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2023-10-14
Tajani: «Arabi uniti contro i terroristi». E il Vaticano schiera la sua diplomazia
Antonio Tajani in Israele (Ansa)
L’Italia cerca di acquisire un ruolo diplomatico significativo nella crisi israeliana. Ieri, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è recato nello Stato ebraico. «Ho ribadito al ministro israeliano degli esteri Cohen la solidarietà e la vicinanza del governo italiano e di tutta l’Italia alle vittime di questa tragedia e ho detto che faremo di tutto per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas», ha detto Tajani, equiparando Hamas all’Isis e alla Gestapo. «Israele ha diritto a difendersi e sono convinto che avrà una reazione proporzionata e farà di tutto per colpire solo Hamas», ha anche affermato, per poi aggiungere: «Credo che sia giusto che Hezbollah rimanga dentro i confini del Libano». Hezbollah è storicamente sostenuto da quell’Iran che fonti del New York Times hanno confermato ieri essere coinvolto nell’attacco di Hamas.
La logica che sta seguendo Tajani è essenzialmente quella degli accordi di Abramo: cercare di giocare di sponda con i Paesi arabi considerati più moderati, per isolare Hamas e l’Iran: «Un’alleanza contro il terrorismo può e deve esserci ma deve coinvolgere i Paesi arabi». «Vogliamo che ci sia una de-escalation, perché non vogliamo che scoppi un’altra guerra di ampio raggio, fermo restando il diritto di Israele a difendersi. E contiamo anche sull’Arabia Saudita, contiamo sulla Giordania, contiamo sull’Egitto», aveva detto già domenica. Si tratta di una strategia ambiziosa e non facile da attuare: l’attacco di Hamas, spalleggiato da Teheran, era infatti principalmente finalizzato a far deragliare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Usa: una normalizzazione che, secondo Reuters, Riad avrebbe appena congelato. Tuttavia il capo della Farnesina sta cercando di ricomporre tali fratture.
È d’altronde in questo contesto che Tony Blinken ha incontrato ieri il re di Giordania Abd Allah II, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani: ricordiamo che Doha intrattiene solidi legami con l’Iran e che ha anche opachi rapporti con Hamas. L’obiettivo del segretario di Stato Usa è quello di «aiutare a prevenire la diffusione del conflitto, garantire il rilascio immediato e sicuro degli ostaggi e identificare meccanismi per la protezione dei civili».
Nel frattempo, l’Ue continua a rivelarsi spaccata. Il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si sono recate ieri in Israele per esprimere solidarietà. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la Commissione si è di recente divisa sulla questione della sospensione degli aiuti ai palestinesi. Inoltre, al suo interno figurano alcuni fautori del controverso accordo sul nucleare iraniano, come Josep Borrell e Paolo Gentiloni. Tra l’altro, dopo un colloquio ieri a Pechino con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, proprio Borrell ha definito «irrealistica» l’evacuazione di circa un milione di palestinesi verso il Sud di Gaza, invocata dal governo israeliano. Eppure, nonostante queste spaccature, Borrell è riuscito a definire l’Ue una «potenza geopolitica».
Tentativi di mediazione sono arrivati intanto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha incontrato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Raphael Schutz. «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità», ha detto Parolin. «La liberazione degli ostaggi israeliani e la protezione della vita degli innocenti a Gaza sono il cuore del problema creatosi con l’attacco di Hamas e la risposta dell’esercito israeliano», ha proseguito, aggiungendo che «la Santa Sede è pronta a qualsiasi mediazione necessaria».
Cresce nel frattempo la tensione tra Usa e Iran. Parlando da Israele, dove ieri ha incontrato Benjamin Netanyahu, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha lasciato spazio a dubbi. «Non c’è mai alcuna giustificazione per il terrorismo. E questo è particolarmente vero per la furia di Hamas», ha detto, per poi aggiungere: «Hamas non parla a nome del popolo palestinese, o delle sue legittime speranze di dignità, sicurezza, statualità e pace al fianco di Israele». «Abbiamo una sola parola per qualsiasi Paese, o qualsiasi gruppo o chiunque cerchi di trarre vantaggio da questa atrocità: non fatelo», ha concluso.
Un avvertimento verosimilmente rivolto a Hezbollah e allo stesso Iran. D’altronde, poche ore prima il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era incontrato a Beirut proprio con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Lo stesso Abdollahian aveva inoltre lanciato delle minacce, affermando: «Se questi crimini di guerra organizzati commessi dall’entità sionista non si fermano immediatamente, allora possiamo immaginare qualsiasi possibilità». Nel frattempo, il vice capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto che la sua organizzazione è «pienamente preparata» a unirsi ad Hamas contro Israele. L’Iran e i suoi proxy puntano a incrementare la tensione, per allontanare da Israele quei Paesi arabi che ci si stavano avvicinando. Per recuperare la logica degli accordi di Abramo è necessario che l’amministrazione Biden e la Commissione Ue abbandonino finalmente ogni tipo di appeasement verso i khomeinisti. Forse la Casa Bianca inizia a comprenderlo, visto che ha bloccato i sei miliardi di dollari di asset iraniani che aveva scongelato a settembre. Bruxelles invece quando lo capirà?
Putin: «Ad Hamas armi per l’Ucraina»
L’ammissione di Vladimir Putin, «Israele ha il diritto di difendersi, e a garanzie sulla sua esistenza pacifica», con il passare delle ore è finita stemperata da una serie di distinguo, compresa «la necessità di creare una Palestina indipendente».
Fa gioco, al capo del Cremlino, deplorare il conflitto in corso distraendo l’attenzione dell’Occidente dall’Ucraina, nel suo primo viaggio all’estero da quando è stato incriminato dalla Corte penale internazionale.
Parlando al vertice della Comunità degli Stati indipendenti a Bishkek, ha difeso l’invasione russa. «L’invio di truppe era giustificabile a causa degli anni di combattimenti tra l’esercito ucraino e le forze separatiste nell’est del Paese», è stata la sua dichiarazione ai giornalisti. «La nostra operazione militare speciale non è l’inizio di una guerra, ma un tentativo di fermarla», ha provato a spiegare.
Quanto al drammatico conflitto in Medio Oriente, ha detto che «la cosa più importante», in questo momento, è un «immediato cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sul terreno». Putin definisce «inaccettabili» gli appelli ad usare tattiche da «assedio di Leningrado» contro la Striscia di Gaza, ma soprattutto gioisce perché dai media, concentrati sugli orrori compiuti dai terroristi, sono quasi del tutto scomparse notizie sul fronte russo ucraino.
E ci sarebbero le armi, fornite dall’Ucraina ad Hamas attraverso il mercato nero, ipotesi che il presidente russo sembra confermare. «Abbiamo informazioni sicure», ha affermato. Per poi correggere il tiro: «Non ho alcuna simpatia nei confronti dell’attuale leadership ucraina, ma dubito che ciò sia fatto a livello di governo. Il livello della corruzione in Ucraina è conosciuto, è molto alto».
Certo, l'attacco subìto da Israele è «senza precedenti, non solo per dimensioni ma anche per il grado di brutalità», riconosce lo zar, convinto che l'obiettivo dei negoziati debba essere «l’attuazione della formula dei due Stati delle Nazioni Unite che implica la creazione di uno Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale», lavorando per risolvere queste questioni «con modalità pacifiche».
Però, il capo del Cremlino ha rotto il silenzio solo per denunciare le «catastrofiche» morti civili e criticare i passi di Washington verso un accordo di pace in Medio Oriente. È salito in cattedra per proporsi anche come mediatore, dichiarando che Mosca «è pronta a coordinarsi con tutti i partner dalla mentalità costruttiva».
Per Putin, gli Stati Uniti sarebbero causa integrante dell’attuale conflitto tra Israele e i terroristi islamici. «Non è stato utilizzato il quartetto di mediatori internazionali» formato da Nazioni Unite, Usa, Russia e Ue, ha accusato secondo quanto riporta la Tass.
I legami di Mosca con la Siria, uno stretto alleato dell’arcinemico di Israele, l’Iran, non hanno impedito buoni rapporti tra Putin e Netanyahu. Più di un milione di persone dalla Russia e da altre parti dell’ex Unione Sovietica si sono trasferite in Israele, fattore importante nel consolidare le relazioni.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, le autorità israeliane hanno espresso sostegno a Kiev ma rifiutato di fornirle armi. Mosca ora sollecita una rapida fine dei combattimenti, senza attribuire colpe e sperando di agire come pacificatore, ma davvero vuole che si metta fine alla guerra? La destabilizzazione dell’Occidente è solo funzionale alla Russia, e se un nuovo conflitto si estende in tutto il Medio Oriente aiuti e sostegno all’Ucraina non sarebbero più una priorità.
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Il vicepremier: «Isolare i violenti». Pietro Parolin: «Pronti a mediare». Antony Blinken in Giordania e Qatar. L’Ue si muove ma non tocca palla.Vladimir Putin si gode l’instabilità dell’area: «C’è un mercato nero anche se non penso vi sia dietro il governo di Kiev». «Israele ha diritto a difendersi, ma serve un cessate il fuoco».Lo speciale contiene due articoli.L’Italia cerca di acquisire un ruolo diplomatico significativo nella crisi israeliana. Ieri, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è recato nello Stato ebraico. «Ho ribadito al ministro israeliano degli esteri Cohen la solidarietà e la vicinanza del governo italiano e di tutta l’Italia alle vittime di questa tragedia e ho detto che faremo di tutto per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas», ha detto Tajani, equiparando Hamas all’Isis e alla Gestapo. «Israele ha diritto a difendersi e sono convinto che avrà una reazione proporzionata e farà di tutto per colpire solo Hamas», ha anche affermato, per poi aggiungere: «Credo che sia giusto che Hezbollah rimanga dentro i confini del Libano». Hezbollah è storicamente sostenuto da quell’Iran che fonti del New York Times hanno confermato ieri essere coinvolto nell’attacco di Hamas. La logica che sta seguendo Tajani è essenzialmente quella degli accordi di Abramo: cercare di giocare di sponda con i Paesi arabi considerati più moderati, per isolare Hamas e l’Iran: «Un’alleanza contro il terrorismo può e deve esserci ma deve coinvolgere i Paesi arabi». «Vogliamo che ci sia una de-escalation, perché non vogliamo che scoppi un’altra guerra di ampio raggio, fermo restando il diritto di Israele a difendersi. E contiamo anche sull’Arabia Saudita, contiamo sulla Giordania, contiamo sull’Egitto», aveva detto già domenica. Si tratta di una strategia ambiziosa e non facile da attuare: l’attacco di Hamas, spalleggiato da Teheran, era infatti principalmente finalizzato a far deragliare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Usa: una normalizzazione che, secondo Reuters, Riad avrebbe appena congelato. Tuttavia il capo della Farnesina sta cercando di ricomporre tali fratture. È d’altronde in questo contesto che Tony Blinken ha incontrato ieri il re di Giordania Abd Allah II, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani: ricordiamo che Doha intrattiene solidi legami con l’Iran e che ha anche opachi rapporti con Hamas. L’obiettivo del segretario di Stato Usa è quello di «aiutare a prevenire la diffusione del conflitto, garantire il rilascio immediato e sicuro degli ostaggi e identificare meccanismi per la protezione dei civili».Nel frattempo, l’Ue continua a rivelarsi spaccata. Il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si sono recate ieri in Israele per esprimere solidarietà. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la Commissione si è di recente divisa sulla questione della sospensione degli aiuti ai palestinesi. Inoltre, al suo interno figurano alcuni fautori del controverso accordo sul nucleare iraniano, come Josep Borrell e Paolo Gentiloni. Tra l’altro, dopo un colloquio ieri a Pechino con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, proprio Borrell ha definito «irrealistica» l’evacuazione di circa un milione di palestinesi verso il Sud di Gaza, invocata dal governo israeliano. Eppure, nonostante queste spaccature, Borrell è riuscito a definire l’Ue una «potenza geopolitica». Tentativi di mediazione sono arrivati intanto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha incontrato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Raphael Schutz. «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità», ha detto Parolin. «La liberazione degli ostaggi israeliani e la protezione della vita degli innocenti a Gaza sono il cuore del problema creatosi con l’attacco di Hamas e la risposta dell’esercito israeliano», ha proseguito, aggiungendo che «la Santa Sede è pronta a qualsiasi mediazione necessaria». Cresce nel frattempo la tensione tra Usa e Iran. Parlando da Israele, dove ieri ha incontrato Benjamin Netanyahu, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha lasciato spazio a dubbi. «Non c’è mai alcuna giustificazione per il terrorismo. E questo è particolarmente vero per la furia di Hamas», ha detto, per poi aggiungere: «Hamas non parla a nome del popolo palestinese, o delle sue legittime speranze di dignità, sicurezza, statualità e pace al fianco di Israele». «Abbiamo una sola parola per qualsiasi Paese, o qualsiasi gruppo o chiunque cerchi di trarre vantaggio da questa atrocità: non fatelo», ha concluso. Un avvertimento verosimilmente rivolto a Hezbollah e allo stesso Iran. D’altronde, poche ore prima il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era incontrato a Beirut proprio con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Lo stesso Abdollahian aveva inoltre lanciato delle minacce, affermando: «Se questi crimini di guerra organizzati commessi dall’entità sionista non si fermano immediatamente, allora possiamo immaginare qualsiasi possibilità». Nel frattempo, il vice capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto che la sua organizzazione è «pienamente preparata» a unirsi ad Hamas contro Israele. L’Iran e i suoi proxy puntano a incrementare la tensione, per allontanare da Israele quei Paesi arabi che ci si stavano avvicinando. Per recuperare la logica degli accordi di Abramo è necessario che l’amministrazione Biden e la Commissione Ue abbandonino finalmente ogni tipo di appeasement verso i khomeinisti. Forse la Casa Bianca inizia a comprenderlo, visto che ha bloccato i sei miliardi di dollari di asset iraniani che aveva scongelato a settembre. 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Parlando al vertice della Comunità degli Stati indipendenti a Bishkek, ha difeso l’invasione russa. «L’invio di truppe era giustificabile a causa degli anni di combattimenti tra l’esercito ucraino e le forze separatiste nell’est del Paese», è stata la sua dichiarazione ai giornalisti. «La nostra operazione militare speciale non è l’inizio di una guerra, ma un tentativo di fermarla», ha provato a spiegare. Quanto al drammatico conflitto in Medio Oriente, ha detto che «la cosa più importante», in questo momento, è un «immediato cessate il fuoco e la stabilizzazione della situazione sul terreno». Putin definisce «inaccettabili» gli appelli ad usare tattiche da «assedio di Leningrado» contro la Striscia di Gaza, ma soprattutto gioisce perché dai media, concentrati sugli orrori compiuti dai terroristi, sono quasi del tutto scomparse notizie sul fronte russo ucraino. E ci sarebbero le armi, fornite dall’Ucraina ad Hamas attraverso il mercato nero, ipotesi che il presidente russo sembra confermare. «Abbiamo informazioni sicure», ha affermato. Per poi correggere il tiro: «Non ho alcuna simpatia nei confronti dell’attuale leadership ucraina, ma dubito che ciò sia fatto a livello di governo. Il livello della corruzione in Ucraina è conosciuto, è molto alto». Certo, l'attacco subìto da Israele è «senza precedenti, non solo per dimensioni ma anche per il grado di brutalità», riconosce lo zar, convinto che l'obiettivo dei negoziati debba essere «l’attuazione della formula dei due Stati delle Nazioni Unite che implica la creazione di uno Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale», lavorando per risolvere queste questioni «con modalità pacifiche». Però, il capo del Cremlino ha rotto il silenzio solo per denunciare le «catastrofiche» morti civili e criticare i passi di Washington verso un accordo di pace in Medio Oriente. È salito in cattedra per proporsi anche come mediatore, dichiarando che Mosca «è pronta a coordinarsi con tutti i partner dalla mentalità costruttiva». Per Putin, gli Stati Uniti sarebbero causa integrante dell’attuale conflitto tra Israele e i terroristi islamici. «Non è stato utilizzato il quartetto di mediatori internazionali» formato da Nazioni Unite, Usa, Russia e Ue, ha accusato secondo quanto riporta la Tass. I legami di Mosca con la Siria, uno stretto alleato dell’arcinemico di Israele, l’Iran, non hanno impedito buoni rapporti tra Putin e Netanyahu. Più di un milione di persone dalla Russia e da altre parti dell’ex Unione Sovietica si sono trasferite in Israele, fattore importante nel consolidare le relazioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, le autorità israeliane hanno espresso sostegno a Kiev ma rifiutato di fornirle armi. Mosca ora sollecita una rapida fine dei combattimenti, senza attribuire colpe e sperando di agire come pacificatore, ma davvero vuole che si metta fine alla guerra? La destabilizzazione dell’Occidente è solo funzionale alla Russia, e se un nuovo conflitto si estende in tutto il Medio Oriente aiuti e sostegno all’Ucraina non sarebbero più una priorità.
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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