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2025-02-10
Senza trascendenza il mondo perde senso. Così ogni azione diventa indifferente
Alberto Moravia (Getty Images)
È il 1925 quando Alberto Moravia, nemmeno diciottenne, inizia a scrivere Gli Indifferenti, completato nel 1929. Opera d’esordio e caso letterario, negli anni ispirerà film e infinite interpretazioni. Particolarmente efficace fu la lettura che ne diede a caldo Benito Mussolini: «Un romanzo oscenamente borghese e antiborghese al medesimo tempo». E in effetti borghese e antiborghese era Moravia: più che benestante, parente di alti papaveri fascisti e al contempo di grossi nomi dell’antifascismo, egli sentiva sulla pelle l’appartenenza al tinello buono romano e, insieme, la dolorosa alienazione che quell’ambiente gli provocava.
Un senso di ansia e di soffocamento si respira fin dalle prime pagine, da cui trasuda l’atroce ipocrisia in cui i protagonisti sono immersi. C’è Leo Merumeci, affarista senza scrupoli, uomo senza valori determinato a soddisfare i propri bisogni incurante delle conseguenze. È l’amante di Mariagrazia, drammatica figura di donna borghese sospesa sul baratro della rovina, indebitata e dunque sotto ricatto dello stesso Merumeci, pateticamente appesa a consuetudini e apparenze che si sgretolano. Poi i figli ventenni di lei: Carla e Michele Ardengo. Il secondo detesta Merumeci, la condizione in cui ha costretto sua madre, l’impotenza in cui tutta la famiglia è relegata. Ma è incapace di una vera reazione. La prima, Carla, è nauseata dallo scorrere piatto dei giorni, dall’idea che nulla possa cambiare in meglio nella sua esistenza. Così rassegnata dall’abbandonarsi alla libidine di Merumeci, che va a letto con Mariagrazia ma comunque ne concupisce la figlia. Un quadro nel complesso spaventoso, una sorta di ritratto funebre di una generazione la cui caratteristica è appunto l’indifferenza: la morale è assente, la prospettiva di un cambiamento non esiste, l’intera quotidianità è cristallizzata, bloccata ed esangue. Ma ai personaggi non sembra importare: si fanno vivere, trascinare.
Ed è esattamente qui che sta la potenza (e con essa l’attualità) del romanzo. Gli Indifferenti va letto in parallelo alla Noia, che Moravia darà alle stampe nel 1960, e pure a Il conformista, del 1951. Perché ovunque prevale una sorta di inabilità dei protagonisti, una incapacità di prendere posizione rispetto alla vita, un tremendo senso di inutilità e insensatezza. L’indifferente, annoiato, si conforma. Siamo, con tutta evidenza, nell'universo della melanconia a cui Jean Paul Sartre dedicherà il capolavoro La Nausea (inizialmente intitolato appunto Melancholia). Non si tratta di tristezza e nemmeno di semplice rassegnazione, bensì propriamente di accidia, perdita di forza e iniziativa. «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza», scrive Moravia nel prologo de La Noia. «Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».
Ecco la descrizione di una malattia dell’anima che è anche la nostra, e forse quella dell’intera modernità, come già Charles Baudelaire aveva intuito e come Byung-chul Han ribadisce nei suoi scritti attorno alla società della stanchezza. Come per i personaggi di Moravia le cose stesse perdono consistenza, così per noi, dice Han, le cose si fanno «non cose»: «Ogni cosa svanisce, si disfa pian piano. Scompaiono anche le parti del corpo, e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta. [...] Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo». Potremmo dire che la realtà ridotta ad artificio del digitale sia il compimento dello svuotamento iniziato con la modernità, l’apice della melanconia che rapisce i personaggi di Moravia quanto i nostri contemporanei.
È la stessa melanconia di cui parla il filosofo Paolo Godani nel recentissimo Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli). Una condizione «che si definisce per il sentimento della radicale insensatezza del mondo e della vita, per il senso di colpa altrettanto radicale che ne consegue e per la prostrazione e l’inibizione all’azione che ne costituiscono l’inevitabile corollario. E si è visto sino a che punto il melanconico condivida, e insieme contesti, la struttura metafisica che è a tutti gli effetti quella dominante nella nostra cultura. Questa struttura melanconica implica l’esigenza etica di trascendere l’insensatezza del mondo sottoponendo quest’ultimo all’effetto di una legge, di un valore, di una forma, ma in tal modo conferma nella maniera più decisa possibile che in effetti questo mondo, lasciato a sé stesso, è del tutto insensato. Il melanconico non fa che tenersi a questa conferma, abbandonando l’illusione di ogni fede e di ogni trascendimento. Sarà una sorta di nichilista passivo».
L’indifferenza di Moravia è dunque insieme causa e sintomo. L’indifferenza a ogni sistema valoriale, l’estraneità percepita rispetto a ogni ordine trascendente producono alienazione dalla vita, uccidono il desiderio di andare oltre, di costruire qualcosa di nuovo e migliore, provare un sentimento che non sia pura rassegnazione. La speranza, in questo ordine mondiale, non ha cittadinanza. Perché agire, perché spendersi, perché sacrificarsi se non esistono ideali sensati, se ogni cosa è priva di realtà, se tutto è destinato a rimanere identico a sé stesso? Lo spegnimento di cui tratta Moravia è il nostro: una paralisi angosciata, un panico paralizzante che si manifesta come disinteresse, esaurimento delle passioni creative, persino dell’eros. Gli Indifferenti siamo noi, ancora.
Dalla società dell’angoscia non ci salverà la scienza
P. D. James ci rese partecipi del suo incubo nel 1992, dando alle stampe I figli degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2021, subito dopo la morte dell’ultimo essere umano nato sulla terra. Un ragazzo di venticinque anni ucciso in una rissa. Con lui si spegne l’ultimo barlume di vitalità di un pianeta su cui, da un quarto di secolo, non nasce più nessuno. Theodore Faron, professore di Storia a Oxford e voce narrante, rovescia in un diario il suo sconforto: «L’incombente estinzione della nostra specie e l’impossibilità di evitarla ci offendono e demoralizzano meno della nostra incapacità di scoprirne la causa», scrive. «La scienza e la medicina occidentali non ci hanno preparati all’enormità e all’umiliazione di questo smacco. Vi sono state malattie difficili sia da diagnosticare sia da curare, una delle quali ha quasi spopolato due continenti prima di essere debellata, ma alla fine siamo sempre riusciti a spiegarne le cause. Abbiamo dato un nome ai virus e ai germi che tuttora ci affliggono, con grande mortificazione da parte nostra, dal momento che sembra un affronto personale che ci debbano colpire ancora oggi, come antichi nemici che tengono viva la battaglia e di tanto in tanto uccidono anche quando la loro vittoria è ormai assicurata. La scienza occidentale è stata il nostro dio. [...] La scienza non è mai stata il mio pane: ne capivo poco a scuola e continuo a capirne poco adesso che ho cinquant’anni. Ma è stata un dio anche per me, che pure non ne ho mai compreso appieno le conquiste, e provo anch’io la disillusione universale di chi assiste alla morte del proprio dio». Il potere della tecnica non basta a scongiurare la catastrofe, ad arrestare l’interminabile e mortifero inverno demografico.
Secondo il filosofo Byung-chul Han, il racconto della James e il film che ne ha tratto nel 2006 Alfonso Cuarón fornisce una fondamentale chiave di lettura del presente. «I figli degli uomini», spiega, «ci restituisce una rappresentazione della società odierna dominata dalla depressione e diventata completamente priva di speranza. Nella pellicola l’umanità procede verso la propria fine e rischia l’estinzione. [...]. Se le parole della buona novella contenute nell’omelia di Natale: “un bambino è nato per noi” annunciano la speranza, allora la sterilità dell’umanità rappresenta l’assoluta mancanza di ogni speranza».
Secondo Han, «ne I figli degli uomini l’umanità cade in una depressione collettiva. L’esperienza della nascita, che vale come sinonimo del futuro e che dovrebbe portare con sé il nuovo, non si verifica più. A essere completamente annullato è il venire-al-mondo inteso come nascita. Il mondo si identifica con l’inferno dell’Uguale. La depressione priva l’umanità di ogni speranza. Depresso ed esausto, il futuro è una permanente ripetizione dell’Uguale. Il futuro non si apre più. Niente di nuovo nasce. Il futuro che rivitalizza, mette le ali, ispira, in altre parole l’avvenire, è completamente assente. Non sembra più possibile nessuna partenza, nessun domani, nessun incipit vita nova, nessuna dipartita dall’Uguale, da ciò che è già stato. La depressione si contrappone radicalmente alla speranza in quanto passione per il nuovo. La speranza è il salto, lo slancio che ci libera dalla depressione, da un futuro esausto».
Di questo salto, dice Han, la società contemporanea sembra non essere più capace. Nel saggio appena pubblicato da Einaudi (Contro la società dell'angoscia), il pensatore di origini coreane ci consegna la radiografia terrificante di un mondo in cui l’angoscia si aggira come uno spettro. Angoscia come senso di fine incombente, come chiusura di ogni prospettiva sull’avvenire. «Il termine “angoscia” (medio alto tedesco: “angest”; antico alto tedesco: “angust”) significa originariamente: “strettezza”», scrive Han. «Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo».
L’angoscia e l’ansia da una parte ci paralizzano, dall’altra ci spingono a un attivismo frenetico e insensato. In ogni caso ci costringono in un presente senza uscita: «Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente».
Poco cambia che a imprigionarci sia il terrore scatenato da una pandemia o da un incipiente disastro ambientale: l’apocalisse è all’ordine del giorno. Solo una via di uscita resta, ammonisce Han: la speranza, lo slancio verso l’alto e verso il nuovo. Esattamente ciò che ogni giorno il potere attualmente dominante tenta di sopprimere.
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I romanzi di Moravia sulla noia erano profetici. Oggi abbiamo perso i criteri oggettivi per capire ciò per cui val la pena batterci.Il filosofo Byung-chul Han illustra il legame tra depressione e denatalità. Evocando pandemie, guerre e catastrofi climatiche il potere congiura contro la speranza.Lo speciale contiene due articoli.È il 1925 quando Alberto Moravia, nemmeno diciottenne, inizia a scrivere Gli Indifferenti, completato nel 1929. Opera d’esordio e caso letterario, negli anni ispirerà film e infinite interpretazioni. Particolarmente efficace fu la lettura che ne diede a caldo Benito Mussolini: «Un romanzo oscenamente borghese e antiborghese al medesimo tempo». E in effetti borghese e antiborghese era Moravia: più che benestante, parente di alti papaveri fascisti e al contempo di grossi nomi dell’antifascismo, egli sentiva sulla pelle l’appartenenza al tinello buono romano e, insieme, la dolorosa alienazione che quell’ambiente gli provocava. Un senso di ansia e di soffocamento si respira fin dalle prime pagine, da cui trasuda l’atroce ipocrisia in cui i protagonisti sono immersi. C’è Leo Merumeci, affarista senza scrupoli, uomo senza valori determinato a soddisfare i propri bisogni incurante delle conseguenze. È l’amante di Mariagrazia, drammatica figura di donna borghese sospesa sul baratro della rovina, indebitata e dunque sotto ricatto dello stesso Merumeci, pateticamente appesa a consuetudini e apparenze che si sgretolano. Poi i figli ventenni di lei: Carla e Michele Ardengo. Il secondo detesta Merumeci, la condizione in cui ha costretto sua madre, l’impotenza in cui tutta la famiglia è relegata. Ma è incapace di una vera reazione. La prima, Carla, è nauseata dallo scorrere piatto dei giorni, dall’idea che nulla possa cambiare in meglio nella sua esistenza. Così rassegnata dall’abbandonarsi alla libidine di Merumeci, che va a letto con Mariagrazia ma comunque ne concupisce la figlia. Un quadro nel complesso spaventoso, una sorta di ritratto funebre di una generazione la cui caratteristica è appunto l’indifferenza: la morale è assente, la prospettiva di un cambiamento non esiste, l’intera quotidianità è cristallizzata, bloccata ed esangue. Ma ai personaggi non sembra importare: si fanno vivere, trascinare. Ed è esattamente qui che sta la potenza (e con essa l’attualità) del romanzo. Gli Indifferenti va letto in parallelo alla Noia, che Moravia darà alle stampe nel 1960, e pure a Il conformista, del 1951. Perché ovunque prevale una sorta di inabilità dei protagonisti, una incapacità di prendere posizione rispetto alla vita, un tremendo senso di inutilità e insensatezza. L’indifferente, annoiato, si conforma. Siamo, con tutta evidenza, nell'universo della melanconia a cui Jean Paul Sartre dedicherà il capolavoro La Nausea (inizialmente intitolato appunto Melancholia). Non si tratta di tristezza e nemmeno di semplice rassegnazione, bensì propriamente di accidia, perdita di forza e iniziativa. «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza», scrive Moravia nel prologo de La Noia. «Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».Ecco la descrizione di una malattia dell’anima che è anche la nostra, e forse quella dell’intera modernità, come già Charles Baudelaire aveva intuito e come Byung-chul Han ribadisce nei suoi scritti attorno alla società della stanchezza. Come per i personaggi di Moravia le cose stesse perdono consistenza, così per noi, dice Han, le cose si fanno «non cose»: «Ogni cosa svanisce, si disfa pian piano. Scompaiono anche le parti del corpo, e alla fine restano solo voci incorporee, vagabonde, senza meta. [...] Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo». Potremmo dire che la realtà ridotta ad artificio del digitale sia il compimento dello svuotamento iniziato con la modernità, l’apice della melanconia che rapisce i personaggi di Moravia quanto i nostri contemporanei. È la stessa melanconia di cui parla il filosofo Paolo Godani nel recentissimo Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli). Una condizione «che si definisce per il sentimento della radicale insensatezza del mondo e della vita, per il senso di colpa altrettanto radicale che ne consegue e per la prostrazione e l’inibizione all’azione che ne costituiscono l’inevitabile corollario. E si è visto sino a che punto il melanconico condivida, e insieme contesti, la struttura metafisica che è a tutti gli effetti quella dominante nella nostra cultura. Questa struttura melanconica implica l’esigenza etica di trascendere l’insensatezza del mondo sottoponendo quest’ultimo all’effetto di una legge, di un valore, di una forma, ma in tal modo conferma nella maniera più decisa possibile che in effetti questo mondo, lasciato a sé stesso, è del tutto insensato. Il melanconico non fa che tenersi a questa conferma, abbandonando l’illusione di ogni fede e di ogni trascendimento. Sarà una sorta di nichilista passivo».L’indifferenza di Moravia è dunque insieme causa e sintomo. L’indifferenza a ogni sistema valoriale, l’estraneità percepita rispetto a ogni ordine trascendente producono alienazione dalla vita, uccidono il desiderio di andare oltre, di costruire qualcosa di nuovo e migliore, provare un sentimento che non sia pura rassegnazione. La speranza, in questo ordine mondiale, non ha cittadinanza. Perché agire, perché spendersi, perché sacrificarsi se non esistono ideali sensati, se ogni cosa è priva di realtà, se tutto è destinato a rimanere identico a sé stesso? Lo spegnimento di cui tratta Moravia è il nostro: una paralisi angosciata, un panico paralizzante che si manifesta come disinteresse, esaurimento delle passioni creative, persino dell’eros. Gli Indifferenti siamo noi, ancora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trascendenza-moravia-2671126583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-societa-dellangoscia-non-ci-salvera-la-scienza" data-post-id="2671126583" data-published-at="1739192637" data-use-pagination="False"> Dalla società dell’angoscia non ci salverà la scienza P. D. James ci rese partecipi del suo incubo nel 1992, dando alle stampe I figli degli uomini. Il romanzo è ambientato nel 2021, subito dopo la morte dell’ultimo essere umano nato sulla terra. Un ragazzo di venticinque anni ucciso in una rissa. Con lui si spegne l’ultimo barlume di vitalità di un pianeta su cui, da un quarto di secolo, non nasce più nessuno. Theodore Faron, professore di Storia a Oxford e voce narrante, rovescia in un diario il suo sconforto: «L’incombente estinzione della nostra specie e l’impossibilità di evitarla ci offendono e demoralizzano meno della nostra incapacità di scoprirne la causa», scrive. «La scienza e la medicina occidentali non ci hanno preparati all’enormità e all’umiliazione di questo smacco. Vi sono state malattie difficili sia da diagnosticare sia da curare, una delle quali ha quasi spopolato due continenti prima di essere debellata, ma alla fine siamo sempre riusciti a spiegarne le cause. Abbiamo dato un nome ai virus e ai germi che tuttora ci affliggono, con grande mortificazione da parte nostra, dal momento che sembra un affronto personale che ci debbano colpire ancora oggi, come antichi nemici che tengono viva la battaglia e di tanto in tanto uccidono anche quando la loro vittoria è ormai assicurata. La scienza occidentale è stata il nostro dio. [...] La scienza non è mai stata il mio pane: ne capivo poco a scuola e continuo a capirne poco adesso che ho cinquant’anni. Ma è stata un dio anche per me, che pure non ne ho mai compreso appieno le conquiste, e provo anch’io la disillusione universale di chi assiste alla morte del proprio dio». Il potere della tecnica non basta a scongiurare la catastrofe, ad arrestare l’interminabile e mortifero inverno demografico. Secondo il filosofo Byung-chul Han, il racconto della James e il film che ne ha tratto nel 2006 Alfonso Cuarón fornisce una fondamentale chiave di lettura del presente. «I figli degli uomini», spiega, «ci restituisce una rappresentazione della società odierna dominata dalla depressione e diventata completamente priva di speranza. Nella pellicola l’umanità procede verso la propria fine e rischia l’estinzione. [...]. Se le parole della buona novella contenute nell’omelia di Natale: “un bambino è nato per noi” annunciano la speranza, allora la sterilità dell’umanità rappresenta l’assoluta mancanza di ogni speranza». Secondo Han, «ne I figli degli uomini l’umanità cade in una depressione collettiva. L’esperienza della nascita, che vale come sinonimo del futuro e che dovrebbe portare con sé il nuovo, non si verifica più. A essere completamente annullato è il venire-al-mondo inteso come nascita. Il mondo si identifica con l’inferno dell’Uguale. La depressione priva l’umanità di ogni speranza. Depresso ed esausto, il futuro è una permanente ripetizione dell’Uguale. Il futuro non si apre più. Niente di nuovo nasce. Il futuro che rivitalizza, mette le ali, ispira, in altre parole l’avvenire, è completamente assente. Non sembra più possibile nessuna partenza, nessun domani, nessun incipit vita nova, nessuna dipartita dall’Uguale, da ciò che è già stato. La depressione si contrappone radicalmente alla speranza in quanto passione per il nuovo. La speranza è il salto, lo slancio che ci libera dalla depressione, da un futuro esausto». Di questo salto, dice Han, la società contemporanea sembra non essere più capace. Nel saggio appena pubblicato da Einaudi (Contro la società dell'angoscia), il pensatore di origini coreane ci consegna la radiografia terrificante di un mondo in cui l’angoscia si aggira come uno spettro. Angoscia come senso di fine incombente, come chiusura di ogni prospettiva sull’avvenire. «Il termine “angoscia” (medio alto tedesco: “angest”; antico alto tedesco: “angust”) significa originariamente: “strettezza”», scrive Han. «Essa soffoca ogni ampiezza, riduce ogni prospettiva nella misura in cui restringe il campo visivo e sbarra la vista. Chi prova angoscia si sente spinto in una strettoia. L’angoscia va di pari passo con la sensazione di essere preso, imprigionato, rinchiuso. Nell’angoscia il mondo ci appare come una prigione. Tutte le porte che conducono fuori, all’aperto, sono serrate. Essa preclude, ostruisce il futuro poiché rende inaccessibile il possibile, il nuovo». L’angoscia e l’ansia da una parte ci paralizzano, dall’altra ci spingono a un attivismo frenetico e insensato. In ogni caso ci costringono in un presente senza uscita: «Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente». Poco cambia che a imprigionarci sia il terrore scatenato da una pandemia o da un incipiente disastro ambientale: l’apocalisse è all’ordine del giorno. Solo una via di uscita resta, ammonisce Han: la speranza, lo slancio verso l’alto e verso il nuovo. Esattamente ciò che ogni giorno il potere attualmente dominante tenta di sopprimere.
I progressisti hanno trovato una nuova iconcina: il sindaco di Genova, tra feste da ballo e accessori chic. Ora viene celebrata in ogni luogo, tanto che rischia perfino di bruciarsi.
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Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
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Un'immagine che ritrae un gruppo di esuli italiani al porto di Pola (Getty Images). Nel riquadro il presidente dell'Unione degli istriani, Massimiliano Lacota
Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, critica le celebrazioni del 25 aprile definite «monopolizzate e ipocrite». Per gli esuli giuliano-dalmati la ricorrenza non rappresenta una festa condivisa, tra memoria delle Foibe ed esodo dall’Adriatico orientale.
Ci sono località in cui il 25 aprile viene sentito in modo particolare. Una di queste è Trieste. A viverla con maggiore sofferenza sono gli esuli, costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia a causa dell’avanzata del comunismo titino. Massimiliano Lacota, il presidente dell’Unione degli istriani, si fa carico di questo dolore.
Cosa pensa la sua associazioni delle celebrazioni del 25 aprile degli ultimi decenni?
«Si tratta di un esercizio di ipocrisia. Senza ammettere onestamente ciò che è veramente stata la Resistenza, dietro alla quale si celano infiniti delitti, riconoscersi in questa ricorrenza, monopolizzata dall’Anpi, è semplicemente impossibile».
Perché?
«Perché glorificare questa data significherebbe automaticamente giustificare e anzi omaggiare le tante, infinite nefandezze dei partigiani. Orribili i crimini commessi: hanno ucciso migliaia di persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Hanno provocato molte rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Hanno torturato i fascisti, prima catturati e poi soppressi. E quando si trattava di donne, si sono concessi il lusso di tutte le peggiori soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo».
Una storia un po’ più complessa rispetto a come la si racconta solitamente...
«La Resistenza si è macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: “Zone d'ombra, eccessi, aberrazioni”. Un'eredità pesante, tenuta nascosta per decenni da un insieme di complicità. L'opportunismo politico che imponeva di esaltare sempre e comunque la lotta partigiana. Il predominio culturale e organizzativo del Partito comunista italiano, regista di un'operazione al tempo stesso retorica e bugiarda. La passività degli altri partiti antifascisti, timorosi di scontrarsi con la poderosa macchina comunista, la sua propaganda, la sua energia nel replicare colpo su colpo».
Qualcuno però si è opposto a una retorica manichea...
«Soltanto una piccola frazione della classe dirigente italiana si è posta, tardivamente, il problema di capire che cosa si nascondeva dietro il sipario di una storia contraffatta della nostra guerra civile. E ha iniziato a farsi delle domande a proposito del protagonista assoluto della Resistenza: i comunisti. Ancora oggi, qualcuno si affanna a dimostrare che a scendere in campo contro tedeschi e fascisti è stato un complesso di forze che comprendeva pure soggetti moderati: militari, cattolici, liberali, persino figure anticomuniste come Edgardo Sogno».
Però questa è la verità storica, c’erano pure i cosiddetti partigiani bianchi.
«È vero: c'erano anche loro nel blocco dei volontari per la libertà. Ma si è trattato sempre di minoranze, a volte di piccole schegge. Impotenti a contrastare la voglia di egemonia del Partito comunista e i comportamenti che ne derivavano».
Qual era il piano dei comunisti?
«Perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell'Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l'Unione sovietica».
A farne le spese quelli che ora vengono definiti «esuli»...
«Per noi Italiani della Venezia Giulia mutilata è del tutto impensabile, prima che praticabile, partecipare a celebrazioni davanti a monumenti che ci riportano alla mente solo morte, quella nelle Foibe, distruzione, quella della nostra millenaria cultura nell’Adriatico orientale, rapine, quelle di tutti i nostri averi. Il 25 aprile, quindi, non è la nostra festa, e nemmeno quella di tutti gli Italiani. Ci si ostina a volerli riuniti attorno a questa data che, in realtà, è e rimane la più divisiva di tutte».
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Il cippo commemorativo dell'eccidio del 1945 fuori dall'ex ospedale psichiatrico di Vercelli. Nel riquadro la copertina del libro di Enzo Rebucci
Rebucci scrive della guerra, di ciò che ne è conseguito, e di suo figlio, Paolo, ucciso nel 1945 in quello che prenderà il nome di «eccidio di Vercelli». Due piccoli manoscritti che tiene per sé e che i suoi figli conservano anche dopo la sua morte, nel 1974. I testi restano sepolti sotto la polvere finché suo figlio, Gianfranco, decide di farli stampare. Prende i testi e comincia a girare, per mostrarli a diverse case editrici. Li leggono, ma temono il contenuto. Non è facile trovare qualcuno disposto a esporsi così sui crimini che hanno sporcato la Resistenza. Giampaolo Pansa non ha ancora iniziato a scrivere la sua «saga dei vinti». Nel 2004, però, Gianfranco trova finalmente un editore (Settimo sigillo) disposto a stampare il manoscritto. Non chiede nulla. Solo un po’ di copie per far conoscere il lavoro di suo padre, affinché più persone possano venire a sapere ciò che è successo a Cavezzo e nella Bassa. Rebucci fa nomi e cognomi dei partigiani delle loro violenze. Riporta dati e date. E nessuno ha mai contraddetto o ribattuto a quanto ha scritto. Segno che quelle pagine raccontano storie vere, impossibili da smentire.
Come quella della maestra Bisi. È una nota antifascista. Eppure a fine guerra scompare nel nulla. Racconta Rebucci: «Al termine del conflitto suo genero, residente a Roma, venne a Cavezzo per conoscere i motivi della scomparsa della suocera. Si rivolse al presidente del Cln, sindaco del paese, il quale con grande disinvoltura disse che la poverina era stata uccisa per un tragico “equivoco”. Il perplesso romano, ancora ignaro di quanto era accaduto da noi, sobbalzò, esclamando: “Ma qui si può assassinare anche per equivoco?”. “Sa”, cominciò a dire il sindaco con condiscendenza, “la staffetta che era venuta ad annunciarmi la cattura della maestra fu rimandata indietro con l’ordine di procedere alla sua immediata liberazione, ma giunse troppo tardi e nel frattempo era stata uccisa”». Una balla, visto che la staffetta percorre solamente pochi chilometri mentre la maestra viene tenuta prigioniera per cinque giorni.
Ai fascisti va ovviamente peggio. Rebucci racconta di un sottotenente della Guardia nazionale repubblicana che va da lui per una visita. Il medico gli dice di stare attento, in quei giorni del 1945, perché i partigiani sono ovunque. La riposta è straziante: «Che cosa volete che m’importi di morire... Io sono figlio unico e i miei genitori si trovano a Misano. So che quando il fronte è passato di là, la popolazione civile si è rifugiata su di un colle che, sventuratamente, si è trovato al centro di una cruenta battaglia. Certo, i miei cari sono morti e io è bene che li segua». Il sottotenente lascia lo studio. Verrà poi trovato crocifisso su una tavola di legno.
Pure Rebucci viene fatto prigioniero. Finisce in cella con alcuni fascisti anche se lui, quando viene arrestato, urla ai partigiani: «Bada che ti sbagli, non sono mai stato iscritto ai fasci repubblicani». Nulla da fare. Deve seguirli lo stesso. La colonna di condannati si allunga sempre di più. Si passa dal paese, si rastrellano gli uomini. Finiscono tutti in carcere. Enzo è preoccupato. Chiedono chi sia. Qualcuno risponde: «Il dottore degli occhi». Che ci faccia anche lui lì nessuno lo sa. Viene percosso più volte. Il suo aguzzino «ha in mano tre cinturini annodati insieme e usandoli dalla parte delle fibbie mi colpisce violentemente in testa: buon per me che i chiodi mi si conficcano nella nuca, ché se mi avesse colpito in volto avrebbe potuto accecarmi».
Da lui i partigiani però non vogliono la vita. Vogliono i soldi. Perché nella Bassa certi sequestri venivano fatti anche per questo: per chiedere lauti riscatti. Rebucci non lo sa, ma sua moglie ha promesso un milione ai partigiani per riavere indietro il marito. Così sarà. I compagni di cella di Enzo, invece, verranno portati al cimitero e lì saranno uccisi.
Per Rebucci il 25 aprile è una data drammatica. La politica e la storia non c’entrano. C’entra la morte di suo figlio Paolo che, quel giorno, si trova nella caserma della Guardia nazionale repubblicana a Vercelli. Insieme a lui altre 2.000 persone. Ci sono militari e civili. I partigiani sanno che quella base è inespugnabile. Escogitano quindi un inganno. Fanno filtrare il messaggio che Benito Mussolini li voglia in supporto porto nella città di Como. I «repubblichini», come li chiamano con disprezzo i «rossi», escono dalla caserma. Iniziano a muoversi lentamente fino a quando si rendono conto di esser finiti in un trappola. Non sanno che fare. Resistere? Aspettare i tedeschi? Cedere e sperare che Dio li conservi? Interviene il vescovo di Novara, monsignor Ossola, il quale tratta con loro, facendo anche da garante per la loro vita. La colonna lascia le armi con la promessa di esser condotti come prigionieri in un campo gestito dai partigiani cattolici. Quella prigionia, però, dura ben poco. Il 15 maggio Rebucci riceve una cartolina da Vercelli in cui lo si rassicura sulle sorti del figlio. La guerra è finita, il peggio è passato. Oppure no. Quindici giorni dopo, infatti, il 30 maggio, riceve un nuovo messaggio in cui lo si invita a Vercelli per comunicazioni importanti: Paolo è morto. O meglio: è stato ucciso. Tra il 12 e il 13 maggio, infatti, alcuni partigiani della 182ª Brigata Garibaldi «Camana» raggiungono stadio in cui Paolo e gli altri combattenti sono detenuti. I «rossi» prelevano più di 70 persone per condurle all’ospedale psichiatrico di Vercelli, dove vengono prima interrogate, poi pestate e seviziate. Infine uccise nel peggiore dei modi. Le cronache di quei giorni parlano di fucilazioni sommarie, ma anche di annegamenti. Qualcuno viene buttato giù dalla finestra. Qualcun altro ancora, infine, viene schiacciato dagli autocarri.
Ancora oggi, a 80 anni di distanza, Paolo risulta disperso. Ucciso in una guerra fratricida. Forse fu gettato come tanti altri fascisti (o ritenuti tali) nel fiume. Ma questo solo l’acqua lo sa.
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