
Mauro Bussoni è segretario generale di Confesercenti. Ha accettato una conversazione a tutto campo con la Verità sulle difficoltà del commercio e delle piccole e medie imprese in questa interminabile coda di emergenza pandemica, e anche sui problemi ulteriori legati a restrizioni e green pass.
Segretario, secondo lei politici e commentatori l'hanno fatta una passeggiata non dico in periferia, ma almeno nelle vie centrali di Milano e Roma? Avrebbero visto una valanga di negozi chiusi, e non per le vacanze, ma con inequivocabili cartelli «vendesi» e «affittasi»…
(Sorride) «Diciamo che non ho il monitoraggio preciso delle passeggiate dei nostri parlamentari. Ma certo il problema non riguarda solo Milano e Roma: tutte le città principali, in particolare quelle d'arte e turistiche, sono quelle che hanno subito maggiormente la crisi creata dall'emergenza Covid. Tante vie importanti appaiono desolate, il passeggio non c'è più. A Roma noi abbiamo la sede in Via Nazionale, e constato ogni giorno come la crisi abbia colpito fortissimo. E anche il minimo di euforia creato dal turismo endogeno ha coperto solo in parte, purtroppo, la perdita del turismo straniero».
Non ha la sensazione che, quando si fanno stime (di per sé da prendere con le molle) sul Pil per i prossimi mesi, non si tenga conto di realtà molto disuguali e asimmetriche fra loro?
«Se non ci saranno ulteriori emergenze, noi crediamo che per fine anno, in termini di Pil, dovremmo andare verso numeri positivi. Ma non dimentichiamo che, storicamente, il Pil italiano deriva al 60% circa dai consumi interni, che ancora stanno languendo. Ci sono settori particolarmente colpiti: abbigliamento, negozi di vicinato, in certa misura la stessa grande distribuzione. In generale, non c'è stato recupero di capacità di spesa: sia perché l'incertezza permane, sia perché molti hanno avuto il proprio reddito colpito, o per la cassa integrazione, o perché si è autonomi o piccoli imprenditori e l'anno è stato quello che è stato…».
Prospettive?
«Una vera ripresa ci sarà solo con il recupero dei consumi interni. Anche considerando che molte cose cambieranno inevitabilmente: si tratta di capire quanto inciderà ancora lo smart working, più una certa preoccupazione nel muoversi o nel frequentare luoghi affollati».
A me pare che ci sia un'Italia divisa in tre: i garantiti (dipendenti pubblici e pensionati) per i quali (è non è certo una colpa) più o meno nulla è cambiato rispetto a prima; la grande impresa, che forse è robusta abbastanza da riprendersi; e infine le pmi che invece rischiano un autentico massacro…
«È una lettura obiettiva della realtà. Il mondo più colpito è quello della distribuzione commerciale. E poi, come dicevo, pesa anche il cambiamento delle abitudini dei consumatori, cosa che ha modificato le quote di mercato: hanno perso molto i negozi tradizionali, mentre l'online ha registrato una crescita notevolissima. Lo smart working poi ha penalizzato alcune zone che prima vedevano molti lavoratori consumare servizi».
Come si sono difese le imprese?
«Moltissimi imprenditori sono stati bravi e fantasiosi: si sono attrezzati per il delivery, hanno cercato di andare incontro a nuove domande… Poi però pesano fattori oggettivi: un ristoratore che ha solo spazi al chiuso, se non compensa almeno in parte con il delivery, ci rimette tantissimo. Chi invece ha spazi all'aperto può recuperare un po'…».
Veniamo al commercio e alle pmi. È terribile chiederglielo, ma c'è il timore di un semestre infernale davanti? Chi può chiuderà ordinatamente, limitando i danni, una sorta di eutanasia d'impresa. Chi non ce la farà, fallirà con tutte le conseguenze del caso…
«No, non la vedo così, non credo che ci sarà una caduta di questo tipo. Certo però rimangono enormi preoccupazioni legate all'indebitamento di molte imprese, ai prestiti bancari, alle imposte rinviate ora da pagare».
È timoroso per la ripresa a pieno regime della riscossione da parte dell'Agenzia delle entrate a fine estate? Non le sembra che si sottovaluti il rischio che, con le cartelle, si riattivi una specie di idrovora che succhierà quel tanto di liquidità esistente? Non sarà a rischio proprio il margine di sopravvivenza per molte famiglie?
«Credo che da parte dell'Agenzia delle entrate e da parte del legislatore vada usata massima flessibilità. Da un lato è giusto tenere sott'occhio la contabilità nazionale, ma dall'altro occorre anche garantire alle imprese la possibilità di avere più tempo».
Tutto ciò mentre, da settembre a dicembre, gli autonomi faranno i conti con rate fiscali monstre, più l'acconto… Come si fa? Si va in banca a chiedere un prestito, magari già concesso nel 2020?
«Il quadro è stato ed è differente da impresa a impresa. Però certamente resta una grande preoccupazione. Una serie di pagamenti sono stati rinviati, ma poi le scadenze arrivano. Mettiamola così: l'imbuto era partito largo ma si sta pericolosamente restringendo…»
Anche durante la prima ondata della pandemia, le pmi sono state la cenerentola della situazione: ristori con il contagocce e con parametri discutibili. Non sarebbe stato meglio abbattere le scadenze fiscali?
«Vorrei poterle dare una risposta univoca in questo senso, ma non ne sono certo. Di sicuro all'inizio sono stati commessi errori nell'impostazione del tema dei ristori, eccedendo in alcuni casi, e invece abbandonando altri settori. La logica dei codici Ateco, che poi è stata corretta, era perversa. Certamente se le imprese non si fossero soprattutto autoalimentate, non ce l'avrebbero fatta».
A tutto questo si è aggiunto il green pass. La prima settimana di applicazione ha fatto registrare un meno 25% per i ristoranti e un meno 50% per i parchi gioco. La Fiepet, federazione appartenente a Confesercenti, ha testualmente parlato di «disastro».
«I primi giorni sono stati difficili: tanta preoccupazione, moltissime telefonate concitate. Poi noi imprenditori italiani ci adattiamo a tutto. Però diciamolo: è stata introdotta una norma che aveva l'obiettivo di accelerare la corsa al vaccino, il che può anche essere comprensibile. Ma il problema è che lo si è fatto utilizzando, loro malgrado, le imprese».
Come hanno reagito i vostri associati?
«Ho colto una divisione a metà. Un 50% che come sempre si è adattato, e un 50% furibondo. Era il metodo migliore? Io dico di no: si potevano responsabilizzare di più i cittadini senza scaricare troppo peso sulle imprese».
Forse però una cosa ha creato il 100% di giusto dissenso: come si poteva pensare di trattare un esercente come un pubblico ufficiale?
«Per fortuna noi ci siamo mossi fin dall'inizio dando indicazioni precise e ragionevoli ai nostri associati: controllare il green pass, non i documenti. Poi sono venuti i chiarimenti anche dal ministero, ma con qualche ritardo e contraddizione».
Restano intanto sanzioni pesantissime, fino a 10 giorni di chiusura, alla terza violazione, e per infrazioni altrui che si ammette non possano essere controllate o evitate dall'esercente. È una follia?
«A oggi credo di poterle dire che nessun nostro esercente sia stato sanzionato. Quindi presumo che sia prevalsa l'intelligenza».
Maliziosamente, potrei dire: essendo stata scritta una norma assurda, poi si è scelta la via di un'applicazione soft.
«Diciamo che si è capito, in sede di verifica, che non si potevano chiedere agli esercenti impegni e responsabilità impossibili da sostenere».
Ora si è aperta la questione delle mense aziendali. Che facciamo, scriviamo le norme attraverso le Faq? Sono diventate fonte del diritto?
(Sorride) «Le dico solo questo: sono state introdotte norme con l'obiettivo di far vaccinare le persone. Il rischio però è quello di creare problemi sia a chi eroga alcuni servizi sia a chi ha bisogno di usufruirne».
E adesso si apre il tema delle aziende. Non sarebbe meglio percorrere una strada di gradualità e intese tra imprese e lavoratori? Finora i protocolli hanno funzionato… Perché invece qua e là c'è questa voglia di regolamentare tutto per legge?
«Io ho sempre sostenuto che la via migliore è quella delle intese, dei protocolli, strumenti che peraltro hanno funzionato. Affidiamoci alla capacità e all'intelligenza di datori di lavoro e lavoratori. Anche perché la molteplicità dei casi è infinita: c'è chi non è riuscito a vaccinarsi, c'è chi non può farlo…».
Ancora una domanda maliziosa per concludere. Non stiamo per finire tutti vittime di una specie di grande arma di distrazione di massa? Litighiamo sul green pass e intanto non si è fatto nulla sulle questioni vere (aule, trasporti, eccetera) e alla ripresa della scuola si rischia un nuovo caos?
«Comprendo il fatto che molto di ciò che si sta facendo sia finalizzato ad avere anche molti ragazzi vaccinati. Lo capisco anche. Ma che restino aperti quei problemi da risolvere, a partire dal tema dei trasporti, credo sia una verità difficile da negare».






