True
2023-07-07
Testamento Berlusconi, le ville restano in mano alla famiglia. 100 milioni alla Fascina, 30 a Dell’Utri
Villa San Martino (Ansa)
«Tanto amore a tutti». E poi: solide aziende, favolose ville e strepitosi lasciti. Siano fatte le ultime volontà del Cavaliere. Dopo giorni di attese e illazioni, ecco svelato l’arcano: i testamenti di Silvio Berlusconi sono tre e sono stati depositati nello studio di Arrigo Roveda, taciturno notaio assurto a improvvisa notorietà. Il primo è del 2 ottobre 2006: l’ex premier lascia la sua quota di patrimonio «disponibile», dunque anche il controllo di Fininvest, ai primi due figli, Marina e Pier Silvio. Mentre il resto viene diviso tra i cinque eredi «in parti eguali». Ben 14 anni dopo, il 5 ottobre del 2020, vengono confermate le precedenti intenzioni, con l’aggiunta di un lascito di 100 milioni al fratello Paolo. Intendimento reiterato nell’ultimo testamento, vergato dal Cavaliere il 19 gennaio 2022.
I giorni più difficili della sua vita. All’immortale Silvio è stata appena diagnosticata la leucemia. «Cara Marina, Pier Silvio, Barbara e Eleonora, sto andando al San Raffaele, se non dovessi tornare vi prego di prendere atto di quanto segue» scrive nella lettera ai figli, annunciando le sue ultimissime volontà. Segue un brevissimo elenco. Tre nomi. L’inseparabile fratello. La moglie putativa. L’amico perseguitato in suo nome. A Paolo Berlusconi, come già annunciato due anni prima, vengono lasciati 100 milioni. Altrettanti vanno a Marta Fascina. Altri 30 saranno elargiti a Marcello Dell’Utri. Tre postille a margine nella ripartizione dello sterminato impero, valutato 4 miliardi: «Per il bene che gli ho voluto e per quello che loro hanno voluto a me».
Saranno i figli a farsi carico di queste donazioni. E tra le righe, si celano perfino due misteri. A Paolo, citato due volte, vanno 200 milioni o il Cavaliere ha voluto solo ribadire? È lo stesso Paolo a fugare ogni dubbio, «per evitare fraintendimenti»: il fratello, rivela, gli aveva anticipato in più occasioni l’intenzione di lasciargli quei 100 milioni. Ma è l’elenco iniziale a porre ulteriori interrogativi. Berlusconi, nella lettera, si rivolge ai quattro figli: «Marina, Pier Silvio, Barbara e Eleonora». Non viene citato Luigi, il più piccolo. Dimenticanza o volontà? Qualora di trattasse di una precisa scelta, si tratterebbe di un favore all’ultimogenito, che sarebbe sollevato dall’incombenza verso i tre beneficiari. Insomma, i 230 milioni donati complessivamente a fratello, compagna e amico del Cavaliere verrebbero trattenuti dalle quote destinate ai quattro figli: dunque, quasi 58 milioni a testa. Comunque, scripta manent: Luigi non dovrebbe contribuire ad adempire agli ultimi desideri del padre, a meno di diversi accordi familiari.
L’ultimo testamento, che si conclude con quel «tanto amore a tutti», è contenuto in una busta datata «Arcore 19 gennaio 2022» Dentro, c’è questo appunto, lungo una quindicina di righe. È stato consegnato nel primo pomeriggio di due giorni fa, a Villa San Martino, dalla compagna beneficiaria al notaio storico. Roveda, nel successivo atto, ricostruisce: «La signora Marta Fascina, alla presenza di testimoni, mi consegna una busta non sigillata recante la scritta “Ai miei figli” e la firma “S Berlusconi“». Nella busta si trova un foglio di carta intestata composto da due facciate «scritto con inchiostro nero, apparentemente da un’unica persona» che, si specifica, la Fascina “ritiene essere il testamento olografo del signor Silvio Berlusconi e che mi chiede di pubblicare”».
Insomma: nei convulsi giorni dell’apertura dei primi due testamenti, Roveda va ad Arcore, dove Marta ha vissuto con Silvio. Sono le ultime disposizioni del Cavaliere, vergate all’improvviso. Quando vede la vita scivolargli via. Prevedibile quindi la generosità verso la quasi moglie, che non l’ha mai abbandonato durante la malattia. Scontato il gesto verso il devotissimo fratello. Meno scontata la riconoscenza per l’amico di sempre: l’unico indomito berlusconiano che ha davvero pagato, con una condanna di sette anni per concorso esterno, la pervicacia con cui i giudici hanno perseguitato il Cavaliere, i suoi amici e le sue aziende. «Quando stamattina mi ha chiamato il notaio, sono rimasto choccato dalla notizia», ammette Dell’Utri. «Non me lo aspettavo perché non mi doveva nulla. L’affetto rimaneva anche senza questo gesto materiale, che dimostra la grandezza dell’uomo». L’ex senatore di Forza Italia lo definisce un fratello: «Io ho dato tutto per lui e lui ha dato tutto per me», ricorda.
Rimarranno invece ai figli le proprietà immobiliari, come d’altronde emerge dal primo testamento: scritto nell’ottobre 2006, mentre l’ex premier era ancora sposato con Veronica Lario. Berlusconi lascia la «quota disponibile», ovvero il suo 20%, a Marina e Pier Silvio. Che insieme ora controllano il 53% di Fininvest. Così come il resto del patrimonio, tra cui le case e ville acquistate negli anni dall’ex presidente del Consiglio. Quasi tutte sono possedute dalla holding Dolcedrago. Pezzi unici e ragguardevoli: da Villa San Martino a Villa Campari sul lago di Como, da Villa Belvedere a Macherio a Villa Zeffirelli a Roma, dalla residenza alle Bahamas a quelle ad Antigua. Il gioiello della corona, però, è Villa Certosa in Costa Smeralda. Gli arabi, da anni, sono pronti a sborsare cifre indimenticabili. Si favoleggia dell’ultima offerta del figlio del re d’Arabia: mezzo miliardo di euro. Per adesso, nisba. Tutto rimane nelle salde mani dei cinque figli del Cavaliere.
Ai figli pure la fideiussione sui debiti di Fi
Nessuno scossone in Forza Italia dall’apertura del testamento di Silvio Berlusconi, almeno dal punto di vista strettamente finanziario. La fideiussione da 90 milioni di euro con la quale Berlusconi garantiva l’esposizione debitoria del partito, infatti, verrà presa in carico dai figli. Del resto, si ragiona in ambienti forzisti, i figli del Cav, a partire da Pier Silvio, hanno più volte manifestato la loro volontà di non lasciar disperdere il «lascito politico» del fondatore. «Si andrà avanti con il sostegno della famiglia», spiega alla Verità un big berlusconiano, «le parole dei figli sono state tranquillizzanti fin dal primo momento. Ora spetta a noi stringerci compatti e mettercela tutta per conseguire un bel risultato elettorale a partire dalle europee del prossimo anno». Sarà Antonio Tajani, come noto, a assumere il ruolo di leader del partito fino alle prossime Europee: il prossimo 15 luglio il Consiglio nazionale lo indicherà come reggente; poi, dopo il voto della prossima primavera, si terrà il congresso nazionale, il primo «vero» appuntamento assembleare di Forza Italia.
Curiosità, ovviamente, per quello che sarà il ruolo di Marta Fascina: la compagna di vita del presidente Berlusconi, che ha ricevuto un lascito di 100 milioni di euro, dalla scomparsa del Cav non si è più mostrata in pubblico. Nessuno è in grado di prevedere, al momento, se la famiglia di Berlusconi continuerà a considerarla come «tramite» con il partito. Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del Cav, ricordiamolo, Tajani ha ufficializzato la nomina di Fabio Roscioli, storico avvocato di Berlusconi, come nuovo tesoriere al posto di Alfredo Messina.
Intanto, al di là delle vicende legate al testamento, Forza Italia guarda al futuro. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, la strategia nel lungo periodo non esclude il ritorno nel partito di alcuni esponenti che sono usciti da Forza Italia recentemente. Riflettori accesi in particolare su Azione, la creatura politica di Carlo Calenda, che non riesce a crescere quanto i più ottimisti si aspettavano, e che è tra l’altro costantemente dilaniata dalla faida interna al Terzo polo. Non è sfuggito agli addetti ai lavori il tweet con il quale Mariastella Gelmini, ex forzista transitata in Azione, ha commentato il caso Santanchè: «Ho ascoltato l’informativa della ministra Daniela Santanché al Senato», ha twittato la Gelmini, «vedremo se le sue parole saranno confermate anche dai fatti. Ad oggi, a mio avviso, non ci sono mozioni di sfiducia che tengano. Sono e sarò garantista, anche in questo caso». Una linea diversa da quella dello stesso Calenda, che invece è andato all’attacco: «C’è una profonda differenza», ha scritto su Twitter il leader di Azione, «tra essere garantisti e sostenere che comportamenti gravemente inappropriati di un membro di governo debbano essere considerati irrilevanti fino a eventuale sentenza passata in giudicato. Non abbiamo chiesto le dimissioni della Santanchè fino a oggi», ha aggiunto Calenda, «abbiamo chiesto spiegazioni. Le spiegazioni date sono parziali, inesistenti o omissive. Ricordo che in questo caso si parla di mancato pagamento del Tfr, uso fraudolento della cassa integrazione, mancato pagamento di stipendi, mancata restituzione di fondi pubblici. Alla luce di quanto accaduto oggi in Senato, la ministra dovrebbe seriamente valutare di fare un passo indietro». Due linee molto diverse, apertamente in contrapposizione tra loro.
Grandi ritorni in vista? Sotto garanzia assoluta di anonimato, un big di Forza Italia nicchia: «Non ci sono ritorni in vista nell’immediato futuro», ci dice il nostro interlocutore, «ma è chiaro che se alla fine Calenda si appiattirà su Pd e M5s, molti che hanno sposato il suo progetto non potranno proseguire su questa strada. In quel caso non si tratterà di un singolo dissenso, ma si aprirà un processo molto più articolato, che potrebbe riportare in Forza Italia diversi esponenti politici di ispirazione moderata, liberale e garantista che si riconoscono nei valori del Partito popolare europeo».
Continua a leggereRiduci
Coi testamenti lasciati 100 milioni anche al fratello Paolo. La lettera con cui vengono disposte le donazioni non cita Luigi: le sue quote dovrebbero essere escluse dal calcolo. Gli immobili in mano alla Dolcedrago.Niente scossoni in Forza Italia, che terrà il congresso dopo le Europee ed è pronto al rientro dei calendiani.Lo speciale contiene due articoli.«Tanto amore a tutti». E poi: solide aziende, favolose ville e strepitosi lasciti. Siano fatte le ultime volontà del Cavaliere. Dopo giorni di attese e illazioni, ecco svelato l’arcano: i testamenti di Silvio Berlusconi sono tre e sono stati depositati nello studio di Arrigo Roveda, taciturno notaio assurto a improvvisa notorietà. Il primo è del 2 ottobre 2006: l’ex premier lascia la sua quota di patrimonio «disponibile», dunque anche il controllo di Fininvest, ai primi due figli, Marina e Pier Silvio. Mentre il resto viene diviso tra i cinque eredi «in parti eguali». Ben 14 anni dopo, il 5 ottobre del 2020, vengono confermate le precedenti intenzioni, con l’aggiunta di un lascito di 100 milioni al fratello Paolo. Intendimento reiterato nell’ultimo testamento, vergato dal Cavaliere il 19 gennaio 2022. I giorni più difficili della sua vita. All’immortale Silvio è stata appena diagnosticata la leucemia. «Cara Marina, Pier Silvio, Barbara e Eleonora, sto andando al San Raffaele, se non dovessi tornare vi prego di prendere atto di quanto segue» scrive nella lettera ai figli, annunciando le sue ultimissime volontà. Segue un brevissimo elenco. Tre nomi. L’inseparabile fratello. La moglie putativa. L’amico perseguitato in suo nome. A Paolo Berlusconi, come già annunciato due anni prima, vengono lasciati 100 milioni. Altrettanti vanno a Marta Fascina. Altri 30 saranno elargiti a Marcello Dell’Utri. Tre postille a margine nella ripartizione dello sterminato impero, valutato 4 miliardi: «Per il bene che gli ho voluto e per quello che loro hanno voluto a me».Saranno i figli a farsi carico di queste donazioni. E tra le righe, si celano perfino due misteri. A Paolo, citato due volte, vanno 200 milioni o il Cavaliere ha voluto solo ribadire? È lo stesso Paolo a fugare ogni dubbio, «per evitare fraintendimenti»: il fratello, rivela, gli aveva anticipato in più occasioni l’intenzione di lasciargli quei 100 milioni. Ma è l’elenco iniziale a porre ulteriori interrogativi. Berlusconi, nella lettera, si rivolge ai quattro figli: «Marina, Pier Silvio, Barbara e Eleonora». Non viene citato Luigi, il più piccolo. Dimenticanza o volontà? Qualora di trattasse di una precisa scelta, si tratterebbe di un favore all’ultimogenito, che sarebbe sollevato dall’incombenza verso i tre beneficiari. Insomma, i 230 milioni donati complessivamente a fratello, compagna e amico del Cavaliere verrebbero trattenuti dalle quote destinate ai quattro figli: dunque, quasi 58 milioni a testa. Comunque, scripta manent: Luigi non dovrebbe contribuire ad adempire agli ultimi desideri del padre, a meno di diversi accordi familiari. L’ultimo testamento, che si conclude con quel «tanto amore a tutti», è contenuto in una busta datata «Arcore 19 gennaio 2022» Dentro, c’è questo appunto, lungo una quindicina di righe. È stato consegnato nel primo pomeriggio di due giorni fa, a Villa San Martino, dalla compagna beneficiaria al notaio storico. Roveda, nel successivo atto, ricostruisce: «La signora Marta Fascina, alla presenza di testimoni, mi consegna una busta non sigillata recante la scritta “Ai miei figli” e la firma “S Berlusconi“». Nella busta si trova un foglio di carta intestata composto da due facciate «scritto con inchiostro nero, apparentemente da un’unica persona» che, si specifica, la Fascina “ritiene essere il testamento olografo del signor Silvio Berlusconi e che mi chiede di pubblicare”».Insomma: nei convulsi giorni dell’apertura dei primi due testamenti, Roveda va ad Arcore, dove Marta ha vissuto con Silvio. Sono le ultime disposizioni del Cavaliere, vergate all’improvviso. Quando vede la vita scivolargli via. Prevedibile quindi la generosità verso la quasi moglie, che non l’ha mai abbandonato durante la malattia. Scontato il gesto verso il devotissimo fratello. Meno scontata la riconoscenza per l’amico di sempre: l’unico indomito berlusconiano che ha davvero pagato, con una condanna di sette anni per concorso esterno, la pervicacia con cui i giudici hanno perseguitato il Cavaliere, i suoi amici e le sue aziende. «Quando stamattina mi ha chiamato il notaio, sono rimasto choccato dalla notizia», ammette Dell’Utri. «Non me lo aspettavo perché non mi doveva nulla. L’affetto rimaneva anche senza questo gesto materiale, che dimostra la grandezza dell’uomo». L’ex senatore di Forza Italia lo definisce un fratello: «Io ho dato tutto per lui e lui ha dato tutto per me», ricorda.Rimarranno invece ai figli le proprietà immobiliari, come d’altronde emerge dal primo testamento: scritto nell’ottobre 2006, mentre l’ex premier era ancora sposato con Veronica Lario. Berlusconi lascia la «quota disponibile», ovvero il suo 20%, a Marina e Pier Silvio. Che insieme ora controllano il 53% di Fininvest. Così come il resto del patrimonio, tra cui le case e ville acquistate negli anni dall’ex presidente del Consiglio. Quasi tutte sono possedute dalla holding Dolcedrago. Pezzi unici e ragguardevoli: da Villa San Martino a Villa Campari sul lago di Como, da Villa Belvedere a Macherio a Villa Zeffirelli a Roma, dalla residenza alle Bahamas a quelle ad Antigua. Il gioiello della corona, però, è Villa Certosa in Costa Smeralda. Gli arabi, da anni, sono pronti a sborsare cifre indimenticabili. Si favoleggia dell’ultima offerta del figlio del re d’Arabia: mezzo miliardo di euro. Per adesso, nisba. Tutto rimane nelle salde mani dei cinque figli del Cavaliere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/testamento-berlusconi-ville-famiglia-2662245454.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-figli-pure-la-fideiussione-sui-debiti-di-fi" data-post-id="2662245454" data-published-at="1688710031" data-use-pagination="False"> Ai figli pure la fideiussione sui debiti di Fi Nessuno scossone in Forza Italia dall’apertura del testamento di Silvio Berlusconi, almeno dal punto di vista strettamente finanziario. La fideiussione da 90 milioni di euro con la quale Berlusconi garantiva l’esposizione debitoria del partito, infatti, verrà presa in carico dai figli. Del resto, si ragiona in ambienti forzisti, i figli del Cav, a partire da Pier Silvio, hanno più volte manifestato la loro volontà di non lasciar disperdere il «lascito politico» del fondatore. «Si andrà avanti con il sostegno della famiglia», spiega alla Verità un big berlusconiano, «le parole dei figli sono state tranquillizzanti fin dal primo momento. Ora spetta a noi stringerci compatti e mettercela tutta per conseguire un bel risultato elettorale a partire dalle europee del prossimo anno». Sarà Antonio Tajani, come noto, a assumere il ruolo di leader del partito fino alle prossime Europee: il prossimo 15 luglio il Consiglio nazionale lo indicherà come reggente; poi, dopo il voto della prossima primavera, si terrà il congresso nazionale, il primo «vero» appuntamento assembleare di Forza Italia. Curiosità, ovviamente, per quello che sarà il ruolo di Marta Fascina: la compagna di vita del presidente Berlusconi, che ha ricevuto un lascito di 100 milioni di euro, dalla scomparsa del Cav non si è più mostrata in pubblico. Nessuno è in grado di prevedere, al momento, se la famiglia di Berlusconi continuerà a considerarla come «tramite» con il partito. Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del Cav, ricordiamolo, Tajani ha ufficializzato la nomina di Fabio Roscioli, storico avvocato di Berlusconi, come nuovo tesoriere al posto di Alfredo Messina. Intanto, al di là delle vicende legate al testamento, Forza Italia guarda al futuro. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, la strategia nel lungo periodo non esclude il ritorno nel partito di alcuni esponenti che sono usciti da Forza Italia recentemente. Riflettori accesi in particolare su Azione, la creatura politica di Carlo Calenda, che non riesce a crescere quanto i più ottimisti si aspettavano, e che è tra l’altro costantemente dilaniata dalla faida interna al Terzo polo. Non è sfuggito agli addetti ai lavori il tweet con il quale Mariastella Gelmini, ex forzista transitata in Azione, ha commentato il caso Santanchè: «Ho ascoltato l’informativa della ministra Daniela Santanché al Senato», ha twittato la Gelmini, «vedremo se le sue parole saranno confermate anche dai fatti. Ad oggi, a mio avviso, non ci sono mozioni di sfiducia che tengano. Sono e sarò garantista, anche in questo caso». Una linea diversa da quella dello stesso Calenda, che invece è andato all’attacco: «C’è una profonda differenza», ha scritto su Twitter il leader di Azione, «tra essere garantisti e sostenere che comportamenti gravemente inappropriati di un membro di governo debbano essere considerati irrilevanti fino a eventuale sentenza passata in giudicato. Non abbiamo chiesto le dimissioni della Santanchè fino a oggi», ha aggiunto Calenda, «abbiamo chiesto spiegazioni. Le spiegazioni date sono parziali, inesistenti o omissive. Ricordo che in questo caso si parla di mancato pagamento del Tfr, uso fraudolento della cassa integrazione, mancato pagamento di stipendi, mancata restituzione di fondi pubblici. Alla luce di quanto accaduto oggi in Senato, la ministra dovrebbe seriamente valutare di fare un passo indietro». Due linee molto diverse, apertamente in contrapposizione tra loro. Grandi ritorni in vista? Sotto garanzia assoluta di anonimato, un big di Forza Italia nicchia: «Non ci sono ritorni in vista nell’immediato futuro», ci dice il nostro interlocutore, «ma è chiaro che se alla fine Calenda si appiattirà su Pd e M5s, molti che hanno sposato il suo progetto non potranno proseguire su questa strada. In quel caso non si tratterà di un singolo dissenso, ma si aprirà un processo molto più articolato, che potrebbe riportare in Forza Italia diversi esponenti politici di ispirazione moderata, liberale e garantista che si riconoscono nei valori del Partito popolare europeo».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci