Il Canada punta a diventare una Big Oil. In Argentina boom dello shale oil. Il prezzo del rame torna a salire. USA: passa il Big Beautiful Bill, fine dei sussidi green.
Goldman Sachs è uscito dalla rete internazionale che punta sulle aziende «pulite»: scarsi i ritorni. L’agenzia S&P: i governi non hanno i soldi per supportare il nuovo corso.
Il grande capitale mondiale crede sempre meno nella rivoluzione verde. Si susseguono i report delle principali banche d’affari e dei gestori di fondi che mettono in luce la difficoltà di avere guadagni adeguati dagli investimenti nelle energie alternative.
Nei giorni scorsi avevamo riportato il contenuto dei report della casa d’investimento francese Carmignac e degli australiani di Maquarie, oggi sono scesi in campo due big globali come S&P e Goldman Sachs, la più importante e blasonata banca d’affari del mondo.
Ogni sua parola è considerate il Vangelo dei mercati finanziari. S&P rileva che I governi hanno finito i soldi per finanziare la rivoluzione verde e nel frattempo devono prendere atto che la sensibilità degli elettori si sta spostando: non è più l’ambiente la priorità ma le guerre e la sicurezza nazionale.
Ancora più clamorosa la decisione di Goldman Sachs che annuncia l’uscita dal club Climate Action 100+, rete internazionale di investitori focalizzata sul clima e sulla riduzione di emissioni di gas serra. Gli aderenti a questa comunità si erano impegnati a effettuare gli investimenti prevalentemente in aziende «carbon free» o comunque dotate di credibili piani di decarbonizzazione. Hanno cambiato idea tenuto conto che da questi impieghi hanno ottenuto finora ben poche soddisfazioni.
Tanto per capire: lunedì Vestas, multinazionale danese che fabbrica turbine per l’eolico ha perso l’8% alla Borsa di Copenaghen dopo aver annunciato una riduzione delle stime di utile e fatturato a causa del calo della domanda. Il tracollo in Borsa di Vestas ha travolto anche l’italiana Erg di proprietà della famiglia Garrone che abbandonato il business del petrolio si è lanciata sulle energie alternative. Oggi è la principale azienda italiana del settore.
Il titolo dall’inizio dell’anno perde circa il 17% a fronte dell’indice generale di Piazza Affari che nonostante I recenti cali conserva ancora un vantaggio del 5% su gennaio.
Oltre a Goldman Sachs, altri gestori patrimoniali, tra cui Tcw e Mellon Investments hanno abbandonato il club degli investitori «carbon free» dopo le lettere con cui i clienti lamentavano l’esiguità dei guadagni.
Le nuove diserzioni seguono quelle annunciate all’inizio dell’anno da investitori tra cui Invesco, JPMorgan Asset Management, State street global advisors e Pimco, e il trasferimento da parte di BlackRock della sua partecipazione all’iniziativa a BlackRock International.
Gli analisti di S&P si concentrano sul comportamento dei governi che stanno riducendo i finanziamenti alla rivoluzione verde. L’assenza di aiuti pubblici è una grave criticità che rallenterà il cambio di parametro. Secondo gli analisi «il raggiungimento degli obiettivi della transizione energetica è sempre meno una priorità politica per sempre più Paesi nel mondo».
I governi frenano perché «gli elettori europei sembrano ora più concentrati su rischi geopolitici e pressioni sul costo della vita, piuttosto che al cambiamento climatico», si legge nella nota.
Il tema è particolarmente rilevante per l’Europa, sempre più bisognosa di importare energia che costa sempre più cara. Resta il fatto che secondo S&P, questa contingenza è un incentivo a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, che ha «compromesso in modo significativo la crescita e la performance fiscale dei Paesi europei. Allo stesso tempo, lo choc dei prezzi dei combustibili fossili potrebbe aver ulteriormente rafforzato l’impulso per l’espansione delle rinnovabili anche sotto l’aspetto della sicurezza energetica, in particolare per gli importatori netti di energia. Inoltre, le tecnologie verdi, soprattutto l’energia rinnovabile, sono sempre più competitive». Insomma l’agenzia si rammarica del fatto che gli elettori non vogliono più pagare tasse aggiuntive per finanziare l’ideologia verde.
S&P conclude lo studio ricordando che anche la riduzione del prezzo del petrolio diventa un ostacolo alla transizione. Se i combustibili fossili costano troppo poco viene meno la spinta a cercare altre fonti.
A tenere bassi i prezzi del petrolio sono soprattutto i Paesi produttori che hanno assoluto bisogno di vendere il loro prodotto per sopravvivere.
Per esempio l’Iraq ha prodotto 4,33 milioni di barili al giorno a luglio, 400.000 in più rispetto alla sua quota. Ciò ha contribuito alla crescita della produzione Opec di 130.000 barili al giorno, arrivando a 26,89 milioni. I produttori non-Opec hanno aggiunto altri 14,14 milioni di barili, in aumento di 30.000 su base mensile. La tendenza è stata guidata dal Kazakistan, che ha aumentato la produzione di 30.000 barili e oggi sta producendo 120.000 barili in più rispetto alla sua quota.
Anche la Russia sconfina, con una produzione di 9,10 milioni di barili al giorno a luglio, rispetto a un tetto di 8,98 milioni.
I produttori in eccesso prevedono di riportare gradualmente sul mercato i barili di cui hanno bisogno per sostenere i loro bilanci se le condizioni lo consentiranno. Altri 3,6 milioni di barili al giorno di tagli a livello di gruppo sono in atto fino alla fine del 2025. L’aumento della produzione di luglio è avvenuto nonostante le difficoltà dei Paesi africani: la produzione in Nigeria, Sud Sudan, Gabon e Libia ha avuto un calo complessivo di 80.000 barili al giorno.
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Joe Biden (Ansa)
Contro la legge protezionista Usa, l’Ue punta su regole più snelle sugli aiuti di Stato e un fondo ad hoc. Noi rischiamo di rimetterci.
L’Inflaction reduction act (Ira), ovvero la legge americana contro l’inflazione che prevede sussidi green, continua a far discutere l’Europa. Che ora vuole rilanciare con un fondo Ue anti Ira.
«Sostenere la transizione verde è la cosa giusta da fare se lo si fa bene, in maniera trasparente e in modo da garantire una vera par condicio. C’è il rischio che la legge sull’inflazione Usa porti a una concorrenza sleale», ha detto ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo. Sottolineando che c’è bisogno di «una risposta Ue, un Inflaction reduction act europeo», perché «dobbiamo adattare le nostre norme per agevolare gli investimenti pubblici nella transizione e riconsiderare la possibilità di investimenti aggiuntivi».
Per la presidente della Commissione sono tre gli aspetti particolarmente preoccupanti: in primo luogo, la logica del Buy American, che è alla base di gran parte dell’Ira. In secondo luogo, le agevolazioni fiscali, che potrebbero portare a discriminazioni. E terzo, i sussidi alla produzione, che potrebbero svantaggiare le imprese europee. Per rispondere, «dobbiamo adeguare le nostre regole per facilitare gli investimenti pubblici nazionali nella transizione» ha poi precisato annunciando un nuovo quadro di norme per gennaio. Nel frattempo, la von der Leyen ha scritto una lettera ai 27 capi di Stato e di governo in vista del Consiglio europeo. «Stiamo lavorando a stretto contatto con l’amministrazione Biden sugli aspetti più preoccupanti dell’Inflaction reduction act (Ira). Stiamo discutendo su come rafforzare congiuntamente le nostre basi industriali per l’energia pulita e su come assicurarci che i nostri rispettivi programmi di incentivi si rafforzino a vicenda. In ottobre, abbiamo lanciato la task force Usa-Ue, in particolare per discutere di sfide comuni come la nostra eccessiva dipendenza dalle materie prime cinesi, fondamentali per la nostra transizione verde». Nella missiva, la presidente della Commissione Ue aggiunge che «una possibile soluzione potrebbe essere la creazione di un club delle materie prime per superare il monopolio cinese in questo settore» e poi lancia la proposta di «adeguare le nostre norme sugli aiuti di Stato per alcuni anni», perché «dobbiamo rendere più facile per gli investimenti pubblici alimentare questa trasformazione senza precedenti. Le nostre norme sugli aiuti di Stato servono per garantire che le imprese di tutti gli Stati membri competano su un piano di parità all’interno del mercato unico». Ai capi di Stato viene, infine, comunicato che Bruxelles sta effettuando «un nuovo esame per garantire un quadro degli aiuti di Stato più semplice, più rapido e più prevedibile. Dobbiamo consentire il sostegno lungo l’intera catena del valore catena del valore, fino alla produzione delle soluzioni green tech più strategiche e dei prodotti finali puliti», ha chiosato von der Leyen.
Durante il briefing quotidiano con la stampa, la portavoce della Commissione, Dana Spinant, ha poi precisato che nelle reazioni alla mossa della Casa Bianca «non c’è alcun riferimento né a una gara di sussidi né a una guerra commerciale. Al contrario», Bruxelles preme «per un approccio molto aperto sulla base di sette pilastri», che vanno «dal lavoro con gli Stati Uniti sugli aspetti dell’Ira che potrebbero causare danni alle nostre aziende o industrie», al «finanziamento delle tecnologie pulite» dal punto di vista ambientale.
L’obiettivo è ricompattare le diverse posizioni su come reagire al protezionismo di Biden. Questo, per altro, mentre la Ue ha anche annunciato un accordo sul carbon border adjustment, il meccanismo di compensazione della CO2 alle frontiere esterne il cui principale effetto collaterale sarà però anche quello di alimentare l’inflazione strutturale. Lanciare un fondo anti Ira può essere una risposta efficace? Bilanciare la forza degli Usa affinché la legge americana non porti a una concorrenza commerciale sleale può servire a contrastare il monopolio di Pechino sul fronte delle materie prime. Ma ci sono comunque alcuni svantaggi che non vanno sottovalutati.
Per esempio, in Italia c’è il rischio che, una volta versato l’obolo per il nuovo fondo europeo, poi a gestire i progetti siano altri fuori dal Paese. Prendiamo l’esempio delle infrastrutture o dei rigassificatori. Noi mettiamo gran parte dei fondi ma poi a gestire le cordate sono soggetti che parlano altre lingue, come il francese. Facciamo qualche esempio. Ad agosto il colosso transalpino Edf, ha smentito le indiscrezioni su una possibile cessione dell’italiana Edison (di cui possiede il 98%) per raccogliere ulteriori risorse e perseguire la propria campagna nucleare, ma potrebbe comunque decidere di cedere delle quote per dirottare l’investimento verso altre società tricolori. Nei giorni scorsi La Verità ha inoltre raccontato come sul porto di Taranto siano tornati in manovra i cinesi, interessati anche al business dell’eolico, su cui ha messo gli occhi pure un po’ di Francia, con investitori già pronti a realizzare altri progetti in Puglia.
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