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Tutti sono in fibrillazione per le tariffe annunciate dal presidente degli Stati Uniti. Che non sono frutto di chissà quale follia, ma di un ragionamento molto preciso. Come spiega Alberto Bagnai.
Tutti sono in fibrillazione per le tariffe annunciate dal presidente degli Stati Uniti. Che non sono frutto di chissà quale follia, ma di un ragionamento molto preciso. Come spiega Alberto Bagnai.
La solita fiera all’italiana. Sul caso della grazia a Nicole Minetti ognuno scarica le colpe sull’altro e, alla fine, non ha sbagliato nessuno. Il Quirinale dà la colpa al ministero, il ministero fa cadere le responsabilità sulla Procura generale di Milano, la Procura generale di Milano sostiene di aver fatto tutto bene e riscarica sul Colle. E si riparte da capo.
Secondo il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, «parlare di scaricabarile è fuorviante: ogni istituzione ha operato nel rispetto dei propri ruoli e delle procedure. Il governo non ha alcuna responsabilità. Il ministero della Giustizia ha agito nel pieno rispetto delle norme». Una novità, però, c’è. Il Quirinale ha fatto retromarcia e assolve il ministero della Giustizia, parlando di nuovi accertamenti «d’intesa» con via Arenula. «Quando giunge al Quirinale una domanda di grazia accompagnata da parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia», spiegano dal Colle. «Successivamente sulla stampa sono state prospettate ricostruzioni di condizioni molto diverse. Il presidente ha, dunque, ritenuto necessario chiedere, d’intesa con il ministero della Giustizia, che gli organi giudiziari ne accertassero il fondamento».
Gli approfondimenti riguardano, innanzitutto, la veridicità della sentenza di adozione del bimbo malato e abbandonato in un istituto dai genitori biologici emessa dal giudice di Maldonado nel febbraio 2023 e recepita dal Tribunale per i minorenni di Venezia. A luglio 2024 il tribunale di Venezia ha riconosciuto e dichiarato efficace anche in Italia la sentenza di adozione uruguaiana «pronunciata sul presupposto che il minore si trovava in stato di abbandono sin dalla nascita, con separazione definitiva dai genitori biologici, i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale». I magistrati milanesi, adesso, vogliono verificare se quel presupposto sia veritiero, attraverso chiarimenti su padre e madre naturali: se siano vivi e reperibili, se abbiano mai presentato opposizione all’adozione, acquisendo tutti gli elementi utili a ricostruire la vicenda «sotto il profilo di fatti di rilevanza penale».
I controlli si estendono anche sulla morte violenta dell’avvocata dei genitori biologici e di suo marito, per sapere se coinvolgano in qualche modo Minetti e il suo compagno, Giuseppe Cipriani. I legali di Minetti parlano di «ricostruzioni mediatiche che ne hanno fornito una rappresentazione falsa, non aderente agli atti e gravemente lesiva» e che l’obiettivo adesso è la «piena collaborazione». Poi c’è da controllare di nuovo il certificato penale di Minetti e Cipriani: si vuole appurare che non abbiano procedimenti aperti in Spagna, dove lei ha fatto la deejay per lungo tempo, o in Uruguay, dove lui lavora da oltre trent’anni, anche se è residente negli Emirati Arabi Uniti.
La giustizia uruguaiana ha richiesto un esame approfondito dei registri di entrata e di uscita del nucleo familiare dall’Uruguay. La questione cruciale è se davvero Minetti abbia preso una «radicale distanza dal passato» con una «seria e concreta volontà di riscatto sociale», parole usate dal sostituto procuratore Gaetano Brusa, il magistrato che ha dato parere positivo alla richiesta di grazia. Il procuratore Brusa, con un lungo trascorso da magistrato di sorveglianza e, dunque, esperto di esecuzione delle pene, ha chiesto agli investigatori di raccogliere le testimonianze dei due specialisti, uno del San Raffaele e l’altro dell’ospedale di Padova, interpellati privatamente da Minetti per un parere sulla situazione di salute del figlio adottato e sta anche valutando di disporre una consulenza dopo che i due ospedali hanno fatto sapere che dai loro database non risulta alcun riferimento al bimbo. «È la prima volta che mi accade una cosa del genere in 40 anni di lavoro e non mi va di pensare di essere stato preso in giro, né mi voglio sentir dire di aver fatto provvedimenti lacunosi», sottolinea Brusa, precisando che mai nessuno però dal ministero ha sollevato rilievi alle sue osservazioni. «Ho gestito centinaia di richieste di grazia e a mio avviso il fascicolo era completo».
Gli inquirenti stanno acquisendo i documenti originali sulla procedura di adozione in Uruguay per capire se sia stata regolare o meno. Si attendono anche i risultati del capitolo che riguarda lo stile di vita di Minetti, che ha lavorato per parecchio tempo come pr nei locali di lusso del compagno, con verifiche ad ampio raggio nel Paese sudamericano e a Ibiza, per stabilire se i presupposti per concedere la grazia siano concreti e fondati, oppure fare marcia indietro e ribaltare il parere.
Secondo la tv uruguaiana Telenoche, prima di essere adottato da Minetti, il bambino ha vissuto per due anni, seppur a tempo parziale, con un’altra coppia di Maldonado che puntava alla sua adozione, poi negata dall’Inau (Istituto nazionale per bambini e adolescenti in Uruguay). La coppia smentirebbe, dunque, la tesi che il bambino non avesse alcuna famiglia disponibile ad adottarlo. Questa seconda coppia afferma di aver avviato la procedura di preadozione prima che l’Inau prendesse un’altra decisione.
Ovviamente le opposizioni cavalcano volentieri la questione. Per Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Pd, «Nordio si deve dimettere per mille ragioni».
E il premier, Giorgia Meloni, in conferenza stampa, si stizzisce all’ennesima domanda sul caso: «Ho già risposto. Adesso posso chiedervi ogni tanto di parlare anche di quello di cui io sono responsabile e mi sto occupando? Penso che agli italiani interessi di più sapere che cosa questo governo sta facendo per i loro problemi».
Avrebbe ucciso, da solo, Chiara Poggi, sorella del suo amico Marco, per un rifiuto sessuale. Nell’inchiesta della Procura di Pavia che prova a riscrivere il delitto di Garlasco l’accusa per Andrea Sempio restringe il cerchio, si qualifica, ma non si definisce ancora. L’avviso a comparire per rendere interrogatorio prova ad aggiungere una certa pressione sull’indagato con l’introduzione del movente («il rifiuto di un approccio sessuale») e di due aggravanti: «aver agito con crudeltà» e «per motivi abbietti».
Nella speranza, devono aver valutato gli inquirenti, che proprio durante l’interrogatorio, posto davanti agli elementi raccolti in fase di indagine e direttamente collegati alle nuove accuse, Sempio inciampi. O che, addirittura, possa crollare. Picchi di tensione, d’altra parte, durante gli interrogatori possono giocare brutti scherzi.
Lui, ha spiegato il suo difensore, l’avvocato Liborio Cataliotti, si presenterà, «perché non farlo sarebbe antigiuridico», ma «valuterà a cosa rispondere». Al momento, infatti, la ricostruzione della Procura di Pavia fissata nel capo d’imputazione provvisorio, per quanto suggestiva, appare ancora fumosa. Spariscono potenziali «concorrenti» nell’omicidio (quindi Alberto Stasi, che per l’accusa è fuori dalla scena del crimine, e, come lui, anche tutti gli altri nomi sui quali aveva tentato di incidere il circuito mediatico).
È per questo che il cerchio si è ristretto. La ricostruzione, rispetto al precedente avviso a comparire e ai decreti di perquisizione, ora presenta una dinamica: «Iniziale colluttazione»; colpi reiterati sulla vittima; il trascinamento «verso la porta d’accesso alla cantina»; la spinta «lungo le scale»; altri colpi fino al decesso. Questa parte, che insieme al movente qualifica la ricostruzione, deve trovare fondamento nelle consulenze e nell’incidente probatorio.
Cosa manca? L’arma del delitto: «Colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente», è scritto nel documento. L’oggetto, quindi, non è stato ancora identificato. Nemmeno in via ipotetica. Un vuoto che, non in un interrogatorio, ma in un dibattimento sarebbe terreno per la difesa. Anche la ricostruzione, però, presenta qualche gap: in poche righe si ripete per tre volte la parola «almeno». Il primo step: quando Chiara Poggi prova a reagire, secondo la Procura, Sempio «la colpiva con almeno tre-quattro colpi in regione parieto-temporale sinistra». Secondo step: dopo averla fatta scivolare per le scale, «la colpiva con almeno quattro-cinque colpi in regione parieto-occipitale sinistra». E infine: agendo con «crudeltà» le avrebbe procurato «almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto».
Anche la dinamica, quindi, nonostante le consulenze tecniche, non può ancora dirsi certa. La Procura, però, potrebbe aver deciso di non svelare troppo. Ma la scelta di interrogare l’indagato con le indagini preliminari quasi scadute appare come un tentativo estremo di raccogliere proprio da Sempio qualche elemento che possa piazzare i tasselli mancanti. Se i magistrati in questa fase avessero in mano indizi gravi, concordanti e precisi non l’avrebbero convocato. Avrebbero chiesto, in un procedimento per accuse gravi e con una doppia aggravante, una misura cautelare, oppure l’avrebbero portato a giudizio.
Di certo, l’inchiesta è particolarmente complicata. Le precedenti indagini, scientifiche e tradizionali, hanno trasmesso a chi indaga oggi un quadro confuso e con pochi punti fermi. Scena del crimine devastata, analisi parziali delle macchie di sangue, elementi non valutati, testimonianze contraddittorie e, in alcuni casi, false. Il tutto condito da potenziali condizionamenti ambientali, dalle relazioni corte della Lomellina e, per il procedimento su Sempio archiviato nel 2017, pure dai sospetti di corruzione sulla conduzione delle indagini. Con i carabinieri della «Squadretta», quelli finiti negli atti dell’inchiesta Clean, che davano del tu all’indagato e che hanno perfino trascritto in modo parziale le intercettazioni. Ieri, coincidenza, a Pavia i pm hanno chiuso le indagini dell’inchiesta Clean 3: otto indagati tra politici, imprenditori e altri quattro carabinieri. Il protagonista è un brigadiere in servizio (all’epoca dei fatti) al Nucleo ispettorato del lavoro di Pavia, del quale La Verità si era occupata. «Per anni», secondo le nuove accuse, avrebbe chiesto denaro agli imprenditori «dietro la minaccia di lunghe sospensioni nei cantieri», per la riduzione «di sanzioni» o per «evitare» denunce.
Soldi che sarebbero girati anche per garantire «immunità». Richieste «per migliaia di euro», sotto forma di minacce: «La rovino»; «non vi faccio più lavorare»; «con me non deve sgarrare». Illeciti non solo amministrativi ma, secondo l’accusa, capaci di «alterare anche le attività d’indagine della Procura». Proprio quest’ultimo passaggio è il punto di connessione con le precedenti puntate della saga Clean ma anche con l’inchiesta che a Brescia sta cercando di accertare se per l’archiviazione del fascicolo su Sempio nel 2017 girarono dei soldi.
«C’è un complotto contro il Quirinale». Piero Sansonetti, direttore dell’Unità (sì, non ve ne siete accorti ma lo storico quotidiano comunista, come gli zombi, è tornato dall’oltretomba), non ha dubbi. L’affare Minetti è stato studiato per colpire Sergio Mattarella. Gli autori della losca manovra al momento non sono stati ancora identificati, ma già qualcuno adombra il sospetto che ci sia la manina dei servizi segreti. Magari di quelli russi, che con il presidente della Repubblica hanno un conto aperto, da quando il capo dello Stato paragonò l’invasione dell’Ucraina a quella della Cecoslovacchia da parte di Hitler.
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Stiamo parlando della grazia concessa a Nicole Minetti e del delitto di Garlasco. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro.
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.

