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2021-09-04
Test salivari: serve l’ok a quelli rapidi per un utilizzo gratuito e di massa
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Per una volta che il Parlamento e i partiti - a lungo sollecitati dal nostro giornale - sembrano disposti a prendere una decisione ragionevole, verrebbe voglia di fare festa. Preso dall'entusiasmo, uno sarebbe portato a dire: ma allora non è tutto inutile, le campagne giornalistiche e civili servono ancora a qualcosa, magari si riesce ad andare oltre le polarizzazioni e indurre anche forze litigiose a convergere su qualcosa di concreto. Purtroppo, però, superato il primo momento di euforia, la realtà ti riporta subito con i piedi per terra.
Stiamo parlando della campagna della Verità a favore dei tamponi salivari rapidi. Questo giornale, che qualche fazioso accusa di indicare solo problemi, in realtà si fa costantemente carico di proporre soluzioni, percorsi razionali e praticabili. E a maggior ragione l'abbiamo fatto per tutta questa estate, prevedendo (profezia purtroppo azzeccata) un settembre nero, una ripresa fatta di tensioni sociali e problemi irrisolti. Ecco, l'altro giorno, in commissione alla Camera, il governo, riformulando due emendamenti (uno della Lega e uno dei grillini), ha accolto la direzione di marcia che La Verità aveva indicato, includendo anche i tamponi salivari tra gli strumenti che danno diritto a ottenere il green pass.
Purtroppo, però, una volta imboccata la strada giusta, anziché premere l'acceleratore, il governo ha schiacciato il pedale del freno. In che senso? Nel senso che l'ok ai tamponi salivari è stato limitato a quelli cosiddetti molecolari. Apparentemente, può sembrare un dettaglio. I più magnanimi potrebbero dire: accontentiamoci di questo primo passo, o comunque prendiamo atto dell'accoglimento del principio. E in effetti, già nell'edizione di ieri, La Verità ha valorizzato la notizia, riconoscendo all'esecutivo un primo comportamento improntato alla buona volontà.
Ma purtroppo non basta. I tamponi salivari molecolari sono quelli che richiedono un passaggio in laboratorio: il campione di saliva, come si dice con brutto anglicismo, va «processato». Il che impone dalle 12 alle 36 ore per ottenere la risposta. Morale: anche quando l'esito è confortante (cioè negativo), tutta l'operazione diventa una mezza presa in giro, considerando che il valore del tampone è di sole 48 ore, che vanno conteggiate non dal momento in cui uno riceve la risposta, ma da quello in cui viene fatto il test.
Ciò che invece serviva e serve è che il Parlamento dia semaforo verde al tampone salivare rapido, quello che assicura la risposta in soli 10 minuti. Tecnicamente, si parla di «lollipop»: un vero e proprio lecca lecca, che consente dopo pochi minuti di sapere se si è negativi o no.
Non è una questione di lana caprina. Tra i due strumenti la differenza è enorme. Si pensi, nel secondo caso (quello del lecca lecca), agli effetti benefici in una situazione in cui più persone sono chiuse per molte ore al giorno in uno stesso spazio, ad esempio a scuola o in azienda. Se c'è un caso di positività, adesso, c'è il rischio altissimo di finire tutti in quarantena (o, nel caso della scuola, in didattica a distanza). Al contrario, con l'adozione del tampone salivare rapido, saremmo davanti a un piccolo uovo di Colombo: test immediato (e non invasivo) per tutti, e possibilità di proseguire le attività regolarmente circa un quarto d'ora dopo.
Che cosa servirebbe allora? Tre passaggi. Primo: che governo e Parlamento diano l'ok a questo strumento. Secondo: che i costi non siano a carico del cittadino, come invece accade oggi. Terzo: che sia nel settore privato sia nel settore pubblico questo mezzo non sia usato solo «a campione», ma in modo sistematico e a tappeto, come strumento costante di screening. Per il momento, è solo previsto un programma di «scuole sentinella», con appena 110.000 studenti che saranno sottoposti al test ogni 15 giorni. Per avere un'idea degli ordini di grandezza differenti, la Francia prevede da questo settembre (e parliamo solo della scuola) di usare 600.000 tamponi salivari a settimana.
La verità è che due cose remano contro i tamponi salivari rapidi. La prima è un retropensiero della comunità scientifica: alcuni sono convinti che l'adozione su larga scala del tampone salivare a risposta immediata rappresenterebbe un disincentivo alla vaccinazione. Tesi curiosa: come se il vaccino, anziché un mezzo, fosse divenuto un fine in sé.
La seconda è un retropensiero più politico, non meno odioso: la semplicità di questo tipo di screening avrebbe l'effetto di farci riavvicinare alla normalità, di toglierci la «scimmia» del Covid dalla spalla. Finirebbe l'emergenza: alla quale qualcuno, ai piani alti della politica romana, sembra essersi affezionato. Uno stato d'eccezione semiperenne, la riduzione dei dissenzienti a fastidiosi dissidenti: non disturbate il manovratore, insomma. Proprio per questo, a maggior ragione, è giunta l'ora di voltare pagina.
Scoppia la grana dei tamponi inutili
Il tampone effettuato gratuitamente nei gazebo della Croce rossa italiana (Cri) è valido per ottenere il green pass, ma nella stragrande maggioranza dei casi, chi ne avrebbe diritto (perché l'esito è negativo) non ottiene il lasciapassare.
È successo in questi giorni a una nostra lettrice. Per una questione lavorativa doveva esibire il green pass ma, non avendo ancora la vaccinazione, si è recata a fare il test al presidio della Cri, di fronte alla stazione di Torino Porta nuova. Tutto è andato benissimo: tempistiche e referto in tempi record. Con sua grande sorpresa però, una volta a casa e collegata al sito del ministero per ottenere il green pass, ha notato che nel documento in suo possesso non c'erano i codici per scaricare la carta verde. Nel chiedere chiarimenti al numero verde della Croce rossa italiana ha ottenuto una risposta semplice: a Torino non c'è l'accordo con l'Azienda sanitaria e quindi il test non è valido per ottenere il green pass. La giovane donna si è quindi recata in una farmacia e, con 15 euro, ha rifatto il test e ottenuto i codici per il lasciapassare di 48 ore.
In effetti, un'informazione in più sul sito della Croce rossa, per spiegare che i tamponi rapidi gratuiti non rilasciano sempre il green pass, sarebbe opportuna. Chi, dovendo prendere un Frecciarossa, contasse sul tampone di fronte alla stazione per avere il pass, obbligatorio dal primo settembre anche nei treni a lunga percorrenza, potrebbe perdere sia tempo che il treno.
Attualmente, senza alcun costo, limite d'età o prescrizione medica, chiunque può sottoporsi al tampone antigenico rapido nelle strutture allestite dalla Croce rossa in 12 stazioni (Roma Termini, Milano Centrale, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze Santa Maria Novella, Palermo, Reggio Calabria, Torino Porta nuova, Venezia Santa Lucia, Genova Piazza Principe e Napoli Centrale). «Il test che si esegue», spiega Davide Del Brocco, responsabile della Croce rossa di questo progetto, «è tra quelli approvati per ottenere il pass, ma per il suo rilascio serve l'accreditamento delle postazioni presso le autorità competenti». Attualmente sono autorizzate le stazioni di Roma e Milano (ovvero due su 12). Le altre postazioni attendono il via libera nei prossimi giorni, ma «la normativa è molto complicata», dice Del Brocco. Sulle difficoltà burocratiche nessuno nutriva dubbi, ma la questione grave è che manca, a livello governativo, la capacità di gestire e mettere a sistema questo e altri aiuti che arrivano da vari enti che forniscono servizi utili e gratuiti al cittadino. «L'iniziativa», continua Del Brocco, «è stata messa a punto grazie al finanziamento della Commissione europea alla Croce rossa internazionale, che ha stanziato, per l'Italia, 9 milioni di franchi svizzeri (circa 8,3 milioni di euro) con lo scopo di fare screening alla popolazione per tracciare il virus e consentire, alle fasce più vulnerabili che non possono andare in farmacia a pagare il tampone, di farlo gratuitamente». Il progetto, iniziato ad aprile 2021 con le postazioni di Roma e Milano, arrivato oggi in 12 principali scali ferroviari, è nato quindi con un obiettivo diverso da quello di fornire il green pass. «Cerchiamo di sostenere i Paesi nel tracciamento del virus. Abbiamo anche delle strutture mobili che impieghiamo in base alle necessità, come per testare chi è arrivato dall'Afghanistan, ma anche per eventi di qualche giorno», precisa il responsabile della Croce rossa. «Il pass è stato un peso aggiuntivo e l'interlocuzione non è stata semplice». Attualmente questi presidi fanno più di 4.000 tamponi al giorno, oltre i 3.000 iniziali. A Milano «carichiamo i dati in modo massivo e si ottiene velocemente il trasferimento dei codici per il green pass. A Roma la gestione è manuale e ci mettiamo 4 o 5 minuti in più per tampone», osserva Del Brocco. «Se ci fosse un sistema centralizzato e automatizzato, potremmo fare tranquillamente 5.000 tamponi (e green pass, ndr) al giorno, ma ogni Regione ha un suo sistema: manuale, app, massivo».
C'è però un'altra questione da non sottovalutare. Questo progetto della Croce rossa termina il 30 settembre. «La nostra volontà è di poter continuare, ma non è ancora certo», conclude il capo dell'operazione. Se non cambia nulla, quando tutti i centri saranno accreditati, non ci sarà più il progetto.
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Il via libera della commissione alla Camera, chiesto dalla «Verità», è positivo. Ma non deve limitare l'accesso al pass solo con i molecolari. Dopodiché bisogna investire su questa idea se si vuole evitare che sia una farsaSolo due gazebo della Croce rossa italiana su 12 rilasciano il certificato dopo l'esame Per colpa della burocrazia mancano gli accreditamenti, a eccezione di Roma e MilanoLo speciale contiene due articoliPer una volta che il Parlamento e i partiti - a lungo sollecitati dal nostro giornale - sembrano disposti a prendere una decisione ragionevole, verrebbe voglia di fare festa. Preso dall'entusiasmo, uno sarebbe portato a dire: ma allora non è tutto inutile, le campagne giornalistiche e civili servono ancora a qualcosa, magari si riesce ad andare oltre le polarizzazioni e indurre anche forze litigiose a convergere su qualcosa di concreto. Purtroppo, però, superato il primo momento di euforia, la realtà ti riporta subito con i piedi per terra. Stiamo parlando della campagna della Verità a favore dei tamponi salivari rapidi. Questo giornale, che qualche fazioso accusa di indicare solo problemi, in realtà si fa costantemente carico di proporre soluzioni, percorsi razionali e praticabili. E a maggior ragione l'abbiamo fatto per tutta questa estate, prevedendo (profezia purtroppo azzeccata) un settembre nero, una ripresa fatta di tensioni sociali e problemi irrisolti. Ecco, l'altro giorno, in commissione alla Camera, il governo, riformulando due emendamenti (uno della Lega e uno dei grillini), ha accolto la direzione di marcia che La Verità aveva indicato, includendo anche i tamponi salivari tra gli strumenti che danno diritto a ottenere il green pass. Purtroppo, però, una volta imboccata la strada giusta, anziché premere l'acceleratore, il governo ha schiacciato il pedale del freno. In che senso? Nel senso che l'ok ai tamponi salivari è stato limitato a quelli cosiddetti molecolari. Apparentemente, può sembrare un dettaglio. I più magnanimi potrebbero dire: accontentiamoci di questo primo passo, o comunque prendiamo atto dell'accoglimento del principio. E in effetti, già nell'edizione di ieri, La Verità ha valorizzato la notizia, riconoscendo all'esecutivo un primo comportamento improntato alla buona volontà.Ma purtroppo non basta. I tamponi salivari molecolari sono quelli che richiedono un passaggio in laboratorio: il campione di saliva, come si dice con brutto anglicismo, va «processato». Il che impone dalle 12 alle 36 ore per ottenere la risposta. Morale: anche quando l'esito è confortante (cioè negativo), tutta l'operazione diventa una mezza presa in giro, considerando che il valore del tampone è di sole 48 ore, che vanno conteggiate non dal momento in cui uno riceve la risposta, ma da quello in cui viene fatto il test. Ciò che invece serviva e serve è che il Parlamento dia semaforo verde al tampone salivare rapido, quello che assicura la risposta in soli 10 minuti. Tecnicamente, si parla di «lollipop»: un vero e proprio lecca lecca, che consente dopo pochi minuti di sapere se si è negativi o no. Non è una questione di lana caprina. Tra i due strumenti la differenza è enorme. Si pensi, nel secondo caso (quello del lecca lecca), agli effetti benefici in una situazione in cui più persone sono chiuse per molte ore al giorno in uno stesso spazio, ad esempio a scuola o in azienda. Se c'è un caso di positività, adesso, c'è il rischio altissimo di finire tutti in quarantena (o, nel caso della scuola, in didattica a distanza). Al contrario, con l'adozione del tampone salivare rapido, saremmo davanti a un piccolo uovo di Colombo: test immediato (e non invasivo) per tutti, e possibilità di proseguire le attività regolarmente circa un quarto d'ora dopo. Che cosa servirebbe allora? Tre passaggi. Primo: che governo e Parlamento diano l'ok a questo strumento. Secondo: che i costi non siano a carico del cittadino, come invece accade oggi. Terzo: che sia nel settore privato sia nel settore pubblico questo mezzo non sia usato solo «a campione», ma in modo sistematico e a tappeto, come strumento costante di screening. Per il momento, è solo previsto un programma di «scuole sentinella», con appena 110.000 studenti che saranno sottoposti al test ogni 15 giorni. Per avere un'idea degli ordini di grandezza differenti, la Francia prevede da questo settembre (e parliamo solo della scuola) di usare 600.000 tamponi salivari a settimana. La verità è che due cose remano contro i tamponi salivari rapidi. La prima è un retropensiero della comunità scientifica: alcuni sono convinti che l'adozione su larga scala del tampone salivare a risposta immediata rappresenterebbe un disincentivo alla vaccinazione. Tesi curiosa: come se il vaccino, anziché un mezzo, fosse divenuto un fine in sé. La seconda è un retropensiero più politico, non meno odioso: la semplicità di questo tipo di screening avrebbe l'effetto di farci riavvicinare alla normalità, di toglierci la «scimmia» del Covid dalla spalla. Finirebbe l'emergenza: alla quale qualcuno, ai piani alti della politica romana, sembra essersi affezionato. Uno stato d'eccezione semiperenne, la riduzione dei dissenzienti a fastidiosi dissidenti: non disturbate il manovratore, insomma. Proprio per questo, a maggior ragione, è giunta l'ora di voltare pagina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/test-salivari-serve-lok-a-quelli-rapidi-per-un-utilizzo-gratuito-e-di-massa-2654896327.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scoppia-la-grana-dei-tamponi-inutili" data-post-id="2654896327" data-published-at="1630693675" data-use-pagination="False"> Scoppia la grana dei tamponi inutili Il tampone effettuato gratuitamente nei gazebo della Croce rossa italiana (Cri) è valido per ottenere il green pass, ma nella stragrande maggioranza dei casi, chi ne avrebbe diritto (perché l'esito è negativo) non ottiene il lasciapassare. È successo in questi giorni a una nostra lettrice. Per una questione lavorativa doveva esibire il green pass ma, non avendo ancora la vaccinazione, si è recata a fare il test al presidio della Cri, di fronte alla stazione di Torino Porta nuova. Tutto è andato benissimo: tempistiche e referto in tempi record. Con sua grande sorpresa però, una volta a casa e collegata al sito del ministero per ottenere il green pass, ha notato che nel documento in suo possesso non c'erano i codici per scaricare la carta verde. Nel chiedere chiarimenti al numero verde della Croce rossa italiana ha ottenuto una risposta semplice: a Torino non c'è l'accordo con l'Azienda sanitaria e quindi il test non è valido per ottenere il green pass. La giovane donna si è quindi recata in una farmacia e, con 15 euro, ha rifatto il test e ottenuto i codici per il lasciapassare di 48 ore. In effetti, un'informazione in più sul sito della Croce rossa, per spiegare che i tamponi rapidi gratuiti non rilasciano sempre il green pass, sarebbe opportuna. Chi, dovendo prendere un Frecciarossa, contasse sul tampone di fronte alla stazione per avere il pass, obbligatorio dal primo settembre anche nei treni a lunga percorrenza, potrebbe perdere sia tempo che il treno. Attualmente, senza alcun costo, limite d'età o prescrizione medica, chiunque può sottoporsi al tampone antigenico rapido nelle strutture allestite dalla Croce rossa in 12 stazioni (Roma Termini, Milano Centrale, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze Santa Maria Novella, Palermo, Reggio Calabria, Torino Porta nuova, Venezia Santa Lucia, Genova Piazza Principe e Napoli Centrale). «Il test che si esegue», spiega Davide Del Brocco, responsabile della Croce rossa di questo progetto, «è tra quelli approvati per ottenere il pass, ma per il suo rilascio serve l'accreditamento delle postazioni presso le autorità competenti». Attualmente sono autorizzate le stazioni di Roma e Milano (ovvero due su 12). Le altre postazioni attendono il via libera nei prossimi giorni, ma «la normativa è molto complicata», dice Del Brocco. Sulle difficoltà burocratiche nessuno nutriva dubbi, ma la questione grave è che manca, a livello governativo, la capacità di gestire e mettere a sistema questo e altri aiuti che arrivano da vari enti che forniscono servizi utili e gratuiti al cittadino. «L'iniziativa», continua Del Brocco, «è stata messa a punto grazie al finanziamento della Commissione europea alla Croce rossa internazionale, che ha stanziato, per l'Italia, 9 milioni di franchi svizzeri (circa 8,3 milioni di euro) con lo scopo di fare screening alla popolazione per tracciare il virus e consentire, alle fasce più vulnerabili che non possono andare in farmacia a pagare il tampone, di farlo gratuitamente». Il progetto, iniziato ad aprile 2021 con le postazioni di Roma e Milano, arrivato oggi in 12 principali scali ferroviari, è nato quindi con un obiettivo diverso da quello di fornire il green pass. «Cerchiamo di sostenere i Paesi nel tracciamento del virus. Abbiamo anche delle strutture mobili che impieghiamo in base alle necessità, come per testare chi è arrivato dall'Afghanistan, ma anche per eventi di qualche giorno», precisa il responsabile della Croce rossa. «Il pass è stato un peso aggiuntivo e l'interlocuzione non è stata semplice». Attualmente questi presidi fanno più di 4.000 tamponi al giorno, oltre i 3.000 iniziali. A Milano «carichiamo i dati in modo massivo e si ottiene velocemente il trasferimento dei codici per il green pass. A Roma la gestione è manuale e ci mettiamo 4 o 5 minuti in più per tampone», osserva Del Brocco. «Se ci fosse un sistema centralizzato e automatizzato, potremmo fare tranquillamente 5.000 tamponi (e green pass, ndr) al giorno, ma ogni Regione ha un suo sistema: manuale, app, massivo». C'è però un'altra questione da non sottovalutare. Questo progetto della Croce rossa termina il 30 settembre. «La nostra volontà è di poter continuare, ma non è ancora certo», conclude il capo dell'operazione. Se non cambia nulla, quando tutti i centri saranno accreditati, non ci sarà più il progetto.
Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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