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Tutti sono in fibrillazione per le tariffe annunciate dal presidente degli Stati Uniti. Che non sono frutto di chissà quale follia, ma di un ragionamento molto preciso. Come spiega Alberto Bagnai.
Tutti sono in fibrillazione per le tariffe annunciate dal presidente degli Stati Uniti. Che non sono frutto di chissà quale follia, ma di un ragionamento molto preciso. Come spiega Alberto Bagnai.
Ci risiamo, il mercato del gas è di nuovo in subbuglio. Niente di paragonabile al disastro del 2022, sia chiaro, ma ancora un indice di fragilità estrema del contesto europeo che fa preoccupare.
Le temperature, soprattutto nell’Europa del Nord, sono calate, è salita la domanda di riscaldamento e gli stoccaggi di gas, soprattutto in Germania, si stanno svuotando leggermente più in fretta del solito. Se a questo si aggiunge il disordine mondiale in corso, con Donald Trump che sta picconando l’ipocrita quieto vivere che copriva gli squilibri geopolitici, ecco gli ingredienti che hanno portato a un rialzo del prezzo del gas sul mercato TTF di oltre il 20% in cinque sedute la settimana scorsa.
Il prezzo del future mensile ha toccato venerdì un massimo giornaliero di 38,06 euro/MWh, un prezzo che non si vedeva dallo scorso luglio. Da allora, il prezzo non aveva fatto altro che scendere, al netto di qualche fisiologico su e giù.
Alla riapertura del mercato, ieri, il prezzo ha segnato un brusco calo, tornando verso quota 33 €/MWh e chiudendo poi a 35,40 €/MWh.
Per chi è sul mercato libero e ha un prezzo fisso, gli impatti sulla bolletta del gas sono nulli. Chi invece ha un prezzo variabile indicizzato al mercato vedrà nella bolletta dei consumi di gennaio un aumento del prezzo. Certo, d’inverno fa freddo e gli stoccaggi sono riempiti apposta per essere svuotati. La salita del prezzo era iniziata infatti come un fisiologico aggiustamento al rialzo dopo un periodo prolungato di lievi cali giornalieri, ma si è trasformato rapidamente in una corsa a coprire le posizioni cosiddette corte, cioè quelle di chi vende il future sperando che il prezzo scenda.
Sul mercato c’erano molti operatori in quella condizione, e quando il prezzo ha iniziato a salire molti hanno preferito chiudere le posizioni, acquistando e di conseguenza rafforzando il ciclo rialzista. Come spesso accade, il panico ha scatenato gli acquisti, un processo che sul mercato viene chiamato «short squeeze». Ora l’emergenza sembra finita, anche perché non c’è vera carenza di gas. Si tratta di una fiammata destinata a smorzarsi e che certo ha poco a che fare con la crisi del gas del 2022, quando il prezzo fu di dieci volte superiore all’attuale. Al rialzo attuale ha contribuito l’imprevisto stop alla centrale nucleare francese di Flamanville, in Normandia. La causa principale della fermata dell’enorme centrale da 4.330 MW di potenza è il passaggio della tempesta Goretti, che ha colpito duramente la costa francese. Le unità 1 e 3 (Epr) sono state scollegate dalla rete elettrica in via precauzionale e, secondo le ultime comunicazioni di Edf, rimarranno indisponibili probabilmente fino all’inizio di febbraio 2026, a causa delle riparazioni necessarie alle infrastrutture esterne danneggiate dalla tempesta.
Diverso è il discorso se si guarda alle tensioni internazionali. Dopo che sabato scorso il presidente americano Donald Trump ha annunciato di voler imporre dazi del 15% ai Paesi europei che hanno inviato un manipolo di militari in Groenlandia, sono aumentati i timori di una escalation che potrebbe colpire anche le forniture di gas.
I maggiori tre Paesi cui Trump ha imposto dazi al 10% dal 1° febbraio prossimo, ovvero Olanda, Francia e Germania, nei primi dieci mesi del 2025 hanno importato complessivamente 36,6 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl). Nello stesso periodo, l’Italia ha importato circa 8 miliardi di metri cubi di Gnl dagli Usa, la metà rispetto alla sola Olanda. Nel quarto trimestre del 2025 le importazioni di Gnl dagli Usa hanno rappresentato il 27% del totale degli approvvigionamenti di gas dell’Unione europea.
Con questo peso, tra i fornitori di un bene essenziale come il gas, in una eventuale escalation diplomatica con l’Europa, gli Stati Uniti hanno ampi margini di manovra, mentre l’Unione rischia di restare strangolata un’altra volta. Un po’ come era ai tempi della dipendenza dal gas dalla Russia, ora l’Europa è di nuovo vulnerabile.
Il punto principale della vicenda è questo. L’Unione europea, nonostante i grandi sforzi per uscire dalla dipendenza dal gas russo, è ancora molto esposta alle bizze dei mercati, senza avere un’adeguata riserva di energia, mentre le regole europee tengono alti i prezzi.
Ad esempio, con le attuali quotazioni, il costo delle emissioni di CO2 sull’energia elettrica è arrivato a 36 €/MWh, in omaggio al sistema Ets che impone il pagamento di questa tassa.
La strategia di perseguire l’indipendenza energetica attraverso l’elettrificazione e l’installazione di capacità a fonte rinnovabile non ha dato grandi risultati sinora, se non un aumento dei costi e una ridotta affidabilità dei sistemi elettrici. La proclamata Unione dell’energia non appare all’orizzonte e ogni Paese fa per sé. La settimana scorsa il governo tedesco ha deciso di installare altri 12.000 MW di potenza a gas, dopo avere chiuso 5.000 MW di potenza da fonte nucleare. I governi nazionali decidono ma gli impatti poi si scaricano anche sui sistemi degli altri Paesi. Manca soprattutto la consapevolezza che solo la diversificazione e l’abbondanza di offerta di energia può evitare il verificarsi di altre crisi.
In Italia, intanto, si attende da mesi il cosiddetto decreto Energia, che dovrebbe contenere una serie di misure per la riduzione dei costi. Il governo sta probabilmente negoziando il decreto con la Commissione europea, dopo il clamoroso fraintendimento con Bruxelles sul decreto Energy release dello scorso anno. Si sa che l’ipotizzata cartolarizzazione di alcuni oneri non ci sarà, cassata dall’Ue e in fondo non risolutiva. Dovrebbe esserci, invece, il contributo per le famiglie con basso Isee e un taglio dei premi del vecchio Conto energia per il fotovoltaico che pesa ancora per circa 6 miliardi all’anno sulla bolletta degli italiani.
Sembra passato un secolo. E invece è soltanto un anno. Il 20 gennaio 2025, Donald Trump si reinsediava alla Casa Bianca, ereditando un mondo in fiamme, segnato dalla crisi dell’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda e, soprattutto, dal ritorno in auge della Machtpolitik. Trump è tornato infatti al potere quando gli Usa erano ormai diventati un egemone in crisi. Davanti alle mire revisioniste di Cina, Iran e Russia, il presidente americano ha quindi deciso di abbandonare i vincoli di un ordine internazionale declinante, nella ferma convinzione - non per forza moralmente condivisibile - che non si possa giocare a rugby seguendo le regole del calcio. E così, con non poca spregiudicatezza, ha combinato la durezza del principe di Bismarck con la «madman theory» di nixoniana memoria.
L’obiettivo? Impedire agli avversari (ma anche agli alleati) di agire contro gli interessi americani e, laddove possibile, costringerli ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tutto questo, evitando di far impelagare gli Usa in conflitti costosi e interminabili. La parola d’ordine è sempre stata: ricalibrare gli obiettivi strategici americani, riducendo rischi e costi. Il che non ha però mai significato rinunciare all’uso della forza. La diplomazia, d’altronde, consiste nel saper dosare dialogo e minaccia. E questo è un punto su cui Trump ha ripetutamente battuto nella sua rinnovata lotta per l’egemonia internazionale: una lotta, da lui portata avanti nel convincimento churchilliano che senza vittoria non possa esserci sopravvivenza.
Da qui spunta il filo rosso che, agli occhi del presidente americano, collega tutti i principali fronti in cui sta agendo: la necessità, cioè, di contrastare le mire geopolitiche cinesi. Il suo rilancio della Dottrina Monroe ha infatti come obiettivo quello di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Trump ha spinto Panama fuori dalla Belt and Road Initiative a suon di minacce. E sta rivendicando il controllo della Groenlandia per arginare la concorrenza di Cina e Russia nell’Artico. La stessa cattura di Nicolás Maduro non ha niente a che fare con l’esportazione della democrazia in Venezuela. Trump non è un neocon, figuriamoci! L’obiettivo è semmai stato quello di «addomesticare» il regime chavista per costringerlo a riorientare la sua politica estera in senso filostatunitense e anticinese.
Gli stessi dazi, molti dei quali Trump annunciò ad aprile nel cosiddetto «Giorno della liberazione», non hanno uno scopo principalmente economico, ma di sicurezza nazionale. Puntano, in altre parole, a ridurre la dipendenza di Washington da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche. Il dazio, per Trump serve quindi rendere gli Usa più indipendenti e, al contempo, a punire chi non si allinea ai loro interessi. Non è un caso che gran parte della pressione tariffaria statunitense dell’anno scorso sia stata scaricata sui Brics, di cui il presidente americano teme da sempre i propositi di de-dollarizzazione. È d’altronde in quest’ottica che Trump ha cercato di aprire diplomaticamente alla Russia, facendo leva su allettanti promesse economico-commerciali. La sua necessità è infatti quella di sganciare Mosca da Pechino, disarticolando i Brics e salvaguardando, così, l’egemonia del dollaro.
Ma Trump ha in mente la Cina anche quando guarda all’Europa e al Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca ha usato lo strumento tariffario per spingere l’Ue a disallinearsi dal Dragone. Al contempo, si è ritagliato il ruolo di paciere nella crisi di Gaza, non rinunciando a mettere sotto pressione l’Iran, anche per arginare l’influenza diplomatica di Pechino nella regione mediorientale.
Eppure, nei consensi interni, non è che Trump vada granché. Secondo un sondaggio della Cbs, la maggioranza degli americani non approva le sue politiche su economia, inflazione e immigrazione. Tuttavia, il medesimo sondaggio rileva che, su questi tre fronti, resta maggiore il numero di americani che preferisce Trump al Partito democratico. Ciò non significa però che per lui non suonino dei campanelli d’allarme. L’economia dà attualmente segnali in chiaroscuro. Il Pil, nel terzo trimestre del 2025, è salito al di sopra delle aspettative, mentre l’inflazione, a dicembre, è rimasta inchiodata al 2,7% del mese precedente, pur risultando più bassa di 0,3 punti rispetto a quando Trump si insediò. Ciò non toglie tuttavia che il carovita continui a pesare sugli americani. E, se non affrontato in tempo, questo problema rischia di rivelarsi assai spinoso per i repubblicani in vista delle Midterm.
Ma Trump deve fare attenzione anche a quello che fu il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale: la lotta all’immigrazione clandestina. Come promesso all’epoca, il presidente ha usato fin da subito il pugno di ferro e, a dicembre 2025, le autorità di frontiera hanno rilevato il numero più basso mai registrato di clandestini intercettati ai confini degli Stati Uniti: una situazione assai diversa rispetto al 2023, quando, ai tempi dell’amministrazione Biden, si verificò il record di arrivi. Eppure, come abbiamo visto, anche su questo fronte Trump non sembra riscuotere eccessivi consensi. Secondo alcuni, avrebbe dato l’idea di volersi spingere troppo oltre, arrivando a minacciare di invocare l’Insurrection Act in Minnesota. Lo stesso responsabile delle frontiere statunitensi, Tom Homan, ha ammesso che «dovremmo migliorare nel comunicare quello che stiamo facendo» in materia di lotta all’immigrazione irregolare e di impiego dell’Ice.
Va anche detto che il problema del consenso, per Trump, è relativo, essendo lui ormai al secondo mandato. Si tratta semmai di una patata bollente che lascerà ai protagonisti delle primarie presidenziali repubblicane del 2028 (JD Vance e Marco Rubio in testa). Trump, soprattutto dopo essersi salvato dall’attentato di Butler, ragiona secondo uno schema teologico-politico. E, piaccia o meno, è pronto a giocarsi il tutto per tutto. Senza guardare in faccia nessuno. Del resto, lo cantava anche una finanziatrice repubblicana, come Gloria Gaynor: «Io sono quello che sono e quello che sono non ha bisogno di scuse».
Alla fine ci sono arrivati. Dopo giorni di elucubrazioni sono giunti ad affermare la grande verità che i progressisti italiani tengono nel cuore ma non avevano finora avuto il coraggio di esprimere pienamente. Se nelle nostre strade c’è una epidemia di violenza, è il succo, la colpa è della destra. Concita De Gregorio, su Repubblica, lo ha scritto meglio, con più infiorettature e ampi giri attorno all’argomento centrale, ma il risultato finale è il medesimo. Colpa della destra, che morettianamente parla male perché pensa male e di conseguenza agisce peggio. «Leggevo ieri i titoli dei giornali di destra, a proposito della violenza fra ragazzi», scrive Concita.
«Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giornali e in tv, sui canali social del leader politici e dei loro devoti luogotenenti. In quei titoli c’è la voce dominante, che rispecchia e a cui si intonano le moltitudini: siamo la maggioranza, non vedete?». In realtà, e non da oggi, la voce dominante sui media ripete esattamente il contrario, e cioè che bisogna accogliere, aprire le frontiere, essere inclusivi e tolleranti, occuparsi del disagio sociale dei giovani. È la medesima voce dominante di cui la De Gregorio si appropria: «I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire», sostiene. «Su questo non ci sono dubbi. Le parole vengono prima. Sono ciò che ci definisce come esseri umani, ci distinguono da ogni altra specie vivente, e sono la prima cosa che impariamo. Sillabe, suoni, parole. Le parole con cui cresciamo costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni, le conversazioni dei genitori in cucina, poi la scuola, le parole degli altri, poi la Rete, le parole del mondo. Immagini e parole».
Dunque si dovrebbe «disarmare le parole», a cominciare da quelle violente dei destrorsi. «La violenza epidemica non si risolve con la repressione. Anzi, la repressione può persino esacerbarla, nella sfida», continua Concita. «I ministri del Merito pensano che sia buona cosa trasformare la scuola nel luogo che premia le prestazioni, i risultati dei test a crocette. È già successo. Guai a parlare di confronto, di dialogo, di ascolto fra culture. Guai serissimi a nominare l’educazione affettiva e sessuale, già solo la parola sessuale li imbarazza».
Di sicuro, l’editorialista di punta e di tacco di Repubblica è efficacissima nel riportare il pensiero prevalente (a sinistra ma non solo), che tuttavia fa riverberare almeno due mistificazioni. La prima è che esista un monolitico «problema dei giovani». È senz'altro vero, come sostiene Concita citando fior di psicologi, che c’è «un’epidemia conclamata e ignorata di disagio psichico» e che i giovani «soffrono di ansia, insonnia, depressione, deficit di attenzione, disturbi alimentari, sono pieni di rabbia e di dolore. Si misurano solo sul consenso che riescono ad ottenere». Ed è persino vero che «trasformare le scuole in gate di aeroporti, con i metal detector e le perquisizioni, non significa cambiare questa idea di mondo ma confermarla. In un Paese dove mancano le aule e la carta, a scuola, poi». Ma il disagio non è tutto uguale. Esiste una emergenza psichica che riguarda i giovani italiani, della quale tuttavia ci si occupa soltanto quando fa comodo, e ignorando gli effetti disastrosi che hanno avuto a riguardo le politiche di sinistra: le restrizioni Covid, le aperture scriteriate sull’uso dei supporti digitali a scuola e fuori, la santificazione della fluidità identitaria e sessuale, l’opposizione a ogni forma di autorità, la distruzione del senso dell’esistenza. Queste, soprattutto, sono le ragioni del disagio contemporaneo, giovanile o meno.
C’è però un altro problema grande come una casa: l’immigrazione. Se il maranza accoltella, molesta e picchia non è perché ha letto le parole di un politico di destra o un articolo su un quotidiano conservatore. Di ciò che dicono gli adulti, al maranza frega decisamente poco, soprattutto se si tratta di adulti italiani, ai quali egli non riconosce alcuna autorità. Semmai è vero il contrario, e cioè: se sui media o sulla Rete si leggono o ascoltano talvolta posizioni feroci e rabbiose dobbiamo ringraziare l’esasperazione diffusa, la sensazione che di fronte ai soprusi costanti e agli sfregi deliberati non ci sia possibilità di risposta se non la silenziosa accettazione che coincide con la sottomissione.
Può darsi che il ragazzino che si ferisce e il maranza che sventra siano due facce della stessa medaglia. Entrambi, dopo tutto, sono immersi in una modernità che il pensiero progressista (e non quello tradizionale) ha plasmato: i social esasperano ogni comportamento, l’esibizione e l’egocentrismo sono la regola. Ma il fattore culturale, e dunque migratorio, è esattamente il discrimine fra i lati della moneta. Negarlo è patetico, soprattutto se a farlo è la sinistra che le cosiddette periferie le evita accuratamente da decenni, salvo impancarsi ogni volta pretendendo di fornire la soluzione ai guai che le affliggono.
Ancora più patetico è che si incolpino le forze oscure della reazione in agguato. La sinistra che adesso grida contro la repressione è la stessa che non perde occasione per reprimere e controllare i cittadini onesti affinché obbediscano alle sue volontà. Con i delinquenti, però, allarga le braccia e pretende atteggiamenti materni, carezze e baci. E allora avanti così: dopo aver disarmato in ogni senso gli italiani, disarmiamo pure le parole, cioè riprendiamo a censurare e a invocare la repressione del «linguaggio di odio». E se un maranza accoltella, ascoltiamo il suo disagio: se sbudella, non fa apposta, a dominarlo è il perfido fascista che qualcuno ha fatto crescere dentro di lui.

