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2024-09-13
Tajani dà l’ultimatum all’opposizione: «Al candidato dell’Italia si dice sì»
Non si placa il dibattito attorno al nome di Raffaele Fitto per la Commissione europea. Una candidatura, la sua, che sembra ormai essere blindata grazie al sostegno dei popolari che con il premier, Giorgia Meloni, hanno già trovato l’accordo. A dividere, più che il suo nome, è la carica che andrebbe a ricoprire, ovvero la vicepresidenza con delega all’Economia. «È giusto che l’Italia abbia una vicepresidenza esecutiva, perché è la seconda manifattura d’Europa, la terza economia, un Paese fondatore, credo che sia anche utile all’Europa avere un rappresentante italiano che possa dare il massimo contributo con l’esperienza e Fitto è una persona esperta che conosce il Parlamento», ha commentato il vicepremier, ministro degli Esteri, nonché vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, che si dice straconvinto del nome di Fitto, nonostante sia espressione del gruppo dei conservatori, Ecr, facendo parte di Fratelli d’Italia. «I partiti d’opposizione non vogliono votare la Commissione europea? Se ne assumeranno le responsabilità. Si dicono europeisti, ma votando contro non darebbero grande dimostrazione di europeismo», rincara Tajani. «Mi auguro che tutti i parlamentari italiani che fanno parte dei partiti d’opposizione ricordino un principio: Fitto è un candidato dell’Italia, non di un partito. Dovrebbero fare come facemmo noi con Paolo Gentiloni. Silvio Berlusconi volle ascoltare l’audizione di Gentiloni, perché fuori dai confini dell’Italia non contano le divisioni tra partiti, ma conta l’Italia».
A esser contrari sono soprattutto i Verdi che dicono che non appoggeranno la sua candidatura, mentre per i liberali il discorso è un po’ diverso. Per gli esponenti di Renew si tratta di una questione di principio infatti. Loro ritengono che non avendo Ecr appoggiato la maggioranza che ha fatto eleggere Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea, non è giusto che i conservatori abbiano un posto di peso al pari di chi invece l’ha sostenuta e votata in Parlamento. Tanto che settimana scorsa, appresa la notizia, la francese Valérie Hayer, presidente del gruppo liberale dell’Assemblea comunitaria, aveva commentato: «Spero che le voci non siano vere. Questo significherebbe che Ursula von der Leyen metterebbe tra i pesi massimi della Commissione europea un commissario di estrema destra che, tra l’altro, non l’ha sostenuta», aveva aggiunto, definendo la cosa «incomprensibile» e anche «inaccettabile».
I socialisti invece sono afflitti da una crisi. Per posizione si situerebbero senza grandi dubbi contro la sua candidatura, come già rimostrato più volte. C’è un tema di interessi però: non hanno i numeri per fare opposizione. O meglio: li avrebbero a costo di sacrificare la loro candidata socialista, Teresa Ribera, candidata al portafoglio della Concorrenza.
Per quanto riguarda la proposta di affidare una vicepresidenza esecutiva della Commissione europea a Fitto, «stiamo negoziando e ci sono diverse questioni sul tavolo. Tuttavia, alla fine, dobbiamo vedere la proposta, vogliamo parlare di priorità e posizioni. Non riusciamo a capire come un governo che non ha sostenuto Von der Leyen possa ora avere un posto in Commissione allo stesso livello di noi o del Ppe», ha detto una fonte qualificata del gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo. «Von der Leyen è diventata presidente della Commissione europea grazie al sostegno delle forze pro-europee. È stata molto chiara nel dire che vuole lavorare con le forze pro europee. Ecco perché non va bene per noi che ci sia un vicepresidente esecutivo dell’Ecr». La strategia è evidente: adesso, vista la situazione, sarebbero per appoggiare nome e delega ma non come vicepresidenza esecutiva. Secondo altre fonti interne a Bruxelles invece, la proposta di assegnare una vicepresidenza esecutiva a Fitto non sarebbe un grosso ostacolo nella chiusura della lista dei commissari e delle deleghe da parte di Von der Leyen. L’esecutivo Ue infatti ribadisce che lo stallo è soprattutto tecnico, perché vuole avere il nome confermato dal governo sloveno: la scelta della candidata Marta Kos dovrà passare al vaglio della Ccommissione per gli Affari europei del Parlamento sloveno domani. Un passaggio non scontato, visto che il partito di opposizione, i Democratici (Sds), insiste affinché il governo fornisca le motivazioni della sostituzione di Tomaz Vesel prima che possa pronunciarsi il Parlamento. Secondo Bruxelles le critiche avanzate da socialisti, liberali e verdi non sarebbero insormontabili e si confida sul fatto che il presidente Von der Leyen spiegherà ai gruppi della sua maggioranza il perché di tale scelta.
Lei è pronta a tirare dritto e spiegare alla sua maggioranza perché è necessario tenere a bordo l’Italia e il suo governo. Per il peso tra i 27, certo ma anche per allontanare del tutto Ecr dal campo sovranista e integrarlo sempre più in quello europeista.
Secondo il ragionamento che si segue, dal momento che al Parlamento europeo ci sono già stati due vicepresidenti di Ecr, le critiche fin qui portate non avrebbero grande rilevanza. Anche per questo dai socialisti si registrano passi indietro e segnali di ammorbidimento: «Saremo responsabili», assicurano. La condizione? «Fitto dovrà dimostrare al Parlamento se è pro Ue e dovrà essere preparato».
Roma vuole la poltrona più pesante
È la vicepresidenza esecutiva l’obiettivo più importante da raggiungere per l’Italia. Fondamentale per i poteri che quel ruolo può conferire al nostro Paese, diversi e più importanti rispetto a quelli che si otterrebbero con una semplice nomina da commissario, a prescindere dal portafoglio che si conquista. Il vicepresidente della Commissione europea infatti, oltre a essere membro della Commissione, rappresenta anche il presidente e guida la Commissione in sua assenza. Per prassi gli si attribuisce la responsabilità di un portafoglio stabilito dal presidente, fatto salvo per il ruolo di Alto rappresentante dell’Unione che, al contrario, automaticamente diventa vicepresidente. Non esiste un regolamento interno né un trattato che stabilisca le funzioni specifiche corrispondenti ai vicepresidenti. È un vuoto giuridico che consente tuttavia al presidente della Commissione di concedere con discrezionalità assolutamente personale il valore aggiunto di un suo vicepresidente. Differenziando quindi il ruolo di semplice vicepresidente, da quello di vicepresidente esecutivo.
Nella formazione dell’elenco dei vicepresidenti, questi non avranno lo stesso potere. Un tempo esisteva la designazione del primo vicepresidente, quello considerato il più importante. Con il tempo questi sono diventati più di uno. Il presidente della Commissione quindi usa distinguere uno o più dei suoi vicepresidenti dagli altri, sia su rigide scale gerarchiche che funzionali, conferendogli una superiorità più o meno chiara su tutto il resto del Collegio dei commissari. Questi sono comunemente chiamati vicepresidenti esecutivi e hanno in genere tre funzioni aggiuntive rispetto a quelle di un comune vicepresidente: una funzione generale di coordinamento politico del collegio e dei suoi membri, con l’assistenza del segretariato generale della Commissione; la sostituzione, su base preferenziale, del presidente della Commissione e la sua rappresentanza istituzionale negli atti in cui è assente, nonché quella del collegio; la direzione della politica di comunicazione comunitaria. L’ultima sostanzialmente conferisce il potere di fare essenzialmente da portavoce autorizzato della Commissione. Dettare la linea politica, insomma.Il primo vicepresidente, o vicepresidente esecutivo, è considerato quindi il «numero due» nella scala gerarchica interna del collegio e il suo peso politico è quindi considerato superiore a quello degli altri commissari, compresi gli altri vicepresidenti.
Nel precedente mandato i vicepresidenti erano sette (27 i membri della Commissione, uno per Paese). Ursula von der Leyen aveva affidato questo incarico a Frans Timmermans (Paesi Bassi) socialista, che deteneva il portafoglio per il green deal europeo. Margrethe Vestager (Danimarca), liberale: a lei la presidente aveva affidato la concorrenza, ruolo confermato perché la danese ricopre quel ruolo dal 2014, quando a fare il presidente della Commissione c’era Jean Claude Juncker. Il terzo vicepresidente era Valdis Dombrovskis, (Lettonia), Partito popolare, a cui era affidato anche il compito di seguire l’economia. Tutti loro avevano anche la delega esecutiva, al contrario degli altri cinque, semplici vicepresidenti, fatto salvo per Josep Borrell, già Alto rappresentante per la politica estera e quindi automaticamente vicepresidente. Vera Jourova (Repubblica Ceca), liberale, commissario per i valori e la trasparenza; Margaritis Schinas (Grecia), popolare, Commissario per la migrazione, l’uguaglianza e la diversità; Maros Sefcovic (Slovacchia), inter istituzionali e l’amministrazione e Dubravka Suica (Croazia), popolare, commissario per la democrazia e la demografia
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Il vicepremier striglia gli europeisti a parole: «L’uomo che ha gestito il Pnrr non rappresenta solo un partito» Renew si impunta: «Ecr non sostenne Ursula». Socialisti combattuti, un no potrebbe far traballare la Ribera. L’obiettivo dichiarato di Palazzo Chigi è la vicepresidenza esecutiva. Chi la ottiene è di fatto un «numero due» in Commissione, con ampi poteri e molta visibilità. Lo speciale contiene due articoli.Non si placa il dibattito attorno al nome di Raffaele Fitto per la Commissione europea. Una candidatura, la sua, che sembra ormai essere blindata grazie al sostegno dei popolari che con il premier, Giorgia Meloni, hanno già trovato l’accordo. A dividere, più che il suo nome, è la carica che andrebbe a ricoprire, ovvero la vicepresidenza con delega all’Economia. «È giusto che l’Italia abbia una vicepresidenza esecutiva, perché è la seconda manifattura d’Europa, la terza economia, un Paese fondatore, credo che sia anche utile all’Europa avere un rappresentante italiano che possa dare il massimo contributo con l’esperienza e Fitto è una persona esperta che conosce il Parlamento», ha commentato il vicepremier, ministro degli Esteri, nonché vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, che si dice straconvinto del nome di Fitto, nonostante sia espressione del gruppo dei conservatori, Ecr, facendo parte di Fratelli d’Italia. «I partiti d’opposizione non vogliono votare la Commissione europea? Se ne assumeranno le responsabilità. Si dicono europeisti, ma votando contro non darebbero grande dimostrazione di europeismo», rincara Tajani. «Mi auguro che tutti i parlamentari italiani che fanno parte dei partiti d’opposizione ricordino un principio: Fitto è un candidato dell’Italia, non di un partito. Dovrebbero fare come facemmo noi con Paolo Gentiloni. Silvio Berlusconi volle ascoltare l’audizione di Gentiloni, perché fuori dai confini dell’Italia non contano le divisioni tra partiti, ma conta l’Italia».A esser contrari sono soprattutto i Verdi che dicono che non appoggeranno la sua candidatura, mentre per i liberali il discorso è un po’ diverso. Per gli esponenti di Renew si tratta di una questione di principio infatti. Loro ritengono che non avendo Ecr appoggiato la maggioranza che ha fatto eleggere Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea, non è giusto che i conservatori abbiano un posto di peso al pari di chi invece l’ha sostenuta e votata in Parlamento. Tanto che settimana scorsa, appresa la notizia, la francese Valérie Hayer, presidente del gruppo liberale dell’Assemblea comunitaria, aveva commentato: «Spero che le voci non siano vere. Questo significherebbe che Ursula von der Leyen metterebbe tra i pesi massimi della Commissione europea un commissario di estrema destra che, tra l’altro, non l’ha sostenuta», aveva aggiunto, definendo la cosa «incomprensibile» e anche «inaccettabile».I socialisti invece sono afflitti da una crisi. Per posizione si situerebbero senza grandi dubbi contro la sua candidatura, come già rimostrato più volte. C’è un tema di interessi però: non hanno i numeri per fare opposizione. O meglio: li avrebbero a costo di sacrificare la loro candidata socialista, Teresa Ribera, candidata al portafoglio della Concorrenza. Per quanto riguarda la proposta di affidare una vicepresidenza esecutiva della Commissione europea a Fitto, «stiamo negoziando e ci sono diverse questioni sul tavolo. Tuttavia, alla fine, dobbiamo vedere la proposta, vogliamo parlare di priorità e posizioni. Non riusciamo a capire come un governo che non ha sostenuto Von der Leyen possa ora avere un posto in Commissione allo stesso livello di noi o del Ppe», ha detto una fonte qualificata del gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo. «Von der Leyen è diventata presidente della Commissione europea grazie al sostegno delle forze pro-europee. È stata molto chiara nel dire che vuole lavorare con le forze pro europee. Ecco perché non va bene per noi che ci sia un vicepresidente esecutivo dell’Ecr». La strategia è evidente: adesso, vista la situazione, sarebbero per appoggiare nome e delega ma non come vicepresidenza esecutiva. Secondo altre fonti interne a Bruxelles invece, la proposta di assegnare una vicepresidenza esecutiva a Fitto non sarebbe un grosso ostacolo nella chiusura della lista dei commissari e delle deleghe da parte di Von der Leyen. L’esecutivo Ue infatti ribadisce che lo stallo è soprattutto tecnico, perché vuole avere il nome confermato dal governo sloveno: la scelta della candidata Marta Kos dovrà passare al vaglio della Ccommissione per gli Affari europei del Parlamento sloveno domani. Un passaggio non scontato, visto che il partito di opposizione, i Democratici (Sds), insiste affinché il governo fornisca le motivazioni della sostituzione di Tomaz Vesel prima che possa pronunciarsi il Parlamento. Secondo Bruxelles le critiche avanzate da socialisti, liberali e verdi non sarebbero insormontabili e si confida sul fatto che il presidente Von der Leyen spiegherà ai gruppi della sua maggioranza il perché di tale scelta. Lei è pronta a tirare dritto e spiegare alla sua maggioranza perché è necessario tenere a bordo l’Italia e il suo governo. Per il peso tra i 27, certo ma anche per allontanare del tutto Ecr dal campo sovranista e integrarlo sempre più in quello europeista.Secondo il ragionamento che si segue, dal momento che al Parlamento europeo ci sono già stati due vicepresidenti di Ecr, le critiche fin qui portate non avrebbero grande rilevanza. Anche per questo dai socialisti si registrano passi indietro e segnali di ammorbidimento: «Saremo responsabili», assicurano. La condizione? «Fitto dovrà dimostrare al Parlamento se è pro Ue e dovrà essere preparato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tajani-da-lultimatum-2669197764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-vuole-la-poltrona-piu-pesante" data-post-id="2669197764" data-published-at="1726202954" data-use-pagination="False"> Roma vuole la poltrona più pesante È la vicepresidenza esecutiva l’obiettivo più importante da raggiungere per l’Italia. Fondamentale per i poteri che quel ruolo può conferire al nostro Paese, diversi e più importanti rispetto a quelli che si otterrebbero con una semplice nomina da commissario, a prescindere dal portafoglio che si conquista. Il vicepresidente della Commissione europea infatti, oltre a essere membro della Commissione, rappresenta anche il presidente e guida la Commissione in sua assenza. Per prassi gli si attribuisce la responsabilità di un portafoglio stabilito dal presidente, fatto salvo per il ruolo di Alto rappresentante dell’Unione che, al contrario, automaticamente diventa vicepresidente. Non esiste un regolamento interno né un trattato che stabilisca le funzioni specifiche corrispondenti ai vicepresidenti. È un vuoto giuridico che consente tuttavia al presidente della Commissione di concedere con discrezionalità assolutamente personale il valore aggiunto di un suo vicepresidente. Differenziando quindi il ruolo di semplice vicepresidente, da quello di vicepresidente esecutivo.Nella formazione dell’elenco dei vicepresidenti, questi non avranno lo stesso potere. Un tempo esisteva la designazione del primo vicepresidente, quello considerato il più importante. Con il tempo questi sono diventati più di uno. Il presidente della Commissione quindi usa distinguere uno o più dei suoi vicepresidenti dagli altri, sia su rigide scale gerarchiche che funzionali, conferendogli una superiorità più o meno chiara su tutto il resto del Collegio dei commissari. Questi sono comunemente chiamati vicepresidenti esecutivi e hanno in genere tre funzioni aggiuntive rispetto a quelle di un comune vicepresidente: una funzione generale di coordinamento politico del collegio e dei suoi membri, con l’assistenza del segretariato generale della Commissione; la sostituzione, su base preferenziale, del presidente della Commissione e la sua rappresentanza istituzionale negli atti in cui è assente, nonché quella del collegio; la direzione della politica di comunicazione comunitaria. L’ultima sostanzialmente conferisce il potere di fare essenzialmente da portavoce autorizzato della Commissione. Dettare la linea politica, insomma.Il primo vicepresidente, o vicepresidente esecutivo, è considerato quindi il «numero due» nella scala gerarchica interna del collegio e il suo peso politico è quindi considerato superiore a quello degli altri commissari, compresi gli altri vicepresidenti. Nel precedente mandato i vicepresidenti erano sette (27 i membri della Commissione, uno per Paese). Ursula von der Leyen aveva affidato questo incarico a Frans Timmermans (Paesi Bassi) socialista, che deteneva il portafoglio per il green deal europeo. Margrethe Vestager (Danimarca), liberale: a lei la presidente aveva affidato la concorrenza, ruolo confermato perché la danese ricopre quel ruolo dal 2014, quando a fare il presidente della Commissione c’era Jean Claude Juncker. Il terzo vicepresidente era Valdis Dombrovskis, (Lettonia), Partito popolare, a cui era affidato anche il compito di seguire l’economia. Tutti loro avevano anche la delega esecutiva, al contrario degli altri cinque, semplici vicepresidenti, fatto salvo per Josep Borrell, già Alto rappresentante per la politica estera e quindi automaticamente vicepresidente. Vera Jourova (Repubblica Ceca), liberale, commissario per i valori e la trasparenza; Margaritis Schinas (Grecia), popolare, Commissario per la migrazione, l’uguaglianza e la diversità; Maros Sefcovic (Slovacchia), inter istituzionali e l’amministrazione e Dubravka Suica (Croazia), popolare, commissario per la democrazia e la demografia
Ansa
Una decisione, quella di sgomberare lo storico edificio in corso Regina Margherita, che Askatasuna stigmatizza alla stregua «di un attacco al centro e un attacco alla città». E se di offensiva si tratta, stando alla logica, è giusto rispondere. Anche con la violenza. Perché anche se qualcuno ad Askatasuna ci prova a prendere le distanze dall’uso della forza, poi contestualizzando e complessificando alla fine si finisce sempre per giustificarla. «Aggredire un agente è grave ma voi ignorate la rabbia sociale», ha ammesso Andrea Bonadonna, storico leader e fondatore del centro sociale a La Stampa. Rabbia sociale contro il governo Meloni e chi mette a repentaglio gli spazi sociali. Parlando con i media, ieri i portavoce di Askatasuna hanno ribadito che l’obiettivo è ridare lo stabile a tutte le realtà che l’hanno sempre attraversato dal basso resistendo alle logiche del terzo settore o di pubblico-privato che lo andrebbero a snaturare. «Lo stabile deve continuare ad essere a disposizione dei cittadini con spazi mantenuti gratuiti a libero accesso». Tema, quello degli spazi sociali, di cui si potrebbe anche discutere. L’immagine presentabile a favore di telecamere fa però a pugni con quella sempre troppo pronta a strizzare l’occhio alla violenza. Lo lascia intendere Bonadonna. «Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale». Come a dire che alla fine gli scontri hanno fatto gioco agli autonomi. Altro che black block infiltrati. Con buona pace delle teorie cospirative secondo cui gli scontri sarebbero stati un assist al governo.
Ne sa qualcosa uno degli assalitori del poliziotto, come riportato ieri da La Verità. Tale Leonardo, di vent’anni e immortalato nel video che ha scosso il Paese intero con l’immagine del poliziotto Calista accerchiato e salvato dal collega Lorenzo Virgulti cui proprio ieri è stata riconosciuta la benemerenza civica dall’amministrazione di Ascoli Piceno. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare» ha dichiarato il picchiatore. «I compagni vogliono una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato». Arrestato dopo gli scontri è già stato rilasciato. Libero di tornare «a combattere» contro lo Stato, contro i poliziotti e di dare man forte ai militanti che ora Askatasuna chiama nuovamente a raccolta. Prima una due giorni a Livorno «per un confronto sulle modalità di lotta» e poi il 28 marzo a Roma. Nel tentativo di non disperdere l’opposizione sociale che a suo dire si sarebbe consolidata con «il grande successo» del 31 gennaio e 50.000 manifestanti. Ci sono fatti gravi ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali, ripetono quelli del centro sociale. «Voi guardate il dito e non la luna». Insomma, questione di prospettive. E di capacità interpretative, visto che Askatasuna motiva l’appuntamento nella capitale con l’esigenza «di costruire un confronto a partire dalle modalità che si sono date, ossia quelle del blocchiamo tutto». Strano modo di cercare un dialogo.
In vista di Roma, Askatasuna continua con gli ammiccamenti alla linea dura conditi da un po’ di diplomazia. Equilibrismi che sembrano andare a nozze con quell’area grigia di supporter di matrice colta e borghese evocata dal Procuratore generale di Torino Lucia Musti. Una linea sottile tra legalità e illegalità dove gli ossimori non si escludono. Come nel solito refrain già proposto a Torino. «Continueremo a portare in piazza l’opposizione sociale al governo e contro le guerre». Strano modo di chiedere la pace
Tutto questo proprio mentre nelle scorse ore, gli atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie di Bologna e Pesaro di sabato scorso vengono rivendicati dai movimenti anarchici. Con un documento che alza ancora di più il livello dello scontro. «Pare necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». E poi «fuoco alla Olimpiadi e a chi le produce», con tanto di collegamento con quanto accaduto due anni fa quando prima dei Gioghi di Parigi vennero vandalizzate cinque infrastrutture attorno alla capitale francese. Dura la reazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che promette di «inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano».
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I mimetizzati hanno un nome burocratico: si chiamano «adulti in area penale esterna». In tutto, al 15 gennaio 2026, secondo l’analisi statistica elaborata dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, sono 144.822. E ben 30.279 sono stranieri. Oltre uno su cinque. Sono in carico agli Uffici di esecuzione penale esterna. Prevalentemente uomini: 26.381, concentrati nelle fasce centrali d’età, tra i 30 e i 59 anni. Ma non mancano i giovanissimi. Chi finisce in questa statistica non ci arriva per caso. Il documento lo spiega con precisione quando elenca i compiti degli uffici, che comprendono l’attività di indagine sulla situazione individuale e socio-familiare di chi chiede di accedere a misure alternative, ma soprattutto l’esecuzione delle misure alternative alla detenzione e delle sanzioni e misure di comunità. Il documento elenca anche da dove arrivano questi stranieri: 4.571 dal Marocco, 4.147 dall’Albania, 1.824 dalla Tunisia, 1.464 dalla Nigeria. Seguono il Senegal, l’Egitto, il Perù, la Cina e il Pakistan. Ci sono anche gli europei: 3.890 provengono dalla Romania, 695 dall’Ucraina, 558 dalla Germania, 344 dalla Svizzera, 254 dalla Polonia, 241 dalla Russia.
Sono affidati ai servizi sociali, in semilibertà o in libertà vigilata, svolgono lavori di pubblica utilità (per violazione della legge sugli stupefacenti o del codice della strada). In alcuni casi sono affidati a una Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza istituite nel 2014 per accogliere le persone affette da disturbi mentali che commettono reati. È in una Rems, per esempio, Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno ma con disturbi psichici, che a Prato ha picchiato e sfregiato dieci donne, perché odiava le italiane.
Le tabelle sono precise su chi entra nel sistema, su quanti sono in carico, su quali misure vengono applicate, sui flussi in entrata. Ma c’è un buco che pesa: non c’è una riga sui provvedimenti di revoca. Nessun dato su quante misure vengano interrotte. Nessuna indicazione su chi viola le prescrizioni, su chi fallisce il percorso, su chi torna dietro le sbarre. Un’assenza che non è neutra. Perché dovrebbe contenere i casi più allarmanti. A Napoli, per esempio, lo scorso 12 gennaio, un quarantaseienne in regime di semilibertà ha scippato un’anziana che, cadendo, ha battuto la testa. Dopo poche ore è stato arrestato per rapina aggravata. Il 26 settembre scorso, a Bologna, un trentaseienne in semilibertà è stato fermato dalla polizia dopo aver picchiato una donna che aveva cercato di violentare. A novembre, invece, a Lanciano, due rom appartenenti a famiglie rivali si sono fronteggiati per strada. Entrambi erano in semilibertà. Ad Agrigento, lo scorso giugno, approfittando della semilibertà un quarantunenne ha preso a calci la moglie. Ma quando il magistrato di sorveglianza gli ha revocato il beneficio, disponendo il ritorno in cella, era già uccel di bosco (è stato rintracciato solo dopo alcuni giorni). Ad aprile, ancora una volta a Napoli, un trentatreenne in semilibertà ha ferito due persone a colpi di pistola sul lungomare per un litigio legato a un giro gratis che i figli avrebbero dovuto fare su una giostra. A Castorano, in provincia di Ascoli Piceno, il 26 gennaio un trentatreenne affidato ai servizi sociali è stato beccato dalla polizia a spacciare droga. Solo pochi giorni fa in Sicilia, a Scoglitti (Ragusa), i carabinieri hanno arrestato un quarantenne di Vittoria affidato ai servizi sociali dopo una condanna a 4 anni per omicidio colposo plurimo per aver provocato un incidente stradale. Era stato ammesso alla misura alternativa ma ne avrebbe violato ripetutamente le prescrizioni commettendo infrazioni, guarda caso, alla guida di un’auto. Mentre a Pontelagoscuro di Ferrara un cinquantenne, due settimane fa, è stato arrestato per furto di carburante ai danni di un autotrasportatore. Si trovava in affidamento in prova ai servizi sociali in alternativa al carcere, misura che era stata disposta dal magistrato di Sorveglianza di Bologna. I casi sono centinaia.
E basta fare una piccola ricerca su Google per scoprire in quanti altri i semidetenuti si sono trasformati in aspiranti primule rosse tentando di sparire dai radar della giustizia. Come se non bastasse, però, dalla Corte di Cassazione è arrivata una sentenza, la numero 15896 del 2024, che tende la mano a chi ha sbagliato e continua a sbagliare. Ecco la massima: «Per la revoca semilibertà è necessaria una valutazione complessiva del percorso rieducativo del condannato, non potendo basarsi esclusivamente su un unico comportamento deviante, specialmente se questo non interrompe un lungo e positivo cammino di reinserimento sociale». Non è detto, quindi, che dopo un ulteriore reato si torni in cella. E, così, l’area penale esterna si confonde con la vita quotidiana, trasformando la pena in una presenza diffusa, spesso poco controllabile e quasi mai raccontata.
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