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2024-09-13
Tajani dà l’ultimatum all’opposizione: «Al candidato dell’Italia si dice sì»
Non si placa il dibattito attorno al nome di Raffaele Fitto per la Commissione europea. Una candidatura, la sua, che sembra ormai essere blindata grazie al sostegno dei popolari che con il premier, Giorgia Meloni, hanno già trovato l’accordo. A dividere, più che il suo nome, è la carica che andrebbe a ricoprire, ovvero la vicepresidenza con delega all’Economia. «È giusto che l’Italia abbia una vicepresidenza esecutiva, perché è la seconda manifattura d’Europa, la terza economia, un Paese fondatore, credo che sia anche utile all’Europa avere un rappresentante italiano che possa dare il massimo contributo con l’esperienza e Fitto è una persona esperta che conosce il Parlamento», ha commentato il vicepremier, ministro degli Esteri, nonché vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, che si dice straconvinto del nome di Fitto, nonostante sia espressione del gruppo dei conservatori, Ecr, facendo parte di Fratelli d’Italia. «I partiti d’opposizione non vogliono votare la Commissione europea? Se ne assumeranno le responsabilità. Si dicono europeisti, ma votando contro non darebbero grande dimostrazione di europeismo», rincara Tajani. «Mi auguro che tutti i parlamentari italiani che fanno parte dei partiti d’opposizione ricordino un principio: Fitto è un candidato dell’Italia, non di un partito. Dovrebbero fare come facemmo noi con Paolo Gentiloni. Silvio Berlusconi volle ascoltare l’audizione di Gentiloni, perché fuori dai confini dell’Italia non contano le divisioni tra partiti, ma conta l’Italia».
A esser contrari sono soprattutto i Verdi che dicono che non appoggeranno la sua candidatura, mentre per i liberali il discorso è un po’ diverso. Per gli esponenti di Renew si tratta di una questione di principio infatti. Loro ritengono che non avendo Ecr appoggiato la maggioranza che ha fatto eleggere Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea, non è giusto che i conservatori abbiano un posto di peso al pari di chi invece l’ha sostenuta e votata in Parlamento. Tanto che settimana scorsa, appresa la notizia, la francese Valérie Hayer, presidente del gruppo liberale dell’Assemblea comunitaria, aveva commentato: «Spero che le voci non siano vere. Questo significherebbe che Ursula von der Leyen metterebbe tra i pesi massimi della Commissione europea un commissario di estrema destra che, tra l’altro, non l’ha sostenuta», aveva aggiunto, definendo la cosa «incomprensibile» e anche «inaccettabile».
I socialisti invece sono afflitti da una crisi. Per posizione si situerebbero senza grandi dubbi contro la sua candidatura, come già rimostrato più volte. C’è un tema di interessi però: non hanno i numeri per fare opposizione. O meglio: li avrebbero a costo di sacrificare la loro candidata socialista, Teresa Ribera, candidata al portafoglio della Concorrenza.
Per quanto riguarda la proposta di affidare una vicepresidenza esecutiva della Commissione europea a Fitto, «stiamo negoziando e ci sono diverse questioni sul tavolo. Tuttavia, alla fine, dobbiamo vedere la proposta, vogliamo parlare di priorità e posizioni. Non riusciamo a capire come un governo che non ha sostenuto Von der Leyen possa ora avere un posto in Commissione allo stesso livello di noi o del Ppe», ha detto una fonte qualificata del gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo. «Von der Leyen è diventata presidente della Commissione europea grazie al sostegno delle forze pro-europee. È stata molto chiara nel dire che vuole lavorare con le forze pro europee. Ecco perché non va bene per noi che ci sia un vicepresidente esecutivo dell’Ecr». La strategia è evidente: adesso, vista la situazione, sarebbero per appoggiare nome e delega ma non come vicepresidenza esecutiva. Secondo altre fonti interne a Bruxelles invece, la proposta di assegnare una vicepresidenza esecutiva a Fitto non sarebbe un grosso ostacolo nella chiusura della lista dei commissari e delle deleghe da parte di Von der Leyen. L’esecutivo Ue infatti ribadisce che lo stallo è soprattutto tecnico, perché vuole avere il nome confermato dal governo sloveno: la scelta della candidata Marta Kos dovrà passare al vaglio della Ccommissione per gli Affari europei del Parlamento sloveno domani. Un passaggio non scontato, visto che il partito di opposizione, i Democratici (Sds), insiste affinché il governo fornisca le motivazioni della sostituzione di Tomaz Vesel prima che possa pronunciarsi il Parlamento. Secondo Bruxelles le critiche avanzate da socialisti, liberali e verdi non sarebbero insormontabili e si confida sul fatto che il presidente Von der Leyen spiegherà ai gruppi della sua maggioranza il perché di tale scelta.
Lei è pronta a tirare dritto e spiegare alla sua maggioranza perché è necessario tenere a bordo l’Italia e il suo governo. Per il peso tra i 27, certo ma anche per allontanare del tutto Ecr dal campo sovranista e integrarlo sempre più in quello europeista.
Secondo il ragionamento che si segue, dal momento che al Parlamento europeo ci sono già stati due vicepresidenti di Ecr, le critiche fin qui portate non avrebbero grande rilevanza. Anche per questo dai socialisti si registrano passi indietro e segnali di ammorbidimento: «Saremo responsabili», assicurano. La condizione? «Fitto dovrà dimostrare al Parlamento se è pro Ue e dovrà essere preparato».
Roma vuole la poltrona più pesante
È la vicepresidenza esecutiva l’obiettivo più importante da raggiungere per l’Italia. Fondamentale per i poteri che quel ruolo può conferire al nostro Paese, diversi e più importanti rispetto a quelli che si otterrebbero con una semplice nomina da commissario, a prescindere dal portafoglio che si conquista. Il vicepresidente della Commissione europea infatti, oltre a essere membro della Commissione, rappresenta anche il presidente e guida la Commissione in sua assenza. Per prassi gli si attribuisce la responsabilità di un portafoglio stabilito dal presidente, fatto salvo per il ruolo di Alto rappresentante dell’Unione che, al contrario, automaticamente diventa vicepresidente. Non esiste un regolamento interno né un trattato che stabilisca le funzioni specifiche corrispondenti ai vicepresidenti. È un vuoto giuridico che consente tuttavia al presidente della Commissione di concedere con discrezionalità assolutamente personale il valore aggiunto di un suo vicepresidente. Differenziando quindi il ruolo di semplice vicepresidente, da quello di vicepresidente esecutivo.
Nella formazione dell’elenco dei vicepresidenti, questi non avranno lo stesso potere. Un tempo esisteva la designazione del primo vicepresidente, quello considerato il più importante. Con il tempo questi sono diventati più di uno. Il presidente della Commissione quindi usa distinguere uno o più dei suoi vicepresidenti dagli altri, sia su rigide scale gerarchiche che funzionali, conferendogli una superiorità più o meno chiara su tutto il resto del Collegio dei commissari. Questi sono comunemente chiamati vicepresidenti esecutivi e hanno in genere tre funzioni aggiuntive rispetto a quelle di un comune vicepresidente: una funzione generale di coordinamento politico del collegio e dei suoi membri, con l’assistenza del segretariato generale della Commissione; la sostituzione, su base preferenziale, del presidente della Commissione e la sua rappresentanza istituzionale negli atti in cui è assente, nonché quella del collegio; la direzione della politica di comunicazione comunitaria. L’ultima sostanzialmente conferisce il potere di fare essenzialmente da portavoce autorizzato della Commissione. Dettare la linea politica, insomma.Il primo vicepresidente, o vicepresidente esecutivo, è considerato quindi il «numero due» nella scala gerarchica interna del collegio e il suo peso politico è quindi considerato superiore a quello degli altri commissari, compresi gli altri vicepresidenti.
Nel precedente mandato i vicepresidenti erano sette (27 i membri della Commissione, uno per Paese). Ursula von der Leyen aveva affidato questo incarico a Frans Timmermans (Paesi Bassi) socialista, che deteneva il portafoglio per il green deal europeo. Margrethe Vestager (Danimarca), liberale: a lei la presidente aveva affidato la concorrenza, ruolo confermato perché la danese ricopre quel ruolo dal 2014, quando a fare il presidente della Commissione c’era Jean Claude Juncker. Il terzo vicepresidente era Valdis Dombrovskis, (Lettonia), Partito popolare, a cui era affidato anche il compito di seguire l’economia. Tutti loro avevano anche la delega esecutiva, al contrario degli altri cinque, semplici vicepresidenti, fatto salvo per Josep Borrell, già Alto rappresentante per la politica estera e quindi automaticamente vicepresidente. Vera Jourova (Repubblica Ceca), liberale, commissario per i valori e la trasparenza; Margaritis Schinas (Grecia), popolare, Commissario per la migrazione, l’uguaglianza e la diversità; Maros Sefcovic (Slovacchia), inter istituzionali e l’amministrazione e Dubravka Suica (Croazia), popolare, commissario per la democrazia e la demografia
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Il vicepremier striglia gli europeisti a parole: «L’uomo che ha gestito il Pnrr non rappresenta solo un partito» Renew si impunta: «Ecr non sostenne Ursula». Socialisti combattuti, un no potrebbe far traballare la Ribera. L’obiettivo dichiarato di Palazzo Chigi è la vicepresidenza esecutiva. Chi la ottiene è di fatto un «numero due» in Commissione, con ampi poteri e molta visibilità. Lo speciale contiene due articoli.Non si placa il dibattito attorno al nome di Raffaele Fitto per la Commissione europea. Una candidatura, la sua, che sembra ormai essere blindata grazie al sostegno dei popolari che con il premier, Giorgia Meloni, hanno già trovato l’accordo. A dividere, più che il suo nome, è la carica che andrebbe a ricoprire, ovvero la vicepresidenza con delega all’Economia. «È giusto che l’Italia abbia una vicepresidenza esecutiva, perché è la seconda manifattura d’Europa, la terza economia, un Paese fondatore, credo che sia anche utile all’Europa avere un rappresentante italiano che possa dare il massimo contributo con l’esperienza e Fitto è una persona esperta che conosce il Parlamento», ha commentato il vicepremier, ministro degli Esteri, nonché vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, che si dice straconvinto del nome di Fitto, nonostante sia espressione del gruppo dei conservatori, Ecr, facendo parte di Fratelli d’Italia. «I partiti d’opposizione non vogliono votare la Commissione europea? Se ne assumeranno le responsabilità. Si dicono europeisti, ma votando contro non darebbero grande dimostrazione di europeismo», rincara Tajani. «Mi auguro che tutti i parlamentari italiani che fanno parte dei partiti d’opposizione ricordino un principio: Fitto è un candidato dell’Italia, non di un partito. Dovrebbero fare come facemmo noi con Paolo Gentiloni. Silvio Berlusconi volle ascoltare l’audizione di Gentiloni, perché fuori dai confini dell’Italia non contano le divisioni tra partiti, ma conta l’Italia».A esser contrari sono soprattutto i Verdi che dicono che non appoggeranno la sua candidatura, mentre per i liberali il discorso è un po’ diverso. Per gli esponenti di Renew si tratta di una questione di principio infatti. Loro ritengono che non avendo Ecr appoggiato la maggioranza che ha fatto eleggere Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea, non è giusto che i conservatori abbiano un posto di peso al pari di chi invece l’ha sostenuta e votata in Parlamento. Tanto che settimana scorsa, appresa la notizia, la francese Valérie Hayer, presidente del gruppo liberale dell’Assemblea comunitaria, aveva commentato: «Spero che le voci non siano vere. Questo significherebbe che Ursula von der Leyen metterebbe tra i pesi massimi della Commissione europea un commissario di estrema destra che, tra l’altro, non l’ha sostenuta», aveva aggiunto, definendo la cosa «incomprensibile» e anche «inaccettabile».I socialisti invece sono afflitti da una crisi. Per posizione si situerebbero senza grandi dubbi contro la sua candidatura, come già rimostrato più volte. C’è un tema di interessi però: non hanno i numeri per fare opposizione. O meglio: li avrebbero a costo di sacrificare la loro candidata socialista, Teresa Ribera, candidata al portafoglio della Concorrenza. Per quanto riguarda la proposta di affidare una vicepresidenza esecutiva della Commissione europea a Fitto, «stiamo negoziando e ci sono diverse questioni sul tavolo. Tuttavia, alla fine, dobbiamo vedere la proposta, vogliamo parlare di priorità e posizioni. Non riusciamo a capire come un governo che non ha sostenuto Von der Leyen possa ora avere un posto in Commissione allo stesso livello di noi o del Ppe», ha detto una fonte qualificata del gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo. «Von der Leyen è diventata presidente della Commissione europea grazie al sostegno delle forze pro-europee. È stata molto chiara nel dire che vuole lavorare con le forze pro europee. Ecco perché non va bene per noi che ci sia un vicepresidente esecutivo dell’Ecr». La strategia è evidente: adesso, vista la situazione, sarebbero per appoggiare nome e delega ma non come vicepresidenza esecutiva. Secondo altre fonti interne a Bruxelles invece, la proposta di assegnare una vicepresidenza esecutiva a Fitto non sarebbe un grosso ostacolo nella chiusura della lista dei commissari e delle deleghe da parte di Von der Leyen. L’esecutivo Ue infatti ribadisce che lo stallo è soprattutto tecnico, perché vuole avere il nome confermato dal governo sloveno: la scelta della candidata Marta Kos dovrà passare al vaglio della Ccommissione per gli Affari europei del Parlamento sloveno domani. Un passaggio non scontato, visto che il partito di opposizione, i Democratici (Sds), insiste affinché il governo fornisca le motivazioni della sostituzione di Tomaz Vesel prima che possa pronunciarsi il Parlamento. Secondo Bruxelles le critiche avanzate da socialisti, liberali e verdi non sarebbero insormontabili e si confida sul fatto che il presidente Von der Leyen spiegherà ai gruppi della sua maggioranza il perché di tale scelta. Lei è pronta a tirare dritto e spiegare alla sua maggioranza perché è necessario tenere a bordo l’Italia e il suo governo. Per il peso tra i 27, certo ma anche per allontanare del tutto Ecr dal campo sovranista e integrarlo sempre più in quello europeista.Secondo il ragionamento che si segue, dal momento che al Parlamento europeo ci sono già stati due vicepresidenti di Ecr, le critiche fin qui portate non avrebbero grande rilevanza. Anche per questo dai socialisti si registrano passi indietro e segnali di ammorbidimento: «Saremo responsabili», assicurano. La condizione? «Fitto dovrà dimostrare al Parlamento se è pro Ue e dovrà essere preparato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tajani-da-lultimatum-2669197764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-vuole-la-poltrona-piu-pesante" data-post-id="2669197764" data-published-at="1726202954" data-use-pagination="False"> Roma vuole la poltrona più pesante È la vicepresidenza esecutiva l’obiettivo più importante da raggiungere per l’Italia. Fondamentale per i poteri che quel ruolo può conferire al nostro Paese, diversi e più importanti rispetto a quelli che si otterrebbero con una semplice nomina da commissario, a prescindere dal portafoglio che si conquista. Il vicepresidente della Commissione europea infatti, oltre a essere membro della Commissione, rappresenta anche il presidente e guida la Commissione in sua assenza. Per prassi gli si attribuisce la responsabilità di un portafoglio stabilito dal presidente, fatto salvo per il ruolo di Alto rappresentante dell’Unione che, al contrario, automaticamente diventa vicepresidente. Non esiste un regolamento interno né un trattato che stabilisca le funzioni specifiche corrispondenti ai vicepresidenti. È un vuoto giuridico che consente tuttavia al presidente della Commissione di concedere con discrezionalità assolutamente personale il valore aggiunto di un suo vicepresidente. Differenziando quindi il ruolo di semplice vicepresidente, da quello di vicepresidente esecutivo.Nella formazione dell’elenco dei vicepresidenti, questi non avranno lo stesso potere. Un tempo esisteva la designazione del primo vicepresidente, quello considerato il più importante. Con il tempo questi sono diventati più di uno. Il presidente della Commissione quindi usa distinguere uno o più dei suoi vicepresidenti dagli altri, sia su rigide scale gerarchiche che funzionali, conferendogli una superiorità più o meno chiara su tutto il resto del Collegio dei commissari. Questi sono comunemente chiamati vicepresidenti esecutivi e hanno in genere tre funzioni aggiuntive rispetto a quelle di un comune vicepresidente: una funzione generale di coordinamento politico del collegio e dei suoi membri, con l’assistenza del segretariato generale della Commissione; la sostituzione, su base preferenziale, del presidente della Commissione e la sua rappresentanza istituzionale negli atti in cui è assente, nonché quella del collegio; la direzione della politica di comunicazione comunitaria. L’ultima sostanzialmente conferisce il potere di fare essenzialmente da portavoce autorizzato della Commissione. Dettare la linea politica, insomma.Il primo vicepresidente, o vicepresidente esecutivo, è considerato quindi il «numero due» nella scala gerarchica interna del collegio e il suo peso politico è quindi considerato superiore a quello degli altri commissari, compresi gli altri vicepresidenti. Nel precedente mandato i vicepresidenti erano sette (27 i membri della Commissione, uno per Paese). Ursula von der Leyen aveva affidato questo incarico a Frans Timmermans (Paesi Bassi) socialista, che deteneva il portafoglio per il green deal europeo. Margrethe Vestager (Danimarca), liberale: a lei la presidente aveva affidato la concorrenza, ruolo confermato perché la danese ricopre quel ruolo dal 2014, quando a fare il presidente della Commissione c’era Jean Claude Juncker. Il terzo vicepresidente era Valdis Dombrovskis, (Lettonia), Partito popolare, a cui era affidato anche il compito di seguire l’economia. Tutti loro avevano anche la delega esecutiva, al contrario degli altri cinque, semplici vicepresidenti, fatto salvo per Josep Borrell, già Alto rappresentante per la politica estera e quindi automaticamente vicepresidente. Vera Jourova (Repubblica Ceca), liberale, commissario per i valori e la trasparenza; Margaritis Schinas (Grecia), popolare, Commissario per la migrazione, l’uguaglianza e la diversità; Maros Sefcovic (Slovacchia), inter istituzionali e l’amministrazione e Dubravka Suica (Croazia), popolare, commissario per la democrazia e la demografia
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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