«Le Olimpiadi una promozione incredibile che vedremo per anni». Lo ha dichiarato in un'intervista il presidente del Gruppo FS Tommaso Tanzilli.
Lo Stadio del Ghiaccio di Cortina il giorno dell'inaugurazione delle Olimpiadi il 26 gennaio 1956 (Getty Images)
A Cortina esistono ancora alcune strutture costruite per le prime Olimpiadi in Italia. La loro storia alla vigilia dei nuovi giochi del 2026.
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La storia si ripete e in questo caso è anche il luogo ad essere lo stesso. Ad esattamente 70 anni di distanza, le Olimpiadi invernali stanno per aprirsi per la seconda volta a Cortina d’Ampezzo, nel 2026 condivise con Milano. Ai piedi delle Dolomiti, dal 26 gennaio al 5 febbraio 1956, più di 800 atleti da ogni parte del mondo si sfidarono nelle discipline sportive invernali. Erano le prime Olimpiadi in assoluto ad essere disputate in territorio Italiano, a poco più di un decennio dalla fine della Seconda guerra mondiale e a meno di 40 dalle sanguinose battaglie della Grande Guerra, che videro le cime che circondano il comune ampezzino teatro dei più duri combattimenti degli Alpini.
Cortina fu proposta al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) all’inizio del 1949 per iniziativa dell’allora sindaco Angelo Ghedina. La nomina ad ospite dei VII giochi olimpici invernali giunse a grande maggioranza nei voti il 27 aprile 1949. Cortina in sette anni cambiò volto, passando da una località montana per alpinisti appassionati alla località turistica attrezzata ed esclusiva che oggi conosciamo. Il Comitato Organizzatore, presieduto da Paolo Thaon di Revel fu affiancato dal 1953 da quello Interministeriale presieduto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti. Il costo totale delle strutture fu di quasi 2 miliardi di lire, circa 800 milioni in più di quanto preventivato inizialmente per la realizzazione degli impianti olimpici, tutti dislocati nella provincia di Belluno.
Lo Stadio del Ghiaccio è stata sicuramente la struttura simbolo delle Olimpiadi 1956. Di impostazione razionalista, fu progettato da un team di architetti guidati da Mario Ghedina, originario di Cortina e costruito tra il 1952 e il 1955. Studiato per una capienza di circa 8.000 spettatori, vide largo impiego di cemento armato che reggeva tribune quasi verticali sulla pista di 60x30 metri, riparate da tettoia e dotate di un impianto innovativo per il ghiaccio artificiale. E’in funzione da allora e, opportunamente ammodernato, ospiterà le competizioni dei giochi del 2026.
Lo stadio «Apollonio» era un impianto più tradizionale, con tribune e pista di ghiaccio all’aperto. Dedicato agli atleti ampezzini Romano e Armando Apollonio, fu utilizzato come campo per partite di hockey secondarie e per l’allenamento. Riadattato e completato con tribune da una struttura precedente, oggi è sede di un centro sportivo dove si praticano altri sport, non più su ghiaccio.
Lunga è invece la storia del trampolino per il salto con gli sci. Due erano gli impianti preesistenti sulle alture cortinesi. Il primo fu il Trampolino Franchetti, del 1923, finanziato dal barone Carlo Franchetti e interamente in legno di larice per salti fino a 40 metri. Fu inizialmente sostituito dal primo Trampolino Italia del 1940, in cemento. Quest’ultimo era destinato a ospitare i mondiali e la combinata nordica nel 1941 ma lo scoppio della guerra cancellò l’evento. Per le Olimpiadi 1956 era già obsoleto e fu abbattuto, sostituito dal nuovo Trampolino Italia. La struttura, in disuso, esiste ancora oggi ed è considerata un monumento oggetto di restauro, mentre gli impianti per il salto di Milano-Cortina 2026 sono stati realizzati a Predazzo in Trentino (Predazzo Ski Jumping Stadium)
Anche la pista da bob esisteva già prima delle Olimpiadi del 1956. Costruita negli anni Trenta vicino al centro di Cortina, fu rinnovata per i giochi olimpici nei primi anni ’50 lungo i pendii del Col Druscè. Era lunga 1.700 metri per un dislivello di 152 metri e 16 curve. Per il cronometraggio era equipaggiata con un moderno sistema della Omega, del tipo a fotocellula preciso al decimo di secondo. Successivamente intitolato proprio al trionfatore nel bob alle Olimpiadi 1956, Eugenio Monti, fu in funzione fino al 2008. Il percorso per il suo riammodernamento fu ad ostacoli per i costi e le tempistiche, e per un periodo mise a rischio la candidatura di Cortina per il 2026, oltre ad essere al centro di polemiche da parte di associazioni ambientaliste. La sua omologazione è avvenuta solo nel marzo 2025.
Scomparsa del tutto è invece la struttura che ospitò le gare di sci di fondo, lo «Stadio della Neve». Costruito a 2 km dal centro di Cortina, era un’area piana di 250x44 metri. Le tribune erano in tubolari metallici e su un lato della struttura era presente un grande e moderno tabellone luminoso dei tempi di gara. La capienza era di oltre 6.000 posti e dallo stadio si diramavano gli anelli per le diverse specialità dello sci nordico. Fu smantellato dopo i giochi e oggi, in località Campo di Sotto, non rimane più traccia della struttura.
Per quanto riguardò gli alloggiamenti degli atleti, non furono allora pensate strutture simili ai contemporanei villaggi olimpici. Sia per ragioni legate a un difficile uso successivo ai giochi che per l’ostilità degli esercenti cortinesi, la scelta ricadde sugli alberghi locali e su strutture private. Per le Olimpiadi del 2026 Cortina ha visto invece la realizzazione di un villaggio olimpico costituito da una struttura principale e da mobil home in grado di accogliere 1.700 atleti. La ristorazione fu concepita invece in modo efficiente e innovativo, con la realizzazione dei ristoranti «Olympia». Costituiti da due locali principali e altre strutture satellite, potevano servire fino a 20.000 pasti al giorno. Gli impianti di cucina furono forniti dalla Zoppas di Conegliano Veneto.
Per quanto riguarda gli impianti per lo sci alpino, nel quale trionfò l’austriaco Toni Sailer, Cortina vide l’utilizzo di impianti preesistenti come la funivia del Faloria inaugurata nel 1939 e di nuove strutture come le seggiovie monoposto che servivano le piste di gara (una su tutte la «Olympia»). L’ultimo impianto di risalita superstite delle Olimpiadi del 1956 fu la cabinovia della forcella Staunies, chiusa nel 2016 e diventata un’icona di quei giochi ormai lontani. Che oggi sono di nuovo vicini.
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- Dopo la condanna per aver ferito a colpi di lama due anziani, un giudice non rinnovò all’aggressore di Milano la permanenza nella Rems, struttura erede dei manicomi. Oggi in crisi per scarsità di posti e boom di stranieri.
- La confessione choc di Vincenzo Lanni: «Ho attaccato in piazza Aulenti per rabbia verso il sistema economico». Il difensore: «È dispiaciuto, comprende ciò che ha fatto».
Lo speciale contiene due articoli.
Una «terza via» tra i manicomi giudiziari, che non esistono più, e la libertà di circolare per le strade, nei quartieri, con il rischio di procurare del male a sé o agli altri. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rispondendo a una domanda di SkyTg24 su cosa si può fare per evitare che accadano casi come quello dell’accoltellamento di Anna Laura Valsecchi da parte di Vincenzo Lanni a Milano, risponde che il caso «richiama il discorso della gestione e della trattazione dei casi psichiatrici e io credo forse che dovremmo riconsiderare una terza via tra il passaggio dalla pratica manicomi a quello che è avvenuto dopo, che permetta», aggiunge Piantedosi, «di avere dei trattamenti di queste persone che tengano in maggiore considerazione anche l’esigenza di contenimento per la sicurezza dei cittadini. Questo sarà un fronte di lavoro su cui forse sarà opportuno riflettere per il futuro».
La «terza via», in realtà, esiste e si chiama Rems, acronimo che sta per residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Si tratta di strutture sanitarie di accoglienza per gli autori di reati affetti da disturbi mentali, ovvero infermi di mente e socialmente pericolosi. La gestione interna è di esclusiva competenza sanitaria, poiché afferenti ai dipartimenti di salute mentale delle Aziende sanitarie locali di competenza. In Italia ce ne sono 32, per un totale di 630 posti letto. Sono meno della metà di quanti sarebbero necessari: in lista di attesa ci sono 750 persone, delle quali 45 si trovano ancora in galera, pur non dovendoci stare, e le altre sono in totale libertà, e nemmeno questa dovrebbe essere la loro condizione.
Le Rems sono pure distribuite molto male da un punto di vista territoriale: in Umbria e in Calabria non c’è neanche una struttura, in Friuli-Venezia Giulia ci sono solo tre posti letto. Il tempo medio di permanenza in lista d’attesa è di circa 300 giorni, ma anche qui siamo di fronte a squilibri territoriali: in alcune Regioni in lista ci sono meno di 10 persone, mentre tra Sicilia, Puglia, Calabria, Campania e Lazio si concentra il 78% del fenomeno. In Sicilia, in particolare, ci sono ben 172 persone in lista d’attesa, dove si resta in media per 458 giorni. Per quel che riguarda la nazionalità degli «ospiti» delle Rems, gli stranieri crescono di anno in anno: siamo passati dai 79 del 2020 ai 104 del 2021, ai 131 del 2022 e ai 144 del 2023, secondo un rapporto citato da Antigone.
In attesa che si metta mano al problema, ogni anno ci scappa il morto: nell’ottobre del 2023 a Milano si è registrato l’omicidio di una donna da parte di un pregiudicato infermo di mente in attesa di ricovero. Nel novembre 2024, a Caprarola in provincia di Viterbo, un netturbino è stato ucciso da un altro pregiudicato, anche egli in lista d’attesa per essere ricoverato. Entrambi gli assassini erano in libertà vigilata. Ma sul caso di Milano c’è un altro aspetto molto interessante: a quanto riporta l’Ansa, Vincenzo Lanni venne dichiarato non più socialmente pericoloso dal Tribunale di sorveglianza, nel dicembre 2024, tanto che non fu rinnovata per lui la misura di sicurezza per pericolosità sociale di permanenza nella Rems. Lanni tornò, quindi, in libertà dopo essere stato prima in carcere e poi in affidamento in prova per aver aggredito, sempre a coltellate, due pensionati in provincia di Bergamo, nel 2015. Fu condannato a 8 anni con vizio parziale di mente e tre anni di misura di sicurezza. Anche su questi aspetti la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola e con la pm Maria Cristina Ria, sta facendo approfondimenti, acquisendo i vari atti.
«La persona in questione», spiegano dalla comunità 4exodus, «è stata accolta pro-bono all’interno della nostra struttura nell’ambito di un percorso di reinserimento sociale a maggio del 2020, prima attraverso la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali e poi, terminata la pena, ha proseguito con la misura di sicurezza rivalutata di anno in anno. Dopo il raggiungimento dello stato di libertà e la cessazione della pericolosità sociale disposta dal magistrato, avvenuti nel dicembre 2024», prosegue la comunità, «ha scelto volontariamente di proseguire il proprio cammino con noi, con l’obiettivo di completare il progetto di accompagnamento verso l’autonomia». Nella scorsa settimana Lanni «ha avuto un atteggiamento non idoneo alle regole del contesto», racconta ancora la comunità, «e quindi l’équipe ha ritenuto opportuno, anche a seguito delle diverse opportunità offertegli nel corso degli anni, di interrompere l’accoglienza, suggerendogli di rivolgersi ai servizi specialistici di riferimento e offrendo la disponibilità all’accompagnamento. L’ospite», si legge ancora nella nota, «consapevole delle motivazioni ha accettato la scelta e si è congedato senza manifestare o verbalizzare astio».
Nel corso del trasferimento «verso il servizio, l’ex ospite ha tuttavia deciso di allontanarsi volontariamente, esercitando un diritto che gli spettava pienamente essendo uomo libero, e ha abbandonato il veicolo e l’operatore che lo stava accompagnando».
«Vittima a caso, raffigura il potere»
«Ho scelto a caso la vittima. Volevo colpire in un luogo simbolo del potere economico». È stata una confessione «lucida» quella resa da Vincenzo Lanni, il cinquantanovenne che lunedì mattina ha accoltellato Anna Laura Valsecchi, 43 anni, dipendente di Finlombarda. La donna stava andando a lavoro, attorno alle 9, quando è stata colpita alla schiena con un coltello nella centralissima piazza Gae Aulenti. La donna è stata subito trasportata nell’ospedale Niguarda dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico. Adesso le sue condizioni sono stazionarie e non sarebbe più in pericolo di vita.
Gli inquirenti, nella notte tra lunedì e martedì, hanno ascoltato la confessione di Lanni che avrebbe agito «spinto a premeditare l’aggressione in un luogo simbolo del potere economico, accanto al palazzo dell’Unicredit». L’uomo ha specificato al pm Maria Cristina Ria e ai carabinieri che non conosceva Laura Valsecchi e che l’ha aggredita per mera scelta casuale, volendo colpire, attraverso lei, «il contesto nel quale si trovava per l’insofferenza per il licenziamento subito 10 anni prima da parte di un’azienda di programmazione informatica per cui lavorava». La sorella gemella di Lanni ha riconosciuto il fratello in un video trasmesso in tv e si è messa in contatto con le forze dell’ordine. Le immediate ricerche, condotte anche attraverso la tecnica del «positioning», ovvero la localizzazione del cellulare, hanno consentito di rintracciarlo all’interno di un albergo del capoluogo, dove era ospite da qualche giorno. L’uomo, originario di Bergamo, era già stato arrestato nel 2015 per aver accoltellato in strada due pensionati a Villa di Serio e ad Alzano, nella Bergamasca. Incensurato e in cura per problemi psichiatrici, all’epoca aveva spiegato al magistrato di avere tentato di uccidere i due anziani come reazione al profondo stato di frustrazione che provava per la sua vita, che lui giudicava fallimentare. L’ex programmatore informatico, quindi, nel 2016 era stato condannato per duplice tentato omicidio a otto anni di carcere più altri tre da scontare in una struttura psichiatrica ed era stato dichiarato parzialmente incapace di intendere e di volere.
L’avvocato Beatrice Lizzio, legale di Lanni, ha spiegato all’Adnkronos che il suo assistito ha chiesto notizie sulle condizioni di salute della dirigente di Finlombarda e «si è augurato che si riprenda. È dispiaciuto per quello che ha fatto. Era assolutamente cosciente e sa quello che lo aspetterà dal punto di vista poi giuridico». Per quanto riguarda il movente, «è legato all’insoddisfazione lavorativa», racconta il legale, il fatto di «non essere riuscito ad avere successo» lo ha spinto ad andare in piazza Gae Aulenti.
Sono in corso attività investigative coordinate dalla Procura di Milano anche per verificare il racconto dell’aggressore. «Agghiacciante» la scena a cui hanno assistito i passanti che lunedì mattina si trovavano in piazza e che hanno immediatamente chiamato i soccorsi. Sul posto è giunto subito pure il marito della donna. Sin da subito è emerso che non c’era alcun rapporto tra l’aggressore e la vittima. Lanni era libero «senza alcuna restrizione» nonostante già in passato aveva già cercato di ammazzare persone «scelte a caso». Da lunedì, la vedova di Luigi Novelli non può che pensare a quello che accadde al marito il 20 agosto del 2015 quando è stato accoltellato alle spalle da Lanni nei pressi di parco Montecchio. Il marito all’epoca dell’accoltellamento aveva 80 anni e morì due anni dopo quell’aggressione che lo colpì non solo fisicamente. «Non erano stati lesi organi interni ma la ferita era profonda, è rimasto in ospedale due mesi», ha raccontato la moglie di Novelli al Corriere della Sera e «da allora non è più uscito di casa. Aveva paura, una sofferenza, quasi un’agonia. Ma più ancora aveva la fissazione di poter ritrovare proprio quell’uomo, anche se sapeva che era in prigione. Pensava che sarebbe uscito e se lo sarebbe trovato davanti. Ha scoperto solo dopo che lo conosceva. In biblioteca gli hanno detto: era quello che era sempre seduto a due passi da te, che non parlava mai con nessuno. Poi al Televideo ho visto cos’era successo a Milano e ho subito pensato che poteva essere ancora lui».
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2024-05-19
Dalle Asl agli ospedali. Sono 19 (in tre anni) le strutture sanitarie colpite dagli hacker
Boom di cyber attacchi, nel nostro Paese, ai dati sulla salute. Bucato Synlab: nel Web spermiogrammi ed esami tossicologici.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, lo aveva spiegato la scorsa settimana: «L’unica vera minaccia russa è quella cibernetica». E si avvertirà sempre di più durante le ultime settimane di campagna elettorale per le elezioni europee, con un’azione mirata di disinformazione.
Nasce in questo contesto di guerra ibrida l’attacco che a fine aprile ha mandato in crisi Synlab Italia, il network europeo impegnato nella diagnostica medica portando alla sospensione dei servizi (prelievi, visite o ritiro dei referti). I sistemi informatici dell’azienda sono stati messi in ginocchio per quasi 24 ore, interrompendo tutte le prestazioni. Non è la prima volta che una struttura sanitaria viene colpita in Italia. Negli ultimi tre anni se ne contano almeno 19, tra Asl, Ats o semplici ospedali.
Del resto, gli attacchi cibernetici russi hanno una triplice funzione: da un lato, creano nei cittadini occidentali maggiore scetticismo verso le istituzioni; dall’altro, destabilizzano; infine, estraggono dati sanitari sensibili, tra i più richiesti per la profilazione di pazienti sia da case farmaceutiche sia da centri di ricerca. Sono dati molto approfonditi, utilizzabili per furti d’identità che sul dark web possono valere migliaia di dollari. L’attacco è stato portato avanti dalla nota gang cyber criminale Black basta, che ha annunciato di essere entrata in possesso di «1,5 terabyte di dati, tra cui dati aziendali, documenti personali dei dipendenti, dati personali dei clienti, analisi mediche (spermiogrammi, esami tossicologici), e altro ancora». Parte di quei dati è comparsa nei giorni scorsi sul dark web. È stata la stessa Synlab a spiegarlo tramite un comunicato.
«Gli attacchi delle gang ransomware di origine russa svelano una strategia complessa. Le azioni criminali, apparentemente volte al profitto, si manifestano come strumenti di destabilizzazione politica e sociale. Il furto di dati sensibili alimenta le campagne di disinformazione che minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche, distorcendo il dibattito pubblico e polarizzando le comunità», spiega a La Verità Pierguido Iezzi, strategic business director di Tinexta cyber. Tra questi dati c’erano anche spermiogrammi, referti, cartelle cliniche e ricette. «Dalle prime analisi condotte internamente, abbiamo potuto rilevare che, tra i dati pubblicati, vi sono anche quelli personali relativi a certi nostri pazienti», ha dovuto riconoscere l’azienda che si è subito attivata per proteggere i propri clienti.
Il problema è che gli attacchi a strutture ospedaliere in Italia vanno a poco a poco aumentando. Dai tempi della pandemia di Covid 19, gli hacker hanno capito che gli ospedali sono i bersagli perfetti, sia perché le infrastrutture informatiche sono vulnerabili (alcune sono vecchie e non aggiornate), sia perché le strutture sanitarie tendono a pagare in fretta per evitare danni ai propri pazienti. Non a caso, dalla fine del 2020 c’è stato un incremento di oltre il 47% rispetto al 2019 nel numero di attacchi contro le organizzazioni sanitarie europee (secondo dati raccolti dall’agenzia europea di cybersicurezza Enisa).
Il settore sanitario è stato il più colpito dal cybercrime nel 2022. A confermarlo è il rapporto Clusit: nel mondo, gli attacchi sferrati alla sanità sono stati il 17% sul totale, da gennaio a marzo 2023, contro il 12% del 2022. In particolare, in Italia, gli attacchi a strutture medico-ospedaliere sono triplicati negli ultimi quattro anni. Nel maggio del 2020, a pochi mesi dall’inizio della pandemia, l’ospedale universitario di Brno, in Repubblica Ceca, fu colpito da un attacco che mise a repentaglio l’intera struttura, con ritardi nelle operazioni urgenti e il trasferimento di pazienti gravemente malati. Il sito Red hot Cyber ha calcolato che negli ultimi anni in Italia sono state colpite diverse aziende sanitarie, come lo scorso anno quella dell’Aquila. Anche in questo caso, gli hacker hanno sottratto 500 gigabyte di referti, cartelle cliniche e analisi. Vicenda simile si è registrata nel novembre scorso a Verona. Anche qui sono stati sottratti dati dalla gang Rhysida che li ha messi sul Web in offerta al miglior offerente.
Più indietro nel tempo c’è stato il caso dell’ospedale San Giovanni di Roma, nel settembre del 2021, con 300 server e 1.500 clienti bloccati. Anche qui è stato subito proposto un riscatto, di cui poi non si è saputa l’esatta entità. Ma ci sono stati casi anche all’Asl di Napoli, all’Asst di Terni nel 2022, all’Asp Messina, Ats Insubria, Ulls di Padova o ancora all’Asl di Savona. Per non parlare degli attacchi informatici al Fatebenefratelli di Milano, con il pronto soccorso in tilt, o i centri prelievi bloccati lo scorso anno a Niguarda, sempre nel capoluogo lombardo. «Le azioni di propaganda, orchestrate dagli hacktivisti, e le operazioni silenziose di cyberespionage consentono agli attori statuali di esercitare un’influenza sottile e incisiva, mirata a compromettere gli esiti di eventi importanti come le imminenti elezioni. In questo contesto, le incursioni nel cyberspace hanno ripercussioni che superano di gran lunga gli effetti immediatamente percepibili», conclude Iezzi.
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La sede del Cnr a Roma (Imagoeconomica)
Nonostante le promesse del presidente Carrozza, le sedi sono da incubo: a Napoli vie di fuga impraticabili, a Roma la priorità è quella di portare cani di grossa taglia in ufficio. E spuntano pure dei casi di familismo.
Lo scorso anno il presidente Maria Chiara Carrozza aveva annunciato che il piano di rilancio del Consiglio nazionale delle ricerche sarebbe entrato nel vivo. «Significa sviluppare quegli asset che poi saranno fondamentali per il Paese del futuro», spiegava di fronte alle telecamere l’ex ministro del governo di Enrico Letta, nominato nel 2021 dall’ex ministro Maria Cristina Messa, che a sua volta era già stata vicepresidente dello stesso Cnr. La pioggia di milioni, almeno 100 (stanziati nel 2022), per il rilancio del Consiglio nazionale delle ricerche non sembra essere poi servita a molto. O meglio, nell’ultimo mese ha destato più di qualche ironia la circolare che permette ai lavoratori della sede centrale di portare un cane in ufficio, anche oltre i 25 chili.
Una scelta che fa davvero capire quanto sia distante il modo di regolare ogni fenomeno che si svolge nell’ente, ponendo regole minuziose per situazioni al limite dell’ordinaria gestione (i cani in ufficio), mentre fondi e personale di ricerca restano imbrigliati dalla giungla di regole che l’amministrazione centrale aggiunge a quelle della Pubblica amministrazione, dal Cnr proprio per la situazione di assurda burocrazia, con una sede centrale più che mai lontana dalle sedi degli istituti dove si fa la ricerca.
Il Consiglio nazionale delle ricerche avrebbe bisogno di ben altro. Come già anticipato nei giorni scorsi dalla Verità, infatti, anche i sindacati hanno iniziato a farsi sentire. E in una nota hanno elencato tutte le criticità del mancato rilancio della presidenza Carrozza, il cui mandato scade nel 2025. E pensare che proprio l’attuale presidente, non appena insediata, aveva passato i primi mesi del suo mandato visitando tutte le sedi del Cnr, in Italia e all’estero.
L’obiettivo sarebbe stato quello di migliorare la struttura amministrativa dell’ente, lenta e burocratizzata, come di riformare i dipartimenti, vero e proprio argine a una ricerca più snella e veloce. Al contrario, continua a consolidarsi un vero nucleo duro di potere burocratico centrale, esercitato su tutta la rete della ricerca. Esiste infatti una vera e propria dicotomia tra la Sac (Sede e amministrazione centrale con apparati tipicamente ministeriali, una burocrazia bizantina e improduttiva, mediante la quale l’ultimo dei funzionari di piazzale Aldo Moro riesce a bloccare per mesi il lavoro della rete della ricerca con un semplice potere di veto) e gli istituti, i veri nuclei che mandano avanti attività di ricerca, anche di buon livello in alcuni ambiti scientifici (fisica, scienze dei materiali, scienze della vita), vincendo bandi per progetti e premi internazionali. Nel piano della ricerca non è adeguatamente presente l’esigenza di svincolare del tutto le attività di ricerca dal controllo della Sac romana, che dovrebbe al massimo verificare da remoto e senza appesantire le attività degli istituti. Nel piano di rilancio questo elemento non è stato minimamente presente: articolazioni della Sac e Dipartimenti (macroaree con funzioni prevalentemente strategico-amministrative) restano intoccati nel nuovo modello, che si limita a intervenire sulle Urgo (Unità di ricerca goal oriented ora chiamate Goru), una sorta di rete di ricerca multidisciplinare tra ricercatori di diverse competenze e collocati in diversi istituti.
Nonostante il piano di rilancio preveda solo questa modalità poco significativa, all’interno della Sede centrale romana del Cnr, i dirigenti in servizio hanno fatto tutto il possibile per diluire questo processo, non intervenendo nell’effettiva applicazione. Non solo. Nelle sedi distaccate c’è una realtà ben diversa da quella della sede centrale. Mentre a Roma si dilettano con i cani in ufficio, all’Area della ricerca di Napoli aspettano da quasi 20 anni (17 per l’esattezza) un serio piano di evacuazione. Ci sono ancora porte con il catenaccio che bloccano le vie di fuga, usurate da quando nel lontano 2007 c’è chi presentò denuncia ai vigili urbani per l’area di ricerca del Cnr nel capoluogo campano. Non serve ricordare che tutta la zona di Napoli è da sempre zona sismica, situazione che si è in parte aggravata dopo le scosse di questo autunno nella zona dei Campi Flegrei. Nell’esposto denuncia di allora si spiegava come le uscite di sicurezza fossero tutte bloccate, mentre l’unica praticabile fosse quella principale, da dove si entra e si esce ogni giorno. Sono passati 17 anni e la situazione è immutata. L’uscita numero 2 è ancora interdetta. L’uscita numero 4 è sempre interdetta, anche perché evidentemente i lavori di sistemazione non sono mai stati ultimati. L’uscita numero 3 ha attualmente un catenaccio.
L’aspetto ancora più inquietante è che il figlio dell’ex responsabile tecnico dell’area di ricerca (Renato Marangio), cioè quello che per anni avrebbe dovuto sorvegliare sullo stato dei lavori e sul piano di evacuazione, sia stato estromesso dal Tar da un concorso pubblico che aveva vinto senza possedere i titoli di studio necessari.
La vicenda sembra il classico caso di familismo, dove il figlio di un ex dirigente partecipa a un concorso per un posto fisso a tempo indeterminato. Lo vince, pur non avendone i titoli, ma un altro partecipante porta il caso di fronte al tribunale regionale e alla fine la spunta, anche perché - dice il Tar - al figlio era stato attribuito un punteggio per un titolo non posseduto.
Anche questo è l’ennesimo esempio di un ente che dovrebbe rappresentare un’eccellenza in Italia per la ricerca scientifica, ma che invece vive ancora di lungaggini amministrative e di casi di familismo. Anche per questo il ministro vigilante sul Cnr, Anna Maria Bernini, dovrebbe intervenire sul piano di rilancio, rimodulando sviluppo e orientamento e soprattutto liberando il personale scientifico e tecnologico dal giogo di una burocrazia più che inutile, dannosa.
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