Daniele Capezzone e Camilla Conti parlano del caos scuola e trasporti, della campagna vaccinale, della copertura mediatica in Italia e all'estero.
Enrico Giovannini (Ansa)
Dopo i proclami delle scorse settimane sui controllori anti Covid da sguinzagliare sui trasporti, Enrico Giovannini ammette: «Verifiche irrealizzabili». Quanto andranno avanti con contraddizioni e bugie?
È bastato attendere una settimana per scoprire il bluff di Enrico Giovannini, ministro delle infrastrutture e delle mobilità sostenibili (ma di quelle insostenibili, cioè che inquinano, il ministro chi è?). Con l'avvicinarsi dell'inizio delle lezioni e il ritorno alle normali attività lavorative, si sapeva che il problema dei trasporti si sarebbe riproposto. Ma, con una pomposa intervista rilasciata al Corriere della Sera, il responsabile del dicastero che vigila su treni, autobus e metropolitane aveva garantito che tutto era pronto per evitare il peggio, cioè i contagi. Ora il piano annunciato con tanta enfasi - un'intera pagina del suddetto quotidiano - si sta rivelando quel che era, ossia aria fritta. Giovannini aveva infatti annunciato maggiori controlli, per evitare che i mezzi pubblici fossero troppo affollati e i passeggeri non rispettassero le misure di prevenzione anti Covid. Per l'occasione, l'ex presidente dell'Istat prestato alla politica aveva addirittura rispolverato i verificatori, ossia gli incaricati di accertare che i viaggiatori siano provvisti di biglietto. Spariti da tempo da tram e autobus e non per il Covid ma per carenza di personale, le poche centinaia di controllori avrebbero dovuto, secondo Giovannini, trasformarsi in una specie di polizia urbana addetta a dirimere il traffico sui mezzi pubblici, vale a dire il distanziamento, ma soprattutto il corretto uso della mascherina, oltre naturalmente che il green pass. Peccato che arrivati al dunque, cioè all'inizio della stagione scolastica, il ministro ammetta che le cose non stanno esattamente come ce le aveva raccontate. Intervenendo ieri durante una trasmissione televisiva sulla Rai, Giovannini ha candidamente detto che «l'introduzione del green pass su treni a lunga percorrenza, aerei e navi ha funzionato molto bene, ma non lo si può imporre sul trasporto pubblico locale semplicemente perché dal punto di vista organizzativo non sarebbe gestibile».
In pratica, sta succedendo ciò che avevamo denunciato fin dal principio, ovvero che il green pass sarebbe servito solo per i treni ad alta velocità. Tanto per capire di che cosa stiamo parlando, le Fs ogni anno trasportano poco più di 190 milioni di passeggeri, mentre sui Frecciarossa ne viaggiano 5 milioni e rotti. Dunque, il successo celebrato da Giovannini riguarda il 2,5% della popolazione che sale sui treni: mica male come trionfo. Naturalmente da questo calcolo sono esclusi i passeggeri di metropolitane, tram e autobus, perché per quelli, come ha spiegato egli stesso durante la puntata di «Agorà», non è possibile pretendere l'esibizione del green pass, dunque, «nella prima fase i controllori opereranno da terra, per evitare ad esempio di far salire le persone quando il bus è pieno». In pratica, i verificatori non potranno praticamente fare nulla, perché essendo poche centinaia a fronte di decine di migliaia di corse, non saranno certo in grado di contare i viaggiatori e men che meno il distanziamento a bordo o il corretto uso dei dispositivi di protezione. Ma il ministro alla Fuffa si consola annunciando di aver imposto in ogni città l'istituzione del mobility manager, ovvero di aver risolto il problema scaricandolo su un burocrate appositamente incaricato.
Tra le incongruenze per cui si distingue l'azione di alcuni ministri dell'attuale governo ne segnaliamo una che, manco a dirsi, riguarda Roberto Speranza, il noto esperto di pandemia che dopo aver affrontato l'emergenza con i risultati che sono a tutti conosciuti ora si prefigge di vaccinare il mondo. Tra le nuove disposizioni che vorrebbe introdurre con il green pass allargato, oltre all'obbligo per cuochi, camerieri e personale di servizio a contatto con il pubblico (c'è da chiedersi perché i clienti erano tenuti ad averlo già dal 6 di agosto e chi cucinava e consegnava i piatti sarà obbligato ad esibirlo solo dal primo di ottobre, ma questo è un dettaglio), c'è il tampone per chiunque si rechi in ospedale. Sì, presto non basterà più essere vaccinati con due dosi, né disporre del green pass, ma per accedere alle corsie come visitatori o anche solo per sottoporsi a una visita, sarà indispensabile un tampone eseguito nelle ultime 48 ore. Con il che il ministro della Salute certifica che il green pass - ossia il certificato vaccinale che dovrebbe garantire di essere esente da Covid - non garantisce un bel niente, perché come è ormai evidente si può essere contagiati e contagiosi anche dopo aver ricevuto una o più dosi di siero. Dunque, ci si chiede, ma perché avete raccontato agli italiani che il lasciapassare verde era un documento indispensabile per assicurare la sicurezza in luoghi al chiuso? Perché, in sostanza, continuate a prendere in giro gli italiani, raccontando una montagna di balle?
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Riduci
Ansa
Al flop di Luciana Lamorgese su immigrazione e rave di Viterbo si aggiungono quello di Patrizio Bianchi sulla ripresa delle lezioni e quello di Enrico Giovannini sui pendolari: a pochi giorni dalla fine delle vacanze regna ancora il caos.
La trattativa Stato-Rave si è conclusa con la partenza dei fattoni, che a scanso di equivoci e di querele non sono né i colleghi del Fatto Quotidiano né i lettori del giornale diretto da Marco Travaglio, ma le migliaia di sbandati che da giorni occupavano una tenuta in provincia di Viterbo. Lo sgombero non è stato la conseguenza dell'intervento del ministro dell'Interno come ci si sarebbe aspettati, ma dell'esaurimento delle scorte di siringhe nelle farmacie della zona. Non avendo altri mezzi per farsi, dopo giorni di sballo ad alta gradazione e a tutto volume, in migliaia hanno levato le tende, lasciandosi dietro devastazione e cumuli di immondizia. Il proprietario dei terreni che costeggiano il lago di Mezzano, nel Comune di Valentano, dove alleva ovini, dopo aver passato giorni a protestare e a chiedere inutilmente l'intervento delle forze dell'ordine, si è dedicato alla conta dei danni, avendo però già la certezza che nessuno pagherà. Il rave, come è noto, non era autorizzato e le autorità non si sono date però da fare per impedirlo e per identificare gli organizzatori. Risultato, la trattativa Stato-Rave, andata avanti per giorni senza che nessuno si prendesse la responsabilità di dare l'ordine di sgombero, è destinata a concludersi con l'impunità. Tutto ciò mentre al normale cittadino che non sia in regola con le vaccinazioni o che non rispetti il distanziamento, polizia e carabinieri sono costretti a elevare fior di multe. Per i fattoni no, a loro tutto è permesso: occupare un suolo privato invadendo una tenuta, rubare le batterie dei trattori e ogni altra cosa si rendesse utile per il concerto all'aperto, assembrare migliaia di persone in barba a qualsiasi norma di prudenza in un periodo di pandemia, ignorare ogni disposizione dell'autorità.
Comprendiamo che in tempi di concordia nazionale sia difficile ottenere un passo indietro del ministro dell'Interno, ma in altri momenti, dopo le gaffe sui controlli nei ristoranti e l'impotenza manifestata di fronte all'invasione di migliaia di sballati in provincia di Viterbo, a Luciana Lamorgese sarebbe già stato chiesto di fare in fretta le valigie e liberare l'ufficio. Senza dire poi della gestione dei migranti che, dopo la crisi afgana, rischia di aggravarsi e dalla linea adottata fin qui dalla responsabile del Viminale non c'è da aspettarsi nulla di buono se non un'invasione incontrollata.
Tuttavia, siccome non vogliamo dare l'impressione di avercela con il ministro dell'Interno per partito preso, ci tocca segnalare che Lamorgese, quanto a inefficienza, non è sola, ma in compagnia di almeno altri due ministri fra la decina del governo Draghi che non brillano per capacità. Non si può infatti non parlare dell'inerzia che regna al ministero dell'Istruzione, dove le vacanze sembrano non finire mai. Patrizio Bianchi, dopo la magra figura dell'accordo sindacale che di fatto ha legalizzato i professori no vax, è sparito, e a poche settimane dall'inizio delle lezioni la sola misura che risulta chiara è l'invito a tenere aperte le finestre delle aule anche con il maltempo, così da evitare i contagi da coronavirus (ma non le polmoniti). Sì, si andrà in classe con il capotto, perché dopo due anni di pandemia al Miur non sono riusciti a farsi venire un'altra brillante idea.
Ma se il ritorno a scuola rischia di avvenire sotto il segno del caos, anche la ripresa delle attività lavorative non promette bene. Dopo un'estate passata a discutere di green pass (va bene al ristorante, ma non in mensa, insiste Maurizio Landini), nei prossimi giorni gli italiani torneranno ad affollare i mezzi pubblici, ma il sindacato e tantomeno il ministro dei Trasporti Enrico Giovannini paiono non preoccuparsi. Il green pass andrà esibito sui treni ad alta velocità, ma su quelli a bassa, che trasportano i pendolari, non sarà necessario, così come pare non sarà richiesto se si sale su un vagone della metropolitana. Come per il rave, la logica appare chiara: se c'è da multare due tizi che entrano senza mascherina in un locale chiuso si può fare, ma se c'è da affrontare un problema più complesso, cioè migliaia di persone in un campo, migliaia di studenti che si affollano dopo il suono della campanella o migliaia di lavoratori che vanno di fretta per non arrivare in ritardo in ufficio o in fabbrica, ecco, allora il green pass non serve e neppure le norme di sicurezza e prevenzione. In questi casi si può derogare. Di fronte a tanta ipocrisia e altrettanta incapacità, noi vorremmo «derogare» alcuni ministri, rispedendoli a casa il prima possibile, perché abbiamo bisogno di decisione e non di alcuni tecnici indecisi a tutto.
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Al flop di Luciana Lamorgese su immigrazione e rave di Viterbo si aggiungono quello di Patrizio Bianchi sulla ripresa delle lezioni e quello di Enrico Giovannini sui pendolari: a pochi giorni dalla fine delle vacanze regna ancora il caos.
La trattativa Stato-Rave si è conclusa con la partenza dei fattoni, che a scanso di equivoci e di querele non sono né i colleghi del Fatto Quotidiano né i lettori del giornale diretto da Marco Travaglio, ma le migliaia di sbandati che da giorni occupavano una tenuta in provincia di Viterbo. Lo sgombero non è stato la conseguenza dell'intervento del ministro dell'Interno come ci si sarebbe aspettati, ma dell'esaurimento delle scorte di siringhe nelle farmacie della zona. Non avendo altri mezzi per farsi, dopo giorni di sballo ad alta gradazione e a tutto volume, in migliaia hanno levato le tende, lasciandosi dietro devastazione e cumuli di immondizia. Il proprietario dei terreni che costeggiano il lago di Mezzano, nel Comune di Valentano, dove alleva ovini, dopo aver passato giorni a protestare e a chiedere inutilmente l'intervento delle forze dell'ordine, si è dedicato alla conta dei danni, avendo però già la certezza che nessuno pagherà. Il rave, come è noto, non era autorizzato e le autorità non si sono date però da fare per impedirlo e per identificare gli organizzatori. Risultato, la trattativa Stato-Rave, andata avanti per giorni senza che nessuno si prendesse la responsabilità di dare l'ordine di sgombero, è destinata a concludersi con l'impunità. Tutto ciò mentre al normale cittadino che non sia in regola con le vaccinazioni o che non rispetti il distanziamento, polizia e carabinieri sono costretti a elevare fior di multe. Per i fattoni no, a loro tutto è permesso: occupare un suolo privato invadendo una tenuta, rubare le batterie dei trattori e ogni altra cosa si rendesse utile per il concerto all'aperto, assembrare migliaia di persone in barba a qualsiasi norma di prudenza in un periodo di pandemia, ignorare ogni disposizione dell'autorità.
Comprendiamo che in tempi di concordia nazionale sia difficile ottenere un passo indietro del ministro dell'Interno, ma in altri momenti, dopo le gaffe sui controlli nei ristoranti e l'impotenza manifestata di fronte all'invasione di migliaia di sballati in provincia di Viterbo, a Luciana Lamorgese sarebbe già stato chiesto di fare in fretta le valigie e liberare l'ufficio. Senza dire poi della gestione dei migranti che, dopo la crisi afgana, rischia di aggravarsi e dalla linea adottata fin qui dalla responsabile del Viminale non c'è da aspettarsi nulla di buono se non un'invasione incontrollata.
Tuttavia, siccome non vogliamo dare l'impressione di avercela con il ministro dell'Interno per partito preso, ci tocca segnalare che Lamorgese, quanto a inefficienza, non è sola, ma in compagnia di almeno altri due ministri fra la decina del governo Draghi che non brillano per capacità. Non si può infatti non parlare dell'inerzia che regna al ministero dell'Istruzione, dove le vacanze sembrano non finire mai. Patrizio Bianchi, dopo la magra figura dell'accordo sindacale che di fatto ha legalizzato i professori no vax, è sparito, e a poche settimane dall'inizio delle lezioni la sola misura che risulta chiara è l'invito a tenere aperte le finestre delle aule anche con il maltempo, così da evitare i contagi da coronavirus (ma non le polmoniti). Sì, si andrà in classe con il capotto, perché dopo due anni di pandemia al Miur non sono riusciti a farsi venire un'altra brillante idea.
Ma se il ritorno a scuola rischia di avvenire sotto il segno del caos, anche la ripresa delle attività lavorative non promette bene. Dopo un'estate passata a discutere di green pass (va bene al ristorante, ma non in mensa, insiste Maurizio Landini), nei prossimi giorni gli italiani torneranno ad affollare i mezzi pubblici, ma il sindacato e tantomeno il ministro dei Trasporti Enrico Giovannini paiono non preoccuparsi. Il green pass andrà esibito sui treni ad alta velocità, ma su quelli a bassa, che trasportano i pendolari, non sarà necessario, così come pare non sarà richiesto se si sale su un vagone della metropolitana. Come per il rave, la logica appare chiara: se c'è da multare due tizi che entrano senza mascherina in un locale chiuso si può fare, ma se c'è da affrontare un problema più complesso, cioè migliaia di persone in un campo, migliaia di studenti che si affollano dopo il suono della campanella o migliaia di lavoratori che vanno di fretta per non arrivare in ritardo in ufficio o in fabbrica, ecco, allora il green pass non serve e neppure le norme di sicurezza e prevenzione. In questi casi si può derogare. Di fronte a tanta ipocrisia e altrettanta incapacità, noi vorremmo «derogare» alcuni ministri, rispedendoli a casa il prima possibile, perché abbiamo bisogno di decisione e non di alcuni tecnici indecisi a tutto.
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L'inizio dell'anno scolastico a settembre non è una novità ma il governo riesce a farsi cogliere impreparato. Norme pubblicate in ritardo e confusionarie. «È in corso una riflessione». Su trasporti e mascherine il nulla.
Le regole per riaprire la scuola? Saranno note dopo che la scuola avrà riaperto. Il governo dei migliori riesce in un'altra delle imprese peggiori. Infatti, sebbene l'inizio dell'anno scolastico a settembre non sia esattamente una novità dell'ultima ora, riusciamo a farci cogliere impreparati. Ma non solo impreparati perché non abbiamo fatto nulla. No, per quello, cioè per un flop ordinario, bastava anche l'ordinario disastro di Lucia Azzolina. Adesso sono entrate in campo le menti straordinarie e dunque anche il pasticcio assurge a vette straordinarie: oltre a non aver fatto nulla, infatti, il governo fa qualcosa di peggio. Annuncia, cioè, l'arrivo di nuove e meravigliose regole per fare chiarezza sull'inizio della scuola. Che però saranno pronte solo quando la scuola sarà già abbondantemente iniziata.
Il risultato è che studenti e prof, alla seconda ripartenza dell'era Covid, vengono abbandonati nella confusione peggio che alla prima. Non si capisce nulla di nulla: green pass, distanziamento, temperatura, controlli, sanzioni. La confusione è totale. Che succederà? Nessuno sa dirlo. Nemmeno quelli che da mesi dovrebbero occuparsi giorno e notte soltanto di questo. A cominciare dal ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, il quale esce dal lungo letargo estivo solo per innestare precipitose marce indietro sui tamponi gratuiti agli insegnanti, generando ulteriori incertezze. E proseguendo poi con la sottosegretaria dell'Istruzione, Barbara Floridia, che infatti parla di «poca chiarezza nelle norme» (se lo dice lei), annunciando un emendamento per «declinare meglio alcuni aspetti della normativa». Emendamento che però, come ha anticipato ieri il Corriere della Sera, difficilmente potrà essere approvato prima del 13 settembre, data di inizio delle lezioni. E sicuramente non prima del primo settembre, data di riapertura delle scuole.
se ne parla da mesi
Dunque, per ammissione stessa dei vertici ministeriali, le scuole quest'anno apriranno senza che sia stata data un'indicazione su come devono aprire. Nell'incertezza. Nella poca chiarezza. Non è meraviglioso? E meno male che questi sono i migliori. Se fossero i peggiori che cosa farebbero? Bombarderebbero direttamente le aule scolastiche? Deporterebbero i presidi? Per altro delle misure necessarie per la scuola si parla da mesi. Come mai le norme sono state approvate solo a inizio mese (tardi) e pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale del 6 agosto (in extremis)? Aspettare l'ultimo minuto è già una follia. Eppure, come dicevamo, questa follia non è ancora nulla. Appena pubblicato quel decreto, infatti, al ministero si sono accorti che le indicazioni in esso contenute erano confusionarie. E così hanno cominciato a dire: «serve un chiarimento», «bisogna declinare meglio», e persino «è in corso una riflessione». Giuro. «È in corso una riflessione» sta scritto in un post della sottosegretaria Floridia dell'8 agosto. Due giorni dopo l'approvazione del decreto. Al che qualcuno potrebbe anche domandarsi col dovuto (si fa per dire) rispetto: ma non potevate riflettere un po' prima?
Evidentemente no. E così mentre nei cervelloni del ministero sono in corso profonde, seppur tardive, riflessioni, presidi, docenti e studenti sono abbandonati nel caos. La distanza di un metro fra un banco e l'altro, per dire, va rispettata in modo rigoroso (protocollo firmato con i sindacati) o è solo una «raccomandazione» (nota del ministero)? Il green pass lo devono controllare i presidi (come chiede il ministero) o le Asl (come chiedono i presidi)? E se lo fanno i presidi potranno incorrere in sanzioni? Quali? E ancora: come funzionerà il tampone? Per chi sarà gratuito? La temperatura verrà misurata agli studenti? A casa o a scuola? E da chi? E se il supplente si può chiamare solo al quinto giorno, cioè quando al prof no vax viene sospeso lo stipendio, chi coprirà gli altri quattro giorni? Tutte domande che partono dalle cattedre e rimangono senza risposta. Se fosse l'interrogazione a uno studente sarebbe una solenne insufficienza. Invece è l'interrogazione al ministero. Dunque è una solenne indecenza.
non è stato fatto nulla
Anche perché in questi mesi non è stato fatto niente ma proprio niente per migliorare tutto ciò che sarebbe stato da migliorare per l'avvio dell'anno scolastico. Più spazi? Nemmeno per idea. Addio classi pollaio? Figuriamoci. Impianti di aerazione? Non pervenuti. Patrizio Bianchi presiedeva la task force che l'anno scorso, con Lucia Azzolina ministro, doveva preparare la ripartenza di settembre. Fu un flop. E lui si sfilò accusando, poco elegantemente la medesima Azzolina. Ora però che è ministro è riuscito a fare di peggio. Anche sui trasporti, infatti, siamo fermi al palo: il ministro Enrico Giovannini propone scuolabus per studenti delle superiori, ma pare non se ne faccia nulla. Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, propone mascherine Ffp2 per gli studenti sui bus, e pare se ne faccia qualcosa. Ma nessuno sa ancora dire come, quando e perché. Risultato? Fra dieci giorni le scuole riaprono e nessuno sa che cosa fare. Ci sono stati mesi per prepararsi ma ci spiegano che la chiarezza (se mai arriverà) arriverà quando le scuole saranno aperte. Con comodo. Magari prima di Natale. Se ce la fate. O per Pasqua, come sorpresa dentro l'uovo. Nel frattempo l'unica indicazione certa che arriva dall'alto è (udite udite) che in classe bisogna tenere le finestre aperte. Anche d'inverno. Perfetto. Che le aprissero anche al ministero, però. Con l'aria gelida, chissà, magari prima o poi si svegliano.
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Riduci





