
Trent’anni dopo e briciole abbiamo il privilegio di osservare in diretta la demolizione (responsabili del cantiere Donald Trump e Elon Musk) dell’inquietante castello nero del risentimento, l’oscuro maniero, la Mordor dell’intelletto da cui hanno dominato i fautori del politicamente corretto, i dannati maestri della cultura della cancellazione. Quando pubblicò il suo capolavoro, nel 1994, Harold Bloom - forse il più importante critico letterario della modernità - poteva soltanto immaginare quale mostruoso potere avrebbe assunto la masnada che aveva ribattezzato, appunto, «scuola del risentimento». Le guerre culturali erano ancora di là da venire, la rimodulazione del linguaggio era soltanto agli inizi e il «totalitarismo del bene» sembrava ancora una moda fastidiosa ma forse passeggera. Tuttavia Bloom appariva giustamente pessimista, e individuava con precisione vizi che sarebbero divenuti cancri. Ecco perché, trent’anni dopo, se si vuole capire qualcosa dell’Occidente e della sua cultura, e pure se si vuole comprendere che diamine stia accadendo oggi negli Usa e altrove, occorre leggere il Canone occidentale, che opportunamente ritorna ora in libreria per Bur in una nuova e bella edizione. Sì, un volume di critica letteraria, esatto. Un libro denso in cui Bloom mette in fila i 26 scrittori che, secondo il suo illustre parere, occorre leggere per capire da dove diamine veniamo. Quasi tutto ciò che occorre sapere sulla nostra civiltà acciaccata sta lì dentro. Ci sono ovviamente Dante e Shakespeare, e poi Walt Whitman e Lev Tolstoj, ma anche Fernando Pessoa e Virginia Woolf. Bloom celebra il genio dei singoli autori, e dunque l’individuo, magnifica e controversa creazione tutta occidentale. Ma riconosce al contempo il fondamentale legame con il passato e la tradizione, un rapporto problematico che diviene «angoscia dell’influenza». Ogni grande opera deve per forza relazionarsi con i colossi che l’hanno preceduta, per divorarli e digerirli, per superarli e al contempo riconoscerne la necessità. Senza che questo processo serva ad altro che alla creazione di meraviglia, di arte.
Non per nulla Bloom dedica il suo Canone al lettore comune, all’uomo del popolo, quello che legge per piacere e amore del libro. Non certo agli accademici, all’élite culturale. Anzi, di quest’ultima (e non «da destra») dipinge un ritratto devastante, infierendo in particolar modo su quelli che oggi chiamiamo woke. «Dopo una vita trascorsa a insegnare Letteratura in una delle maggiori università americane, ho poca fiducia nella possibilità che l’istruzione letteraria sopravviva al suo attuale malessere», sospira Bloom. «Iniziai la mia carriera didattica oltre cinquant’anni fa in un contesto accademico in cui predominavano le idee di T.S. Eliot, idee che mi mandavano su tutte le furie e contro le quali ho lottato con tutte le mie forze. Oggi mi ritrovo circondato da professori di hip-hop, da cloni della teoria gallico-germanica, dagli ideologi del genere e di vari credi sessuali, da innumerevoli multiculturalisti, e mi rendo conto che la balcanizzazione degli studi letterari è irreversibile. Tutti costoro, pieni di risentimento verso il valore estetico della letteratura, non stanno certo per scomparire, anzi alleveranno altri risentiti istituzionali».
Eccola qui la «scuola del risentimento» divisa in sei rami: femministe, marxisti, lacaniani, neostoricisti, decostruzionisti, semioticisti. Gente che, a ben vedere, non ama la letteratura e disprezza l’arte. «Pur essendo sconcertante, la ragione precisa per cui gli studiosi di letteratura si sono trasformati in politologi dilettanti, sociologi malinformati, antropologi incompetenti, filosofi mediocri e storici culturali sovradeterminati non è impossibile da individuare», scrive Bloom. «Costoro nutrono risentimento nei confronti della letteratura, oppure se ne vergognano, o semplicemente non sono per nulla amanti della lettura. Per loro, leggere una poesia, un romanzo o una tragedia shakespeariana è un esercizio di contestualizzazione, ma non nel senso ragionevole di circoscrivere antecedenti adeguati».
L’élite culturale detesta il «lettore comune» proprio perché quest’ultimo «non legge per trarre un facile piacere o espiare colpe sociali, bensì per ampliare un’esistenza solitaria», continua Bloom. «L’ambiente accademico ha assunto caratteristiche così incredibili che un illustre critico ha denunciato quel tipo di lettore, sostenendo che leggere senza uno scopo sociale costruttivo era immorale ed esortandomi a rieducarmi mediante un’immersione negli scritti di Abdul Jan Mohammed, un leader della scuola del materialismo culturale di Birmingham (Inghilterra). Essendo incline a leggere qualsiasi cosa, gli ho obbedito, ma non ho trovato la salvezza».
L’unico criterio di selezione - in sintesi- è la bellezza, che l’Occidente ha rinnegato buttandola a mare assieme all’ordine, alla gerarchia e all’autorità. Nei college e nelle università americane e europee, nota Bloom, sembra che l’unico pensiero sia quello di demolire la tradizione non per rinnovarla ma per vendicarsi dei «maschi bianchi morti», del patriarcato e delle ingiustizie sociali, inserendo nel novero delle opere rilevanti quelle di autori che contano non per la loro grandezza ma per la loro identità.
Per questo nell’Accademia tutti i criteri estetici e gran parte di quelli intellettuali «vengono abbandonati in nome dell’armonia sociale e della riparazione delle ingiustizie storiche. Sul piano pragmatico, l’espansione del Canone è coincisa con la distruzione del Canone, poiché gli insegnamenti proposti non comprendono affatto gli scrittori più bravi - che, guarda caso, sono donne, africani, ispanici o asiatici bensì gli autori che hanno ben poco da offrire oltre al risentimento sviluppato come parte del loro senso di identità. In quel risentimento non vi sono né singolarità né originalità, e anche se ve ne fossero, non basterebbero a creare eredi dello Jahvista e di Omero, di Dante e Shakespeare, di Cervantes e Joyce».
Secondo Bloom, «o esistono valori estetici o esistono solo sovradeterminazioni di razza, classe e sesso. Dovete scegliere», insiste il critico, «poiché, se credete che tutto il valore attribuito a poesie, drammi, storie e romanzi sia solo una mistificazione al servizio della classe dominante, perché dovreste leggere anziché continuare a servire i disperati bisogni delle classi sfruttate? L’idea di aiutare gli offesi e i feriti leggendo a qualcuno della sua origine anziché leggendogli Shakespeare è una delle illusioni più strambe mai promosse dalle o nelle nostre scuole».
Trent’anni dopo, questa fatale illusione ha mietuto vittime e ha quasi distrutto la cultura occidentale. Il Canone però resta ancora più che mai valido, e non ha bisogno di integrazioni.
Perché non è l’opera di un critico, per quanto potente, ma la sintesi del sentire dei popoli che hanno amato la grande letteratura e da essa sono stati in qualche misura creati. Ben prima che a qualche folle «illuminato» venisse in mente di demolire tutto in nome dell’inclusione.




















