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2023-10-14
Tajani: «Arabi uniti contro i terroristi». E il Vaticano schiera la sua diplomazia
Antonio Tajani in Israele (Ansa)
L’Italia cerca di acquisire un ruolo diplomatico significativo nella crisi israeliana. Ieri, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è recato nello Stato ebraico. «Ho ribadito al ministro israeliano degli esteri Cohen la solidarietà e la vicinanza del governo italiano e di tutta l’Italia alle vittime di questa tragedia e ho detto che faremo di tutto per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas», ha detto Tajani, equiparando Hamas all’Isis e alla Gestapo. «Israele ha diritto a difendersi e sono convinto che avrà una reazione proporzionata e farà di tutto per colpire solo Hamas», ha anche affermato, per poi aggiungere: «Credo che sia giusto che Hezbollah rimanga dentro i confini del Libano». Hezbollah è storicamente sostenuto da quell’Iran che fonti del New York Times hanno confermato ieri essere coinvolto nell’attacco di Hamas.
La logica che sta seguendo Tajani è essenzialmente quella degli accordi di Abramo: cercare di giocare di sponda con i Paesi arabi considerati più moderati, per isolare Hamas e l’Iran: «Un’alleanza contro il terrorismo può e deve esserci ma deve coinvolgere i Paesi arabi». «Vogliamo che ci sia una de-escalation, perché non vogliamo che scoppi un’altra guerra di ampio raggio, fermo restando il diritto di Israele a difendersi. E contiamo anche sull’Arabia Saudita, contiamo sulla Giordania, contiamo sull’Egitto», aveva detto già domenica. Si tratta di una strategia ambiziosa e non facile da attuare: l’attacco di Hamas, spalleggiato da Teheran, era infatti principalmente finalizzato a far deragliare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Usa: una normalizzazione che, secondo Reuters, Riad avrebbe appena congelato. Tuttavia il capo della Farnesina sta cercando di ricomporre tali fratture.
È d’altronde in questo contesto che Tony Blinken ha incontrato ieri il re di Giordania Abd Allah II, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani: ricordiamo che Doha intrattiene solidi legami con l’Iran e che ha anche opachi rapporti con Hamas. L’obiettivo del segretario di Stato Usa è quello di «aiutare a prevenire la diffusione del conflitto, garantire il rilascio immediato e sicuro degli ostaggi e identificare meccanismi per la protezione dei civili».
Nel frattempo, l’Ue continua a rivelarsi spaccata. Il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si sono recate ieri in Israele per esprimere solidarietà. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la Commissione si è di recente divisa sulla questione della sospensione degli aiuti ai palestinesi. Inoltre, al suo interno figurano alcuni fautori del controverso accordo sul nucleare iraniano, come Josep Borrell e Paolo Gentiloni. Tra l’altro, dopo un colloquio ieri a Pechino con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, proprio Borrell ha definito «irrealistica» l’evacuazione di circa un milione di palestinesi verso il Sud di Gaza, invocata dal governo israeliano. Eppure, nonostante queste spaccature, Borrell è riuscito a definire l’Ue una «potenza geopolitica».
Tentativi di mediazione sono arrivati intanto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha incontrato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Raphael Schutz. «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità», ha detto Parolin. «La liberazione degli ostaggi israeliani e la protezione della vita degli innocenti a Gaza sono il cuore del problema creatosi con l’attacco di Hamas e la risposta dell’esercito israeliano», ha proseguito, aggiungendo che «la Santa Sede è pronta a qualsiasi mediazione necessaria».
Cresce nel frattempo la tensione tra Usa e Iran. Parlando da Israele, dove ieri ha incontrato Benjamin Netanyahu, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha lasciato spazio a dubbi. «Non c’è mai alcuna giustificazione per il terrorismo. E questo è particolarmente vero per la furia di Hamas», ha detto, per poi aggiungere: «Hamas non parla a nome del popolo palestinese, o delle sue legittime speranze di dignità, sicurezza, statualità e pace al fianco di Israele». «Abbiamo una sola parola per qualsiasi Paese, o qualsiasi gruppo o chiunque cerchi di trarre vantaggio da questa atrocità: non fatelo», ha concluso.
Un avvertimento verosimilmente rivolto a Hezbollah e allo stesso Iran. D’altronde, poche ore prima il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era incontrato a Beirut proprio con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Lo stesso Abdollahian aveva inoltre lanciato delle minacce, affermando: «Se questi crimini di guerra organizzati commessi dall’entità sionista non si fermano immediatamente, allora possiamo immaginare qualsiasi possibilità». Nel frattempo, il vice capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto che la sua organizzazione è «pienamente preparata» a unirsi ad Hamas contro Israele. L’Iran e i suoi proxy puntano a incrementare la tensione, per allontanare da Israele quei Paesi arabi che ci si stavano avvicinando. Per recuperare la logica degli accordi di Abramo è necessario che l’amministrazione Biden e la Commissione Ue abbandonino finalmente ogni tipo di appeasement verso i khomeinisti. Forse la Casa Bianca inizia a comprenderlo, visto che ha bloccato i sei miliardi di dollari di asset iraniani che aveva scongelato a settembre. Bruxelles invece quando lo capirà?
Putin: «Ad Hamas armi per l’Ucraina»
L’ammissione di Vladimir Putin, «Israele ha il diritto di difendersi, e a garanzie sulla sua esistenza pacifica», con il passare delle ore è finita stemperata da una serie di distinguo, compresa «la necessità di creare una Palestina indipendente».
Fa gioco, al capo del Cremlino, deplorare il conflitto in corso distraendo l’attenzione dell’Occidente dall’Ucraina, nel suo primo viaggio all’estero da quando è stato incriminato dalla Corte penale internazionale.
Parlando al vertice della Comunità degli Stati indipendenti a Bishkek, ha difeso l’invasione russa. «L’invio di truppe era giustificabile a causa degli anni di combattimenti tra l’esercito ucraino e le forze separatiste nell’est del Paese», è stata la sua dichiarazione ai giornalisti. «La nostra operazione militare speciale non è l’inizio di una guerra, ma un tentativo di fermarla», ha provato a spiegare.
Quanto al drammatico conflitto in Medio Oriente, ha detto che «la cosa più importante», in questo momento, è un «immediato cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sul terreno». Putin definisce «inaccettabili» gli appelli ad usare tattiche da «assedio di Leningrado» contro la Striscia di Gaza, ma soprattutto gioisce perché dai media, concentrati sugli orrori compiuti dai terroristi, sono quasi del tutto scomparse notizie sul fronte russo ucraino.
E ci sarebbero le armi, fornite dall’Ucraina ad Hamas attraverso il mercato nero, ipotesi che il presidente russo sembra confermare. «Abbiamo informazioni sicure», ha affermato. Per poi correggere il tiro: «Non ho alcuna simpatia nei confronti dell’attuale leadership ucraina, ma dubito che ciò sia fatto a livello di governo. Il livello della corruzione in Ucraina è conosciuto, è molto alto».
Certo, l'attacco subìto da Israele è «senza precedenti, non solo per dimensioni ma anche per il grado di brutalità», riconosce lo zar, convinto che l'obiettivo dei negoziati debba essere «l’attuazione della formula dei due Stati delle Nazioni Unite che implica la creazione di uno Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale», lavorando per risolvere queste questioni «con modalità pacifiche».
Però, il capo del Cremlino ha rotto il silenzio solo per denunciare le «catastrofiche» morti civili e criticare i passi di Washington verso un accordo di pace in Medio Oriente. È salito in cattedra per proporsi anche come mediatore, dichiarando che Mosca «è pronta a coordinarsi con tutti i partner dalla mentalità costruttiva».
Per Putin, gli Stati Uniti sarebbero causa integrante dell’attuale conflitto tra Israele e i terroristi islamici. «Non è stato utilizzato il quartetto di mediatori internazionali» formato da Nazioni Unite, Usa, Russia e Ue, ha accusato secondo quanto riporta la Tass.
I legami di Mosca con la Siria, uno stretto alleato dell’arcinemico di Israele, l’Iran, non hanno impedito buoni rapporti tra Putin e Netanyahu. Più di un milione di persone dalla Russia e da altre parti dell’ex Unione Sovietica si sono trasferite in Israele, fattore importante nel consolidare le relazioni.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, le autorità israeliane hanno espresso sostegno a Kiev ma rifiutato di fornirle armi. Mosca ora sollecita una rapida fine dei combattimenti, senza attribuire colpe e sperando di agire come pacificatore, ma davvero vuole che si metta fine alla guerra? La destabilizzazione dell’Occidente è solo funzionale alla Russia, e se un nuovo conflitto si estende in tutto il Medio Oriente aiuti e sostegno all’Ucraina non sarebbero più una priorità.
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Il vicepremier: «Isolare i violenti». Pietro Parolin: «Pronti a mediare». Antony Blinken in Giordania e Qatar. L’Ue si muove ma non tocca palla.Vladimir Putin si gode l’instabilità dell’area: «C’è un mercato nero anche se non penso vi sia dietro il governo di Kiev». «Israele ha diritto a difendersi, ma serve un cessate il fuoco».Lo speciale contiene due articoli.L’Italia cerca di acquisire un ruolo diplomatico significativo nella crisi israeliana. Ieri, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è recato nello Stato ebraico. «Ho ribadito al ministro israeliano degli esteri Cohen la solidarietà e la vicinanza del governo italiano e di tutta l’Italia alle vittime di questa tragedia e ho detto che faremo di tutto per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas», ha detto Tajani, equiparando Hamas all’Isis e alla Gestapo. «Israele ha diritto a difendersi e sono convinto che avrà una reazione proporzionata e farà di tutto per colpire solo Hamas», ha anche affermato, per poi aggiungere: «Credo che sia giusto che Hezbollah rimanga dentro i confini del Libano». Hezbollah è storicamente sostenuto da quell’Iran che fonti del New York Times hanno confermato ieri essere coinvolto nell’attacco di Hamas. La logica che sta seguendo Tajani è essenzialmente quella degli accordi di Abramo: cercare di giocare di sponda con i Paesi arabi considerati più moderati, per isolare Hamas e l’Iran: «Un’alleanza contro il terrorismo può e deve esserci ma deve coinvolgere i Paesi arabi». «Vogliamo che ci sia una de-escalation, perché non vogliamo che scoppi un’altra guerra di ampio raggio, fermo restando il diritto di Israele a difendersi. E contiamo anche sull’Arabia Saudita, contiamo sulla Giordania, contiamo sull’Egitto», aveva detto già domenica. Si tratta di una strategia ambiziosa e non facile da attuare: l’attacco di Hamas, spalleggiato da Teheran, era infatti principalmente finalizzato a far deragliare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Usa: una normalizzazione che, secondo Reuters, Riad avrebbe appena congelato. Tuttavia il capo della Farnesina sta cercando di ricomporre tali fratture. È d’altronde in questo contesto che Tony Blinken ha incontrato ieri il re di Giordania Abd Allah II, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani: ricordiamo che Doha intrattiene solidi legami con l’Iran e che ha anche opachi rapporti con Hamas. L’obiettivo del segretario di Stato Usa è quello di «aiutare a prevenire la diffusione del conflitto, garantire il rilascio immediato e sicuro degli ostaggi e identificare meccanismi per la protezione dei civili».Nel frattempo, l’Ue continua a rivelarsi spaccata. Il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si sono recate ieri in Israele per esprimere solidarietà. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la Commissione si è di recente divisa sulla questione della sospensione degli aiuti ai palestinesi. Inoltre, al suo interno figurano alcuni fautori del controverso accordo sul nucleare iraniano, come Josep Borrell e Paolo Gentiloni. Tra l’altro, dopo un colloquio ieri a Pechino con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, proprio Borrell ha definito «irrealistica» l’evacuazione di circa un milione di palestinesi verso il Sud di Gaza, invocata dal governo israeliano. Eppure, nonostante queste spaccature, Borrell è riuscito a definire l’Ue una «potenza geopolitica». Tentativi di mediazione sono arrivati intanto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha incontrato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Raphael Schutz. «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità», ha detto Parolin. «La liberazione degli ostaggi israeliani e la protezione della vita degli innocenti a Gaza sono il cuore del problema creatosi con l’attacco di Hamas e la risposta dell’esercito israeliano», ha proseguito, aggiungendo che «la Santa Sede è pronta a qualsiasi mediazione necessaria». Cresce nel frattempo la tensione tra Usa e Iran. Parlando da Israele, dove ieri ha incontrato Benjamin Netanyahu, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha lasciato spazio a dubbi. «Non c’è mai alcuna giustificazione per il terrorismo. E questo è particolarmente vero per la furia di Hamas», ha detto, per poi aggiungere: «Hamas non parla a nome del popolo palestinese, o delle sue legittime speranze di dignità, sicurezza, statualità e pace al fianco di Israele». «Abbiamo una sola parola per qualsiasi Paese, o qualsiasi gruppo o chiunque cerchi di trarre vantaggio da questa atrocità: non fatelo», ha concluso. Un avvertimento verosimilmente rivolto a Hezbollah e allo stesso Iran. D’altronde, poche ore prima il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era incontrato a Beirut proprio con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Lo stesso Abdollahian aveva inoltre lanciato delle minacce, affermando: «Se questi crimini di guerra organizzati commessi dall’entità sionista non si fermano immediatamente, allora possiamo immaginare qualsiasi possibilità». Nel frattempo, il vice capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto che la sua organizzazione è «pienamente preparata» a unirsi ad Hamas contro Israele. L’Iran e i suoi proxy puntano a incrementare la tensione, per allontanare da Israele quei Paesi arabi che ci si stavano avvicinando. Per recuperare la logica degli accordi di Abramo è necessario che l’amministrazione Biden e la Commissione Ue abbandonino finalmente ogni tipo di appeasement verso i khomeinisti. Forse la Casa Bianca inizia a comprenderlo, visto che ha bloccato i sei miliardi di dollari di asset iraniani che aveva scongelato a settembre. 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Parlando al vertice della Comunità degli Stati indipendenti a Bishkek, ha difeso l’invasione russa. «L’invio di truppe era giustificabile a causa degli anni di combattimenti tra l’esercito ucraino e le forze separatiste nell’est del Paese», è stata la sua dichiarazione ai giornalisti. «La nostra operazione militare speciale non è l’inizio di una guerra, ma un tentativo di fermarla», ha provato a spiegare. Quanto al drammatico conflitto in Medio Oriente, ha detto che «la cosa più importante», in questo momento, è un «immediato cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sul terreno». Putin definisce «inaccettabili» gli appelli ad usare tattiche da «assedio di Leningrado» contro la Striscia di Gaza, ma soprattutto gioisce perché dai media, concentrati sugli orrori compiuti dai terroristi, sono quasi del tutto scomparse notizie sul fronte russo ucraino. E ci sarebbero le armi, fornite dall’Ucraina ad Hamas attraverso il mercato nero, ipotesi che il presidente russo sembra confermare. «Abbiamo informazioni sicure», ha affermato. Per poi correggere il tiro: «Non ho alcuna simpatia nei confronti dell’attuale leadership ucraina, ma dubito che ciò sia fatto a livello di governo. Il livello della corruzione in Ucraina è conosciuto, è molto alto». Certo, l'attacco subìto da Israele è «senza precedenti, non solo per dimensioni ma anche per il grado di brutalità», riconosce lo zar, convinto che l'obiettivo dei negoziati debba essere «l’attuazione della formula dei due Stati delle Nazioni Unite che implica la creazione di uno Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale», lavorando per risolvere queste questioni «con modalità pacifiche». Però, il capo del Cremlino ha rotto il silenzio solo per denunciare le «catastrofiche» morti civili e criticare i passi di Washington verso un accordo di pace in Medio Oriente. È salito in cattedra per proporsi anche come mediatore, dichiarando che Mosca «è pronta a coordinarsi con tutti i partner dalla mentalità costruttiva». Per Putin, gli Stati Uniti sarebbero causa integrante dell’attuale conflitto tra Israele e i terroristi islamici. «Non è stato utilizzato il quartetto di mediatori internazionali» formato da Nazioni Unite, Usa, Russia e Ue, ha accusato secondo quanto riporta la Tass. I legami di Mosca con la Siria, uno stretto alleato dell’arcinemico di Israele, l’Iran, non hanno impedito buoni rapporti tra Putin e Netanyahu. Più di un milione di persone dalla Russia e da altre parti dell’ex Unione Sovietica si sono trasferite in Israele, fattore importante nel consolidare le relazioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, le autorità israeliane hanno espresso sostegno a Kiev ma rifiutato di fornirle armi. Mosca ora sollecita una rapida fine dei combattimenti, senza attribuire colpe e sperando di agire come pacificatore, ma davvero vuole che si metta fine alla guerra? La destabilizzazione dell’Occidente è solo funzionale alla Russia, e se un nuovo conflitto si estende in tutto il Medio Oriente aiuti e sostegno all’Ucraina non sarebbero più una priorità.
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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