True
2021-09-04
Test salivari: serve l’ok a quelli rapidi per un utilizzo gratuito e di massa
iStock
Per una volta che il Parlamento e i partiti - a lungo sollecitati dal nostro giornale - sembrano disposti a prendere una decisione ragionevole, verrebbe voglia di fare festa. Preso dall'entusiasmo, uno sarebbe portato a dire: ma allora non è tutto inutile, le campagne giornalistiche e civili servono ancora a qualcosa, magari si riesce ad andare oltre le polarizzazioni e indurre anche forze litigiose a convergere su qualcosa di concreto. Purtroppo, però, superato il primo momento di euforia, la realtà ti riporta subito con i piedi per terra.
Stiamo parlando della campagna della Verità a favore dei tamponi salivari rapidi. Questo giornale, che qualche fazioso accusa di indicare solo problemi, in realtà si fa costantemente carico di proporre soluzioni, percorsi razionali e praticabili. E a maggior ragione l'abbiamo fatto per tutta questa estate, prevedendo (profezia purtroppo azzeccata) un settembre nero, una ripresa fatta di tensioni sociali e problemi irrisolti. Ecco, l'altro giorno, in commissione alla Camera, il governo, riformulando due emendamenti (uno della Lega e uno dei grillini), ha accolto la direzione di marcia che La Verità aveva indicato, includendo anche i tamponi salivari tra gli strumenti che danno diritto a ottenere il green pass.
Purtroppo, però, una volta imboccata la strada giusta, anziché premere l'acceleratore, il governo ha schiacciato il pedale del freno. In che senso? Nel senso che l'ok ai tamponi salivari è stato limitato a quelli cosiddetti molecolari. Apparentemente, può sembrare un dettaglio. I più magnanimi potrebbero dire: accontentiamoci di questo primo passo, o comunque prendiamo atto dell'accoglimento del principio. E in effetti, già nell'edizione di ieri, La Verità ha valorizzato la notizia, riconoscendo all'esecutivo un primo comportamento improntato alla buona volontà.
Ma purtroppo non basta. I tamponi salivari molecolari sono quelli che richiedono un passaggio in laboratorio: il campione di saliva, come si dice con brutto anglicismo, va «processato». Il che impone dalle 12 alle 36 ore per ottenere la risposta. Morale: anche quando l'esito è confortante (cioè negativo), tutta l'operazione diventa una mezza presa in giro, considerando che il valore del tampone è di sole 48 ore, che vanno conteggiate non dal momento in cui uno riceve la risposta, ma da quello in cui viene fatto il test.
Ciò che invece serviva e serve è che il Parlamento dia semaforo verde al tampone salivare rapido, quello che assicura la risposta in soli 10 minuti. Tecnicamente, si parla di «lollipop»: un vero e proprio lecca lecca, che consente dopo pochi minuti di sapere se si è negativi o no.
Non è una questione di lana caprina. Tra i due strumenti la differenza è enorme. Si pensi, nel secondo caso (quello del lecca lecca), agli effetti benefici in una situazione in cui più persone sono chiuse per molte ore al giorno in uno stesso spazio, ad esempio a scuola o in azienda. Se c'è un caso di positività, adesso, c'è il rischio altissimo di finire tutti in quarantena (o, nel caso della scuola, in didattica a distanza). Al contrario, con l'adozione del tampone salivare rapido, saremmo davanti a un piccolo uovo di Colombo: test immediato (e non invasivo) per tutti, e possibilità di proseguire le attività regolarmente circa un quarto d'ora dopo.
Che cosa servirebbe allora? Tre passaggi. Primo: che governo e Parlamento diano l'ok a questo strumento. Secondo: che i costi non siano a carico del cittadino, come invece accade oggi. Terzo: che sia nel settore privato sia nel settore pubblico questo mezzo non sia usato solo «a campione», ma in modo sistematico e a tappeto, come strumento costante di screening. Per il momento, è solo previsto un programma di «scuole sentinella», con appena 110.000 studenti che saranno sottoposti al test ogni 15 giorni. Per avere un'idea degli ordini di grandezza differenti, la Francia prevede da questo settembre (e parliamo solo della scuola) di usare 600.000 tamponi salivari a settimana.
La verità è che due cose remano contro i tamponi salivari rapidi. La prima è un retropensiero della comunità scientifica: alcuni sono convinti che l'adozione su larga scala del tampone salivare a risposta immediata rappresenterebbe un disincentivo alla vaccinazione. Tesi curiosa: come se il vaccino, anziché un mezzo, fosse divenuto un fine in sé.
La seconda è un retropensiero più politico, non meno odioso: la semplicità di questo tipo di screening avrebbe l'effetto di farci riavvicinare alla normalità, di toglierci la «scimmia» del Covid dalla spalla. Finirebbe l'emergenza: alla quale qualcuno, ai piani alti della politica romana, sembra essersi affezionato. Uno stato d'eccezione semiperenne, la riduzione dei dissenzienti a fastidiosi dissidenti: non disturbate il manovratore, insomma. Proprio per questo, a maggior ragione, è giunta l'ora di voltare pagina.
Scoppia la grana dei tamponi inutili
Il tampone effettuato gratuitamente nei gazebo della Croce rossa italiana (Cri) è valido per ottenere il green pass, ma nella stragrande maggioranza dei casi, chi ne avrebbe diritto (perché l'esito è negativo) non ottiene il lasciapassare.
È successo in questi giorni a una nostra lettrice. Per una questione lavorativa doveva esibire il green pass ma, non avendo ancora la vaccinazione, si è recata a fare il test al presidio della Cri, di fronte alla stazione di Torino Porta nuova. Tutto è andato benissimo: tempistiche e referto in tempi record. Con sua grande sorpresa però, una volta a casa e collegata al sito del ministero per ottenere il green pass, ha notato che nel documento in suo possesso non c'erano i codici per scaricare la carta verde. Nel chiedere chiarimenti al numero verde della Croce rossa italiana ha ottenuto una risposta semplice: a Torino non c'è l'accordo con l'Azienda sanitaria e quindi il test non è valido per ottenere il green pass. La giovane donna si è quindi recata in una farmacia e, con 15 euro, ha rifatto il test e ottenuto i codici per il lasciapassare di 48 ore.
In effetti, un'informazione in più sul sito della Croce rossa, per spiegare che i tamponi rapidi gratuiti non rilasciano sempre il green pass, sarebbe opportuna. Chi, dovendo prendere un Frecciarossa, contasse sul tampone di fronte alla stazione per avere il pass, obbligatorio dal primo settembre anche nei treni a lunga percorrenza, potrebbe perdere sia tempo che il treno.
Attualmente, senza alcun costo, limite d'età o prescrizione medica, chiunque può sottoporsi al tampone antigenico rapido nelle strutture allestite dalla Croce rossa in 12 stazioni (Roma Termini, Milano Centrale, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze Santa Maria Novella, Palermo, Reggio Calabria, Torino Porta nuova, Venezia Santa Lucia, Genova Piazza Principe e Napoli Centrale). «Il test che si esegue», spiega Davide Del Brocco, responsabile della Croce rossa di questo progetto, «è tra quelli approvati per ottenere il pass, ma per il suo rilascio serve l'accreditamento delle postazioni presso le autorità competenti». Attualmente sono autorizzate le stazioni di Roma e Milano (ovvero due su 12). Le altre postazioni attendono il via libera nei prossimi giorni, ma «la normativa è molto complicata», dice Del Brocco. Sulle difficoltà burocratiche nessuno nutriva dubbi, ma la questione grave è che manca, a livello governativo, la capacità di gestire e mettere a sistema questo e altri aiuti che arrivano da vari enti che forniscono servizi utili e gratuiti al cittadino. «L'iniziativa», continua Del Brocco, «è stata messa a punto grazie al finanziamento della Commissione europea alla Croce rossa internazionale, che ha stanziato, per l'Italia, 9 milioni di franchi svizzeri (circa 8,3 milioni di euro) con lo scopo di fare screening alla popolazione per tracciare il virus e consentire, alle fasce più vulnerabili che non possono andare in farmacia a pagare il tampone, di farlo gratuitamente». Il progetto, iniziato ad aprile 2021 con le postazioni di Roma e Milano, arrivato oggi in 12 principali scali ferroviari, è nato quindi con un obiettivo diverso da quello di fornire il green pass. «Cerchiamo di sostenere i Paesi nel tracciamento del virus. Abbiamo anche delle strutture mobili che impieghiamo in base alle necessità, come per testare chi è arrivato dall'Afghanistan, ma anche per eventi di qualche giorno», precisa il responsabile della Croce rossa. «Il pass è stato un peso aggiuntivo e l'interlocuzione non è stata semplice». Attualmente questi presidi fanno più di 4.000 tamponi al giorno, oltre i 3.000 iniziali. A Milano «carichiamo i dati in modo massivo e si ottiene velocemente il trasferimento dei codici per il green pass. A Roma la gestione è manuale e ci mettiamo 4 o 5 minuti in più per tampone», osserva Del Brocco. «Se ci fosse un sistema centralizzato e automatizzato, potremmo fare tranquillamente 5.000 tamponi (e green pass, ndr) al giorno, ma ogni Regione ha un suo sistema: manuale, app, massivo».
C'è però un'altra questione da non sottovalutare. Questo progetto della Croce rossa termina il 30 settembre. «La nostra volontà è di poter continuare, ma non è ancora certo», conclude il capo dell'operazione. Se non cambia nulla, quando tutti i centri saranno accreditati, non ci sarà più il progetto.
Continua a leggereRiduci
Il via libera della commissione alla Camera, chiesto dalla «Verità», è positivo. Ma non deve limitare l'accesso al pass solo con i molecolari. Dopodiché bisogna investire su questa idea se si vuole evitare che sia una farsaSolo due gazebo della Croce rossa italiana su 12 rilasciano il certificato dopo l'esame Per colpa della burocrazia mancano gli accreditamenti, a eccezione di Roma e MilanoLo speciale contiene due articoliPer una volta che il Parlamento e i partiti - a lungo sollecitati dal nostro giornale - sembrano disposti a prendere una decisione ragionevole, verrebbe voglia di fare festa. Preso dall'entusiasmo, uno sarebbe portato a dire: ma allora non è tutto inutile, le campagne giornalistiche e civili servono ancora a qualcosa, magari si riesce ad andare oltre le polarizzazioni e indurre anche forze litigiose a convergere su qualcosa di concreto. Purtroppo, però, superato il primo momento di euforia, la realtà ti riporta subito con i piedi per terra. Stiamo parlando della campagna della Verità a favore dei tamponi salivari rapidi. Questo giornale, che qualche fazioso accusa di indicare solo problemi, in realtà si fa costantemente carico di proporre soluzioni, percorsi razionali e praticabili. E a maggior ragione l'abbiamo fatto per tutta questa estate, prevedendo (profezia purtroppo azzeccata) un settembre nero, una ripresa fatta di tensioni sociali e problemi irrisolti. Ecco, l'altro giorno, in commissione alla Camera, il governo, riformulando due emendamenti (uno della Lega e uno dei grillini), ha accolto la direzione di marcia che La Verità aveva indicato, includendo anche i tamponi salivari tra gli strumenti che danno diritto a ottenere il green pass. Purtroppo, però, una volta imboccata la strada giusta, anziché premere l'acceleratore, il governo ha schiacciato il pedale del freno. In che senso? Nel senso che l'ok ai tamponi salivari è stato limitato a quelli cosiddetti molecolari. Apparentemente, può sembrare un dettaglio. I più magnanimi potrebbero dire: accontentiamoci di questo primo passo, o comunque prendiamo atto dell'accoglimento del principio. E in effetti, già nell'edizione di ieri, La Verità ha valorizzato la notizia, riconoscendo all'esecutivo un primo comportamento improntato alla buona volontà.Ma purtroppo non basta. I tamponi salivari molecolari sono quelli che richiedono un passaggio in laboratorio: il campione di saliva, come si dice con brutto anglicismo, va «processato». Il che impone dalle 12 alle 36 ore per ottenere la risposta. Morale: anche quando l'esito è confortante (cioè negativo), tutta l'operazione diventa una mezza presa in giro, considerando che il valore del tampone è di sole 48 ore, che vanno conteggiate non dal momento in cui uno riceve la risposta, ma da quello in cui viene fatto il test. Ciò che invece serviva e serve è che il Parlamento dia semaforo verde al tampone salivare rapido, quello che assicura la risposta in soli 10 minuti. Tecnicamente, si parla di «lollipop»: un vero e proprio lecca lecca, che consente dopo pochi minuti di sapere se si è negativi o no. Non è una questione di lana caprina. Tra i due strumenti la differenza è enorme. Si pensi, nel secondo caso (quello del lecca lecca), agli effetti benefici in una situazione in cui più persone sono chiuse per molte ore al giorno in uno stesso spazio, ad esempio a scuola o in azienda. Se c'è un caso di positività, adesso, c'è il rischio altissimo di finire tutti in quarantena (o, nel caso della scuola, in didattica a distanza). Al contrario, con l'adozione del tampone salivare rapido, saremmo davanti a un piccolo uovo di Colombo: test immediato (e non invasivo) per tutti, e possibilità di proseguire le attività regolarmente circa un quarto d'ora dopo. Che cosa servirebbe allora? Tre passaggi. Primo: che governo e Parlamento diano l'ok a questo strumento. Secondo: che i costi non siano a carico del cittadino, come invece accade oggi. Terzo: che sia nel settore privato sia nel settore pubblico questo mezzo non sia usato solo «a campione», ma in modo sistematico e a tappeto, come strumento costante di screening. Per il momento, è solo previsto un programma di «scuole sentinella», con appena 110.000 studenti che saranno sottoposti al test ogni 15 giorni. Per avere un'idea degli ordini di grandezza differenti, la Francia prevede da questo settembre (e parliamo solo della scuola) di usare 600.000 tamponi salivari a settimana. La verità è che due cose remano contro i tamponi salivari rapidi. La prima è un retropensiero della comunità scientifica: alcuni sono convinti che l'adozione su larga scala del tampone salivare a risposta immediata rappresenterebbe un disincentivo alla vaccinazione. Tesi curiosa: come se il vaccino, anziché un mezzo, fosse divenuto un fine in sé. La seconda è un retropensiero più politico, non meno odioso: la semplicità di questo tipo di screening avrebbe l'effetto di farci riavvicinare alla normalità, di toglierci la «scimmia» del Covid dalla spalla. Finirebbe l'emergenza: alla quale qualcuno, ai piani alti della politica romana, sembra essersi affezionato. Uno stato d'eccezione semiperenne, la riduzione dei dissenzienti a fastidiosi dissidenti: non disturbate il manovratore, insomma. Proprio per questo, a maggior ragione, è giunta l'ora di voltare pagina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/test-salivari-serve-lok-a-quelli-rapidi-per-un-utilizzo-gratuito-e-di-massa-2654896327.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scoppia-la-grana-dei-tamponi-inutili" data-post-id="2654896327" data-published-at="1630693675" data-use-pagination="False"> Scoppia la grana dei tamponi inutili Il tampone effettuato gratuitamente nei gazebo della Croce rossa italiana (Cri) è valido per ottenere il green pass, ma nella stragrande maggioranza dei casi, chi ne avrebbe diritto (perché l'esito è negativo) non ottiene il lasciapassare. È successo in questi giorni a una nostra lettrice. Per una questione lavorativa doveva esibire il green pass ma, non avendo ancora la vaccinazione, si è recata a fare il test al presidio della Cri, di fronte alla stazione di Torino Porta nuova. Tutto è andato benissimo: tempistiche e referto in tempi record. Con sua grande sorpresa però, una volta a casa e collegata al sito del ministero per ottenere il green pass, ha notato che nel documento in suo possesso non c'erano i codici per scaricare la carta verde. Nel chiedere chiarimenti al numero verde della Croce rossa italiana ha ottenuto una risposta semplice: a Torino non c'è l'accordo con l'Azienda sanitaria e quindi il test non è valido per ottenere il green pass. La giovane donna si è quindi recata in una farmacia e, con 15 euro, ha rifatto il test e ottenuto i codici per il lasciapassare di 48 ore. In effetti, un'informazione in più sul sito della Croce rossa, per spiegare che i tamponi rapidi gratuiti non rilasciano sempre il green pass, sarebbe opportuna. Chi, dovendo prendere un Frecciarossa, contasse sul tampone di fronte alla stazione per avere il pass, obbligatorio dal primo settembre anche nei treni a lunga percorrenza, potrebbe perdere sia tempo che il treno. Attualmente, senza alcun costo, limite d'età o prescrizione medica, chiunque può sottoporsi al tampone antigenico rapido nelle strutture allestite dalla Croce rossa in 12 stazioni (Roma Termini, Milano Centrale, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze Santa Maria Novella, Palermo, Reggio Calabria, Torino Porta nuova, Venezia Santa Lucia, Genova Piazza Principe e Napoli Centrale). «Il test che si esegue», spiega Davide Del Brocco, responsabile della Croce rossa di questo progetto, «è tra quelli approvati per ottenere il pass, ma per il suo rilascio serve l'accreditamento delle postazioni presso le autorità competenti». Attualmente sono autorizzate le stazioni di Roma e Milano (ovvero due su 12). Le altre postazioni attendono il via libera nei prossimi giorni, ma «la normativa è molto complicata», dice Del Brocco. Sulle difficoltà burocratiche nessuno nutriva dubbi, ma la questione grave è che manca, a livello governativo, la capacità di gestire e mettere a sistema questo e altri aiuti che arrivano da vari enti che forniscono servizi utili e gratuiti al cittadino. «L'iniziativa», continua Del Brocco, «è stata messa a punto grazie al finanziamento della Commissione europea alla Croce rossa internazionale, che ha stanziato, per l'Italia, 9 milioni di franchi svizzeri (circa 8,3 milioni di euro) con lo scopo di fare screening alla popolazione per tracciare il virus e consentire, alle fasce più vulnerabili che non possono andare in farmacia a pagare il tampone, di farlo gratuitamente». Il progetto, iniziato ad aprile 2021 con le postazioni di Roma e Milano, arrivato oggi in 12 principali scali ferroviari, è nato quindi con un obiettivo diverso da quello di fornire il green pass. «Cerchiamo di sostenere i Paesi nel tracciamento del virus. Abbiamo anche delle strutture mobili che impieghiamo in base alle necessità, come per testare chi è arrivato dall'Afghanistan, ma anche per eventi di qualche giorno», precisa il responsabile della Croce rossa. «Il pass è stato un peso aggiuntivo e l'interlocuzione non è stata semplice». Attualmente questi presidi fanno più di 4.000 tamponi al giorno, oltre i 3.000 iniziali. A Milano «carichiamo i dati in modo massivo e si ottiene velocemente il trasferimento dei codici per il green pass. A Roma la gestione è manuale e ci mettiamo 4 o 5 minuti in più per tampone», osserva Del Brocco. «Se ci fosse un sistema centralizzato e automatizzato, potremmo fare tranquillamente 5.000 tamponi (e green pass, ndr) al giorno, ma ogni Regione ha un suo sistema: manuale, app, massivo». C'è però un'altra questione da non sottovalutare. Questo progetto della Croce rossa termina il 30 settembre. «La nostra volontà è di poter continuare, ma non è ancora certo», conclude il capo dell'operazione. Se non cambia nulla, quando tutti i centri saranno accreditati, non ci sarà più il progetto.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
Continua a leggereRiduci