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(iStock). Nel riquadro, Natalia Ceccarelli, giudice Corte d’appello di Napoli
Siamo diventati parte di una vera «primavera» e siamo amati dalla gente. Serve un futuro senza correnti e raccomandazioni.
Quando Carmen Giuffrida mi ha chiamato, in una fredda mattina di gennaio, e mi ha proposto di aderire al manifesto di un manipolo di magistrati per il Sì, confesso, ho tentennato. Non per la giustezza dello schieramento - di cui non dubitavo, avendo avuto modo di osservare da vicino le allegre scorribande correntizie - bensì per il timore della lapidazione che, puntuale, si sarebbe abbattuta sul miniclub di kamikaze in gestazione.
Anche alle pietre sono abituata, è vero, ma quelle le schivo (a volte le ricevo) nella ristretta cerchia dei masochisti ascoltatori di Radio Radicale. Ora si trattava di prendersi le pietre dalla folla - ove la propaganda ha salde diramazioni - e, sinceramente, non me la sentivo di lanciarmi nel fango fino al collo, avendo faticato a costruirmi una reputazione. Ma l’incoscienza, si sa, è l’ingrediente di tutte le rivoluzioni. Tra il cuore e la ragione, ha avuto la meglio l’emozione. Ci siamo presentati in 51. Altri si sono aggiunti dopo. Altri si aggiungeranno. Ho conosciuto eroici settantenni e compassate femministe (sarà un ossimoro? Chissà). Un po’ imbranati con lo strumento utilizzato (alcuni più degli altri, eh), ma carichi di una passione capace di alimentare tre generazioni. Abbiamo cominciato a divertirci combattendo e divertendo abbiamo continuato.
L’affetto che avvertiamo intorno a noi crescente ci ispira e ci motiva. Siamo diventati parte di una primavera di cui nessuno dei protagonisti potrà mai dimenticarsi. Comunque vada il referendum, ne sarà valsa la pena. Personalmente ho ritrovato il gusto della colleganza. Sine spe ac metu. Mi piace, poi, l’idea che siamo percepiti più vicini alle persone. Lo sento. Lo so. Per chi ancora non ci conoscesse, provo a descrivere chi siamo, con il divertimento che segue. Grazie a tutti per l’affetto..
Il referendum
al tempo dei social
In questa truculenta campagna referendaria - di scassinamenti costituzionali delle sette chiavi, di agognate sottoposizioni esecutive sadomaso, di demolizioni illegali della democrazia, fatte senza contratto di smaltimento - abbiamo scelto di parlare agli elettori con la leggerezza delle ali della libertà. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Parliamo alle massaie e ai tassisti usando il linguaggio della gente. Conosciamo qualcuno in più dei 400 vocaboli del dottor Nicola Gratteri, e li decliniamo secondo Verità. Spezziamo la riforma come il pane e la distribuiamo a chi vuole capirla, rendendo semplice ciò che appare astruso e comprensibile ciò che appare oscuro.
Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Non siamo attori, cantanti, scrittori e intellettuali. Siamo semplicemente magistrati, sebbene taluno si diletti (e pure bravo) con la chitarra, il canto e la corsa campestre. Ci trovate su tutti i social media, insieme a tutti gli avvocati di buona volontà. Ma ci sono pure commercialisti, meccanici e assistenti giudiziari. Tanta pazienza ci vuole per spazzar via le menzogne. E ce l’abbiamo. Banniamo iettatori, catastrofisti e oscurantisti. Danziamo nella notte intorno al fuoco della ragione. E siamo amati. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Il dramma correntizio non ci piace, preferiamo la commedia all’italiana. Ridiamo molto e molto riflettiamo sulla giustizia e sulle sue disgrazie. Spesso facciamo le pulizie di casa. Apriamo tutte le finestre e sbattiamo i panni all’aria. Non temiamo i microbi della raccomandazione e i batteri dell’autopromozione. Noi siamo immuni. Odoriamo come il culo di un lattante dopo il bagnetto. Splendiamo come la stella del mattino nella prateria.
Danzando ci prepariamo al 25 aprile della magistratura e ci divertiamo. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Non siamo scesi dalla torre d’avorio a incontrar la gente. Semplicemente lì non siamo mai saliti. I piani alti erano tutti occupati. Neanche le briciole cadevano dall’alto. Ci siamo cibati di ghiande e frutti rossi. E abbiamo atteso, in mezzo alla povera gente. La torre ha traballato sotto i colpi della riforma. Abbiamo visto i nostri governanti cadere nel vortice dei non-argomenti, arrampicarsi sui muri dell’irragionevolezza. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì.
Abbiamo una divisa, il testo, e la indossiamo a ogni occasione di confronto. È una divisa semplice, uguale per tutti, essenziale. Cercano di lanciarci contro un’arma che chiamano contesto: ma son «polveri bagnate», perché siamo più forti nella storia e pure nella geografia. I nostri oppositori fuggono indignati, gridando «Vedrai… vedrai». Vedrai che cosa? Boh. Speriamo di vedere l’alba di un nuovo giorno per la magistratura e per i cittadini, senza correnti d’aria e raccomandazioni. Noi siamo i magistrati pop, votiamo Sì. E sapete dove trovarci.
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2026-03-05
La guerra di domani è realtà. Tra droni e mitragliatrici come si preparano i soldati
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La terza edizione dell’Expo week defence a Livorno, organizzata da Extrema Ratio in collaborazione con il Comfose: «Pronti per ogni scenario, ma evitare i conflitti».
A guardarlo da fuori, il mondo delle forze speciali sembra semplice. Non facile, ovviamente, perché le prove sono dure, lo stress continuo, così come l’addestramento. Semplice nel senso che solitamente (e sbagliando parecchio) si pensa unicamente all’addestramento e all’impiego in missione (del resto ne I ragazzi della Folgore, Alberto Bechi Luserna parla proprio dell’«odor di impiego», inteso come il desiderio di essere essere mandati chissà dove nel mondo per fare ciò a cui ci si è preparati per anni). Ma non c’è solo questo. Anzi: il centro di tutto, forse, è lo studio, come certifica l’attività del Comfose, il comando delle forze speciali dell’esercito.
C’è la ricerca e lo sviluppo non solo di nuove armi sempre più performanti, ma anche di tecnologie e di strumenti utili per gli operatori. Affinare sempre di più ciò che si è imparato. Affinare gli strumenti che si ha a disposizione. Questo il mantra.
Tra questi, ci sono i droni, ovviamente. Ma pure tutti quei materiali utili per andare in missione e agire nel migliore dei modi. Occhiali da utilizzare in ogni ambiente, quindi. Coltelli da impiegare come extrema ratio, quando lo scontro diventa ravvicinato e non c’è più via di fuga. Ma anche materiale tecnico per difendersi dalle armi da taglio. E anche, ovviamente, fucili. Non è quindi un caso che Extrema Ratio, marca di coltelli (e non solo) che rifornisce gran parte delle forze armate internazionali, si sia rivolta al Comfose per organizzare tre giorni dedicati al sistema della Difesa, presso il poligono Le Arcate di Collesalvetti in provincia di Livorno, invitando partner come Sig Sauer, Nitecore, Energia Pura, Para jet e Helix. Il meglio delle aziende internazionali che si occupano di sicurezza. Ed è proprio da qui che è partito il comandante del Comfose, il generale di Brigata Carmine Vizzuso: «Grazie alle aziende che hanno aderito all’iniziativa permettendoci di testare il prodotto delle loro continue ricerche atte a migliorare il supporto alle Forze armate. Abbiamo avuto ospiti la cui presenza ha dimostrato il successo dell’evento. Grazie al vice comandante Comfose, Mauro Bruschi, e a tutto il personale che ha collaborato; bravi tutti, sono fiero del lavoro che è stato fatto».

Mauro Chiostri, fondatore di Extrema Ratio e Extrema Ratio Roma, ha invece affermato: «Questa terza edizione di Expo week defence days, (seconda realizzata a Collesalvetti, ndr) ha favorito lo scambio di opinioni, importante per contribuire allo sviluppo tecnologico; ha dato modo alle industrie di collaborare in un unico obiettivo rivolto al miglioramento delle offerte e hanno dato l’opportunità di ottenere un grande risultato che si è rivelato anche con le visite di personalità politiche e militari che hanno apprezzato l’iniziativa ritenendola importante». All’Expo infatti sono transitati tutti i reparti formati da Comfose: il nono reggimento col Moschin, il 185esimo Rao e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Tutti hanno potuto testare i materiali presenti, comprendendo le varie potenzialità degli strumenti che avevano davanti e pure i limiti per poterli migliorare.

In particolare, tra gli stand più visitati quelli di Sig Sauer, azienda americana di armi che, dopo importanti commesse negli Stati Uniti, sta ampliando il proprio volume di affari anche in Italia. Tra i modelli presentati la mitragliatrice Mmg in calibro 338 Norma magnum, Lmg IN calibro 7.62 sia ibrido sia convenzionale e Lmg in calibro 6.8 ibrido. La particolarità dei prodotti Sig oggi risiede sulle Mmg E Lmg e sui calibri ibridi che sono un loro prodotto esclusivo, che consente prestazioni superiori anche del 20-25% in termini di energia rispetto ai calibri convenzionali a parità di peso se non addirittura con pesi ridotti. Va da sé il vantaggio tattico. Ma non solo. Perché una delle caratteristiche dell’expo è quella di valorizzare le aziende italiane, come Neon che sta lavorando a importanti progetti per garantire la sicurezza degli operatori in condizioni climatiche estreme, ed Energia Pura, che ha già in produzione materiali anti taglio (di questi tempi utili anche per i civili, visti i continui attacchi all’arma bianca).
Non sono mancate le visite di personalità politiche e militari a testimoniare l’importanza dell’evento. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, l’eurodeputata Susanna Ceccardi, l’onorevole Paola Chiesa e l’onorevole Chiara La Porta hanno mostrato interesse nel corso della visita agli stand. Mentre il mondo corre spesso all’impazzata verso nuovi conflitti, c’è chi si addestra e si prepara. Con la speranza di non dover utilizzare mai ciò che ha appreso.
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Benito Mussolini con Dino Grandi, ministro della Giustizia e autore dell'«Ordinamento Grandi» che nel 1941 stabilì l'unificazione delle carriere dei magistrati. (Getty Images)
La non separazione delle carriere è un’invenzione del 1941, sopravvissuta al regime e passata alla Repubblica. Quanti la propugnano come «baluardo democratico» stanno abbracciando un retaggio di autoritarismo. Infischiandosene della responsabilità delle toghe.
Il dottor Nicola Gratteri ha fatto una terrificante lista dei votanti Sì al prossimo referendum sulla riforma Nordio: inquisiti, rei mafiosi, massoni, Willy il coyote, lo sceriffo di Nottingham. La signora Elena Schlein in arte Elly ha sottolineato che Casapound vota Sì, quindi alla lista dei reprobi che votano Sì si è aggiunto il fascismo.
In Italia il fascismo è morto da ottant’anni. Lo sappiamo perché lo ripetiamo con regolarità liturgica, insieme al meteo e alle previsioni sul Pil. E tuttavia, come certi parenti imbarazzanti di cui si evita di parlare ma che continuano a occupare la poltrona buona in salotto, alcune sue strutture sono rimaste. Non per nostalgia, guai, ma per una sorta di affetto istituzionale che nessuno osa confessare. Perché in fondo c’è qualcosa della struttura fascista che piace: questo qualcosa è una statalismo che schiaccia il cittadino, che lo riduce a una foglia sbattuta dal vento. Il fascismo fu alleato del nazismo e poté esserlo perché anche il nazismo aveva la stessa struttura, e il nazismo fu alleato del comunismo e poté esserlo perché anche il comunismo aveva la stessa struttura. Il patto Ribbentrop-Molotov fu un ovvio patto tra sue gemelli eterozigoti per usare la definizione che dà il filosofo Alain Besançon nel saggio Novecento, il secolo del male. La mia teoria è, invece, che si sia trattato di padre e figlio, un padre degenere e un figlio ancora più degenere. Nazismo vuol dire nazional socialismo, mentre il socialismo di Lenin era internazionale e sempre socialismo era, e il socialismo è lo Stato che schiaccia il cittadino perché lo Stato socialista è buono per antonomasia.
Come tutti sanno, il mondo si divide in buoni e cattivi e i buoni decidono chi sono i cattivi. Il patto non spartì solamente la Polonia e già questo sarebbe abbastanza ripugnante da generare nelle persone per bene un rifiuto totale per la falce e martello. La spartizione della Polonia significò milioni di ebrei consegnati ai campi di sterminio, significò la distruzione degli intellettuali polacchi e delle strutture gerarchiche polacche, significò lo sterminio di un milione di cattolici polacchi. Il patto includeva anche la fornitura di materie prima che l’Unione Sovietica vendeva alla Germania nazista a prezzi concorrenziali, materie prime grazie alle quali la Germania hitleriana poteva invadere e massacrare. Vorrei ricordare agli sprovveduti che il patto fu rotto da Adolf Hitler in un sussulto di follia: non furono certo i sovietici a tirarsi indietro.
Il riassunto di tutto questo è che sia i fascisti sia i comunisti amano lo statalismo che schiaccia il cittadino. Per questo ci sono strutture fasciste che sopravvivono. La più elegante di queste sopravvivenze è la non separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’invenzione del 1941, concepita in pieno regime e oggi difesa con zelo da chi ama presentarsi come custode esclusivo dell’antifascismo. Ricordo che in Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Anche francesi, belgi tedeschi norvegesi, inglesi eccetera sono rei, inquisiti, mafiosi, massoni, fascisti, sporchi brutti e cattivi? Torniamo alla storia. Nel 1941 il Guardasigilli Dino Grandi mise ordine nella materia con una chiarezza che oggi definiremmo disarmante: la magistratura è un ordine unico, al servizio dello Stato; il pubblico ministero non è antagonista del giudice. Non antagonista. Non controparte. In un sistema che proclamava «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato», l’idea che accusa e giudizio potessero porsi su piani distinti sarebbe parsa un vezzo anglosassone o peggio americano, una debolezza da società litigiosa.
Lo Stato non si contraddice. Lo Stato converge. Accusa e giudice cooperano. L’ordine si afferma. La frattura è sospetta. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando il regime scompare ma l’architettura resta. La Repubblica eredita quella struttura unitaria e la colloca dentro un sistema costituzionale che rende la magistratura indipendente dal potere politico. Un’operazione ardita: conservare il telaio pensato per uno Stato totalizzante e privarlo del centro che lo guidava. Il risultato è una creatura giuridica che non trova molti equivalenti comparabili: un pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide carriera e cultura, partecipa allo stesso autogoverno, esercita un potere incisivo sulla vita dei cittadini - intercettazioni, misure cautelari, iniziativa penale obbligatoria - ma non risponde politicamente a nessuno. Il governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. I sindaci rispondono agli elettori. I dirigenti pubblici rispondono disciplinarmente. I cittadini rispondono penalmente. Il pubblico ministero, quando sbaglia gravemente, fa rispondere lo Stato. Il danno viene risarcito con denaro pubblico, cioè sono gli esausti contribuenti che saranno massacrati, mentre la carriera del magistrato non subirà nessun intoppo.
C’è una buffa regola, che recita che chi sbaglia, paga e chi non paga, sbaglia molto perché tanto non ci rimette niente. È un congegno perfetto: massimo potere, responsabilità pochissima. Una macchina istituzionale che combina autonomia elevatissima e conseguenze personali attenuate. Quando qualcuno propone di separare le carriere, cioè di distinguere negli ordinamenti, chi accusa da chi giudica come avviene nei sistemi liberali classici, si grida al pericolo autoritario. Alla deriva illiberale. Al ritorno delle ombre.
Ed ecco la scena più italiana di tutte: si difende come baluardo democratico un impianto concepito per ridurre la dialettica liberale nel processo. Si brandisce l’antifascismo per proteggere una soluzione nata nel 1941. Nei sistemi liberali decenti, l’accusa o è separata dal giudice, oppure è collocata sotto un indirizzo politico che risponde agli elettori. Nei sistemi autoritari novecenteschi, al contrario, la magistratura era concepita come organo unitario dello Stato: accusa e giudizio come funzioni convergenti di un medesimo potere. L’Italia ha scelto una via tutta sua: ha mantenuto l’unità delle carriere, ma senza subordinazione gerarchica all’esecutivo e senza una netta separazione ordinamentale. Ha conservato la struttura dell’unità eliminando il centro politico che la teneva insieme.
Il problema non è l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto. Il problema è l’asimmetria tra forza e responsabilità. Ogni potere democratico vive di equilibrio: autorità e conseguenza, decisione e controllo. Quando la prima cresce e la seconda si assottiglia, l’architettura non crolla, si inclina. E un’inclinazione istituzionale non fa rumore: si percepisce col tempo, come un pavimento leggermente storto che costringe i mobili a scivolare sempre nella stessa direzione. Non serve evocare fantasmi. Basta leggere il 1941 e guardare il 2026. Il fascismo non ritorna. Il fascismo, in certe sue soluzioni tecniche, non se n’è mai andato. È evidente che i nipoti, bisnipoti e cugini di primo e secondo grado del mai veramente defunto compagno Stalin aborrano la separazione delle carriere. La vera abilità retorica sta nel chiamare questa permanenza in una struttura squisitamente fascista «progresso». E nel convincersi che ogni richiesta di equilibrio sia un attentato alla democrazia.
È una specialità nazionale: trasformare un’anomalia in un totem e poi difenderlo con fervore morale. Con aria severa. Con tono pedagogico dei buoni che spiegano ai cattivi perché sono cattivi, in nome della libertà e dell’antifascismo. I cattivi ne hanno abbastanza. E ora il momento è venuto di occuparsi dell’ultima roccaforte di uno statalismo assoluto fasciocomunista, di poteri enormi associati al totale azzeramento delle responsabilità: sto parlano dei servizi sociali.
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Giovanni Bachelet (Imagoeconomica). Nel riquadro, il post in cui dà dei cessi a chi voterà Sì
Giovanni Bachelet la fa fuori dal vaso. Deliri all’incontro pubblicizzato dalla Diocesi di Milano.
Svolta trash per i maggiorenti del fronte contrario alla riforma della giustizia: per schernire il neonato comitato dei sanitari per il Sì, Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No ed ex deputato Pd, ha pensato bene di accomunarlo alla foto di un wc (e di un bidet). Si dice che quando si è a corto di argomenti, il «bene-rifugio» sia l’insulto gratuito. E dare sostanzialmente dei «cessi» agli avversari politici e di pensiero non può essere altrimenti catalogato se non come insulto.
A stigmatizzare quanto accaduto è Nicolò Zanon, presidente del Comitato Sì riforma ed ex vicepresidente della Corte costituzionale. «Sto per partecipare a un convegno in cui si darà notizia della nascita di un Comitato di sanitari per il Sì che sostengono la riforma della giustizia», ha spiegato ieri pomeriggio in un video, «oltre 250 professionisti esporranno le ragioni per cui hanno ritenuto di schierarsi a favore del Sì al referendum. Mentre mi stavo organizzando per andare, mi arriva una specie di meme che proviene dal professore Giovanni Bachelet (chiamato da Romano Prodi nel 1995 a coordinare i suoi comitati elettorali e da allora sempre al fianco della sinistra, dalla scuola alle istanze Lgbtq, ndr) . Lui dice: “Nasce il Comitato sanitari per il Sì” e mette una vignetta in cui presenta due sanitari, un water e un bidet. Caro presidente Bachelet, per restare nell’argomento, direi che l’hai fatta proprio fuori dal vaso. E restiamo, quindi, in tema per seguire la tua bella metafora intelligente. Più in generale: ma è mai possibile che voi sostenitori del No dovete sempre disprezzare in questo modo vergognoso gli elettori del Sì? È un problema antropologico, è un problema psicologico? Qual è il vostro problema nei confronti di chi non la pensa come voi», conclude Zanon.
La gaffe di Bachelet è rimasta online qualche ora, prima che lo stesso autore del post social la rimuovesse anche per le numerose contestazioni racimolate sotto la vignetta non proprio satirica. A una di queste, Bachelet ha risposto non certo chiedendo scusa, ma rincarando la dose: «Il mio animo goliardico ha avuto la meglio solo per qualche ora. Prometto che entro un’ora prevarrà il mio animo ecumenico, civile e non violento. Rimuoverò tazza e bidet, che pure sono, indubitabilmente, sanitari: la battuta ci stava». Dare del «cesso» a chi la pensa diversamente è un modo è molto, molto democratico.
Nel frattempo, la Diocesi di Milano dopo aver ospitato sul proprio sito l’annuncio dell’incontro, organizzato ieri dall’associazione di promozione sociale Città dell’uomo, a senso unicissimo visto che parlavano solo esponenti del No (il presidente dell’associazione, Luciano Caimi, nell’introduzione ha più volte ribadito come il sodalizio sia «contrario alla riforma», gli interlocutori hanno ripetutamente parlato di «scasso costituzionale», «il ritorno del vecchio divide et impera», «la realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi»), ha sterzato verso il garantismo proponendo per l’11 marzo un dibattito «a più voci», in Curia a Milano a cura dell’Unione giuristi cattolici.
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