degli uomini», spiega, «ci restituisce una rappresentazione della società odierna dominata dalla depressione e diventata completamente priva di speranza. Nella pellicola l’umanità procede verso la propria fine e rischia l’estinzione. [...]. Se le parole della buona novella contenute nell’omelia di Natale: “un bambino è nato per noi” annunciano la speranza, allora la sterilità dell’umanità rappresenta l’assoluta mancanza di ogni speranza».
Secondo Han, «ne I figli degli uomini l’umanità cade in una depressione collettiva. L’esperienza della nascita, che vale come sinonimo del futuro e che dovrebbe portare con sé il nuovo, non si verifica più. A essere completamente annullato è il venire-al-mondo inteso come nascita. Il mondo si identifica con l’inferno dell’Uguale. La depressione priva l’umanità di ogni speranza. Depresso ed esausto, il futuro è una permanente ripetizione dell’Uguale. Il futuro non si apre più. Niente di nuovo nasce. Il futuro che rivitalizza, mette le ali, ispira, in altre parole l’avvenire, è completamente assente. Non sembra più possibile nessuna partenza, nessun domani, nessun incipit vita nova, nessuna dipartita dall’Uguale, da ciò che è già stato. La depressione si contrappone radicalmente alla speranza in quanto passione per il nuovo. La speranza è il salto, lo slancio che ci libera dalla depressione, da un futuro esausto».
Di questo salto, dice Han, la società contemporanea sembra non essere più capace. Nel saggio appena pubblicato da Einaudi (Contro la società dell'angoscia), il pensatore di origini coreane ci consegna la radiografia terrificante di un mondo in cui l’angoscia si aggira come uno spettro. Angoscia come senso di fine incombente, come chiusura di ogni prospettiva sull’avvenire. «Il termine “angoscia” (medio alto tedesco: “angest”; antico alto tedesco: “angust”) significa originariamente: “strettezza”», scrive Han. «Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo».
L’angoscia e l’ansia da una parte ci paralizzano, dall’altra ci spingono a un attivismo frenetico e insensato. In ogni caso ci costringono in un presente senza uscita: «Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente».
Poco cambia che a imprigionarci sia il terrore scatenato da una pandemia o da un incipiente disastro ambientale: l’apocalisse è all’ordine del giorno. Solo una via di uscita resta, ammonisce Han: la speranza, lo slancio verso l’alto e verso il nuovo. Esattamente ciò che ogni giorno il potere attualmente dominante tenta di sopprimere.
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I romanzi di Moravia sulla noia erano profetici. Oggi abbiamo perso i criteri oggettivi per capire ciò per cui val la pena batterci.Il filosofo Byung-chul Han illustra il legame tra depressione e denatalità. Evocando pandemie, guerre e catastrofi climatiche il potere congiura contro la speranza.Lo speciale contiene due articoli.È il 1925 quando Alberto Moravia, nemmeno diciottenne, inizia a scrivere Gli Indifferenti, completato nel 1929. Opera d’esordio e caso letterario, negli anni ispirerà film e infinite interpretazioni. Particolarmente efficace fu la lettura che ne diede a caldo Benito Mussolini: «Un romanzo oscenamente borghese e antiborghese al medesimo tempo». E in effetti borghese e antiborghese era Moravia: più che benestante, parente di alti papaveri fascisti e al contempo di grossi nomi dell’antifascismo, egli sentiva sulla pelle l’appartenenza al tinello buono romano e, insieme, la dolorosa alienazione che quell’ambiente gli provocava. Un senso di ansia e di soffocamento si respira fin dalle prime pagine, da cui trasuda l’atroce ipocrisia in cui i protagonisti sono immersi. C’è Leo Merumeci, affarista senza scrupoli, uomo senza valori determinato a soddisfare i propri bisogni incurante delle conseguenze. È l’amante di Mariagrazia, drammatica figura di donna borghese sospesa sul baratro della rovina, indebitata e dunque sotto ricatto dello stesso Merumeci, pateticamente appesa a consuetudini e apparenze che si sgretolano. Poi i figli ventenni di lei: Carla e Michele Ardengo. Il secondo detesta Merumeci, la condizione in cui ha costretto sua madre, l’impotenza in cui tutta la famiglia è relegata. Ma è incapace di una vera reazione. La prima, Carla, è nauseata dallo scorrere piatto dei giorni, dall’idea che nulla possa cambiare in meglio nella sua esistenza. Così rassegnata dall’abbandonarsi alla libidine di Merumeci, che va a letto con Mariagrazia ma comunque ne concupisce la figlia. Un quadro nel complesso spaventoso, una sorta di ritratto funebre di una generazione la cui caratteristica è appunto l’indifferenza: la morale è assente, la prospettiva di un cambiamento non esiste, l’intera quotidianità è cristallizzata, bloccata ed esangue. Ma ai personaggi non sembra importare: si fanno vivere, trascinare. Ed è esattamente qui che sta la potenza (e con essa l’attualità) del romanzo. Gli Indifferenti va letto in parallelo alla Noia, che Moravia darà alle stampe nel 1960, e pure a Il conformista, del 1951. Perché ovunque prevale una sorta di inabilità dei protagonisti, una incapacità di prendere posizione rispetto alla vita, un tremendo senso di inutilità e insensatezza. L’indifferente, annoiato, si conforma. Siamo, con tutta evidenza, nell'universo della melanconia a cui Jean Paul Sartre dedicherà il capolavoro La Nausea (inizialmente intitolato appunto Melancholia). Non si tratta di tristezza e nemmeno di semplice rassegnazione, bensì propriamente di accidia, perdita di forza e iniziativa. «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza», scrive Moravia nel prologo de La Noia. «Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».Ecco la descrizione di una malattia dell’anima che è anche la nostra, e forse quella dell’intera modernità, come già Charles Baudelaire aveva intuito e come Byung-chul Han ribadisce nei suoi scritti attorno alla società della stanchezza. Come per i personaggi di Moravia le cose stesse perdono consistenza, così per noi, dice Han, le cose si fanno «non cose»: «Ogni cosa svanisce, si disfa pian piano. Scompaiono anche le parti del corpo, e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta. [...] Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo». Potremmo dire che la realtà ridotta ad artificio del digitale sia il compimento dello svuotamento iniziato con la modernità, l’apice della melanconia che rapisce i personaggi di Moravia quanto i nostri contemporanei. È la stessa melanconia di cui parla il filosofo Paolo Godani nel recentissimo Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli). Una condizione «che si definisce per il sentimento della radicale insensatezza del mondo e della vita, per il senso di colpa altrettanto radicale che ne consegue e per la prostrazione e l’inibizione all’azione che ne costituiscono l’inevitabile corollario. E si è visto sino a che punto il melanconico condivida, e insieme contesti, la struttura metafisica che è a tutti gli effetti quella dominante nella nostra cultura. Questa struttura melanconica implica l’esigenza etica di trascendere l’insensatezza del mondo sottoponendo quest’ultimo all’effetto di una legge, di un valore, di una forma, ma in tal modo conferma nella maniera più decisa possibile che in effetti questo mondo, lasciato a sé stesso, è del tutto insensato. Il melanconico non fa che tenersi a questa conferma, abbandonando l’illusione di ogni fede e di ogni trascendimento. Sarà una sorta di nichilista passivo».L’indifferenza di Moravia è dunque insieme causa e sintomo. L’indifferenza a ogni sistema valoriale, l’estraneità percepita rispetto a ogni ordine trascendente producono alienazione dalla vita, uccidono il desiderio di andare oltre, di costruire qualcosa di nuovo e migliore, provare un sentimento che non sia pura rassegnazione. La speranza, in questo ordine mondiale, non ha cittadinanza. Perché agire, perché spendersi, perché sacrificarsi se non esistono ideali sensati, se ogni cosa è priva di realtà, se tutto è destinato a rimanere identico a sé stesso? Lo spegnimento di cui tratta Moravia è il nostro: una paralisi angosciata, un panico paralizzante che si manifesta come disinteresse, esaurimento delle passioni creative, persino dell’eros. Gli Indifferenti siamo noi, ancora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trascendenza-moravia-2671126583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-societa-dellangoscia-non-ci-salvera-la-scienza" data-post-id="2671126583" data-published-at="1739192637" data-use-pagination="False"> Dalla società dell’angoscia non ci salverà la scienza P. D. James ci rese partecipi del suo incubo nel 1992, dando alle stampe I figli degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2021, subito dopo la morte dell’ultimo essere umano nato sulla terra. Un ragazzo di venticinque anni ucciso in una rissa. Con lui si spegne l’ultimo barlume di vitalità di un pianeta su cui, da un quarto di secolo, non nasce più nessuno. Theodore Faron, professore di Storia a Oxford e voce narrante, rovescia in un diario il suo sconforto: «L’incombente estinzione della nostra specie e l’impossibilità di evitarla ci offendono e demoralizzano meno della nostra incapacità di scoprirne la causa», scrive. «La scienza e la medicina occidentali non ci hanno preparati all’enormità e all’umiliazione di questo smacco. Vi sono state malattie difficili sia da diagnosticare sia da curare, una delle quali ha quasi spopolato due continenti prima di essere debellata, ma alla fine siamo sempre riusciti a spiegarne le cause. Abbiamo dato un nome ai virus e ai germi che tuttora ci affliggono, con grande mortificazione da parte nostra, dal momento che sembra un affronto personale che ci debbano colpire ancora oggi, come antichi nemici che tengono viva la battaglia e di tanto in tanto uccidono anche quando la loro vittoria è ormai assicurata. La scienza occidentale è stata il nostro dio. [...] La scienza non è mai stata il mio pane: ne capivo poco a scuola e continuo a capirne poco adesso che ho cinquant’anni. Ma è stata un dio anche per me, che pure non ne ho mai compreso appieno le conquiste, e provo anch’io la disillusione universale di chi assiste alla morte del proprio dio». Il potere della tecnica non basta a scongiurare la catastrofe, ad arrestare l’interminabile e mortifero inverno demografico. Secondo il filosofo Byung-chul Han, il racconto della James e il film che ne ha tratto nel 2006 Alfonso Cuarón fornisce una fondamentale chiave di lettura del presente. «I figli degli uomini», spiega, «ci restituisce una rappresentazione della società odierna dominata dalla depressione e diventata completamente priva di speranza. Nella pellicola l’umanità procede verso la propria fine e rischia l’estinzione. [...]. Se le parole della buona novella contenute nell’omelia di Natale: “un bambino è nato per noi” annunciano la speranza, allora la sterilità dell’umanità rappresenta l’assoluta mancanza di ogni speranza». Secondo Han, «ne I figli degli uomini l’umanità cade in una depressione collettiva. L’esperienza della nascita, che vale come sinonimo del futuro e che dovrebbe portare con sé il nuovo, non si verifica più. A essere completamente annullato è il venire-al-mondo inteso come nascita. Il mondo si identifica con l’inferno dell’Uguale. La depressione priva l’umanità di ogni speranza. Depresso ed esausto, il futuro è una permanente ripetizione dell’Uguale. Il futuro non si apre più. Niente di nuovo nasce. Il futuro che rivitalizza, mette le ali, ispira, in altre parole l’avvenire, è completamente assente. Non sembra più possibile nessuna partenza, nessun domani, nessun incipit vita nova, nessuna dipartita dall’Uguale, da ciò che è già stato. La depressione si contrappone radicalmente alla speranza in quanto passione per il nuovo. La speranza è il salto, lo slancio che ci libera dalla depressione, da un futuro esausto». Di questo salto, dice Han, la società contemporanea sembra non essere più capace. Nel saggio appena pubblicato da Einaudi (Contro la società dell'angoscia), il pensatore di origini coreane ci consegna la radiografia terrificante di un mondo in cui l’angoscia si aggira come uno spettro. Angoscia come senso di fine incombente, come chiusura di ogni prospettiva sull’avvenire. «Il termine “angoscia” (medio alto tedesco: “angest”; antico alto tedesco: “angust”) significa originariamente: “strettezza”», scrive Han. «Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo». L’angoscia e l’ansia da una parte ci paralizzano, dall’altra ci spingono a un attivismo frenetico e insensato. In ogni caso ci costringono in un presente senza uscita: «Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente». Poco cambia che a imprigionarci sia il terrore scatenato da una pandemia o da un incipiente disastro ambientale: l’apocalisse è all’ordine del giorno. Solo una via di uscita resta, ammonisce Han: la speranza, lo slancio verso l’alto e verso il nuovo. Esattamente ciò che ogni giorno il potere attualmente dominante tenta di sopprimere.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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