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2019-12-25
Terroristi, mafiosi e pure Tulliani: dovevano tornare ma sono ancora latitanti
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Ansa
L'anno scorso terroristi degli anni Settanta, cognati di politici e mafiosi dovevano essere estradati in pompa magna dai paesi all'estero in si sono rifugiati. A 365 giorni di distanza non è cambiato nulla. Intoppi burocratici, difficoltà diplomatiche con i paesi arabi, una fuga da un carcere di massima sicurezza in Uruguay e il solito boss dei boss Matteo Messina Denaro impossibile da reperire, sono tutti argomenti di cui si parlerà ancora il prossimo anno. Così per la terza volta di fila Giancarlo Tulliani passerà il Natale a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il cognato dell'ex leader di An, Gianfranco Fini, fuggì dall'Italia nel febbraio del 2017 quando le inchieste sulla casa di Montecarlo iniziavano a diventare sempre più pressanti nei confronti della famiglia dell'ex presidente della Camera dei deputati. L'anno scorso i magistrati romani avevano visto uno spiraglio di luce. L'Italia aveva infatti sottoscritto un nuovo trattato bilaterale di estradizione con Dubai. Nel dicembre 2018 si dava quasi per scontato che Tulliani, accusato di riciclaggio internazionale, sarebbe stato arrestato e riportato in fretta e furia a Roma. Alcuni quotidiani titolavano: «La pacchia è finita». Non è accaduto nulla di tutto questo.
12 mesi sono passati senza particolari intoppi. E adesso, come anticipato dal Tempo, è stato spiccato un nuovo mandato d'arresto. «Non c'è nessuna nuova ordinanza di custodia cautelare», ha però spiegato Alessandro Diddi, legale di Tulliani all'Adnkronos. «Semplicemente la Procura di Roma sta cercando di convincere le autorità di Dubai a dare il via libera all'estradizione. Questo dimostra la fondatezza della nostra posizione – prosegue - infatti gli Emirati Arabi avevano già respinto una prima richiesta della procura per mancanza dei presupposti. Ci attendiamo quindi una nuova conferma della decisione». Tulliani è solo uno dei tanti ricercati all'estero. Oltre ai «neri» della strage di piazza Fontana a Milano, tutti appartenenti a Ordine Nuovo, tra cui Delfo Zorzi, da anni in Giappone, ci sono i «rossi».
Quando Matteo Salvini era ministro dell'Interno aveva chiesto alla Francia l'estradizione di almeno 15 terroristi di destra e di sinistra. Anche qui la situazione non è cambiata. Le trattative sono in corso, ma di fondo non si muove nulla. In totale sono circa 40 i latitanti per terrorismo in terra transalpina. Sono tutti protetti dalla dottrina dell'ex presidente francese Francois Mitterand, quando si stabilì agli inizi degli anni 80 che la Francia avrebbe valutato «la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili nel caso di richieste avanzate da Paesi il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà». I nomi dei 15 richiesti da Salvini sono questi: Giorgio Pietrostefani, Enrico Villimburgo, Sergio Tornaghi, Narciso Manenti, Raffaele Ventura, Giovanni Alimonti, Ermenegildo Marinelli, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Enzo Calvitti, Paolo Ceriani Sebregondi, Maurizio Di Marzio, Gino Giunti. Che dire poi di Alessio Casimirri, nome di battaglia Camillo. Lasciò l'Italia poco tempo dopo il sequestro di Aldo Moro. Si è stabilito in Nicaragua tra il 1982 e il 1983 sotto il regime sandinista per poi diventare cittadino del Paese centroamericano il 10 ottobre del 1988. Condannato all'ergastolo per il rapimento e la morte dello statista Dc e l'uccisione degli uomini della scorta nell'agguato di via Fani e per altri fatti di sangue, ha aperto un ristorante Gastronomia El Buzo a Managua. Anche lui quest'anno era tra le prede importanti da riportare in Italia: è ancora là.
A novembre il ministero dell'Interno ha poi pubblicato la lista dei più pericolosi latitanti italiani. C'è Messina Denaro, detto in siciliano «u siccu», «il magro». Nato a Castelvetrano nel '62, è irreperibile dal '93, l'anno delle bombe a Milano, Firenze e Roma, dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano: è ricercato in campo internazionale, spiega la scheda della Direzione centrale della Polizia criminale - per «associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro». C'è poi Giovanni Motisi, «u pacchiuni», «il grasso», 59 anni, palermitano doc, ricercato dal '98 per omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso e dal 2002 per strage: quattro anni fa è finito anche nella lista dei criminali più ricercati dall'Europol. Ha l'ergastolo da scontare, il killer di fiducia di Totò Riina, secondo un collaboratore di giustizia presente anche quando si parlò per la prima volta di ammazzare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Latitante è poi Rocco Morabito, 53 anni, "primula rossa" della 'ndrangheta dopo la clamorosa evasione dell'estate scorsa dal carcere di Montevideo. Parente di Giuseppe, detto ù tiradrittu, e affiliato a una delle più potenti 'ndrine della Locride. Dopo essere stato condannato a 30 anni per associazione di tipo mafioso e traffico di droga, dal '95 finisce nell'elenco dei latitanti pericolosi. Quando nel settembre del 2017 la polizia arriva al suo indirizzo di Punta del Este in Argentina, dove si fa chiamare «Souza», il suo esilio dorato tra ville con piscina, resort e auto di lusso sembra arrivato al termine ma le procedure per l'estradizione vanno per le lunghe e il 24 giugno scorso Morabito, con altri tre detenuti, esce da un'apertura nel tetto dell'infermeria del carcere "Central" di Montevideo. Chi è fuggito con lui è stato ritrovato, lui è ancora in fuga.
Altro ricercato eccellente è il boss della camorra napoletana Renato Cinquegranella, classe 1949, ma di lui si sono praticamente perse le tracce dal 2002. Ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio, detenzione e porto illegale di armi, estorsione ed altro. Il suo nome compare nelle cronache di uno degli omicidi che più ha scosso Napoli, il massacro del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, il 15 luglio 1982 per mano delle Brigate Rosse. L'episodio confermò l'esistenza di un patto scellerato tra le Brigate Rosse e i capi-zona della camorra del centro di Napoli. Dal dicembre 2018 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, finora senza esito. Infine Attilio Cubeddu, l'"ultimo bandito" di Ogliastra non ci sono più tracce da tempo, c'è chi sostiene sia morte, forse ucciso. Nato nel 1947 ad Arzana, in provincia di Nuoro, fu arrestato nell'aprile dell"84 a Riccione e condannato a 30 anni,. È ricercato in campo internazionale, lui come tutti gli altri. E si cercano i vivi, non i morti.
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Negli ultimi 12 mesi si è discusso a lungo di estradizione per i tanti protagonisti degli anni di piombo, ma Alessio Casimirri ha ancora il suo ristorante a Managua. Nonostante il trattato bilaterale con gli Emirati arabi Uniti, il cognato di Gianfranco Fini passerà il giorno di Natale a Dubai. Così come è ancora irreperibile Rocco Morabito, boss della 'Ndrangheta, fuggito alla fine di giugno di quest'anno dal carcere di massima sicurezza di Montevideo. L'anno scorso terroristi degli anni Settanta, cognati di politici e mafiosi dovevano essere estradati in pompa magna dai paesi all'estero in si sono rifugiati. A 365 giorni di distanza non è cambiato nulla. Intoppi burocratici, difficoltà diplomatiche con i paesi arabi, una fuga da un carcere di massima sicurezza in Uruguay e il solito boss dei boss Matteo Messina Denaro impossibile da reperire, sono tutti argomenti di cui si parlerà ancora il prossimo anno. Così per la terza volta di fila Giancarlo Tulliani passerà il Natale a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il cognato dell'ex leader di An, Gianfranco Fini, fuggì dall'Italia nel febbraio del 2017 quando le inchieste sulla casa di Montecarlo iniziavano a diventare sempre più pressanti nei confronti della famiglia dell'ex presidente della Camera dei deputati. L'anno scorso i magistrati romani avevano visto uno spiraglio di luce. L'Italia aveva infatti sottoscritto un nuovo trattato bilaterale di estradizione con Dubai. Nel dicembre 2018 si dava quasi per scontato che Tulliani, accusato di riciclaggio internazionale, sarebbe stato arrestato e riportato in fretta e furia a Roma. Alcuni quotidiani titolavano: «La pacchia è finita». Non è accaduto nulla di tutto questo. 12 mesi sono passati senza particolari intoppi. E adesso, come anticipato dal Tempo, è stato spiccato un nuovo mandato d'arresto. «Non c'è nessuna nuova ordinanza di custodia cautelare», ha però spiegato Alessandro Diddi, legale di Tulliani all'Adnkronos. «Semplicemente la Procura di Roma sta cercando di convincere le autorità di Dubai a dare il via libera all'estradizione. Questo dimostra la fondatezza della nostra posizione – prosegue - infatti gli Emirati Arabi avevano già respinto una prima richiesta della procura per mancanza dei presupposti. Ci attendiamo quindi una nuova conferma della decisione». Tulliani è solo uno dei tanti ricercati all'estero. Oltre ai «neri» della strage di piazza Fontana a Milano, tutti appartenenti a Ordine Nuovo, tra cui Delfo Zorzi, da anni in Giappone, ci sono i «rossi». Quando Matteo Salvini era ministro dell'Interno aveva chiesto alla Francia l'estradizione di almeno 15 terroristi di destra e di sinistra. Anche qui la situazione non è cambiata. Le trattative sono in corso, ma di fondo non si muove nulla. In totale sono circa 40 i latitanti per terrorismo in terra transalpina. Sono tutti protetti dalla dottrina dell'ex presidente francese Francois Mitterand, quando si stabilì agli inizi degli anni 80 che la Francia avrebbe valutato «la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili nel caso di richieste avanzate da Paesi il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà». I nomi dei 15 richiesti da Salvini sono questi: Giorgio Pietrostefani, Enrico Villimburgo, Sergio Tornaghi, Narciso Manenti, Raffaele Ventura, Giovanni Alimonti, Ermenegildo Marinelli, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Enzo Calvitti, Paolo Ceriani Sebregondi, Maurizio Di Marzio, Gino Giunti. Che dire poi di Alessio Casimirri, nome di battaglia Camillo. Lasciò l'Italia poco tempo dopo il sequestro di Aldo Moro. Si è stabilito in Nicaragua tra il 1982 e il 1983 sotto il regime sandinista per poi diventare cittadino del Paese centroamericano il 10 ottobre del 1988. Condannato all'ergastolo per il rapimento e la morte dello statista Dc e l'uccisione degli uomini della scorta nell'agguato di via Fani e per altri fatti di sangue, ha aperto un ristorante Gastronomia El Buzo a Managua. Anche lui quest'anno era tra le prede importanti da riportare in Italia: è ancora là. A novembre il ministero dell'Interno ha poi pubblicato la lista dei più pericolosi latitanti italiani. C'è Messina Denaro, detto in siciliano «u siccu», «il magro». Nato a Castelvetrano nel '62, è irreperibile dal '93, l'anno delle bombe a Milano, Firenze e Roma, dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano: è ricercato in campo internazionale, spiega la scheda della Direzione centrale della Polizia criminale - per «associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro». C'è poi Giovanni Motisi, «u pacchiuni», «il grasso», 59 anni, palermitano doc, ricercato dal '98 per omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso e dal 2002 per strage: quattro anni fa è finito anche nella lista dei criminali più ricercati dall'Europol. Ha l'ergastolo da scontare, il killer di fiducia di Totò Riina, secondo un collaboratore di giustizia presente anche quando si parlò per la prima volta di ammazzare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Latitante è poi Rocco Morabito, 53 anni, "primula rossa" della 'ndrangheta dopo la clamorosa evasione dell'estate scorsa dal carcere di Montevideo. Parente di Giuseppe, detto ù tiradrittu, e affiliato a una delle più potenti 'ndrine della Locride. Dopo essere stato condannato a 30 anni per associazione di tipo mafioso e traffico di droga, dal '95 finisce nell'elenco dei latitanti pericolosi. Quando nel settembre del 2017 la polizia arriva al suo indirizzo di Punta del Este in Argentina, dove si fa chiamare «Souza», il suo esilio dorato tra ville con piscina, resort e auto di lusso sembra arrivato al termine ma le procedure per l'estradizione vanno per le lunghe e il 24 giugno scorso Morabito, con altri tre detenuti, esce da un'apertura nel tetto dell'infermeria del carcere "Central" di Montevideo. Chi è fuggito con lui è stato ritrovato, lui è ancora in fuga.Altro ricercato eccellente è il boss della camorra napoletana Renato Cinquegranella, classe 1949, ma di lui si sono praticamente perse le tracce dal 2002. Ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio, detenzione e porto illegale di armi, estorsione ed altro. Il suo nome compare nelle cronache di uno degli omicidi che più ha scosso Napoli, il massacro del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, il 15 luglio 1982 per mano delle Brigate Rosse. L'episodio confermò l'esistenza di un patto scellerato tra le Brigate Rosse e i capi-zona della camorra del centro di Napoli. Dal dicembre 2018 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, finora senza esito. Infine Attilio Cubeddu, l'"ultimo bandito" di Ogliastra non ci sono più tracce da tempo, c'è chi sostiene sia morte, forse ucciso. Nato nel 1947 ad Arzana, in provincia di Nuoro, fu arrestato nell'aprile dell"84 a Riccione e condannato a 30 anni,. È ricercato in campo internazionale, lui come tutti gli altri. E si cercano i vivi, non i morti.
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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Ansa
E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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