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2022-08-09
Tra conti offshore e armamenti dispersi Zelensky non è più l’eroe senza macchia
Volodymyr Zelensky (Ansa)
L’immagine di Volodymyr Zelensky rappresentato come un eroe che combatte la corruzione e l’evasione inizia a perdere smalto e diversi, importanti media occidentali aprono gli occhi sui lati oscuri del presidente senza macchia.
È il tedesco Die Welt a rilanciare la notizia che il giornalismo investigativo, a Kiev e dintorni, non è di gradimento. Soprattutto se parla di rivelazioni sui conti offshore del «servitore del popolo». Il quotidiano si interroga sul perché il documentario Offshore 95, preparato già dal 2021 da una rete di giornalisti di inchiesta ucraini denominata Slidstvo.info, abbia subito continui boicottaggi finendo per essere insabbiato. Il film, la cui prevista presentazione al teatro Little opera di Kiev non ha mai avuto luogo per continue cancellazioni, è basato sui Pandora Papers, oltre 11 milioni di documenti trapelati da fornitori di servizi finanziari. La rete internazionale di giornalisti investigativi dei Pandora Papers ha iniziato a pubblicare rivelazioni, il 3 ottobre 2021, sui conti offshore di centinaia di funzionari governativi in tutto il mondo, inclusi 35 leader mondiali. Volodymyr Zelensky ha uno spazio notevole: a lui sono riservati ben 2,9 terabyte di quelle informazioni. Ora la stampa tedesca si ricorda che, forse, un’occhiata a quel documento andava data, quantomeno per capire se il pulpito dal quale il presidente ucraino parla della lotta alla corruzione fosse adatto alle sue continue prediche.
I documenti dell’inchiesta Pandora Papers - Die Welt ricostruisce la vicenda - hanno parzialmente confermato uno schema attraverso il quale le aziende dell’oligarca Ihor Kolomoyskyi hanno trasferito denaro alle società offshore appartenenti a Volodymyr Zelenskyi e al suo «cerchio magico». Nei Pandora Papers i giornalisti di Slidstvo.info hanno trovato conferma alle informazioni già pubblicate ai tempi della campagna elettorale per le presidenziali, nel 2019. Per riassumere la complessità di ciò che accadeva: le società offshore, i cui beneficiari erano Zelensky e alcuni membri del centro di produzione dei programmi televisivi comici Kvartal 95 (Quartiere 95), hanno potuto ricevere 40 milioni di dollari da aziende legate all’oligarca Kolomoyskyi a partire dal 2012, quando il Kvartal 95 ha iniziato a collaborare con il canale televisivo 1+1 (lo stesso dove andava in onda la serie Servitore del popolo con Zelensky protagonista). Secondo i dossier, nel 2012, i dirigenti e i membri del centro di produzione dei contenuti televisivi e cinematografici Kvartal 95 hanno costituito oltre una decina di società nelle Isole Vergini britanniche, in Belize e a Cipro. Centrale, in questa rete, la società Maltex Multicapital Corp., posseduta in parti uguali dalle società offshore di Volodymyr Zelensky e sua moglie, dei fratelli Serhiy e Borys Shefir, cofondatori del Kvartal 95 e del regista Andriy Yakovlev.
Ma c’è un altro aspetto sul quale anche i sostenitori accaniti del presidente ucraino non riescono più a trovare giri di parole per negare la realtà. Le armi inviate dall’Occidente in Ucraina si disperdono in mille pericolosi rivoli, come scritto più volte sulla Verità. Questa volta è il network americano Cbs a ricostruire i fatti, salvo poi doverli in parte «addolcire», su richiesta di una piccata Ucraina agli amici Usa, aggiungendo che «da aprile a oggi la realtà è migliorata». Comunque esaminiamola, questa realtà «in miglioramento».
La maggior parte dei rifornimenti militari chiesti a gran voce da Zelensky si dirige verso il confine con la Polonia, dove gli alleati della Nato cercano di farli giungere nelle mani dei funzionari ucraini. La Cbs ha intervistato Jonas Ohman, fondatore e Ceo di Blue Yellow, un’organizzazione con sede in Lituania che ha fornito alle unità in prima linea aiuti militari in Ucraina dall’inizio del conflitto con i separatisti sostenuti dalla Russia nel 2014. Ad aprile, ha stimato che solo il «30-40%» dei rifornimenti in arrivo attraverso il confine ha raggiunto la destinazione finale. Chi consegna le armi deve fare i conti con intermediari inaffidabili come «signori della guerra, oligarchi, attori politici», ha rivelato Ohman.
A esporsi con la Cbs sul pericolo che le armi finiscano in cattive mani è stato anche Andy Millburn, colonnello della Marina degli Stati Uniti in pensione, che ha prestato servizio in Iraq e Somalia e ha fondato il Mozart Group, che addestra i soldati ucraini in prima linea. Millburn ha descritto un’altra difficoltà: «Per le forniture serve organizzazione. Ma se la tua possibilità di agire si ferma al confine ucraino è normale che gli aiuti non arrivino dove devono arrivare». In definitiva, se l’Occidente fornisce armi ma non ha controllo su tutti i passaggi di mano in mano, è logico che chiunque riesca a impossessarsene. Del resto, situazioni analoghe si sono verificate in Afghanistan o in Iraq, come ricorda Donatella Rovera di Amnesty international, che monitora le violazioni dei diritti umani in Ucraina. «Abbiamo visto arrivare armi nel 2003 con l’invasione Usa dell’Iraq e poi, nel 2014, l’Isis ha rilevato le scorte destinate alle forze irachene». La stessa Amnesty international, nei giorni scorsi, ha detto con chiarezza che gli ucraini, installando basi militari anche all’interno di scuole e ospedali, hanno reso civili inermi bersaglio degli attacchi russi. Sui rilievi di un soggetto accreditato come Amnesty non possono esserci sospetti di parzialità, dunque è comprensibile l’agitazione di Zelensky per questo autorevole colpo alla sua immagine.
Kiev: «Zaporizhzhia è stata minata». E l’Onu teme il «suicidio nucleare»
Sul giorno di guerra numero 177 si stagliano le nuvole nere del pericolo nucleare, visto quanto sta accadendo attorno alla centrale di Zaporizhzhia. Secondo la società statale ucraina che gestisce il comparto, Energoatom: «Le truppe russe hanno piazzato mine intorno ai generatori di Zaporizhzhia». Inoltre, secondo quanto riportato dal quotidiano Kyiv Independent, che ha avuto accesso a informazioni dell’intelligence ucraina, «un generale russo avrebbe avvertito le sue truppe che Mosca valuta di far saltare in aria l’impianto, in caso non riuscisse a mantenerne il controllo».
Che la situazione attorno alla centrale nucleare sia sempre più grave lo si capisce dalle parole di Petro Kotin, capo dell’agenzia nucleare ucraina Energoatom, che ha chiesto «la creazione di una zona demilitarizzata». Mentre il ministro della Salute romeno, Alexandru Rafila, ha allertato la popolazione under 40, invitandola a fare scorta di compresse allo iodio. In questo contesto, sembra cadere nel vuoto l’appello del segretario generale dell’Onu, António Guterres, affinché si fermi ogni operazione militare «suicida» contro le centrali.
E i russi, che dicono a proposito? Per il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konanshenkov, citato dalla Tass, «sono state ridotte le attività di alcuni reattori a Zaporizhzhia per motivi di sicurezza. Per prevenire incidenti il personale tecnico ha ridotto la produzione dei reattori 5 e 6 a 500 megawatt». Sul tema è intervenuto anche l’ambasciatore russo presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, che a Ria Novosti ha dichiarato: «Alla Russia interessa che l’Aiea abbia informazioni su Zaporizhzhia, viste le azioni criminali di Kiev».
Ieri le truppe ucraine hanno nuovamente bombardato il ponte Antonovski, alla periferia di Kherson, ritenuto strategico per i rifornimenti, visto che è l’unico che collega la città alla sponda meridionale del fiume Dnepr e al resto della regione. Mentre Mosca ha dichiarato di aver ucciso 250 soldati ucraini in tre raid nella regione di Kharkiv.
Sul fronte della crisi alimentare, la nave Sacura, battente bandiera liberiana, è stata autorizzata a partire dal porto ucraino di Yuhzny con un carico di 11.000 tonnellate di soia ed è diretta a Ravenna. Come scritto nel comunicato della delegazione dell’Onu presso il centro istituito a Istanbul, è stata autorizzata anche la partenza dal porto di Chornomorsk della nave Arizona, che è diretta nella località turca di Iskenderun con un carico di oltre 48.000 tonnellate di grano. Le navi faranno tappa a Istanbul. La speranza è che non facciano la fine della nave mercantile Razoni, la prima carica di grano a lasciare l’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. Il cargo, partito lunedì con a bordo oltre 26.000 tonnellate di mais non è mai attraccato a Tripoli (Libano), come da itinerario. Secondo l’ambasciata ucraina a Beirut, il rinvio è dettato da motivi commerciali: «L’arrivo della prima nave carica di mais da Odessa sarà ritardato. Siamo in attesa della conclusione dei negoziati a livello commerciale», ha riferito su Twitter Ihor Ostash, ambasciatore ucraino in Libano.
Nel frattempo la Russia, secondo quanto riporta El Mundo (che a sua volta cita la televisione finlandese Yle), starebbe bruciando il gas in eccesso, che non esporta in Europa. Mentre il Pentagono ha annunciato una nuova tranche di aiuti militari da 1 miliardo di dollari. A Kiev altri lanciarazzi Himars, missili anticarro portatili Javelin e relative munizioni. Infine, dalla Banca mondiale arriveranno aiuti per 4,5 miliardi.
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Dopo l’accusa di Amnesty sull’uso di scudi umani, Die Welt riapre i Panama Papers. E Cbs punta il dito sugli aiuti militari.Kiev: «Zaporizhzhia è stata minata». E l’Onu teme il «suicidio nucleare». Mosca: «Fermi alcuni reattori». Dal Pentagono un altro miliardo alle truppe ucraine.Lo speciale comprende due articoli. L’immagine di Volodymyr Zelensky rappresentato come un eroe che combatte la corruzione e l’evasione inizia a perdere smalto e diversi, importanti media occidentali aprono gli occhi sui lati oscuri del presidente senza macchia. È il tedesco Die Welt a rilanciare la notizia che il giornalismo investigativo, a Kiev e dintorni, non è di gradimento. Soprattutto se parla di rivelazioni sui conti offshore del «servitore del popolo». Il quotidiano si interroga sul perché il documentario Offshore 95, preparato già dal 2021 da una rete di giornalisti di inchiesta ucraini denominata Slidstvo.info, abbia subito continui boicottaggi finendo per essere insabbiato. Il film, la cui prevista presentazione al teatro Little opera di Kiev non ha mai avuto luogo per continue cancellazioni, è basato sui Pandora Papers, oltre 11 milioni di documenti trapelati da fornitori di servizi finanziari. La rete internazionale di giornalisti investigativi dei Pandora Papers ha iniziato a pubblicare rivelazioni, il 3 ottobre 2021, sui conti offshore di centinaia di funzionari governativi in tutto il mondo, inclusi 35 leader mondiali. Volodymyr Zelensky ha uno spazio notevole: a lui sono riservati ben 2,9 terabyte di quelle informazioni. Ora la stampa tedesca si ricorda che, forse, un’occhiata a quel documento andava data, quantomeno per capire se il pulpito dal quale il presidente ucraino parla della lotta alla corruzione fosse adatto alle sue continue prediche. I documenti dell’inchiesta Pandora Papers - Die Welt ricostruisce la vicenda - hanno parzialmente confermato uno schema attraverso il quale le aziende dell’oligarca Ihor Kolomoyskyi hanno trasferito denaro alle società offshore appartenenti a Volodymyr Zelenskyi e al suo «cerchio magico». Nei Pandora Papers i giornalisti di Slidstvo.info hanno trovato conferma alle informazioni già pubblicate ai tempi della campagna elettorale per le presidenziali, nel 2019. Per riassumere la complessità di ciò che accadeva: le società offshore, i cui beneficiari erano Zelensky e alcuni membri del centro di produzione dei programmi televisivi comici Kvartal 95 (Quartiere 95), hanno potuto ricevere 40 milioni di dollari da aziende legate all’oligarca Kolomoyskyi a partire dal 2012, quando il Kvartal 95 ha iniziato a collaborare con il canale televisivo 1+1 (lo stesso dove andava in onda la serie Servitore del popolo con Zelensky protagonista). Secondo i dossier, nel 2012, i dirigenti e i membri del centro di produzione dei contenuti televisivi e cinematografici Kvartal 95 hanno costituito oltre una decina di società nelle Isole Vergini britanniche, in Belize e a Cipro. Centrale, in questa rete, la società Maltex Multicapital Corp., posseduta in parti uguali dalle società offshore di Volodymyr Zelensky e sua moglie, dei fratelli Serhiy e Borys Shefir, cofondatori del Kvartal 95 e del regista Andriy Yakovlev. Ma c’è un altro aspetto sul quale anche i sostenitori accaniti del presidente ucraino non riescono più a trovare giri di parole per negare la realtà. Le armi inviate dall’Occidente in Ucraina si disperdono in mille pericolosi rivoli, come scritto più volte sulla Verità. Questa volta è il network americano Cbs a ricostruire i fatti, salvo poi doverli in parte «addolcire», su richiesta di una piccata Ucraina agli amici Usa, aggiungendo che «da aprile a oggi la realtà è migliorata». Comunque esaminiamola, questa realtà «in miglioramento». La maggior parte dei rifornimenti militari chiesti a gran voce da Zelensky si dirige verso il confine con la Polonia, dove gli alleati della Nato cercano di farli giungere nelle mani dei funzionari ucraini. La Cbs ha intervistato Jonas Ohman, fondatore e Ceo di Blue Yellow, un’organizzazione con sede in Lituania che ha fornito alle unità in prima linea aiuti militari in Ucraina dall’inizio del conflitto con i separatisti sostenuti dalla Russia nel 2014. Ad aprile, ha stimato che solo il «30-40%» dei rifornimenti in arrivo attraverso il confine ha raggiunto la destinazione finale. Chi consegna le armi deve fare i conti con intermediari inaffidabili come «signori della guerra, oligarchi, attori politici», ha rivelato Ohman. A esporsi con la Cbs sul pericolo che le armi finiscano in cattive mani è stato anche Andy Millburn, colonnello della Marina degli Stati Uniti in pensione, che ha prestato servizio in Iraq e Somalia e ha fondato il Mozart Group, che addestra i soldati ucraini in prima linea. Millburn ha descritto un’altra difficoltà: «Per le forniture serve organizzazione. Ma se la tua possibilità di agire si ferma al confine ucraino è normale che gli aiuti non arrivino dove devono arrivare». In definitiva, se l’Occidente fornisce armi ma non ha controllo su tutti i passaggi di mano in mano, è logico che chiunque riesca a impossessarsene. Del resto, situazioni analoghe si sono verificate in Afghanistan o in Iraq, come ricorda Donatella Rovera di Amnesty international, che monitora le violazioni dei diritti umani in Ucraina. «Abbiamo visto arrivare armi nel 2003 con l’invasione Usa dell’Iraq e poi, nel 2014, l’Isis ha rilevato le scorte destinate alle forze irachene». La stessa Amnesty international, nei giorni scorsi, ha detto con chiarezza che gli ucraini, installando basi militari anche all’interno di scuole e ospedali, hanno reso civili inermi bersaglio degli attacchi russi. Sui rilievi di un soggetto accreditato come Amnesty non possono esserci sospetti di parzialità, dunque è comprensibile l’agitazione di Zelensky per questo autorevole colpo alla sua immagine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tra-conti-offshore-e-armamenti-dispersi-zelensky-non-e-piu-leroe-senza-macchia-2657829189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-zaporizhzhia-e-stata-minata-e-lonu-teme-il-suicidio-nucleare" data-post-id="2657829189" data-published-at="1659987280" data-use-pagination="False"> Kiev: «Zaporizhzhia è stata minata». E l’Onu teme il «suicidio nucleare» Sul giorno di guerra numero 177 si stagliano le nuvole nere del pericolo nucleare, visto quanto sta accadendo attorno alla centrale di Zaporizhzhia. Secondo la società statale ucraina che gestisce il comparto, Energoatom: «Le truppe russe hanno piazzato mine intorno ai generatori di Zaporizhzhia». Inoltre, secondo quanto riportato dal quotidiano Kyiv Independent, che ha avuto accesso a informazioni dell’intelligence ucraina, «un generale russo avrebbe avvertito le sue truppe che Mosca valuta di far saltare in aria l’impianto, in caso non riuscisse a mantenerne il controllo». Che la situazione attorno alla centrale nucleare sia sempre più grave lo si capisce dalle parole di Petro Kotin, capo dell’agenzia nucleare ucraina Energoatom, che ha chiesto «la creazione di una zona demilitarizzata». Mentre il ministro della Salute romeno, Alexandru Rafila, ha allertato la popolazione under 40, invitandola a fare scorta di compresse allo iodio. In questo contesto, sembra cadere nel vuoto l’appello del segretario generale dell’Onu, António Guterres, affinché si fermi ogni operazione militare «suicida» contro le centrali. E i russi, che dicono a proposito? Per il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konanshenkov, citato dalla Tass, «sono state ridotte le attività di alcuni reattori a Zaporizhzhia per motivi di sicurezza. Per prevenire incidenti il personale tecnico ha ridotto la produzione dei reattori 5 e 6 a 500 megawatt». Sul tema è intervenuto anche l’ambasciatore russo presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, che a Ria Novosti ha dichiarato: «Alla Russia interessa che l’Aiea abbia informazioni su Zaporizhzhia, viste le azioni criminali di Kiev». Ieri le truppe ucraine hanno nuovamente bombardato il ponte Antonovski, alla periferia di Kherson, ritenuto strategico per i rifornimenti, visto che è l’unico che collega la città alla sponda meridionale del fiume Dnepr e al resto della regione. Mentre Mosca ha dichiarato di aver ucciso 250 soldati ucraini in tre raid nella regione di Kharkiv. Sul fronte della crisi alimentare, la nave Sacura, battente bandiera liberiana, è stata autorizzata a partire dal porto ucraino di Yuhzny con un carico di 11.000 tonnellate di soia ed è diretta a Ravenna. Come scritto nel comunicato della delegazione dell’Onu presso il centro istituito a Istanbul, è stata autorizzata anche la partenza dal porto di Chornomorsk della nave Arizona, che è diretta nella località turca di Iskenderun con un carico di oltre 48.000 tonnellate di grano. Le navi faranno tappa a Istanbul. La speranza è che non facciano la fine della nave mercantile Razoni, la prima carica di grano a lasciare l’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. Il cargo, partito lunedì con a bordo oltre 26.000 tonnellate di mais non è mai attraccato a Tripoli (Libano), come da itinerario. Secondo l’ambasciata ucraina a Beirut, il rinvio è dettato da motivi commerciali: «L’arrivo della prima nave carica di mais da Odessa sarà ritardato. Siamo in attesa della conclusione dei negoziati a livello commerciale», ha riferito su Twitter Ihor Ostash, ambasciatore ucraino in Libano. Nel frattempo la Russia, secondo quanto riporta El Mundo (che a sua volta cita la televisione finlandese Yle), starebbe bruciando il gas in eccesso, che non esporta in Europa. Mentre il Pentagono ha annunciato una nuova tranche di aiuti militari da 1 miliardo di dollari. A Kiev altri lanciarazzi Himars, missili anticarro portatili Javelin e relative munizioni. Infine, dalla Banca mondiale arriveranno aiuti per 4,5 miliardi.
I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.
«Non c’è altro tempo per discutere, ora occorre reagire sospendendo il Patto di stabilità». Lo ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy durante Vinitaly 2026.
Angelo Bonelli con Elly Schlein (Ansa)
Il lunedì del «prenda posizione» questa volta è davvero originale perché vede noti mangiapreti come Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Angelo Bonelli vestirsi da chierichetti (ed Elly Schlein da suora) pur di sollecitare, premere, incalzare la maggioranza a fare qualcosa di scontato: difendere papa Leone XIV dalle insolenti parole di Donald Trump.
Tutti reduci dalla notte dell’Innominato, tutti in processione con i ceri al posto dei vessilli della Cgil. La scena è singolare, i teologi usciti dal comitato centrale mettono perfino tenerezza. Bonelli parla di blasfemia con la giugulare gonfia neanche fosse un allievo di don Baget Bozzo: «Giorgia Meloni augura buon viaggio al Papa in Africa ma tace vergognosamente sulla blasfemia di Trump. Da cattolico sono indignato. Meloni richiami l’ambasciatore Usa e pretenda le scuse formali». Il leader di Avs è così disturbato da scambiare la premier per una papessa o per il cardinale Pietro Parolin, attribuendole doveri di supplenza nella diplomazia vaticana.
Il fastidio degli adoratori dei sassi dell’Adige è curiosamente determinato dal tono della solidarietà di Giorgia Meloni al pontefice, ritenuto troppo poco papalino. «Desidero rivolgere al Papa il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa», aveva vergato in mattinata la premier. «Possa il Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace nel solco tracciato dai suoi predecessori». Non essendoci la parola «Trump» si era scatenata la bagarre.
Così Meloni ha ritenuto di precisare qualche ora più tardi: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione fosse chiaro, ma lo ribadisco. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». La polemica dell’opposizione è palesemente strumentale anche perché lo stesso tono istituzionale utilizzato da palazzo Chigi percorre l’augurio di Sergio Mattarella: non nomina mai la Casa Bianca ma nessuno si permette di «vergognarsi».
La processione continua. Nicola Zingaretti sgomita per mostrarsi in prima fila sul sagrato: «Non siamo di fronte a una divergenza politica ma a un tentativo esplicito di piegare l’autorità morale a una logica di propaganda. Noi stiamo con il Papa». E ci mancherebbe. Con un dettaglio inedito: è la prima volta. Perché a fungere oggi da guardie svizzere sono gli stessi leader politici schierati da anni e in modo ferreo con l’aborto «senza se e senza ma», con l’utero in affitto e i bambini comprati nelle fiere, con l’eutanasia come ultima allegra scampagnata. Punti fermi dell’ideologia progressista che vedono il pontefice da 2.000 anni sull’altro fronte. Perfino più vicino, nei valori non negoziabili, a Trump che a loro.
Elly Schlein da sempre ripete: «Non sono credente, sono laica». Ma non potendo farsi sorprendere dagli autonominati «catechisti per un giorno» decide di indossare il velo con buone ragioni: «Insultare il Papa per il suo fortissimo richiamo alla pace, al dialogo e alla dignità umana è un atto gravissimo che rivela fino in fondo la cultura della sopraffazione di chi non tollera voci libere». Tra i finti flagellanti c’è anche Matteo Renzi in fiocchetto e bermuda da capo scout. È meraviglioso vedere prìncipi e vestali del laicismo anticlericale aggrapparsi alla veste bianca per opportunismo politico. «I Trump passano, i papi restano. Ma non c’è nessuno che sventolava il cappellino Maga che oggi avverta il bisogno di stigmatizzare l’attacco della Casa Bianca? Tajani è ancora a Cologno Monzese a rapporto? Salvini potrà mai ritrovare la favella?».
Sempre concentrato su se stesso, il poco credibile prevosto di Italia viva si era dimenticato di aprire la homepage di tutti i siti. Matteo Salvini: «Se c’è una persona che si sta spendendo sul tema della pace e sulla soluzione del conflitto è papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale di miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Antonio Tajani: «Nutro grandissimo rispetto nei confronti del Papa; è un uomo forte, determinato, parla di fede e di pace dal primo giorno. Condivido profondamente il suo pensiero». Maurizio Lupi (Noi Moderati): «Solidarietà piena al pontefice dopo le inopportune parole di Trump. In un tempo pieno di incertezze e irrazionalità è ancora una volta la Chiesa a indicare la via».
Tutto rientrato nell’alveo di un’intelligente normalità? No, perché quando arriva il vespro si materializza Giuseppe Conte. «Le parole del Papa sono la migliore reazione agli inqualificabili attacchi di Trump. Però Meloni, madre cristiana, ancora non si è schierata. Prenda posizione». Lo ha fatto due volte, ma nell’oratorio del centrosinistra la realtà è un optional.
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Trump nei panni di Gesù nell'immagine postata su Truth (Ansa)
E non perché noi abbiamo perso il senso dell’umorismo, ma perché a un certo punto, ci sia consentito dirlo con sfumatura nazional-populista, anche basta. Non ci sono mai piaciuti i discorsi pregiudizialmente ostili a The Donald, e anzi per l’uomo abbiamo nutrito inizialmente una certa simpatia. Dopo tutto aveva cominciato piuttosto bene, picconando il woke e presentandosi come il presidente della pace. Certo, non ha risolto il conflitto ucraino in 24 ore come promesso, ma che quella fosse una esagerazione da comizio lo sapeva perfino lui: l’importante era offrire segnali distensivi sulla Russia. Abbiamo tollerato certe sue uscite di pessimo gusto come i video propagandistici su Gaza trasformata in una sorta di nuova Dubai perché poco dopo si era prodigato per ottenere una sottospecie di tregua al massacro (un rallentamento dei bombardamenti era meglio che niente). Abbiamo perfino compreso la ratio dei dazi, per quanto rischiassero di mettere in difficoltà l’economia europea, perché in fondo il gioco sporco della Germania sulle esportazioni era noto e negli anni aveva danneggiato pure noi. E comunque le politiche green europee erano decisamente peggio delle gabelle americane. Abbiamo portato pazienza sull’attacco al Venezuela. Maduro non piaceva a nessuno, e in quel caso l’uso della forza era circoscritto, la strategia era piuttosto chiara e gli obiettivi sono stati velocemente raggiunti. Poi però è arrivato l’attacco all’Iran. E avrà pure qualche ragione, come sostengono certi strenui difensori di Washington, ma ogni tanto bisognerebbe anche ricordarsi che gli alleati vanno trattati con rispetto. Un rispetto per lo meno uguale a quello che gli Usa riservano a Israele. Invece Trump si è imbarcato in una impresa che i suoi più lungimiranti collaboratori gli avevano presentato come complessa e preferibilmente evitabile. Lo ha fatto a nostro danno, senza offrire nulla in cambio e senza un orizzonte chiaro. Sarà anche vero che lo scopo è colpire la Cina, ma se a farne le spese devono essere gli europei, beh allora anche no, grazie. E saranno brutti e cattivi gli ayatollah, come no. Però, di nuovo, occorre avere un po’ di rispetto. Dichiarare che «un’intera civiltà morirà stanotte» non è retorica bellica, è una aberrazione che dovrebbe suscitare vergogna, se non altro perché rende l’Occidente (o presunto tale) esattamente uguale ai nemici che dice di voler combattere in nome della libertà. In ogni caso, non si è trattato solo dell’Iran, ma pure del Libano. È stata lasciata mano libera a Benjamin Netanyahu, dalla cui brama di annientamento sinceramente non vorremmo essere né contagiati né sfiorati. Il Trump che si voleva presidente della pace è morto, sepolto sotto le bombe israeliane e sotto le stupidaggini proferite da certi consiglieri in fase di eccitazione militare. Adesso tocca al Papa. Il quale, con tutta evidenza, fa infuriare Donald perché non è controllabile e a differenza dei rappresentanti delle Chiese di Stato può agire senza condizionamenti politici. Trump, in escalation mistica, prima si finge Spirito santo sostenendo di averlo fatto eleggere. Poi si tramuta in Martin Lutero e lo copre di insulti perché osa parlare di pace. Infine si paragona a Cristo e si fabbrica da solo sui social ritratti da venerare. Non sappiamo se qualche svalvolato pastore evangelico o qualche bellicoso protestante-sionista abbia convinto il presidente di essere un nuovo Messia. Di certo nelle sue azioni si legge una buona dose di esaltazione apocalittica, emerge l’antico vizio dei puritani che si credevano i soli illuminati da Dio, investiti dalla missione sacra di redimere il mondo. Ma poco importa: Trump dovrebbe sapere che chi si crede il Messia ritornato, di solito, non fa una bella fine, e il più delle volte porta alla rovina un bel po’ di innocenti. Si, lo ammettiamo: Donald ci è stato simpatico, tempo fa. Ma adesso (non da oggi) ci suscita un solo commento: anche basta.
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