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2023-10-14
Tajani: «Arabi uniti contro i terroristi». E il Vaticano schiera la sua diplomazia
Antonio Tajani in Israele (Ansa)
L’Italia cerca di acquisire un ruolo diplomatico significativo nella crisi israeliana. Ieri, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è recato nello Stato ebraico. «Ho ribadito al ministro israeliano degli esteri Cohen la solidarietà e la vicinanza del governo italiano e di tutta l’Italia alle vittime di questa tragedia e ho detto che faremo di tutto per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas», ha detto Tajani, equiparando Hamas all’Isis e alla Gestapo. «Israele ha diritto a difendersi e sono convinto che avrà una reazione proporzionata e farà di tutto per colpire solo Hamas», ha anche affermato, per poi aggiungere: «Credo che sia giusto che Hezbollah rimanga dentro i confini del Libano». Hezbollah è storicamente sostenuto da quell’Iran che fonti del New York Times hanno confermato ieri essere coinvolto nell’attacco di Hamas.
La logica che sta seguendo Tajani è essenzialmente quella degli accordi di Abramo: cercare di giocare di sponda con i Paesi arabi considerati più moderati, per isolare Hamas e l’Iran: «Un’alleanza contro il terrorismo può e deve esserci ma deve coinvolgere i Paesi arabi». «Vogliamo che ci sia una de-escalation, perché non vogliamo che scoppi un’altra guerra di ampio raggio, fermo restando il diritto di Israele a difendersi. E contiamo anche sull’Arabia Saudita, contiamo sulla Giordania, contiamo sull’Egitto», aveva detto già domenica. Si tratta di una strategia ambiziosa e non facile da attuare: l’attacco di Hamas, spalleggiato da Teheran, era infatti principalmente finalizzato a far deragliare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Usa: una normalizzazione che, secondo Reuters, Riad avrebbe appena congelato. Tuttavia il capo della Farnesina sta cercando di ricomporre tali fratture.
È d’altronde in questo contesto che Tony Blinken ha incontrato ieri il re di Giordania Abd Allah II, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani: ricordiamo che Doha intrattiene solidi legami con l’Iran e che ha anche opachi rapporti con Hamas. L’obiettivo del segretario di Stato Usa è quello di «aiutare a prevenire la diffusione del conflitto, garantire il rilascio immediato e sicuro degli ostaggi e identificare meccanismi per la protezione dei civili».
Nel frattempo, l’Ue continua a rivelarsi spaccata. Il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si sono recate ieri in Israele per esprimere solidarietà. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la Commissione si è di recente divisa sulla questione della sospensione degli aiuti ai palestinesi. Inoltre, al suo interno figurano alcuni fautori del controverso accordo sul nucleare iraniano, come Josep Borrell e Paolo Gentiloni. Tra l’altro, dopo un colloquio ieri a Pechino con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, proprio Borrell ha definito «irrealistica» l’evacuazione di circa un milione di palestinesi verso il Sud di Gaza, invocata dal governo israeliano. Eppure, nonostante queste spaccature, Borrell è riuscito a definire l’Ue una «potenza geopolitica».
Tentativi di mediazione sono arrivati intanto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha incontrato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Raphael Schutz. «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità», ha detto Parolin. «La liberazione degli ostaggi israeliani e la protezione della vita degli innocenti a Gaza sono il cuore del problema creatosi con l’attacco di Hamas e la risposta dell’esercito israeliano», ha proseguito, aggiungendo che «la Santa Sede è pronta a qualsiasi mediazione necessaria».
Cresce nel frattempo la tensione tra Usa e Iran. Parlando da Israele, dove ieri ha incontrato Benjamin Netanyahu, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha lasciato spazio a dubbi. «Non c’è mai alcuna giustificazione per il terrorismo. E questo è particolarmente vero per la furia di Hamas», ha detto, per poi aggiungere: «Hamas non parla a nome del popolo palestinese, o delle sue legittime speranze di dignità, sicurezza, statualità e pace al fianco di Israele». «Abbiamo una sola parola per qualsiasi Paese, o qualsiasi gruppo o chiunque cerchi di trarre vantaggio da questa atrocità: non fatelo», ha concluso.
Un avvertimento verosimilmente rivolto a Hezbollah e allo stesso Iran. D’altronde, poche ore prima il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era incontrato a Beirut proprio con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Lo stesso Abdollahian aveva inoltre lanciato delle minacce, affermando: «Se questi crimini di guerra organizzati commessi dall’entità sionista non si fermano immediatamente, allora possiamo immaginare qualsiasi possibilità». Nel frattempo, il vice capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto che la sua organizzazione è «pienamente preparata» a unirsi ad Hamas contro Israele. L’Iran e i suoi proxy puntano a incrementare la tensione, per allontanare da Israele quei Paesi arabi che ci si stavano avvicinando. Per recuperare la logica degli accordi di Abramo è necessario che l’amministrazione Biden e la Commissione Ue abbandonino finalmente ogni tipo di appeasement verso i khomeinisti. Forse la Casa Bianca inizia a comprenderlo, visto che ha bloccato i sei miliardi di dollari di asset iraniani che aveva scongelato a settembre. Bruxelles invece quando lo capirà?
Putin: «Ad Hamas armi per l’Ucraina»
L’ammissione di Vladimir Putin, «Israele ha il diritto di difendersi, e a garanzie sulla sua esistenza pacifica», con il passare delle ore è finita stemperata da una serie di distinguo, compresa «la necessità di creare una Palestina indipendente».
Fa gioco, al capo del Cremlino, deplorare il conflitto in corso distraendo l’attenzione dell’Occidente dall’Ucraina, nel suo primo viaggio all’estero da quando è stato incriminato dalla Corte penale internazionale.
Parlando al vertice della Comunità degli Stati indipendenti a Bishkek, ha difeso l’invasione russa. «L’invio di truppe era giustificabile a causa degli anni di combattimenti tra l’esercito ucraino e le forze separatiste nell’est del Paese», è stata la sua dichiarazione ai giornalisti. «La nostra operazione militare speciale non è l’inizio di una guerra, ma un tentativo di fermarla», ha provato a spiegare.
Quanto al drammatico conflitto in Medio Oriente, ha detto che «la cosa più importante», in questo momento, è un «immediato cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sul terreno». Putin definisce «inaccettabili» gli appelli ad usare tattiche da «assedio di Leningrado» contro la Striscia di Gaza, ma soprattutto gioisce perché dai media, concentrati sugli orrori compiuti dai terroristi, sono quasi del tutto scomparse notizie sul fronte russo ucraino.
E ci sarebbero le armi, fornite dall’Ucraina ad Hamas attraverso il mercato nero, ipotesi che il presidente russo sembra confermare. «Abbiamo informazioni sicure», ha affermato. Per poi correggere il tiro: «Non ho alcuna simpatia nei confronti dell’attuale leadership ucraina, ma dubito che ciò sia fatto a livello di governo. Il livello della corruzione in Ucraina è conosciuto, è molto alto».
Certo, l'attacco subìto da Israele è «senza precedenti, non solo per dimensioni ma anche per il grado di brutalità», riconosce lo zar, convinto che l'obiettivo dei negoziati debba essere «l’attuazione della formula dei due Stati delle Nazioni Unite che implica la creazione di uno Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale», lavorando per risolvere queste questioni «con modalità pacifiche».
Però, il capo del Cremlino ha rotto il silenzio solo per denunciare le «catastrofiche» morti civili e criticare i passi di Washington verso un accordo di pace in Medio Oriente. È salito in cattedra per proporsi anche come mediatore, dichiarando che Mosca «è pronta a coordinarsi con tutti i partner dalla mentalità costruttiva».
Per Putin, gli Stati Uniti sarebbero causa integrante dell’attuale conflitto tra Israele e i terroristi islamici. «Non è stato utilizzato il quartetto di mediatori internazionali» formato da Nazioni Unite, Usa, Russia e Ue, ha accusato secondo quanto riporta la Tass.
I legami di Mosca con la Siria, uno stretto alleato dell’arcinemico di Israele, l’Iran, non hanno impedito buoni rapporti tra Putin e Netanyahu. Più di un milione di persone dalla Russia e da altre parti dell’ex Unione Sovietica si sono trasferite in Israele, fattore importante nel consolidare le relazioni.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, le autorità israeliane hanno espresso sostegno a Kiev ma rifiutato di fornirle armi. Mosca ora sollecita una rapida fine dei combattimenti, senza attribuire colpe e sperando di agire come pacificatore, ma davvero vuole che si metta fine alla guerra? La destabilizzazione dell’Occidente è solo funzionale alla Russia, e se un nuovo conflitto si estende in tutto il Medio Oriente aiuti e sostegno all’Ucraina non sarebbero più una priorità.
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Il vicepremier: «Isolare i violenti». Pietro Parolin: «Pronti a mediare». Antony Blinken in Giordania e Qatar. L’Ue si muove ma non tocca palla.Vladimir Putin si gode l’instabilità dell’area: «C’è un mercato nero anche se non penso vi sia dietro il governo di Kiev». «Israele ha diritto a difendersi, ma serve un cessate il fuoco».Lo speciale contiene due articoli.L’Italia cerca di acquisire un ruolo diplomatico significativo nella crisi israeliana. Ieri, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è recato nello Stato ebraico. «Ho ribadito al ministro israeliano degli esteri Cohen la solidarietà e la vicinanza del governo italiano e di tutta l’Italia alle vittime di questa tragedia e ho detto che faremo di tutto per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas», ha detto Tajani, equiparando Hamas all’Isis e alla Gestapo. «Israele ha diritto a difendersi e sono convinto che avrà una reazione proporzionata e farà di tutto per colpire solo Hamas», ha anche affermato, per poi aggiungere: «Credo che sia giusto che Hezbollah rimanga dentro i confini del Libano». Hezbollah è storicamente sostenuto da quell’Iran che fonti del New York Times hanno confermato ieri essere coinvolto nell’attacco di Hamas. La logica che sta seguendo Tajani è essenzialmente quella degli accordi di Abramo: cercare di giocare di sponda con i Paesi arabi considerati più moderati, per isolare Hamas e l’Iran: «Un’alleanza contro il terrorismo può e deve esserci ma deve coinvolgere i Paesi arabi». «Vogliamo che ci sia una de-escalation, perché non vogliamo che scoppi un’altra guerra di ampio raggio, fermo restando il diritto di Israele a difendersi. E contiamo anche sull’Arabia Saudita, contiamo sulla Giordania, contiamo sull’Egitto», aveva detto già domenica. Si tratta di una strategia ambiziosa e non facile da attuare: l’attacco di Hamas, spalleggiato da Teheran, era infatti principalmente finalizzato a far deragliare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Usa: una normalizzazione che, secondo Reuters, Riad avrebbe appena congelato. Tuttavia il capo della Farnesina sta cercando di ricomporre tali fratture. È d’altronde in questo contesto che Tony Blinken ha incontrato ieri il re di Giordania Abd Allah II, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani: ricordiamo che Doha intrattiene solidi legami con l’Iran e che ha anche opachi rapporti con Hamas. L’obiettivo del segretario di Stato Usa è quello di «aiutare a prevenire la diffusione del conflitto, garantire il rilascio immediato e sicuro degli ostaggi e identificare meccanismi per la protezione dei civili».Nel frattempo, l’Ue continua a rivelarsi spaccata. Il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si sono recate ieri in Israele per esprimere solidarietà. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la Commissione si è di recente divisa sulla questione della sospensione degli aiuti ai palestinesi. Inoltre, al suo interno figurano alcuni fautori del controverso accordo sul nucleare iraniano, come Josep Borrell e Paolo Gentiloni. Tra l’altro, dopo un colloquio ieri a Pechino con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, proprio Borrell ha definito «irrealistica» l’evacuazione di circa un milione di palestinesi verso il Sud di Gaza, invocata dal governo israeliano. Eppure, nonostante queste spaccature, Borrell è riuscito a definire l’Ue una «potenza geopolitica». Tentativi di mediazione sono arrivati intanto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha incontrato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Raphael Schutz. «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità», ha detto Parolin. «La liberazione degli ostaggi israeliani e la protezione della vita degli innocenti a Gaza sono il cuore del problema creatosi con l’attacco di Hamas e la risposta dell’esercito israeliano», ha proseguito, aggiungendo che «la Santa Sede è pronta a qualsiasi mediazione necessaria». Cresce nel frattempo la tensione tra Usa e Iran. Parlando da Israele, dove ieri ha incontrato Benjamin Netanyahu, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha lasciato spazio a dubbi. «Non c’è mai alcuna giustificazione per il terrorismo. E questo è particolarmente vero per la furia di Hamas», ha detto, per poi aggiungere: «Hamas non parla a nome del popolo palestinese, o delle sue legittime speranze di dignità, sicurezza, statualità e pace al fianco di Israele». «Abbiamo una sola parola per qualsiasi Paese, o qualsiasi gruppo o chiunque cerchi di trarre vantaggio da questa atrocità: non fatelo», ha concluso. Un avvertimento verosimilmente rivolto a Hezbollah e allo stesso Iran. D’altronde, poche ore prima il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era incontrato a Beirut proprio con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Lo stesso Abdollahian aveva inoltre lanciato delle minacce, affermando: «Se questi crimini di guerra organizzati commessi dall’entità sionista non si fermano immediatamente, allora possiamo immaginare qualsiasi possibilità». Nel frattempo, il vice capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto che la sua organizzazione è «pienamente preparata» a unirsi ad Hamas contro Israele. L’Iran e i suoi proxy puntano a incrementare la tensione, per allontanare da Israele quei Paesi arabi che ci si stavano avvicinando. Per recuperare la logica degli accordi di Abramo è necessario che l’amministrazione Biden e la Commissione Ue abbandonino finalmente ogni tipo di appeasement verso i khomeinisti. Forse la Casa Bianca inizia a comprenderlo, visto che ha bloccato i sei miliardi di dollari di asset iraniani che aveva scongelato a settembre. 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Parlando al vertice della Comunità degli Stati indipendenti a Bishkek, ha difeso l’invasione russa. «L’invio di truppe era giustificabile a causa degli anni di combattimenti tra l’esercito ucraino e le forze separatiste nell’est del Paese», è stata la sua dichiarazione ai giornalisti. «La nostra operazione militare speciale non è l’inizio di una guerra, ma un tentativo di fermarla», ha provato a spiegare. Quanto al drammatico conflitto in Medio Oriente, ha detto che «la cosa più importante», in questo momento, è un «immediato cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sul terreno». Putin definisce «inaccettabili» gli appelli ad usare tattiche da «assedio di Leningrado» contro la Striscia di Gaza, ma soprattutto gioisce perché dai media, concentrati sugli orrori compiuti dai terroristi, sono quasi del tutto scomparse notizie sul fronte russo ucraino. E ci sarebbero le armi, fornite dall’Ucraina ad Hamas attraverso il mercato nero, ipotesi che il presidente russo sembra confermare. «Abbiamo informazioni sicure», ha affermato. Per poi correggere il tiro: «Non ho alcuna simpatia nei confronti dell’attuale leadership ucraina, ma dubito che ciò sia fatto a livello di governo. Il livello della corruzione in Ucraina è conosciuto, è molto alto». Certo, l'attacco subìto da Israele è «senza precedenti, non solo per dimensioni ma anche per il grado di brutalità», riconosce lo zar, convinto che l'obiettivo dei negoziati debba essere «l’attuazione della formula dei due Stati delle Nazioni Unite che implica la creazione di uno Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale», lavorando per risolvere queste questioni «con modalità pacifiche». Però, il capo del Cremlino ha rotto il silenzio solo per denunciare le «catastrofiche» morti civili e criticare i passi di Washington verso un accordo di pace in Medio Oriente. È salito in cattedra per proporsi anche come mediatore, dichiarando che Mosca «è pronta a coordinarsi con tutti i partner dalla mentalità costruttiva». Per Putin, gli Stati Uniti sarebbero causa integrante dell’attuale conflitto tra Israele e i terroristi islamici. «Non è stato utilizzato il quartetto di mediatori internazionali» formato da Nazioni Unite, Usa, Russia e Ue, ha accusato secondo quanto riporta la Tass. I legami di Mosca con la Siria, uno stretto alleato dell’arcinemico di Israele, l’Iran, non hanno impedito buoni rapporti tra Putin e Netanyahu. Più di un milione di persone dalla Russia e da altre parti dell’ex Unione Sovietica si sono trasferite in Israele, fattore importante nel consolidare le relazioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, le autorità israeliane hanno espresso sostegno a Kiev ma rifiutato di fornirle armi. Mosca ora sollecita una rapida fine dei combattimenti, senza attribuire colpe e sperando di agire come pacificatore, ma davvero vuole che si metta fine alla guerra? La destabilizzazione dell’Occidente è solo funzionale alla Russia, e se un nuovo conflitto si estende in tutto il Medio Oriente aiuti e sostegno all’Ucraina non sarebbero più una priorità.
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Ansa
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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