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2022-05-20
Telefonata del Pentagono ai russi: «Difficile respingerli dal Donbass»
Da sinistra, Valery Gerasimov e Mark Milley (Ansa)
Per definizione, nelle situazioni difficili da decifrare, non c’è da essere ottimisti o pessimisti: occorre registrare razionalmente gli elementi offerti dalla cronaca, preparandosi a differenti scenari. Resta - purtroppo prevalente - quello di un conflitto lungo: depone in questa direzione il sostanziale stallo sul terreno, che non fa immaginare nel Donbass una netta prevalenza di uno dei due eserciti, e la difficoltà anche solo di immaginare una qualunque spartizione di territori che veda gli invasori russi e gli aggrediti ucraini concordi su una qualche soluzione reciprocamente accettabile. E tuttavia - sul lato opposto - ieri si sono affastellati alcuni elementi che fanno pensare a un filo di dialogo: magari esile, ma non inesistente. Gli elementi che vanno in questa direzione sono almeno sei.
Il primo è la telefonata tra il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, e l’omologo statunitense, Mark Milley. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo precisando che il contatto è arrivato «su iniziativa della parte americana». Le parti, si legge in una nota, hanno discusso di «questioni di reciproco interesse, inclusa la situazione in Ucraina». Secondo le agenzie, un funzionario del Pentagono avrebbe detto che sarà difficile respingere i russi dal Donbass: «Siamo assolutamente determinati a fare tutto il possibile per aiutare gli ucraini a difendersi», ma «resteremo prudenti nelle nostre previsioni». Questa telefonata fa seguito a quella della scorsa settimana tra i due ministri della Difesa, Lloyd Austin e Sergei Shoigu. Secondo fonti Usa, da diverse settimane il Pentagono aveva sollecitato la Difesa di Mosca, ma Shoigu ha preso la telefonata solo la scorsa settimana, seguito a ruota, ieri, da Gerasimov. Gli ottimisti possono dedurne che settori della Difesa russa percepiscano le proprie difficoltà sul campo, e - in qualche misura - siano entrate nell’ordine di idee per lo meno di parlare con Washington. Va anche tenuto presente che, pur senza dichiararlo, c’è sicuramente un qualche contatto costante tra alti ufficiali russi e ucraini: quanto meno per prevenire incidenti non voluti, o per evitare che una situazione già tesissima venga portata a un punto di non ritorno da eventi accidentali. Non a caso, ieri gli invasori hanno confermato di essere «pronti a nuovi colloqui con Kiev».
Il secondo elemento da tenere presente è rappresentato da un rinnovato attivismo vaticano. Il segretario di Stato Pietro Parolin, a margine di un evento alla Cattolica di Milano, ha fatto sapere che per il momento in Ucraina «c’è l’arcivescovo Paul Richard Gallagher: è partito questa mattina (ieri per chi legge, ndr) e credo ritornerà domenica. Vedremo anche in seguito alla sua missione che cosa conviene fare». E ancora: «Per il momento non c’è da parte del Papa l’intenzione di andare in Ucraina, ma si valuterà anche alla luce di questa missione».
Il terzo elemento è un colloquio, avvenuto sempre ieri, tra il capo dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Ha riferito Ghebreyesus: «Ho chiesto un accesso sicuro a Mariupol, Kherson, Zaporizhia e altre aree assediate per portare aiuti umanitari: i civili devono ricevere protezione». Intendiamoci: già altre volte la promessa di consentire assistenza ai civili è stata disattesa da parte russa, ma si può sperare che, in questa fase, Mosca sia interessata a fornire qualche - magari laterale - segno di disponibilità su questo piano.
Il quarto elemento è più ambiguo e difficile da decifrare. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, citato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato che «il futuro dei territori ucraini controllati dalle forze russe sarà deciso solo in base alla volontà dei residenti locali». L’affermazione è naturalmente suscettibile di interpretazioni opposte: si può sperare in consultazioni serie e sotto controllo di forze internazionali davvero terze, o invece si può temere un’ipotesi di referendum-farsa in costanza di occupazione russa.
Il quinto elemento ha a che fare con un colloquio tra il primo ministro britannico, Boris Johnson, e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: conversazione - ha riferito Downing Street - non solo sui temi legati alla situazione sul terreno e su quella che viene definita «un’architettura di sicurezza di lungo termine per l’Ucraina», ma pure sul modo di garantire percorsi via mare e via terra per il grano ucraino. E qui si arriva a uno degli snodi decisivi della trattativa, se un negoziato prenderà corpo: consentire la funzionalità dei porti. Su questo argomento, però, da Mosca trapela per ora solo un segnale di sfida: li riapriremo quando saranno revocate le sanzioni.
Il sesto elemento è un inatteso atto di fiducia verso Mosca da parte ucraina. Il brigadiere generale Oleksii Gromov, capo del dipartimento operativo dello Stato maggiore di Kiev, avrebbe detto che «le misure per evacuare i soldati ucraini da Mariupol continuano» e avrebbe aggiunto che «sappiamo che il nostro nemico è insidioso, ma crediamo che la parola data verrà mantenuta». Insomma, a Kiev non si sarebbe persa la speranza sul rispetto dei patti relativi alla sorte delle truppe uscite dall’acciaieria e trasportate nei territori sotto controllo russo.
Va infine segnalato (e qui si torna ai segnali negativi) che il già citato portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che il Cremlino «non sa nulla del piano italiano», con riferimento ai quattro step per arrivare in tempi rapidi al cessate il fuoco presentato all’Onu dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. «Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media», ha laconicamente fatto sapere Peskov.
Adesso lo zar sfodera le armi laser
Giunti all’ottantacinquesimo giorno di guerra, secondo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, «la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi in Ucraina: ha dovuto abbandonare Kiev e Kharkiv e l’offensiva nel Donbass è in stallo. Ma non crediamo che Mosca abbia rinunciato ai suoi piani e dunque dobbiamo prepararci a sostenere l’Ucraina sul medio e lungo periodo». A lui ha fatto eco il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, che durante un discorso notturno alla nazione ha affermato: «La Russia ha lanciato più di 2.000 missili durante il suo attacco all’Ucraina, gran parte del suo arsenale». Fin qui le parole, mentre la guerra continua a mietere vittime. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Pavlo Kyrylenko, ha dichiarato all’agenzia Interfax Ukraine che lo scorso 18 maggio «i russi hanno ucciso dieci civili del Donbass, sette a Lyman e tre a Bakhmut. Tra i morti ci sono due bambini, uno a Lyman e uno a Bakhmut», mentre altre sette persone sono state ferite ieri, 19 maggio.
Ieri, la compagnia ferroviaria statale ucraina ha riferito che sta conservando «centinaia di corpi di soldati russi in auto frigorifere da tre mesi», ma che la madrepatria non sta reclamando i cadaveri, benché la società voglia restituirli ai parenti.
Intanto le forze russe, nonostante lo stallo di questi giorni, hanno continuato a bombardare con artiglieria e mortai gli insediamenti nelle regioni di Chernihiv e Sumy e hanno condotto attacchi missilistici contro l’insediamento di Desna. Anche ieri l’esercito russo ha continuato a bombardare la regione ucraina di Sumy (Est) lungo l’intero confine con la Russia. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Dmytro Zhyvytskyi, su Telegram ha scritto: «I nemici russi sembrano impazziti. I bombardamenti sono continuati lungo l’intero confine della regione di Sumy».
Nella giornata di ieri ha parlato anche il vicepremier russo, Yury Borisov, che ha annunciato che «la Russia sta impiegando armi laser nella sua operazione speciale in Ucraina, in particolare il sistema laser Zadira, in grado di colpire obiettivi a una distanza di 5 chilometri». Premesso che si tratta ancora di due prototipi, l’eventuale impiego del sistema laser Zadira in Ucraina rappresenta perfettamente lo scenario asimmetrico che si ritrovano ad affrontare le truppe russe. Secondo l’analista strategico Franco Iacch, «Mosca è pienamente consapevole dell’efficacia dei missili del tipo Pantsyr e Tor, ma tali caratteristiche hanno un prezzo esorbitante se paragonate alle minacce come uno sciame di droni commerciali. Le armi a energia diretta sono concepite per livellare la strategia di logoramento che prevede l’adattamento della tecnologia civile a buon mercato e facilmente reperibile da scagliare contro i costosi sistemi di fascia alta, progettati per la guerra convenzionale tra Stati, così da migliorare la letalità prolungata nei conflitti ad alta intensità». Questo li rende ideali per abbattere bersagli piccoli e veloci come i droni e nel ruolo di controrazzo, artiglieria e mortaio? «La tecnologia laser», continua Iacch, «è in fase di sviluppo da decenni, ma ad oggi non rappresenta la riposta definitiva alla minaccia aerea improvvisata e al fuoco indiretto a basso costo a causa delle limitazioni a cui è soggetta (condizioni meteo, accumulo termico, portata e fonte di energia, ad esempio)».
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Mosca, in difficoltà sul campo, ripropone colloqui con Kiev, ma sfida l’Occidente sui porti: «Togliete le sanzioni e li riapriremo». La resistenza: «Sui soldati di Azovstal ci fidiamo dei nemici». Il Vaticano rilancia i negoziati.Adesso lo zar sfodera le armi laser. La minaccia del vicepremier: «I nostri sistemi colpiscono a chilometri di distanza». Il segretario dell’Alleanza atlantica: «C’è uno stallo, però gli invasori non molleranno».Lo speciale comprende due articoli. Per definizione, nelle situazioni difficili da decifrare, non c’è da essere ottimisti o pessimisti: occorre registrare razionalmente gli elementi offerti dalla cronaca, preparandosi a differenti scenari. Resta - purtroppo prevalente - quello di un conflitto lungo: depone in questa direzione il sostanziale stallo sul terreno, che non fa immaginare nel Donbass una netta prevalenza di uno dei due eserciti, e la difficoltà anche solo di immaginare una qualunque spartizione di territori che veda gli invasori russi e gli aggrediti ucraini concordi su una qualche soluzione reciprocamente accettabile. E tuttavia - sul lato opposto - ieri si sono affastellati alcuni elementi che fanno pensare a un filo di dialogo: magari esile, ma non inesistente. Gli elementi che vanno in questa direzione sono almeno sei.Il primo è la telefonata tra il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, e l’omologo statunitense, Mark Milley. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo precisando che il contatto è arrivato «su iniziativa della parte americana». Le parti, si legge in una nota, hanno discusso di «questioni di reciproco interesse, inclusa la situazione in Ucraina». Secondo le agenzie, un funzionario del Pentagono avrebbe detto che sarà difficile respingere i russi dal Donbass: «Siamo assolutamente determinati a fare tutto il possibile per aiutare gli ucraini a difendersi», ma «resteremo prudenti nelle nostre previsioni». Questa telefonata fa seguito a quella della scorsa settimana tra i due ministri della Difesa, Lloyd Austin e Sergei Shoigu. Secondo fonti Usa, da diverse settimane il Pentagono aveva sollecitato la Difesa di Mosca, ma Shoigu ha preso la telefonata solo la scorsa settimana, seguito a ruota, ieri, da Gerasimov. Gli ottimisti possono dedurne che settori della Difesa russa percepiscano le proprie difficoltà sul campo, e - in qualche misura - siano entrate nell’ordine di idee per lo meno di parlare con Washington. Va anche tenuto presente che, pur senza dichiararlo, c’è sicuramente un qualche contatto costante tra alti ufficiali russi e ucraini: quanto meno per prevenire incidenti non voluti, o per evitare che una situazione già tesissima venga portata a un punto di non ritorno da eventi accidentali. Non a caso, ieri gli invasori hanno confermato di essere «pronti a nuovi colloqui con Kiev».Il secondo elemento da tenere presente è rappresentato da un rinnovato attivismo vaticano. Il segretario di Stato Pietro Parolin, a margine di un evento alla Cattolica di Milano, ha fatto sapere che per il momento in Ucraina «c’è l’arcivescovo Paul Richard Gallagher: è partito questa mattina (ieri per chi legge, ndr) e credo ritornerà domenica. Vedremo anche in seguito alla sua missione che cosa conviene fare». E ancora: «Per il momento non c’è da parte del Papa l’intenzione di andare in Ucraina, ma si valuterà anche alla luce di questa missione». Il terzo elemento è un colloquio, avvenuto sempre ieri, tra il capo dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Ha riferito Ghebreyesus: «Ho chiesto un accesso sicuro a Mariupol, Kherson, Zaporizhia e altre aree assediate per portare aiuti umanitari: i civili devono ricevere protezione». Intendiamoci: già altre volte la promessa di consentire assistenza ai civili è stata disattesa da parte russa, ma si può sperare che, in questa fase, Mosca sia interessata a fornire qualche - magari laterale - segno di disponibilità su questo piano. Il quarto elemento è più ambiguo e difficile da decifrare. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, citato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato che «il futuro dei territori ucraini controllati dalle forze russe sarà deciso solo in base alla volontà dei residenti locali». L’affermazione è naturalmente suscettibile di interpretazioni opposte: si può sperare in consultazioni serie e sotto controllo di forze internazionali davvero terze, o invece si può temere un’ipotesi di referendum-farsa in costanza di occupazione russa. Il quinto elemento ha a che fare con un colloquio tra il primo ministro britannico, Boris Johnson, e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: conversazione - ha riferito Downing Street - non solo sui temi legati alla situazione sul terreno e su quella che viene definita «un’architettura di sicurezza di lungo termine per l’Ucraina», ma pure sul modo di garantire percorsi via mare e via terra per il grano ucraino. E qui si arriva a uno degli snodi decisivi della trattativa, se un negoziato prenderà corpo: consentire la funzionalità dei porti. Su questo argomento, però, da Mosca trapela per ora solo un segnale di sfida: li riapriremo quando saranno revocate le sanzioni.Il sesto elemento è un inatteso atto di fiducia verso Mosca da parte ucraina. Il brigadiere generale Oleksii Gromov, capo del dipartimento operativo dello Stato maggiore di Kiev, avrebbe detto che «le misure per evacuare i soldati ucraini da Mariupol continuano» e avrebbe aggiunto che «sappiamo che il nostro nemico è insidioso, ma crediamo che la parola data verrà mantenuta». Insomma, a Kiev non si sarebbe persa la speranza sul rispetto dei patti relativi alla sorte delle truppe uscite dall’acciaieria e trasportate nei territori sotto controllo russo. Va infine segnalato (e qui si torna ai segnali negativi) che il già citato portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che il Cremlino «non sa nulla del piano italiano», con riferimento ai quattro step per arrivare in tempi rapidi al cessate il fuoco presentato all’Onu dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. «Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media», ha laconicamente fatto sapere Peskov.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telefonata-del-pentagono-ai-russi-difficile-respingerli-dal-donbass-2657356493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-lo-zar-sfodera-le-armi-laser" data-post-id="2657356493" data-published-at="1652988242" data-use-pagination="False"> Adesso lo zar sfodera le armi laser Giunti all’ottantacinquesimo giorno di guerra, secondo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, «la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi in Ucraina: ha dovuto abbandonare Kiev e Kharkiv e l’offensiva nel Donbass è in stallo. Ma non crediamo che Mosca abbia rinunciato ai suoi piani e dunque dobbiamo prepararci a sostenere l’Ucraina sul medio e lungo periodo». A lui ha fatto eco il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, che durante un discorso notturno alla nazione ha affermato: «La Russia ha lanciato più di 2.000 missili durante il suo attacco all’Ucraina, gran parte del suo arsenale». Fin qui le parole, mentre la guerra continua a mietere vittime. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Pavlo Kyrylenko, ha dichiarato all’agenzia Interfax Ukraine che lo scorso 18 maggio «i russi hanno ucciso dieci civili del Donbass, sette a Lyman e tre a Bakhmut. Tra i morti ci sono due bambini, uno a Lyman e uno a Bakhmut», mentre altre sette persone sono state ferite ieri, 19 maggio. Ieri, la compagnia ferroviaria statale ucraina ha riferito che sta conservando «centinaia di corpi di soldati russi in auto frigorifere da tre mesi», ma che la madrepatria non sta reclamando i cadaveri, benché la società voglia restituirli ai parenti. Intanto le forze russe, nonostante lo stallo di questi giorni, hanno continuato a bombardare con artiglieria e mortai gli insediamenti nelle regioni di Chernihiv e Sumy e hanno condotto attacchi missilistici contro l’insediamento di Desna. Anche ieri l’esercito russo ha continuato a bombardare la regione ucraina di Sumy (Est) lungo l’intero confine con la Russia. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Dmytro Zhyvytskyi, su Telegram ha scritto: «I nemici russi sembrano impazziti. I bombardamenti sono continuati lungo l’intero confine della regione di Sumy». Nella giornata di ieri ha parlato anche il vicepremier russo, Yury Borisov, che ha annunciato che «la Russia sta impiegando armi laser nella sua operazione speciale in Ucraina, in particolare il sistema laser Zadira, in grado di colpire obiettivi a una distanza di 5 chilometri». Premesso che si tratta ancora di due prototipi, l’eventuale impiego del sistema laser Zadira in Ucraina rappresenta perfettamente lo scenario asimmetrico che si ritrovano ad affrontare le truppe russe. Secondo l’analista strategico Franco Iacch, «Mosca è pienamente consapevole dell’efficacia dei missili del tipo Pantsyr e Tor, ma tali caratteristiche hanno un prezzo esorbitante se paragonate alle minacce come uno sciame di droni commerciali. Le armi a energia diretta sono concepite per livellare la strategia di logoramento che prevede l’adattamento della tecnologia civile a buon mercato e facilmente reperibile da scagliare contro i costosi sistemi di fascia alta, progettati per la guerra convenzionale tra Stati, così da migliorare la letalità prolungata nei conflitti ad alta intensità». Questo li rende ideali per abbattere bersagli piccoli e veloci come i droni e nel ruolo di controrazzo, artiglieria e mortaio? «La tecnologia laser», continua Iacch, «è in fase di sviluppo da decenni, ma ad oggi non rappresenta la riposta definitiva alla minaccia aerea improvvisata e al fuoco indiretto a basso costo a causa delle limitazioni a cui è soggetta (condizioni meteo, accumulo termico, portata e fonte di energia, ad esempio)».
Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 gennaio con Carlo Cambi
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In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
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Nel riquadro, il manifesto affisso all'interno della Stazione Centrale di Milano (IStock)
A denunciare il fatto per primo, Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale «Sì Riforma». «Dal fronte del No continuano a fioccare falsità plateali», accusa. Poi spiega: «Un’associazione che si proclama paladina della Costituzione non può fondare la propria campagna su paure inventate. Così facendo, l’Anm arreca un danno grave all’articolo 48 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a votare in modo libero e consapevole, non sotto il ricatto della falsa propaganda. Il confronto politico è legittimo. La manipolazione no». Una vera e propria fake news che non supererebbe alcun fact checking, di quelli che tanto piacciono alla sinistra. Non le manda a dire, come è giusto che faccia il promotore del Sì, ma a indignarsi sono in moltissimi. Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè si tratta della «madre di tutte le menzogne». Critiche che arrivano anche dalle opposizioni: «Onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi», commenta Luigi Marattin, deputato e segretario del Partito liberaldemocratico.
Per l’ex magistrato di Mani pulite ed ex guardasigilli Antonio Di Pietro, si possono «capire i colpi bassi che la propaganda politica ci riversa ogni giorno per far passare per valide le proprie idee. Ma che anche i magistrati si mettano a raccontare bugie pur di inoculare nei cittadini elettori l’errata convinzione che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere metterebbe i magistrati sotto il controllo politico è di ben altra gravità. È molto più ingannevole, perché l’Anm sta approfittando della credibilità intrinseca che giustamente aleggia da sempre intorno alla figura del magistrato per far credere ai cittadini quel che è utile ai loro interessi di bottega. Spiace che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai». Severo Di Pietro, ma innesca un ragionamento cruciale: possibile che chi ci giudica menta?
Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali italiane, ha spiegato che «l’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, non viene in questo minimamente modificato. L’articolo 101, comma secondo, secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, resta intatto. Parlare di giudici assoggettati alla politica significa fingere di ignorare il testo di riforma costituzionale, sperando che lo facciano anche i cittadini». E infine chiosa: «Ci si presenta come tecnici, ma si agisce da politicanti. Ci si invoca come garanti, ma si utilizzano slogan che deformano la realtà. Non è informazione, è un uso improprio dell’autorevolezza istituzionale».
Impacciata la risposta del Comitato del No: «Da Zanon lettura fuorviante della nostra campagna», commenta il presidente onorario del Comitato referendario «Giusto dire No» Enrico Grosso, che insiste: «Gli elettori hanno il diritto di sapere che il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto».
Senza pudore Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile: «Le reazioni dei Comitati per il Sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Mezzi e mezzucci, mentre prosegue il vero piano per compromettere una riforma fortemente voluta dagli italiani. Non si è ancora chiusa la quadra, infatti, sulla data del voto. L’ultima decisione spetta al capo dello Stato, ma il sospetto sollevato da Alessandro Sallusti su queste colonne è legittimo e centrato. Far slittare il voto significa soprattutto indirizzare la rielezione del Csm, perché se la riforma dovesse entrare in vigore troppo a ridosso del rinnovo dei componenti del Consiglio, questi potrebbero essere legittimati a chiedere che si voti con le vecchie regole (quelle legate alle correnti per intenderci) assicurando un altro giro di boa alle solite toghe politicizzate. Quelle vere però.
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