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2023-12-29
Tasse e Superbonus, ecco le novità del cdm
Adempimento collaborativo, contenzioso tributario, Statuto dei contribuenti e revisione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche sono i tre schemi di decreti legislativi in attuazione alla riforma fiscale che sono stati approvati ieri nell’ultimo consiglio dei ministri dell’anno. «Si tratta di provvedimenti molto importanti, che contribuiranno a semplificare il sistema fiscale, rendendolo più equo e dinamico», spiega in una nota il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo aggiungendo che con l’approvazione di oggi si è intervenuti «sul contenzioso tributario con l’obiettivo di velocizzare e semplificare i procedimenti, potenziando l'udienza da remoto, la digitalizzazione del processo nonché l'istituto della conciliazione giudiziale per deflazionare il contenzioso in cassazione».
Il provvedimento più atteso resta quello sulla revisione dell’Irpef, dato che nel precedente cdm l’approvazione era stata fatta slittare, per dare continuità alla legge di Bilancio. Nella manovra, approvata dal Senato il 22 dicembre e che vedrà l’ok definitivo oggi alla Camera, è infatti prevista la riconferma del taglio del cuneo fiscale, per i lavoratori che hanno un reddito fino a 35.000 euro, di sei punti percentuali, e di sette per i redditi fino a 25.000 euro. Misura che deve essere letta insieme alla revisione degli scaglioni Irpef che comporta l’accorpamento dei primi due: per i redditi fino a 28.000 l’aliquota fiscale sarà del 23%, dai 28.000,01 a 50.000 euro si passerà al 35% e oltre i 50.000 euro si avrà una tassazione del 43%. Il vantaggio maggiore viene dunque concesso ai redditi medio bassi, fino a 28.000, dato che con la precedente suddivisione, la tassazione era pari al 25%. Questo si tradurrà in un beneficio medio di circa 170 euro su una platea di circa 25 milioni di contribuenti.
Da aggiungere, l’estensione della platea della no tax area che aumenterà fino a 8.500 euro. Soglia già prevista per i redditi da pensione. Revisione fiscale che però andrà a penalizzare i redditi superiori a 50.000 euro. Per il 2024 è infatti prevista una franchigia di 260 euro per le detrazioni del 19%, fatta eccezione per le spese sanitarie e i premi di assicurazione per rischio eventi calamitosi, per tutti quei contribuenti che hanno redditi superiori ai 50.000 euro. Questa prima revisione delle detrazioni è stata fatta, come spiegato i mesi scorsi dal viceministro Leo, per andare ad equilibrare il risultato finale derivante dall’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef. La riduzione delle tasse dal 25 al 23% ha infatti un impatto positivo anche per i redditi superiori ai 28.000 euro, e introducendo una franchigia di 260 euro, l’idea del governo è quella di garantire l’equità e la progressività fiscale. Da ricordare che nella riforma è comunque prevista una revisione totale delle tax expenditure, perché sono troppe e attualmente ingestibili a livello di bilancio dello Stato. In pratica, per molte non si conosce il numero effettivo dei beneficiari e di conseguenza a quanto ammonta la spesa.
L’obiettivo del decreto attuativo sull’adempimento collaborativo è quello di potenziare il regime della cooperative compliance e di favorire la risoluzione delle controversie in materia fiscale. Le misure introdotte puntano dunque a potenziare il regime già esistente attraverso una mappatura dei rischi fiscali relativi ai processi aziendali, la certificazione, da parte di professionisti qualificati, dei sistemi integrati di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale in ordine alla loro conformità ai principi contabili, l’emanazione di un codice di condotta finalizzato a indicare e definire gli impegni che reciprocamente si assumono l’Amministrazione finanziaria e i contribuenti e nuove forme di contraddittorio tra contribuenti e Agenzia delle entrate. Da aggiungere che in caso di adozione dell’adempimento è prevista la non punibilità delle condotte riconducibili a dichiarazione infedele, dipendenti da rischi di natura fiscale relativi a elementi attivi, comunicati in modo tempestivo ed esauriente.
Quanto allo Statuto del contribuente, l’obiettivo è cercare di riequilibrare il rapporto tra contribuente e Agenzia delle entrate, dato che attualmente risulta essere sbilanciato a favore di quest’ultima. E dunque, viene previsto un rafforzamento dell’obbligo di motivazione per gli atti impositivi, anche mediante l’indicazione delle prove su cui si fonda la pretesa, la valorizzare del principio del legittimo affidamento del contribuente di certezza del diritto e la razionalizzare della disciplina dell’interpello. Quest’ultimo con il fine di ridurre il ricorso all’istituto e rafforzando il divieto di presentazione di istanze di interpello, riservandone l’ammissibilità alle sole questioni che non trovano soluzione in documenti interpretativi già emanati. Accanto a questi troviamo anche il principio di prevedere una generale applicazione del contraddittorio con il Fisco, pena la nullità dell’atto e l’istituzione e la definizione dei compiti del Garante nazionale del contribuente.
Infine, la riforma della giustizia tributaria si inscrive nell’alveo delle riforme di sistema che lo Stato italiano ha inteso attuare nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In considerazione dell’impatto che la giustizia tributaria ha sulla fiducia degli operatori economici, il governo ha definito insieme alla Commissione europea l’obiettivo di realizzare una riforma dell’intero sistema della giustizia tributaria, focalizzandosi in particolare sulla riduzione del numero di ricorsi alla Corte di Cassazione e sulla maggiore celerità della loro trattazione (in merito al contenzioso si hanno 50.000 ricorsi pendenti nel solo 2020, e nel 47% dei casi si arriva all'annullamento delle decisioni delle Commissioni tributarie regionali). Lo schema di decreto legislativo prevede, tra le varie misure, di ampliare e potenziare l’informatizzazione della giustizia tributaria, di razionalizzalizzare tra giudice tributario e civile e di rafforzare il divieto di produrre nuovi documenti processuali nei gradi successivi al primo.
Superbonus, regalino di Natale a Forza Italia
Anche Forza Italia ha avuto il suo regalino di Natale, o meglio la bandierina da poter sventolare davanti agli elettori in vista delle Europee. Ieri infatti, prima del consiglio dei ministri, è stata raggiunta una intesa tra i partiti di maggioranza per prorogare il Superbonus in alcuni casi-limite. Intesa che ha poi portato all’approvazione in cdm di un procedimento ad hoc sull’argomento. Al pre-consiglio hanno partecipato i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano. Tajani ha chiesto a un esausto Giorgetti in versione Babbo Natale (o Befana, per non essere accusati di patriarcato), di trovare il modo per accontentare le richieste forziste: il partito si è molto speso, nelle scorse settimane, per ottenere una miniproroga del Superbonus per chi ha quasi completato i lavori. Alla fine niente miniproroga, si è optato per un sostegno ai meno abbienti.
«Accordo positivo su Superbonus. Grazie all’impegno di Forza Italia», esulta il partito sui social, «saranno tutelati imprese e cittadini, soprattutto quelli più deboli che non dovranno restituire soldi per i lavori non conclusi e verranno sostenuti per completarli. Passa la linea del Buongoverno di Forza Italia». Ma in cosa consiste questo accordo? Secondo quanto spiegano fonti di Palazzo Chigi al termine del cdm, sarà riconosciuto il credito di imposta per tutti i lavori realizzati e asseverati al 31 dicembre 2023; per le opere ancora da effettuare si è confermato il bonus al 70%. Per i singoli soggetti con Isee inferiore a 15.000 euro, sensibilmente aumentato in base ai componenti del nucleo familiare, si garantisce il credito del 110% anche per la quota di lavori non asseverati al 31 dicembre. In buona sostanza, aggiungono da Chigi, «chi non ha concluso i lavori entro l’anno non si troverà nella grave condizione di dover restituire tutti i crediti fino a quel momento maturati. In secondo luogo, per i lavori non conclusi al 31 dicembre e per compensare la quota che scenderà dal 110 al 70%, lo Stato interverrà utilizzando il fondo povertà con riserva di aumentarne la capienza durante l’esercizio finanziario. In questo modo le fasce meno abbienti non si dovranno fare carico della differenza». Si esclude inoltre la cessione del credito nel caso di interventi di demolizione e ricostruzione in zone sismiche per le quali non sia stato richiesto il titolo abilitativo alla data di entrata in vigore del decreto legge. Vengono quindi inserite verifiche più puntali per limitare l’agevolazione soltanto agli edifici effettivamente danneggiati da eventi sismici. Si riporta la disciplina al buonsenso e alle sue corrette finalità: non è prevista nessuna proroga, ma si incentivano i lavori limitando usi impropri e storture.
Tajani, al termine del cdm, illustra i contenuti del provvedimento approvato: «Sul Superbonus», spiega il vicepremier, «c’è una tutela importante per le imprese e i cittadini meno abbienti. Ci sarà una sorta di sanatoria per il 2023, per chi ha superato il 30% dei lavori, se non ha raggiunto la conclusione dei lavori non dovrà pagare nulla per eventuali omissioni. Né l’azienda si rivarrà sui condomini né dovrà restituire dei soldi allo Stato. È un messaggio molto forte per le imprese, a tutela delle persone perbene. Per i lavori che non sono stati conclusi che usufruivano del Superbonus del 110%», aggiunge Tajani, «con il secondo stato di avanzamento lavori già fatto prima del 31 dicembre, per le persone meno abbienti, sarà lo Stato a pagare la differenza tra il 70 e il 110% Penso ai condomini di periferia, ad esempio. Poi si proseguirà col Superbonus al 70%. Per definire i meno abbienti ci saranno i codici Isee».
«Grazie all’iniziativa e alla determinazione di Forza Italia», sottolinea il capogruppo azzurro alla Camera, Paolo Barelli, «è stato raggiunto un accordo sui bonus edilizi. Con apposito decreto del consiglio dei ministri continuerà ad esistere il bonus al 70% per tutti coloro che proseguiranno i lavori nel 2024, ed è prevista una sanatoria che permetterà di evitare la restituzione delle somme per tutti coloro che non hanno completato i lavori entro il 31 dicembre. Il bonus edilizio al 110%», aggiunge Barelli, «resterà comunque in vigore per coloro che hanno reddito basso e non hanno completato i lavori». Erica Mazzetti, deputata di Forza Italia e responsabile nazionale dipartimento lavori pubblici del partito, si è battuta molto per trovare una soluzione ed è soddisfatta dall’accordo raggiunto: «Forza Italia», argomenta la Mazzetti, «si è impegnata fin da subito, con coerenza e con continuità, per una soluzione di buonsenso al problema Superbonus. Era ed è nostro compito tutelare i cittadini, i professionisti e le imprese che hanno investito e lavorato nel rispetto della legge e che si ritrovano con cantieri fermi sebbene in stato avanzato. Così facendo li aiuteremo a fare gli ultimi metri in serenità. Governare bene vuol dire anche questo: lavorare per risolvere un problema che certamente non abbiamo causato noi ma che abbiamo ereditato. Questo è lo spirito di Forza Italia, così avrebbe fatto il nostro presidente Silvio Berlusconi».
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Sì ai decreti fiscali con le nuove aliquote: gli scaglioni diventano tre, Irpef giù per 25 milioni di persone. Vantaggi per chi guadagna da 15.000 a 28.000 euro. No tax area fino a 8.500 euro. Ma saltano molte detrazioni. Rafforzati i diritti del contribuente nei confronti delle Entrate.Fi strappa sanatoria e aiuti ai meno abbienti sul 110%: Giancarlo Giorgetti concede un’agevolazione al 70% per chi continua i lavori nel 2024, che sale al 110% per le fasce meno abbienti. Sanatoria per chi non riesce a completare le opere entro quest’anno. Le misure confluiranno in un provvedimento ad hoc. Esultano gli azzurri.Lo speciale contiene due articoli.Adempimento collaborativo, contenzioso tributario, Statuto dei contribuenti e revisione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche sono i tre schemi di decreti legislativi in attuazione alla riforma fiscale che sono stati approvati ieri nell’ultimo consiglio dei ministri dell’anno. «Si tratta di provvedimenti molto importanti, che contribuiranno a semplificare il sistema fiscale, rendendolo più equo e dinamico», spiega in una nota il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo aggiungendo che con l’approvazione di oggi si è intervenuti «sul contenzioso tributario con l’obiettivo di velocizzare e semplificare i procedimenti, potenziando l'udienza da remoto, la digitalizzazione del processo nonché l'istituto della conciliazione giudiziale per deflazionare il contenzioso in cassazione».Il provvedimento più atteso resta quello sulla revisione dell’Irpef, dato che nel precedente cdm l’approvazione era stata fatta slittare, per dare continuità alla legge di Bilancio. Nella manovra, approvata dal Senato il 22 dicembre e che vedrà l’ok definitivo oggi alla Camera, è infatti prevista la riconferma del taglio del cuneo fiscale, per i lavoratori che hanno un reddito fino a 35.000 euro, di sei punti percentuali, e di sette per i redditi fino a 25.000 euro. Misura che deve essere letta insieme alla revisione degli scaglioni Irpef che comporta l’accorpamento dei primi due: per i redditi fino a 28.000 l’aliquota fiscale sarà del 23%, dai 28.000,01 a 50.000 euro si passerà al 35% e oltre i 50.000 euro si avrà una tassazione del 43%. Il vantaggio maggiore viene dunque concesso ai redditi medio bassi, fino a 28.000, dato che con la precedente suddivisione, la tassazione era pari al 25%. Questo si tradurrà in un beneficio medio di circa 170 euro su una platea di circa 25 milioni di contribuenti. Da aggiungere, l’estensione della platea della no tax area che aumenterà fino a 8.500 euro. Soglia già prevista per i redditi da pensione. Revisione fiscale che però andrà a penalizzare i redditi superiori a 50.000 euro. Per il 2024 è infatti prevista una franchigia di 260 euro per le detrazioni del 19%, fatta eccezione per le spese sanitarie e i premi di assicurazione per rischio eventi calamitosi, per tutti quei contribuenti che hanno redditi superiori ai 50.000 euro. Questa prima revisione delle detrazioni è stata fatta, come spiegato i mesi scorsi dal viceministro Leo, per andare ad equilibrare il risultato finale derivante dall’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef. La riduzione delle tasse dal 25 al 23% ha infatti un impatto positivo anche per i redditi superiori ai 28.000 euro, e introducendo una franchigia di 260 euro, l’idea del governo è quella di garantire l’equità e la progressività fiscale. Da ricordare che nella riforma è comunque prevista una revisione totale delle tax expenditure, perché sono troppe e attualmente ingestibili a livello di bilancio dello Stato. In pratica, per molte non si conosce il numero effettivo dei beneficiari e di conseguenza a quanto ammonta la spesa.L’obiettivo del decreto attuativo sull’adempimento collaborativo è quello di potenziare il regime della cooperative compliance e di favorire la risoluzione delle controversie in materia fiscale. Le misure introdotte puntano dunque a potenziare il regime già esistente attraverso una mappatura dei rischi fiscali relativi ai processi aziendali, la certificazione, da parte di professionisti qualificati, dei sistemi integrati di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale in ordine alla loro conformità ai principi contabili, l’emanazione di un codice di condotta finalizzato a indicare e definire gli impegni che reciprocamente si assumono l’Amministrazione finanziaria e i contribuenti e nuove forme di contraddittorio tra contribuenti e Agenzia delle entrate. Da aggiungere che in caso di adozione dell’adempimento è prevista la non punibilità delle condotte riconducibili a dichiarazione infedele, dipendenti da rischi di natura fiscale relativi a elementi attivi, comunicati in modo tempestivo ed esauriente. Quanto allo Statuto del contribuente, l’obiettivo è cercare di riequilibrare il rapporto tra contribuente e Agenzia delle entrate, dato che attualmente risulta essere sbilanciato a favore di quest’ultima. E dunque, viene previsto un rafforzamento dell’obbligo di motivazione per gli atti impositivi, anche mediante l’indicazione delle prove su cui si fonda la pretesa, la valorizzare del principio del legittimo affidamento del contribuente di certezza del diritto e la razionalizzare della disciplina dell’interpello. Quest’ultimo con il fine di ridurre il ricorso all’istituto e rafforzando il divieto di presentazione di istanze di interpello, riservandone l’ammissibilità alle sole questioni che non trovano soluzione in documenti interpretativi già emanati. Accanto a questi troviamo anche il principio di prevedere una generale applicazione del contraddittorio con il Fisco, pena la nullità dell’atto e l’istituzione e la definizione dei compiti del Garante nazionale del contribuente.Infine, la riforma della giustizia tributaria si inscrive nell’alveo delle riforme di sistema che lo Stato italiano ha inteso attuare nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In considerazione dell’impatto che la giustizia tributaria ha sulla fiducia degli operatori economici, il governo ha definito insieme alla Commissione europea l’obiettivo di realizzare una riforma dell’intero sistema della giustizia tributaria, focalizzandosi in particolare sulla riduzione del numero di ricorsi alla Corte di Cassazione e sulla maggiore celerità della loro trattazione (in merito al contenzioso si hanno 50.000 ricorsi pendenti nel solo 2020, e nel 47% dei casi si arriva all'annullamento delle decisioni delle Commissioni tributarie regionali). Lo schema di decreto legislativo prevede, tra le varie misure, di ampliare e potenziare l’informatizzazione della giustizia tributaria, di razionalizzalizzare tra giudice tributario e civile e di rafforzare il divieto di produrre nuovi documenti processuali nei gradi successivi al primo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-superbonus-ecco-novita-cdm-2666828242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="superbonus-regalino-di-natale-a-forza-italia" data-post-id="2666828242" data-published-at="1703831047" data-use-pagination="False"> Superbonus, regalino di Natale a Forza Italia Anche Forza Italia ha avuto il suo regalino di Natale, o meglio la bandierina da poter sventolare davanti agli elettori in vista delle Europee. Ieri infatti, prima del consiglio dei ministri, è stata raggiunta una intesa tra i partiti di maggioranza per prorogare il Superbonus in alcuni casi-limite. Intesa che ha poi portato all’approvazione in cdm di un procedimento ad hoc sull’argomento. Al pre-consiglio hanno partecipato i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano. Tajani ha chiesto a un esausto Giorgetti in versione Babbo Natale (o Befana, per non essere accusati di patriarcato), di trovare il modo per accontentare le richieste forziste: il partito si è molto speso, nelle scorse settimane, per ottenere una miniproroga del Superbonus per chi ha quasi completato i lavori. Alla fine niente miniproroga, si è optato per un sostegno ai meno abbienti. «Accordo positivo su Superbonus. Grazie all’impegno di Forza Italia», esulta il partito sui social, «saranno tutelati imprese e cittadini, soprattutto quelli più deboli che non dovranno restituire soldi per i lavori non conclusi e verranno sostenuti per completarli. Passa la linea del Buongoverno di Forza Italia». Ma in cosa consiste questo accordo? Secondo quanto spiegano fonti di Palazzo Chigi al termine del cdm, sarà riconosciuto il credito di imposta per tutti i lavori realizzati e asseverati al 31 dicembre 2023; per le opere ancora da effettuare si è confermato il bonus al 70%. Per i singoli soggetti con Isee inferiore a 15.000 euro, sensibilmente aumentato in base ai componenti del nucleo familiare, si garantisce il credito del 110% anche per la quota di lavori non asseverati al 31 dicembre. In buona sostanza, aggiungono da Chigi, «chi non ha concluso i lavori entro l’anno non si troverà nella grave condizione di dover restituire tutti i crediti fino a quel momento maturati. In secondo luogo, per i lavori non conclusi al 31 dicembre e per compensare la quota che scenderà dal 110 al 70%, lo Stato interverrà utilizzando il fondo povertà con riserva di aumentarne la capienza durante l’esercizio finanziario. In questo modo le fasce meno abbienti non si dovranno fare carico della differenza». Si esclude inoltre la cessione del credito nel caso di interventi di demolizione e ricostruzione in zone sismiche per le quali non sia stato richiesto il titolo abilitativo alla data di entrata in vigore del decreto legge. Vengono quindi inserite verifiche più puntali per limitare l’agevolazione soltanto agli edifici effettivamente danneggiati da eventi sismici. Si riporta la disciplina al buonsenso e alle sue corrette finalità: non è prevista nessuna proroga, ma si incentivano i lavori limitando usi impropri e storture. Tajani, al termine del cdm, illustra i contenuti del provvedimento approvato: «Sul Superbonus», spiega il vicepremier, «c’è una tutela importante per le imprese e i cittadini meno abbienti. Ci sarà una sorta di sanatoria per il 2023, per chi ha superato il 30% dei lavori, se non ha raggiunto la conclusione dei lavori non dovrà pagare nulla per eventuali omissioni. Né l’azienda si rivarrà sui condomini né dovrà restituire dei soldi allo Stato. È un messaggio molto forte per le imprese, a tutela delle persone perbene. Per i lavori che non sono stati conclusi che usufruivano del Superbonus del 110%», aggiunge Tajani, «con il secondo stato di avanzamento lavori già fatto prima del 31 dicembre, per le persone meno abbienti, sarà lo Stato a pagare la differenza tra il 70 e il 110% Penso ai condomini di periferia, ad esempio. Poi si proseguirà col Superbonus al 70%. Per definire i meno abbienti ci saranno i codici Isee». «Grazie all’iniziativa e alla determinazione di Forza Italia», sottolinea il capogruppo azzurro alla Camera, Paolo Barelli, «è stato raggiunto un accordo sui bonus edilizi. Con apposito decreto del consiglio dei ministri continuerà ad esistere il bonus al 70% per tutti coloro che proseguiranno i lavori nel 2024, ed è prevista una sanatoria che permetterà di evitare la restituzione delle somme per tutti coloro che non hanno completato i lavori entro il 31 dicembre. Il bonus edilizio al 110%», aggiunge Barelli, «resterà comunque in vigore per coloro che hanno reddito basso e non hanno completato i lavori». Erica Mazzetti, deputata di Forza Italia e responsabile nazionale dipartimento lavori pubblici del partito, si è battuta molto per trovare una soluzione ed è soddisfatta dall’accordo raggiunto: «Forza Italia», argomenta la Mazzetti, «si è impegnata fin da subito, con coerenza e con continuità, per una soluzione di buonsenso al problema Superbonus. Era ed è nostro compito tutelare i cittadini, i professionisti e le imprese che hanno investito e lavorato nel rispetto della legge e che si ritrovano con cantieri fermi sebbene in stato avanzato. Così facendo li aiuteremo a fare gli ultimi metri in serenità. Governare bene vuol dire anche questo: lavorare per risolvere un problema che certamente non abbiamo causato noi ma che abbiamo ereditato. Questo è lo spirito di Forza Italia, così avrebbe fatto il nostro presidente Silvio Berlusconi».
Si intensifica lo scontro in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran. I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati ancora, ieri, con la navigazione nello Stretto di Hormuz ancora bloccata e i missili iraniani che colpiscono infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo Persico. Il petrolio Brent ieri ha raggiunto un massimo di 85 dollari al barile mentre il Wti ha sfiorato i 78 dollari al barile. La notizia che ha fatto di nuovo alzare i prezzi è arrivata ieri a metà mattina, quando l’Iraq ha annunciato di aver tagliato la produzione del gigantesco giacimento petrolifero di Rumaila e quella del sito West Qurna 2, per un calo di 1,16 milioni di barili al giorno. L’Iraq ha fatto sapere che nel caso in cui le petroliere non riuscissero ad arrivare ai punti di carico, dovrebbe tagliare la produzione di altri 3 milioni di barili al giorno nel giro di pochi giorni.
L’Arabia Saudita sta pensando di utilizzare l’accesso al Mar Rosso (porto di Yanbu) per rimediare al blocco nel Golfo Persico. Tuttavia, il lungo oleodotto che attraversa il territorio arabo ha una capacità ridotta. Inoltre, anche il Mar Rosso non è da considerarsi una via sicura, essendo lo stretto di Bab el Mandeb presidiato dagli Huthi dello Yemen alleati dell’Iran, che già hanno minacciato una ripresa degli attacchi alle petroliere.
La situazione è critica per l’export di petrolio greggio, ma lo è anche per quello di prodotti raffinati e gas naturale liquefatto. Dal Golfo Persico partono circa 10 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, mentre il 20% delle forniture mondiali di Gnl proviene dal Qatar, che due giorni fa ha annunciato la sospensione totale della produzione. Di conseguenza, anche il gasolio e il gas hanno visto salire i prezzi a livelli preoccupanti. Sul mercato Ice il future sul gasolio è salito a 994 dollari a tonnellata (+12%) mentre il gas al Ttf ha toccato un massimo a 65.79 euro/MWh prima di chiudere a 53,60 euro/MWh (+20%).
Scendono le borse, sui timori di un allargamento della crisi in Medio Oriente. Negli Stati Uniti i tre maggiori indici azionari sono scesi di circa l’1,5%, la borsa di Milano ha chiuso a -3,92%. Il Dax tedesco ha fatto segnare un -3,59%, il Cac40 francese ha chiuso a -3,46%, Londra a -2,75%.
L’allarme per una impennata dei prezzi energetici ha provocato una corsa a vendere anche le obbligazioni governative. La possibile ripresa dell’inflazione porterebbe a un rialzo dei tassi, dunque salgono i rendimenti dei titoli decennali americani a 4,07%, quelli tedeschi a 2,77%, quelli italiani a 3,49%. Spread Btp - Bund a 70,4.
La situazione sul campo è in evoluzione. Mentre si susseguono i bombardamenti in Iran, con il Pentagono che afferma di avere colpito 1.700 obiettivi e avere affondato 11 navi iraniane, gli occhi restano puntati sullo Stretto di Hormuz, dove il numero di petroliere ferma aumenta. Ieri la Cina, grande acquirente di petrolio e gas dai Paesi del Golfo e destinatario pressoché unico della produzione di greggio iraniana, ha espresso preoccupazione e ha chiesto alle parti in causa di garantire il passaggio sicuro delle navi nelle acque dello Stretto.
Proprio la Cina, pur avendo condannato l’attacco americano e israeliano all’Iran, non sembra intenzionata ad alzare la tensione, al momento. Pechino dispone di una sostanziosa scorta strategica, accumulata nei mesi scorsi, e può ricevere più petrolio dalla Russia. Ma per la Cina si tratta del secondo sgambetto in poche settimane. L’azione di Donald Trump in Iran riguarda certo alcune questioni strategiche, ma vi è un chiaro disegno di sottrarre a Pechino le fonti esclusive di approvvigionamento petrolifero. Prima la destituzione di Nicolás Maduro, con il petrolio venezuelano finito sotto il controllo Usa. Ora, l’altro grande fornitore cinese, l’Iran, finisce nel mirino. Non è un caso che Pechino stia perseguendo la propria indipendenza energetica attraverso massicci investimenti in produzione nazionale di carbone e idrocarburi, oltre che in energia nucleare e fonti rinnovabili. Intanto, l’Unione europea, ancora una volta presa in contropiede sull’energia, abbozza ma non trova il bandolo della matassa. Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Financial Times, l’Ue sta facendo pressioni su Kiev perché permetta una visita in territorio ucraino sull’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria. L’Ucraina sostiene che l’oleodotto è stato danneggiato da un attacco russo, ma Budapest accusa Kiev di averlo danneggiato intenzionalmente e chiede che Bruxelles intervenga.
Secondo alcune ipotesi, il petrolio russo potrebbe ritornare in gioco nel caso in cui la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi oltre un mese. Molto greggio Urals è parcheggiato nelle petroliere nel Mar Arabico e la Cina potrebbe iniziare a richiederlo. Non è da escludere neppure che Donald Trump possa decidere un allentamento delle sanzioni su Mosca, nel caso di un aggravamento della crisi energetica. Le elezioni di medio termine incombono e il prezzo della benzina negli Stati Uniti è tornato sopra i 3 dollari al gallone (circa 66 eurocent al litro). Una maggiore offerta di petrolio russo sui mercati mondiali contribuirebbe ad abbassare i prezzi. È invece più difficile che l’Ue decida di tornare indietro sulle sanzioni alla Russia. L’investimento europeo sull’Ucraina è troppo grande per tornare indietro ora.
Aziende gasivore, choc da 2 miliardi
«La guerra in Iran potrebbe costare alle imprese gasivore circa 2 miliardi di euro l’anno. A tale cifra ammonta l’extra costo del gas, supponendo un consumo industriale delle aziende italiane maggiormente utilizzatrici di metano, di 10 miliardi di metri cubi di gas e che la parte a prezzo variabile sia circa il 70%, cioè 7 miliardi di metri cubi e che gli aumenti di prezzo attuali rimangano invariati a lungo». Aldo Chiarini, presidente di Gas Intensive, l’associazione di Confindustria che riunisce le aziende gasivore, descrive una situazione di grande allarme e preoccupazione tra le imprese. «Siamo ripiombati nel buio dell’incertezza e della volatilità dei prezzi dopo che avevamo visto un po’ di luce con il decreto bollette» e di cui Chiarini sottolinea l’attualità. «Il testo prevede il corridoio di liquidità che serve a ridurre lo spread tra il costo del gas italiano e quello europeo. Ma il decreto va convertito in legge prima possibile e l’Arera deve creare le condizioni operative per renderlo effettivo». Il manager non nasconde il rischio che «alcune imprese, soprattutto di piccole dimensioni e grandi utilizzatrici di metano possano rallentare o interrompere la produzione e altre accelerino un progetto di delocalizzazione a cui magari stanno pensando da tempo per cercare mercati in cui il costo energetico è inferiore». Come gestire la situazione? Chiarini indica una doppia soluzione. «Se il costo del gas dovesse rimanere a lungo all’attuale livello, bisogna ricorrere a soluzioni di emergenza come il credito d’imposta come fatto durante il Covid. Poi accelerare il progetto del “gas release”, volto a vendere gas di produzione nazionale a prezzi calmierati per sostenere le imprese gas intensive e la manifattura». Nonostante diversi decreti, la misura è attesa da circa quattro anni. «Bisogna fare in fretta, ci sono giacimenti non sfruttati. Un altro tema è quello del biogas. La gas release darebbe un volume aggiuntivo di 3 miliardi di metri cubi di metano e 2 miliardi verrebbero incrementando il biogas. Certo non sono soluzioni immediate ma avere in futuro un ventaglio maggiore di risorse da utilizzare renderebbe il mercato più liquido facendo scendere i prezzi».
L’industria della ceramica, tra i settori gasivori, rilancia la richiesta di una «rapida conversione del decreto bollette». In soli due giorni, spiega Confindustria Ceramica, «il valore Psv (prezzo di riferimento all’ingrosso per il mercato italiano, ndr) è passato dai 33 a 55 euro/MWh con i futures di aprile su Ttf già a quota 58 euro/MWh». Considerando che solo il 30% dei contratti di fornitura delle imprese associate può essere bloccato, resta «un consumo libero di oltre 700 Mm3/a, con una prospettiva di costo extra annuale per il settore di 180 milioni di euro». Quindi, avvisano gli industriali, è necessario «agire in fretta». «Lo strumento di liquidità del decreto bollette per ridurre lo spread Psv/Ttf potrà accorciare il differenziale di circa 2 euro/MWh». E aggiunge che «nella fase di conversione del decreto bisogna inserire l’esenzione del pagamento dell’anidride carbonica nella cogenerazione industriale oltre che per la generazione termoelettrica».
Secondo Paolo d’Amico, numero uno del gruppo d’Amico, tra i leader mondiali nel trasporto marittimo con una flotta di navi cisterna per i raffinati, per l’Europa si pone il problema dei prodotti raffinati come il diesel. «Nel Golfo ci sono infrastrutture di raffinazione molto grandi e con Hormuz chiuso si dovranno fermare. L’Europa che importa il diesel dovrà cercarlo altrove».
Drammatico è lo scenario tracciato dal Centro Studi di Conflavoro. «In caso di escalation prolungata il greggio potrebbe salire fino al 75-80% e i costi logistici fino al 25-30%», avverte il presidente Roberto Capobianco. «A rischio 200.000 posti di lavoro e 7-8 milioni di ore di cassa integrazione, con produzioni in calo fino al 20% nei comparti energivori. In sei mesi nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, il contraccolpo economico sarebbe fino a 33 miliardi di euro».
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Ansa
A Doha la giornata è stata segnata da diverse esplosioni: l’Iran ha comunicato di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid situata in Qatar. Ma i missili di Teheran puntavano anche all’aeroporto internazionale Hamad. Il ministero della Difesa qatariota ha annunciato che sono stati abbattuti due jet iraniani e che sono stati intercettati diversi missili balistici e droni. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al Ansari, ha aggiunto che i due aerei erano stati informati dello sconfinamento prima di essere distrutti sulle acque del Golfo Persico. L’avviso è arrivato nonostante Teheran non avesse comunicato a Doha l’incombente attacco.
Anche l’Arabia Saudita è stata interessata dai raid: a Riad, l’ambasciata degli Stati Uniti è andata in fiamme dopo essere stata bersagliata da due droni. Dure parole di condanna sono arrivate dal ministero degli Esteri saudita che ha definito «codardo e ingiustificato» l’attacco iraniano. Ha poi ricordato che il bombardamento è avvenuto nonostante l’Arabia Saudita avesse già messo in chiaro che non avrebbe consentito «l’uso del suo spazio aereo e del suo territorio per colpire l’Iran». A reagire è stato anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Ci sarà una ritorsione». E ha precisato che l’Iran è pronto a «negoziare», ma per la Casa Bianca «è troppo tardi». Tra l’altro, secondo i media israeliani, il Qatar avrebbe già preso parte agli attacchi condotti contro l’Iran e fonti citate da Kan prevedono che anche l’Arabia Saudita faccia altrettanto. Poco dopo però è arrivata la smentita di al Ansari: «Il Qatar non ha preso parte alla campagna contro l’Iran».
In ogni caso, sia Doha sia Riad hanno lanciato avvertimenti a Teheran. Sempre al Ansari ha riferito che la violazione della sovranità del Qatar, di cui si è macchiato l’Iran, «sarà affrontata con misure severe». Dello stesso tenore sono le dichiarazioni di Riad: «Il regno ribadisce il suo pieno diritto ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sicurezza, l’integrità territoriale, i propri cittadini» inclusa «la possibilità di rispondere a un’aggressione».
Chi sembra propenso a intraprendere un’azione militare contro l’Iran è Abu Dhabi. A lanciare l’indiscrezione è Axios: una fonte a conoscenza della questione ha infatti rivelato che gli Emirati Arabi Uniti «stanno valutando l’adozione di misure difensive attive contro l’Iran». Si tratta del Paese più colpito dalla rappresaglia iraniana: il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha reso noto che Teheran ha lanciato 186 missili balistici e 812 droni. E si contano almeno 70 feriti e tre morti. Gli Emirati Arabi quindi «si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio». Anche ieri sera sono state sentite delle forti esplosioni. Le autorità di Ras Al Khaimah hanno confermato che è entrata in funzione, con successo, la difesa aerea.
In Bahrein, le esplosioni a Manama hanno fatto scattare le sirene, mentre la popolazione è stata invitata a cercare riparo. A detta di Teheran sono stati sganciati con successo «20 droni e tre missili» che hanno colpito la base americana in Bahrein. Non è stato immune nemmeno l’Oman: altri droni sarebbero stati sganciati sul porto commerciale di Duqm.
E mentre Mascate ha lanciato l’appello per il cessate il fuoco, con il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha sottolineato che «ci sono vie d’uscita», la Turchia ha criticato duramente la vendetta scatenata dall’Iran. L’omologo turco, Hakan Fidan, ha bollato la rappresaglia contro i Paesi del Golfo come «una strategia incredibilmente sbagliata».
L’alto livello di tensione nell’intera regione è evidente dagli allarmi che gli Stati Uniti hanno indirizzato verso i connazionali. Già prima delle esplosioni a Doha, Washington aveva invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente tutti i Paesi mediorientali e ha iniziato a organizzare i voli per il rimpatrio. Inoltre, è stata ordinata l’evacuazione del personale diplomatico non essenziale dalla Giordania, dal Bahrein, dall’Iraq, dal Qatar, mentre l’ambasciata americana in Kuwait è stata chiusa.
Nel frattempo, alcuni Paesi del Vecchio continente si sono attivati per difendere Cipro. Il Regno Unito invierà elicotteri antidrone e il cacciatorpediniere Hms Dragon, mentre la Francia si è impegnata a mandare sistemi antimissile e antidrone e dispiegherà la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo.
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All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
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