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L'evento sul sito e i canali social della «Verità»
Domani alle 13, sul sito e sui canali social della «Verità», intellettuali, giornalisti e artisti esprimeranno il loro sdegno per la campagna di disumanizzazione dell’altro che ha portato all’uccisione di Charlie Kirk. Un dibattito tra anime diverse, in nome del confronto.
Il 10 settembre Charlie Kirk è stato ucciso dai colpi sparati da Tyler Robinson mentre parlava con gli studenti di una università nello Utah. È stato colpito a morte mentre diffondeva le sue idee attraverso il dialogo, mentre si confrontava con persone che la pensavano diversamente da lui, talvolta in modo radicale. Subito dopo la sua morte abbiamo assistito non soltanto a una ondata mondiale di cordoglio per questo giovane uomo e attivista che ora tutti conoscono, ma anche a manifestazioni di raccapricciante disprezzo e disumanità. Sulla Rete non sono pochi gli antagonisti o presunti tali e gli attivisti sinistrorsi che hanno gioito per il suo omicidio, e non solo negli Stati Uniti. Purtroppo, anche più illustri intellettuali, giornalisti e commentatori si sono uniti al circo del disgusto, avvolgendosi nei distinguo, nelle prese di distanza e nelle sottigliezze retoriche. Hanno suggerito nemmeno troppo velatamente che Charlie se la fosse cercata, che fosse uno spargitore di odio e un violento. Hanno cercato di infangarlo quando lui non si poteva più difendere, sostenendo che volesse perseguitare e uccidere gli omosessuali, che discriminasse i neri e odiasse i transessuali. Non era vero nulla, manco a dirlo. Bugie, mistificazioni e mostrificazioni sono proseguite e proseguono anche ora. Qualcuno - ad esempio Stephen King - ha avuto il buon gusto di ritrattare alcune dichiarazioni su Kirk e di chiedere scusa. Ma altri, troppi altri hanno insistito e insistono a insultare, vilipendere, gettare fango nell’acqua per renderla torbida. Tra le poche parole di saggezza sentite nei giorni scorsi ci sono quelle di papa Leone XIV, che - come hanno riferito fonti vaticane - ha pregato per Charlie e per tutta la famiglia Kirk e soprattutto «si è detto preoccupato per la violenza politica e ha parlato della necessità di astenersi dalla retorica e dalle strumentalizzazioni che portano alla polarizzazione e non al dialogo». Difficile offrire un messaggio più serio e esaustivo. Il problema è che il Pontefice è costretto a pronunciare frasi del genere perché la polarizzazione e la violenza politica (verbale e persino fisica) sono all’ordine del giorno. Lo ha notato anche Sergio Mattarella, che in un recentessimo messaggio ha ricordato - citando Martin Luther King - come «l’odio porti molto odio e la violenza molta violenza». Secondo il presidente della Repubblica, «in ogni tempo la violenza si è manifestata in modi diversi. Dobbiamo guardare alla violenza del nostro tempo per contrastarla, per sconfiggerla. Nelle società del mondo di oggi ritorna la diffusione di un clima di avversione, di rancore, di reciproco rifiuto che spesso - come si legge nei recenti fatti di cronaca - sfocia nella violenza e giunge all’omicidio». È difficile dopo tutto negare che siano tempi duri per la libertà di pensiero, anche in Italia, e non da oggi. Abbiamo vissuto anni di politicamente corretto dilagante, abbiamo dovuto affrontare - seppure in misura decisamente minore rispetto agli Stati Uniti e alle nazioni anglosassoni - il proliferare della cultura della cancellazione e del wokismo. Soprattutto, però, dalle nostre parti domina la feroce logica binaria che divide il mondo in buoni e cattivi, in meritevoli e disprezzabili, in uomini e non umani. Con la pandemia e gli attacchi e le discriminazioni nei riguardi dei non vaccinati e in generale di tutti i critici dell’autoritarismo sanitario sono stati raggiunti livelli di brutalità mai visti prima. Poi lo scontro sociale è continuato quasi altrettanto bestialmente. Si è scatenata la caccia ai perfidi putiniani ed è stato più volte riproposto un grande classico degli anni di piombo: la ricerca spasmodica del fascista (in assenza di fascismo vero e pure immaginario). Ma potremmo continuare a lungo a elencare i pretesti sfruttati per invocare censure, oscuramenti, persecuzioni e mordacchie. Ebbene, questo clima non ci piace. Noi abbiamo idee forti, e talvolta usiamo toni battaglieri, ma non pratichiamo il disprezzo dell’avversario o la disumanizzazione di chi non concorda con noi. E non abbiamo intenzione di tollerare ancora questa degenerazione della democrazia. Non siamo gli unici: come noi, a destra e sinistra, sono in tanti ad amare il libero confronto delle opinioni e il ruvido - ma rispettoso - cozzare delle idee.
Abbiamo deciso di mettere insieme alcune di queste persone per mandare un segnale, per ribadire che la grandezza dell’Europa sta proprio nelle differenze e nella pluralità di pensieri, visioni, parole. Domani, a partire dalle 13, sulla nostra piattaforma e su tutti i nostri social andrà in onda una lunga maratona per la libertà di pensiero e contro l’odio politico, ispirata a Charlie Kirk e al suo metodo di dialogo franco e coraggioso. Ci saranno tanti ospiti (Maurizio Belpietro, Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Giuseppe Cruciani, Antonio Padellaro, Marco Rizzo, Giuseppe Culicchia, Roy De Vita, Francesco Giubilei, Boni Castellane, Simone Pillon, Enrico Ruggeri, Jacopo Coghe, Dino Giarrusso, Maria Rachele Ruiu, Fabio Dragoni). Tra loro, anche alcuni che non condividono affatto le nostre opinioni politiche ma sono tutti d’accordo su un punto: in democrazia, tutte le idee devono avere cittadinanza. E nessuno deve permettersi di metterle a tacere, né con una censura né con un colpo di arma da fuoco.
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Jean Raspail (Getty Images)
Lo scrittore francese ricorda come nacque «Il Campo dei Santi», il romanzo profetico sull’invasione migratoria in edicola dal 13 agosto con «La Verità» e «Panorama»: «Guardavo il mare e, all’improvviso, ho immaginato lo sbarco di un milione di stranieri».
Proponiamo qui un estratto di Big Other, la prefazione al Campo dei Santi (in edicola da mercoledì con La Verità e Panorama) scritta da Jean Raspail nel 2011.
Il Campo dei Santi è stato scritto tra il 1971 e il 1972 a Boulouris, in una monumentale villa di mare stile inglese di fine XIX secolo, orgogliosamente battezzata Le Castelet, che mi era stata prestata; era situata sulle rive del Mediterraneo, e s’affacciava su una spiaggia stretta e su banchi di rocce. Dalla biblioteca dove lavoravo non si vedeva, in un raggio di 180°, che il mare e il largo, tanto che un mattino, con lo sguardo perduto lontano, mi chiesi: «E se loro arrivassero?». Io non sapevo chi fossero loro, ma mi era parso come ineluttabile che gli innumerevoli diseredati del Sud, come un maremoto, un giorno si sarebbero diretti verso questa costa opulenta, frontiera aperta dei nostri felici Paesi. È così che tutto è cominciato. Non avevo alcun piano né la minima idea del modo in cui le cose sarebbero avvenute, né dei personaggi che avrebbero popolato il mio racconto. M’interrompevo la sera senza sapere ciò che sarebbe avvenuto l’indomani, e l’indomani, con mia grande sorpresa, la matita scorreva senza ostacoli sul foglio. Sarebbe stato così fino al termine. Se libro mai mi venne ispirato, fu proprio quello. Un segno, anni più tardi, venne a confermare questa impressione.
Nella notte del 20 febbraio 2001, un mercantile non identificato, carico d’un migliaio d’emigranti curdi, s’arenò deliberatamente, con tutta la velocità che potevano permettergli i suoi vecchi motori, su un ammasso di rocce emerse, unite alla terraferma, proprio a... Boulouris, a una cinquantina di metri da Castelet! Quella punta rocciosa, dove andavo a nuotare quando faceva bel tempo. Era parte del mio paesaggio. Certo, non erano un milione, come li avevo immaginati, a bordo d’una vecchia flotta, ma comunque erano sbarcati accanto a me, nel pieno scenario del Campo dei Santi, per recitarvi il primo atto! Il rapporto radio dell’elicottero della Gendarmeria all’alba del 21 febbraio diffuso dall’Afp sembra estratto, parola per parola, dai primi tre paragrafi del libro. La stampa sottolineò la coincidenza, che apparve a certuni, e a me, come frutto non solo del caso... Questo libro è uscito nel gennaio 1973. A quarantotto anni non avevo pubblicato che dei racconti di viaggio o d’esplorazione, delle novelle, una serie di cronache e di reportage nel Figaro, e due romanzi di gioventù presto dimenticati, ambientati in Perù e in Giappone: nulla per cui pretendere una notorietà nel santuario germano-pratin (l’aggettivo si riferisce al quartiere parigino di SaintGermain-des-Prés, cuore letterario della città, ndt) che d’altronde frequentavo poco. Fu l’editore che se ne incaricò, e con lui tutto il prestigio della sua casa. Robert Laffont prese contatto, personalmente, con tutte le librerie importanti in Francia. Era il suo libro. Lo conosceva così bene che sembrava averlo scritto lui. Cliente abituale d’un bistrò italiano alla rue des Canettes, quest’uomo riservato, poco loquace, dalla voce assente, abbandonando la conversazione usciva improvvisamente dal suo guscio e, con uno slancio da neofita, raccontava Il Campo dei Santi ai commensali. S’impegnava anche coraggiosamente a convincere, d’altronde senza successo, la temibile papessa delle pagine letterarie del giornale Le Monde. A modo suo, era un grande ingenuo, Robert Laffont... Si era scommesso su un best-seller. A primavera, ci si disilluse.
Nella stampa di destra, un magro concerto, con note dissonanti. L’Aurore e il Quotidien du médecin se la cavarono con un’intervista, ciò che esonerò i loro cronisti dal compromettersi. Valeurs actuelles (Paul Vandromme) e Minute (Jean Bourdier), che era allora un settimanale molto letto, non mancarono di coraggio, senza dimenticare i piccoli, i marginali come Aspect de la France o Rivarol. L’onnipresente Figaro, dove scrivevo regolarmente e dove scrivo ancora di tanto in tanto, mi stroncò, attraverso la penna intinta nell’umanitarismo e nel conformismo plebiscitario di Claudine Jardin. Un aiuto in controtendenza e del tutto inatteso, considerata l’inversione di rotta postconciliare, giunse tuttavia da due gesuiti di peso, padre Lucien Guissard in La Croix e padre Pirard in La Libre Belgique... Da parte dei grandi quotidiani di provincia, sempre abbigliati della loro orientata neutralità, non una riga, non un eco, con la notevole eccezione del Progrès de Lyon, che liquidò Il Campo dei Santi e Le Scuderie dell’Occidente di Jean Cau, come destinati all’insuccesso. Mi sento tanto solo da quando Jean Cau è morto... E per chiudere le celebrazioni, la stampa di sinistra, maggioritaria, Le Monde e L’Observateur in testa, rimase muta. Trentasette anni e venticinque libri più tardi, lo è rimasta – sono nella loro lista nera – senza comunque rinunciare a far sapere, durante tutti questi anni, quanto l’autore del Campo dei Santi fosse odioso e infrequentabile. Io considero questo come un onore; meglio così, alla lunga non ne sono certo uscito perdente! In totale, nel 1973: una tiratura di 20.000 copie, di cui 15.000 vendute. Robert Laffont commentò laconicamente: «Un grande romanzo, su un tema importante, che non ha incontrato l’adesione di tutti...». Fine della partita? Nient’affatto. Un inizio. Fu negli Stati Uniti, due anni dopo, che risuonarono le campane della rivincita: l’editore Charles Scribner, una sorta di Gallimard americano, pubblicò The Camp of the Saints nel 1975. Mi aveva spedito un biglietto aereo perché mi recassi a New York a incontrare il traduttore, il professor Norman Shapiro, e spiegassi parole ed espressioni che potessero generare equivoci. Non ho mai percepito, nell’uno o nell’altro, la minima reticenza riguardo al tema del libro, e particolarmente in Shapiro, che non era uomo di destra. Fu un successo di stampa e di vendita, seguito da diverse ristampe e dal T. S. Eliot Award che mi fu conferito a Chicago nel 1997. Ronald Reagan e Samuel Huntington (l’autore de Lo scontro delle civiltà) furono tra i suoi più eminenti lettori. Jeffrey Hart, professore a Princeton, cronista e celebre columnist americano, scrisse: «Raspail is not writing about race, he is writing about civilization...». Numerose sono le università in cui The Camp of the Saints, diventato un classico, è continuamente oggetto di approfondimenti e di dibattiti. Seguirono, sullo slancio, le edizioni inglesi, spagnole, portoghesi, brasiliane, tedesche, olandesi, poi russe, ceche, polacche... saluto con una certa esitante emozione la traduzione in afrikaans, pubblicata a Pretoria nel 1990. [...]
Il tema del Campo dei Santi è d’una estrema semplicità. Può riassumersi in una ventina di righe: nella notte, sulle coste meridionali del nostro Paese, 100 navi ormai ridotte a rottami si arenano, cariche d’un milione d’emigranti. Dei poveracci braccati dalla miseria, delle famiglie intere con donne e bambini, sciami venuti dal sud del nostro mondo, attratti dalla Terra promessa. Sperano. Ispirano una immensa pietà. Sono deboli. Sono disarmati. Hanno la potenza del numero. Sono oggetto dei nostri rimorsi e del molle buonismo delle nostre coscienze. Loro sono l’Altro, cioè la moltitudine, l’avanguardia della moltitudine. Ed ora che sono là, li accettiamo da noi, in Francia, «terra d’asilo e d’accoglienza», a rischio d’incoraggiare la partenza d’altre flotte di sventurati che, laggiù, si stanno preparando? L’Occidente, tutto intero, si scopre minacciato. Minacciato di sommersione. Allora che fare? Rimandarli da dove sono venuti, ma come? Rinchiuderli in campi, dietro dei fili spinati? Non molto bello, ma dopo? Usare la forza contro la debolezza? Inviare contro di loro i nostri marinai, i nostri soldati? Sparare? Sparare nel mucchio? Chi obbedirebbe a simili ordini? A tutti i livelli, coscienza universale, governi, equilibrio delle civilizzazioni, e soprattutto ognuno dentro di sé, ci si pongono queste domande, ma troppo tardi…
Il racconto rispetta le tre unità, di tempo, di luogo e d’azione. È un testo allegorico. Tutto si snoda in ventiquattr’ore, mentre nella realtà si tratta d’una sommersione continua, lungo gli anni, di cui noi non misureremo la catastrofica pienezza che alla svolta del periodo 2045- 2050, quando si sarà innescato il rovesciamento demografico finale: in Francia, e presso i nostri più immediati Paesi vicini, nelle zone urbanizzate dove vivono i due terzi della popolazione, 50% degli abitanti di meno di 55 anni saranno d’origine extraeuropea. Dopo di che, questa percentuale non smetterà più di aumentare.
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(IStock)
Motus Studios, Kino Produzioni e Red Monk Studio: «Opere fatte e distribuite all’estero».
E alla fine sono arrivate le lettere anche di Motus Studios International, Red Monk Studio e Kino Produzioni per difendere il loro operato dopo l’articolo pubblicato da questo giornale nei giorni scorsi sotto il titolo “Sei milioni di sussidio a un film senza titolo”. Un accostamento, quello tra le loro produzioni e l’aggettivo «fantasma» (perifrasi usata negli ambienti del ministero della Cultura per indicare 12 opere di cui non si contesta l’esistenza bensì l’assenza di tracciabilità pubblica, ossia di spese rendicontate), che proprio non è piaciuto alle tre società.
«Con riferimento all’articolo dal titolo “Sei milioni di sussidio a un film senza titolo” e all’infografica “Soldi sprecati: opere totalmente prive di tracciabilità pubblica (film fantasma)” pubblicati alle pagine 17 e 18 della versione cartacea e digitale del 29 giugno 2025, la Kino Produzioni ritiene che la menzione in tale contesto del proprio nome e del film I don’t understand you da essa realizzato come produttore esecutivo di un film straniero (statunitense) sia errata, fuorviante e diffamatoria in quanto la normativa vigente consente piena tracciabilità del tax credit e non richiede di soddisfare alcun requisito di diffusione in Italia (o altrove) dei film che ne beneficiano; precisa inoltre che il film in questione ha avuto diffusione all’estero, dove è tra l’altro disponibile su alcune delle principali piattaforme di streaming», spiegano, appunto, da Kino. Quasi le stesse parole utilizzate dal ceo di Red Monk Studio srl, Pedro Citaristi: «In merito all’articolo di Davide Perego “Sei milioni di sussidio a un film senza titolo” pubblicato su La Verità il 29 giugno 2025 si precisa che Red Monk Studio srl è totalmente estranea al contestato uso illecito e fraudolento degli incentivi derivanti dal tax credit. Diversamente da quanto riportato, le produzioni Me and my compost e Les Triplés sono tutt’altro che “fantasma”. I primi 26 episodi di Compostman et moi sono stati realizzati e visibili su Play RTS dell’omonimo canale svizzero dall’8 giugno 2025 mentre ulteriori 26 episodi sono in corso di realizzazione. Anche la serie Les Triplés è stata completata e trasmessa, dal 13 gennaio 2024, su France 5 ed è online su france.tv». Norme di legge previste dal tax credit italiano ottemperate, le opere ci sono ma per vederle «in Italia» bisogna andare sui siti di tv o piattaforme estere.
Una via più personale l’ha scelta Emanuele Moretti, amministratore di Motus Studios International srl, che ha scritto una mail al giornale per «difendere la società che amministro e tutte le persone che lavorano con noi e che, in questo periodo di incertezza, stanno soffrendo molto». A proposito dei «12 film definiti “fantasma”, dei quali si afferma non vi sia tracciabilità pubblica», Moretti bolla tutto come «falsità». «Cosa si intende per “tracciabilità pubblica”? Basta digitare su Google Deep six Tom Welling e si trova il trailer ufficiale. Inoltre, in alcuni Paesi il distributore ha cambiato il titolo in Mafia War, come facilmente verificabile sull’Internet movie database (Imdb). A oggi, il film è uscito in 10 Paesi - più della media della maggior parte dei film “italiani” - e uscirà anche in altri territori. Si intende forse la tracciabilità del tax credit ricevuto? Come avviene in ogni parte del mondo, anche in Italia abbiamo ottemperato alla lettera e con assoluta serenità a ogni disposizione di legge. Non in modo semplicemente trasparente: di più. Il produttore americano Sasha Yelaun, con oltre 30 film all’attivo, è rimasto esterrefatto dall’articolo che appare a tutti assurdo, offensivo e pretestuoso. Questa caccia alle streghe mediatica contro il cinema italiano, che anche il vostro giornale sta contribuendo a portare avanti, è fortemente illiberale».
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Maurizio Belpietro e Giorgia Meloni
Oggi a Palazzo Brancaccio Tajani, Salvini, Crosetto e Pichetto Fratin. Il direttore Belpietro intervista dal vivo Giorgia Meloni.
Ritorna oggi Il giorno della Verità, l’appuntamento promosso dal nostro quotidiano per raccontare e approfondire, in modo chiaro e senza filtri, le grandi questioni che incidono sulla vita del Paese. Dopo la prima edizione tenutasi nel 2024 a Milano, l’evento (che sarà trasmesso in diretta streaming sulla nostra home page e sul canale Yotube Tivù Verità), si sposta quest’anno a Roma. Oggi, nella splendida cornice di Palazzo Brancaccio, si alterneranno sul palco ministri, imprenditori, dirigenti, accademici, esperti e giornalisti per confrontarsi sull’attualità nazionale e sulle trasformazioni in atto nel contesto globale. Lo spirito è lo stesso che ha animato la nascita del format: offrire uno spazio autentico di dialogo, senza passerelle né giri di parole, dove le domande vanno dritte al punto e le risposte il più possibile concrete. Al centro del dibattito: politica, economia, imprese, ambiente, cultura e tecnologia, ma anche energia, innovazione, fisco e nuovi equilibri internazionali. Anche quest’anno, Il giorno della Verità vedrà la partecipazione di esponenti di primo piano del governo. Accanto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che concluderà l’evento con un’intervista esclusiva condotta dal direttore Maurizio Belpietro, interverranno cinque ministri dell’esecutivo. Antonio Tajani (Affari esteri e cooperazione internazionale), Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy), Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente e sicurezza energetica), Guido Crosetto (Difesa) e Matteo Salvini (Infrastrutture e trasporti), quest’ultimo in collegamento video, offriranno il loro punto di vista sui temi chiave dell’attualità: dalla transizione energetica all’autonomia strategica europea, dallo sviluppo infrastrutturale alla politica estera, passando per le grandi sfide industriali del Paese.
Oltre alla politica, sarà protagonista anche il mondo delle imprese, con la presenza di amministratori delegati, economisti e analisti pronti a discutere alcuni tra i dossier più caldi del momento. Voci che rappresentano il Paese reale, quello che ogni giorno si misura con problemi da risolvere e decisioni operative. Si parlerà di innovazione tecnologica e del difficile equilibrio tra sviluppo e sostenibilità, ma anche di scenari energetici globali e delle nuove dinamiche che stanno ridisegnando i rapporti economici e commerciali a livello internazionale. Il programma dell’evento si articola infatti in diversi panel tematici. Il primo, dal titolo «Il ponte del futuro / L’Italia che corre», sarà dedicato al tema infrastrutture e innovazione digitale, in una tavola rotonda che si pone come obiettivo quello di analizzare un’Italia che corre, ma che rischia di inciampare se non imbocca riforme strutturali. Tra gli interventi attesi: Stefano Antonio Donnarumma, amministratore delegato e direttore generale del Gruppo Fs; Elisabetta De Bernardi, direttore della gestione del patrimonio di Mundys; Benedetto Levi, amministratore delegato di Iliad; Andrea Stazi, senior advisor di Multiversity. Un confronto che proverà a rispondere a una domanda chiave: l’Italia sta davvero imboccando la strada giusta per diventare un Paese connesso, competitivo e moderno?
Il secondo panel, «Clima di potere», si concentrerà sull’intreccio tra transizione ecologica, politica energetica e scenari geopolitici. Interverranno, oltre al ministro Pichetto Fratin, Roberto Tasca (presidente A2A), Enrico Resmini (direttore delle attività non regolate di Acea), Nicolò Mardegan (responsabile delle relazioni esterne di Enel) e Annalisa Muccioli (responsabile Ricerca e sviluppo e funzioni tecniche di Eni). Un’occasione per fare il punto sulle sfide ambientali e sul ruolo dell’Italia nel nuovo equilibrio globale delle fonti energetiche. Non mancherà uno spazio dedicato alla trasparenza e alle questioni etiche legate alla gestione delle finanze vaticane.
Il panel «Tasse e trasparenza» affronterà infatti il tema dell’eredità finanziaria di papa Francesco e sarà animato da un dialogo tra Pierluigi Consorti, professore ordinario dell’università di Pisa, e Gianluigi Nuzzi, giornalista e autore di inchieste che hanno segnato il dibattito pubblico su questo tema delicato e controverso.
Il panel «Economia globale, dazi, nuovi equilibri geopolitici» tratterà invece il tema della competitività italiana ed europea in un mondo sempre più multipolare, in cui le tensioni internazionali e la partita sui dazi sono al centro della scena. A discutere di economia globale e di autonomia strategica dell’Europa, insieme al ministro Urso, saranno Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia; Roberto Alesse, direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli; Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano. Spazio anche all’agroalimentare e ai progetti di espansione all’estero, con il racconto di un’esperienza concreta e un’intervista a Federico Vecchioni, ceo di Bonifiche Ferraresi, sul piano di internazionalizzazione del gruppo nei Paesi africani, incentrato sul tema della sicurezza alimentare, a dimostrazione di come anche l’agroindustria italiana possa essere protagonista di uno sviluppo sostenibile a livello globale. A condurre i vari momenti dell’evento saranno, oltre a Belpietro, il condirettore, Massimo de’ Manzoni, il vicedirettore Claudio Antonelli e la giornalista Rai Manuela Moreno.
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