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Tutti sono in fibrillazione per le tariffe annunciate dal presidente degli Stati Uniti. Che non sono frutto di chissà quale follia, ma di un ragionamento molto preciso. Come spiega Alberto Bagnai.
Tutti sono in fibrillazione per le tariffe annunciate dal presidente degli Stati Uniti. Che non sono frutto di chissà quale follia, ma di un ragionamento molto preciso. Come spiega Alberto Bagnai.
«I cittadini devono stare tranquilli, non è il Covid, ma è qualcosa che si conosce». E se lo dice il ministro della Salute, Orazio Schillaci, c’è da preoccuparsi. Anche perché a leggere le 23 pagine della circolare ministeriale diffusa lunedì dopo i casi di Hantavirus sulla nave Mv Hondius, c’è poco da stare sereni. Sembra essere, infatti, una delle più restrittive al mondo.
La circolare definisce le misure precauzionali da prendere nel nostro Paese e riappaiono termini che non avremmo mai più voluto sentire: quarantena, contagi, mascherine, pandemia. Il ministero chiede di «aumentare l’attenzione ai problemi sanitari che possono presentarsi a bordo di aerei e navi», consiglia di «utilizzare una stanza propria, mantenere una distanza di almeno due metri dai membri della famiglia, non utilizzare le stesse stoviglie, aprire le finestre per garantire la ventilazione». E uscire dalla propria abitazione, ma sempre «indossando una mascherina medica/chirurgica resistente ai liquidi» ed «evitando assembramenti».
Tutte parole che ci riportano indietro all’incubo dei lockdown di Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Come si legge ancora nella circolare, la priorità nell’esecuzione dei test deve essere attribuita ai soggetti sintomatici, «compatibili con la sindrome cardiopolmonare da Hantavirus».
Eppure, come da previsione, a sentire ieri il ministro Schillaci al question time alla Camera, è tutto a posto. «Il rischio è sempre stato e resta molto basso. Tutte le quattro persone oggi in Italia, presenti sul volo Johannesburg-Amsterdam del 25 aprile, sono asintomatiche. I test finora disponibili hanno dato esito negativo. Anche i due casi segnalati ieri a Milano e Messina sono negativi».
Poi il ministro parla del piano pandemico 2025-2029 dicendo che «funziona. Lo sta dimostrando proprio in questi giorni. A differenza del precedente permette risposte calibrate su scenari diversi. Le reti previste dal piano si sono attivate in modo coordinato. Non è stato un esercizio teorico. È stata una risposta concreta, tempestiva, proporzionata». Il nuovo piano allarga il focus ai virus respiratori e prevede, nel caso di una nuova pandemia, il ricorso a dispositivi di protezione, vaccini e misure restrittive modulabili a seconda della gravità della situazione.
Prosegue anche dicendo che capisce «che la notizia di un focolaio su una nave da crociera, con casi gravi e tre decessi, abbia destato attenzione e preoccupazione. È giusto che il Parlamento chieda conto. Ed è altrettanto giusto che il governo risponda con i dati. Partiamo dai fatti: gli hantavirus sono virus zoonotici conosciuti da decenni. Il loro serbatoio principale sono i roditori. La trasmissione interumana esiste, è molto rara, è documentata per il ceppo Andes, in contesti di contatto stretto e prolungato».
Che cosa ha fatto l’Italia? «Qualcuno ha detto che siamo stati fermi. È partito purtroppo il solito atteggiamento autolesionistico per il quale l’Italia non sarebbe mai pronta. Questo non è vero». Il ministero continua a «monitorare costantemente l’evoluzione del quadro epidemiologico internazionale. Emaneremo ulteriori indicazioni se e quando le evidenze scientifiche lo richiederanno. Siamo pronti. Il sistema funziona. E i cittadini possono stare tranquilli».
Il ministro elenca gli interventi dal governo: «Il 5 maggio l’European Centre for Disease Prevention and Control ha riportato che la donna, deceduta a Johannesburg il 26 aprile, è risultata positiva per Hantavirus. Lo stesso giorno il ministero ha trasmesso un’informativa garantendo il monitoraggio». Aggiunge Schillaci: «L’8 maggio abbiamo ricevuto dalla Commissione europea l’informazione relativa a quattro persone dirette in Italia, presenti sul volo dal Sudafrica ai Paesi Bassi del 25 aprile dove era stato imbarcato uno dei casi di contagio. Nella stessa giornata ci siamo attivati per rintracciarli e abbiamo allertato le Regioni interessate. Sempre l’8 maggio si è riunita la rete di esperti dispatch. Nella stessa giornata si è riunito il gruppo di esperti per la rete nazionale dei laboratori. L’11 maggio il ministero ha emanato la circolare operativa».
Poi Schillaci conclude ricordando che «il Covid ha lasciato un segno psicologico forte su tutti. Si tratta però di due situazioni diverse. Il Covid si trasmetteva molto rapidamente, da persona a persona. Ed era un virus sconosciuto. L’Hantavirus lo conosciamo. Viviamo in un mondo globalizzato, i rischi legati alla circolazione dei virus esistono. Ma sappiamo anche che servono risposte calibrate e misurate sulla base del quadro epidemiologico. E sono certo che l’Italia sia in grado di darle».
Una sceneggiatura già sentita. La sera stessa della diffusione del comunicato, al Tg1 Schillaci si era affrettato per «tranquillizzare sul fatto che oggi in Italia non c’è nessun pericolo». Quanto alla circolare, «è importante per il fare il punto della situazione epidemiologica internazionale e dare informazioni alle regioni».
Tra le misure raccomandate per i «contatti ad alto rischio» c’è una quarantena fiduciaria per sei settimane, il monitoraggio quotidiano da parte delle autorità sanitarie e isolamento in caso di comparsa dei sintomi.
Ma ovviamente, come da copione, rispuntano i soliti soloni del virus come ai tempi del Covid, sempre pronti a dare lezioncine e diffondere morale da quattro soldi. La solita esagerazione per impaurire la gente e mettere in guardia da un pericolo che in verità non esiste.
Il turista inglese, che il 25 aprile aveva viaggiato da Sant’Elena sullo stesso volo Klm dell’olandese, moglie della prima vittima e deceduta pure lei per Hantavirus a Johannesburg, è asintomatico, è risultato negativo al test e si trova in isolamento all’Ospedale Sacco di Milano. Non per un’ordinanza della Regione Lombardia o del capoluogo, ma semplicemente «perché non ha casa sua», spiegano dallo staff dell’assessore regionale Guido Bertolaso. Prima di essere rintracciato, aveva visitato Roma, Firenze e Venezia, soggiornando per diversi giorni in ciascuna città, e a Milano era in un B&b.
Restare nel reparto di malattie infettive non è una bella sistemazione, «si sta valutando un’altra soluzione», fanno sapere sempre dall’assessorato, ma di certo il sessantenne britannico non è sottoposto a quarantena obbligatoria come accade a due marittimi, uno campano di 24 anni, l’altro calabrese di 25. Anche i due giovani erano sullo stesso volo Klm, eppure il sindaco di Torre del Greco Luigi Mennella ha firmato un’ordinanza in cui si è stabilito un periodo di isolamento di 45 giorni per il ventiquattrenne.
Lo stesso ha fatto per l’altro marittimo il sindaco Giusy Caminiti di Villa San Giovanni (Reggio Calabria). Eppure, nelle misure raccomandate dalla circolare ministeriale dell’11 maggio, per «i contatti ad alto rischio» c’è solo la «quarantena fiduciaria per sei settimane (utilizzare una stanza propria, mantenere una distanza di almeno due metri dai membri della famiglia, non utilizzare le stesse stoviglie, aprire le finestre per garantire la ventilazione». Inoltre, «è possibile uscire per preservare la salute mentale e il benessere indossando una mascherina medica/chirurgica resistente ai liquidi ed evitando gli assembramenti».
Sorprende, quindi, l’applicazione da parte di due sindaci di ordinanze così restrittive rispetto alla circolare ministeriale. Certo, in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale, in base al Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (Tuoel), le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale.
Con l’Hantavirus «il rischio però non appare confinato al singolo Comune, riguarda una vicenda con profili di tracciamento internazionale, mobilità transfrontaliera e coordinamento statale. Per questo viene in rilievo l’art. 117, comma 2, lett. q della Costituzione che riserva allo Stato la competenza esclusiva in materia di profilassi internazionale», puntualizza Daniele Trabucco, professore di Diritto costituzionale. Ne deriva che «l’ordinanza di un sindaco può essere ammessa solo come intervento puntuale, eccezionale e provvisorio, non come strumento per creare una disciplina comunale più rigida di quella statale. Altrimenti si produce una gestione frammentata e diseguale della profilassi, con seri dubbi di competenza, ragionevolezza ed eguaglianza». Comuni e Regioni si muovono in ordine sparso, limitando a propria discrezione e con misure rigide i movimenti di un asintomatico, negativo ai test?
Invece, a differenza di quanto capita ai due marittimi, nulla vieta all’inglese di scegliersi un’altra sistemazione dove stare. Se non è destinatario di un provvedimento individuale di isolamento, notificato dall’autorità competente, non può essere trattenuto coattivamente al Sacco. «Un simile provvedimento dovrebbe essere adottato, in ipotesi, ai sensi dell’art. 32 della legge n. 833/1978, e comunque nell’ambito dei poteri di igiene e sanità pubblica previsti dalla legge, non sulla base della sola circolare ministeriale», spiega Trabucco. «La circolare, infatti, è un atto di indirizzo tecnico-sanitario e non può trasformare una misura fiduciaria o raccomandata in un obbligo coercibile. Diversamente, impedirgli di uscire significherebbe comprimere senza titolo la libertà di circolazione ex art. 16 Cost. e, se vi fosse trattenimento materiale, la libertà personale ex art. 13 Cost. Resta anche il limite dell’art. 32: gli obblighi sanitari sono legittimi solo se previsti dalla legge e rispettosi della persona umana».
Dunque funziona così: c’è un turista inglese che va a zonzo per Milano, fotografa il Duomo, fa un salto al Cenacolo, magari gironzola fra piazza della Scala e via Montenapoleone.
E poi quando a sera torna nel B&b che lo ospita trova la polizia sanitaria che lo interroga: «Lei per caso il 25 aprile era sul volo Sant’Elena-Johannesburg?». Immaginiamo l’imbarazzo del poveretto: «Sì, che c’è di male?». Chissà cosa gli sarà passato nella testa. «Forse in Italia è reato non aver partecipato al corteo dell’Anpi per la festa della Liberazione?», si sarà chiesto. «Nel caso me ne scuso». Ma la polizia sanitaria non ha voglia di scherzare: «Lei il 25 aprile era sul volo Sant’Elena-Johannesburg in cui c’era una contagiata dell’Hantavirus. Dunque ci deve seguire». Così l’hanno prelevato, caricato in ambulanza e rinchiuso all’ospedale Sacco. «Non si muoverà di qui per cinque settimane». In pratica è prigioniero politico delle Bs, Brigate Sanitarie. Non sarà rilasciato prima della cinquecentesima apparizione di Matteo Bassetti nei talk show.
Si badi bene: il turista inglese non risulta infettato dall’Hantavirus. Né presenta sintomi. Non presenta sintomi nemmeno il suo compagno: pure lui ha rischiato grosso, ma poi le Brigate Sanitarie hanno pensato bene di rilasciarlo, senza cauzione. Aveva preso un altro aereo. Pericolo scampato. Ma è così che funziona: una specie di lotteria dei voli, il superenalotto del jet. Se esce il numero giusto sei salvo. Se esce quello sbagliato sei fottuto. A bordo c’era un hanta-untore? Addio. Non importa quanto sia grande l’aereo, dove eri seduto, quanto è durato il volo e soprattutto non conta se sei positivo o no ai test: ti prendono e ti rinchiudono. E noi già immaginiamo, come in un film dell’orrore, quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane se le Brigate Sanitarie si scateneranno allo stesso modo in tutta Italia. Avvicineranno un turista inglese mentre entra agli Uffizi di Firenze: «Scusi, lei era su quell’aereo?», e lo sequestreranno. Poi avvicineranno un turista francese mentre sale sulla gondola di Venezia: «Scusi, lei era su quell’aereo?», e lo sequestreranno. L’Hantavirus diventerà la nuova sindrome di Stendhal, in pratica: davanti a una cosa bella vieni rapito. Solo che a rapire non è la bellezza, ma i guardiani della salute. E per 42 giorni non te ne liberi…
Eppure tutti dicono che non stiamo rischiando come ai tempi del Covid. «Non corriamo grandi pericoli», garantisce il ministero della Salute. «Non corriamo grandi pericoli», ripetono gli esperti internazionali. «Non corriamo grandi pericoli», s’accodano le virostar di casa nostra ritornate in auge catodica come ai bei tempi del lockdown. Ma se non corriamo grandi pericoli che senso ha prelevare uno che sta fotografando la Madonnina, senza sintomi, senza virus, e rinchiuderlo in ospedale come se fosse un appestato? A parole dicono tutti di non volere creare allarmismi, ma in realtà è chiaro che è proprio quello che vogliono fare. Ci sguazzano negli allarmismi. E non solo in Italia: a Bordeaux, in Francia, è stata messa in quarantena una nave con 1.700 persone a bordo perché un novantenne ha avuto una gastroenterite ed è morto. Escluso Hantavirus, escluso Norovirus (qualsiasi cosa sia), escluse epidemie pericolose: le autorità hanno confermato che si tratta soltanto di un piccolo focolaio di gastroenterite, un banale cagotto insomma. Però ci sono 1.700 persone sequestrate. Per un novantenne con il cagotto. E poi dicono niente allarmismi?
Avanti di questo passo, niente allarmismi dopo niente allarmismi, non so dove potremo arrivare. E così torno a vedere davanti ai miei occhi pericolosi film dell’orrore. C’è un ottantacinquenne che starnutisce sull’autobus? Metteranno in quarantena tutti i passeggeri. C’è un ottantaduenne che tossisce al bar? Metteranno in quarantena tutti i clienti. State attenti: se salite in ascensore con qualcuno che ha la congiuntivite, potrebbero presto obbligarvi a cinque settimane di isolamento, al buio e bendati, così imparate. E, ovviamente, prima di salire a bordo di un aereo fatevi dare la cartella clinica di tutti gli altri passeggeri, altrimenti c’è il rischio che quando atterrate vi prelevino direttamente al gate per portarvi all’ospedale. Reparto sani, non contagiati in attesa di giudizio. Con la voce di Burioni nelle orecchie 24 ore su 24.
Ma c’è poco da scherzare. La situazione è seria. Perché il virus è davvero pericoloso. Non il virus che ci hanno attaccato i topi dell’Argentina: quello a quanto dicono tutti è conosciuto e si può controllare. Il virus pericoloso è quello della paura. Perché come ha detto il grande scienziato Robert Malone, uno degli inventori del mRna e poi coscienza critica ai tempi del Covid, «storicamente i governi e le istituzioni hanno sempre compreso l’utilità politica della paura. La paura giustifica i poteri di emergenza. La paura accelera i finanziamenti. La paura aumenta il consumo dei media. La paura crea coesione sociale attorno a comportamenti conformistici». E la dimostrazione sta nel fatto che proprio in queste ore la Commissione europea ha adottato una «iniziativa contro le minacce sanitarie globali», cinque linee guida che mirano per l’appunto a dare più poteri di controllo (la chiamano «architettura più efficace e meno frammentaria») e a limitare le libertà personali (la chiamano «aumentare gli strumenti di prevenzione»). L’inglese sequestrato mentre fa il turista a Milano e la nave bloccata per un cagotto, dunque, potrebbero essere solo un assaggio di quel che ci aspetta. E non so voi, ma a me l’assaggio già basta per farmi venire mal di pancia. Non è che mi metteranno in quarantena per questo?
C’è una parte importante del cattolicesimo democratico italiano che mostra sempre più segni di inquietudine rispetto al futuro politico del Paese.
In particolare, questo mondo ritiene che il cosiddetto «bipolarismo selvaggio» non possa essere la regola aurea del sistema politico italiano, e che per superarlo sia necessario affermare una vera e credibile «politica di centro», cui necessariamente serve un soggetto politico corrispondente.
Non avendo mai amato i partiti personali o del capo e non essendo affascinati dal «leaderismo», coloro che si ritengono eredi dalla miglior tradizione cattolico-popolare del nostro Paese, immaginano un luogo, o se si preferisce un contenitore politico, che sia autenticamente democratico, plurale, e riformista. Non un «centro» che sappia lucrare rendite di posizione giocando sugli equilibri politici, ma un soggetto politico dinamico, innovativo e moderno. Del resto, mano a mano che si consolida la leadership della Schlein dentro il Pd, diversi esponenti cattolici osservano che nel campo cosiddetto progressista la sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni sta consolidandosi sempre di più e quindi un’area di centro democratica e riformista sarebbe del tutto fuori luogo e fuori spazio in quel campo politico. In questo contesto, quindi, i cattolici popolari vorrebbero contribuire ad aprire una nuova stagione politica in Italia, partendo da due presupposti: il primo è che questa cultura politica, con i suoi esponenti e i suoi dirigenti più rappresentativi, ha giocato un ruolo decisivo nei momenti più importanti della storia democratica italiana, e crede che il «centro politico» nel nostro Paese si identifichi prevalentemente con questo filone di pensiero. Il secondo elemento attiene direttamente al ruolo e alla funzione della cultura politica cattolica popolare e sociale, ed è la presa d’atto che, senza un sussulto di dignità e una nuova assunzione di responsabilità questa cultura rischia di decadere in un ruolo di puro gregariato e di marginalità nello scacchiere politico italiano. I cattolici popolari e sociali non vogliono ridursi ad essere «i cattolici indipendenti di sinistra» all’interno dei vari partiti di riferimento.
Queste considerazioni sono probabilmente alla base e stanno spingendo a muoversi la galassia del centro che guarda a sinistra, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
La data da evidenziare in rosso è quella del prossimo 16 maggio, quando all’Auditorium Antonianum di Roma, a due passi da San Giovanni in Laterano, si ritroverà gran parte del mondo cattolico democratico ex popolare, che dopo le convinte esperienze della Margherita e dell’Ulivo, ha proseguito, chi con entusiasmo e chi meno, aderendo al Pd, che tuttavia alcuni, oggi, cominciano a ritenere un luogo «scomodo». Il titolo dell’iniziativa è «Costruire Comunità» ed è il seguito ideale dell’appuntamento di un anno fa a Milano, a cui poi sono seguite altre iniziative. Ci sono però due elementi che rendono questo incontro più significativo rispetto ai tanti che si susseguono da mesi: il primo è il parterre delle organizzazioni che la promuovono. L’iniziativa nasce da Paolo Ciani, deputato eletto nelle liste del Pd sotto la sigla di Demos, realtà vicina alla Comunità di Sant’Egidio, e da Graziano Delrio, deputato del Pd, che di recente ha creato l’associazione Comunità democratica. Inoltre compaiono alcune realtà civiche territoriali di area cattolica: Basilicata Comune, la lista creata da Angelo Chiorazzo per le elezioni regionali; Campo Base, lista che ha eletto quattro consiglieri provinciali a Trento; e infine Per, associazione campana fondata nel 2020 da Nicola Campanile, già responsabile regionale dell’Azione Cattolica, uno dei principali animatori della cosiddetta Rete Trieste, network nato dopo la 50esima Settimana sociale della Chiesa italiana, a cui aderiscono mille amministratori locali di ogni parte d’Italia. Campanile, che alle elezioni regionali si era presentato da solo, è tra i promotori della Rete Civica Solidale nazionale, esperienza che raduna movimenti politici e civici di ispirazione cristiana e sociale. In sintesi, è un raduno che prova a chiamare a raccolta quel mondo cattolico - fatto di associazioni, movimenti, esperienze di liste territoriali - che ora fatica a trovare un riferimento. L’obiettivo è di riunire queste realtà che gravitano nel mondo dell’associazionismo cattolico. La domanda è: per andare dove? E, altro dettaglio non da poco, con chi.
La risposta a queste due domande la può dare la seconda differenza rispetto alle altre iniziative, e cioè la presenza confermata di Romano Prodi. Da tempo si dice che il Professore non abbia più rapporti splendidi con la segretaria del Pd. Dopo aver contribuito significativamente alla sua elezione, Prodi ha visto piano piano scemare la sua influenza: Elly non lo chiama più tre volte la settimana per chiedere consigli e la strada che il Pd sta prendendo, insieme ad altri soggetti, lo preoccupa perché lo porrebbero in una condizione marginale. Inoltre è consapevole che tutta questa attenzione verso la sindaca di Genova va verso la creazione di un «centro» che non corrisponde affatto alle tradizioni cattoliche popolari, ma alle mire di potere di Renzi e soci. Prodi è consapevole che con Schlein e Conte probabilmente non si vince e con la Salis lui stesso perderebbe una parte rilevante della sua influenza. Da qui il tentativo di dare una fisionomia più organizzata a un’area di centro cattolico-popolare, anche con un proprio candidato, che possa fortemente entrare in partita e condizionarne gli sviluppi. Ci riuscirà? Avrà il tempo necessario per questa impresa? Difficile dirlo, ma chi conosce bene il Professore, anche se ha sulle spalle 87 primavere, sa che tenterà fino all’ultimo.
Giorgia Meloni si presenta al Senato, per il «premier time», già sapendo che la diretta tv trasformerà questo rito parlamentare in una specie di super-talk televisivo.
Risposte già pronte, appunti, tono pacato: le uniche scintille le regala, manco a dirlo, lo scontro con Matteo Renzi, ormai (politicamente parlando) il nemico numero uno del premier. La Meloni, dopo il duello con il leader di Italia viva, arriva addirittura a dare ragione al capogruppo di Sinistra Italiana Peppe De Cristofaro, che ricorda in aula come l’emigrazione giovanile in Italia è diventata un fenomeno strutturale.
Renzi, dicevamo, provoca e attacca: «Lei, presidente, mi sembra una copia sbiadita rispetto all’inizio della legislatura. Lei ha perso un referendum costituzionale e si è dimessa, è stata sedotta e abbandonata da Trump, ha una maggioranza incapace di rispettare le critiche. Lei», incalza Renzi, «è un’altra rispetto a quattro anni fa. Di fronte alla crisi di Hormuz la proposta è la legge elettorale. È incredibile come in questo governo dei leader, quando c’è un problema, si licenzino i sottoposti. Se c’è uno come Giuli al governo, è colpa sua. Se anziché un governo sembra la famiglia Addams, non è colpa mia, li avete scelti voi». «La cosa interessante», replica Giorgia Meloni, «è che si invoca la presenza del presidente del Consiglio in aula praticamente ogni giorno per potersi confrontare sui temi della politica e ogni volta che si viene qui sono accuse e insulti. Quello che noi intendiamo fare in questo ultimo anno di governo è continuare una strategia che abbiamo messo in campo che era fatta sul piano economico sostanzialmente da tre scelte fondamentali: rafforzare i salari e il potere d’acquisto, incentivare le aziende che assumevano e che investivano e in più la scelta, che è anche economica, di sostenere le famiglie e la natalità. Vogliamo rafforzare», aggiunge il premier, «i meccanismi che abbiamo già introdotto per accrescere gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale italiana. Perché qualcosa non funziona se ci sono 260 miliardi di euro che vengono raccolti dagli italiani, dei quali 40 miliardi solamente sono investiti in Italia. È un altro tema sul quale stiamo lavorando, vogliamo lavorare». «Non ho offeso nessuno», precisa Renzi, «vi ho solo paragonato alla famiglia Addams. Ma l’unica che si potrebbe offendere è Morticia».
Al di là dei siparietti a uso e consumo del pubblico televisivo, molto articolata la risposta della Meloni al capogruppo di Forza Italia, Stefania Craxi, che ha posto l’accento sul Sud: «Dove per molti anni l’approccio era stato concentrato sui sussidi», rivendica Giorgia Meloni, «noi abbiamo preferito concentrare la nostra attenzione sugli investimenti, sul lavoro, sulle infrastrutture, sulla semplificazione. La Zes unica è l’esempio più concreto di questa strategia. Abbiamo ridotto i tempi burocratici, abbiamo accelerato le autorizzazioni, dato alle imprese regole chiare. Il risultato è che in due anni sono stati autorizzati, e in parte sostenuti, con crediti di imposta, oltre 1.300 investimenti, per un volume d’affari complessivo di circa 55 miliardi di euro e, chiaramente, rilevanti ricadute in termini occupazionali. A questo si aggiungono gli investimenti del Pnrr, ma anche la riforma delle politiche di coesione, il rafforzamento delle infrastrutture, dei porti, delle reti energetiche e della logistica, gli incentivi alla occupazione. I dati ci dicono che siamo sulla strada giusta. Lo abbiamo ricordato molte volte che in questi anni il Pil del Mezzogiorno è cresciuto più della media nazionale e l’occupazione al Sud è cresciuta più di quanto crescesse a livello nazionale».
Insiste sulla nuova legge elettorale il capogruppo del Pd, Francesco Boccia: «Preoccupatevi di salari e pensioni. Quando ci proponete un tavolo», argomenta Boccia, «fatelo sulla sanità visto che le liste d’attesa non sono diminuite, nonostante due decreti. Invece che chiederci un tavolo sulla legge elettorale, che riguarda solo il consolidamento del potere della sua maggioranza, si preoccupi di migliorare i numeri che le abbiamo illustrato e che lei non prende in considerazione e di risolvere i problemi delle imprese e delle famiglie italiane». Pronta la risposta della Meloni: «Ci sono molte differenze», sottolinea il presidente del Consiglio, tra il 2022 e oggi. Gli occupati sono «aumentati, la disoccupazione è scesa, lo spread oggi è a 75 punti, la Borsa italiana è a quasi 50.000 punti. Secondo Eurostat, la popolazione a rischio povertà è diminuita. Sul fronte fiscale non ci dobbiamo dire molto. Sul fondo sanitario ci sono 17 miliardi in più. Se l’Italia è oggi così disastrosa, in che condizioni si trovava quando noi l’abbiamo ereditata». Al capogruppo del M5s, Stefano Patuanelli, la Meloni rimprovera il Superbonus. Lui replica dicendo: voi lo avete prorogato per l’ultima volta. Nulla di nuovo sotto il sole.

