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2022-05-20
Telefonata del Pentagono ai russi: «Difficile respingerli dal Donbass»
Da sinistra, Valery Gerasimov e Mark Milley (Ansa)
Per definizione, nelle situazioni difficili da decifrare, non c’è da essere ottimisti o pessimisti: occorre registrare razionalmente gli elementi offerti dalla cronaca, preparandosi a differenti scenari. Resta - purtroppo prevalente - quello di un conflitto lungo: depone in questa direzione il sostanziale stallo sul terreno, che non fa immaginare nel Donbass una netta prevalenza di uno dei due eserciti, e la difficoltà anche solo di immaginare una qualunque spartizione di territori che veda gli invasori russi e gli aggrediti ucraini concordi su una qualche soluzione reciprocamente accettabile. E tuttavia - sul lato opposto - ieri si sono affastellati alcuni elementi che fanno pensare a un filo di dialogo: magari esile, ma non inesistente. Gli elementi che vanno in questa direzione sono almeno sei.
Il primo è la telefonata tra il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, e l’omologo statunitense, Mark Milley. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo precisando che il contatto è arrivato «su iniziativa della parte americana». Le parti, si legge in una nota, hanno discusso di «questioni di reciproco interesse, inclusa la situazione in Ucraina». Secondo le agenzie, un funzionario del Pentagono avrebbe detto che sarà difficile respingere i russi dal Donbass: «Siamo assolutamente determinati a fare tutto il possibile per aiutare gli ucraini a difendersi», ma «resteremo prudenti nelle nostre previsioni». Questa telefonata fa seguito a quella della scorsa settimana tra i due ministri della Difesa, Lloyd Austin e Sergei Shoigu. Secondo fonti Usa, da diverse settimane il Pentagono aveva sollecitato la Difesa di Mosca, ma Shoigu ha preso la telefonata solo la scorsa settimana, seguito a ruota, ieri, da Gerasimov. Gli ottimisti possono dedurne che settori della Difesa russa percepiscano le proprie difficoltà sul campo, e - in qualche misura - siano entrate nell’ordine di idee per lo meno di parlare con Washington. Va anche tenuto presente che, pur senza dichiararlo, c’è sicuramente un qualche contatto costante tra alti ufficiali russi e ucraini: quanto meno per prevenire incidenti non voluti, o per evitare che una situazione già tesissima venga portata a un punto di non ritorno da eventi accidentali. Non a caso, ieri gli invasori hanno confermato di essere «pronti a nuovi colloqui con Kiev».
Il secondo elemento da tenere presente è rappresentato da un rinnovato attivismo vaticano. Il segretario di Stato Pietro Parolin, a margine di un evento alla Cattolica di Milano, ha fatto sapere che per il momento in Ucraina «c’è l’arcivescovo Paul Richard Gallagher: è partito questa mattina (ieri per chi legge, ndr) e credo ritornerà domenica. Vedremo anche in seguito alla sua missione che cosa conviene fare». E ancora: «Per il momento non c’è da parte del Papa l’intenzione di andare in Ucraina, ma si valuterà anche alla luce di questa missione».
Il terzo elemento è un colloquio, avvenuto sempre ieri, tra il capo dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Ha riferito Ghebreyesus: «Ho chiesto un accesso sicuro a Mariupol, Kherson, Zaporizhia e altre aree assediate per portare aiuti umanitari: i civili devono ricevere protezione». Intendiamoci: già altre volte la promessa di consentire assistenza ai civili è stata disattesa da parte russa, ma si può sperare che, in questa fase, Mosca sia interessata a fornire qualche - magari laterale - segno di disponibilità su questo piano.
Il quarto elemento è più ambiguo e difficile da decifrare. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, citato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato che «il futuro dei territori ucraini controllati dalle forze russe sarà deciso solo in base alla volontà dei residenti locali». L’affermazione è naturalmente suscettibile di interpretazioni opposte: si può sperare in consultazioni serie e sotto controllo di forze internazionali davvero terze, o invece si può temere un’ipotesi di referendum-farsa in costanza di occupazione russa.
Il quinto elemento ha a che fare con un colloquio tra il primo ministro britannico, Boris Johnson, e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: conversazione - ha riferito Downing Street - non solo sui temi legati alla situazione sul terreno e su quella che viene definita «un’architettura di sicurezza di lungo termine per l’Ucraina», ma pure sul modo di garantire percorsi via mare e via terra per il grano ucraino. E qui si arriva a uno degli snodi decisivi della trattativa, se un negoziato prenderà corpo: consentire la funzionalità dei porti. Su questo argomento, però, da Mosca trapela per ora solo un segnale di sfida: li riapriremo quando saranno revocate le sanzioni.
Il sesto elemento è un inatteso atto di fiducia verso Mosca da parte ucraina. Il brigadiere generale Oleksii Gromov, capo del dipartimento operativo dello Stato maggiore di Kiev, avrebbe detto che «le misure per evacuare i soldati ucraini da Mariupol continuano» e avrebbe aggiunto che «sappiamo che il nostro nemico è insidioso, ma crediamo che la parola data verrà mantenuta». Insomma, a Kiev non si sarebbe persa la speranza sul rispetto dei patti relativi alla sorte delle truppe uscite dall’acciaieria e trasportate nei territori sotto controllo russo.
Va infine segnalato (e qui si torna ai segnali negativi) che il già citato portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che il Cremlino «non sa nulla del piano italiano», con riferimento ai quattro step per arrivare in tempi rapidi al cessate il fuoco presentato all’Onu dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. «Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media», ha laconicamente fatto sapere Peskov.
Adesso lo zar sfodera le armi laser
Giunti all’ottantacinquesimo giorno di guerra, secondo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, «la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi in Ucraina: ha dovuto abbandonare Kiev e Kharkiv e l’offensiva nel Donbass è in stallo. Ma non crediamo che Mosca abbia rinunciato ai suoi piani e dunque dobbiamo prepararci a sostenere l’Ucraina sul medio e lungo periodo». A lui ha fatto eco il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, che durante un discorso notturno alla nazione ha affermato: «La Russia ha lanciato più di 2.000 missili durante il suo attacco all’Ucraina, gran parte del suo arsenale». Fin qui le parole, mentre la guerra continua a mietere vittime. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Pavlo Kyrylenko, ha dichiarato all’agenzia Interfax Ukraine che lo scorso 18 maggio «i russi hanno ucciso dieci civili del Donbass, sette a Lyman e tre a Bakhmut. Tra i morti ci sono due bambini, uno a Lyman e uno a Bakhmut», mentre altre sette persone sono state ferite ieri, 19 maggio.
Ieri, la compagnia ferroviaria statale ucraina ha riferito che sta conservando «centinaia di corpi di soldati russi in auto frigorifere da tre mesi», ma che la madrepatria non sta reclamando i cadaveri, benché la società voglia restituirli ai parenti.
Intanto le forze russe, nonostante lo stallo di questi giorni, hanno continuato a bombardare con artiglieria e mortai gli insediamenti nelle regioni di Chernihiv e Sumy e hanno condotto attacchi missilistici contro l’insediamento di Desna. Anche ieri l’esercito russo ha continuato a bombardare la regione ucraina di Sumy (Est) lungo l’intero confine con la Russia. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Dmytro Zhyvytskyi, su Telegram ha scritto: «I nemici russi sembrano impazziti. I bombardamenti sono continuati lungo l’intero confine della regione di Sumy».
Nella giornata di ieri ha parlato anche il vicepremier russo, Yury Borisov, che ha annunciato che «la Russia sta impiegando armi laser nella sua operazione speciale in Ucraina, in particolare il sistema laser Zadira, in grado di colpire obiettivi a una distanza di 5 chilometri». Premesso che si tratta ancora di due prototipi, l’eventuale impiego del sistema laser Zadira in Ucraina rappresenta perfettamente lo scenario asimmetrico che si ritrovano ad affrontare le truppe russe. Secondo l’analista strategico Franco Iacch, «Mosca è pienamente consapevole dell’efficacia dei missili del tipo Pantsyr e Tor, ma tali caratteristiche hanno un prezzo esorbitante se paragonate alle minacce come uno sciame di droni commerciali. Le armi a energia diretta sono concepite per livellare la strategia di logoramento che prevede l’adattamento della tecnologia civile a buon mercato e facilmente reperibile da scagliare contro i costosi sistemi di fascia alta, progettati per la guerra convenzionale tra Stati, così da migliorare la letalità prolungata nei conflitti ad alta intensità». Questo li rende ideali per abbattere bersagli piccoli e veloci come i droni e nel ruolo di controrazzo, artiglieria e mortaio? «La tecnologia laser», continua Iacch, «è in fase di sviluppo da decenni, ma ad oggi non rappresenta la riposta definitiva alla minaccia aerea improvvisata e al fuoco indiretto a basso costo a causa delle limitazioni a cui è soggetta (condizioni meteo, accumulo termico, portata e fonte di energia, ad esempio)».
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Mosca, in difficoltà sul campo, ripropone colloqui con Kiev, ma sfida l’Occidente sui porti: «Togliete le sanzioni e li riapriremo». La resistenza: «Sui soldati di Azovstal ci fidiamo dei nemici». Il Vaticano rilancia i negoziati.Adesso lo zar sfodera le armi laser. La minaccia del vicepremier: «I nostri sistemi colpiscono a chilometri di distanza». Il segretario dell’Alleanza atlantica: «C’è uno stallo, però gli invasori non molleranno».Lo speciale comprende due articoli. Per definizione, nelle situazioni difficili da decifrare, non c’è da essere ottimisti o pessimisti: occorre registrare razionalmente gli elementi offerti dalla cronaca, preparandosi a differenti scenari. Resta - purtroppo prevalente - quello di un conflitto lungo: depone in questa direzione il sostanziale stallo sul terreno, che non fa immaginare nel Donbass una netta prevalenza di uno dei due eserciti, e la difficoltà anche solo di immaginare una qualunque spartizione di territori che veda gli invasori russi e gli aggrediti ucraini concordi su una qualche soluzione reciprocamente accettabile. E tuttavia - sul lato opposto - ieri si sono affastellati alcuni elementi che fanno pensare a un filo di dialogo: magari esile, ma non inesistente. Gli elementi che vanno in questa direzione sono almeno sei.Il primo è la telefonata tra il capo di stato maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, e l’omologo statunitense, Mark Milley. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo precisando che il contatto è arrivato «su iniziativa della parte americana». Le parti, si legge in una nota, hanno discusso di «questioni di reciproco interesse, inclusa la situazione in Ucraina». Secondo le agenzie, un funzionario del Pentagono avrebbe detto che sarà difficile respingere i russi dal Donbass: «Siamo assolutamente determinati a fare tutto il possibile per aiutare gli ucraini a difendersi», ma «resteremo prudenti nelle nostre previsioni». Questa telefonata fa seguito a quella della scorsa settimana tra i due ministri della Difesa, Lloyd Austin e Sergei Shoigu. Secondo fonti Usa, da diverse settimane il Pentagono aveva sollecitato la Difesa di Mosca, ma Shoigu ha preso la telefonata solo la scorsa settimana, seguito a ruota, ieri, da Gerasimov. Gli ottimisti possono dedurne che settori della Difesa russa percepiscano le proprie difficoltà sul campo, e - in qualche misura - siano entrate nell’ordine di idee per lo meno di parlare con Washington. Va anche tenuto presente che, pur senza dichiararlo, c’è sicuramente un qualche contatto costante tra alti ufficiali russi e ucraini: quanto meno per prevenire incidenti non voluti, o per evitare che una situazione già tesissima venga portata a un punto di non ritorno da eventi accidentali. Non a caso, ieri gli invasori hanno confermato di essere «pronti a nuovi colloqui con Kiev».Il secondo elemento da tenere presente è rappresentato da un rinnovato attivismo vaticano. Il segretario di Stato Pietro Parolin, a margine di un evento alla Cattolica di Milano, ha fatto sapere che per il momento in Ucraina «c’è l’arcivescovo Paul Richard Gallagher: è partito questa mattina (ieri per chi legge, ndr) e credo ritornerà domenica. Vedremo anche in seguito alla sua missione che cosa conviene fare». E ancora: «Per il momento non c’è da parte del Papa l’intenzione di andare in Ucraina, ma si valuterà anche alla luce di questa missione». Il terzo elemento è un colloquio, avvenuto sempre ieri, tra il capo dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Ha riferito Ghebreyesus: «Ho chiesto un accesso sicuro a Mariupol, Kherson, Zaporizhia e altre aree assediate per portare aiuti umanitari: i civili devono ricevere protezione». Intendiamoci: già altre volte la promessa di consentire assistenza ai civili è stata disattesa da parte russa, ma si può sperare che, in questa fase, Mosca sia interessata a fornire qualche - magari laterale - segno di disponibilità su questo piano. Il quarto elemento è più ambiguo e difficile da decifrare. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, citato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato che «il futuro dei territori ucraini controllati dalle forze russe sarà deciso solo in base alla volontà dei residenti locali». L’affermazione è naturalmente suscettibile di interpretazioni opposte: si può sperare in consultazioni serie e sotto controllo di forze internazionali davvero terze, o invece si può temere un’ipotesi di referendum-farsa in costanza di occupazione russa. Il quinto elemento ha a che fare con un colloquio tra il primo ministro britannico, Boris Johnson, e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: conversazione - ha riferito Downing Street - non solo sui temi legati alla situazione sul terreno e su quella che viene definita «un’architettura di sicurezza di lungo termine per l’Ucraina», ma pure sul modo di garantire percorsi via mare e via terra per il grano ucraino. E qui si arriva a uno degli snodi decisivi della trattativa, se un negoziato prenderà corpo: consentire la funzionalità dei porti. Su questo argomento, però, da Mosca trapela per ora solo un segnale di sfida: li riapriremo quando saranno revocate le sanzioni.Il sesto elemento è un inatteso atto di fiducia verso Mosca da parte ucraina. Il brigadiere generale Oleksii Gromov, capo del dipartimento operativo dello Stato maggiore di Kiev, avrebbe detto che «le misure per evacuare i soldati ucraini da Mariupol continuano» e avrebbe aggiunto che «sappiamo che il nostro nemico è insidioso, ma crediamo che la parola data verrà mantenuta». Insomma, a Kiev non si sarebbe persa la speranza sul rispetto dei patti relativi alla sorte delle truppe uscite dall’acciaieria e trasportate nei territori sotto controllo russo. Va infine segnalato (e qui si torna ai segnali negativi) che il già citato portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che il Cremlino «non sa nulla del piano italiano», con riferimento ai quattro step per arrivare in tempi rapidi al cessate il fuoco presentato all’Onu dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. «Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media», ha laconicamente fatto sapere Peskov.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telefonata-del-pentagono-ai-russi-difficile-respingerli-dal-donbass-2657356493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-lo-zar-sfodera-le-armi-laser" data-post-id="2657356493" data-published-at="1652988242" data-use-pagination="False"> Adesso lo zar sfodera le armi laser Giunti all’ottantacinquesimo giorno di guerra, secondo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, «la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi in Ucraina: ha dovuto abbandonare Kiev e Kharkiv e l’offensiva nel Donbass è in stallo. Ma non crediamo che Mosca abbia rinunciato ai suoi piani e dunque dobbiamo prepararci a sostenere l’Ucraina sul medio e lungo periodo». A lui ha fatto eco il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, che durante un discorso notturno alla nazione ha affermato: «La Russia ha lanciato più di 2.000 missili durante il suo attacco all’Ucraina, gran parte del suo arsenale». Fin qui le parole, mentre la guerra continua a mietere vittime. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Pavlo Kyrylenko, ha dichiarato all’agenzia Interfax Ukraine che lo scorso 18 maggio «i russi hanno ucciso dieci civili del Donbass, sette a Lyman e tre a Bakhmut. Tra i morti ci sono due bambini, uno a Lyman e uno a Bakhmut», mentre altre sette persone sono state ferite ieri, 19 maggio. Ieri, la compagnia ferroviaria statale ucraina ha riferito che sta conservando «centinaia di corpi di soldati russi in auto frigorifere da tre mesi», ma che la madrepatria non sta reclamando i cadaveri, benché la società voglia restituirli ai parenti. Intanto le forze russe, nonostante lo stallo di questi giorni, hanno continuato a bombardare con artiglieria e mortai gli insediamenti nelle regioni di Chernihiv e Sumy e hanno condotto attacchi missilistici contro l’insediamento di Desna. Anche ieri l’esercito russo ha continuato a bombardare la regione ucraina di Sumy (Est) lungo l’intero confine con la Russia. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Dmytro Zhyvytskyi, su Telegram ha scritto: «I nemici russi sembrano impazziti. I bombardamenti sono continuati lungo l’intero confine della regione di Sumy». Nella giornata di ieri ha parlato anche il vicepremier russo, Yury Borisov, che ha annunciato che «la Russia sta impiegando armi laser nella sua operazione speciale in Ucraina, in particolare il sistema laser Zadira, in grado di colpire obiettivi a una distanza di 5 chilometri». Premesso che si tratta ancora di due prototipi, l’eventuale impiego del sistema laser Zadira in Ucraina rappresenta perfettamente lo scenario asimmetrico che si ritrovano ad affrontare le truppe russe. Secondo l’analista strategico Franco Iacch, «Mosca è pienamente consapevole dell’efficacia dei missili del tipo Pantsyr e Tor, ma tali caratteristiche hanno un prezzo esorbitante se paragonate alle minacce come uno sciame di droni commerciali. Le armi a energia diretta sono concepite per livellare la strategia di logoramento che prevede l’adattamento della tecnologia civile a buon mercato e facilmente reperibile da scagliare contro i costosi sistemi di fascia alta, progettati per la guerra convenzionale tra Stati, così da migliorare la letalità prolungata nei conflitti ad alta intensità». Questo li rende ideali per abbattere bersagli piccoli e veloci come i droni e nel ruolo di controrazzo, artiglieria e mortaio? «La tecnologia laser», continua Iacch, «è in fase di sviluppo da decenni, ma ad oggi non rappresenta la riposta definitiva alla minaccia aerea improvvisata e al fuoco indiretto a basso costo a causa delle limitazioni a cui è soggetta (condizioni meteo, accumulo termico, portata e fonte di energia, ad esempio)».
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.