Due settimane di tregua, un tavolo negoziale pronto e una realtà, però, che va nella direzione opposta. Alla vigilia dei colloqui di Islamabad, infatti, Stati Uniti e Iran già si accusano reciprocamente di aver violato l’accordo, mentre resta irrisolto il problema più delicato: che cosa rientra davvero nel cessate il fuoco?
Per Teheran, il punto è chiarissimo. Il Libano fa parte della tregua. «Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca», ha detto il viceministro degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, in un’intervista alla Bbc. «Non si può chiedere un cessate il fuoco, accettarne i termini e le condizioni, nominando specificamente il Libano, e poi lasciare che il proprio alleato dia inizio a un massacro», con chiaro riferimento ai violenti raid israeliani su Beirut. È una presa di posizione netta, che l’Iran ha ribadito più volte nelle ultime ore: «Gli Stati Uniti devono scegliere se vogliono la guerra o la pace. Non possono avere entrambe le cose allo stesso tempo».
La linea iraniana non resta isolata. Mosca, per esempio, ieri ha apertamente ammonito che il cessate il fuoco ha una dimensione regionale e deve quindi estendersi anche al Libano. Da parte sua, anche il Pakistan - che sta mediando tra le parti - insiste sulla necessità di rispettare l’intesa nel suo complesso, Beirut inclusa. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che guiderà la delegazione a Islamabad, ha comunque avvertito che «le violazioni del cessate il fuoco porteranno a costi e a forti risposte» e ha invitato a «smettere immediatamente» con gli attacchi.
Nel frattempo, tuttavia, il quadro si complica. Il Libano non vuole restare fuori dal negoziato e chiede di entrarci formalmente. Il premier, Nawaf Salam, ha contattato il Pakistan per sollecitare garanzie: l’obiettivo è «confermare che il cessate il fuoco includa il Libano» ed evitare il ripetersi degli attacchi. Anche da Beirut arriva lo stesso messaggio: è necessario «avere un posto al tavolo» dei colloqui di Islamabad, perché - secondo l’interpretazione libanese - il Paese «era incluso nella tregua».
A rendere ancora più fragile il contesto contribuisce il clima generale di sfiducia. I Paesi del Golfo, in particolare il Bahrein, hanno segnalato attacchi iraniani anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, mentre Teheran accusa Washington di non far rispettare l’intesa al proprio alleato. Lo stesso Khatibzadeh ha spiegato che l’Iran era pronto a reagire, ma ha scelto di fermarsi dopo la mediazione pakistana. Insomma, la tregua tiene, ma solo perché nessuno ha ancora deciso di farla saltare. La partita negoziale, che prende avvio in questa atmosfera incandescente, si giocherà soprattutto sui cosiddetti «10 punti» dell’Iran. Naturalmente, non esiste un documento ufficiale, ma dalle dichiarazioni degli ultimi giorni emerge una piattaforma abbastanza precisa, che sarà al centro dei colloqui. Il primo nodo, per ovvi motivi, è quello della sicurezza: Teheran pretende che non vi siano nuovi attacchi contro il suo territorio e insiste per siglare un accordo che non si risolva in una pausa solo temporanea. «Non possono avere guerra e pace allo stesso tempo», ha detto ancora Khatibzadeh, sintetizzando la posizione iraniana.
Il secondo punto riguarda le sanzioni. Per la Repubblica islamica, l’allentamento della pressione economica è una condizione imprescindibile. C’è poi il tema dell’intero assetto regionale: Iraq, Siria e Libano fanno parte di un unico equilibrio strategico che, per Teheran, non può essere ridotto a compartimenti stagni. Non è un caso che il dossier libanese sia diventato subito centrale: «Il Libano e l’intero Asse della Resistenza costituiscono parte integrante del cessate il fuoco», ha dichiarato con forza Ghalibaf.
Il capitolo più delicato resta però quello nucleare. Qui la posizione iraniana è molto rigida. Il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica, Mohammad Eslami, lo ha ribadito ieri senza mezzi termini: le richieste di limitare l’arricchimento dell’uranio sono «illusioni» e «nessuna legge o individuo può fermarci». È un messaggio diretto agli Stati Uniti e a Donald Trump, che continuano a considerare lo smantellamento del progetto nucleare iraniano uno dei punti chiave del negoziato.
Ma non è finita qui: la piattaforma iraniana include anche la non interferenza negli affari interni della Repubblica islamica, la riduzione della presenza militare americana nella regione e una ridefinizione degli equilibri di sicurezza. Non si tratta quindi di un negoziato tecnico, ma di un confronto che tocca l’intero assetto del Medio Oriente. Altrimenti, questo è il punto, si rischierebbe di siglare una pace armata senza un vero futuro. Anche la scelta di Ghalibaf come capo delegazione, dopotutto, conferma che per Teheran il tavolo di Islamabad è considerato decisivo. L'Iran pretende inoltre risarcimenti per la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele, e una nuova modalità di gestire lo stretto di Hormuz. A chiarirlo è stato l'ayatollah Mojtaba Khamenei.
Resta, sullo sfondo, uno spiraglio. Secondo la Cnn, il cessate il fuoco di due settimane potrebbe essere prorogato se la Casa Bianca riterrà che i negoziati avranno prodotto risultati apprezzabili. Eppure, sebbene Trump abbia detto ieri alla Nbc di essere «molto ottimista» su un accordo con l’Iran, è ancora tutto appeso a un filo. Per adesso, più che un percorso condiviso, quello che emerge è un negoziato che rischia di incepparsi prima ancora di cominciare, tra richieste apparentemente incompatibili e una tregua che ciascuna parte interpreta a modo proprio. E il rischio è di vanificare qualsiasi risoluzione diplomatica di un conflitto che sta avendo ripercussioni non solo sul Medio Oriente, ma sul mondo intero.
Crociata contro i pedaggi a Hormuz
Ieri è passata la prima petroliera non iraniana da Hormuz. Si chiama Msg, batte bandiera gaboniana e trasporta circa 7.000 tonnellate di olio combustibile emiratino dirette in India. Non è esattamente la riapertura delle danze, ma più un passo di prova, come quando si riaccende la luce in sala prima che lo spettacolo ricominci.
Attorno, il traffico resta rarefatto: due petroliere iraniane e qualche portarinfuse. Fine. Perché il punto è proprio questo: Hormuz, formalmente, resta chiuso. O meglio, semiaperto a discrezione di Teheran. Il nuovo schema è semplice e inquietante insieme: massimo 15 navi al giorno, sotto stretto coordinamento con le autorità militari iraniane, lungo rotte stabilite e nel rispetto di «misure tecniche». Traduzione: si passa, ma solo se e come decide l’Iran. A mettere i paletti è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che lega il via libera a una condizione politica grande come una petroliera: gli Stati Uniti devono rispettare i propri obblighi. Solo allora - dice - il passaggio sarà «sicuro» e regolato. Insomma, la libertà di navigazione trasformata in un negoziato permanente.
E qui parte il coro dei contrari. Anzi, il coro dei no, senza se e senza ma. Perché l’idea che Teheran possa introdurre un pedaggio sullo stretto è visto come una deriva pericolosa. Da Bruxelles, Kaja Kallas ministro degli esteri Ue avverte: non si può legittimare alcuna forma di tassazione su rotte commerciali globali. Sarebbe un precedente micidiale. Oggi Hormuz, domani chissà: Bab el Mandeb? Malacca? Il rischio è un effetto domino con impatti diretti su energia, fertilizzanti, sicurezza alimentare. Non proprio dettagli. Il diritto internazionale parla chiaro, libertà di navigazione senza pedaggi. Molto meno diplomatico il ceo della compagnia emiratina Adnoc, Sultan Al Jaber. La chiusura di Hormuz è inammissibile. Permessi, condizioni, pressioni politiche: un sistema che somiglia più a un casello geopolitico che a una rotta marittima.
E con un’aggravante: le infrastrutture energetiche della regione sono state colpite, e i produttori devono già fare i conti con danni e capacità ridotta. Dall’altra parte dell’Atlantico, le compagnie petrolifere americane non hanno nessuna intenzione di pagare. Secondo indiscrezioni, il tema è già sul tavolo di Marco Rubio e JD Vance. Gli argomenti sono quelli classici, ma pesanti: diritto internazionale, sanzioni, costi. In sintesi: pagare non è un’opzione possibile. Anche perché il pedaggio, oltre che indigesto, è pure complicato da incassare.
In che valuta? Qui la geopolitica diventa quasi commedia, stando almeno al copione desiderato a Teheran. In bitcoin? Impossibile: troppo volatile, oggi paghi una cifra, domani vale il doppio o la metà. Non esattamente il massimo per chi deve far quadrare miliardi di dollari di greggio. In moneta cinese? Ancora peggio: Washington e l’Occidente non accetterebbero mai di legittimare una moneta rivale in un nodo strategico globale. Sarebbe come consegnare le chiavi del traffico energetico mondiale a Pechino. E allora resta il nodo: chi paga, come paga e soprattutto perché dovrebbe farlo. Nel frattempo, la realtà è quella di una strettoia politicizzata. Dove passa una petroliera e sembra una notizia. Dove 15 navi al giorno diventano una concessione. Dove la libertà di navigazione resta sospesa tra diplomazia, muscoli e calcoli.
E così, mentre la Msg scivola verso l’India con il suo carico emiratino, il mondo guarda Hormuz con il fiato sospeso. Perché basta poco per trasformare una «riapertura controllata» in un nuovo scontro. E allora sì, quella petroliera non iraniana è passata. Ma più che una ripartenza, per ora, sembra un avvertimento: il traffico può riprendere. A patto di pagare: politicamente, prima ancora che economicamente.
Trump: «Sono molto ottimista sull’accordo»
Donald Trump punta a salvaguardare l’accordo di cessate il fuoco con l’Iran, muovendosi su più piani. Da una parte ha aumentato la pressione sul regime khomeinista, dall’altra ha iniziato a frenare Israele.
Ieri, il presidente americano ha innanzitutto intimato a Teheran di attenersi a quanto stabilito nell’intesa raggiunta. «Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, con munizioni, armamenti e qualsiasi altra cosa appropriata e necessaria per la persecuzione e la distruzione letale di un nemico già sostanzialmente indebolito, rimarranno in Iran e nelle aree circostanti fino a quando il vero accordo raggiunto non sarà pienamente rispettato. Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse accadere, il che è altamente improbabile, allora “inizieranno gli scontri a fuoco”, più grandi e più forti di quanto si sia mai visto prima», ha dichiarato il presidente americano su Truth. «L’accordo è stato raggiunto molto tempo fa e, nonostante tutta la falsa retorica contraria, non ci sarà alcuna arma nucleare, mentre lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro.
Nel frattempo, il nostro grande esercito si sta preparando e riposando, in attesa della sua prossima conquista», ha aggiunto, per poi tornare a lamentarsi della scarsa collaborazione della Nato sul dossier mediorientale. Le parole di Trump sono arrivate dopo che l’Iran aveva chiuso nuovamente Hormuz in risposta ai bombardamenti israeliani sul Libano. Inoltre, la Casa Bianca ha smentito di aver accettato alcune condizioni di cui Teheran ha parlato (tra cui l’ok a concedere l’arricchimento dell’uranio).
Dall’altra parte, Trump ha però iniziato a mettere sotto pressione anche lo Stato ebraico. Nonostante gli Stati Uniti abbiano negato che l’accordo per il cessate il fuoco con l’Iran includesse anche il Libano, il presidente americano, secondo Nbc News, avrebbe chiesto, l’altro ieri, a Benjamin Netanyahu di ridurre l’intensità dei bombardamenti sul Paese dei Cedri, per scongiurare un deragliamento dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran previsti per domani a Islamabad. Vale la pena di ricordare che il premier israeliano non aveva granché apprezzato la tregua raggiunta tra Stati Uniti e Iran. Netanyahu, spalleggiato in questo da sauditi ed emiratini, auspicava infatti che il conflitto proseguisse, per indebolire ulteriormente la Repubblica islamica.
Eppure, sarà un caso ma, probabilmente anche a seguito delle pressioni di Trump, il premier israeliano ha annunciato ieri di aver autorizzato l’avvio di «negoziati diretti» con Beirut «il prima possibile»: negoziati che, secondo Netanyahu, «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano». Tutto questo, mentre un funzionario israeliano ha riferito che i colloqui dovrebbero iniziare «nei prossimi giorni», pur precisando che non ci sarà un cessate il fuoco con Beirut prima di allora. Tra l’altro, sempre ieri, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, è tornato a parlare telefonicamente con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi: la loro prima conversazione dall’inizio del conflitto.
Dal punto di vista della Casa Bianca, tutto questo rappresenta uno sviluppo potenzialmente positivo, perché toglie agli iraniani un possibile pretesto per far saltare i colloqui di Islamabad, a cui dovrebbero prender parte, tra gli altri, il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il vicepresidente statunitense, JD Vance. E proprio Vance, storicamente scettico verso un’operazione bellica su larga scala contro la Repubblica islamica, sta acquisendo sempre maggior peso nell’iniziativa diplomatica, portata avanti da Trump. Segno, questo, del fatto che il presidente americano punta, laddove possibile, a chiudere la crisi per via negoziale con l’obiettivo di evitare un pantano e, al contempo, abbassare i costi dell’energia. È in un tale quadro che, ieri, l’inquilino della Casa Bianca si è detto «molto ottimista» sulla possibilità di un accordo di pace con Teheran. «Se non raggiungono un accordo, sarà molto doloroso», ha aggiunto.
Nel frattempo, faticano a placarsi le fibrillazioni tra Trump e gli alleati della Nato. Ieri, tre diplomatici europei hanno riferito a Reuters che il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, avrebbe informato alcune capitali del Vecchio continente del fatto che la Casa Bianca vorrebbe a breve degli impegni concreti per garantire la sicurezza di Hormuz. «Quando è arrivato il momento di fornire il supporto logistico e di altro tipo di cui gli Stati Uniti avevano bisogno in Iran, alcuni alleati sono stati un po' lenti, per usare un eufemismo. A dire il vero, sono stati anche un po' colti di sorpresa. Per mantenere l’elemento sorpresa per gli attacchi iniziali, il presidente Trump ha scelto di non informare gli alleati in anticipo», ha affermato inoltre Rutte, parlando da Washington, per poi aggiungere: «Ma quello che vedo, guardando all’Europa di oggi, è un enorme sostegno da parte degli alleati».