La partita sulle autostrade si è spostata al piano superiore, quello di Atlantia. La holding che controlla Aspi è ormai diventata un player europeo con azionisti internazionali: un'eventuale revoca della concessione getterebbe ombre sulla convenienza degli investimenti in Italia. E se la politica imporrà una svalutazione degli asset, cosa vorranno in cambio i tedeschi, i cinesi e soprattutto gli spagnoli? Chi non pensa alla risposta rischia di guardare solo il dito, e non la luna.
Partiamo dalla composizione dei soci: alle quote emerse nell'ultima assemblea di maggio di Atlantia, Edizione srl della famiglia Benetton risulta titolare indirettamente di una partecipazione pari al 30,2% del capitale tramite la controllata Sintonia Spa. Una quota dell'8,2% è invece in mano della Gic private (il fondo sovrano di Singapore), di cui lo 0,2% posseduto direttamente e l'8,05% attraverso la InvestCo Italian Holdings. Poi c'è la fondazione Cassa di risparmio di Torino con il 4,8% (che ieri ha chiesto al governo di «tenere conto dell'impatto sociale e della credibilità dell'Italia a livello internazionale»), la Hsbc holdings con poco più del 5%, di cui il 4,89% tramite Hsbc Bank mentre Lazard asset management mantiene un 4,9% e Norges Bank a marzo 2020 risultava titolare di una quota dell'1,3%. Quanto agli azionisti di Autostrade per l'Italia, controllata da Atlantia con l'88%, il parterre include anche i tedeschi di Allianz (al 7% con il veicolo Appia investments) e i cinesi di Silk road (5%).
Tutti gli investitori stranieri che «corrono» in autostrada hanno i riflettori accesi sulla partita, Borsa compresa, con un'evitabile pressione su azioni e obbligazioni. L'impatto stimato di un possibile ritiro della concessione dopo la sostanziale bocciatura del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla proposta di Aspi, sarebbe infatti di 19 miliardi. E i soci cominciano a scalpitare.
Dalla Germania ha addirittura alzato la voce anche Angela Merkel, che lunedì, al termine della conferenza stampa congiunta con Giuseppe Conte, ha fatto sapere di essere «molto curiosa di sapere come andrà» il Consiglio dei ministri. Nel frattempo, Allianz ha deciso di non svalutare la quota in Autostrade. Il 29 giugno, secondo quanto ricostruito dall'agenzia Radiocor, si è riunita l'assemblea dei soci di Appia investments (controllata da Allianz col 60%), che ha dato il via libera al bilancio 2019, archiviato con un utile di circa 21 milioni, che equivalgono quasi alla quota parte del dividendo pagato da Aspi nel 2019 e relativo al bilancio 2018. Va ricordato che Appia investment aveva già svalutato due volte la quota in Aspi, rilevata nel 2017 sborsando circa 1 miliardo. Oggi in bilancio quella stessa quota vale 804 milioni (il che significa una valorizzazione complessiva di Aspi pari a 11,5 miliardi), ma a fine giugno i soci hanno comunque deciso di non abbassare ulteriormente il valore nonostante lo scontro con il governo. Anche i cinesi di Silk road tengono i radar accesi. Ieri sono circolate voci su una convocazione dell'ambasciatore italiano a Pechino, Luca Ferrari, per avere spiegazioni sulle mosse del governo. Voci però smentite ieri dalla Farnesina, che ha definito la notizia «assolutamente priva di fondamento».
Ma a monitorare con maggiore attenzione la sfida tra i Benetton e Conte sono gli spagnoli. E in particolare quel Florentino Pérez, patron del Real Madrid, che tramite la sua società-ammiraglia Acs è il socio di Atlantia in Abertis, il principale gestore autostradale spagnolo di cui il gruppo italiano ha acquistato il 50% più uno delle azioni. Un'operazione perfezionata nel marzo 2018, poco prima del crollo del ponte Morandi, e completata due mesi dopo la tragedia con un impegno di Atlantia di 17 miliardi. Le carte sul tavolo adesso sono cambiate.
E Pérez ha dovuto già accusare il colpo del downgrade di Standard & Poor's subito da Abertis (da Bbb a Bbb-) a gennaio, a seguito di quello di Autostrade e Atlantia. Più il rating si abbassa, più aumentano i costi di finanziamento. Nell'opuscolo informativo relativo all'emissione di obbligazioni dello scorso marzo Abertis ha inoltre avvertito che, nel caso di rischi per il rating, delibererebbe un taglio fino al 45,5% del dividendo. Il patron del Real Madrid potrebbe chiedere di cambiare gli accordi di governance che già prevedono diritti di veto di Acs, o ottenere qualche altra forma di compensazione. Pérez aspetterà che la partita su Aspi finisca ai rigori o si muoverà prima schierando i suoi attaccanti sul campo? Di certo, i problemi del gruppo italiano possono ridurre la capacità di investimento di un Abertis che ha bisogno di rinnovare il proprio portafoglio di attività, evitando di utilizzare il debito per pagare i propri investimenti, soprattutto adesso che la società deve fare anche i conti con il deterioramento delle sue attività a causa del calo del traffico globale per via della crisi del coronavirus.
Sullo sfondo si muovono, intanto, altri operatori. Nelle scorse settimane Aleatica, che parla spagnolo come Abertis anche se è controllata dal fondo Ifm Global infrastructure, ha sottoscritto con Intesa Sanpaolo un accordo per l'acquisizione di tutte le partecipazioni in Brebemi e nella controllante Autostrade lombarde. Aggiungendo le quote al già ricco carnet di circa 1.350 chilometri di strade in Australia, Nord America, Sud America e in Europa.
Un grande dibattito (che purtroppo ancora non c'è) sulla collocazione geopolitica dell'Italia, e gli ultimi strascichi della telenovela Tav: sono questi i due temi che hanno contrassegnato la giornata politica di ieri.
Cominciamo dal fronte Tav, dopo il compromesso partorito dal premier Giuseppe Conte. Oggi la procedura parte (anche se non si parla di «bandi») e viene sancita, attraverso l'ormai famosa clausola di dissolvenza, la possibilità di revocare tutto in qualunque momento.
Di fatto, l'ultima parola verrà detta dopo le elezioni europee, ma - per il momento - l'opera non è stata bloccata, o almeno è stato scongiurato il tentativo grillino di pronunciare già ora un no definitivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti ieri pomeriggio è stato ospite su Rai 3 di Lucia Annunziata, la quale gli ha sottoposto una versione francamente curiosa, quella di un Salvini presunto sconfitto della partita Tav. E Giorgetti non solo ha respinto la tesi, ma ha ribadito un elemento decisivo di valutazione, e cioè il fatto che per arrestare una procedura ormai partita servirebbe un voto delle Camere: «Matteo Salvini non è tornato a cuccia: ha visto accogliere la proposta che aveva messo sul tavolo. Tengo a precisare che per fermare definitivamente la Tav serve un passaggio parlamentare, non può né Conte né il Consiglio dei ministri». Dopo di che, Giorgetti ha scommesso in positivo sulla trattativa con Francia e Ue: «Bisognerà capire l'esito del negoziato, che può determinare una modifica negoziale, e anche portare a spendere meno. Confido nel buon senso. Poi si andrà anche in aula per vedere se votare un trattato modificato in questo senso». Per Giorgetti la scelta è stata di «ridiscutere il progetto, non di escluderlo». Quanto all'ipotesi elettorale, Giorgetti ha concluso: «L'unico veramente interessato a nuove elezioni potrebbe essere Salvini, ma fin quando c'è un governo che fa le cose previste dal contratto, lui continuerà ad assumersi questa responsabilità. Di crisi di governo parlano i giornali, ne ha parlato anche qualcuno del M5s, forse travisato».
Intanto, Luigi Di Maio aveva già parlato al Villaggio Rousseau, cercando in tutti i modi di schivare il tormentone Tav: «Dev'essere chiaro che noi le infrastrutture in Italia le dobbiamo fare: grandi, medie e piccole, sia digitali che fisiche». Anche da parte sua una rassicurazione sul governo, e poi una stilettata a Salvini senza nominarlo: «L'obiettivo del Movimento 5 stelle è dare tranquillità, non deve essere più possibile creare tensioni: se invece dall'altra parte uno dice “vediamo chi ha la testa più dura, vediamo chi va fino in fondo", per me questo è folklore». E ancora: «Questo è un governo che durerà altri quattro anni». Solo alla fine, ripetutamente incalzato dai cronisti, Di Maio ha evocato la Tav, ma di fatto senza rispondere: «In questo momento non vedo quale sia il dibattito su tema Tav, c'è un contratto di governo che parla chiaramente. Adesso pensiamo alle cose serie».
Sarà. Ma una «cosa seria» della quale si parla troppo poco è la collocazione geopolitica dell'Italia, tema che l'altra sera ha destato la preoccupazione, eccezionalmente tradotta in un tweet pubblico, del National Security Council americano. Roba grossa: «L'Italia è una grande economia globale, una grande destinazione per gli investimenti. Sostenere e aderire alla Via della seta legittima l'approccio predatorio cinese agli investimenti e non porterà beneficio al popolo italiano».
A Washington hanno fatto due più due: le missioni di Di Maio e del sottosegretario Michele Geraci, le voci sull'interesse cinese per i porti italiani, e soprattutto la partita rovente del 5G. Di Maio, che è parso imbarazzato, ha cercato di derubricare le mosse italiane: «Noi siamo alleati degli Stati Uniti e rispettiamo tutte le preoccupazioni, ma sia chiaro: se stiamo guardando alla Via della seta verso la Cina è per le nostre esportazioni, non è per fare accordi politici con la Cina».
Stessa linea sostenuta da Geraci, secondo cui l'obiettivo è solo recuperare terreno sul fronte dell'interscambio commerciale con la Cina rispetto a Francia e Germania. Per Geraci, tra l'altro, la possibilità di ricorrere al golden power (cioè ai poteri speciali in particolare nei settori della difesa e della sicurezza nazionale) dovrebbe essere una tutela sufficiente rispetto alle infrastrutture critiche e ai settori sensibili.
Tecnicamente è vero, ma dal punto di vista geopolitico la sensazione è che alcuni scherzino col fuoco. Molte volte, nei momenti più difficili per il governo gialloblù, l'amministrazione di Donald Trump ha aperto un ombrello per proteggere l'Italia: sulla Libia, rispetto alle ambizioni francesi; nella trattativa con l'Ue, tendendo la mano a un governo che era nel mirino dell'asse Parigi-Berlino-Bruxelles. Senza dimenticare quelle giornate roventi di ottobre in cui i commissari Ue sparavano contro l'Italia a Borse aperte, puntando forse a una capitolazione via spread o a un incidente sulle aste dei titoli: in quel momento (certo non per una direttiva della Casa Bianca, che ovviamente non sarebbe stata possibile, ma anche in corrispondenza con un clima creato dall'amministrazione Trump), Jp Morgan, l'importante banca americana, diede un segnale decisivo, annunciando l'aumento dell'esposizione in Btp. Sarà bene non dimenticare questi passaggi: di tutto ha bisogno l'Italia - e la coalizione Lega-M5s - tranne che di perdere la fiducia e lo sguardo amichevole di Donald Trump.





